La magnifica Umanità
Enciclica MAG26
Introduzione
3. La via di
Neemia
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al podcast video:
Nella figura: un esempio di algoritmo di
intelligenza artificiale
Continuo ad esaminare in dettaglio
l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio. Ho anche elaborato
e diffuso una sintesi ristretta e un testo condensato dell’Introduzione,
che allego di seguito, come via per
accostarsi progressivamente al testo integrale, che è piuttosto complesso e
quindi impegnativo. Proseguirò condensando tutta l’enciclica.
L’enciclica parte dalla constatazione che ci
troviamo nel mezzo di una svolta epocale, di cui non possiamo ancora prevedere
con chiarezza gli sviluppi, determinata dal sempre più ampio impiego delle
tecnologie dell’intelligenza artificiale, della digitalizzazione e
della robotica. Esse danno un sempre maggiore potere sociale a chi le
controlla: e si tratta anche di attori privati spesso transnazionali, vale a dire che operano in più stati
del mondo senza essere limitati dai loro confini, dotati di risorse e capacità
di intervento a volte superiori a quelle di molti governi. Si
tratta di una situazione
nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si
innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e
incidono in profondità sull’immaginario collettivo. Di fronte a questo,
l’enciclica esorta a domandarsi, con una valutazione
realistica dei fatti,
chi oggi detenga quelle tecnologie, che sono neutrali e
assumono il
volto di chi le pensa, le finanzia, le regola, le usa, a quali fini le
orienti e quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli.
Perché vi è il rischio di una disumanizzazione dell’organizzazione
sociale. Un mondo edificato senza tener
conto di Dio e riducendo le persone umane a strumenti. In cui i più deboli e gli esclusi dai benefici
delle nuove tecnologie sono considerati errori da correggere; in cui alcuni
operano per la propria autoaffermazione illimitata, mentre altri rimangono
privi del necessario.
E’ utile chiarirsi le idee su tre parole usate
nell’enciclica per caratterizzare il cambiamento profondo che si sta
manifestando nelle società di tutto il mondo: intelligenza artificiale, digitalizzazione,
robotica. Si tratta di tecnologie strettamente collegate.
Cominciamo dall’intelligenza artificiale.
Chi volesse
approfondire un po’ meglio può leggere
di Paolo Benanti, un frate francescano che è tra i massimi esperti mondiali in
quel campo, Le macchine sapienti.
Intelligenze artificiali e decisioni umane, pubblicato dall’editore
Marietti 1820 nel 2018. Chi si sentisse
pronto per un testo un po’ più impegnativo potrebbe leggere di Jerry Kaplan, Intelligenza
artificiale. Guida al futuro prossimo, Luiss University press 2017.
Entrambi i libri sono disponibili anche in formato digitale eBook e Kindle.
Sentendo parlare di intelligenza artificiale si può essere indotti
in errore e ritenere che si tratti di esseri umani artificiali. L’equivoco può
essere favorito dal fatto che in televisione vengono spesso mostrati degli androidi,
vale a dire dei robot mossi da sistemi di intelligenza artificiale che mimano i
corpi e i movimenti degli esseri umani. In realtà si tratta di tutt’altro.
Un’intelligenza artificiale altro non è che un sistema di calcolo che opera su dati digitali
e che è in grado di prendere decisioni o comunque di formulare scelte operative
che normalmente vengono attribuite agli esseri umani e quindi di svolgere
compiti che in genere richiedono l’intervento degli esseri umani. La svolta
tecnologica si è sviluppata tra il 2012 e il 2017: questi sistemi hanno iniziato
a imparare autonomamente elaborando statisticamente enormi quantità di dati
digitali mediante procedure matematiche e di istruzioni ben definite, dette
algoritmi (alle mie spalle ne vedete scritto uno), lontanamente ispirate ad
alcuni aspetti del funzionamento del cervello umano, riconoscendo schemi
statistici e, in base ad essi, individuando e ricombinando informazioni per
trovare una soluzione ritenuta adeguata, producendo anche contenuti nuovi che prima non esistevano. Un
meccanismo che, comunque, è radicalmente diverso dal pensiero di un essere
umano.
La digitalizzazione è il processo con
cui informazioni, documenti e attività vengono convertiti in dati digitali,
cioè in sequenze di numeri composte dalle cifre 0 e 1 elaborabili dai sistemi
di intelligenza artificiale mediante computer nel modo che ho prima descritto.
