Lettera aperta
sull’impegno per la costruzione della pace in tempo di rischio di estensione della guerra europea in Ucraina
(Versione definitiva-approvata il 4 settembre 2026)
Un gruppo di amiche e amici, appartenenti al Movimento ecclesiale di Impegno culturale (MEIC) di Roma, ha ritenuto necessario prendere parola sul tema della pace, nel tempo della guerra in corso tra la Federazione Russa e l’Ucraina, a seguito dell’invasione del territorio ucraino, e del grave rischio dell' estensione del conflitto.
Abbiamo programmaticamente preso le mosse dalle parole dell'enciclica Magnifica Humanitas sulla costruzione della civiltà dell'amore. In particolare, là dove si afferma che "Tutti possiamo fare la nostra parte", «non pensando che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla» [MH n.212], e là dove si afferma la necessità di "assumere lo sguardo delle vittime", specialmente «quando ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere "neutrali" e non basta ritenere di "non essere complici", mentre avvengono bombardamenti su civili e attacchi contro ospedali, scuole e infrastrutture civili» [MH n.216].
Ci è sembrato importante il richiamo a "rifiutare il falso realismo" secondo cui «non v’è altra via del riarmo» [MH n.205], e condividiamo profondamente l'invito dell'enciclica: «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della "guerra giusta", troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto. L’umanità ha strumenti molto più efficaci e capaci di promuovere la vita umana per affrontare i conflitti, come il dialogo, la diplomazia, il perdono. Il ricorso alla forza, alla violenza e alle armi testimonia una povertà relazionale che ha sempre conseguenze disastrose sulle popolazioni civili» [MH n.192].
Queste parole ci hanno spinto a prendere l'iniziativa di pensare e agire sul piano culturale, prima di tutto, ed ecclesiale e civile, poi.
Abbiamo preso l'avvio del lavoro dal confronto con la Parola di Dio, meditando sul brano evangelico di Matteo 5,9: "Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio". Il pensiero spirituale della Beatitudine ci consegna una chiave di lettura esigente: l'operatore di pace non è chi ama la tranquillità, ma chi fa la pace (eirenopoiòi), passo dopo passo, sporcandosi le mani nelle fratture della storia: chi genera riconciliazione, ricompone divisioni, avvicina chi è lontano, spezza la spirale dell'odio. Per la vera pace non basta la cessazione della guerra, pur presupposto indispensabile: essa esiste quando ogni persona può vivere la propria dignità umana, e quando la comunione tra le persone non è distrutta dall'odio, dalla menzogna, dalla sopraffazione, dall'asservimento a politiche di potenza.
Tutto questo ci spinge a presentare una lettera aperta alla società ecclesiale e civile, che può essere argomentata intorno a cinque esortazioni.
1) La pace si costruisce, non si attende.
La pace non è quieto vivere ma pacificazione. Della pace, ricordava Emmanuel Mounier, siamo tutti responsabili, ciascuno in ciò che gli appartiene.
L'invito è ad essere attivi costruttori di pace, rifuggendo la logica della passività, del pacifismo utopico, dell’accomodamento per garantirsi la tranquillità. In particolare, è necessario esporsi con coraggio verso l’opinione pubblica e la politica e svolgere attività formative e culturali per la costruzione della pace, nella linea indicata da papa Leone XIV, a partire dagli ambienti di prossimità. Anche di fronte al senso di impotenza delle "piccole individualità" è possibile fare azioni concrete, custodire la pace, disarmare le parole e i gesti, educare - con don Tonino Bello - alla "convivialità delle differenze", aiutare chi è nel bisogno, perché il bisogno estremo genera aggressività, portare avanti "l'utopia della pace" di Giorgio La Pira con gesti concreti, fatti di rispetto per l'altro, ricerca del confronto, abitudine al dialogo, tensione verso ciò che unisce piuttosto che ciò che divide. Nel quotidiano iniziative come la mobilitazione sui social e le petizioni per la pace, la scelta del consumo critico, le economie solidali di prossimità e il contrasto allo spreco, restituiscono a ciascuno uno strumento concreto e per tutti i giorni di partecipazione.
