INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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martedì 29 settembre 2026

Pace: la via della pace. Volere e preparare la pace per avere la pace (9/12-6-2024)

Pace: la via della pace. Volere e preparare la pace per avere la pace

(9/12-6-2024)

 

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Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum

La frase latina **"Si vis pacem, para bellum"**, che significa "se vuoi la pace, prepara la guerra", è attribuita a **Publio Flavio Vegezio Renato**. Questa locuzione è contenuta nel prologo del libro III dell'opera **"Epitoma Rei Militaris"** o **"Epitome sull’arte della guerra"**, composta alla fine del IV secolo¹². La frase completa da cui è derivata è: "Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum", che letteralmente si traduce in "Dunque, chi aspira alla pace, prepari la guerra"¹.

Conversazione con Copilot (il sistema di intelligenza artificiale di Bing, il motore di ricerca di Microsoft Edge)08/06/2024

(1) Si vis pacem, para bellum - Wikipedia. https://it.wikipedia.org/wiki/Si_vis_pacem,_para_bellum.

(2) "Si vis pacem para bellum" - LATINORUM. https://www.latinorum.it/blog/si-vis-pacem-para-bellum.

(3) Se vuoi la pace, preparati alla guerra: significato e storia del detto .... https://bing.com/search?q=autore+latino+%22si+vis+pacem+para+bellum%22+opera.

(4) Se vuoi la pace, preparati alla guerra: significato e storia del detto .... https://iccivitella.it/se-vuoi-la-pace-preparati-alla-guerra/.

(5) Si vis pacem para bellum: traduzione e significato - SoloLibri.net. https://www.sololibri.net/si-vis-pacem-para-bellum-traduzione-significato.html.

(6) it.wikipedia.org. https://it.wikipedia.org/wiki/Si_vis_pacem,_para_bellum.

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1.   Di fronte al problema della guerra e delle vie della pace (più o meno il titolo di un illuminante testo sulla materia di Norberto Bobbio, pubblicato da Il Mulino nel 2009, purtroppo non disponibile in formato ebook o Kindle) torna in mente l’antico detto “se vuoi la pace, prepara la guerra”, anche se l’esperienza storica dimostra l’esatto contrario. In particolare quella del processo di unificazione continentale europea dal quale, dal 2009, è emersa l’Unione Europea come la stiamo vivendo.

  Va detto che le popolazioni in esso coinvolte e i rispettivi sistemi politici  non si erano mai dimostrati, prima degli scorsi anni ’50, particolarmente pacifici, tutt’altro.

  Anzi, le due guerre dette mondiali del secolo scorso, che gli storici cominciano a considerare come un unico processo bellico in due fasi, furono in realtà guerre europee,  originate nell’Europa occidentale e veicolate da un micidiale sistema di alleanze con cui ci si impegnava alla guerra. Lo stesso che, nel quadro dell’alleanza del Trattato del Nord Atlantico, ci trascinò nella ventennale guerra per il controllo dell’Afghanistan e ci sta ora trascinando in guerra contro la Federazione Russa.

   La storia dimostra chiaramente che il metodo più efficace di ottenere la pace è di premere per la pace contro il proprio governo.

  È così che l’Impero russo, sulla via della trasformazione in un regime comunista totalitario basato su una struttura a soviet (=assemblea di lavoratori proletari), fu sganciato dalla Prima guerra mondiale e, va ricordato, l’Ucraina ebbe la sua indipendenza.

  È per quella via che il governo federale statunitense fu piegato a sganciarsi dalla guerra nell’Indocina, che interessò Vietnam, Laos e Cambogia.

  La dura sconfitta militare degli Imperi centrali nella Prima guerra mondiale finita nel 1918 non impedì che vent’anni dopo scatenassero una nuova guerra, dopo esservisi pervicacemente preparati, mentre totalmente diversa fu l’evoluzione del Secondo dopoguerra, dal 1945, quando in tutta l’Europa occidentale si rimase affascinati dal modello di vita sociale che si era sviluppato negli Stati Uniti d’America e che venne veicolato alle popolazioni europee non cadute nel dominio dei sovietici fondamentalmente dal cinema e dal consumismo.

   Tempo fa il Papa ha ripetuto un’osservazione che pare ovvia e che è confermata dalla storia: la pace viene quando i governi impegnati in una guerra ordinano il cessate il fuoco e, passando per un armistizio, concludono un trattato di pace. Un potente incentivo per arrivare a questo viene dalla pressione di una popolazione contro il proprio governo, posto che premere contro un governo nemico non è possibile perché, in quanto nemico, non è sensibile ai moti dell’altra parte, e, al più, cercherà di approfittarne.

  La pressione più forte è il rifiuto di obbedire a ordini di mobilitazione, fenomeno che si produsse massivamente negli Stati Uniti a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta e, sempre massivamente, si è manifestato in Ucraina e Federazione Russa dopo lo scoppio della guerra, nel 2022.

  Nel ’68 Joan Baez tenne uno storico concerto a Milano, nel quale cantò la canzone per David: David era il marito il quale, a quel tempo, era detenuto per aver rifiutato la chiamata militare per la guerra in Indocina.

  Rapporti economici intensi creano una dipendenza  reciproca che rende meno conveniente la guerra. La circolazione libera di persone e idee ha lo stesso effetto. Era questa la situazione che c’era tra Unione Europea e Federazione Russa fino all’inizio degli anni ‘20, poi gli Stati Uniti e il governo britannico che aveva ottenuto la Brexit dal 2020 cominciarono a premere per interrompere quelle relazioni molto strette. I prodromi delle guerre sono segnalati dalla rottura forzata della cooperazione economica e dalla progressiva impermeabilità delle frontiere.

  Le cosiddette sanzioni   contro la Federazione russa e gli analoghi provvedimenti presi da quest’ultima contro chi la sanzionava stanno producendo questo effetto.

