Organizzare
la sinodalità
1. La sinodalità è un modo comunitario di vivere
la fede cristiana, fondato sull’agàpe: una forma di solidarietà empatica che si
esprime nella sollecitudine reciproca e misericordiosa, nella mitezza delle
relazioni personali e sociali, e in un esercizio dell’autorità basato
sull’autorevolezza riconosciuta. Essa comporta inoltre la ferma volontà di non
escludere alcuna componente della comunità e, al tempo stesso, di integrare
chi, provenendo dall’esterno, chiede di farne parte.
L’elemento
propriamente cristiano è l’agàpe, parola che ricevemmo dal greco antico del
Nuovo Testamento, è che è l’oggetto del comandamento nuovo, lì dove è
scritto che fu detto che ci fu lasciato il comandamento, appunto, di fare
agàpe.
«Io vi do un
comandamento nuovo: fate agàpe gli
uni con gli altri. Fate agàpe come
io ho fatto agape con voi! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se farete agape gli uni con gli altri».
Come si legge nel Vangelo secondo Giovanni,
capitolo 13, versetti 34 e 35.
Questa la traduzione letterale del brano
evangelico del comandamento nuovo che si trova nel Vangelo secondo Giovanni,
capitolo 13, versetti 34 e 35, che in greco è scritto così
ἐντολὴν καινὴν
δίδωμι ὑμῖν ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους, καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς ἵνα καὶ ὑμεῖς ἀγαπᾶτε ἀλλήλους. 35ἐν τούτῳ
γνώσονται πάντες ὅτι ἐμοὶ μαθηταί ἐστε, ἐὰν ἀγάπην ἔχητε ἐν ἀλλήλοις.
e si legge
Entolèn kainèn dídomi umìn ìna agapàte allèlus,
kathòs egàpesa umàs, ìna kài umèis agapàte allèlus.
En tùto gnòsonte pàn-tes òti emòi mathitài èste,
eàn agàpen èchete en allèlois.
dove ho evidenziato in
grassetto le parole che contengono agàpe e che in italiano traduciamo con amate,
ho amato, amore,
Io vi do un
comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo
tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri».
con la
possibilità dell’equivoco, che non può esservi nel greco antico, che si tratti più che altro di amore sentimentale,
di un trasporto emotivo, invece di un atteggiamento intenzionale, pratico, gratuito, effettivo, di cura,
sollecitudine, responsabilità verso le altre persone umane nelle relazioni con
loro, comprese quelle nelle quali si costruiscono le società e le si guidano.
Questo, per
chi, come me, non è teologo e non vuole
esserlo, o peggio solo sembrare tale senza esserlo veramente, è tutto
l’essenziale che serve per costruire la sinodalità ecclesiale. Lo direi così:
la sinodalità ecclesiale è l’agàpe evangelica, il comandamento nuovo.
La pratica in base alla quale, è scritto, si è riconosciuti come persone
cristiane.
Detto
questo, non si è neppure iniziato a fare sinodalità, anche se è
importante inserire i propri propositi di costruirla in un contesto evangelico.
Ecco,
nei quattro anni di confronti nelle
nostre Chiese in Italia sul tema della sinodalità, dall’ottobre 2021
all’ottobre 2025, si è arrivati più o meno solo a quel punto, salvo che per un
elemento, per altro molto importante: in quegli incontri si è cercato realmente
di praticare la sinodalità. E’
un’esperienza che ha coinvolto tanta gente, certo, ma una esigua minoranza, se
si considera quel numero a confronto con quello di tutte le persone che,
in Italia, in qualche modo, affidano la loro vita alla fede vissuta tra noi.
Dal mio
punto di vista, finora si è data troppa importanza ai teologi, che dovrebbero
iniziare a ragionare dopo che si
sono sperimentate esperienze agapiche, perché danno molta importanza
alle tradizioni e, almeno nelle nostre Chiese, una esperienza sinodale estesa a
tutte le persone di fede non s’è mai vissuta, tranne, si pensa, alle origini, per
le quali, tuttavia, le fonti affidabili sono molto carenti, per cui possiamo
limitarci solo a congetturare.
A ciò che ho
letto, da persona colta e non da specialista in discipline storiche o
teologiche, le comunità cristiane delle origini non ci sono note, infatti, attraverso fonti sistematiche, ma solo per
tracce episodiche e localizzate, senza che storicamente emerga un modello unico
e normativo delle comunità cristiane primitive. Un bel problema, perché le
teologie cristiane spesso hanno fondato le loro idee di riforma sul proposito
di tornare alle origini, e questa ultime sono tutt’altro che chiare, salvo volersi immaginare un
passato in linea sui propri propositi
per il futuro. Ma, appunto, lascio la questione ai teologi.
