INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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lunedì 18 maggio 2026

Democrazia e verità - brevi note a margine degli incontri del Movimento ecclesiale di impegno culturale del Lazio dell’8 e del 15 maggio 2026

 

Democrazia e verità

brevi note a margine degli incontri del Movimento ecclesiale di impegno culturale del Lazio dell’8 e del 15 maggio 2026

 

1.  Che cos’è la democrazia? [9 maggio 2026]

  Due righe a margine dell’incontro di ieri sera.

Che cos’è realmente la democrazia? Non la democrazia dell’Unione europea contemporanea, un sistema politico unico nella storia dell’umanità prodotto dalla sovversione dei precedenti regimi indotta dal pensiero sociale cristiano dell’ultimo secolo: no, la democrazia nella sua essenza, in ciò che realmente la caratterizza.

  Avete veramente cuore per spingere lo sguardo su questo, lasciandovi alle spalle il discorso su come la democrazia dovrebbe essere, secondo le nostre particolari concezioni, ma lasciandocene invece rimandare l’immagine dalla storia com’è stata realmente, in base a ricostruzioni da fonti degne di fede?

  Scrivere che la democrazia si presenta come un sistema di governo delle società basato su procedure giuridiche ne descrive suoi aspetti importanti, ma non coglie la sua essenza, che è la rivolta, la ribellione, la sovversione  la contestazione in ogni modo possibile, anche contro e oltre ogni procedura,  di ogni potere, pubblico o privato,  che pretenda di imporsi senza limiti.

E ogni potere sociale, nessuno escluso, tende a rivendicare assolutezza, rifuggendo da ogni limite. Per questo la democrazia si presenta come un processo di perpetua sovversione: tale è stata storicamente.

  Si dice che la regola delle decisioni a maggioranza è ciò che contraddistingue la democrazia, ma in realtà non è così. Perché, altrimenti, anche le procedure di governo degli Ordini religiosi che prevedano al vertice decisioni collegiali a maggioranza dovrebbero essere considerate democratiche, ed è stato in effetti scritto, ma in realtà sono l’essenza dell’assolutismo, e aggiungo che la storia ecclesiastica del Secondo millennio ci insegna che la costruzione dell’assolutismo papale, da cui ora ci si vorrebbe tentare di liberare nella riforma sinodale della nostra Chiesa, si basò fondamentalmente su ideologie politiche monastiche.

  I processi democratici comportano anche la perpetua e costante contestazione di ogni procedura giuridica su cui si basa il sistema di governo, anche di quelle che prevedano decisioni a maggioranza, alla ricerca della incessante ridefinizione del sistema dei limiti ai poteri sociali. Ogni procedura è rito, l’elemento sul quale, insieme a mito, linguaggio e diritto, si fa la costruzione sociale e ogni rito ingloba un mito, ma è giuridico nella misura in cui la collettività che lo celebra è consapevole del suo carattere precario e caduco, corrispondente a transazioni sociali emerse in un dato tempo e in certe  condizioni sociali, e destinato ad essere superato, mediante riforma proceduralizzata o, comunque, a seguito di processi rivoluzionari. Secondo le concezioni democratiche, anche  il sistema di potere a base maggioritaria deve riconoscere limiti e, in quanto cerchi di esimersene  sulla base di una legittimazione maggioritaria quindi a seguito  del rito di decisioni maggioritarie, va combattuto e riformato o abbattuto, con ogni mezzo. Ma di più: nei processi democratici l’assetto giuridico che disegna il sistema dei limiti sociali viene costantemente messo in discussione proprio da minoranze oppresse contro maggioranze insofferenti dei limiti. E le procedure giuridiche possono essere definite democratiche in quanto proteggano anche questa sovversione di quelle minoranze, così come proteggono  le maggioranze dagli arbitrii di ogni potere che rifiuti limiti rivendicando assolutezza, e, va osservato, è tipico delle società umane, per limiti insuperabili legati alla biologia umana dei processi cognitivi, l’essere governate da minoranze che costantemente tendono a liberarsi dei limiti al proprio potere, abusandone, anche quando li accettano formalmente. Un fenomeno messo in luce fin dai primi teorici illuministi della democrazia contemporanea e che, ai tempi nostri, viene definito come quello delle democrazie illiberali o democrature, quando ha successo. Ma queste democrazie vanno considerate solo una fase intermedia verso l’assolutismo, destinato ad essere rovesciato mediante processi democratici rivoluzionari, esplosivi. La qualità delle democrazie si giudica non dalla loro stabilità ma dalla loro tendenziale instabilità, garantita da procedure con caratteristiche di effettività, dove vanno considerate più democratiche le forme tenute in condizione di maggiore instabilità, sotto ogni aspetto, anche nella forza del loro apparato mitologico. In società democratiche i miti vengono costantemente rivisti e modellati più rapidamente di quanto accade in altri sistemi politici, da cui la delicata questione del rapporto con il sistema teologico  di verità, sul quale le gerarchie ecclesiastiche hanno costruito il proprio potere sociale e politico, che é (ancora) assolutistico (portato del Secondo millennio, non delle origini fondative) nella Chiesa cattolica e nell’Ortodossia. Qui gli storici sono più utili dei teologi per dimostrare che storicamente l’assolutismo ecclesiastico e quello politico dei regimi cristianizzati  non si svilupparono come conseguenza dell’apparato dogmatico, bensì quest’ultimo fu ideato e imposto a supporto ideologico dei primi.

