La magnifica Umanità
Enciclica MAG26
Capitolo 1° Un pensiero dinamico fedele al vangelo
9. La civiltà dell’amore
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Nell’immagine vedete Giorgio La Pira, vissuto tra
il 1904 e il 1977, professore di diritto romano, membro dell’Assemblea
Costituente, sindaco di Firenze, deputato nel Parlamento italiano: un uomo di
cultura e un politico che si impegnò nella costruzione di una civiltà
dell’amore nel senso indicato dalla dottrina sociale.
Continuo
ad esaminare in dettaglio l'enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, e in
particolare il capitolo primo, Un
pensiero dinamico fedele al Vangelo, nel quale si passano in
rassegna alcuni importanti documenti della dottrina sociale, a partire
dall'enciclica Delle novità – Rerum novarum
del 1891, per dimostrare che gli insegnamenti impartiti con La magnifica umanità, pur prendendo
in considerazione l’epocale svolta sociale, economica e politica conseguente
agli impieghi sempre più vasti dei sistemi di intelligenza artificiale, si
pongono nel solco dei principi elaborati ed enunciati dal precedente Magistero.
Esaminando
il Magistero recente in tema di dottrina sociale, l’enciclica La magnifica
umanità osserva che l’epoca del lungo regno del papa Giovanni Paolo 2°, dal
1978 al 2005, fu situata tra la crisi dei grandi sistemi ideologici del
Novecento, che si manifestò tra la fine degli anni ’70 del Novecento e il
decennio successivo, e l’avvio della globalizzazione economica, dagli anni ’90 del Novecento.
Nell’Enciclica
Mediante il lavoro – Laborem exercens, pubblicata nel 1981 sotto
l’autorità di quel Papa, il giusto salario
è presentato come verifica concreta dell’equità dell’intero sistema
socio-economico, perché mostra se il lavoratore è trattato come persona o come
semplice costo di produzione. In quel documento della dottrina sociale, Il
lavoro è considerato un bene fondamentale per la persona, principio
dell’attività economica e chiave dell’intera questione sociale, in cui è
coinvolta la libertà, la creatività e la capacità di cooperare degli esseri
umani, contribuendo all’elevazione culturale e morale della
società. Quindi le varie forme sociali in cui viene organizzato
socialmente non devono essere valutate solo in termini di efficienza, ma a
partire dalla dignità del lavoratore, dal diritto a una retribuzione
sufficiente e dall’effettiva possibilità di partecipare alla vita sociale.
Nel solco
del precedente Magistero sociale, si riprende in considerazione la piaga del
sottosviluppo e si riconosce il fallimento di molti tentativi di colmare il
ritardo economico dei popoli poveri e di accompagnarne l’industrializzazione,
constatando anche la persistenza e talvolta l’allargamento del divario tra Nord
e Sud del mondo.
Si
denunciano inoltre meccanismi economici, finanziari e commerciali che, gestiti
dai Paesi più forti, favoriscono strutturalmente i loro interessi e soffocano
le economie più deboli, e si chiede che siano sottoposti anche a un serio
giudizio etico, non solo tecnico.
In questo
contesto la solidarietà è compresa come corresponsabilità concreta tra persone,
popoli e nazioni, una forma di amicizia sociale o carità politica orientata
alla “civiltà dell’amore” invocata
da Paolo VI a partire dall’enciclica La sua Chiesa – Ecclesiam suam del
1964.
Quest’idea della civiltà dell’amore, molto sviluppata nel
Magistero del papa Giovanni Paolo 2° nel solco del precedente Magistero del
papa Paolo 6°, è molto importante per l’azione sociale, della quale sono
protagoniste le persone laiche, per le
sue implicazioni sociali e politiche, e non solo etiche e religiose, .