Se vogliamo
cominciare a praticare la sinodalità, sperimentandola dal basso, come è
assolutamente consigliabile nella nostra situazione ecclesiale, l’idea e il
proposito dell’agàpe evangelica sono tutto ciò che ci serve, almeno agli inizi.
Non abbiamo bisogno di pasticciare di più con la teologia, che è una disciplina
affascinante, ma è affidabile solo se si riesce a rispettarne le regole
metodologiche e se se ne sa abbastanza su ciò di cui si parla. Progressivamente
è diventata una vera e propria scienza, perché c’è veramente tanto da sapere.
Altrimenti poi si finisce per litigare sul nulla. Del resto, pensate che Gesù
sia stato un teologo? Non ha lasciato
scritto nulla. I suoi ci hanno tramandato quel detto sul comandamento nuovo.
I teologi cristiani sono stati invece enormemente prolifici: è impressionante la
mole di letteratura lasciata da quelli che chiamiamo Padri della Chiesa.
Sulle loro costruzioni ci si è duramente divisi, ci si è crudelmente combattuti
e via dicendo, perché la storia della teologia si intreccia in modo
indistricabile con quella delle terribili violenze a sfondo religioso che sono
cessate progressivamente… sapete da quando? Solo dalla metà del secolo scorso. Da
allora si è cominciato a scrivere e a insegnare che le religioni, non solo la
nostra, sarebbero vie per la pace, e questo contro l’evidenza della lunga
storia precedente. Vedremo. Mi piacerebbe che fosse realmente così. Vorrei
essere parte di questa nuova storia in cui la fede cristiana produca pace tra
le popolazioni: del resto un altro modo di definire l’agàpe evangelica è
proprio pace misericordiosa.
La
sinodalità, come l’agàpe, rimane un concetto finché non la si costruisce in una
collettività di fede. E’ lì che cominciano le difficoltà.
Nella
nostra Chiesa non mancano le folle che accorrono ai grandi eventi liturgici, ma
ci si lamenta un po’ dappertutto che sia molto difficile approfondire le
relazioni umane, costruendo comunità, e in particolare comunità sinodali.
Spesso i gruppi si formano intorno a qualche
personalità forte, la quale poi finisce fatalmente per prevaricare, anche in
buona fede. Questa situazione va quindi corretta, prima di iniziare a
progettare la sinodalità.
E’ spesso la
condizione in cui si trovano le parrocchie in cui tutto ruota intorno al
parroco, ed egli non vuole fare spazio da nessuna parte perché teme di perdere
il controllo. Qui il risultato è poi che chi non accetta di sottomettersi ad
un’autorità che è più che altro fondata su un’investitura legale dall’alto e
dall’esterno si allontana. Troviamo
allora che la vita della parrocchia, a parte le messe nei giorni di festa, vede
la presenza di cerchie molto ristrette, poche decine di persone, o anche meno. E
la gente, anche quando viene in chiesa, ci va più che altro per assistere passivamente. La sua vita rimane fuori.
L’obiettivo della sinodalità è di aprirle le porte.
2. Nelle
loro immaginifiche costruzioni, i teologi tendono a presentare la sinodalità
come un unico e uniforme modello di vivere la Chiesa, nelle varie relazioni
umane al suo interno. Nei processi sinodali celebrati negli anni scorsi, è
emersa invece la consapevolezza che la sinodalità va adattata ai vari contesti
sociali dove la si vuole indurre. Questo è comunque sempre un modo
di pensarla dall’esterno al modo di demiurghi, vale a di architetti sociali.
In
realtà, una volta che si è convinti della bontà della convivenza sinodale, come
espressione dell’agàpe evangelica, meglio ragionare, sì, su come organizzarla
avendo come riferimento la collettività specifica, ma tenendo conto delle sue
esigenze e capacità di sinodalità, quindi sulla base dei moventi sociali che
essa esprime e poi ponendosi all’interno di essa.
In
genere, i modelli di sinodalità proposti alla gente, in particolare nelle
collettività di prossimità, come le parrocchie, le uniche realmente esistenti,
in cui possono svilupparsi reali rapporti umani e in cui
la coesione è meno mediata dal mito e dal diritto, a differenza dei livelli
(considerati) superiori (almeno a livello gerarchico) in cui quegli elementi
sono preponderanti, sono troppo esigenti, e soprattutto non tengono conto della
concreta realtà umana di riferimento.
Ad
esempio: non è ragionevole, se si vuole essere efficaci, proporre a modello la
sinodalità espressa da monaci e frati, se la collettività di riferimento è
fatta di persone libere da particolari obblighi di stato religioso. E non
prenderei come riferimento le vite di particolari santi e sante molto popolari,
come ad esempio Francesco d’Assisi, perché inarrivabili in concreto dai più,
anche tenendo conto che le narrazioni sulle loro vite hanno presto o tardi
virato verso la mitologia, e il mito, per definizione, rimane inarrivabile. Sui
pesanti condizionamenti mitologici che gravano sulle narrazioni riguardanti
Francesco d’Assisi, possono leggersi due interessanti saggi di divulgativi,
rispettivamente di Alessandro Barbero, San Francesco, Laterza 2025,
e di Giulio Busi, Il cantico dell’umiltà. Vita di San Francesco, Mondadori
2025, disponibili anche in formato eBook e Kindle.