  Storicamente i processi democratici sono stati sempre, nelle loro varie fasi, e agli inizi in particolare, in un crescendo, agitazione ed ebollizione sociale, tumulto,  violenza anche estrema, sovversione, rivoluzione, fino all’emergere, all’esito di un grandioso, efferato, feroce, estremamente distruttivo conflitto europeo deflagrato a livello mondiale che ha consentito di ridisegnare i poteri politici a livello globale e che si è sviluppato dal 1914 al 1945, della democrazia dell’Unione Europea, che, nei suoi fondamenti ultimi è il gioiello della democrazia dei cristiani. Qui la pace agàpica, secondo concezioni evangeliche,  come bene comune basato sul valore del rispetto della dignità sociale di ogni persona umana,, all’interno e all’esterno della società di riferimento, è divenuta un obiettivo politico storico concreto, lo dico con il lessico di Jacques Maritain, quale non era mai stata storicamente  né per i democratici né per i cristiani. La violenza sociale  era sempre stata infatti connaturata ai processi democratici ed era sempre stata ampiamente e ferocemente praticata nelle società cristianizzate, in ogni loro fase, sia in quelle magmatiche rivoluzionarie, ad esempio nei primi secoli e nelle successive fasi di effervescenza nel Basso Medioevo Europeo e dal Cinquecento al Seicento,  sia in quelle di consolidamento assolutistico, praticamente ogni altra epoca. Paradossalmente la nuova pace degli europei, in quanto democratica, ingloba un principio altamente sovversivo, quello di origine cristiana che si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, dove “Dio” non è concepito in senso teistico, ma nel senso cristiano del Teòs agàpe estìn, nel greco antico del Nuovo Testamento, Dio è agàpe, e quest’ultima non si fonda sulle maggioranze né sui miti, siano quello del popolo o della nazione o della ragione, né sui riti, né sul diritto,  né sulla sacralizzazione della violenza sociale, ma sul principio di costante, perpetua, benevolente, solidale, progressiva  inclusione sociale, per il quale si fa spazio e ci si prende cura di ogni singola vita umana, che viene stabilito come norma fondamentale a cui corrispondono diritti azionabili in sede giudiziaria. Cosi, in questa concezione, il sistema giudiziario europeo non si presenta più come strumento al servizio dei ceti dominanti, ma principio di costante riforma sociale democratica, verso sempre più avanzati equilibri sociali e politici.

  Ah, avere più vita davanti! Quanto lavoro ci sarebbe da fare per riformare la cultura della democrazia, che appare ormai insufficiente, nelle sue irrealistiche categorizzazioni, a sorreggere la democrazia contemporanea  degli europei!

  Si potrà forse iniziare a fare qualcosa…

  Non mi concentrerei però sulla democrazia dei filosofi, che è il frutto più che altro delle loro fantasie combinate con i loro auspici, ma sulla democrazia degli europei di oggi, lasciandoci guidare innanzi tutto da coloro che ci rimandano una visione realistica dei suoi processi, vale a dire sociologi, politologi e giuristi.

 

2.La costruzione di ordinamenti democratici. Alcune osservazioni [13 maggio 2026]

 

  Se definiamo un ordinamento come il sistema giuridico che regola le dinamiche sociali per dar loro stabilità e la democrazia  come  il sistema politico che costantemente si propone di costituire e ridefinire limiti ad ogni potere sociale, pubblico o privato, è evidente una certa tensione tra i concetti di ordinamento e di democrazia: un ordinamento è tendenzialmente conservatore, mira a dare stabilità alle relazioni sociali, mentre le dinamiche democratiche tendono a renderle  instabili, mettendone in questione gli ordinamenti a fini di costante riforma.

 Tuttavia, secondo la definizione di un’antica sapienza che è ancora attuale, gli esseri umani sono viventi che creano e governano società e gli scopi dei moti democratici non potrebbero essere veramente raggiunti senza costituire nuovi ordinamenti al posto di quelli abbattuti o modificare quelli preesistenti che si voglia mantenere. Ne primo caso si parla di rivoluzione, nel secondo di  riforma. Le società umane evolvono comunque, a prescindere da un consapevole disegno rivoluzionario o riformatore, mantenendo sempre elementi preesistenti, anche se talvolta reinterpretati, per cui strutture più antiche svolgono funzioni nuove. Tutti i poteri sociali partecipano di questa evoluzione che è la risultante della loro interazione. Un’evoluzione realmente rivoluzionaria è possibile in fondo solo se la preesistente cultura venga completamente  cancellata, il che è assai difficile che avvenga, se non a seguito della completa estinzione o soppressione della relativa popolazione.  Ma si parla di rivoluzione anche quando la riforma di un precedente ordinamento è così profonda, nei valori e nelle procedure, da costituire qualcosa di molto diverso dall’assetto politico precedente e ispirato a principi opposti, pur nella persistenza di alcune strutture organizzative ed elementi culturali.

  La costruzione sociale democratica inizia già nella fase di lotta per la riforma di un regime meno democratico o l’abbattimento di uno non democratico. L’agitazione democratica è caratterizzata da finalità anche altruistiche ed è tendenzialmente inclusiva: questo richiede l’organizzazione di comitati, partiti e simili, a partire dalle norme statutarie, per costituire una forza sociale. Da queste attività scaturiscono poi quelle analoghe che riguardano l’ordinamento politico che si vuole riformare o rivoluzionare. Così è stato, tra il 1943 e il 1947, per la rivoluzione democratica italiana antifascista.

