INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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martedì 16 giugno 2026

La magnifica Umanità Enciclica MAG26 Capitolo 1° Un pensiero dinamico fedele al vangelo 9. La civiltà dell’amore

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

Capitolo 1° Un pensiero dinamico fedele al vangelo

9. La civiltà dell’amore

 

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/5QQesdY__9g




Nell’immagine vedete Giorgio La Pira, vissuto tra il 1904 e il 1977, professore di diritto romano, membro dell’Assemblea Costituente, sindaco di Firenze, deputato nel Parlamento italiano: un uomo di cultura e un politico che si impegnò nella costruzione di una civiltà dell’amore nel senso indicato dalla dottrina sociale.

 

  Continuo ad esaminare in dettaglio l'enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, e in particolare il capitolo primo, Un pensiero dinamico fedele al Vangelo, nel quale si passano in rassegna alcuni importanti documenti della dottrina sociale, a partire dall'enciclica Delle novità – Rerum novarum del 1891, per dimostrare che gli insegnamenti impartiti con La magnifica umanità, pur prendendo in considerazione l’epocale svolta sociale, economica e politica conseguente agli impieghi sempre più vasti dei sistemi di intelligenza artificiale, si pongono nel solco dei principi elaborati ed enunciati dal precedente Magistero.

  Esaminando il Magistero recente in tema di dottrina sociale, l’enciclica La magnifica umanità osserva che l’epoca del lungo regno del papa Giovanni Paolo 2°, dal 1978 al 2005, fu situata tra la crisi dei grandi sistemi ideologici del Novecento, che si manifestò tra la fine degli anni ’70 del Novecento e il decennio successivo, e l’avvio della globalizzazione economica,  dagli anni ’90 del Novecento.

  Nell’Enciclica Mediante il lavoro – Laborem exercens, pubblicata nel 1981 sotto l’autorità di quel Papa, il giusto salario  è presentato come verifica concreta dell’equità dell’intero sistema socio-economico, perché mostra se il lavoratore è trattato come persona o come semplice costo di produzione.  In quel documento della dottrina sociale, Il lavoro è considerato un bene fondamentale per la persona, principio dell’attività economica e chiave dell’intera questione sociale, in cui è coinvolta la libertà, la creatività e la capacità di cooperare degli esseri umani, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società. Quindi le varie forme sociali in cui viene organizzato socialmente non devono essere valutate solo in termini di efficienza, ma a partire dalla dignità del lavoratore, dal diritto a una retribuzione sufficiente e dall’effettiva possibilità di partecipare alla vita sociale.

  Nel solco del precedente Magistero sociale, si riprende in considerazione la piaga del sottosviluppo e si riconosce il fallimento di molti tentativi di colmare il ritardo economico dei popoli poveri e di accompagnarne l’industrializzazione, constatando anche la persistenza e talvolta l’allargamento del divario tra Nord e Sud del mondo. 

  Si denunciano inoltre meccanismi economici, finanziari e commerciali che, gestiti dai Paesi più forti, favoriscono strutturalmente i loro interessi e soffocano le economie più deboli, e si chiede che siano sottoposti anche a un serio giudizio etico, non solo tecnico. 

 In questo contesto la solidarietà è compresa come corresponsabilità concreta tra persone, popoli e nazioni, una forma di amicizia sociale o carità politica orientata alla “civiltà dell’amore” invocata da Paolo VI a partire dall’enciclica La sua Chiesa – Ecclesiam suam del 1964.

  Quest’idea della civiltà dell’amore, molto sviluppata nel Magistero del papa Giovanni Paolo 2° nel solco del precedente Magistero del papa Paolo 6°, è molto importante per l’azione sociale, della quale sono protagoniste le persone laiche,  per le sue implicazioni sociali e politiche, e non solo etiche e religiose, .

   Gli storici ricordano che l’espressione civiltà dell’amore risulta essere stata utilizzata per tra le prime volte dal papa Paolo 6° in un breve discorso alla gente radunata in piazza San Pietro per la recita del Regina Coeli [leggi Regina celi] il 17 maggio 1970, solennità di Pentecoste.

   Ve ne leggo un ampio estratto:

 

 Oggi, come sapete, è festa grande per la Chiesa, e, vogliamo aggiungere, per il mondo.