  Poco dopo l’inizio della guerra venne sabotato il gasdotto Nord stream, installato sotto il mar Baltico, che doveva portare il gas russo all’Europa occidentale, e, come ho letto ieri,  l’anno prossimo l’Ucraina non rinnoverà l’adesione all’accordo che consente di collegare Europa occidentale e Russia mediante un gasdotto che corre sul suo territorio (il cui flusso si è ridotto a circa un quinto di quello di prima della guerra).

  Il regime russo e quello ucraino sono assai simili quanto a limitazioni della libertà di pensiero e di parola. Governati in modo autoritario da presidenze che accentrano i maggiori poteri  e, in particolare, quello sulla guerra,  rimangono tuttavia  fortemente pluralistici a causa della loro storia. La guerra però impedisce a questo pluralismo di manifestarsi in moti di protesta contro il coinvolgimento nel conflitto, che sono duramente repressi. Il dissenso si è però manifestato in modo eclatante con la fuga degli uomini soggetti alla mobilitazione bellica oltre che di moltissime donne con figli piccoli.

  Se non fosse scoppiata la guerra e si fosse deciso per la resistenza nonviolenta, le proteste popolari di russi e ucraini si sarebbero potuti saldare, visti i fortissimi legami culturali che indubitabilmente esistono tra quelle popolazioni; ora invece è molto diverso e occorreranno generazioni per stringerli nuovamente, il che, in prospettiva, certamente accadrà perché si tratta di genti con culture e lingue molto vicine.

  Si considera la resistenza nonviolenta come un metodo irrealistico, al contrario di come lo spiegò l’indiano Ghandi. il quale  la praticò con successo e teorizzò  contro l’efferato e razzista impero britannico com’era tra le due guerre mondiali.

  Ma la pressione popolare nonviolenta sui propri governi, in regimi democratici in cui il pluralismo delle popolazione può pienamente esprimersi e dispiegarsi,  è stata, anche nello sviluppo dell’Unione Europea, il fattore determinante per il mantenimento della pace. Questo moto fu favorito dalla grande circolazione di persone consentita dal regime di mercato comune e dalle intensissime relazioni economiche e commerciali consentite dalla costituzione di un mercato comune, con abbandono dei vecchi protezionismi nazionalistici.

 La storia insegna, insomma, che se si vuole la pace, occorre preparare la pace.

  E, infatti, in particolare, i trattati per la riduzione degli armamenti nucleari strategici conclusi tra statunitensi mie sovietici catalizzarono, dalla fine degli  scorsi anni Ottanta,  la risoluzione pacifica della uscita dei cosiddetti paesi satelliti (dell’Urss) dalla egemonia prima sovietica e poi russa, Ai nostri giorni sta accadendo il contrario.

2. Guerra giusta?

Definiamo guerra:

       a)un conflitto;

       b)ordinato;

       c)da un’istituzione a fini generali;

       d)di un organismo politico;

e)che è riuscito ad ottenere il riconoscimento e l’effettività di un proprio dominio preminente;

f) su una popolazione stanziata su un determinato territorio;

g) conflitto combattuto mediante sistematiche violenze fisiche, fino allo sterminio di massa,  sulle popolazioni istituite come nemiche e sistematiche distruzioni dei beni e dell’ambiente fisico del nemico, al fine di aver ragione della resistenza di quest’ultimo, eliminandolo fisicamente o assoggettandoselo e conseguendo il controllo delle sue ricchezze e del suo territorio, in particolare delle sue città, infrastrutture, risorse industriali, agricole, minerarie, energetiche, al limite facendo schiava la popolazione attiva.

   Nei requisiti da c) ad f) chi è pratico della materia riconoscerà gli elementi essenziali del concetto di stato  elaborato dalla dogmatica giuridica dall’Ottocento [ad esempio nel pensiero del tedesco Georg Jellinek (1851-1911), dell’Università di Heidelberg,  esposta nel suo Teoria generale dello stato -Allgemeine Staatslehre – Haring, Berlino 1905)] intorno alle idee di autorità dotata di effettività su una popolazione e un territorio ed ancora corrente nel diritto pubblico europeo.

  Le società umane sono sempre conflittuali, al loro interno e tra loro. Ma non tutti i conflitti  sono guerre  come ai tempi nostri le si intende, le si pratica e, anche, le si disciplina.

  Le definizioni sono elementi culturali e quindi variano con il mutare delle società di riferimento. Tuttavia la definizione di guerra  sopra riportata ha una storia di lunga persistenza nelle culture europee.

  Per chi voglia sviluppare moti sociali e politici per la pacificazione di una società o di un gruppo di società è molto importante aver chiaro l’oggetto della sua azione e, in particolare, il tipo di conflitto sul quale vuole incidere. Perché non tutti i conflitti sociali possono essere risolti con gli stessi metodi e le stesse strategie politiche. Di questo non ci si manifesta in genere consapevoli nei nostri ambienti ecclesiali, nei quali mi pare si sia convinti che, cercando di diffondere orientamenti etici cristiani, si possa conseguire la pacificazione. Questa convinzione si è dimostrata storicamente falsa. Infatti proprio l’etica cristiana è stata all’origine di ogni tipo di conflitti sociali e anche di guerre in senso proprio.

  La guerra è solo quella che viene  ordinata  ad una certa popolazione soggetta ad un dominio politico. In questo contesto la gente non può legalmente opporvisi e la renitenza alla mobilitazione viene punita come delitto, l’abbandono del corpo militare in cui una persona è stata inserita come delitto di diserzione, ogni azione di contrasto della forza militare dell’organismo politico a cui si è soggetti come delitto di sabotaggio o tradimento.

  Perché si abbia una guerra  in senso proprio è sufficiente che essa sia ordinata da un organismo politico con le caratteristiche sopra indicate. In questo caso, se si manifesta una resistenza senza i connotati di guerra  in senso proprio, si parla di guerra asimmetrica.

   L’istituzione che ordina  la guerra vi costruisce sopra una mitologia giustificativa, per cui per ogni organismo la propria guerra è giusta. Chi si oppone a questa mitologia è punito per il delitto di disfattismo. E’ ciò che accade nella Federazione russa, nella Repubblica Ucraina e anche nell’Unione Europea, con la differenza che, in quest’ultimo caso, la sanzione non  è  penale, ma solo sociale, ed è comunque molto pesante.