  Un ordinamento  può essere definito democratico se, oltre a porre limiti ad ogni potere sociale, crea anche le condizioni effettive, e dunque le procedure, per il cambiamento degli assetti politici, assecondando l’evoluzione sociale. Questo richiede e comporta necessariamente la desacralizzazione degli ordinamenti: la sacralizzazione  infatti li presenta come voluti da un dio, o da entità mitiche, come il popolo,   e come tali intangibili e immodificabili. Un altro modo per definire la desacralizzazione è secolarizzazione, dove, nel lessico delle teologie cristiane, il secolo è il mondo, la natura con dentro gli esseri umani e le loro società, che cambia costantemente, contrapposto a ciò che è eterno perché riguarda ciò che un dio o un’entità mitica è, vuole e fa. Nessun ordinamento può essere definito democratico se mantiene elementi di sacralizzazione nella legittimazione dei suoi poteri pubblici, salvo che si tratti di elementi puramente cerimoniali.  Questo ha storicamente provocato problemi nelle relazioni con le autorità ecclesiastiche, nella misura in cui esse pretendono sacralizzati i propri poteri sociali.

  Nello stesso tempo, un ordinamento può essere definito democratico solo se crea limiti anche  all’esercizio del potere costituente verso riforme che aprano la via alla tirannide, quindi a poteri pubblici illimitati. Un potere sociale è pubblico se ha efficacia anche verso chi non ha prestato consenso alle sue decisioni.

  Storicamente quegli obiettivi sono stati perseguiti introducendo valori con rilevanza giuridica negli ordinamenti, a cominciare dalla legge fondamentale che regola l’esercizio dei poteri pubblici in modo che rimangano democratici. L’asservimento antidemocratico dei poteri pubblici è lo strumento mediante il quale vengono istituiti i dispotismi politici.

  Definiamo valore ordinamentale un principio di azione sociale che si vuole caratterizzi l’evoluzione di un ordinamento.

  In epoca moderna i principali valori ordinamentali usati nella costruzione delle democrazie sono stati: il principio di uguaglianza nell’esercizio dei poteri pubblici e il principio del primato del diritto [definito anche dello stato di diritto o della rule of law rispetto ad essi]. In ordinamenti democratici essi devono avere effettività, che è realizzata costruendo un sistema giudiziario indipendente e rendendo i relativi diritti azionabili.

  Nella Costituzione della mazziniana Repubblica romana del 1849, archetipo di quella nostra costruita un secolo dopo,  leggiamo nel primo principio fondamentale un mito fondativo: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo”. Attribuendo la sovranità eterna ad un’entità mitica (in natura non esistono popoli, ma solo popolazioni), si volle escludere che essa venisse attribuita eternamente ad un determinato organismo pubblico (come per il re nelle monarchie sacralizzate). Nel secondo, il principio di uguaglianza: “Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di  nobiltà, né privilegi di nascita o casta”.

All’art.49 leggiamo: “I giudici nell’esercizio delle loro funzioni non dipendono da altro potere dello Stato”.

 Con la previsione di diversi diritti di libertà azionabili in sede giudiziaria, davanti a giudici indipendenti, così come regolando i poteri pubblici sottomettendoli alla Costituzione, venne istituito il sistema del primato del diritto.

  Sul principio di uguaglianza è costruito il concetto di giustizia nelle relazioni sociali, nei suoi aspetti particolari di giustizia commutativa, per mantenere la proporzionalità tra prestazioni combattendo lo sfruttamento, di giustizia distributiva, per realizzare una certa circolazione della ricchezza sociale prodotta, e di giustizia partecipativa, per rendere effettiva la partecipazione, secondo procedure legalmente previste, della popolazione alle funzioni pubbliche. Il criterio seguito per  definire la giustizia nelle relazioni sociali secondo il principio di uguaglianza è quello della ragionevolezza, cercando quindi  di mantenere un sufficiente aggancio con la realtà dei fatti  e una certa coerenza tra propositi, metodi e risultati.

 Il diritto richiamato dal principio del primato del diritto è il sistema di norme pubbliche, quindi applicabili anche ai non consenzienti, generali ed astratte, quindi non create per un caso singolo, non retroattive, deliberate secondo una procedura predeterminata nel sistema stesso, conformi ai valori ordinamentali, applicabili a tutti i soggetti dell’ordinamento di riferimento, comprese le istituzioni dei pubblici poteri, ed infine azionabili in sede giudiziaria, davanti a giudici indipendenti. Non si tratta quindi delle sole leggi parlamentari. Il principio del primato del diritto è uno dei principali sistemi di limiti ai poteri sociali di una democrazia nella fase della costruzione ordinamentale, dopo la fase di effervescenza per demolire o un  precedente regime dispotico o o riformare uno meno democratico.

  Filosofia e teologia cercano in genere di influenzare i sistemi politici nei loro aspetti propriamente  valoriali. Così anche per quanto riguarda la democrazia. Per quest’ultima si scontrano con il fatto che essa, instabile per natura, lo è anche nei suoi valori di riferimento e nei suoi miti fondativi, che vi vengono costantemente rimodellati, seguendo l’evoluzione sociale e politica, molto più velocemente di quanto accade in altri sistemi politici. La teologia, in particolare, ne risulta insofferente, immaginando valori eterni.

  Per quanto la si voglia trasformare in ordinamento, in qualcosa di stabile, una democrazia conserverà sempre un potenziale sovversivo, di resistenza, di instabilità, che si attiverà ogni volta che venga avvertita l’esigenza politica di ridefinire nei suoi limiti  un certo assetto di potere e il sistema per la riforma ordinamentale sia bloccato a difesa dell’esistente in modo che risulti socialmente  intollerabile. Potrebbe ora accadere  sulla questione della decisione sull’entrata in guerra. L’effettività di quel  potenziale sovversivo è proprio la forza principale della democrazia, ciò per il quale  nessun assetto di potere può tranquillamente trincerarsi dietro le formalità ordinamentali per coprire decisioni sostanzialmente  arbitrarie. La libertà di pensiero e di espressione, il moto sociale nelle sue varie forme, la propaganda politica e specificamente elettorale, lo sciopero, la disobbedienza civile come rifiuto di collaborazione al male e l’obiezione di coscienza dove legalmente prevista, l’occupazione di spazi pubblici, fino alla resistenza attiva sono tipicamente strumenti democratici nelle fasi di effervescenza democratica.