  Possiamo considerare la Pentecoste come il giorno della nascita della Chiesa, perché la prima comunità dei seguaci di Cristo ha ricevuto in quel giorno l’animazione dello Spirito Santo, diventando così suo vivo Corpo mistico. Oggi il Nostro pensiero e ancor più il Nostro cuore va alla Chiesa, a questo fenomeno storico, sociale, umano e spirituale, visibile e misterioso insieme, la Chiesa di Cristo.

  Il Concilio recente ci ha offerto sul fatto e sul mistero della Chiesa un grande discorso, che faremo bene a studiare e a tradurre nella nostra vita spirituale e nel nostro rinnovato costume cristiano.

  Una crescita di fedeltà e di amore alla Chiesa, non il contrario, dovrebbe essere il frutto del Concilio e l’impegno della nostra vita religiosa, sia personale che comunitaria.

  E per quanto possa sembrare strano, la Pentecoste è altresì un avvenimento che interessa anche il mondo profano. Scaturisce da essa se non altro una nuova sociologia, quella penetrata dai valori dello spirito, quella che descrive la gerarchia dei valori, e si polarizza verso i veri e più alti destini umani, quella che ha il senso della dignità della persona umana e del costume civile, quella specialmente che tende risolutamente a superare le divisioni ed i conflitti fra gli uomini, e a fare dell’umanità una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli. Ricordiamo come simbolo ed inizio di questa difficile storia il miracolo delle lingue diverse, rese dallo Spirito a tutti comprensibili. È la civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato; e tutti sappiamo se ancor oggi di amore e di pace abbia bisogno il mondo!

 

 Successivamente il papa Paolo 6° usò quell’espressione in un’omelia pronunciata nella messa di Natale del 25 dicembre 1975, durante il solenne rito di chiusura dell’Anno Santo celebrato quell’anno. Ve ne riporto ampi stralci.

 

L'uomo nuovo di questo Anno Santo non dimenticherà dunque la preghiera, e a questo linguaggio innocente dei figli di Dio, ricondurrà la infantile memoria; la Chiesa gli sarà coro e maestra. E dove andremo noi ora nell'ebbrezza di ricuperata e sempre incipiente beatitudine, di questa pace, ch'è tutta energia ed impulso all'effusione più prodiga e più fraterna? Comprenderemo noi, o Cristo, fatto pastore davanti ai nostri passi frettolosi di toccare fin d'ora, nel periodo così breve e fugace, riservato al nostro esperimento di tuoi autentici seguaci, una meta degna e concreta, comprenderemo noi il «segno dei tempi», ch'è l'amore a quel prossimo, nella cui definizione Tu hai racchiuso ogni uomo, sì, ogni uomo bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso ed ostile, ma insignito dall'incomparabile dignità di fratello? La sapienza dell'amore fraterno, la quale ha caratterizzato in virtù ed in opere, che cristiane sono giustamente qualificate, il cammino storico della santa Chiesa, esploderà con novella fecondità, con vittoriosa felicità, con rigenerante socialità.

Non l'odio, non la contesa, non l'avarizia sarà la sua dialettica, ma l'amore, l'amore generatore d'amore, l'amore dell'uomo per l'uomo, non per alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara e mal tollerata condiscendenza, ma per l'amore a Te; a Te, o Cristo scoperto nella sofferenza e nel bisogno di ogni nostro simile. La civiltà dell'amore prevarrà nell'affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell'umanità finalmente cristiana.

 

  Nell’enciclica La magnifica umanità, in corrispondenza della frase in cui si ricorda l’idea di civiltà dell’amore nel Magistero del papa Giovanni Paolo 2°, si citano i numeri da 31 e 33 dell’enciclica La sollecitudine sociale - Sollicitudo rei socialis, un importante documento della dottrina sociale pubblicato nel 1987, che vi leggo:

 