Gli
storici ricordano che l’espressione civiltà dell’amore risulta essere
stata utilizzata per tra le prime volte dal papa Paolo 6° in un breve discorso
alla gente radunata in piazza San Pietro per la recita del Regina Coeli [leggi
Regina celi] il 17 maggio 1970, solennità di Pentecoste.
Ve ne
leggo un ampio estratto:
Oggi, come sapete, è
festa grande per la Chiesa, e, vogliamo aggiungere, per il mondo.
Possiamo considerare la Pentecoste come il
giorno della nascita della Chiesa, perché la prima comunità dei seguaci di
Cristo ha ricevuto in quel giorno l’animazione dello Spirito Santo, diventando
così suo vivo Corpo mistico. Oggi il Nostro pensiero e ancor più il Nostro
cuore va alla Chiesa, a questo fenomeno storico, sociale, umano e spirituale,
visibile e misterioso insieme, la Chiesa di Cristo.
Il Concilio recente ci ha offerto sul fatto e
sul mistero della Chiesa un grande discorso, che faremo bene a studiare e a
tradurre nella nostra vita spirituale e nel nostro rinnovato costume cristiano.
Una crescita di fedeltà e di amore alla
Chiesa, non il contrario, dovrebbe essere il frutto del Concilio e l’impegno
della nostra vita religiosa, sia personale che comunitaria.
E per quanto possa sembrare strano, la
Pentecoste è altresì un avvenimento che interessa anche il mondo profano.
Scaturisce da essa se non altro una nuova sociologia, quella penetrata dai
valori dello spirito, quella che descrive la gerarchia dei valori, e si
polarizza verso i veri e più alti destini umani, quella che ha il senso della
dignità della persona umana e del costume civile, quella specialmente che tende
risolutamente a superare le divisioni ed i conflitti fra gli uomini, e a fare
dell’umanità una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli. Ricordiamo
come simbolo ed inizio di questa difficile storia il miracolo delle lingue
diverse, rese dallo Spirito a tutti comprensibili. È la civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato; e
tutti sappiamo se ancor oggi di amore e di pace abbia bisogno il mondo!
Successivamente il papa Paolo 6° usò
quell’espressione in un’omelia pronunciata nella messa di Natale del 25
dicembre 1975, durante il solenne rito di chiusura dell’Anno Santo celebrato
quell’anno. Ve ne riporto ampi stralci.
L'uomo nuovo di questo Anno Santo non
dimenticherà dunque la preghiera, e a questo linguaggio innocente dei figli di
Dio, ricondurrà la infantile memoria; la Chiesa gli sarà coro e maestra. E dove
andremo noi ora nell'ebbrezza di ricuperata e sempre incipiente beatitudine, di
questa pace, ch'è tutta energia ed impulso all'effusione più prodiga e più
fraterna? Comprenderemo noi, o Cristo, fatto pastore davanti ai nostri passi
frettolosi di toccare fin d'ora, nel periodo così breve e fugace, riservato al nostro
esperimento di tuoi autentici seguaci, una meta degna e concreta, comprenderemo
noi il «segno dei tempi», ch'è l'amore a quel prossimo, nella cui definizione
Tu hai racchiuso ogni uomo, sì, ogni uomo bisognoso di comprensione, di aiuto,
di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se
fastidioso ed ostile, ma insignito dall'incomparabile dignità di fratello? La
sapienza dell'amore fraterno, la quale ha caratterizzato in virtù ed in opere,
che cristiane sono giustamente qualificate, il cammino storico della santa
Chiesa, esploderà con novella fecondità, con vittoriosa felicità, con
rigenerante socialità.
Non l'odio, non la contesa, non l'avarizia sarà
la sua dialettica, ma l'amore, l'amore generatore d'amore, l'amore dell'uomo
per l'uomo, non per alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara
e mal tollerata condiscendenza, ma per l'amore a Te; a Te, o Cristo scoperto
nella sofferenza e nel bisogno di ogni nostro simile. La civiltà dell'amore prevarrà nell'affanno delle implacabili
lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell'umanità
finalmente cristiana.