2) La pace richiede il coraggio del confronto, non il silenzio.
Come l'operatore di pace evangelico cerca il dialogo anche serrato, così la scelta prioritaria è verso il primato della diplomazia, del negoziato e del confronto: la strategia diplomatica internazionale di Agostino Casaroli, durante il suo servizio presso la Santa Sede come Segretario di Stato (1979-1990); il processo di Helsinki (la CSCE - Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa del 1973-75) dove trentacinque Stati europei aderirono all’Atto finale impegnandosi a dare soluzione pacifica delle controversie, a rinunciare alla minaccia e all’uso della forza e a rispettare i diritti fondamentali delle persone; il metodo dell'accordo italo-austriaco De Gasperi–Gruber del 1946, per il ripristino delle relazioni interrotte artificiosamente dalla guerra. Essere attivi per la pace è l'essenza stessa del negoziato, del non restare in ozio.
Emergono, tuttavia, alcune avvertenze realistiche. La prima: il negoziato per essere efficace richiede una parte terza - un arbitro, un giudice - e oggi non è chiaro chi possa esserlo, perché le istituzioni multilaterali, a cominciare dall'ONU, sono paralizzate dal veto di potenze parti in causa, mentre gli interessi economici legati alle forniture militari ostacolano ogni nuova Helsinki. La strada è cercare ostinatamente un arbitro della pace. L'umanità deve impegnarsi in questa ricerca, anche seguendo strade nuove (dialogo interculturale, interreligioso,ecc). La seconda avvertenza: più che un "popolo" - concetto su cui non c'è accordo e che i regimi autoritari soffocano - è la mentalità e opinione pubblica, che presuppone la libertà, ciò su cui possiamo realisticamente incidere, come accadde alla fine degli anni Ottanta nell'Europa orientale e in diversi esempi di movimenti per la pace.
Naturalmente va condiviso un presupposto essenziale: smontare le radicalizzazioni e le polarizzazioni - politiche, ideologiche, anche religiose - che impediscono la normalità dialettica del confronto, ricostruendo il valore della fiducia. Questo vale anche tra le Chiese: il Patto di Bari concluso il 23 gennaio 2026 tra le Chiese cristiane italiane, che pone la costruzione della pace tra i punti fondanti, è positivo; ma sul piano internazionale le Chiese restano divise e manca notizia ufficiale di mediazioni tra Santa Sede e il Patriarcato di Mosca. È un compito, non solo una constatazione. Così come un compito è la ricomposizione delle fratture tra le popolazioni, a cominciare da quelle culturali e religiose, che la guerra in corso ha provocato e che le forze che premono per l’estensione della guerra vogliono artificiosamente approfondire.
3) La pace non è debolezza, ma nemmeno accumulo di armi.
Un sano realismo porta a riconoscere che il riarmo non ha impedito le guerre in corso e che serve seguire un'altra strada, sebbene non si possa rimanere disarmati di fronte all'aggressione.
La scelta per strumenti di pressione non militare non può essere ignorata: la pressione economica sull'aggressore, il suo isolamento nei principali rapporti internazionali, la resistenza non-violenta nella linea di Gandhi contro l'odio, la brutalità e la guerra, la strada della resistenza politica, ecc. È il "realismo autentico" della Magnifica Humanitas, contro il falso realismo che giustifica le armi.
La via resta quella del modello dell’Unione Europea: ottant'anni di pace costruiti non come una super-fortezza armata, ma con la forza del diritto, delle relazioni economiche, culturali e umane, della convivenza pacifica fondata sulla reciproca fiducia. L'Unione Europea è sempre più un esempio da allargare e non da sfaldare sotto la spinta degli interessi nazionalistici.