   La fede in Cristo Redentore, mentre illumina dal di dentro la natura dello sviluppo, guida anche nel compito della collaborazione. Nella Lettera di san Paolo ai Colossesi leggiamo che Cristo è «il primogenito di tutta la creazione» e che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui ed in vista di lui» (come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 15 - Col 1,15). Infatti, ogni cosa «ha consistenza in lui», perché «piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose» (come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 20 - Col 1,20). In questo piano divino, che comincia dall'eternità in Cristo, «immagine» perfetta del Padre, e che culmina in lui, «primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 15 - Col 1,15), s'inserisce la nostra storia, segnata dal nostro sforzo personale e collettivo di elevare la condizione umana, superare gli ostacoli sempre risorgenti lungo il nostro cammino, disponendoci così a partecipare alla pienezza che «risiede nel Signore» e che egli comunica «al suo corpo, che è la Chiesa» (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 18 -  Col 1,18 e in quella agli Efesini, capitolo 1, versetto 22 -Ef 1,22), mentre il peccato, che sempre ci insidia e compromette le nostre realizzazioni umane è vinto e riscattato dalla «riconciliazione» operata da Cristo (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 20 - Col 1, 20).

  Qui le prospettive si allargano. Il sogno di un «progresso indefinito» si ritrova trasformato radicalmente dall'ottica nuova aperta dalla fede cristiana, assicurandoci che tale progresso è possibile solo perché Dio Padre ha deciso fin dal principio di rendere l'uomo partecipe della sua gloria in Gesù Cristo risorto, «nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati» (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo agli Efesini, capitolo 1, versetto 7 - Ef 1,7), e in lui ha voluto vincere il peccato e farlo servire per il nostro bene più grande,  che supera infinitamente quanto il progresso potrebbe realizzare. Possiamo dire allora -mentre ci dibattiamo in mezzo alle oscurità e alle carenze del sottosviluppo e del supersviluppo- che un giorno «questo corpo corruttibile si vestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità» (come si legge  nella prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 15, versetto 54 - 1 Cor 15,54), quando il Signore «consegnerà il Regno a Dio Padre» (come si legge nella prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 15, versetto 24 - 1 Cor 15,24) e tutte le opere e azioni, degne dell'uomo, saranno riscattate.

  La concezione della fede inoltre, mette bene in chiaro le ragioni che spingono la Chiesa a preoccuparsi della problematica dello sviluppo, a considerarlo un dovere del suo ministero pastorale, a stimolare la riflessione di tutti circa la natura e le caratteristiche dell'autentico sviluppo umano. Col suo impegno essa desidera, da una parte, mettersi al servizio del piano divino inteso a ordinare tutte le cose alla pienezza che abita in Cristo (come si legge nella lettera ai Colossesi, capitolo 1, versetto 19 - Col 1,19), e che egli comunicò al suo corpo, e dall'altra, rispondere alla sua vocazione fondamentale di «sacramento», ossia «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano». 

  Alcuni Padri della Chiesa si sono ispirati a tale visione per elaborare a loro volta in forme originali, una concezione circa il significato della storia e il lavoro umano, come indirizzato a un fine che lo supera e definito sempre dalla relazione con l'opera di Cristo. In altre parole, è possibile ritrovare nell'insegnamento patristico una visione ottimistica della storia e del lavoro, ossia del valore perenne delle autentiche realizzazioni umane, in quanto riscattate dal Cristo e destinate al Regno promesso.  Così fa parte dell'insegnamento e della pratica più antica della Chiesa la convinzione di esser tenuta per vocazione -essa stessa, i suoi ministri e ciascuno dei suoi membri- ad alleviare la miseria dei sofferenti, vicini e lontani, non solo col «superfluo», ma anche col «necessario». Di fronte ai casi di bisogno, non si possono preferire gli ornamenti superflui delle chiese e la suppellettile preziosa del culto divino; al contrario, potrebbe essere obbligatorio alienare questi beni per dar pane, bevanda, vestito e casa a chi ne è privo.  Come si è già notato, ci viene qui indicata una «gerarchia di valori» -nel quadro del diritto di proprietà- tra l'«avere» e l'«essere», specie quando l'«avere» di alcuni può risolversi a danno dell'«essere» di tanti altri. Nella sua Enciclica [lo Sviluppo dei popoli – Populorum progressio, del 1967,] Papa Paolo 6° sta nella linea di tale insegnamento, ispirandosi alla Costituzione pastorale [La gioia e la speranza -] Gaudium et spes. Per parte mia, desidero insistere ancora sulla sua gravità e urgenza, implorando dal Signore forza a tutti i cristiani per poter passare fedelmente all'applicazione pratica.