La parola inglese digit significa cifra e viene dal latino digitus,
che significa dito: le dita furono i primi strumenti di calcolo degli esseri
umani. Digitalizzare significa convertire qualcosa, come una voce, una
fotografia, un libro cartaceo o qualunque altra realtà esistente nel mondo
fisico, in una lunga serie di numeri composti dalle cifre 0 e 1 che un sistema
di calcolo realizzato mediante computer elettronici può utilizzare.
Infine la robotica è la tecnologia che
progetta e costruisce robot, vale a dire macchine fisiche capaci di eseguire
azioni nel mondo reale, ad esempio realizzando parti delle lavorazioni
necessarie per costruire un’automobile. I moderni robot, che per la grandissima
parte non sono androidi e quindi non hanno un corpo che ci assomiglia, sono
spesso guidati da sistemi di intelligenza artificiale e sono diventati capaci
di adattarsi all’ambiente fisico intorno a loro, invece di ripetere
meccanicamente gli stessi movimenti. Fino a qualche anno fa le lavatrici che
utilizzavamo nelle nostre case erano robot che si limitavano solo a ripetere
meccanicamente procedure fisse. Ora i modelli più avanzati sono stati integrati
con sistemi di intelligenza artificiale e possono fare di più, ad
esempio modificando i cicli di lavaggio a seconda delle caratteristiche dei
panni da lavare introdotti nel loro processo. I nostri telefoni cellulari
rappresentano oggi una delle manifestazioni più evidenti degli impieghi dei
sistemi di intelligenza artificiale. Molte persone, e tra esse la gran parte
dei giovani, praticamente in tutto il mondo, ne fanno un uso così intenso da
esserne fortemente condizionate nella vita quotidiana. Sono gli strumenti che
meglio di ogni altro rendono l’idea di come i sistemi di intelligenza
artificiale stanno cambiando le nostre vite.
Per capire che fare di fronte a queste grandi
novità, l’enciclica cerca nella Parola di Dio, e in particolare nelle Sacre
Scritture.
Si constata che le innovazioni tecnologiche
legate agli sviluppi dell’intelligenza artificiale stanno modificando gli
ambienti in cui le società umane vivono, che possono essere indicati come le
città degli esseri umani.
L’enciclica propone quindi due modelli
biblici di costruzione di quelle città: quello rappresentato nella narrazione
della costruzione della città di Babele e della sua altissima torre e quello
narrato nel libro biblico di Neemia della riparazione delle mura della città di
Gerusalemme. La differenza fondamentale tra i due modelli non sta nelle
tecnologie impiegate, ma nel fatto che il primo è progettato senza tener conto
del volere di Dio, mentre il secondo va a buon fine perché conforme alla sua
volontà, edificando insieme, trasformando
la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno
comune su cui far crescere giustizia e fraternità. Si
legge nel libro di Neemia, al capitolo 6, versetti 15 e 16:
La ricostruzione delle mura fu
completata il venticinque del mese di Elul, dopo cinquantadue giorni di
lavoro. Quando i nostri avversari e gli stranieri dei territori vicini se
ne resero conto, ebbero paura e dovettero arrendersi di fronte ai fatti, e
riconoscere che l’opera era giunta a buon fine per volontà del nostro Dio.
Per questo nell’enciclica leggiamo:
Le scoperte scientifiche sono un talento
consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare. Per questo la prima
scelta non è ora tra un “sì” o un “no”
alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un
potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio,
si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.
e:
Costruire una città impostata sul
bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della
relazione con Dio. Riconoscere che la verità del suo amore ci chiama a una vita
«in abbondanza» (come si legge nel Vangelo secondo Giovanni, al capitolo 10,
versetto 10) e alla comunione con Lui. Insieme con sant’Agostino, anche noi
possiamo dire: «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non
riposa in te». [citazione di una frase che si trova all’inizio
dell’opera Le confessioni].
Concludo per oggi trascrivendo il brano da cui è tratto il versetto di
cui sopra, citato nell’enciclica, che si trova nel Vangelo secondo Giovanni,
capitolo 10, versetti da 7 a 15:
Allora Gesù disse loro di nuovo:
"In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle
pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti;
ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra
attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il
ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita
e l'abbiano in abbondanza.
Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le
pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non
appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le
rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle
pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e
le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il
Padre, e do la mia vita per le pecore.
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Enciclica La magnifica
umanità - Introduzione
15MAG26 [pubblicata il
25MAG26]
Papa Leone 14°
Testo condensato da Mario
Ardigò
Nota
di metodo: il testo condensato è stato ricavato da quello originario, con
l’aggiunta di elementi di raccordo tra parentesi quadre. Al testo condensato
faccio precedere una sintesi ristretta del medesimo. Il percorso
consigliato è dalla sintesi ristretta al testo condensato e
infine al testo originale
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Sintesi
ristretta del testo condensato
Una
scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove
Dio e l’umanità abitano insieme: un mondo più giusto, da costruire nel dialogo
con le altre persone.
Chiamiamo Dottrina sociale della Chiesa gli insegnamenti del Magistero sulla società,
sull’economia e sulla politica alla luce del Vangelo: si fonda sulla Sacra
Scrittura e sulla Tradizione, in dialogo con le scienze ed è un
patrimonio culturale vivo. L’enciclica La magnifica umanità ne
vuole essere parte. In essa si osserva che
negli ultimi anni le nuove tecnologie integrate della digitalizzazione,
dell’intelligenza artificiale e della robotica stanno cambiano velocemente il
mondo. Si tratta di una situazione nuova le cui conseguenze non sono ancora ben
prevedibili, un vero “cambiamento
d’epoca”. Occorrono regolamentazioni pubbliche, ma non basta. Si tratta di
tecnologie che danno grandi poteri sociali e i principali motori del loro
sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e
capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Occorre penetrare
le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto, domandarci con
realismo chi oggi detenga quelle tecnologie, a quali fini le orienti e quale
direzione scegliere come comunità umana e come popoli.
L’enciclica richiama due immagini bibliche:
la costruzione della città di Babele e in essa di una Torre altissima, narrata
nel libro della Genesi, e la riparazione delle mure di Gerusalemme promossa da
Neemia, di cui si tratta principalmente nel libro di Neemia,
Nel
racconto di Babele gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar,
decidono di costruire una città e una torre altissima, per garantirsi stabilità
e potere ed evitare di essere dispersi per tutta la terra. E’ un’opera
concepita senza riferimento a Dio e che mira all’uniformità, invece che alla
comunione, e all’assolutizzazione dell’umano. Ma l’opera non riesce, le lingue
si confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è
l’unità, ma la dispersione.
Il
libro di Neemia, a sua volta, si apre in un momento in cui, dopo l’esilio
babilonese e sotto la dominazione persiana, le mura di Gerusalemme ancora in
rovina. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse nel 5ª secolo
a.C., riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Ottiene
dal re l’autorizzazione a recarsi a Gerusalemme per porvi rimedio. Non impone
soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro
da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le
opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa
di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il
popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha
Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica
Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma
quella della comunione, l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la
propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.
Le scoperte scientifiche sono un talento
consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare Per questo la prima
scelta non è ora tra un “sì” o un “no”
alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un
potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio,
si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.
Scegliere la via di Neemia significa
ricostruire riconoscendo che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta
ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa:
quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo
dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e
fraternità. E’ per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando
una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi.
Occorre, in primo luogo, edificare sulla
roccia della relazione con Dio e poi accettare il limite e la fragilità
dell’umanità senza considerarli un errore da correggere, lasciando indietro
interi popoli.
E’ inoltre necessaria una corresponsabilità
coraggiosa. A ciascuno il suo tratto di muro. Questa è la logica della
sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra popoli, tra
discipline e culture.
Infine
occorre un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o
contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre
vie. indichiamo criteri di discernimento e traduciamoli in prassi.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale, la
dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione:
abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore
quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in
Cristo
Se preghiamo, progettiamo con sapienza,
lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e
l’essere umano al centro delle nostre scelte, sorgerà una dimora comune solida
e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e
la pace si baceranno (come si legge nel Salmo 85, versetto 11)
Uniamo quindi
le forze per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la
propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore
dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.
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Testo
condensato
Introduzione
Una
scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove
Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito
di dare forma al proprio tempo. Su ogni epoca incombe il rischio di costruire
un mondo disumano e più ingiusto. Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la
Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza.