 

2.  Democrazia: un moto dal basso [14 maggio 2026]

  Nella concezione comune, sfugge la natura di moto sociale tumultuoso, ribelle, rivoltoso, sovversivo, rivoluzionario, della democrazia, la sua vera natura, e la si pensa o come un insieme di regole di buona creanza nella convivenza civile o come un progetto razionale per la realizzazione di società virtuose, solidali e pacificate, basato sui relativi valori. Così poi ci si concentra nell’esame e nel confronto delle costituzioni democratiche, risalenti sempre al tempo in cui i moti democratici si raffreddano, e ci si dedica alla costruzione sociale, dopo il loro successo sociale. Vengono considerate come manuali del buon cittadino invece che come sistemi di limiti ad ogni potere sociale, alla cui effettività è condizionata la pace sociale, sempre precaria in democrazia. In realtà il buon cittadino, nelle concezioni democratiche, è la persona che mantiene la voglia e la capacità di ribellarsi. E ribelli, non partigiani, era il termine con cui i resistenti italiani antifascisti erano soliti definirsi (ed essere definiti). Democrazia è in primo luogo ribellione.

  Sarebbe meglio considerare i moti democratici nella loro fase di lotta contro un ordinamento esistente meno democratico o non democratico, ad esempio facendo memoria della rivoluzione nord-americana e di quella francese di fine Settecento o dei moti democratici italiani di circa cinquant’anni dopo, o della figura di Giuseppe Mazzini, realmente un padre anche  della nostra Repubblica democratica, che ne realizza pienamente gli auspici. Egli morì a Pisa sotto falso nome mentre, dopo la realizzazione dell’unità nazionale, era ricercato dalla polizia del Regno d’Italia, ad ordinamento liberale e democratico ma non nella misura voluta da Mazzini, per l’esecuzione di due condanne a morte, pronunciate da giudici del Regno di Sardegna (divenuto Regno d’Italia nel 1861) per alto tradimento e altro e non  amnistiate o condonate. Era considerato un rivoluzionario estremamente pericoloso.

  Il popolo evocato nell’etimologia greca della parola italiana democrazia non è la maggioranza, ma puramente e semplicemente  la popolazione rispetto ad ogni potere sociale affermatosi in via di fatto o di diritto nella società politica di riferimento, nella misura in cui quella popolazione, in una qualche sua espressione, maggioritaria o minoritaria, pretenda di imporre limiti, dal basso, a quei poteri o, comunque, di controllarne l’esercizio.

  Ogni potere sociale cerca di dominare una sua popolazione e si situa quindi in alto rispetto ad essa, qualunque sia la sua pretesa legittimazione, sacrale, autocratica,  per cooptazione, per mandato da superiori, popolare. Si costituisce come una oligarchia: le società umane non possono essere governate che così. Rispetto a questi centri di potere costituiti o affermatisi in via di fatto, vi è la popolazione di riferimento, su cui il potere si esercita, e che quindi, rispetto a quel potere, si colloca in basso. Ebbene, un moto sociale di contestazione dei poteri sociali è democratico solo se si sviluppa dal basso. Esso si presenta sempre come in polemica verso gli assetti politici costituiti. Piero Calamandrei sosteneva che la nostra Costituzione repubblicana venne progettata per essere in polemica con la società: da qui il suo carattere schiettamente democratico.

  Se si vuole rivitalizzare la democrazia in una società di riferimento non bisogna partire dalla fine, vale a dire dall’immaginare dall’alto riforme costituzionali, ma dal principio, vale a dire dal suscitare la ribellione dal basso verso poteri sociali insofferenti dei limiti, che abusano, che causano sofferenze sociali. Il primo passo è suscitare la consapevolezza dell’origine sociale delle proprie e altrui sofferenze sociali e la fiducia nel poter cambiare le cose agendo politicamente dal basso, quindi organizzando una forza sociale per premere verso l’alto. I moti democratici dal basso sono tendenzialmente altruistici e inclusivi perché si cerca di far forza  mediante una massa che preme sulle oligarchie sociali ma anche sulla parte della popolazione che le appoggia nei loro abusi. La democrazia, così, non è solo lotta verso l’alto, ma lotta sociale puramente e semplicemente. Condotta secondo il diritto nelle società democratiche e nella misura in cui le regole  consentano realmente  l’espressione dei moti: ma storicamente questi ultimi sono andati anche oltre,  come, da noi, nelle agitazioni per le occupazioni delle terre dei latifondisti, e, negli Stati Uniti d’America, per quelle contro la leva militare per le guerre americane in Indocina. Una situazione che potrebbe riproporsi in Europa, nel caso di leva militare per guerre contro la Russia.

  Non c’è da meravigliarsi che le gerarchie ecclesiastiche, poteri oligarchici sacralizzati, temano i moti democratici, in tutte le loro manifestazioni, anche in quelle meno animose e ossequenti, come nelle proposte e nelle esperienze di più ampia sinodalità. Eppure, lo osservò un grande teologo come Karl Barth e lo confermano gli storici, i cristianesimi delle origini, nelle loro fasi più effervescenti, meno note e più mitizzate, furono moti dal basso, in polemica con le società di riferimento e con le autorità in esse costituite. Non moti democratici nel senso in cui oggi intendiamo la democrazia: quest’ultima dipende da conquiste culturali prodottesi in basso negli ultimi due secoli, in particolare a seguito del miglioramento delle condizioni e dell’istruzione della popolazione in basso.