  La teologia morale cattolica ha esplicitato delle direttive cogenti in materia di guerra giusta, che sarebbe quando ordinare  la guerra non integra un peccato in senso religioso. Essa risale a teorizzazioni formalizzate all’epoca della Scolastica, ma sulla base di un pensiero molto più antico. E’ sintetizza nel Catechismo della Chiesa cattolica (1992-1997) al n.2309:

2309 Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:

— che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;

— che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;

— che ci siano fondate condizioni di successo;

— che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.

Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della « guerra giusta ».

La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.

  Richiamo l’attenzione del lettore sull’ultimo periodo, che ho sopra evidenziato: secondo la teologia morale cattolica ancora vigente, la decisione sulla guerra giusta  non è rimessa alle singole persone, ma solo alle istituzioni che possono ordinarla. La conseguenza è che una persona, costretta legalmente a militare per una guerra ingiusta, non fa peccato e si salva. L’ultima parola sulla questione, dal punto di vista della teologia morale cattolica, è naturalmente quella del Papa, e il Papato è stato ed è una delle istituzioni che possono ordinare una guerra in senso proprio e che, appunto, storicamente lo ha fatto moltissime volte, da ultimo in occasione dell’aggressione contro la Serbia da parte della NATO dal marzo al giugno 1999, invocando l’intervento della comunità internazionale in difesa degli indipendentisti del Kosovo, pur se poi deplorò la guerra come era stata condotta in Serbia.

  Da ChatGpt:

La NATO ha condotto un'operazione militare contro la Serbia nel 1999, durante la guerra del Kosovo. Questa campagna militare, nota come Operazione Allied Force, è durata dal 24 marzo al 10 giugno 1999. L'intervento è stato avviato senza l'approvazione formale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma è stato giustificato dalla NATO come un'azione necessaria per prevenire una crisi umanitaria e porre fine alle violenze contro la popolazione albanese del Kosovo da parte delle forze serbe.

 Nel gennaio 1968 l’arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, cardinale, fu brutalmente costretto alle dimissioni, con il pretesto di ragioni di salute, per aver predicato, in occasione della prima Giornata della pace, istituita l’anno precedente,  contro i bombardamenti a tappeto perpetrati dagli statunitensi contro città del Nord Vietnam.

  Da ChatGPT (ricerca 9-6-24):

Dopo la Seconda guerra mondiale, bombardamenti a tappeto di grandi città, simili a quelli di Dresda e Hiroshima, furono attuati in alcuni conflitti, anche se con caratteristiche e motivazioni diverse:

1. **Guerra di Corea (1950-1953)**:

- **Stati Uniti**: Durante la Guerra di Corea, gli Stati Uniti condussero bombardamenti a tappeto su diverse città nordcoreane. La capitale, Pyongyang, e altre città come Wonsan, Hamhung, e Chongjin furono pesantemente bombardate, causando enormi distruzioni e perdite di vite umane.

2. **Guerra del Vietnam (1955-1975)**:

- **Stati Uniti**: Gli Stati Uniti condussero intensi bombardamenti su città nordvietnamite e aree densamente popolate. Hanoi e Haiphong furono tra le città più colpite. Le operazioni Linebacker I e Linebacker II, in particolare, videro l'uso massiccio di bombardamenti per cercare di costringere il Vietnam del Nord a negoziare la pace.

3. **Guerra Iran-Iraq (1980-1988)**:

- **Iraq**: Durante la Guerra Iran-Iraq, l'Iraq, sotto Saddam Hussein, utilizzò bombardamenti a tappeto contro città iraniane. Tehran, Isfahan e altre città furono bombardate nel tentativo di demoralizzare la popolazione e interrompere le capacità belliche dell'Iran.

4. **Guerra del Golfo (1990-1991)**:

- **Coalizione guidata dagli Stati Uniti**: Sebbene i bombardamenti della Guerra del Golfo fossero principalmente mirati a obiettivi militari e infrastrutturali, alcune città irachene subirono pesanti bombardamenti. Baghdad fu uno dei principali bersagli delle operazioni aeree.

5. **Guerra in Jugoslavia (1999)**:

- **NATO**: Durante l'Operazione Allied Force, la NATO condusse bombardamenti aerei sulla Serbia e sul Kosovo. Belgrado, la capitale serba, e altre città subirono bombardamenti che colpirono infrastrutture, edifici governativi e obiettivi militari, causando danni significativi.

  Dalle notizie di cui sopra emerge con chiarezza che la pratica dei bombardamenti a tappeto su obiettivi civili, vietata come crimine di guerra dalle Convenzioni sul diritto di guerra successiva alla Seconda guerra mondiale, furono perpetrati prevalentemente nel corso di guerra americane che, in genere, si è ritenute giuste  in ambito cattolico.

  L’ultima guerra ordinata dal Papato a una propria forza militare fu quella contro il Regno d’Italia, combattuta tra l’11 e il 20 settembre 1870 a seguito dell’invasione dello Stato Pontificio ordinata dal governo italiano (in totale si stima che morirono circa 69 soldati e che ne furono feriti circa 209. Nella chiesa di San Luigi dei Francesi, qui a Roma, una lapide ricorda i soldati francesi morti nel tentativo di difesa di Roma).

  Istintivamente, di fronte alla narrazione di una guerra, si tende a schierarsi per una delle parti, in base alla propria idea di guerra giusta.

 Alle scuole medie, quando leggemmo alcuni brani di Centomila gavette di ghiaccio  di Giulio Bedeschi, che racconta delle ritirata del corpo di spedizione italiano in Russia,  notando che i soldati italiani si ritiravano, appunto, da uno stato che avevano invaso, chiesi spiegazioni alla prof. di italiano, con il risultato che a mia madre, quando venne al colloquio con lei, non venne detto granché bene di me, diciamo così. In un compito in classe di italiano, scelsi il tema sul Risorgimento, e scrissi un raccontino su una battaglia immaginaria svoltasi nel famoso Quadrilatero narrata però dal punto di vista di un ufficiale dei cavalleggeri austriaci. Mi è sempre piaciuto mettermi nei panni dell’altra parte. Ma capii che, così facendo, non si è poi tanto popolari tra la propria gente.