Nell’enciclica La magnifica umanità, in corrispondenza della
frase in cui si ricorda l’idea di civiltà dell’amore nel Magistero del
papa Giovanni Paolo 2°, si citano i numeri da 31 e 33 dell’enciclica La
sollecitudine sociale - Sollicitudo rei socialis, un importante documento
della dottrina sociale pubblicato nel 1987, che vi leggo:
La
fede in Cristo Redentore, mentre illumina dal di dentro la natura dello
sviluppo, guida anche nel compito della collaborazione. Nella Lettera di san
Paolo ai Colossesi leggiamo che Cristo è «il primogenito di tutta la creazione»
e che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui ed in vista di lui» (come
è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1,
versetto 15 - Col 1,15). Infatti, ogni cosa «ha consistenza in lui»,
perché «piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui
riconciliare a sé tutte le cose» (come è scritto nella lettera di san Paolo
apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 20 - Col 1,20). In questo
piano divino, che comincia dall'eternità in Cristo, «immagine» perfetta del
Padre, e che culmina in lui, «primogenito di coloro che risuscitano dai morti»
(come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1,
versetto 15 - Col 1,15), s'inserisce la nostra storia, segnata dal nostro
sforzo personale e collettivo di elevare la condizione umana, superare gli
ostacoli sempre risorgenti lungo il nostro cammino, disponendoci così a
partecipare alla pienezza che «risiede nel Signore» e che egli comunica «al suo
corpo, che è la Chiesa» (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo ai
Colossesi, capitolo 1, versetto 18 - Col 1,18
e in quella agli Efesini, capitolo 1, versetto 22 -Ef 1,22), mentre il
peccato, che sempre ci insidia e compromette le nostre realizzazioni umane è
vinto e riscattato dalla «riconciliazione» operata da Cristo (come si legge
nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 20 - Col 1,
20).
Qui le prospettive si allargano. Il sogno di
un «progresso indefinito» si ritrova trasformato radicalmente dall'ottica nuova
aperta dalla fede cristiana, assicurandoci che tale progresso è possibile solo
perché Dio Padre ha deciso fin dal principio di rendere l'uomo partecipe della
sua gloria in Gesù Cristo risorto, «nel quale abbiamo la redenzione mediante il
suo sangue, la remissione dei peccati» (come si legge nella lettera di san
Paolo apostolo agli Efesini, capitolo 1, versetto 7 - Ef 1,7), e in lui ha
voluto vincere il peccato e farlo servire per il nostro bene più
grande, che supera infinitamente quanto il progresso potrebbe
realizzare. Possiamo dire allora -mentre ci dibattiamo in mezzo alle oscurità e
alle carenze del sottosviluppo e del supersviluppo- che un giorno «questo corpo
corruttibile si vestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di
immortalità» (come si legge nella prima
lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 15, versetto 54 - 1 Cor 15,54),
quando il Signore «consegnerà il Regno a Dio Padre» (come si legge nella prima
lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 15, versetto 24 - 1 Cor 15,24)
e tutte le opere e azioni, degne dell'uomo, saranno riscattate.
La concezione della fede inoltre, mette bene
in chiaro le ragioni che spingono la Chiesa a preoccuparsi della problematica
dello sviluppo, a considerarlo un dovere del suo ministero pastorale, a
stimolare la riflessione di tutti circa la natura e le caratteristiche
dell'autentico sviluppo umano. Col suo impegno essa desidera, da una parte,
mettersi al servizio del piano divino inteso a ordinare tutte le cose alla
pienezza che abita in Cristo (come si legge nella lettera ai Colossesi,
capitolo 1, versetto 19 - Col 1,19), e che egli comunicò al suo corpo, e
dall'altra, rispondere alla sua vocazione fondamentale di «sacramento», ossia
«segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere
umano».
