AZIONE
CATTOLICA ITALIANA
Gruppo
parrocchiale in San Clemente papa
Primo contatto con l’enciclica “La
magnifica umanità – Magnifica humanitas”
Riunione del 7 novembre 2026
0. L’enciclica La magnifica umanità – Magnifica
humanitas è stata firmata il 15 maggio 2026 dal papa Leone quattordicesimo.
Sul nostro
gruppo Whatsapp potete ascoltare i ventidue podcast video che sono stati
finora pubblicati, dal 28 maggio al 31 ottobre 2026, per il nostro gruppo per
affrontare l’enciclica. Ne trovate i testi e i link di accesso sul blog acvivearomavalli.blogspot.com
. Si è arrivati ad esaminare in dettaglio l’enciclica fino alla sezione sul
principio di solidarietà, nel secondo capitolo, Fondamenti e principi della
dottrina sociale della Chiesa.
1. Il documento è un’enciclica sociale. Vale a
dire che contiene indicazioni per
l’impegno cristiano nella società, per ordinarla secondo i principi evangelici,
prendendo consapevolezza di ciò che in essa non va, discernendo il bene, fronteggiando le novità dei tempi e progettando
linee di azione collettiva.
La parola enciclica ci viene dal greco
antico, come molte altre in uso nella nostra religione, e significa lettera
circolare, quindi rivolta a più destinatari. L’enciclica è stata pubblicata
contemporaneamente solo in arabo, francese, inglese, italiano, polacco,
portoghese, spagnolo, tedesco, non in
latino come nel passato, anche se, come d’uso le si è dato anche un nome in
latino. Questa decisione è stata presa nel quadro del nuovo Regolamento
generale della Curia Romana, dato nel 2025. La scelta ha un senso, tenendo
conto che uno degli episodi biblici su cui l’enciclica è centrata è quello
della confusione delle lingue narrato nella storia della Torre di Babele e che
nell’enciclica la pluralità delle lingue non è vista in modo negativo.
L’enciclica La magnifica umanità si compone di 245 unità tematiche, distinte
ciascuna da un numero, suddivise in una Introduzione e in cinque capitoli così intitolati: “Un
pensiero dinamico e fedele al Vangelo”, “Fondamenti e principi della dottrina
sociale della Chiesa”, “La grandezza della persona umana davanti alle promesse
dell’Intelligenza artificiale”, “Custodire l’umano nella transizione. Verità,
lavoro e libertà”, “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”. In ogni capitolo sono stati inseriti dei
titoletti per chiarire il contenuto di gruppi di unità tematiche minori
distinte da numeri.
L’enciclica
ha per oggetto, come dichiara il sottotitolo, la custodia della persona umana nel nostro
tempo, segnato dalla pressione delle culture
della potenza. Queste abusano in particolare del potere sociale
alimentato dalle applicazioni dei sistemi informatici capaci di produrre forme
di intelligenza non umana, o artificiale.
Nel primo capitolo il carattere dinamico della
dottrina sociale della Chiesa, vale a dire di quella parte del Magistero che
riguarda i problemi sociali: essa viene adattata ai tempi che si vivono. Nel
secondo capitolo troviamo una rassegna dei principi della dottrina sociale
contemporanea, che si fa partire dall’enciclica Delle novità – Rerum
novarum, data sotto l’autorità del papa Leone tredicesimo nel 1891, con
insegnamenti sulla loro attuazione nell’età nostra.
L’umanità è
detta magnifica: La magnificenza dell’umanità non è quella, vana e
illusoria, dei potenti del mondo, ma è quella che è data dall’essere il luogo
dove Dio desidera abitare ed in effetti abita, in quanto creata da Dio e
illuminata da Gesù il Cristo: da ciò scaturisce anche la dignità inviolabile
delle persone umane.
2. Uno dei due principali riferimenti
biblici dell’enciclica è il racconto della costruzione della città e della
torre di Babele, narrato nel libro della Genesi, al capitolo 11, versetti da 1
a 9 [Gen 11,1-9]. L’altro è la narrazione, contenuta nel libro di Neemia, del
restauro delle mura di Gerusalemme e del risanamento della città, compiuto nel
Quinto secolo prima di Cristo, durante il dominio persiano. Lo guidò il
riformatore Neemia, un ebreo al servizio della corte persiana, che il re
Artaserse I aveva inviato a Gerusalemme come governatore. Tutta la popolazione,
della città e dei villaggi vicini, fece la propria parte collaborando
solidalmente, e insieme alle mura venne ravvivata l’antica fede.
Riporto di seguito il brano del libro della
Genesi, nel testo della Traduzione interconfessionale in lingua corrente:
Un tempo tutta l’umanità parlava
la stessa lingua e usava le stesse parole. Emigrati dall’oriente gli
uomini trovarono una pianura nella regione di Sinar [Bibbia
CEI 2008 trascrive il testo ebraico in Sennaar, in altre traduzione c’è Shin’àr]
e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Forza! Prepariamoci mattoni
e cuociamoli al fuoco!». Pensarono di adoperare mattoni al posto delle pietre e
bitume invece della calce. Poi dissero: «Forza! Costruiamoci una città!