  Secondo la teologia morale cattolica corrente bisogna rimanere sottomessi a chi governa, secondo quanto si legge nel famoso capitolo 13° della Lettera ai Romani, documento attribuito a Paolo di Tarso, scritto in un’epoca in cui la corrente paolina cercava di accreditare come buoni cittadini dell’impero i cristiani ellenisti, che condividevano con tutti le altre correnti cristiane la nomea di facinorosi e agitatori sociali. Il teologo riformato Karl Barth (1886-1968) ci scrisse sopra un notevole trattato tra il 1919 e il 1922, cercando di spiegare come, in realtà, la persona cristiana non deve seguire il male ordinato dai pubblici poteri [pubblicato anche in ebook e kindle con il titolo Fede e potere. Il capitolo 13 della Lettera ai Romani, Castelvecchi 2014].

  Ora, quella teologia morale cattolica corrente ostacola la resistenza alla guerra che, se vuole essere efficace, deve essere sempre  rivolta contro  il governo del proprio stato, nel momento in cui prepara la guerra o dopo che l’ha ordinata. Una resistenza che, sempre se vuole essere efficace, deve  farsi con metodi nonviolenti. Questo perché, se ad una guerra si resiste con metodi violenti, si otterrà il solo effetto di produrre più violenza e più guerra, come risulta evidente nel conflitto tra NATO e Ucraina da una parte e Federazione Russa dall’altra. Il principale strumento nonviolento all’ordine di mobilitazione bellica è il rifiuto di obbedienza, quindi innanzi tutto la renitenza e poi il rifiuto di considerare nemiche le popolazioni indicate come tali, nel presupposto, che di solito ricorre sempre, che esse siano state solo soggette  all’ordine di mobilitazione del proprio governo e che quindi occorra distinguerle da esso. E’ ciò che ad esempio, appare riuscire difficile nella reazione alla guerra ordinata dal governo israeliano e dal vertice dell’organizzazione terroristica Hamas e combattuta nella striscia di Gaza.

   Penso che non sarebbe male riprendere un’idea marxista che mi pare colga nel segno, secondo la quale ogni guerra viene ordinata da un governo innanzi tutto contro la propria popolazione, che viene privata del diritto di resistervi. E’ per questo che, in realtà, nessuna guerra in senso proprio può essere considerata giusta.

  Mi sono fatto fare da ChatGPT una sintesi delle posizioni marxiane sulla guerre e le trascrivo con l’avvertenza che, comunque, ogni prodotto dell’intelligenza artificiale va controllato criticamente:

 

Karl Marx aveva una posizione critica e complessa sulla guerra, influenzata dalla sua analisi del capitalismo, delle classi sociali e delle dinamiche storiche. Ecco alcuni punti chiave sulla sua visione della guerra:

1.  Guerra come Strumento del Capitalismo:

o   Marx vedeva le guerre spesso come strumenti utilizzati dalle classi dominanti per perseguire i propri interessi economici e politici. Le guerre potevano essere utilizzate per espandere mercati, acquisire risorse o risolvere crisi economiche. Egli sosteneva che le classi lavoratrici, o proletariato, fossero frequentemente le vittime principali delle guerre, combattendo e morendo per conflitti che avvantaggiavano principalmente le élite.

2.  Guerra e Lotta di Classe:

o   Secondo Marx, la lotta di classe è una forza motrice della storia. Le guerre potevano essere viste come una manifestazione delle tensioni di classe, sia internamente, con rivolte e guerre civili, sia a livello internazionale. Marx credeva che le guerre imperialiste fossero espressioni della competizione tra potenze capitaliste.

3.  Guerra e Rivoluzione:

o   Marx riconosceva che le guerre potevano a volte creare condizioni favorevoli per la rivoluzione. La destabilizzazione causata dalla guerra poteva portare a crisi politiche e sociali che avrebbero potuto essere sfruttate dal proletariato per rovesciare i sistemi capitalisti. Ad esempio, la Prima Guerra Mondiale creò le condizioni che portarono alla Rivoluzione Russa del 1917.

4.  Pacifismo e Internazionalismo:

o   Sebbene Marx non fosse un pacifista in senso stretto, egli sosteneva l'internazionalismo proletario e la solidarietà tra i lavoratori di tutti i paesi. Credeva che l'unità dei lavoratori a livello globale fosse essenziale per superare il capitalismo e prevenire guerre. L'idea era che se i lavoratori di tutti i paesi si unissero contro i loro sfruttatori comuni, le guerre causate da interessi capitalistici potrebbero essere evitate.

  In sintesi, Marx vedeva la guerra come un fenomeno strettamente legato alle dinamiche economiche e sociali del capitalismo. Egli criticava le guerre imperialiste e riconosceva sia i loro costi umani sia le loro potenziali implicazioni rivoluzionarie.

 

 Mentre preparavo questa nota, ho ricevuto dal prof. Raffaele Savigni una copia pdf di un suo contributo del 2020 dal titolo “Le premesse teologiche e culturali di lunga durata dell’atteggiamento del clero durante la guerra; la dottrina della guerra giusta”, pubblicato in “Guerra e pace nella riflessione delle Chiese emiliano romagnole del ‘900”, a cura di Maurizio Tagliaferri, Editrice Il Nuovo Diario Messaggero 2020, e gli ho risposto come segue:

  Ringrazio il prof. Savigni del suo prezioso contributo, di straordinario interesse. Voglio impararmelo a memoria, parola per parola. Sono anche riuscito ad acquistare su IBS il libro "Guerra e pace nella riflessione delle Chiese emiliano romagnole del '900” sul quale è stato pubblicato.