Alcuni Padri della Chiesa si sono ispirati a
tale visione per elaborare a loro volta in forme originali, una concezione
circa il significato della storia e il lavoro umano, come indirizzato a un fine
che lo supera e definito sempre dalla relazione con l'opera di Cristo. In altre
parole, è possibile ritrovare nell'insegnamento patristico una visione
ottimistica della storia e del lavoro, ossia del valore perenne delle
autentiche realizzazioni umane, in quanto riscattate dal Cristo e destinate al
Regno promesso. Così fa parte dell'insegnamento e della pratica più
antica della Chiesa la convinzione di esser tenuta per vocazione -essa stessa,
i suoi ministri e ciascuno dei suoi membri- ad alleviare la miseria dei
sofferenti, vicini e lontani, non solo col «superfluo», ma anche col
«necessario». Di fronte ai casi di bisogno, non si possono preferire gli
ornamenti superflui delle chiese e la suppellettile preziosa del culto divino;
al contrario, potrebbe essere obbligatorio alienare questi beni per dar pane,
bevanda, vestito e casa a chi ne è privo. Come si è già notato, ci
viene qui indicata una «gerarchia di valori» -nel quadro del diritto di
proprietà- tra l'«avere» e l'«essere», specie quando l'«avere» di alcuni può
risolversi a danno dell'«essere» di tanti altri. Nella sua Enciclica [lo Sviluppo
dei popoli – Populorum progressio, del 1967,] Papa Paolo 6° sta
nella linea di tale insegnamento, ispirandosi alla Costituzione pastorale [La
gioia e la speranza -] Gaudium et spes. Per parte mia, desidero
insistere ancora sulla sua gravità e urgenza, implorando dal Signore forza a
tutti i cristiani per poter passare fedelmente all'applicazione pratica.
L'obbligo di impegnarsi per lo sviluppo dei
popoli non è un dovere soltanto individuale, né tanto meno individualistico,
come se fosse possibile conseguirlo con gli sforzi isolati di ciascuno. Esso è
un imperativo per tutti e per ciascuno degli uomini e delle donne, per le
società e le Nazioni, in particolare per la Chiesa cattolica e per le altre
Chiese e Comunità ecclesiali, con le quali siamo pienamente disposti a
collaborare in questo campo. In tal senso, come noi cattolici invitiamo i
fratelli cristiani a partecipare alle nostre iniziative, cosi ci dichiariamo
pronti a collaborare alle loro, accogliendo gli inviti che ci sono rivolti. In
questa ricerca dello sviluppo integrale dell'uomo possiamo fare molto anche con
i credenti delle altre religioni, come del resto si sta facendo in diversi
luoghi. La collaborazione allo sviluppo di tutto l'uomo e di ogni uomo,
infatti, è un dovere di tutti verso tutti e deve, al tempo stesso, essere
comune alle quattro parti del mondo: Est e Ovest, Nord e Sud; o, per adoperare
il termine oggi in uso, ai diversi «mondi». Se, al contrario, si cerca di
realizzarlo in una sola parte, o in un solo mondo, esso è fatto a spese degli
altri; e là dove comincia, proprio perché gli altri sono ignorati, si
ipertrofizza e si perverte. I popoli o le Nazioni hanno anch'essi diritto al
proprio pieno sviluppo, che, se implica -come si è detto- gli aspetti economici
e sociali, deve comprendere pure la rispettiva identità culturale e l'apertura
verso il trascendente. Nemmeno la necessità dello sviluppo può essere assunta
come pretesto per imporre agli altri il proprio modo di vivere o la propria
fede religiosa.
Né sarebbe veramente degno dell'uomo un tipo
di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e
sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli.