Ogni autentico sforzo umano di cooperare con Lui per il bene sarà benedetto dal
Padre celeste, nel quale riponiamo la nostra speranza. Per questo possiamo
contribuire con impegno a tutte quelle iniziative che costruiscono un mondo più
giusto, e possiamo chiamare altri a collaborare con noi nella promozione dello
sviluppo integrale di ogni essere umano.
[Per questo] desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le
donne del nostro tempo
[Questo lo spirito dell’] enciclica Delle
novità - Rerum novarum, [del
papa Leone 13°, documento]di cui celebriamo quest’anno il 135° anniversario.
Con [esso fu] dato impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e
sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”. [Infatti]l’annuncio del Vangelo non può
dimenticare la vita concreta dei popoli. [Si è] continuato a riflettere sulle
questioni sociali alla luce del Vangelo. Oggi la Dottrina sociale della Chiesa
è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per
discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire. Essa si fonda sulla
Sacra Scrittura e sulla Tradizione, in dialogo con le scienze. Non è un insieme
statico di concetti, ma un [patrimonio culturale vivo] di verità [=principi
fondamentali della vita di fede fondati sul vangelo – nota esplicativa inserita
da chi ha elaborato il testo condensato]
Le novità - res
novae [espressione in latino che si
legge “res nove]” del nostro tempo
Negli
ultimi anni è divenuto sempre più evidente quanto rapidamente e profondamente
la digitalizzazione, l’intelligenza artificiale (indicata spesso con la sigla
IA o, tra i parlanti in Inglese, AI, per artificial intelligence) e la
robotica (nota 1) stiano trasformando il nostro mondo. Lo sviluppo
tecnologico ha contribuito nei secoli a un significativo miglioramento delle
condizioni di vita dell’umanità; allo stesso tempo, ogni fase del progresso ha
mostrato anche il volto ambiguo di strumenti capaci di arrecare danno quando
non orientati al bene. Oggi, tuttavia, ci troviamo dinanzi a una situazione
nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si
innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e
incidono in profondità sull’immaginario collettivo. [Ci si è aperto] un
orizzonte esteso in direzioni che, seppur intuibili, non possiamo ancora
pienamente prevedere
È necessario adottare strumenti normativi
adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi
del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella
regolamentazione. Occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo
potere e a quali fini lo orienti.
Un
tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi,
invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso
transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle
di molti governi.
[Occorre]
penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Stiamo
vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”. Quale
direzione scegliere come comunità umana e come popoli?
Due [immagini] bibliche
Vorrei
richiamare due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (narrata
nel libro della Genesi, capitolo 11, versetti da 1 a 9)
Un
tempo tutta l’umanità parlava la stessa lingua e usava le stesse
parole. Emigrati dall’oriente gli uomini trovarono una pianura nella
regione di Sinar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Forza!
Prepariamoci mattoni e cuociamoli al fuoco!». Pensarono di adoperare mattoni al
posto delle pietre e bitume invece della calce. Poi dissero: «Forza!
Costruiamoci una città! Faremo una torre alta fino al cielo! Così diventeremo
famosi e non saremo dispersi in ogni parte del mondo!».
5Il
Signore scese per osservare la città e la torre che gli uomini stavano
costruendo. Disse: «Ecco, tutti quanti formano un sol popolo e parlano la
stessa lingua. E questo non è che il principio delle loro imprese! D’ora in poi
saranno in grado di fare tutto quel che vogliono! Andiamo a confondere la
loro lingua: così non potranno più capirsi tra loro».
E
il Signore li disperse di là in tutto il mondo; perciò furono costretti a
interrompere la costruzione della città. 9La città fu chiamata Babele
(Confusione) perché fu lì che il Signore confuse la lingua degli uomini e li
disperse in tutto il mondo.
[da:
Traduzione interconfessionale in lingua corrente – TILC]
e
la ricostruzione delle mura di Gerusalemme narrata nel libro di Neemìa,
capitoli da 2 a 6 – Ne 2-6).
[Di
seguito trascrivo brani dal Libro di Neemia, capitolo 2, versetti 17 e 18;
capitolo 3 versetti 33 e 38; capitolo 6, versetti 15 e 16 - Neemia 2,17-19;
3,33.38; 6, 15-16, nella Traduzione interconfessionale in lingua corrente TILC]
Un
giorno parlai loro così: «Vedete tutti in che miseria ci troviamo: la città è
in rovina e le sue porte sono distrutte dal fuoco. Ricostruiamo le mura e
liberiamoci da questa situazione umiliante!». Raccontai come la mano di
Dio mi aveva protetto e riferii le parole del re. Tutti gridarono: «Al lavoro!
ricostruiamo la città!». E si misero all’opera con impegno.