  L'obbligo di impegnarsi per lo sviluppo dei popoli non è un dovere soltanto individuale, né tanto meno individualistico, come se fosse possibile conseguirlo con gli sforzi isolati di ciascuno. Esso è un imperativo per tutti e per ciascuno degli uomini e delle donne, per le società e le Nazioni, in particolare per la Chiesa cattolica e per le altre Chiese e Comunità ecclesiali, con le quali siamo pienamente disposti a collaborare in questo campo. In tal senso, come noi cattolici invitiamo i fratelli cristiani a partecipare alle nostre iniziative, cosi ci dichiariamo pronti a collaborare alle loro, accogliendo gli inviti che ci sono rivolti. In questa ricerca dello sviluppo integrale dell'uomo possiamo fare molto anche con i credenti delle altre religioni, come del resto si sta facendo in diversi luoghi. La collaborazione allo sviluppo di tutto l'uomo e di ogni uomo, infatti, è un dovere di tutti verso tutti e deve, al tempo stesso, essere comune alle quattro parti del mondo: Est e Ovest, Nord e Sud; o, per adoperare il termine oggi in uso, ai diversi «mondi». Se, al contrario, si cerca di realizzarlo in una sola parte, o in un solo mondo, esso è fatto a spese degli altri; e là dove comincia, proprio perché gli altri sono ignorati, si ipertrofizza e si perverte. I popoli o le Nazioni hanno anch'essi diritto al proprio pieno sviluppo, che, se implica -come si è detto- gli aspetti economici e sociali, deve comprendere pure la rispettiva identità culturale e l'apertura verso il trascendente. Nemmeno la necessità dello sviluppo può essere assunta come pretesto per imporre agli altri il proprio modo di vivere o la propria fede religiosa. 

  Né sarebbe veramente degno dell'uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli. Oggi, forse più che in passato, si riconosce con maggior chiarezza l'intrinseca contraddizione di uno sviluppo limitato soltanto al lato economico. Esso subordina facilmente la persona umana e le sue necessità più profonde alle esigenze della pianificazione economica o del profitto esclusivo. L'intrinseca connessione tra sviluppo autentico e rispetto dei diritti dell'uomo ne rivela ancora una volta il carattere morale: la vera elevazione dell'uomo, conforme alla vocazione naturale e storica di ciascuno non si raggiunge sfruttando solamente l'abbondanza dei beni e dei servizi, o disponendo di perfette infrastrutture. Quando gli individui e le comunità non vedono rispettate rigorosamente le esigenze morali, culturali e spirituali, fondate sulla dignità della persona e sull'identità propria di ciascuna comunità, a cominciare dalla famiglia e dalle società religiose, tutto il resto-disponibilità di beni, abbondanza di risorse tecniche applicate alla vita quotidiana, un certo livello di benessere materiale- risulterà insoddisfacente e, alla lunga, disprezzabile. Ciò afferma chiaramente il Signore nel Vangelo, richiamando l'attenzione di tutti sulla vera gerarchia dei valori: «Qual vantaggio avrà l'uomo, se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?» (come si legge nel Vangelo secondo Matto, al capitolo 16, versetto 26 - Mt 16,26).

Un vero sviluppo, secondo le esigenze proprie dell'essere umano, uomo o donna, bambino, adulto o anziano, implica soprattutto da parte di quanti intervengono attivamente in questo processo e ne sono responsabili una viva coscienza del valore dei diritti di tutti e di ciascuno nonché della necessità di rispettare il diritto di ognuno all'utilizzazione piena dei benefici offerti dalla scienza e dalla tecnica.

  Sul piano interno di ogni Nazione, assume grande importanza il rispetto di tutti i diritti: specialmente il diritto alla vita in ogni stadio dell'esistenza; i diritti della famiglia, in quanto comunità sociale di base, o «cellula della società»; la giustizia nei rapporti di lavoro; i diritti inerenti alla vita della comunità politica in quanto tale; i diritti basati sulla vocazione trascendente dell'essere umano, a cominciare dal diritto alla libertà di professare e di praticare il proprio credo religioso. Sul piano internazionale, ossia dei rapporti tra gli Stati o, secondo il linguaggio corrente, tra i vari «mondi», è necessario il pieno rispetto dell'identità di ciascun popolo con le sue caratteristiche storiche e culturali. É indispensabile, altresì, come già auspicava l'Enciclica  [Lo sviluppo dei popoli    -] Populorum Progressio, riconoscere a ogni popolo l'eguale diritto «ad assidersi alla mensa del banchetto comune»»,  invece di giacere come Lazzaro fuori della porta, mentre «i cani vengono a leccare le sue piaghe» (come i legge nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 16, versetto 21 - Lc 16,21). Sia i popoli che le persone singole debbono godere dell'eguaglianza fondamentale,  su cui si basa, per esempio, la Carta dell'Organizzazione delle Nazioni Unite: eguaglianza che è il fondamento del diritto di tutti alla partecipazione al processo di pieno sviluppo.