 

4. Ancora sulla costruzione  sociale – l’utilità delle verità  [16 maggio 2026]

 

  Di ogni elemento culturale delle società umane, miti, riti, diritto, linguaggi, istituzioni, religioni, altre credenze, costumi, scienze, tecnologie e via dicendo possiamo ricostruire una storia in base a fonti affidabili, fin dove esistano. Il vastissimo campo delle concezioni in tema di verità, comprese quelle definite tali dalle teologie cristiane,  non fa eccezione. Di solito si parla di verità in riferimento ad elementi culturali con una forza orientativa  particolare o addirittura indiscutibili in vari campi della vita personale e sociale, anche se la costruzione del concetto di verità, in ogni campo, si fa sempre, e si è sempre fatta,  discutendone e ridiscutendone, e proprio per questo di ogni verità che sia stata proposta come tale può essere narrata una storia, con le sue origini, i suoi sviluppi, i suoi impieghi, le sue metamorfosi, le sue reinterpretazioni.

  L’idea di verità ha avuto ed ha una sua notevole  utilità nella costruzione sociale, nella misura in cui le si voglia dare stabilità, e le società si costruiscono proprio per creare stabilità e quindi prevedibilità nelle cose umane. Senza di esse sarebbe impossibile la convivenza in gruppi numerosi: come tutti i primati anche gli esseri umani rimarrebbero confinati, per insuperabili limiti biologici nei processi cognitivi, in gruppi molto piccoli, di non più di una trentina di individui, dove siano ancora possibili relazioni faccia a faccia.

  Indubbiamente, quindi, quando ci si organizza politicamente si cerca anche di immaginare un sistema intorno a verità, specialmente quando si struttura un sistema di istituzioni pubbliche, che sono quelle che si impongono anche sui non consenzienti e dalle quali è più difficile sottrarsi. I più vari elementi culturali sono stati utilizzati a questo fine: gli dei e il loro volere, la natura, la stirpe, il popolo, la nazione sono i principali.

  Esemplare in questo senso è il testo fondativo della prima democrazia contemporanea, scaturita a fine Settecento dalla rivoluzione nord-americana, vale a dire la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America, sottoscritta a Philadelphia, all’epoca nella provincia britannica di Pennsylvania, nel 1776, nel corso di una feroce guerra contro il Regno di Gran Bretagna che si sarebbe conclusa solo nel 1783 con il Trattato di Parigi, con cui fu riconosciuta l’Indipendenza proclamata solennemente anni prima.

 

  Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario a un popolo sciogliere della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina, un giusto rispetto per le opinioni dell’umanità richiede che esso renda noto le cause che lo costringono a tale secessione. Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stesse evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono  stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità. Che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati. Che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei princìpi e che abbia i propri poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento della sua sicurezza e felicità. La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause transeunti e di poco conto Governi da lungo tempo  stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza ha dimostrato che gli uomini sono maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a farsi giustizia essi stessi abolendo quelle forme di Governo cui sono avvezzi. Ma quando un lungo corteo di abusi e di usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli a un duro Dispotismo, è loro diritto, è loro dovere, di abbattere un tale Governo, e di procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura.

 

  Ho evidenziato  in grassetto nel testo gli elementi culturali veritativi sui quali fu intessuta la costruzione sociale e giuridica di un nuovo ordinamento. Si notano il popolo, la divinità, la legge naturale, i diritti inalienabili. Caratteristico di un moto democratico è poi la menzione della ribellione ad abusi e usurpazioni nell’esercizio del governo e al dispotismo, come anche quella della presa di coscienza di sofferenze sociali che possono essere lenite solo con un governo di tipo diverso. Da segnalare la menzione della virtù della prudenza nel decidersi per un rivolgimento politico, che si ritiene giustificato solo quando determinato da cause di non poco conto.

  Sistemi teologici cristiani di verità sono stati ampiamente sfruttati nelle costruzioni sociali degli europei, nel nostro continente e anche altrove, nelle aree di espansione della colonizzazione europea. Su di essi si è fatta la sacralizzazione delle monarchie sovrane. Solo nell’ultimo secolo si è prodotto  uno spettacolare rimaneggiamento teologico per introdurre la pace nelle relazioni internazionali e il contenimento della violenza per l’ordine pubblico interno come obiettivi politici, laddove prima essi erano visti più che altro come aneliti religiosi, da attendere alla fine dei tempi.  I sistemi politici cristianizzati furono particolarmente feroci, all’interno e all’esterno, fiancheggiando le gerarchie ecclesiastiche ed essendo da esse fiancheggiati, con manifestazioni di intensità impressionante nei primi tre secoli del Secondo Millennio e dal Cinquecento al Seicento. Spesso  non si manifesta sufficiente consapevolezza di quanto e come, sui temi della pace nelle relazioni internazionali e dei metodi di repressione violenta nelle dinamiche politiche interne, sia mutata la dottrina sociale cattolica, in particolare dal radiomessaggio natalizio del 1941, diffuso sotto l’autorità del papa Pio 12º, che prefigurò, nel pieno della Seconda Guerra mondiale un nuovo ordinamento politico del mondo, dandone i criteri orientativi. Il primo di una serie di radiomessaggi natalizi fino al 1945, i quali nel complesso hanno avuto la forza e il senso di un’enciclica sociale e determinarono l’orientamento dei cattolici democratici nella costruzione della nuova Repubblica democratica italiana e dei processi comunitari europei.

  La democrazia, nelle sue versioni liberali e socialiste, furono rigidamente avversate dalla dottrina sociale, sempre e tuttora, salvo accogliere alcuni loro principi, in particolare  a partire dal radiomessaggio natalizio del 1942, che si collegò a quello di un anno prima ampliandolo. Va ricordato che il proposito di una democrazia cristiana, nel senso di ispirata ai valori evangelici e alla dottrina sociale, venne condannato dal papa Leone 13° nell’enciclica Le gravi dispute sull’ordinamento dell’economia – Graves de communi re oeconomica disceptationes, del 1901, ma quarant’anni dopo venne recuperato per adempiere il compito di progettare e realizzare politicamente un nuovo ordine mondiale, secondo le esortazioni del papa Pio 12ª, dal cattolicesimo democratico, in particolare da quello italiano formatosi alla scuola di Giovanni Battista Montini, verosimilmente uno degli esperti che, nel so servizio presso la Segreteria di stato,  collaborarono alla redazione dei radiomessaggio natalizi che ho ricordato.  L’affermazione nella dottrina sociale del principio della libertà di coscienza, accolto (con molte riserve) nei documenti del Concilio Vaticano  2º e, in particolare nella Dichiarazione sulla libertà  Della dignità umana – Dignitatis humanae, gli aprì ulteriormente la via, sebbene il Magistero appaia tuttora diffidare profondamente dei moti democratici, vedendovi un pericolo, reale, di un rimodellamento arbitrario del sistema di verità dogmatiche su cui si fonda autorità dell’apparato ecclesiastico.

  Un’umanità asservita ad un sistema politico totalitario diverrebbe simile a un formicaio, il potere supremo e la ricchezza tenderebbero a concentrarsi in strati sempre più ristretti delle popolazioni e questi ultimi cercherebbero di bloccare la propria posizione dominante, tramandandola per generazioni: un’esperienza già vissuta nelle monarchie assolutistiche del passato ma che, ai tempi nostri, con i potentissimi strumenti disponibili per influenzare e orientare l’opinione pubblica, da ultimi con gli algoritmi di intelligenza artificiale controllati da centri di potere privato,  avrebbero terrificanti possibilità di sviluppo. D’altro canto, un’umanità preda di agitazioni incessanti ed estese finirebbe essere stravolta dalla violenza predatoria dei gruppi organizzati e sarebbe impossibile continuare a garantire i servizi pubblici dai quali sempre più dipende il benessere individuale e collettivo. La sopravvivenza dell’umanità dipende da organizzazioni estremamente complesse che richiedono razionalità, stabilità, continuità e capacita di programmazione a lungo termine.  Questi i due estremi tra i quali devono muoversi i costituenti e i legislatori.

  Bisogna tener conto che, quanto più forti sono le strutture di governo al vertice, tanto più vi è il pericolo che esse sfuggano ai meccanismi giuridici e sociali per limitarne e dunque controllarne l’azione. La via che ancora la dottrina sociale suggerisce per dar ordine e sicurezza alle società, da quella nazionale a quella internazionale, e che consiste nell’organizzare autorità superiori virtuose e dotate del controllo di forze in grado di prevalere su ogni altra istanza sociale,  si è sempre rivelata illusoria, pericolosa e fallace, perché storicamente nessun potere che si è affermato al vertice con lo scopo di sottomettere gli altri è stato mai esente da abusi e usurpazioni. Molto più efficace si è dimostrata, al di là delle previsioni degli ideatori originari, che vanno individuati negli uffici della corte pontificia degli scorsi anni Venti, la via del principio di sussidiarietà, sul quale è stato organizzato il processo di unificazione politica continentale e che ha garantito un risultato unico nella storia dell’umanità, vale a dire la realizzazione di una lunghissima epoca di pace tra stati che per l’innanzi si erano sempre incessantemente combattuti e una pace e una stabilità anche negli altri rapporti sociali all’interno di questo spazio politico, quali mai si erano manifestate. Tuttavia perché funzioni realmente, esso richiede un  effettivo pluralismo sociale animato da popolazioni talmente acculturate da esprimere e sostenere un sistema coerente di verità  nel senso sopra indicato. Una conquista culturale non facile, che si radica nei processi di maturazione personali e che richiede tempo, costanza, collaborazione sociale e intergenerazionale: cosa di in cui le Chiese cristiane storiche sono risultate maestre.

  Uno stato di incessante, effettiva ed efficace agitazione sociale, che si manifesti con la partecipazione attiva alla politica nelle varie forme in cui in organizzazioni democratiche può avvenire e, qualora sia indispensabile, anche oltre, con forme di resistenza civile, è indispensabile per contrastare l’abuso dei  vari poteri pubblici e privati operanti in una società di riferimento; tuttavia è necessario che quell’agitazione non si sviluppi in forme distruttive e che, in particolare, mantenga moventi e finalità altruistiche dal basso.

  E’ qui che si manifesta l’utilità, e anzi l’indispendabilità della costruzione di un sistema di principi forti di azione sociale, tali quindi che vengano perseguiti al di là dell’interesse corporativo o meramente utilitaristico e qualunque cosa accada, quindi anche a prescindere dalla realtà così come in un certo momento si presenta.

  Lo spiegava Aldo Capitini negli scritti che, postumi, sono stati pubblicati nel 1969 con il titolo di Omnicrazia, il potere di tutti (demitizzando la figura del popolo), e ancora in commercio pubblicato da Guerra edizioni. Egli, ideatore della Marcia della pace Assisi-Perugia,  fu fortemente critico nei confronti dei gerarchi ecclesiastici (così li definiva) e da essi fu fortemente avversato. Una grande anima che, profeticamente, seppe interpretare il suo presente in vista degli sviluppi futuri e che immaginò una organizzazione popolare adeguata per farvi fronte. Una visione religiosa, la sua; così appunto la definiva. Ma antidogmatica, contro il sistema delle verità finalizzato a  sorreggere l’assolutismo clericale e contro quest’ultimo.

  L’inculturazione popolare di un sistema di verità, nel senso che ho indicato, da seguire accada ciò che accada,  in modo da renderle ragionevolmente credibili, emotivamente  amate, largamente partecipate e in tal modo incessantemente rinnovate nel loro senso in base all’esperienza concreta di vita delle persone,  ed anche funzionali alla costruzione di una società buona, proprio nella direzione oggi indicata dalla dottrina sociale, con pace all’esterno, pace all’interno, servizio senza prevaricazione, inclusione solidale, ha ancora una sua ragion d’essere, anzi ci è indispensabile nella costruzione sociale,  non è un’anticaglia superata. Ciò che deve essere abbandonato alla nostra terrificante storia ecclesiastica (attraverso la quale si è attuato tuttavia il miracolo della trasmissione del messaggio evangelico di salvezza in tutta la sua forza e bellezza) è la concezione del dogma teologico\ecclesiastico come enunciato formale imposto rigidamente d’autorità da cui vengano fatte dipendere la vita e la morte, fisica e/o sociale e addirittura eterna, della persona credente, con la conseguente incarcerazione del pensiero, della parola, della vita, con lo scopo principale di legittimare e accreditare l’assolutismo clericale, per cui si deve accettare una cosa  e l’altra, in blocco. Questo concentrato incredibile  di potere finanche soprannaturale l’animo democratico non può veramente accettarlo. Che certe cose ce le si sbrighi tra teologi, nella dialettica della loro disciplina, è anche accettabile, purché anche per loro non si trasformi in questione di vita o di morte, ma tra la gente deve essere diverso, e, per la verità, già ha iniziato ad esserlo. Cominciato, scrivo, perché in certi campi la ferocia della dogmatica ecclesiastica grava ancora sulla gente, anche se gli sviluppi delle democrazie contemporanee ne ha eliminato la letalità, anche se non tutti i gravi effetti pregiudizievoli. Dove una volta si veniva spediti sul patibolo, oggi si viene emarginati o condannati all’oblio. La sorte di tante grandi anime, come si è cercato di fare con Capitini.

  Ragionando così alla ricerca di quelle verità, si possono apprezzare in tutta la loro utilità e bellezza i grandi insegnamenti delle filosofie e delle teologie che hanno difeso e difendono la dignità degli esseri umani, senza le quali non ci si può elevare ad alcuna verità che sia degna di essere considerata tale, acquisendo nel contempo gli strumenti culturali per contrastare ragionevolmente i sistemi di pensiero che invece vorrebbero portarci verso l’umanità-formicaio o verso l’umanità come semplice elemento della spietata e feroce legge di natura, dove, secondo un detto di Capitini, pesce grande mangia pesce piccolo, cosa che l’animo umano in fin dei conti non ha cuore di accettare.

Mario Ardigò

   

   

 

 

 

 

 

domenica 17 maggio 2026

Pastorale

Pastorale

 

  Quando si viene in chiesa si sente talvolta  parlare di pastorale. C’è anche un organismo ecclesiale che ha questa parola nel nome: il Consiglio pastorale parrocchiale. La sua istituzione è obbligatoria dal 1994 e papa Francesco lo considerava tanto importante da firmarne personalmente il nuovo Statuto, l’8 settembre 2023.

  Nella premessa di quel documento leggiamo:

 

La costituzione del Consiglio parrocchiale pastorale quale organo primario di partecipazione,  strumento di comunione e corresponsabilità, è uno dei punti d'arrivo e di partenza dell'esperienza di ascolto vissuta dal popolo di Dio della Chiesa di Roma negli ultimi anni.

  

   Nella nostra parrocchia non mi risulta che questo organismo sia attualmente costituito. In passato lo fu, ma funzionava male per varie ragioni, non da ultimo per l’elevata litigiosità della gente che partecipava alle sue riunioni, per cui esso veniva considerato poco utile per la pastorale. Quindi, da un certo tempo in poi, i preti della parrocchia mi pare abbiano deciso  di fare da soli. Del resto, osservavano, il ruolo del Consiglio é solo consultivo e la responsabilità finale delle decisioni nella parrocchia spetta al parroco, ed effettivamente è così.

  Nella Chiesa  un ministero è tanto più gravoso quanto più grande e quanto più  esclusiva è la responsabilità che è attribuita a chi lo deve esercitare in relazione a ciò che ci si attende da lui. E la responsabilità di realizzare partecipazione, comunione e corresponsabilità ecclesiali nella popolazione delle persone di fede di una grande parrocchia come la nostra, nella quale possono stimarsi, in base alle più recenti statistiche demografiche e sulla religiosità, in circa ottomila le persone che vi fanno riferimento, delle quali circa 1.500 verosimilmente  praticanti, quindi frequentanti con una certa regolarità le liturgie, è pesantissima, specialmente perché da quell’attività ci si attende molto, moltissimo, addirittura la possibilità di influenzare le cose sociali nella direzione indicata dal Magistero. È possibile presumere da parte del clero di poter fare da soli, contro le direttive gerarchiche,  quando è evidente che già si arriva a stento a fare il minimo indispensabile, e si arriva a sera esausti? E difatti non ci si riesce. La parrocchia, così, appare vissuta più che altro dai più piccoli, per i quali una vera corresponsabilità non è ancora possibile, e dai più anziani, i quali, formati in epoche lontane, appaiono legati principalmente a pratiche devozionali, anche perché mancano loro le forze per fare altro. Manca quasi del tutto un settore molto importante che è quello della formazione permanente delle persone adulte: alcune fanno da sé, altre si valgono della formazione che ricevono al di fuori della parrocchia, in associazioni e movimenti, ma i più rimangono al punto in cui li si è lasciati al tempo della Prima Comunione, con una fede bambina. Di questo chi ha la responsabilità ultima risponde al vescovo, che da noi è il Papa, al suo Vicario, al vescovo di Settore e al prete che ha il ruolo di Prefetto, con la responsabilità di curare la pastorale di più parrocchie vicine, al quale, nel corso delle sue visite, a norma dell’art.17 del nuovo Statuto del Consiglio pastorale parrocchiale nella Diocesi di Roma, deve essere esibito il verbale delle riunioni dell’organismo. Ma non è questa, naturalmente, per una persona di fede la responsabilità maggiore, che è quella verso Colui che ha inviato la Chiesa in missione nel mondo.

  Può essere osservato che consultivo non significa eventuale, se le disposizioni del vescovo stabiliscono che la costituzione di un organismo sia obbligatoria. Eventuale il Consiglio pastorale parrocchiale è considerato nel Codice di diritto canonico, che però ne rimanda la disciplina al vescovo: nella Diocesi di Roma, e analogamente si è disposto in tutta Italia, le disposizioni del vescovo, fin dal 1994, hanno reso obbligatoria la costituzione di questo organismo, onerandone il parroco della relativa responsabilità.

  Inoltre, si può anche osservare che l’avere un organismo consultivo, di cui lo stesso parroco fa parte, avrebbe poco senso, in relazione ai compiti che ai tempi nostri gli sono affidati, se la sua consultazione dovesse avvenire solo dopo che le decisioni sulla pastorale sono state prese dal solo parroco, per discutere sulle modalità della loro esecuzione. In generale ci si rivolge a un consulente prima di decidere, perché si ha consapevolezza di non poter decidere da soli.  È così è anche per il Consiglio pastorale parrocchiale, a norma del suo Statuto. All’art.2 si legge che l’organismo ha il  compito di progettare, accompagnare, sostenere e verificare l'attività pastorale della comunità. Non di affiancare a richiesta ed eventualmente  (solo) il Parroco. E, in particolare, di individuare le esigenze pastorali e culturali della parrocchia e del territorio e proporre ai pastori gli interventi opportuni,e di studiare le modalità di attuazione del Piano Pastorale Diocesano e delle linee-guida del Vescovo. Addirittura deve collaborare con il Vescovo per il discernimento da attuare in occasione del cambio del Parroco, cosa che da noi non è avvenuta, due anni fa, al termine del ministero di Parroco di don  Remo. Non quindi una consultazione successiva.

 Chiediamoci: conosciamo veramente lo Statuto del Consiglio pastorale parrocchiale della Diocesi di Roma? Da quello che a volte sento su di esso, mi pare di no. Per quanto si sia cercata la sintesi nello scriverlo, e questo è altamente raccomandabile per atti di quel genere, è un documento complesso, che prevede vari adempimenti e varie procedure, ad esempio per la scelta delle persone chiamate a far parte dell’organismo, e che richiede di individuare modi di attuazione che devono essere definiti dal parroco, con la collaborazione dello stesso Consiglio, dopo che esso sia istituito. Così una collaborazione sinodale della gente della parrocchia potrebbe rivelarsi utile fin dalla fase delle attività preparatorie alla costituzione del Consiglio.

 Ma chiediamoci, ancor prima, se si abbia ben chiaro che cosa rientri nella pastorale. È un’attività che va molto oltre ciò che letteralmente parrebbe significare, vale a dire la guida di un gregge, la gente di fede, da parte di un pastore, ad esempio il Parroco in una parrocchia, nel ruolo che all’origine fu di Gesù e degli apostoli. La parola è venuta ad indicare invece  l’intera attività della Chiesa nel mondo, per distinguerla da quella di definizione con autorità  della dottrina. In questo senso, uno dei documenti più importanti e di perenne attualità del Concilio Vaticano 2^, la Costituzione La gioia e la speranza è definito pastorale, ed è per questo che in tutti i più importanti organismi pastorali, dal Consiglio pastorale parrocchiale al Sinodo dei vescovi, è prevista la collaborazione attiva di tutte le componenti ecclesiali. È il senso anche del grandioso processo di riforma sinodale che è stato iniziato nel 2021 da papa Francesco, e che tuttora continua, per altro nell’inconsapevolezza dei più, mi pare.

  Leggiamo un passaggio chiave di quella Costituzione, dal numero 43, che ci può aiutare a capire il senso della corresponsabilità anche nel Consiglio pastorale parrocchiale:

 

Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.

  Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.

Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.

Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.

I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana.

 

  Incrementare la partecipazione corresponsabile aumenta le forze di una parrocchia nella società a cui è inviata. Di questo non mi pare si sia sempre consapevoli. Lo si è, invece, dei problemi che sorgono quando si deve decidere insieme qualsiasi cosa: la sinodalità nel senso indicato in quel passo della Costituzione La gioia e la speranza che ho sopra trascritto non viene sempre naturale, soprattutto quando si tratta di attuarla insieme a gente che la pensa diversamente: è cosa che si impara, innanzitutto facendone tirocinio, provando e correggendosi sulla base dell’esperienza vissuta, senza scoraggiarsi. A questo è chiamato a presiedere il Parroco, nella sua parrocchia, per promuovere la partecipazione corresponsabile, non per farne a meno, illudendosi di poter riuscire a fare tutto da sé. C’è un principio di esperienza in questo campo che sarebbe bene ricordare: nella Chiesa, quando si decide di fare da soli, poi in genere si rimane soli.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – acvivearomavalli.blogspot.com