Oggi, forse più che in passato, si riconosce con maggior chiarezza l'intrinseca
contraddizione di uno sviluppo limitato soltanto al lato economico. Esso
subordina facilmente la persona umana e le sue necessità più profonde alle
esigenze della pianificazione economica o del profitto esclusivo. L'intrinseca connessione
tra sviluppo autentico e rispetto dei diritti dell'uomo ne rivela ancora una
volta il carattere morale: la vera elevazione dell'uomo, conforme alla
vocazione naturale e storica di ciascuno non si raggiunge sfruttando solamente
l'abbondanza dei beni e dei servizi, o disponendo di perfette infrastrutture.
Quando gli individui e le comunità non vedono rispettate rigorosamente le
esigenze morali, culturali e spirituali, fondate sulla dignità della persona e
sull'identità propria di ciascuna comunità, a cominciare dalla famiglia e dalle
società religiose, tutto il resto-disponibilità di beni, abbondanza di risorse
tecniche applicate alla vita quotidiana, un certo livello di benessere
materiale- risulterà insoddisfacente e, alla lunga, disprezzabile. Ciò afferma
chiaramente il Signore nel Vangelo, richiamando l'attenzione di tutti sulla
vera gerarchia dei valori: «Qual vantaggio avrà l'uomo, se guadagnerà il mondo
intero e poi perderà la propria anima?» (come si legge nel Vangelo secondo
Matto, al capitolo 16, versetto 26 - Mt 16,26).
Un vero
sviluppo, secondo le esigenze proprie dell'essere umano, uomo o donna, bambino,
adulto o anziano, implica soprattutto da parte di quanti intervengono
attivamente in questo processo e ne sono responsabili una viva coscienza del
valore dei diritti di tutti e di ciascuno nonché della necessità di rispettare
il diritto di ognuno all'utilizzazione piena dei benefici offerti dalla scienza
e dalla tecnica.
Sul piano interno di ogni Nazione, assume
grande importanza il rispetto di tutti i diritti: specialmente il diritto alla
vita in ogni stadio dell'esistenza; i diritti della famiglia, in quanto
comunità sociale di base, o «cellula della società»; la giustizia nei rapporti
di lavoro; i diritti inerenti alla vita della comunità politica in quanto tale;
i diritti basati sulla vocazione trascendente dell'essere umano, a cominciare
dal diritto alla libertà di professare e di praticare il proprio credo religioso.
Sul piano internazionale, ossia dei rapporti tra gli Stati o, secondo il
linguaggio corrente, tra i vari «mondi», è necessario il pieno rispetto
dell'identità di ciascun popolo con le sue caratteristiche storiche e
culturali. É indispensabile, altresì, come già auspicava l'Enciclica
[Lo sviluppo dei popoli -] Populorum Progressio,
riconoscere a ogni popolo l'eguale diritto «ad assidersi alla mensa del
banchetto comune»», invece di giacere come Lazzaro fuori della
porta, mentre «i cani vengono a leccare le sue piaghe» (come i legge nel
Vangelo secondo Luca, al capitolo 16, versetto 21 - Lc 16,21). Sia i
popoli che le persone singole debbono godere dell'eguaglianza
fondamentale, su cui si basa, per esempio, la Carta
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite: eguaglianza che è il fondamento del
diritto di tutti alla partecipazione al processo di pieno sviluppo.
Per essere tale, lo sviluppo deve realizzarsi
nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare mai l'una e
l'altra per nessun pretesto. Il carattere morale dello sviluppo e la sua
necessaria promozione sono esaltati quando c'è il più rigoroso rispetto di
tutte le esigenze derivanti dall'ordine della verità e del bene, propri della
creatura umana. Il cristiano, inoltre, educato a vedere nell'uomo l'immagine di
Dio, chiamato alla partecipazione della verità e del bene, che è Dio stesso,
non comprende l'impegno per lo sviluppo e la sua attuazione fuori
dell'osservanza e del rispetto della dignità unica di questa «immagine». In altre parole, il vero sviluppo deve
fondarsi sull'amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti
tra individui e società. Ecco la «civiltà dell'amore», di cui parlava spesso il
Papa Paolo 6°.