 Per essere tale, lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare mai l'una e l'altra per nessun pretesto. Il carattere morale dello sviluppo e la sua necessaria promozione sono esaltati quando c'è il più rigoroso rispetto di tutte le esigenze derivanti dall'ordine della verità e del bene, propri della creatura umana. Il cristiano, inoltre, educato a vedere nell'uomo l'immagine di Dio, chiamato alla partecipazione della verità e del bene, che è Dio stesso, non comprende l'impegno per lo sviluppo e la sua attuazione fuori dell'osservanza e del rispetto della dignità unica di questa «immagine». In altre parole, il vero sviluppo deve fondarsi sull'amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società. Ecco la «civiltà dell'amore», di cui parlava spesso il Papa Paolo 6°. 

 

 Bisogna ora approfondire il significato delle due parole civiltà e amore, in senso evangelico, che troviamo nell’espressione civiltà dell’amore.

  Per civiltà  si intende l'insieme delle istituzioni, dei valori, delle norme giuridiche e morali, delle relazioni sociali ed economiche, delle forme culturali, quelle religiose comprese, dei linguaggi, dei riti sociali, dei sistemi simbolici  e, più in generale,  dei costumi, compresi quelli relativi ai rapporti sessuali e nelle famiglie, che caratterizzano una società storicamente determinata. Modellare una civiltà  sulla base del valore dell’amore in senso evangelico richiede di incidere, catalizzando una sufficiente forza sociale, in tutti quei campi, guidati da una sapienza che comprende i principi teologici, ma anche molto altro, e soprattutto la politica, nel senso di governo sociale, che in un contesto democratico è molto partecipata e richiede competenze diffuse nelle  popolazioni.

  Quando nella teologia cristiana si parla di amore nel senso del vangelo, si intende l’amore/agàpeagàpe è una parola del greco antico in cui venne scritto il Nuovo Testamento - o amore agapico, che non consiste solo in un’emozione o in un sentimento, per cui si vuole altruisticamente bene o, in un contesto sociale, ci si vuole altruisticamente bene, ma soprattutto in un fare altruisticamente del bene o, in un contesto sociale, in un farsi altruisticamente del bene. Voler bene altruisticamente a tutti  può riuscire a Dio: gli esseri umani in questo sono limitati perché non hanno il pieno controllo dei loro sentimenti, per cui ci riescono in misura minore, anche se sinceramente si sforzano di voler altruisticamente bene. E’ possibile invece imporsi di volere far del bene altruisticamente  a tutti, anche a coloro ai quali non si  vuole bene o non si vuole ancora bene, e questo far altruisticamente del bene  può rivelarsi anche una via di riconciliazione per iniziare o ricominciare a volersi altruisticamente bene. Non è un obiettivo realistico quello di costruire una civiltà in cui ci si vuole tutti bene, e questa è un’esperienza che ogni persona fa, anche se si può sognare utopisticamente un mondo in cui realmente ci si vuole tutti altruisticamente bene, soprattutto se sorretti da una  mistica religiosa: in certe cose, mettendosi insieme, possono essere superati i limiti individuali, ma non in questa. Tuttavia è invece realistico cercare di organizzare la società in modo che  il far del bene altruisticamente e senza discriminazioni sociali divenga un valore, un costume e addirittura una norma per le istituzioni pubbliche, che sono quelle che si impongono su di noi a prescindere dal nostro consenso, e anche nelle altre relazioni sociali. Questo tipo di far altruisticamente del bene come valore  sociale e pubblico è chiamato solidarietà ed è incluso nel principio agapico evangelico.