  Il problema politico delle democrazie avanzate contemporanee è quello di fondare dal punto di vista culturale e giuridico il diritto di resistenza all'ordine di mobilitazione dello stato o di altri organismi pubblici similari. Quanto alla fede cristiana, ritengo che occorra recuperare il blando anarchismo (l'espressione non è mia ma di Karl Barth e mi è piaciuta molto) che traspare dagli insegnamenti evangelici. Nel Vangelo proclamato oggi a messa c'è un detto di Gesù che incidentalmente, trattando della questione dell'esorcismo contro di demòni, svela un'idea sull'organizzazione di un regno: «[...]se un regno è diviso in se stesso, non potrà stare in piedi». Se ne può fondare anche una visione organicista, ed è ciò che hanno fatto nei secoli le varie teologie sull'organizzazione delle società civili. Ma, se si considera intrinsecamente malvagio l'ordine di mobilitazione, si può ricavare la regola, confermata dall'esperienza, che, resistendo rompendo l'unità dell'obbedienza, si può far fallire quell'imposizione. 

 Ancora oggi, sia nel diritto internazionale, sia in filosofia e in teologia, come anche nelle dottrine politiche, di fronte alla prospettiva di una guerra e ad una guerra in atto si cerca di distinguere chi sia dalla parte del torto e chi, invece, abbia ordinato giustamente la guerra. Ritengo che le concezioni democratiche dovrebbero evolvere nel senso di considera l'ordine di guerra, quindi di un conflitto con le caratteristiche che ho sintetizzato nel mio precedente intervento, sempre intrinsecamente ingiusto, quindi ingiusto per sé, indipendentemente dalla situazione concreta in cui si inserisce, ad esempio come reazione a una invasione, e quindi tale da far sorgere il dovere morale e anche giuridico di resistenza. 

 La categoria dell' "aggressione" che non andrebbe usata nel trattare di una guerra in senso proprio, per l'ovvio motivo che la guerra si fa sempre aggredendo, innanzi tutto la propria popolazione, anche quando si reagisce a un attacco, ha preso piede soprattutto dopo che nello Statuto della  Corte penale internazionale (1998) è stato inserito l'art.8 bis, con il quale è stato istituito il crimine di "aggressione":

 

Articolo Art. 8 bis. Crimine di aggressione

1. Ai fini del presente Statuto, «per crimine di aggressione» si intende la pianifica-zione, la preparazione, l’inizio o l’esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite del 26 giugno 1945.

2. Ai fini del paragrafo 1, «per atto di aggressione» s’intende l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, o in qualunque altro modo contrario alla Carta delle Nazioni Unite. Indipendentemente dall’esistenza di una dichiarazione di guerra, in conformità alla risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 14 dicembre 1974, i seguenti atti sono atti di aggressione:

a) l’invasione o l’attacco da parte di forze armate di uno Stato del territorio di un altro Stato o qualunque occupazione militare, anche temporanea, che risulti da detta invasione o attacco o qualunque annessione, mediante l’uso della forza, del territorio di un altro Stato o di parte dello stesso;

b) il bombardamento da parte delle forze armate di uno Stato contro il territorio di un altro Stato o l’impiego di qualsiasi altra arma da parte di uno Stato contro il territorio di un altro Stato;

c) il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato;

d) l’attacco da parte delle forze armate di uno Stato contro le forze armate terrestri, navali o aeree di un altro Stato o contro la sua flotta navale o aerea;

e) l’utilizzo delle forze armate di uno Stato che si trovano nel territorio di un altro Stato con l’accordo di quest’ultimo, in violazione delle condizioni stabilite nell’accordo, o qualunque prolungamento della loro presenza in detto territorio dopo il termine dell’accordo;

f) il fatto che uno Stato permetta che il suo territorio, messo a disposizione di un altro Stato, sia utilizzato da quest’ultimo per commettere un atto di aggressione contro uno Stato terzo;

g) l’invio da parte di uno Stato, o in suo nome, di bande, gruppi, forze irregolari o mercenari armati che compiano atti di forza armata contro un altro Stato di gravità tale da essere equiparabili agli atti sopra citati o che partecipino in modo sostanziale a detti atti.

(Articolo introdotto con l'emendamento allo Statuto approvato dalla Conferenza di Kampala il 10 giugno 2010. Testi originali e stato delle ratifiche: https://treaties.un.org/Pages/ViewDetails.aspx?src=TREATY&mtdsg_no=XVIII-10-b&chapter=18&lang=en)

 

Va tenuto conto che la Corte penale internazionale non giudica gli organismi politici, ma le persone, riguardo alle quali la parola aggressione, che ha un forte connotato morale,  può avere un senso. Come disse Angela Merkel dopo l'invasione russa dell'Ucraina, essa non lo ha trattando di organismi politici come gli stati. Descrivendo l' "atto di aggressione" lo Statuto lo fa sempre in vista della responsabilità e della correlativa potestà punitiva riguardante una persona "in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l'azione politica e militare di uno Stato" e, ad un certo punto, "ordina" l'atto rilevante. Più complessa la situazione per gli organismi politici, per il motivo che, in genere, essi dichiarano di agire per difendersi e, in particolare gli Stati Uniti, hanno elaborato la teoria politica della "difesa preventiva". Fu questo il contesto, ad esempio,  in cui Israele, il 5-6-1967 iniziò la "Guerra dei sei giorni", lanciando un formidabile attacco aereo contro l'aviazione egiziana, sicuramente un "atto di aggressione" ai sensi dell'attuale Statuto della Corte penale internazionale per il quale le persone che lo ordinarono sarebbero oggi incriminate, ma che gli israeliani presentarono, del tutto a ragione come mi pare ritengano gli esperti, come "difesa preventiva", in quanto si ritenne imminente una invasione da parte dell'Egitto e degli altri stati arabi circostanti.