La
sinodalità dovrebbe potersi espandere per contagio imitativo, non per
imposizione di specialisti demiurghi, peggio se persi nelle fantasie della
teologia, le quali non sono tali solo se rimangono nell’ambito loro proprio,
della ricostruzione razionale della fede ecclesiale anche considerandone gli
sviluppi storici, ma lo diventano a contatto con la realtà sociale,
specialmente quando si sogna di poterla plasmare secondo quelle fantasie.
Chi
vuole dare una mano al processo dovrebbe anzitutto studiare dall’interno,
come sua parte, la collettività su cui pensa che si debba lavorare, e poi
trarne le conclusioni.
Una
volta, Joseph Ratzinger, fine teologo, criticò che dagli anni
Sessanta il prete debba dire la messa rivolto verso la gente, invece che verso
l’altare con al centro il Tabernacolo, con all’interno ciò che la teologia
descrive come Santissimo Sacramento, vale a dire
la presenza reale di Cristo, sotto le specie eucaristiche.
Il prete deve guardare la gente, ma spesso non è un bello spettacolo, osservò.
Ecco, questo atteggiamento che ogni teologo più o meno ad un certo punto
esprime, almeno nella mia esperienza, è particolarmente controindicato nel caso
si voglia suscitare la sinodalità in una collettività di fede. Non che ci si
sbagli sempre nel valutare in quel modo la gente che viene a messa:
effettivamente la società non sempre è un bello spettacolo, e, anzi, raramente
lo è veramente e del tutto, parlando sinceramente. Ma qual è l’insegnamento
evangelico in proposito? Gesù venne tra noi per rivolgersi
alla bella gente? E poi, se fossi prete o teologo, comincerei con
il guardare me stesso dal punto di vista dell’estetica spirituale: persone
superlative ci sono state e ci saranno sempre, ma in genere, se si affronta
onestamente questo esercizio, ci si ritrova in mezzo all’altra gente che si era
tentati di disprezzare. E’ da lì che bisogna partire. Perché, però, non
rivolgersi, tutti insieme, al soprannaturale di cui ci parlano le teologie,
distogliendo lo sguardo da sé stessi e dalle altre persone intorno, e finirla
lì? Osservo che non mi pare questa la missione che ci è stata affidata.
Gesù
si avvicinò e disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in
terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli;
battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E
sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo».
[Mt 28,
18-20 Traduzione interconfessionale in lingua corrente]
Comunque,
lascio ai teologi la questione. A me basta osservare che, in base
all’esperienza pratica, e ormai la mia è piuttosto lunga, se non si opera dall’interno della
collettività in cui si vuole indurre la sinodalità e non si tiene conto delle
sue esigenze e capacità di sinodalità, la cosa semplicemente non
funziona.
E,
invece, nei primi tre secoli dell’era cristiana, quando l’effervescenza sociale
fu massima e anche massima la sinodalità pluralistica, la cosa funzionò,
eccome, ma, attenzione, non come in genere si immagina quando la si mitizza e
non per un maggior sforzo missionario, ma per quella propagazione a
modo di contagio di cui dicevo.
Mia
madre studiò catechetica all’Università Salesiana di Roma. Tra i suoi libri di
testo ebbe di Ludwig Hertling, Storia della Chiesa. La penetrazione
dello spazio umano ad opera del cristianesimo, uscito nel 1967 in tedesco
ed edito da Città Nuova nel 1974. Hertling insegnò a lungo storia ecclesiastica
all’Università Gregoriana di Roma. Il suo testo uscì due anni dopo la fine del
Concilio Vaticano 2° e ne tiene conto. Lo utilizzo, anche se datato,
perché non può essere sicuramente tacciato di imprudenti fughe in
avanti.