Serve anche rigore nelle parole: "realismo" va inteso sia in senso descrittivo (dire le cose come stanno) sia in senso prescrittivo (indicare cosa fare), e la stessa parola "guerra" copre oggi realtà nuove: guerre ibride, totali, "a pezzi", non dichiarate, perfino non nominate, soprattutto la devastante guerra tecnologica gestita dall'intelligenza artificiale.
Occorre evitare, ancora con le parole della Magnifica Humanitas [n. 218], «l’idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni», ma anche «il realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare».
L'esortazione profetica è ad unirsi con tutte le donne e gli uomini di buona volontà per fermare l’edificazione dell’ennesima Babele e «edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare» [Magnifica Humanitas, n. 16].
4) La pace passa per la politica.
E' centrale il ruolo della responsabilità politica dei cittadini e dei cattolici in particolare: scegliere con il voto veri costruttori di pace, capaci di tradurre il valore della pace in scelte concrete - pur nella confusione dell'attuale quadro politico, che chiede discernimento -; fare pressione per la pace come opinione pubblica; sostenere e insieme riformare il multilateralismo; contrastare i particolarismi nazionalistici; far prevalere il metodo del confronto e del dialogo su quello dello scontro nelle relazioni politiche nazionali e internazionali.
Ci appassiona - soprattutto come MEIC - il richiamo di Aldo Moro alla necessità della formazione politica - anche per la pace - secondo tre livelli di azione: l'utopia (cioè l'idealità) mai appagata, la realtà e le competenze.
E entusiasma ancora l'utopia morotea degli stati come: «stati del valore umano, fondati sul prestigio di ogni uomo e che garantiscono il prestigio di ogni uomo»; dove «ogni azione è sottratta all’arbitrio e alla prepotenza, e dove a regnare è il diritto, il diritto dell'uomo». [A. Moro, Governare per l'uomo, a cura di M. Dau, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 75-86, sotto il titolo Lo Stato del valore umano].
5) La pace si educa: serve una cultura della pace.
Secondo l’immagine evangelica del vino nuovo che esige otri nuovi [Mt 9,17, Mc 2,22, Lc 5,37-38]: se tra i cattolici - anche nella società - maturano idee nuove, occorrono forme e stili nuovi per custodirle. L'invito è soprattutto per le nuove generazioni.
Abbiamo bisogno di una cultura della pace. Abbiamo bisogno di persone di pace, prima ancora che politici di pace, capaci - come auspicava Giorgio La Pira - di «sostituire al metodo della guerra, il metodo della pace: il metodo del negoziato, dell’incontro, della convergenza: cioè il metodo autenticamente umano» [da un discorso di Giorgio La Pira , settembre 1962, alla vigilia dell'apertura del Concilio Vaticano II] .
Emerge l'intuizione di Emmanuel Mounier di un doppio piano per la pace: quello della politica e quello dell'educazione, dove il MEIC avverte una maggiore responsabilità.
E' importante formare le persone alla pace, all'accoglienza e alla condivisione, a partire dai giovani e dalle comunità di prossimità come le parrocchie, i quartieri, le città e i paesi. Il nostro Movimento si impegna a farlo, invitando tutte le persone di buona volontà a questa grande opera di pace. Non pretendiamo di cambiare il mondo, né affermiamo cose del tutto nuove. Ma proponiamo a noi e agli altri la strada della "pace disarmata e disarmante" [papa Leone XIV, Messaggio del 1 gennaio 2026 per la 59° Giornata mondiale della pace] .
Così intese, le nostre proposte non sono attivismo generico: sono il tentativo di portare - da cristiani adulti - nelle fratture di questo tempo il modo di agire di Cristo, unendo verità, giustizia e misericordia, per essere riconosciuti, alla fine, figli di Dio, e riconoscendosi, in quanto tali, sorelle e fratelli.
Movimento ecclesiale impegno culturale - MEIC Sapienza Università Roma - anno 2026