3. Nuova mitologia: dall’obbedienza alla resistenza

  3.1 La nostra visione del problema globale della guerra è fondamentalmente ancora quella che ci fu dietro il romanzo L’ultima spiaggia (On the beach) pubblicato nel 1957, l’anno in cui nacqui, dallo scrittore inglese Nevil Shute, vissuto tra l’Europa e l’Australia, dove morì nel 1960, ingegnere aeronautico, militare nelle due guerre mondiali (fu testimone dello sbarco in Normandia come giornalista militare). Il libro è ancora disponibile in ebook e kindle. Ne venne tratto un film nel 1959, del regista Stanley Kramer, del quale si fece un remake nel 2000, che però racconta una storia diversa nonostante lo stesso titolo. Da ragazzo, negli anni ’70, vidi in Tv il film del ’59, che veniva ciclicamente riproposto, perché all’epoca il tema era attuale. La storia è quella degli ultimi mesi di un’umanità sopravvissuta solo in Australia dopo una guerra combattuta con l’impiego massivo di armi termonucleari. Il fall out radioattivo, la ricaduta di elementi radioattivi proiettati nell’atmosfera dalle esplosioni, sta per uccidere la vita anche in quel continente, come già accaduto nel resto del mondo.  Viene captato un segnale radio dagli Stati Uniti e viene inviato un sommergibile per cercare eventuali sopravvissuti.

  Paradossalmente, tranquillizzava l’enormità delle conseguenze, perché si pensava che nessun governo avrebbe innescato un conflitto di quel genere, che in ogni caso avrebbe sterminato anche la propria gente. Alcuni ci videro addirittura un disegno provvidenziale, che avrebbe posto fine alle guerre globali di sterminio. Si parlò di equilibrio del terrore.

 Il filosofo Norberto Bobbio (1909-2004) nel suo libro "il problema della guerra e le vie della pace" Il Mulino '79-'97, nel paragrafo sull'equilibrio del terrore del cap 1 spiegò che, al contrario di come molte persone ritenevano, quell’equilibrio poteva produrre solo una lunga tregua:

 

«[...] coloro che oggi si richiamano all'equilibrio del terrore fondano le loro previsioni circa la fine (o sospensione praticamente illimitata) della guerra -per quanto possa sembrare paradossale- sulla sua possibilità, intendo sulla sua possibilità positiva, cioè sulla possibilità che avvenga. Questo apparente paradosso, su cui ha richiamato l'attenzione ripetutamente Raymond Aron, si può esprimere in questo modo: affermare che la guerra, giunta al grado di terribilità della guerra atomica, è divenuta impossibile, significa che si ritiene efficace la dissuasione esercitata attraverso la minaccia reciproca di distruzione, ma la dissuasione è efficace solo se la guerra è possibile. Se una delle due parti ritenesse impossibile la guerra, cioè il passaggio dallo stato di dissuasione attraverso la minaccia alla realizzazione della minaccia, la dissuasione avrebbe finito di operare; ma dove la dissuasione finisce, la guerra diventa di nuovo possibile. La situazione di equilibrio del terrore può essere definita come quella situazione in cui la guerra è diventata impossibile proprio per il fatto di essere ancora, nonostante tutto, possibile. Nel momento in cui la guerra diventasse o materialmente o moralmente impossibile (è la situazione descritta dalla filosofia della storia ottimistica del secolo scorso), la situazione definita come equilibrio del terrore non avrebbe più ragione di sussiste. La situazione di equilibrio del terrore è in grado di perdurare sono a che è nella misura in cui la guerra, in particolare la guerra nella sua forma estrema, è ancora materialmente possibile. La teoria dell'equilibrio del terrore non è una teoria della fine della guerra, cioè del passaggio inevitabile dallo stato di guerra allo stato di pace, bensì una teoria della continuazione dello stato di tregua, ovvero del non passaggio inevitabile dallo stato di pace inteso come tregua allo stato di guerra: non passaggio reso inevitabile non più dalla morte della guerra ma dalla sua perenne vitalità»

 

  Negli anni ’80, le superpotenze in possesso di migliaia di ordigni termonucleari iniziarono a dismettere i grandi bombardieri strategici destinati a sganciare le bombe termonucleari sugli obiettivi, come fatto dal l’aviazione statunitense in Giappone nell’agosto del 1945, perché la tecnologia aerospaziale pose a disposizione dei lanciatori formidabili, i grandi missili balistici e i missili da crociera, che potevano viaggiare ad altissime velocità. Di conseguenza si abbreviò molto il tempo della reazione utile ad un attacco con armi termonucleari, che si ridusse a pochi minuti con la creazione di batterie missilistiche in Europa centrale.

  Va tenuto conto che, nella guerra con impiego strategico di bombe atomiche veicolati da missili balistici super ed ipersonici, vince chi attacca per primo, perché quell’attacco non lascia all’attaccato risorse per reagire a sua volta con la stessa strategia. Quindi diventa essenziale l’avvistamento precoce dei lanci e la reazione, se si vuole che sia efficace, deve venire in quel momento, non al momento dell’arrivo dei missili sui bersagli, perché, in quel momento, chi è colpito potrebbe non essere più in condizioni di reagire.

  All’epoca gli stati con regimi comunisti del Patto di Varsavia avevano un grande superiorità numerica quanto a carri armati e gli Occidentali stimavano che, in caso di guerra iniziata da quella coalizione con l’impiego massivo di quei carri, l’Europa Occidentale sarebbe stata conquistata in pochi giorni, se non si fosse contrattaccato con armi termonucleari cercando di annientare rapidamente le installazioni termonucleari del nemico, prima che avesse il tempo di reagire. Allora quelli del Patto di Varsavia avanzarono le installazioni missilistiche nel centro Europa,  piazzando lanciatori SS20, al che la NATO rispose piazzando nello stesso teatro di possibile conflitto missili da crociera. Poi, nella seconda metà degli anni Ottanta, il regime sovietico russo iniziò una metamorfosi che rapidamente ne causò il collasso, di cui si prese atto nel 1991. Questa situazione,  con gli Stati Uniti rimasta unica superpotenza ancora in grado di reazione termonucleare massiva, perché l’arsenale russo andò incontro a rapida obsolescenza, iniziò a mutare dal 2014, a causa delle crisi ucraine.

  L’attuale guerra in Ucraina, nella quale sono coinvolte due potenze  dotate di un vastissimo arsenale di missili con testate atomiche (che si stimano  oltre tremila pronte all’uso  e quattromilacinquecento totali per ciascuna potenza nuclaere), è possibile per il paradosso spiegato da Bobbio: i russi minacciano di usare l’arma nucleare, ma gli Occidentali non credono alla minaccia, dunque la guerra è possibile e, infatti, continua.