 Ne ha scritto, sintetizzando molto efficacemente, il biblista Gerhard Lohfink in Il Padre nostro. Una nuova spiegazione, Queriniana 2020, anche in ebook [dello stesso autore: Gesù come voleva la sua comunità. La Chiesa quale dovrebbe essere,  San Paolo, 2015, che mi fu segnalato dall’antico assistente del mio gruppo Fuci, già arcivescovo di Oristano e professore di teologia di professione, grande specialista del pensiero del teologo Karl Rahner].

  Gesù, con il suo piccolo gruppo di discepoli, girava per la Galilea e da altre parti guarendo e insegnando. Avevano necessità che qualcuno li accogliesse, lì dove si spostavano, e li sostentasse. Questa accoglienza benevola era appunto l’agàpe, che quindi  va intesa come sollecitudine amicale, benevola e  solidale verso l’altro, in un atteggiamento che previene i suoi bisogni, anche verso le persone sconosciute. Il comando evangelico è di praticarla universalmente, perfino con chi ci vuole male (e noi a lui).

  Si tratta di fare posto e di instaurare relazioni agapiche, durature, che cambino l’assetto sociale. Non si tratta solo di sfamare, dissetare, rivestire, come in un centro di soccorso per le persone in difficoltà, in cui rimane la distinzione tra chi assiste e chi è assistito, la persona povera. Azioni meritorie, certo, ma che sono solo modalità di costruzione dell’agàpe e, se rimangono a quel livello, non adempiono pienamente il comando evangelico dell’agàpe. Occorre un’azione sociale più vasta, ambiziosa e intensa.

 L’agàpe è rappresentata nella parabola del Samaritano misericordioso che troviamo nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 10, versetti 25-37, che, nell’enciclica Fratelli tutti, del 2020, pubblicata sotto l’autorità di papa Francesco, è utilizzata come chiave interpretativa per leggere le relazioni umane e la situazione del mondo contemporaneo.

 Concludo proprio leggendo i numeri da 80 a 82 di quell’enciclica, nella parte conclusiva del secondo capitolo Un estraneo sulla strada, basato sulla parabola del Samaritano misericordioso.

 

Gesù propose questa parabola per rispondere a una domanda: chi è il mio prossimo? La parola “prossimo” nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi è più vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. Un samaritano, per alcuni giudei di allora, era considerato una persona spregevole, impura, e pertanto non era compreso tra i vicini ai quali si doveva dare aiuto. Il giudeo Gesù rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi.

  La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza. In questo caso, il samaritano è stato colui che si è fatto prossimo del giudeo ferito. Per rendersi vicino e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche. La conclusione di Gesù è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (come si legge nel Vangelo secondo Luca al capitolo 10, versetto 37 - Lc 10,37). Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri.

  Il problema è che, espressamente, Gesù mette in risalto che l’uomo ferito era un giudeo – abitante della Giudea – mentre colui che si fermò e lo aiutò era un samaritano – abitante della Samaria –. Questo particolare ha una grandissima importanza per riflettere su un amore che si apre a tutti. I samaritani abitavano una regione che era stata contaminata da riti pagani, e per i giudei ciò li rendeva impuri, detestabili, pericolosi. Difatti, un antico testo ebraico che menziona nazioni degne di disprezzo si riferisce a Samaria affermando per di più che «non è neppure un popolo» (come si legge ne libro del Siracide, al capitolo 50, versetto 25Sir 50,25), e aggiunge che è «il popolo stolto che abita a Sichem» (come si legge nel successivo versetto  26).

  Questo spiega perché una donna samaritana, quando Gesù le chiese da bere, rispose enfaticamente: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (come si legge nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 4, versetto 9 - Gv 4,9). Quelli che cercavano accuse che potessero screditare Gesù, la cosa più offensiva che trovarono fu di dirgli «indemoniato» e «samaritano» (come si legge ne Vangelo secondo Giovanni, capitolo 8, versetto 48 - Gv 8,48). Pertanto, questo incontro misericordioso tra un samaritano e un giudeo è una potente provocazione, che smentisce ogni manipolazione ideologica, affinché allarghiamo la nostra cerchia, dando alla nostra capacità di amare una dimensione universale, in grado di superare tutti i pregiudizi, tutte le barriere storiche o culturali, tutti gli interessi meschini.

 

 Aggiungo alle parole dell’enciclica di papa Francesco: dare alla nostra capacità di amare una dimensione universale significa appunto costruire una civiltà dell’amore.

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com