La magnifica Umanità
Enciclica MAG26
La
via di Neemia
5.
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Libro di
Neemia, cap.5: l’assemblea per esaminare le proteste per ingiustizie sociali della popolazione più povera.
Continuo ad esaminare in dettaglio
l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.
Nello studiare un’enciclica è molto importante
approfondirne l’apparato dei riferimenti biblici. Infatti l’aspetto teologico è
centrale in documenti di quel genere e la teologia si fonda sulla Parola di
Dio, trasmessa, secondo la dottrina cattolica, nella Sacra Scrittura e nella Sacra
Tradizione. Questo può dirsi anche a proposito di un’enciclica sociale come la La magnifica umanità, perché la
dottrina sociale della Chiesa è considerata parte della teologia morale.
Nell’enciclica si propone il personaggio di Neemia
come nostro compagno e figura-guida e la narrazione della riparazione delle mura e
delle porte della città di Gerusalemme, nel 5° secolo avanti Cristo, come
modello biblico di riferimento per orientare la nostra azione sociale di
persone di fede di fronte alla svolta epocale dei nostri tempi determinata
dagli sviluppi delle tecnologie dell’intelligenza artificiale e dal loro sempre
più pervasivo impiego nella vita sociale, e non solo nelle attività economiche.
Nell’enciclica, in otto
numeri, le unità tematiche minori in cui è suddivisa, nell’Introduzione e
nei capitoli Terzo e Quinto, vi sono
riferimenti espliciti alle narrazioni contenute nel libro di Neemia, nelle
quali viene presentato Neemia e descritto il suo ministero come governatore
della Giudea su mandato dell’imperatore persiano Artaserse 1°, nel 5° Secolo
prima di Cristo, nella Gerusalemme di circa un secolo dopo che la città era
stata conquistata dai Persiani, mettendo fine alle dominazione Babilonese e
consentendo il ritorno della gente di quella regione che era stata costretta a
trasferirsi a Babilonia. Questi riferimenti sono nei numeri 8, 10 e 16 dell’Introduzione;
nei numeri 90 e 129 del capitolo Terzo, Tecnica e Dominio, La
grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’Intelligenza
Artificiale; nei numeri 184, 241 e 242 del capitolo Quinto, La cultura
della potenza e la civiltà dell’amore.
Proviamo a saldare le argomentazioni svolte
in quelle parti dell’enciclica in un unico discorso continuo:
Il libro di Neemia […] si apre
in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo
l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città
è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (come si legge
nei primi due capitoli del libro di Neemia - cfr Ne 1-2). Neemia, un
ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato
disastroso della città dei padri. Prima
di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul
posto, esamina in silenzio i luoghi
distrutti. Non impone soluzioni
dall’alto. Convoca le famiglie,
affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina
gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa
di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il
popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e
ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune,
non quella dell’uniformità, ma quella
della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la
sua forza viene dal Signore.
Scegliamo [dunque] la “via di Neemia”, che mette
in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio
per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta
ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa:
quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il
terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani
trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché
alla sua luce il pluralismo non si
disperda nel disordine, ma, nella
pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue
solide fondamenta e il suo fine ultimo.
Come
Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza,
rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle
nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla
terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità
finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (come si
legge nel versetto 11 del Salmo 85). Questa è la benedizione che imploriamo da
Dio e il compito che ci attende: essere
costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene,
non padroni di torri destinate a crollare.
Desidero volgere lo sguardo su alcune sfide
che toccano da vicino il nostro modo di abitare questo tempo. L’immagine biblica che accompagna queste
pagine è quella di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove
l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per
disumanizzare (come si legge nel libro della Genesi, capitolo 11, versetti da 1
a 9 - Gen 11,1-9); dall’altro le
rovine di Gerusalemme, che sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo,
come opera di responsabilità condivisa (come viene narrato nei capitoli da
2 a 6 del libro di Neemia - Ne 2-6). Siamo chiamati a interrogarci
sul grande cantiere della nostra epoca: cosa
stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente
linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e
con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data
in dono. Non si tratta di una scelta
sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e
le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano.
L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la
tecnica, ma le assume con gratitudine e
realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è
un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene
comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato. In questo
senso, la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli,
oppure un progresso che li piega a logiche di potere. Alla fine, la domanda
decisiva resta se l’intelligenza artificiale renda la vita umana sulla terra,
in ogni suo aspetto, “più umana”, più
“degna dell’uomo”. Se la risposta è “sì”, allora possiamo
riconoscervi una possibilità buona da abitare con responsabilità, in un cammino
di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di
Gerusalemme narrata nel libro di Neemia. Se
invece la potenza cresce mentre il cuore
si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di
Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana.
Intendo, dunque, confrontare due logiche opposte, che ho già evocato con immagini
bibliche: da un lato, la tentazione
di costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio;
dall’altro, la pazienza di ricostruire
Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo
per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune.
Neemia ascolta il grido di una città ferita,
porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto,
ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze
interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura
di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola
luminosa della nostra vocazione ad
essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di
fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne
e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese
tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò
che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio,
preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile,
anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano
prevalere.
L’immagine
della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento,
della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono
per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (come
si legge nel libro dell’Apocalisse, capitolo 21, versetto 2 – Ap 21,2). Le mura
di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi
della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta
attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di
Dio offre a tutti luce e vita. La
città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo
albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (come si legge
nel libro dell’Apocalisse, al capitolo 22, versetto 2 - Ap 22,2).
Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come
un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme:
questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre.
Osservo che nell'enciclica le narrazioni dell'Antico
Testamento vengono sempre comprese alla luce del Vangelo e, in questo caso,
della visione, contenuta nel libro dell'Apocalisse, della città donata da Dio,
con le porte permanentemente aperte alle genti di tutte le nazioni. Nella
Gerusalemme di Neemia, invece, le mura e le porte avevano anzitutto una
funzione difensiva e servivano a ricostituire l'identità religiosa e civile
della comunità dopo l'esilio; esse contribuivano anche a distinguere Israele dai
popoli circostanti, mentre nell'Apocalisse, nei brani citati alla fine
dell’enciclica, la città santa appare
come il compimento universale del progetto di Dio per tutta l'umanità.
Concludo con i
brani del libro dell’Apocalisse recanti i versetti citati nell’enciclica, dal
capitolo 21, versetti da 1 a 4, e dal capitolo 22, versetti da 1 a 6:
E vidi un cielo nuovo e
una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare
non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere
dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii
allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
"Ecco
la tenda di Dio con gli uomini!
Egli
abiterà con loro
ed
essi saranno suoi popoli
ed
egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E
asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e
non vi sarà più la morte
né
lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate".
[…]
E mi mostrò poi un fiume d'acqua viva,
limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In
mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall'altra del fiume, si trova
un albero di vita che dà frutti dodici volte all'anno, portando frutto ogni
mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni.
E
non vi sarà più maledizione.
Nella
città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello:
i
suoi servi lo adoreranno;
vedranno
il suo volto
e
porteranno il suo nome sulla fronte.
Non
vi sarà più notte,
e
non avranno più bisogno
di
luce di lampada né di luce di sole,
perché il
Signore Dio li illuminerà.
E
regneranno nei secoli dei secoli.
Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia
di San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com