Bisogna ora
approfondire il significato delle due parole civiltà e amore, in
senso evangelico, che troviamo nell’espressione civiltà dell’amore.
Per civiltà si intende l'insieme delle istituzioni, dei
valori, delle norme giuridiche e morali, delle relazioni sociali ed economiche,
delle forme culturali, quelle religiose comprese, dei linguaggi, dei riti
sociali, dei sistemi simbolici e, più in
generale, dei costumi, compresi quelli
relativi ai rapporti sessuali e nelle famiglie, che caratterizzano una società
storicamente determinata. Modellare una civiltà sulla base del valore dell’amore in senso
evangelico richiede di incidere, catalizzando una sufficiente forza sociale, in
tutti quei campi, guidati da una sapienza che comprende i principi teologici,
ma anche molto altro, e soprattutto la politica, nel senso di governo sociale,
che in un contesto democratico è molto partecipata e richiede competenze
diffuse nelle popolazioni.
Quando nella teologia
cristiana si parla di amore nel senso del vangelo, si intende l’amore/agàpe
– agàpe è una parola del greco antico in cui venne scritto il Nuovo
Testamento - o amore agapico, che non consiste solo in un’emozione o in
un sentimento, per cui si vuole altruisticamente bene o, in un contesto
sociale, ci si vuole altruisticamente bene, ma soprattutto in un fare
altruisticamente del bene o, in un contesto sociale, in un farsi
altruisticamente del bene. Voler bene altruisticamente a tutti può riuscire a Dio: gli esseri umani in questo
sono limitati perché non hanno il pieno controllo dei loro sentimenti, per cui
ci riescono in misura minore, anche se sinceramente si sforzano di voler
altruisticamente bene. E’ possibile invece imporsi di volere far del
bene altruisticamente a tutti, anche
a coloro ai quali non si vuole bene o
non si vuole ancora bene, e questo far altruisticamente del bene può rivelarsi anche una via di riconciliazione
per iniziare o ricominciare a volersi altruisticamente bene. Non è un
obiettivo realistico quello di costruire una civiltà in cui ci si vuole
tutti bene, e questa è un’esperienza che ogni persona fa, anche se si può
sognare utopisticamente un mondo in cui realmente ci si vuole tutti
altruisticamente bene, soprattutto se sorretti da una mistica religiosa: in certe cose, mettendosi
insieme, possono essere superati i limiti individuali, ma non in questa.
Tuttavia è invece realistico cercare di organizzare la società in modo che il far del bene altruisticamente e senza
discriminazioni sociali divenga un valore, un costume e addirittura una
norma per le istituzioni pubbliche, che sono quelle che si impongono su di noi
a prescindere dal nostro consenso, e anche nelle altre relazioni sociali.
Questo tipo di far altruisticamente del bene come valore sociale e pubblico è chiamato solidarietà
ed è incluso nel principio agapico evangelico.
Ne ha scritto, sintetizzando molto
efficacemente, il biblista Gerhard Lohfink in Il Padre nostro. Una nuova spiegazione, Queriniana
2020, anche in ebook [dello stesso autore: Gesù come voleva la sua comunità.
La Chiesa quale dovrebbe essere, San
Paolo, 2015, che mi fu segnalato dall’antico assistente del mio gruppo Fuci,
già arcivescovo di Oristano e professore di teologia di professione, grande
specialista del pensiero del teologo Karl Rahner].
Gesù, con il suo piccolo gruppo di discepoli,
girava per la Galilea e da altre parti guarendo e insegnando. Avevano necessità
che qualcuno li accogliesse, lì dove si spostavano, e li sostentasse. Questa
accoglienza benevola era appunto l’agàpe, che quindi va intesa come sollecitudine amicale,
benevola e solidale verso l’altro, in un
atteggiamento che previene i suoi bisogni, anche verso le persone sconosciute. Il comando evangelico è di
praticarla universalmente, perfino con chi ci vuole male (e noi a lui).