[…]
Quando
Sanballàt venne a sapere che stavano ricostruendo le mura, si irritò moltissimo
e cominciò a deriderci. Tuttavia la ricostruzione andò avanti. Tutto il
muro era arrivato a metà altezza e la gente lavorava con slancio.
[…]
La
ricostruzione delle mura fu completata il venticinque del mese di Elul,
dopo cinquantadue giorni di lavoro. Quando i nostri avversari e gli
stranieri dei territori vicini se ne resero conto, ebbero paura e dovettero
arrendersi di fronte ai fatti, e riconoscere che l’opera era giunta a buon fine
per volontà del nostro Dio.
Nel racconto di Babele gli esseri umani,
stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una
torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi
stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi
sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica tecnologia,
un’unica direzione. Tuttavia è un’opera concepita senza riferimento a Dio,
sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della
comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e
sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si
confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è
l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione
che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa
di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce
a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.
Il libro di Neemia, a sua volta, si apre in un
momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio
babilonese, Gerusalemme ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte
bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse nel 5ª secolo
a.C., riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. [Ottiene
dal re l’autorizzazione a recarsi a Gerusalemme per porvi rimedio]. Non impone
soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro
da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le
opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa
di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il
popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha
Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica
Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma
quella della comunione. l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la
propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.
Le scoperte scientifiche sono un talento
consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare [mediante le applicazioni
della tecnologia]. [Essa] però non è neutrale, perché assume il volto di chi la
pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un
“sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire
Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che,
alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della
convivenza fraterna.
Evitiamo la “sindrome di Babele”: l’idolatria
del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le
differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di
tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo
è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e
riducendo l’altro a mezzo.
Scegliamo,
invece, la “via di Neemia”. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella
pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle
lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme,
trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo
il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa
opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire:
orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel
disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui
l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo.
Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme «scendere dal cielo, da Dio»
(Ap 21,2) come dono per tutta l’umanità. E’ per noi cristiani una chiamata
a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa
nelle “città” di oggi.
Costruire nel bene
[Occorre]
in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio. In secondo
luogo, [occorre] accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza
considerarli un errore da correggere, [lasciando indietro]. interi popoli.
Così, mentre alcuni inseguono la chimera di un’autoaffermazione illimitata,
molti restano privi del necessario.
[E’
inoltre necessaria] una corresponsabilità coraggiosa. A ciascuno il suo tratto
di muro: scienziati e ricercatori, imprenditori e lavoratori, educatori e
legislatori, società civile, movimenti popolari e comunità di fede. Questa è la
logica della sussidiarietà, che valorizza la cooperazione tra generazioni, tra
popoli, tra discipline e culture come via maestra per far crescere stabilità,
prosperità e pace.
Infine
[occorre] un linguaggio evangelico. Evitiamo parole che umiliano o
contrappongono. Scegliamo la chiarezza che illumina e la franchezza che apre
vie. indichiamo criteri di discernimento e traduciamoli in prassi.
Rimanere umani
Nel
tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere
oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di
restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che
ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna
macchina potrà mai sostituire nel suo splendore.
A
tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani, a tutti gli uomini e le donne di
buona volontà rivolgo un accorato appello: non temiamo di sporcarci le mani nel
cantiere del nostro tempo. Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza,
lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e
l’essere umano al centro delle nostre scelte. Sorgerà una dimora comune solida
e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e
la pace si baceranno (come si legge nel Salmo 85, versetto 11)
[Dal
salmo 85, versetti da 9 a 14 -
Traduzione interconfessionale in lingua corrente – TILC]
Ascolterò il Signore, nostro Dio:
certamente ci parlerà di pace,
se restiamo suo popolo e suoi
amici
e non torniamo sulla via degli
stolti.
Sì, egli è pronto a salvare chi
l’ascolta,
con la sua presenza riempirà la
nostra terra.
11. Amore e fedeltà si incontreranno,
giustizia e pace si abbracceranno.
Dal cielo scenderà la giustizia,
la fedeltà germoglierà dalla
terra.