  Oggi si teme ancora la situazione descritta il L’ultima spiaggia, ma si è rafforzata la fiducia nel fatto che l’arma termonucleare non sarà mai realmente impiegata in guerra (ad oggi lo fecero solo gli Stati Uniti, per due volte, nell’agosto 1945, sterminando la popolazione civile di due città giapponesi).

 Tuttavia il maggior pericolo per la sopravvivenza dell’umanità non deriva più tanto dal possibile fall out da impiego di armi radioattive, ma dall’interruzione traumatica delle relazioni globali economiche commerciali e finanziarie dalle quali oggi dipende la sopravvivenza di un’umanità mai cosi numerosa sulla Terra, malgrado la denatalità che si manifesta in alcune parti del mondo. Su questo non si è ancora fatto un film del filone catastrofico. Né scritto un romanzo, che io sappia.

  Il nostro immaginario sulla fine del mondo è ancora influenzato dai miti biblici del Diluvio universale e del fuoco dal Cielo su Sodoma e Gomorra. Una vendetta divina per la nostra malvagità, che ci casca addosso, appunto, come in quei miti e nell’immaginato fall out radioattivo globale.

  Negli anni ’70 nel mondo c’erano circa 4 miliardi di persone, oggi, circa cinquant’anni dopo, la popolazione è raddoppiata. La sopravvivenza di tutta questa gente, dappertutto, è legata alla permanenza delle intense relazioni commerciali che connettono tutte le economie del mondo, fenomeno parte di ciò che si intende globalizzazione  e che ha comportato il veloce miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni che un tempo venivano indicate come Terzo Mondo, ma anche che nelle nostre case la gran parte delle cose di uso comune provengono dalla Cina popolare. E’ una rivoluzione economica e finanziaria, ma anche culturale, che venne impostata dagli Stati Uniti d’America negli anni ’70 sotto la presidenza di Richard Nixon, quando vi collaborava Henry Kissinger, il grande stratega della rivoluzione nelle relazioni con i cinesi del regime comunista secondo Mao Tse Dong.

  Il provvidenziale equilibro del terrore come fattore di esclusione di guerre globali, intendendo per tali quelle che si estendono a tutto un continente o a più di un continente, è divenuto progressivamente un mito, cioè a dire una narrazione orientativa per la quale non si sente il dovere di verificare se corrisponde alla realtà. Non corrisponde più alla realtà.

  Altro mito è quello,  che le teologie cristiane hanno recepito da mitologie più antiche, secondo il quale l’ideale per una società è essere organizzata come un organismo vivente, nel quale ogni parte sta al posto suo a fare ciò che le viene assegnato secondo il ruolo che le è attribuito, con un vertice molto accentrato in un governo virtuoso e coeso che sia in grado di decidere razionalmente ed eticamente quando e fino a quando fare la guerra e quando e fino a quando resistervi, mentre le singole persone e gli altri gruppi che a quel potere sono soggetti non sarebbero in grado di farlo e dovrebbero solo obbedire ai comandi che ricevono, non essendo per ciò solo responsabili di una eventuale  guerra in ingiusta.

 L’esperienza del lungo periodo di pace europea scaturito dal processo di unificazione innescatosi dagli anni ’50 intorno a Francia, Germania e Italia e ora estesosi a 25 stati membri è invece nel senso che una pressione delle popolazioni su governi disposti a ordinare la mobilitazione bellica può mantenere la pace anche tra sistemi politici che nei secoli passati si sono combattuti senza quartiere e senza interruzione.

 Un esempio di questa pressione l’abbiamo sperimentato nelle elezioni per il Parlamento europeo di qualche giorno fa, nelle quali i partiti del presidente francese Macron e cancelliere tedesco Sholz, guidati da uomini che voglio l’intervento nella guerra in Ucraina di forze militari degli stati della NATO, sono stati duramente penalizzati.

3.2 Come scrivono gli storici dei cristianesimi, questi ultimi si sono manifestati sempre assai bellicosi, così come anche la Chiesa cattolica lo è sempre stata, praticamente sino al Papato di Angelo Roncalli.

  Le persone di fede sono state esortate ad ubbidire agli ordini di mobilitazione dei propri governi.

  Come ricordato dal prof. Savigni nell’articolo “Le premesse teologiche e culturali di lunga durata dell’atteggiamento del clero di fronte alla guerra: la dottrina della guerra giusta”, pubblicato in Guerra e pace nella riflessione nelle Chiese emiliano-romagnole del ‘900”, a cura di Maurizio Tagliaferri, edito da Editrice il nuovo diario messaggero – 2020, che citato sopra, negli anni Sessanta Lorenzo Milani fu duramente contrastato nella Chiesa cattolica italiana per la sua posizione favorevole all’obiezione di coscienza al servizio militare armato.

  La dottrina cattolica corrente considera le virtù militari del tutto compatibili con il vangelo e questo secondo una tradizione che si consolidò nel Quarto secolo, quando un cristianesimo fu integrato nell’ideologia di stato dell’impero romano e l’imperatore fu considerato il principale “Vicario” del Risorto.

  Nel contempo non è stata elaborata una “teologia della democrazia” e la dottrina è ancora permeata dell’antica diffidenza degli antichi maestri greci verso un governo affidato alla masse, considerate incolte e preda di passioni, incapaci di discernere razionalmente e secondo verità il bene comune.

 Questo spiega la persistente sfiducia della gerarchia cattolica verso la struttura istituzionale dell’Unione Europea e i suoi principi fondativi, considerati, contro l’esperienza di tanti anni di sviluppo del processo di aggregazione ed unificazione europea, come incompatibili con la costruzione di una comunità veramente solidale ed espressione di egoismi individualistici.