Si tratta di
fare posto e di instaurare relazioni agapiche, durature, che cambino l’assetto
sociale. Non si tratta solo di sfamare, dissetare, rivestire, come in un centro
di soccorso per le persone in difficoltà, in cui rimane la distinzione tra chi
assiste e chi è assistito, la persona povera. Azioni meritorie, certo, ma che
sono solo modalità di costruzione dell’agàpe e, se rimangono a quel livello,
non adempiono pienamente il comando evangelico dell’agàpe. Occorre un’azione
sociale più vasta, ambiziosa e intensa.
L’agàpe è rappresentata nella parabola del
Samaritano misericordioso che troviamo nel Vangelo secondo Luca, al capitolo
10, versetti 25-37, che, nell’enciclica Fratelli tutti, del 2020,
pubblicata sotto l’autorità di papa Francesco, è utilizzata come chiave interpretativa per leggere le relazioni
umane e la situazione del mondo contemporaneo.
Concludo proprio leggendo i numeri da 80 a 82
di quell’enciclica, nella parte conclusiva del secondo capitolo Un estraneo
sulla strada, basato sulla parabola del Samaritano misericordioso.
Gesù
propose questa parabola per rispondere a una domanda: chi è il mio prossimo? La
parola “prossimo” nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi è più
vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi
appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. Un samaritano, per alcuni
giudei di allora, era considerato una persona spregevole, impura, e pertanto
non era compreso tra i vicini ai quali si doveva dare aiuto. Il giudeo Gesù
rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono
quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi.
La proposta è quella di
farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte
della propria cerchia di appartenenza. In questo caso, il samaritano è stato
colui che si è fatto prossimo del giudeo ferito. Per rendersi vicino
e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche. La
conclusione di Gesù è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (come si legge
nel Vangelo secondo Luca al capitolo 10, versetto 37 - Lc 10,37). Vale a
dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla
sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei
“prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo
degli altri.
Il problema è che, espressamente,
Gesù mette in risalto che l’uomo ferito era un giudeo – abitante della Giudea –
mentre colui che si fermò e lo aiutò era un samaritano – abitante della Samaria
–. Questo particolare ha una grandissima importanza per riflettere su un amore
che si apre a tutti. I samaritani abitavano una regione che era stata
contaminata da riti pagani, e per i giudei ciò li rendeva impuri, detestabili,
pericolosi. Difatti, un antico testo ebraico che menziona nazioni degne di
disprezzo si riferisce a Samaria affermando per di più che «non è neppure un
popolo» (come si legge ne libro del Siracide, al capitolo 50, versetto 25Sir 50,25),
e aggiunge che è «il popolo stolto che abita a Sichem» (come si legge nel
successivo versetto 26).
Questo spiega perché una
donna samaritana, quando Gesù le chiese da bere, rispose enfaticamente: «Come
mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (come
si legge nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 4, versetto 9 - Gv 4,9).
Quelli che cercavano accuse che potessero screditare Gesù, la cosa più
offensiva che trovarono fu di dirgli «indemoniato» e «samaritano» (come si
legge ne Vangelo secondo Giovanni, capitolo 8, versetto 48 - Gv 8,48).
Pertanto, questo incontro misericordioso tra un samaritano e un giudeo è una
potente provocazione, che smentisce ogni manipolazione ideologica, affinché
allarghiamo la nostra cerchia, dando
alla nostra capacità di amare una dimensione universale, in grado di
superare tutti i pregiudizi, tutte le barriere storiche o culturali, tutti gli
interessi meschini.
Aggiungo alle parole dell’enciclica di papa
Francesco: dare alla nostra capacità di amare una dimensione universale significa
appunto costruire una civiltà dell’amore.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
della parrocchia di San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo:
acvivearomavalli.blogspot.com