Faremo una torre alta fino al cielo! Così diventeremo famosi e non saremo
dispersi in ogni parte del mondo!».
Il Signore scese per osservare la
città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Disse: «Ecco, tutti
quanti formano un sol popolo e parlano la stessa lingua. E questo non è che il
principio delle loro imprese! D’ora in poi saranno in grado di fare tutto quel
che vogliono! Andiamo a confondere la loro lingua: così non potranno più
capirsi tra loro».
E il Signore li disperse di là in
tutto il mondo; perciò furono costretti a interrompere la costruzione della
città. La città fu chiamata Babele [Confusione] perché fu
lì che il Signore confuse la lingua degli uomini e li disperse in tutto il
mondo.
Gli esegeti evidenziano che Babili, che significa Porta di Dio, era il nome in accadico (la lingua parlata
anticamente in Mesopotamia) di Babilonia; Bavel ne è la forma ebraica.
Nel testo biblico il nome Bavel viene associato per assonanza al verbo
ebraico balal
("confondere"), creando un gioco di parole che collega la città
all'episodio della confusione delle lingue.
Gli esegeti contemporanei, che studiano i
testi biblici per chiarirne il significato, evidenziano che la storia biblica
della costruzione di Babele manifesta una polemica contro la civiltà
babilonese, nella quale nel 6° secolo a. C. genti israelitiche avevano
trascorso lunghi anni di esilio. L’episodio biblico è mitico, non fa quindi
riferimento ad un preciso fatto storico, ma nella città di Babele la tradizione
esegetica ha sempre riconosciuto Babilonia, la splendida capitale di quella
civiltà, città fortificata con una maestosa torre templare, un ziggurat, una
torre a gradoni, una specie di piramide a terrazze, con sulla sommità un tempio
al dio Marduk, la principale divinità babilonese.
Nei secoli, la
tradizione interpretativa sul brano biblico, quella rabbinica e quella dei
Padri della Chiesa, ha spostato
l’accento sulla costruzione della torre, così alta da voler raggiungere il
cielo e quindi da voler sfidare lo stesso Dio. Ma nel testo biblico si narra
che i costruttori volevano edificare una città, con una torre alta fino al
cielo, non solo quest’ultima. Gli esegeti contemporanei osservano che nel brano
biblico si volle polemizzare contro le imprese totalitarie e assolutistiche dei
potenti re assiri e sul loro fare affidamento su costruzioni smisurate, simbolo
del loro potere. Da questa angolazione è centrale l’aspetto politico degli imperi
assiro-babilonesi, criticando l’intento di omologare l’umanità, concentrandola
in un’unica città fortificata per evitarne la dispersione. Gli esegeti
contemporanei osservano che non era
questo il patto stabilito da Dio con l’essere umano nel suo venire all’esistenza, e poi reiterato a Noè e ai suoi figli alla
fine del Diluvio: comprendeva il comando di riempire la terra. Il
movimento desiderato da Dio era dunque centrifugo, dal centro verso l’esterno,
non centripeto, di concentrazione in un luogo; il suo progetto era la
differenza e l’espansione, non l’uniformità e la concentrazione, il suo disegno
era l’eteronomia e la molteplicità, non l’esclusivismo. Il mondo pluriforme e
multiculturale di Dio viene così ad opporsi a quello fanatico, settario e
omologante dei costruttori di Babele, nel quale la chiusura e il rifiuto
di tutto ciò che è altro assurgevano a norma e a fine, negli angusti limiti
dell’autopreservazione identitaria. E’ in questo orizzonte che
nell’enciclica si procede.
Leggiamo nell’enciclica al n.7:
[…] è
un’opera concepita senza riferimento a Dio, sostenuta da un’uniformità che
elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione.
Quando la città si edifica sull’orgoglio e sulla pretesa di bastare a se
stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si confondono e gli esseri umani
non si comprendono più. Il risultato non è l’unità, ma la dispersione. Babele
rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge
dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza,
sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il
cielo senza la benedizione di Dio.»
E ancora:
«Evitiamo
la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli,
l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico –
anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in
dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il
futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo.»
Leggiamo
ancora nell’enciclica, al n.1, in
apertura:
La magnifica
umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare
una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano
insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio
tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona
sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni
epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.
E poi l’esortazione centrale nell’enciclica, a
conclusione dell’introduzione, al n.16:
16. A
tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di
buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel
cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza,
lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e
l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i
poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e
sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la
verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr Sal
85,11). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci
attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del
Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di
pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele
e di unire le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la
propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore
dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.
Mario Ardigò, per il gruppo parrocchiale di Azione Cattolica in San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli.