Leggo
a pag. 29 e 30, nel paragrafo La diffusione del cristianesimo del
primo capitolo, La fondazione della Chiesa e il suo sviluppo nei primi
tre secoli:
Noi
dobbiamo raffigurarci i successi missionari dei primi banditori della fede,
almeno per quanto riguarda il numero dei convertiti, in proporzioni piuttosto
ridotte. Ben raramente essi riuscirono nelle singole città a guadagnare più di
qualche famiglia e piccoli gruppi familiari. Non troviamo infatti in nessun
luogo tracce di conversioni di massa, di intere località o regioni che abbiano
accolto la fede cristiane. Ancora nel III secolo Origene dice: «Non siamo un
popolo. Ora in questa, ora in quella città, un piccolo numero è giunto alla
fede, ma giammai, fin dagli inizi della predicazione della fede, si è unita a
noi di colpo un’intera popolazione. Non è di noi come del popolo
giudaico o di quello egiziano, quasi fossimo una stirpe perfettamente omogenea:
i cristiani si reclutano ad uno ad uno e provengono dalle più diverse
popolazioni» [Dall’omelia sul salmo 36], L’idea di
parecchi storici recenti , che il cristianesimo si sarebbe diffuso alla maniera
di un’ondata di entusiasmo è errata. Le conversioni non si verificarono in
seguito a suggestioni di massa, ma ciascun convertito era personalmente
cosciente di ciò che faceva. Solo ciò spiega anche lo stupore dei pagani, già
espresso da Plinio e di cui più tardi Tertulliano dà notizia, al vedere che si
incontravano dappertutto cristiani sena che nessuno sapesse donde provenissero.
[…]
E’ in
genere sorprendente che nelle fonti cristiane fino al IV secolo, e anche oltre,
si accenni appena ad uno slancio o magari ad un entusiasmo missionario. Si era
evidentemente così abituati a veder sempre nuovi uomini presentarsi per essere
accolti tra i cristiani, che non si avvertiva affatto il bisogno di aprire
apposite vie alla diffusione del Vangelo. Anche gli scritti degli apologisti,
che si rivolgono ai pagani, non sono veri e propri scritti di propaganda. Essi
si limitano a rigettare gli attacchi.
L’agàpe,
la sinodalità, la democrazia, ogni forma di convivenza sociale non dominata
dalla prevaricazione e dalla violenza, si sviluppano progressivamente verso
forme più intense e più inclusive, a partire dalla situazione concreta di una
particolare collettività di riferimento, tenendo conto dei vari fattori che
connotano le società umane, l’età, le culture di provenienza, le tradizioni
ricevute, le pressioni che in concreto vengono dall’ambiente. Lo si capì a caro
prezzo nell’azione propriamente missionaria tra i popoli cosiddetti primitivi,
dove si toccarono punte di ferocia incredibili, almeno agli inizi, per
rovesciarne completamente l’impostazione a ridosso e dopo il Concilio Vaticano
2°.
Ad
alcune persone questo non piace: o tutto o meglio niente, non accettano mezze
misure. Si vuole ottenere subito il massimo, per dire, ad esempio, che si segua
la via veramente esagerata (anche per i suoi tempi) di un Francesco d’Assisi,
consigliano, che però fu abbandonata rapidamente, lui stesso ancora vivente,
perché non corrispondente alle esigenze e alla capacità degli stessi uomini che
si era fatti frati secondo la sua regola. Così adesso quella figura di santo è
rifluita nel mito e lì svolge la sua importante funzione, perché nella
costruzione sociale li mito è indispensabile. Ma non è rifugiandosi solo in
quel mito che si è sviluppata la straordinaria, immensa, missione
evangelizzatrice francescana nel mondo, e in particolare nei tristi USA di oggi
che sembrano averne perso coscienza dove, dalla California al Texas,
troviamo grandi città che la ricordano, San Francisco, San Diego, San Josè
(contea di Santa Clara). Los Angeles, Santa Cruz, San Antonio, San Juan, El
Paso, Corpus Christi.
La
sinodalità, come l’agàpe, rientra nell’interiorità profonda di ogni persona di
fede, ma non se ne è capaci tutte e tutti nella stessa misura: la si impara e
la si sviluppa vivendola, e specialmente cercando di viverla in collettività
sempre più ampie e aperte alla gente intorno. Si sbaglia, ci si corregge, si
ritenta: ciò che c’è nel motto provando e riprovando, vale a
dire provando, correggendosi e ritentando dopo essersi corretti, adottato
dal Seicento nel pensiero scientifico moderno.
3. Quando si pone mano a qualsiasi
cosa nella nostra Chiesa ci si trova davanti ad ostacoli apparentemente
insormontabili, a meno che non si rimanga allo stato delle consuetudini e
frequentazioni informali.
La nostra struttura istituzionale
ecclesiastica è assolutistica e a me qui non interessa minimamente discuterne la
legittimazione e la fondatezza teologica. Non sono, non voglio essere, non
voglio essere considerato qualcosa di simile a un teologo. Anche se avessi in
qualche misura una competenza sufficiente, e non l’ho, rifiuterei l’ufficio di
teologo, pur consapevole che, come tanti altri mestieri necessari ma
spiacevoli, esso ha una sua ragion d’essere in ambito ecclesiastico. Ma a causa
delle teologie si è fatto tanto male, vi sono state violenze così efferate, e a
questo sono state portate di volta in volta tante giustificazioni, perché io
possa in coscienza anche solo considerare l’idea di spacciarmi per qualcosa di
simile a un teologo, almeno fino a che la comunità scientifica dei teologi non
farà i conti veramente con tutto quell’orrore che permea la storia fin dalle
origini. Fatto sta che lo strumento principale dell’assolutismo ecclesiastico è
proprio la teologia.
Non si può aprir bocca nella nostra Chiesa senza
che l’armamentario teologico reagisca per chiudertela.
In Italia la partita s’è chiusa con l’unità
nazionale, a lungo scomunicata dal Papato romano, espellendo la teologia dalle
università statali. E’ stato osservato che così, però, si è costretta la
teologia cattolica sotto il giogo dell’assolutismo ecclesiastico. Nelle
Università pontificie, istituzioni di grande valore propriamente scientifico,
anche nelle discipline teologiche, la vita mi pare sempre un po’ precaria: basta
una parola di un gerarca a cancellarti e tacitarti.
Così è e non dobbiamo aspettarci che
cambiamenti avvengano a stretto giro, come si dice. Ad alcune persone questo
rassicura, vale a dire che la nostra Chiesa sia indietro di trecento anni, come
riteneva una nostra grande anima, il caro Carlo Maria Martini, perché andando
così lenti non si rischia di essere sballottati qui è là dalle mode del
momento. Io osservo che questa arretratezza, che si è fatta selettiva, perché
riguarda più che altro ogni questione in cui è coinvolto l’esercizio del potere
ecclesiastico, ha fatto soffrire tanta gente di valore, con uno sconsiderato
spreco di risorse umane.
Ma come tenere tutto insieme senza questo
giogo dell’assolutismo ecclesiastico? Ad un certo punto è sempre servito, mi ha
obiettato un amico in uno degli scorsi incontri del Movimento ecclesiale di
impegno culturale. Non c’è altro modo per gestire la complessità dei sistemi
che l’ordine gerarchico. La storia lo dimostra chiaramente, fin dall’antichità.
Osservo, però, che conviene partire da questo
punto: da vent’anni si cerca di rivitalizzare le Chiese in Italia, in
particolare richiamando ad un maggiore impegno le persone non legate a
particolari condizioni di vita ecclesiastiche, vale a dire i più, e non ci si
riesce. Con il regno di papa Francesco si è pensato di farlo stimolando una
sinodalità ecclesiale in un modo che non c’era mai stato in passato, vale a
dire estendendola a tutti gli ambienti e a tutte le persone, quale che sia il
loro stato ecclesiastico.
Un anziano gerarca ecclesiastico, che ha
dominato in Italia al tempo di quello che alcuni storici della Chiesa hanno
iniziato a definire un lungo inverno, durato all’incirca dal 1985 al
2005, addirittura più o meno una generazione, ha detto che, così facendo, quel
Papa non ha tenuto sufficientemente conto della tradizione. E come dargli torto?
Ma che triste e feroce tradizione è stata quella dell’assolutismo!
Una
volta che ci si è decisi per questa sinodalità (ampiamente praticata nelle
altre Chiese cristiane), si può passare oltre alle questioni teologiche,
dandole per risolte (si è espressa anche la Commissione teologica
internazionale), e si può passare all’aspetto pratico, che è molto importante,
perché è inutile teorizzare di sinodalità prima di averla messa in pratica
sulla base del semplice, evidente, principio dell’agàpe evangelica.
4. Istituzioni a base comunitaria come le parrocchie,
viste come realmente sono, non si presentano come una comunità ma
come un coacervo di relazioni sociali di vario genere, alcune delle quali con
caratteristiche comunitarie e altre no.
Una
comunità è una cerchia di amicizie, che comporta frequentazione abituale e
condivisione di qualche aspetto della propria vita.
Gli esseri
umani, per insuperabili ragioni fisiologiche legate in particolare a come si
manifesta la loro mente, non sono capaci di cerche amicali vaste, e quindi di
comunità che vadano oltre la loro capacità amicale naturale, che, su base
sperimentale, si è visto non superare all’incirca 150 persone, alle quali però non
ci si lega con la medesima intimità, ma secondo relazioni organizzate spontaneamente per cerchie
concentriche, con relazioni via via più superficiali allontanandosi dal centro.
Le forme
organizzative che coordinano le vite di più gente sono mediate dal mito, da
elementi leggendari, dal rito e dal diritto. È questo è vero anche per una
grande parrocchia come la nostra.
Vediamo
miti, leggende e riti all’opera nel grande evento che si sta svolgendo ad
Assisi, con l’esposizione pubblica, in una teca trasparente, delle ossa dello
scheletro attribuito a Francesco d’Assisi.
Per la mia
professione ho assistito a molte autopsie. Nelle indagini giudiziarie i corpi
delle vittime sono anche un’importante fonte di informazioni, le quali,
rilevate dal medico legale o dall’anatomopatologo che esegue la procedura,
devono essere organizzate come elementi di prova dallo specialista in materia
legale, magistrato, avvocato, criminologo che sia. Tuttavia ho sempre vissuto
con orrore la spiacevole consuetudine di clero e religiosi di esporre ossa e
mummie di santi e sante per organizzarvi
intorno leggende e riti e così far convergere le masse. Questo è quanto di più
lontano si possa immaginare dalla sinodalità ecclesiale, anche se
l’allestimento suscita forti emozioni e in qualche modo quindi gratifica.
Qualcosa
del genere è stata organizzata a Mosca, in Russia, con il mausoleo dove è
esposta la mummia imbalsamata del leader comunista Lenin. Paradossalmente il
suo mito è sopravvissuto alla caduta del comunismo leninista in Russia ed è ora
utilizzato dall’attuale regime, inserendolo nel più vasto mito del “mondo
russo”.
Anche la
sinodalità, come ogni altra forma di costruzione sociale non può fare a meno di
mito, leggenda, rito e diritto, ma si connota per relazioni comunitarie reali,
non solo immaginate, con una specifica finalità che è quella partecipativa,
secondo il principio “Non senza di noi, non solo da noi”.
In un
evento come quello di Assisi di questi giorni, manca del tutto il “Non senza di noi”, anche se va
moltissima gente, ma ridotta alla condizione di semplici figuranti di un rito
che ha al centro la glorificazione di clero, religiosi, gerarchia, Papato
romano, vale a dire degli elementi più critici per la sinodalità.
Tutto
questo, però, dovrà convivere a lungo con lo sviluppo della sinodalità nella
nostra Chiesa. Inutile e controproducente perdere tempo e sprecare forze
criticandone l’utilità a fini religiosi, che in qualche modo c’è ancora,
perché, appunto, l’hanno sempre i miti, le leggende e i riti. Ma, ed è questo
che bisogna capire, una ecclesialità basata più che altro sui miti dei santi e
dei loro corpi è troppo povera e, soprattutto, non permette di lavorare bene
nella società per compiervi la missione delineata dalla dottrina sociale,
infondendo nelle società la novità dei
principi evangelici.
Detto
questo, si è appena agli inizi, ma un passo avanti si è comunque fatto se si è
acquisita consapevolezza che il lavoro in un gruppo sinodale è necessariamente
diverso dalle consuetudini, ad esempio, di un gruppo di preghiera o di quello
che partecipa a un qualche pellegrinaggio. La sinodalità non serve a rafforzare
l’immaginario collettivo ed emotivo, ma a portare la vita reale delle
persone dentro la vita ecclesiale, non semplicemente intorno.
5. Ogni ambiente sociale
ecclesiale può sostenere un particolare tipo di sinodalità. Prima di iniziare a
lavorarci sopra, è necessario quindi
capire quale sia.
In una parrocchia a questo non si pensa, di
solito. Si pensa ad un’offerta di attività organizzate e si vede chi ci sta,
chi ci viene. Si lavora con quelle persone, e le altre le si lascia perdere. Di
tanto in tanto compariranno, per una qualche liturgia particolare, per
celebrare una ricorrenza della vita, per portare una figlia o un figlio al
catechismo. Ma non si avvicineranno più di tanto.
Circa ottomila persone, ho stimato, gravitano
intorno alla nostra parrocchia per le
loro esigenze religiose, circa un migliaio si presentano regolarmente ad un
qualche tipo di liturgia, in prevalenza le persone più anziane e quelle che
hanno figlie e figlie nelle età della fanciullezza o della prima adolescenza, non
più di trecento frequentano anche altre attività organizzate in parrocchia e
poche decine, preti compresi, sono impegnate in attività sinodali in senso
lato, che prevedano un’effettiva partecipazione, in qualche modo. Al dunque, la
parrocchia è proprio, in realtà, proprio quelle decine di persone, e solo
quelle. Le altre sono gente che viene e che va, che a stento si riuscirebbe a
ricordare. Non un grande risultato, obiettivamente. Eppure sono sicuro che i
preti arrivano sfiniti al termine delle loro giornate. Questo perché il circolo
della sinodalità è troppo ristretto.
D’altra parte, allargandolo, si rischia di
perdere il controllo di quello che si fa e che allignino le stranezze
misticheggianti che sempre allignano in religione, e che non di rado sono anche
incoraggiate, perché tutto sommato è il modo più semplice per mantenere un
collegamento con la gente. In effetti, nonostante tutta la pretesa
secolarizzazione della nostra società, il sacro affascina ancora. La gente
accorre, diventa folla, intorno a certe realtà aumentate inscenate intorno al
sacro.
L’altro giorno in televisione, in una
trasmissione da Assisi, dove c’è l’ostensione di ossa attribuite a san
Francesco, un frate, rispondendo ad una domanda di una giornalista, si è
definito “specialista del sacro”. Se lo dice lui, sarà come dice, ho
pensato, ma non so quanto questo abbia poi a che fare realmente con
l’evangelizzazione.
La sinodalità richiede qualcosa di più
profondo e di più ancorato alla realtà. Però a questo non si è formati, né da
piccoli, né da grandi. Si viene in chiesa per sentir parlare del sacro, per vederlo
agire nelle liturgie, per contemplarlo nell’architettura e negli arredi. Se ne
è coinvolti emotivamente finché dura la messa in scena e poi si torna con i
piedi per terra.
Io comincerei dal chiedermi: c’è in
parrocchia gente che ha esigenze di sinodalità e che ha il profilo e le
competenze necessari per viverla? Temo che l’indagine potrebbe demoralizzare.
Tutto sommato alle persone sta bene che la chiesa sia il luogo dove si va a
sentire il prete e lasciar fare tutto a lui. L’impegno costa tempo e fatica, il
tempo è poco nelle età centrali della vita, in cui si arriva a sera piuttosto
stanchi.
Il
Consiglio pastorale parrocchiale
dovrebbe essere l’organismo che stimola e sorregge la sinodalità,
vivendola prima di tutto al suo interno. Da noi, come in molte altre
parrocchie, è caduto in desuetudine, così come quella sorta di suo doppione, in
teoria più dinamico e agile, che è l’equipe pastorale. Questi due organismi
potrebbero cominciare con l’organizzare audizioni della gente per intercettare
le sue esigenze e le sue capacità di sinodalità e anche una vera e propria
scuola di sinodalità, in cui cominciare a farne tirocinio.
L’obiettivo potrebbe essere quello di indurre
e sostenere una rete parrocchiale di circoli sinodali, nei quali cominciare ad
andare oltre la semplice partecipazione passiva, quando si va per ascoltare e
al più per ripetere preghiere secondo un copione scritto in altra sede.
In un circolo sinodale, come lo stesso
Consiglio pastorale parrocchiale può iniziare ad essere, si porta la propria
vita a contatto con una fede condivisa, mentre adesso rimane in genere fuori, o
meglio solo dentro di sé.
Così
poi ci si può orientare sul da farsi decidendo insieme e dividendosi i compiti,
senza che tutto ricada sulle spalle del prete. Non tanto per quello che c’è da
fare in parrocchia, ma per ciò che conviene fare fuori, nella società civile
intorno. Un circolo sinodale può diventare in tal modo una importante istituzione per l’orientamento
personale, qualcosa che va anche sotto il nome di mondo vitale, perché
dà senso alla vita.
6. Dall’enciclica La magnifica umanità:
Una
verifica per la Chiesa
86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a
cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è
anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre
chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti
anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto
di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti,
è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione». Ciò richiede attenzione al modo di prendere
decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo
identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la
cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione.
87. In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo
e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e
dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando
ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la
partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità
nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non
nominali.
88. La solidarietà, per la comunità cristiana, trova la sua sorgente nel
mistero di Cristo e si nutre dell’Eucaristia. Essa nasce dalla comunione nella
fede e nei Sacramenti: il Battesimo e la Confermazione ci uniscono in Cristo,
per farci essere un solo corpo e un solo spirito, un cuor solo e un’anima sola
(cfr Ef 4,4; At 4,32). L’Eucaristia, sacramento dell’unità, alimenta la nostra
appartenenza al corpo di Cristo e ci educa alla condivisione. Le diverse
sensibilità presenti nella Chiesa, le convinzioni forti che animano ciascuno,
sono ricchezza se restano ancorate alla certezza dell’unità come dono ricevuto
e come compito da assumere.
89. Vivere la giustizia nella Chiesa significa bonificare le relazioni e le
strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze,
opacità e prevaricazioni. A riguardo, l’ascolto delle vittime di abusi
spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza è parte
integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del
danno, la giusta riparazione e la prevenzione. Ogni potere è al servizio della
comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio.
Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei
Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella
condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le
risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi
nessuno sia bisognoso (cfr At 4,34) e perché la loro amministrazione sostenga
la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri. Sono da promuovere forme
regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali, che
non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione
orientati alla missione. Nella misura in cui siamo aperti all’azione dello
Spirito Santo, questi principi della Dottrina sociale diventano carne nella
vita ecclesiale. In tal modo la Chiesa è in grado di offrire alla società un
segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella
corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale
possibilità.
L’enciclica La magnifica umanità
ha
inserito la sinodalità ecclesiale nel concetto di sussidiarietà, che significa,
in quell’ambito, «riconoscere
e sostenere la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali,
valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la
libertà evangelica» e « promuovere forme regolari di
valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali».