 Affidarsi a vertici molto accentrati ha condotto storicamente le masse cristiane in guerra, dal momento  che le persone espressione di quei centri di comando non erano meno preda di passioni, emozioni, ambizioni, avidità di ogni altra persona, solo che il loro grande potere consentiva loro di tradurle in  ordini di guerra. Inoltre è facilmente dimostrabile che più un centro di potere è limitato, quanto a persone che vi partecipano, meno è in grado di avere una visione realistica e completa della situazione e di fare previsioni affidabili. L’esperienza storica del fascismo mussoliniano ne è un eclatante esempio.

 Del resto, l’orientamento della dottrina cattolica in tema corrisponde a quello delle dottrine giuridiche che stanno dietro le istituzioni degli stati membri dell’Unione Europea e della stessa Unione Europea e, anzi, l’una e le altre si sono formate influenzandosi a vicenda.

  Si è dimostrato storicamente vano affidare i tentativi di prevenire le guerre al richiamo dei vertici degli stati  alle norme etiche, perché essi, da un lato in fondo ritengono di esserne esentati per la ragion di stato, e, dall’altro, organizzano ideologie giustificative in base alle quali ordinano la mobilitazione bellica sempre in stato di causa di giustificazione, la più forte delle quali è il diritto di difendersi. Ogni aggressore si è storicamente presentato come costretto a far guerra per difendersi e spesso è realmente così, perché le cause della guerra sono da individuarsi in frizione progressive dove ci si attacca da tutte le parti in potenziale conflitto, anche se poi l’attacco bellico viene sempre ordinato per prima da una di esse.

  Le democrazie avanzate contemporanee, a differenza di quelle, ad esempio, organizzate prima della Seconda guerra mondiale, contengono, però, nella loro ideologia istituzionale una componente anarchica, per la quale nessuna loro istituzione è veramente sovrana, cioè non soggetta ad alcun potere sopra di sé, nemmeno il mitico “popolo”. Prima delle istituzioni sovranazionali, che hanno dimostrato di poter far poco per prevenire le guerre salvo che siano coinvolte in processi di integrazione tra le loro popolazioni come avvenuto negli stati membri dell’Unione Europea, il principale antidoto politico agli ordini di guerra si è dimostrato consistere nei moti di resistenza suscitati  tra le popolazione di soggetti altamente scolarizzati, liberati dall’indigenza estrema, ai quali siano attribuiti, come diritti fondamentali, in nessun caso incomprimibili, poteri di obiezione di coscienza estesi, piena libertà di pensiero, di espressione, di riunione e manifestazione, ed esenzione da ritorsioni repressive nel caso di manifestazione ed esercizio dell’obiezione di coscienza e della  resistenza ad ordini di mobilitazione. Tutto ciò si può compendiare nella parola “resistenza”. Giuseppe Dossetti, nel lavoro in Assemblea Costituente, cercò di inserire in Costituzione il diritto di resistenza, non riuscendovi, anche se la dottrina in materia di diritto costituzionale ha comunque argomentato l’esistenza di un tale diritto, in base alle altre norme costituzionali. Ma indubbiamente ciò che viene esplicitamente espresso in una norma costituzionale ha più forza, anzitutto per il lavoro interpretativo che ne consegue per farlo vivere in tutto l’ordinamento giuridico.

  Il diritto di resistenza ha una componente che consiste nella definizione di ciò a cui non si può essere costretti nemmeno in base alla legge e un’altra che è il dovere di reagire in modo non violento all’ordine che costringesse a fare ciò che non si può essere costretti a fare.

  La guerra dovrebbe essere, appunto, ciò che non si può essere costretti a fare. L’ordine di mobilitazione dovrebbe poter essere dato, ma senza che i mobilitati possano essere costretti ad ottemperarvi. La legittimazione dell’ordine di mobilitazione serve a limitarlo nell’indicazione dei soggetti da cui può essere dato, della procedura giuridica da seguire per emanarlo  e dei suoi effetti. Il diritto di resistervi attivamente serve a limitarlo ulteriormente in un modo più efficace, perché una norma formale può essere elusa, ma il ritrarsi della popolazione da esso no.

 Quanto alla dottrina della fede, essa dovrebbe spingersi molto oltre, fino a fondare il dovere religioso di una ancor più ampia resistenza, desacralizzando totalmente le operazioni belliche, in modo che parteciparvi non possa mai essere considerato “carità” in senso religioso, e di resistere in modo nonviolento anche alla guerra ordinata dall’ordinamento politico di ciò che, in relazione all’ordine di mobilitazione dato dal proprio stato,  viene presentato come nemico,

  Tutto ciò nell’ottica di un reale “ripudio” della guerra e di qualsiasi giustificazione le venga data, anche riguardo a quella “di difesa”, che in realtà non lo è mai, perché sempre si combatte attaccando, a meno di non usare metodi nonviolenti.

  Le guerre cosiddette “di difesa”, infatti, mettono in pericolo la sopravvivenza dell’umanità non meno delle altre.

  Insomma bisognerebbe disallineare, teologia e dottrina religiosa, da una parte, e diritto positivo dall’altra, rinunciando a integrarli in una ideologia politico-religiosa unificata di stato e mantenendo l’alterità della fede religiosa. In sostanza occorre disfare l’integrazione “costantiniana”.

  Del resto il Maestro non fu né un capo politico né un capo militare, nonostante che le fantasie dei teologi abbiano finito per presentarcelo come tale, e, in particolare, fino alla sua morte e anche in quel tempo, dopo la Resurrezione, in cui è scritto che rimase ancora tra noi prima della sua Ascensione, non ordinò ai suoi seguaci di allora nessuna guerra, neanche di difesa, o per punire i suoi giudici e boia,  o per difendere diritti delle Chiese nascenti, e tantomeno per conquistare Gerusalemme, la città santa del giudaismo del suo tempo, o per prendere Roma per renderla tale per le Chiese. I suoi detti possono essere equivocati o travisati, il suo esempio di vita no.

  Non dobbiamo illuderci però: smontati i miti costantiniani dei sovrani sacralizzati con il potere di scatenare guerre sante, occorrerà costruire una mitologia alternativa, non fondata sull’idea di obbedienza, ma su quella di resistenza, perché senza mitologia non si costruiscono le società umane.

 Mario Ardigò

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica e MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale