INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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mercoledì 30 settembre 2026

Organizzare la sinodalità

 

Organizzare la sinodalità

 

1.  La sinodalità è un modo comunitario di vivere la fede cristiana, fondato sull’agàpe: una forma di solidarietà empatica che si esprime nella sollecitudine reciproca e misericordiosa, nella mitezza delle relazioni personali e sociali, e in un esercizio dell’autorità basato sull’autorevolezza riconosciuta. Essa comporta inoltre la ferma volontà di non escludere alcuna componente della comunità e, al tempo stesso, di integrare chi, provenendo dall’esterno, chiede di farne parte.

  L’elemento propriamente cristiano è l’agàpe, parola che ricevemmo dal greco antico del Nuovo Testamento, è che è l’oggetto del comandamento nuovo, lì dove è scritto che fu detto che ci fu lasciato il comandamento, appunto, di fare agàpe.

 

«Io vi do un comandamento nuovo: fate agàpe gli uni con gli altri. Fate agàpe come io ho fatto agape con voi! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se  farete agape gli uni con gli altri».

 Come si legge nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 13, versetti 34 e 35.

 

 Questa la traduzione letterale del brano evangelico del comandamento nuovo  che si trova nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 13, versetti 34 e 35, che in greco è scritto così

 

ἐντολὴν καινὴν δίδωμι ὑμῖν ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους, καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς ἵνα καὶ ὑμεῖς ἀγαπᾶτε ἀλλήλους. 35ἐν τούτῳ γνώσονται πάντες ὅτι ἐμοὶ μαθηταί ἐστε, ἐὰν ἀγάπην ἔχητε ἐν ἀλλήλοις. 

 

e si legge

 

Entolèn kainèn dídomi umìn ìna agapàte allèlus,
kathòs egàpesa umàs, ìna kài umèis agapàte allèlus.
En tùto gnòsonte pàn-tes òti emòi mathitài èste,
eàn agàpen èchete en allèlois.

 

  dove ho evidenziato in grassetto le parole che contengono agàpe  e che in italiano traduciamo con amate, ho amato, amore,

 

Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri».

 

 con la possibilità dell’equivoco, che non può esservi nel greco antico,  che si tratti più che altro di amore sentimentale, di un trasporto emotivo, invece di un  atteggiamento intenzionale,  pratico, gratuito, effettivo, di cura, sollecitudine, responsabilità verso le altre persone umane nelle relazioni con loro, comprese quelle nelle quali si costruiscono le società e le si guidano.

  Questo, per chi, come me,  non è teologo e non vuole esserlo, o peggio solo sembrare tale senza esserlo veramente, è tutto l’essenziale che serve per costruire la sinodalità ecclesiale. Lo direi così: la sinodalità ecclesiale è l’agàpe evangelica, il comandamento nuovo. La pratica in base alla quale, è scritto, si è riconosciuti come persone cristiane.

 Detto questo, non si è neppure iniziato a fare sinodalità, anche se è importante inserire i propri propositi di costruirla in un contesto evangelico.

  Ecco, nei  quattro anni di confronti nelle nostre Chiese in Italia sul tema della sinodalità, dall’ottobre 2021 all’ottobre 2025, si è arrivati più o meno solo a quel punto, salvo che per un elemento, per altro molto importante: in quegli incontri si è cercato realmente  di praticare la sinodalità. E’ un’esperienza che ha coinvolto tanta gente, certo, ma una esigua minoranza, se si considera quel numero a confronto con quello di tutte le persone che, in Italia, in qualche modo, affidano la loro vita alla fede vissuta tra noi.

  Dal mio punto di vista, finora si è data troppa importanza ai teologi, che dovrebbero iniziare a ragionare dopo  che si sono sperimentate esperienze agapiche, perché danno molta importanza alle tradizioni e, almeno nelle nostre Chiese, una esperienza sinodale estesa a tutte le persone di fede non s’è mai vissuta, tranne, si pensa, alle origini, per le quali, tuttavia, le fonti affidabili sono molto carenti, per cui possiamo limitarci solo a congetturare.

 A ciò che ho letto, da persona colta e non da specialista in discipline storiche o teologiche, le comunità cristiane delle origini non ci sono note, infatti,  attraverso fonti sistematiche, ma solo per tracce episodiche e localizzate, senza che storicamente emerga un modello unico e normativo delle comunità cristiane primitive. Un bel problema, perché le teologie cristiane spesso hanno fondato le loro idee di riforma sul proposito di tornare alle origini, e questa ultime sono tutt’altro che  chiare, salvo volersi immaginare un passato  in linea sui propri propositi per il futuro. Ma, appunto, lascio la questione ai teologi.

  Se vogliamo cominciare a praticare la sinodalità, sperimentandola dal basso, come è assolutamente consigliabile nella nostra situazione ecclesiale, l’idea e il proposito dell’agàpe evangelica sono tutto ciò che ci serve, almeno agli inizi. Non abbiamo bisogno di pasticciare di più con la teologia, che è una disciplina affascinante, ma è affidabile solo se si riesce a rispettarne le regole metodologiche e se se ne sa abbastanza su ciò di cui si parla. Progressivamente è diventata una vera e propria scienza, perché c’è veramente tanto da sapere. Altrimenti poi si finisce per litigare sul nulla. Del resto, pensate che Gesù sia stato un teologo?  Non ha lasciato scritto nulla. I suoi ci hanno tramandato quel detto sul comandamento nuovo. I teologi cristiani sono stati invece enormemente prolifici: è impressionante la mole di letteratura lasciata da quelli che chiamiamo Padri della Chiesa. Sulle loro costruzioni ci si è duramente divisi, ci si è crudelmente combattuti e via dicendo, perché la storia della teologia si intreccia in modo indistricabile con quella delle terribili violenze a sfondo religioso che sono cessate progressivamente… sapete da quando? Solo dalla metà del secolo scorso. Da allora si è cominciato a scrivere e a insegnare che le religioni, non solo la nostra, sarebbero vie per la pace, e questo contro l’evidenza della lunga storia precedente. Vedremo. Mi piacerebbe che fosse realmente così. Vorrei essere parte di questa nuova storia in cui la fede cristiana produca pace tra le popolazioni: del resto un altro modo di definire l’agàpe evangelica è proprio pace misericordiosa.

  La sinodalità, come l’agàpe, rimane un concetto finché non la si costruisce in una collettività di fede. E’ lì che cominciano le difficoltà.

  Nella nostra Chiesa non mancano le folle che accorrono ai grandi eventi liturgici, ma ci si lamenta un po’ dappertutto che sia molto difficile approfondire le relazioni umane, costruendo comunità, e in particolare comunità sinodali.

 Spesso i gruppi si formano intorno a qualche personalità forte, la quale poi finisce fatalmente per prevaricare, anche in buona fede.  Questa situazione va quindi corretta, prima di iniziare a progettare la sinodalità.

 E’ spesso la condizione in cui si trovano le parrocchie in cui tutto ruota intorno al parroco, ed egli non vuole fare spazio da nessuna parte perché teme di perdere il controllo. Qui il risultato è poi che chi non accetta di sottomettersi ad un’autorità che è più che altro fondata su un’investitura legale dall’alto e dall’esterno si allontana.  Troviamo allora che la vita della parrocchia, a parte le messe nei giorni di festa, vede la presenza di cerchie molto ristrette, poche decine di persone, o anche meno. E la gente, anche quando viene in chiesa, ci va più che altro per assistere  passivamente. La sua vita rimane fuori. L’obiettivo della sinodalità è di aprirle le porte.

2.  Nelle loro immaginifiche costruzioni, i teologi tendono a presentare la sinodalità come un unico e uniforme modello di vivere la Chiesa, nelle varie relazioni umane al suo interno. Nei processi sinodali celebrati negli anni scorsi, è emersa invece la consapevolezza che la sinodalità va adattata ai vari contesti sociali dove la si vuole indurre. Questo  è comunque sempre un modo di pensarla dall’esterno al modo di demiurghi, vale a di architetti sociali.

  In realtà, una volta che si è convinti della bontà della convivenza sinodale, come espressione dell’agàpe evangelica, meglio ragionare, sì, su come organizzarla avendo come riferimento la collettività specifica, ma tenendo conto delle sue esigenze e capacità di sinodalità, quindi sulla base dei moventi sociali che essa esprime e poi ponendosi all’interno  di essa.

  In genere, i modelli di sinodalità proposti alla gente, in particolare nelle collettività di prossimità, come le parrocchie, le uniche realmente  esistenti, in cui possono svilupparsi reali  rapporti umani e in cui la coesione è meno mediata dal mito e dal diritto, a differenza dei livelli (considerati) superiori (almeno a livello gerarchico) in cui quegli elementi sono preponderanti, sono troppo esigenti, e soprattutto non tengono conto della concreta realtà umana di riferimento.

  Ad esempio: non è ragionevole, se si vuole essere efficaci, proporre a modello la sinodalità espressa da monaci e frati, se la collettività di riferimento è fatta di persone libere da particolari obblighi di stato religioso. E non prenderei come riferimento le vite di particolari santi e sante molto popolari, come ad esempio Francesco d’Assisi, perché inarrivabili in concreto dai più, anche tenendo conto che le narrazioni sulle loro vite hanno presto o tardi virato verso la mitologia, e il mito, per definizione, rimane inarrivabile. Sui pesanti condizionamenti mitologici che gravano sulle narrazioni riguardanti Francesco d’Assisi, possono leggersi due interessanti saggi di divulgativi, rispettivamente di Alessandro Barbero, San Francesco, Laterza 2025, e di Giulio Busi, Il cantico dell’umiltà. Vita di San Francesco, Mondadori 2025, disponibili anche in formato eBook e Kindle.

  La sinodalità dovrebbe potersi espandere per contagio imitativo, non per imposizione di specialisti demiurghi, peggio se persi nelle fantasie della teologia, le quali non sono tali solo se rimangono nell’ambito loro proprio, della ricostruzione razionale della fede ecclesiale anche considerandone gli sviluppi storici,  ma lo diventano a contatto con la realtà sociale, specialmente quando si sogna  di poterla plasmare secondo quelle fantasie.

  Chi vuole dare una mano al processo dovrebbe anzitutto studiare dall’interno, come sua parte, la collettività su cui pensa che si debba lavorare, e poi trarne le conclusioni.

  Una volta, Joseph Ratzinger, fine teologo, criticò  che dagli anni Sessanta il prete debba dire la messa rivolto verso la gente, invece che verso l’altare con al centro il Tabernacolo, con all’interno ciò che la teologia descrive come Santissimo Sacramento,  vale a dire la presenza reale di Cristo, sotto le specie eucaristiche. Il prete deve guardare la gente, ma spesso non è un bello spettacolo, osservò. Ecco, questo atteggiamento che ogni teologo più o meno ad un certo punto esprime, almeno nella mia esperienza, è particolarmente controindicato nel caso si voglia suscitare la sinodalità in una collettività di fede. Non che ci si sbagli sempre nel valutare in quel modo la gente che viene a messa: effettivamente la società non sempre è un bello spettacolo, e, anzi, raramente lo è veramente e del tutto, parlando sinceramente. Ma qual è l’insegnamento evangelico in proposito? Gesù venne tra  noi per rivolgersi alla bella gente? E poi, se fossi prete o teologo, comincerei con il guardare me stesso dal punto di vista dell’estetica spirituale: persone superlative ci sono state e ci saranno sempre, ma in genere, se si affronta onestamente questo esercizio, ci si ritrova in mezzo all’altra gente che si era tentati di disprezzare. E’ da lì che bisogna partire. Perché, però, non rivolgersi, tutti insieme, al soprannaturale di cui ci parlano le teologie, distogliendo lo sguardo da sé stessi e dalle altre persone intorno, e finirla lì? Osservo che non mi pare questa la missione che ci è stata affidata.

 

 Gesù si avvicinò e disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo».

[Mt 28, 18-20 Traduzione interconfessionale in lingua corrente]

 

  Comunque, lascio ai teologi la questione. A me basta osservare che, in base all’esperienza pratica, e ormai la mia è piuttosto lunga, se non si opera dall’interno  della collettività in cui si vuole indurre la sinodalità e non si tiene conto delle sue esigenze e capacità di sinodalità, la cosa semplicemente non funziona.

  E, invece, nei primi tre secoli dell’era cristiana, quando l’effervescenza sociale fu massima e anche massima la sinodalità pluralistica, la cosa funzionò, eccome, ma, attenzione, non come in genere si immagina quando la si mitizza e non per un maggior sforzo missionario, ma per quella propagazione a modo di contagio di cui dicevo.

  Mia madre studiò catechetica all’Università Salesiana di Roma. Tra i suoi libri di testo ebbe di Ludwig Hertling, Storia della Chiesa. La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo, uscito nel 1967 in tedesco ed edito da Città Nuova nel 1974. Hertling insegnò a lungo storia ecclesiastica all’Università Gregoriana di Roma. Il suo testo uscì due anni dopo la fine del Concilio Vaticano 2° e  ne tiene conto. Lo utilizzo, anche se datato, perché non può essere sicuramente tacciato di imprudenti fughe in avanti.

  Leggo a pag. 29 e 30, nel paragrafo La diffusione del cristianesimo del primo capitolo, La fondazione della Chiesa e il suo sviluppo nei primi tre secoli:

 

 Noi dobbiamo raffigurarci i successi missionari dei primi banditori della fede, almeno per quanto riguarda il numero dei convertiti, in proporzioni piuttosto ridotte. Ben raramente essi riuscirono nelle singole città a guadagnare più di qualche famiglia e piccoli gruppi familiari. Non troviamo infatti in nessun luogo tracce di conversioni di massa, di intere località o regioni che abbiano accolto la fede cristiane. Ancora nel III secolo Origene dice: «Non siamo un popolo. Ora in questa, ora in quella città, un piccolo numero è giunto alla fede, ma giammai, fin dagli inizi della predicazione della fede, si è unita a noi di  colpo un’intera popolazione. Non è di noi come del popolo giudaico o di quello egiziano, quasi fossimo una stirpe perfettamente omogenea: i cristiani si reclutano ad uno ad uno e provengono dalle più diverse popolazioni» [Dall’omelia sul salmo 36], L’idea di parecchi storici recenti , che il cristianesimo si sarebbe diffuso alla maniera di un’ondata di entusiasmo è errata. Le conversioni non si verificarono in seguito a suggestioni di massa, ma ciascun convertito era personalmente cosciente di ciò che faceva. Solo ciò spiega anche lo stupore dei pagani, già espresso da Plinio e di cui più tardi Tertulliano dà notizia, al vedere che si incontravano dappertutto cristiani sena che nessuno sapesse donde provenissero.

[…]

E’ in genere sorprendente che nelle fonti cristiane fino al IV secolo, e anche oltre, si accenni appena ad uno slancio o magari ad un entusiasmo missionario. Si era evidentemente così abituati a veder sempre nuovi uomini presentarsi per essere accolti tra i cristiani, che non si avvertiva affatto il bisogno di aprire apposite vie alla diffusione del Vangelo. Anche gli scritti degli apologisti, che si rivolgono ai pagani, non sono veri e propri scritti di propaganda. Essi si limitano a rigettare gli attacchi.

 

 L’agàpe, la sinodalità, la democrazia, ogni forma di convivenza sociale non dominata dalla prevaricazione e dalla violenza, si sviluppano progressivamente verso forme più intense e più inclusive, a partire dalla situazione concreta di una particolare collettività di riferimento, tenendo conto dei vari fattori che connotano le società umane, l’età, le culture di provenienza, le tradizioni ricevute, le pressioni che in concreto vengono dall’ambiente. Lo si capì a caro prezzo nell’azione propriamente missionaria tra i popoli cosiddetti primitivi, dove si toccarono punte di ferocia incredibili, almeno agli inizi, per rovesciarne completamente l’impostazione a ridosso e dopo il Concilio Vaticano 2°.

   Ad alcune persone questo non piace: o tutto o meglio niente, non accettano mezze misure. Si vuole ottenere subito il massimo, per dire, ad esempio, che si segua la via veramente esagerata (anche per i suoi tempi) di un Francesco d’Assisi, consigliano, che però fu abbandonata rapidamente, lui stesso ancora vivente, perché non corrispondente alle esigenze e alla capacità degli stessi uomini che si era fatti frati secondo la sua regola. Così adesso quella figura di santo è rifluita nel mito e lì svolge la sua importante funzione, perché nella costruzione sociale li mito è indispensabile. Ma non è rifugiandosi solo in quel mito che si è sviluppata la straordinaria, immensa, missione evangelizzatrice francescana nel mondo, e in particolare nei tristi USA di oggi che sembrano averne perso  coscienza dove, dalla California al Texas, troviamo grandi città che la ricordano, San Francisco, San Diego, San Josè (contea di Santa Clara). Los Angeles, Santa Cruz, San Antonio, San Juan, El Paso, Corpus Christi.

  La sinodalità, come l’agàpe, rientra nell’interiorità profonda di ogni persona di fede, ma non se ne è capaci tutte e tutti nella stessa misura: la si impara e la si sviluppa vivendola, e specialmente cercando di viverla in collettività sempre più ampie e aperte alla gente intorno. Si sbaglia, ci si corregge, si ritenta: ciò che c’è nel motto  provando e riprovando, vale a dire provando, correggendosi e ritentando dopo essersi corretti,  adottato dal Seicento nel pensiero scientifico moderno.

3.  Quando si pone mano a qualsiasi cosa nella nostra Chiesa ci si trova davanti ad ostacoli apparentemente insormontabili, a meno che non si rimanga allo stato delle consuetudini e frequentazioni informali.

  La nostra struttura istituzionale ecclesiastica è assolutistica e a me qui non interessa minimamente discuterne la legittimazione e la fondatezza teologica. Non sono, non voglio essere, non voglio essere considerato qualcosa di simile a un teologo. Anche se avessi in qualche misura una competenza sufficiente, e non l’ho, rifiuterei l’ufficio di teologo, pur consapevole che, come tanti altri mestieri necessari ma spiacevoli, esso ha una sua ragion d’essere in ambito ecclesiastico. Ma a causa delle teologie si è fatto tanto male, vi sono state violenze così efferate, e a questo sono state portate di volta in volta tante giustificazioni, perché io possa in coscienza anche solo considerare l’idea di spacciarmi per qualcosa di simile a un teologo, almeno fino a che la comunità scientifica dei teologi non farà i conti veramente con tutto quell’orrore che permea la storia fin dalle origini. Fatto sta che lo strumento principale dell’assolutismo ecclesiastico è proprio la teologia.

  Non si può aprir bocca nella nostra Chiesa senza che l’armamentario teologico reagisca per chiudertela.

  In Italia la partita s’è chiusa con l’unità nazionale, a lungo scomunicata dal Papato romano, espellendo la teologia dalle università statali. E’ stato osservato che così, però, si è costretta la teologia cattolica sotto il giogo dell’assolutismo ecclesiastico. Nelle Università pontificie, istituzioni di grande valore propriamente scientifico, anche nelle discipline teologiche, la vita mi pare sempre un po’ precaria: basta una parola di un gerarca a cancellarti e tacitarti.

  Così è e non dobbiamo aspettarci che cambiamenti avvengano a stretto giro, come si dice. Ad alcune persone questo rassicura, vale a dire che la nostra Chiesa sia indietro di trecento anni, come riteneva una nostra grande anima, il caro Carlo Maria Martini, perché andando così lenti non si rischia di essere sballottati qui è là dalle mode del momento. Io osservo che questa arretratezza, che si è fatta selettiva, perché riguarda più che altro ogni questione in cui è coinvolto l’esercizio del potere ecclesiastico, ha fatto soffrire tanta gente di valore, con uno sconsiderato spreco di risorse umane.

  Ma come tenere tutto insieme senza questo giogo dell’assolutismo ecclesiastico? Ad un certo punto è sempre servito, mi ha obiettato un amico in uno degli scorsi incontri del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Non c’è altro modo per gestire la complessità dei sistemi che l’ordine gerarchico. La storia lo dimostra chiaramente, fin dall’antichità.

  Osservo, però, che conviene partire da questo punto: da vent’anni si cerca di rivitalizzare le Chiese in Italia, in particolare richiamando ad un maggiore impegno le persone non legate a particolari condizioni di vita ecclesiastiche, vale a dire i più, e non ci si riesce. Con il regno di papa Francesco si è pensato di farlo stimolando una sinodalità ecclesiale in un modo che non c’era mai stato in passato, vale a dire estendendola a tutti gli ambienti e a tutte le persone, quale che sia il loro stato ecclesiastico.

  Un anziano gerarca ecclesiastico, che ha dominato in Italia al tempo di quello che alcuni storici della Chiesa hanno iniziato a definire un lungo inverno, durato all’incirca dal 1985 al 2005, addirittura più o meno una generazione, ha detto che, così facendo, quel Papa non ha tenuto sufficientemente conto della tradizione. E come dargli torto? Ma che triste e feroce tradizione è stata quella dell’assolutismo!

   Una volta che ci si è decisi per questa sinodalità (ampiamente praticata nelle altre Chiese cristiane), si può passare oltre alle questioni teologiche, dandole per risolte (si è espressa anche la Commissione teologica internazionale), e si può passare all’aspetto pratico, che è molto importante, perché è inutile teorizzare di sinodalità prima di averla messa in pratica sulla base del semplice, evidente, principio dell’agàpe evangelica.

4.  Istituzioni a base comunitaria come le parrocchie, viste come realmente sono, non si presentano come una comunità ma come un coacervo di relazioni sociali di vario genere, alcune delle quali con caratteristiche comunitarie e altre no.

  Una comunità è una cerchia di amicizie, che comporta frequentazione abituale e condivisione di qualche aspetto della propria vita.

  Gli esseri umani, per insuperabili ragioni fisiologiche legate in particolare a come si manifesta la loro mente, non sono capaci di cerche amicali vaste, e quindi di comunità che vadano oltre la loro capacità amicale naturale, che, su base sperimentale, si è visto non superare all’incirca 150 persone, alle quali però non ci si lega con la medesima intimità, ma secondo  relazioni organizzate spontaneamente per cerchie concentriche, con relazioni via via più superficiali allontanandosi dal centro.

  Le forme organizzative che coordinano le vite di più gente sono mediate dal mito, da elementi leggendari, dal rito e dal diritto. È questo è vero anche per una grande parrocchia come la nostra.

  Vediamo miti, leggende e riti all’opera nel grande evento che si sta svolgendo ad Assisi, con l’esposizione pubblica, in una teca trasparente, delle ossa dello scheletro attribuito a Francesco d’Assisi.

  Per la mia professione ho assistito a molte autopsie. Nelle indagini giudiziarie i corpi delle vittime sono anche un’importante fonte di informazioni, le quali, rilevate dal medico legale o dall’anatomopatologo che esegue la procedura, devono essere organizzate come elementi di prova dallo specialista in materia legale, magistrato, avvocato, criminologo che sia. Tuttavia ho sempre vissuto con orrore la spiacevole consuetudine di clero e religiosi di esporre ossa e mummie di santi e sante  per organizzarvi intorno leggende e riti e così far convergere le masse. Questo è quanto di più lontano si possa immaginare dalla sinodalità ecclesiale, anche se l’allestimento suscita forti emozioni e in qualche modo quindi gratifica.

  Qualcosa del genere è stata organizzata a Mosca, in Russia, con il mausoleo dove è esposta la mummia imbalsamata del leader comunista Lenin. Paradossalmente il suo mito è sopravvissuto alla caduta del comunismo leninista in Russia ed è ora utilizzato dall’attuale regime, inserendolo nel più vasto mito del “mondo russo”.

 Anche la sinodalità, come ogni altra forma di costruzione sociale non può fare a meno di mito, leggenda, rito e diritto, ma si connota per relazioni comunitarie reali, non solo immaginate, con una specifica finalità che è quella partecipativa, secondo il principio “Non senza di noi, non solo da noi”.

  In un evento come quello di Assisi di questi giorni, manca del tutto il “Non senza di noi”, anche se va moltissima gente, ma ridotta alla condizione di semplici figuranti di un rito che ha al centro la glorificazione di clero, religiosi, gerarchia, Papato romano, vale a dire degli elementi più critici per la sinodalità.

  Tutto questo, però, dovrà convivere a lungo con lo sviluppo della sinodalità nella nostra Chiesa. Inutile e controproducente perdere tempo e sprecare forze criticandone l’utilità a fini religiosi, che in qualche modo c’è ancora, perché, appunto, l’hanno sempre i miti, le leggende e i riti. Ma, ed è questo che bisogna capire, una ecclesialità basata più che altro sui miti dei santi e dei loro corpi è troppo povera e, soprattutto, non permette di lavorare bene nella società per compiervi la missione delineata dalla dottrina sociale, infondendo nelle società  la novità dei principi evangelici.

  Detto questo, si è appena agli inizi, ma un passo avanti si è comunque fatto se si è acquisita consapevolezza che il lavoro in un gruppo sinodale è necessariamente diverso dalle consuetudini, ad esempio, di un gruppo di preghiera o di quello che partecipa a un qualche pellegrinaggio. La sinodalità non serve a rafforzare l’immaginario collettivo ed emotivo, ma a portare la vita reale delle persone dentro la vita ecclesiale, non semplicemente intorno.

 

5.  Ogni ambiente sociale ecclesiale può sostenere un particolare tipo di sinodalità. Prima di iniziare a lavorarci sopra,  è necessario quindi capire quale sia.

  In una parrocchia a questo non si pensa, di solito. Si pensa ad un’offerta di attività organizzate e si vede chi ci sta, chi ci viene. Si lavora con quelle persone, e le altre le si lascia perdere. Di tanto in tanto compariranno, per una qualche liturgia particolare, per celebrare una ricorrenza della vita, per portare una figlia o un figlio al catechismo. Ma non si avvicineranno più di tanto.

  Circa ottomila persone, ho stimato, gravitano intorno alla  nostra parrocchia per le loro esigenze religiose, circa un migliaio si presentano regolarmente ad un qualche tipo di liturgia, in prevalenza le persone più anziane e quelle che hanno figlie e figlie nelle età della fanciullezza o della prima adolescenza, non più di trecento frequentano anche altre attività organizzate in parrocchia e poche decine, preti compresi, sono impegnate in attività sinodali in senso lato, che prevedano un’effettiva partecipazione, in qualche modo. Al dunque, la parrocchia è proprio, in realtà, proprio quelle decine di persone, e solo quelle. Le altre sono gente che viene e che va, che a stento si riuscirebbe a ricordare. Non un grande risultato, obiettivamente. Eppure sono sicuro che i preti arrivano sfiniti al termine delle loro giornate. Questo perché il circolo della sinodalità è troppo ristretto.

  D’altra parte, allargandolo, si rischia di perdere il controllo di quello che si fa e che allignino le stranezze misticheggianti che sempre allignano in religione, e che non di rado sono anche incoraggiate, perché tutto sommato è il modo più semplice per mantenere un collegamento con la gente. In effetti, nonostante tutta la pretesa secolarizzazione della nostra società, il sacro affascina ancora. La gente accorre, diventa folla, intorno a certe realtà aumentate inscenate intorno al sacro.

  L’altro giorno in televisione, in una trasmissione da Assisi, dove c’è l’ostensione di ossa attribuite a san Francesco, un frate, rispondendo ad una domanda di una giornalista, si è definito “specialista del sacro”. Se lo dice lui, sarà come dice, ho pensato, ma non so quanto questo abbia poi a che fare realmente con l’evangelizzazione.

  La sinodalità richiede qualcosa di più profondo e di più ancorato alla realtà. Però a questo non si è formati, né da piccoli, né da grandi. Si viene in chiesa per sentir parlare del sacro, per vederlo agire nelle liturgie, per contemplarlo nell’architettura e negli arredi. Se ne è coinvolti emotivamente finché dura la messa in scena e poi si torna con i piedi per terra.

  Io comincerei dal chiedermi: c’è in parrocchia gente che ha esigenze di sinodalità e che ha il profilo e le competenze necessari per viverla? Temo che l’indagine potrebbe demoralizzare. Tutto sommato alle persone sta bene che la chiesa sia il luogo dove si va a sentire il prete e lasciar fare tutto a lui. L’impegno costa tempo e fatica, il tempo è poco nelle età centrali della vita, in cui si arriva a sera piuttosto stanchi.

 Il  Consiglio pastorale parrocchiale  dovrebbe essere l’organismo che stimola e sorregge la sinodalità, vivendola prima di tutto al suo interno. Da noi, come in molte altre parrocchie, è caduto in desuetudine, così come quella sorta di suo doppione, in teoria più dinamico e agile, che è l’equipe pastorale. Questi due organismi potrebbero cominciare con l’organizzare audizioni della gente per intercettare le sue esigenze e le sue capacità di sinodalità e anche una vera e propria scuola di sinodalità, in cui cominciare a farne tirocinio.

  L’obiettivo potrebbe essere quello di indurre e sostenere una rete parrocchiale di circoli sinodali, nei quali cominciare ad andare oltre la semplice partecipazione passiva, quando si va per ascoltare e al più per ripetere preghiere secondo un copione scritto in altra sede.

  In un circolo sinodale, come lo stesso Consiglio pastorale parrocchiale può iniziare ad essere, si porta la propria vita a contatto con una fede condivisa, mentre adesso rimane in genere fuori, o meglio solo dentro di sé.

  Così poi ci si può orientare sul da farsi decidendo insieme e dividendosi i compiti, senza che tutto ricada sulle spalle del prete. Non tanto per quello che c’è da fare in parrocchia, ma per ciò che conviene fare fuori, nella società civile intorno. Un circolo sinodale può diventare in tal modo  una importante istituzione per l’orientamento personale, qualcosa che va anche sotto il nome di mondo vitale, perché dà senso alla vita.

6. Dall’enciclica La magnifica umanità:

 

Una verifica per la Chiesa

 

86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione».  Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione.

87. In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.

88. La solidarietà, per la comunità cristiana, trova la sua sorgente nel mistero di Cristo e si nutre dell’Eucaristia. Essa nasce dalla comunione nella fede e nei Sacramenti: il Battesimo e la Confermazione ci uniscono in Cristo, per farci essere un solo corpo e un solo spirito, un cuor solo e un’anima sola (cfr Ef 4,4; At 4,32). L’Eucaristia, sacramento dell’unità, alimenta la nostra appartenenza al corpo di Cristo e ci educa alla condivisione. Le diverse sensibilità presenti nella Chiesa, le convinzioni forti che animano ciascuno, sono ricchezza se restano ancorate alla certezza dell’unità come dono ricevuto e come compito da assumere.

89. Vivere la giustizia nella Chiesa significa bonificare le relazioni e le strutture ecclesiali da quelle distorsioni che producono disuguaglianze, opacità e prevaricazioni. A riguardo, l’ascolto delle vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza è parte integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione. Ogni potere è al servizio della comunione e della missione. Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio. Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi nessuno sia bisognoso (cfr At 4,34) e perché la loro amministrazione sostenga la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri. Sono da promuovere forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali, che non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione orientati alla missione. Nella misura in cui siamo aperti all’azione dello Spirito Santo, questi principi della Dottrina sociale diventano carne nella vita ecclesiale. In tal modo la Chiesa è in grado di offrire alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità.

 

 L’enciclica La magnifica umanità ha inserito la sinodalità ecclesiale nel concetto di sussidiarietà, che significa, in quell’ambito, «riconoscere e sostenere la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica» e « promuovere forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali».

  In particolare questo implica anche abituarsi a motivare  ogni provvedimento adottato, perché è solo sulla base della motivazione che si può poi discuterne. E discuterne, significa accettare di doverne rendere conto davanti alla comunità di riferimento, perché possa essere condiviso e perché, secondo le capacità e competenze di ciascuna persona, possa essere anche sviluppato, integrato, modificato, ove ritenuto necessario, in particolare sulla base dell’esperienza.

  Questo risulta particolarmente ostico al clero al quale sono affidate posizione di potere nell’interesse pubblico, perché in quell’ambito si è abituati a rendere conto solo ai superiori.

  L'art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, in materia di procedimento amministrativo, stabilisce un principio generale che risponde all'esigenza di un esercizio razionale e verificabile del potere pubblico:

 

Ogni provvedimento amministrativo, compresi quelli concernenti l'organizzazione amministrativa, lo svolgimento dei pubblici concorsi ed il personale, deve essere motivato, salvo che nelle ipotesi previste dal comma 2 [atti normativi e atti a contenuto generale]. La motivazione deve indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell'amministrazione, in relazione alle risultanze dell'istruttoria.

 

  Questa norma è espressione del principio di legalità, cardine dello Stato di diritto: il potere amministrativo si esercita solo in base alla legge e nei limiti da essa fissati, e chi lo esercita deve renderne conto, esplicitando i fatti accertati e le ragioni giuridiche della decisione. Solo così il cittadino può comprenderla e, se del caso, contestarla, e il giudice può verificarne la legittimità.

  Ne va anche della dignità di chi subisce l’esercizio del potere pubblico ed è una situazione che riguarda anche i poteri ecclesiastici: ecco perché se ne tratta a questo proposito in un’enciclica dedicata alla custodia della persona umana.

  In genere, clero, religiosi e anche persone laiche alle quali sia affidato un qualche ministero o incarico sono insofferenti del dover rendere conto del proprio operato, pensando di trovarsi un po’ nella condizione di un padre  nei confronti dei figli minori, e questo anche quando hanno a che fare con persona adulte: è appunto quel paternalismo che soffoca la libertà evangelica  menzionato nell’enciclica La magnifica umanità.  Per aiutare che ha responsabilità ecclesiali ad assumere quello stile sinodale  di cui pure si scrive nell’enciclica, occorre darsi la regola di vita di non accettare decisioni immotivate e di sollecitare le ragioni di ciò che è stato deciso, a costo di indisporre un po’ persone alle quali comunque si è legate da amicizia, rispetto, devozione.

  Poi  occorre anche riservare un po’ di tempo a discutere delle decisioni prese, una volta conosciutane la motivazione. Ma anche, a distanza di tempo, a verificarne l’effetto, per vedere se occorre modificarle o integrarle. Nei documenti finali dei processi sinodali sulla sinodalità, mondiale e italiano, se ne parla, con termine inglese, come dell’accountability, che significa il dover rendere conto del proprio operato, in particolare di ciò di cui si è considerati responsabili, come sempre avviene nel caso di esercizio di un potere nell’interesse altrui. La responsabilità  è la condizione di chi può essere chiamato a spiegare di come ha fatto qualcosa. In  democrazia, se si agisce nell’interesse pubblico, la responsabilità non è solo verso i superiori, verso l’altro, ma, in particolare, verso coloro nel cui interesse si dichiara di agire e coloro che subiscono gli effetti di un provvedimento. Ma, si dice, la Chiesa non è una democrazia, e certo è molto di più,  fondata come è sull’agàpe  evangelica, nel cui quadro ogni potere è servizio. Agàpe è solidarietà sollecita  e ci si sente responsabili di tutto e per tutto: nessuno rimane solo a servire, ma tutti servono. Questo è il fondamento della sinodalità ecclesiale.

  Quando si parla di sinodalità in ambito ecclesiale spesso si suscitano risentimenti o peggio, perché sembra come se non ci fidasse dei molti padre  che ci sono stati istituiti. Ma non è questo, naturalmente. Si ricordino coloro che esercitano un qualche potere ecclesiale: se si decide da soli, poi in genere si rimane soli. Se la decisione non è presa con una procedura che coinvolga l’impegno della gente nell’interesse della quale si decide, c’è il rischio che quella gente non se ne senta coinvolta e si allontani. D’altra parte le persone  raramente sono formate alla sinodalità e accettano, fino ad un certo limite, il paternalismo con cui sono trattate, ma non oltre. La sinodalità richiede in primo luogo una conquista culturale diffusa e poi di fare tirocinio in concreto: parlarne non basta.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – blog: acvivearomavalli.blogspot.com – ardigo.mario@virgilio.it