In
particolare questo implica anche abituarsi a motivare ogni provvedimento adottato, perché è solo
sulla base della motivazione che si può poi discuterne. E discuterne, significa
accettare di doverne rendere conto davanti alla comunità di riferimento, perché
possa essere condiviso e perché, secondo le capacità e competenze di ciascuna
persona, possa essere anche sviluppato, integrato, modificato, ove ritenuto
necessario, in particolare sulla base dell’esperienza.
Questo risulta particolarmente
ostico al clero al quale sono affidate posizione di potere nell’interesse
pubblico, perché in quell’ambito si è abituati a rendere conto solo ai superiori.
L'art. 3 della legge 7 agosto 1990, n.
241, in materia di procedimento amministrativo, stabilisce un principio
generale che risponde all'esigenza di un esercizio razionale e verificabile del
potere pubblico:
Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti
l'organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il
personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal comma 2 [atti
normativi e atti a contenuto generale]. La motivazione deve indicare i
presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione
dell'amministrazione, in relazione alle risultanze dell'istruttoria.
Questa norma è espressione del principio
di legalità, cardine dello Stato di diritto: il potere amministrativo si
esercita solo in base alla legge e nei limiti da essa fissati, e chi lo
esercita deve renderne conto, esplicitando i fatti accertati e le ragioni
giuridiche della decisione. Solo così il cittadino può comprenderla e, se del caso,
contestarla, e il giudice può verificarne la legittimità.
Ne va anche della dignità di chi subisce l’esercizio
del potere pubblico ed è una situazione che riguarda anche i poteri ecclesiastici:
ecco perché se ne tratta a questo proposito in un’enciclica dedicata alla custodia
della persona umana.
In genere, clero, religiosi e anche
persone laiche alle quali sia affidato un qualche ministero o incarico sono
insofferenti del dover rendere conto del proprio operato, pensando di
trovarsi un po’ nella condizione di un padre nei confronti dei figli minori, e questo anche
quando hanno a che fare con persona adulte: è appunto quel paternalismo che
soffoca la libertà evangelica menzionato
nell’enciclica La magnifica umanità. Per aiutare che ha responsabilità ecclesiali
ad assumere quello stile sinodale di cui pure si scrive nell’enciclica, occorre darsi
la regola di vita di non accettare decisioni immotivate e di sollecitare
le ragioni di ciò che è stato deciso, a costo di indisporre un po’ persone alle
quali comunque si è legate da amicizia, rispetto, devozione.
Poi
occorre anche riservare un po’ di tempo a discutere delle decisioni
prese, una volta conosciutane la motivazione. Ma anche, a distanza di tempo, a
verificarne l’effetto, per vedere se occorre modificarle o integrarle. Nei documenti
finali dei processi sinodali sulla sinodalità, mondiale e italiano, se ne
parla, con termine inglese, come dell’accountability, che significa il
dover rendere conto del proprio operato, in particolare di ciò di cui si è considerati
responsabili, come sempre avviene nel caso di esercizio di un potere
nell’interesse altrui. La responsabilità è la condizione di chi può essere chiamato a
spiegare di come ha fatto qualcosa. In
democrazia, se si agisce nell’interesse pubblico, la responsabilità non
è solo verso i superiori, verso l’altro, ma, in particolare, verso coloro nel
cui interesse si dichiara di agire e coloro che subiscono gli effetti di un
provvedimento. Ma, si dice, la Chiesa non è una democrazia, e certo è
molto di più, fondata come è sull’agàpe
evangelica, nel cui quadro ogni
potere è servizio. Agàpe è solidarietà sollecita e ci si sente responsabili di tutto e per
tutto: nessuno rimane solo a servire, ma tutti servono. Questo è il
fondamento della sinodalità ecclesiale.
Quando si parla di sinodalità in ambito
ecclesiale spesso si suscitano risentimenti o peggio, perché sembra come se non
ci fidasse dei molti padre che ci
sono stati istituiti. Ma non è questo, naturalmente. Si ricordino coloro che
esercitano un qualche potere ecclesiale: se si decide da soli, poi in genere
si rimane soli. Se la decisione non è presa con una procedura che coinvolga
l’impegno della gente nell’interesse della quale si decide, c’è il rischio che
quella gente non se ne senta coinvolta e si allontani. D’altra parte le persone raramente sono formate alla sinodalità e
accettano, fino ad un certo limite, il paternalismo con cui sono trattate, ma
non oltre. La sinodalità richiede in primo luogo una conquista culturale diffusa
e poi di fare tirocinio in concreto: parlarne non basta.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente
papa – Roma, Monte Sacro, Valli – blog:
acvivearomavalli.blogspot.com – ardigo.mario@virgilio.it