Il Signore ci darà la pioggia,
la nostra terra produrrà il suo
frutto.
La giustizia camminerà davanti al
Signore
e seguirà la via dei suoi passi.
Questa è la benedizione che imploriamo da Dio
e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di
Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare.
E, con animo di pastore e di padre, chiedo a tutti di fermare il cantiere
dell’ennesima Babele e di unire le forze per edificare nel bene, affinché
l’umanità non perda mai la propria bellezza e il mondo possa riconoscere ancora
una volta, nel cuore dell’essere umano, il luogo dove Dio desidera abitare.
Note:
1.Digitalizzazione, intelligenza
artificiale e robotica sono tre tecnologie strettamente collegate.
La digitalizzazione è il processo con cui informazioni, documenti
e attività vengono convertiti in dati digitali, cioè in sequenze di numeri
elaborabili dai computer.
L’intelligenza
artificiale è la capacità di sistemi di calcolo, che
funzionano su computer e operano su dati digitali, di svolgere compiti che
normalmente richiederebbero l’intelligenza umana. Questi sistemi imparano da
enormi quantità di dati a riconoscere schemi e a prendere decisioni.
La robotica è la disciplina che progetta e costruisce
macchine fisiche — i robot — capaci di eseguire azioni nel mondo reale.
Quando un robot è guidato dall’intelligenza artificiale, diventa capace
di adattarsi all’ambiente invece di ripetere meccanicamente gli stessi
movimenti.
Le tre tecnologie si potenziano a vicenda: la
digitalizzazione fornisce i dati, l’IA li elabora e ne ricava decisioni, la
robotica le traduce in azioni fisiche.
[Claude di Anthropic + ChatGPT + mia revisione
-28MAG26]
2. Neemia – storicità. Sì. La figura di Neemia è
considerata dagli storici plausibilmente storica, anche se il racconto biblico
contiene inevitabilmente elementi teologici e interpretativi.
Neemia compare soprattutto nel Libro di Neemia,
dove si presenta come un funzionario ebreo alla corte del re persiano Artaserse
I nel V secolo a.C. Secondo il testo, ottenne il permesso di tornare a
Gerusalemme per ricostruire le mura della città dopo l’esilio babilonese.
Gli storici ritengono credibili vari elementi
del quadro generale:
-nel
V secolo a.C. la Giudea era davvero sotto dominio persiano;
-i
re persiani favorivano spesso il ritorno dei popoli deportati e la
ricostruzione dei culti locali;
-la
figura di un governatore locale nominato dall’autorità persiana è storicamente
verosimile;
-Gerusalemme
in quell’epoca era una città relativamente piccola e in parte da ricostruire.
Non possediamo però documenti archeologici o
iscrizioni esterne che menzionino direttamente Neemia per nome. La sua
esistenza è quindi considerata probabile soprattutto sulla base della coerenza
storica del contesto e della natura relativamente concreta del racconto.
Molti studiosi considerano le “memorie di
Neemia” — parti scritte in prima persona nel libro — uno dei testi storicamente più affidabili e vicini
agli eventi narrati dell'Antico Testamento, anche
se poi il libro fu rielaborato da redattori successivi con finalità religiose e
teologiche.
Da: Enciclopedia Britannica:
Neemia servì quindi apparentemente come
governatore del piccolo distretto della Giudea
per dodici anni, nel corso dei quali attuò varie riforme religiose ed
economiche prima di fare ritorno in Persia. In occasione di una seconda visita
a Gerusalemme, rafforzò tra i suoi correligionari l'osservanza del sabato e
pose fine alla consuetudine degli uomini ebrei di sposare donne di origine
straniera. Quest'ultimo provvedimento contribuì a mantenere i Giudei distinti
dai loro vicini non ebrei. L'opera di ricostruzione avviata da Neemia in
Palestina fu successivamente proseguita dal capo religioso Esdra.
La storia di Neemia è narrata nella Bibbia nel
Libro di Neemia, la cui parte centrale sembra effettivamente basarsi sulle
memorie dello stesso Neemia. Il libro nel suo insieme, tuttavia, fu redatto da
uno scrittore anonimo posteriore, che apparentemente compilò anche i libri di
Esdra e delle Cronache.
[Claude di Anthropic + ChatGPT +
mia revisione sulla base di altri testi enciclopedici -28MAG26]