INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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martedì 10 marzo 2026

Un appello alla coscienza dell’arcivescovo di Chicago - Illinois - USA

 

In un mondo che sta regredendo all'età della pietra, la Chiesa cattolica con i suoi soli trecento anni di ritardo può fare ancora la sua bella figura!






https://www.avvenire.it/chiesa/lo-scandalo-di-una-guerra-presentata-come-un-videogioco-cosa-ha-detto-il-cardinale-di-chicago-cupich_105559


Dichiarazione del cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, “Un appello alla coscienza”
7 marzo 2026

Mentre più di 1.000 uomini, donne e bambini iraniani giacevano morti dopo giorni di bombardamenti da parte di missili statunitensi e israeliani, giovedì sera l’account ufficiale della Casa Bianca sulla piattaforma X ha pubblicato un video con scene tratte da popolari film d’azione montate insieme a riprese reali degli attacchi nella guerra contro l’Iran. Il filmato era accompagnato dalla didascalia: “GIUSTIZIA ALL’AMERICANA.”

Una guerra reale, con morti reali e sofferenze reali, trattata come se fosse un videogioco — è disgustoso. Centinaia di persone sono morte: madri e padri, figlie e figli, tra cui numerosi bambini che hanno commesso il fatale errore di andare a scuola quel giorno. Sei soldati statunitensi sono stati uccisi. Anche loro vengono disonorati da quel post sui social media. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, e molti milioni di altre vivono nel terrore in tutto il Medio Oriente.

Questa rappresentazione terrificante dimostra che viviamo ormai in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta. La crisi morale che stiamo affrontando non riguarda solo la guerra in sé, ma anche il modo in cui noi, osservatori, guardiamo alla violenza, perché la guerra è ormai diventata uno sport da spettatori o un gioco strategico. In effetti, il mercato predittivo Kalshi ha recentemente pagato un risarcimento di 2,2 milioni di dollari in relazione a utenti insoddisfatti di come la società ha liquidato i 55 milioni di dollari scommessi sulla destituzione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, dopo che era stato ucciso.

I giornalisti usano ormai il termine “gamification” della guerra per descrivere questa dinamica. Che profondo fallimento morale! Trasformare la guerra in un gioco priva le persone reali della loro umanità. Non dimentichiamolo: un “colpo a segno” non significa segnare punti sul tabellone; significa una famiglia in lutto, la cui sofferenza ignoriamo quando diamo priorità all’intrattenimento e al profitto invece che all’empatia.

Il nostro governo sta trattando la sofferenza del popolo iraniano come uno sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse soltanto un altro contenuto da scorrere con il dito mentre aspettiamo in fila al supermercato. Ma alla fine perdiamo la nostra umanità quando ci entusiasmiamo per il potere distruttivo del nostro esercito. Diventiamo dipendenti dallo “spettacolo” delle esplosioni. E il prezzo di questa abitudine è quasi impercettibile, mentre ci desensibilizziamo ai veri costi della guerra. Ma più a lungo restiamo ciechi davanti alle terribili conseguenze della guerra, più rischiamo il dono più prezioso che Dio ci ha dato: la nostra umanità.

So che il popolo americano è migliore di tutto questo. Abbiamo il buon senso di capire che ciò che sta accadendo non è intrattenimento ma guerra, e che l’Iran è una nazione di persone, non un videogioco con cui altri giocano per divertirci.

 

 


lunedì 9 marzo 2026

Gli dei malvagi

Gli dei malvagi

 

  Questa Quaresima è una grande prova per la fede cristiana.

  Se fossi un teologo saprei spiegarvi com’è fatto e che vuole Dio. Ma non lo sono.

  L’altro giorno l’uomo che ha ordinato la criminale aggressione contro il popolo iraniano s’è fatto riprendere mentre, con un drappello di quotati predicatori, pregava il Dio dei cristiani di dar successo a quel crimine di aggressione. Vuole la resa incondizionata degli aggrediti.

  In Iran, nel nome del loro Dio, hanno nominato capo supremo il responsabile di atti criminali contro l’umanità e di altri crimini di aggressione contro altri  popoli, il quale, a detta di fonti giornalistiche molto precise, ha accumulato in Occidente un patrimonio personale immenso, ricavato dalle risorse del suo popolo.

  L’altro principale responsabile del crimine di aggressione contro il popolo iraniano, ricercato dalla Corte penale internazionale per altri crimini, sostiene che un suo Dio vuole quel crimine, l’asseconda e gli darà successo, e, a conferma  di questa idea, richiama i miti biblici.

 A Roma, il Papa, nel nome del Dio cristiano, esorta alla pace e al dialogo, ma, contro una lunga tradizione del passato in cui s’è fatto diversamente, rimane sul generico sulle responsabilità etiche, che, come sostengono i teologi morali, sono sempre personali,  e così il suo appello cade nel vuoto perché ognuno di coloro che hanno parte in questi crimini può pensare che sia rivolto solo a coloro che considera suoi nemici, e le vittime rimangono senza patroni sulla Terra, e chissà se ne abbiano in Cielo, vista la confusione che c’è su chi ci  sia e che cosa vi si voglia, come se una nube nerissima ce l’offuscasse.

  Non pretendo di insegnare a un Papa come fare un Papa, prendo atto che oggi, di fronte a questi crimini, è così che si fa il Papa.

  Ma, dicono, se facesse i nomi dei criminali, sarebbe peggio, perché quelli infierirebbero sui cristiani, e andrebbe ancora peggio se, impegnando la propria autorità religiosa, liberasse la gente cattolica da ogni obbligo di obbedienza a chi ha ordinato quei crimini.

  Accadde nel 1076 quando il papa Gregorio 7ª scomunicò l’imperatore germanico Enrico 4º e liberò i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà verso quel sovrano. Accadde poi diverse altre volte.

  Le remore a più precise prese di posizione sono le stesse che trattennero il papa Pio 12º al tempo dell’ascesa del nazismo hitleriano e che finora  hanno sbarrato la strada sulla via della sua beatificazione, perché, pur con tutte le giustificazioni che gli storici vi hanno trovato, di quella scelta non si va certamente fieri e non viene considerata particolarmente virtuosa.

  Che farei io al posto del Papa? Io non sono e non accetterei mai di essere al posto suo. A ciascuno il suo. È lui che ha accettato di fare il papa.

  Il mio problema di cristiano è di individuare quale sia, per me, ora, in questo contesto storico, la via del vangelo.

  Bisogna tener conto che i sovrani cristiani, compresi quelli insediati democraticamente, si sono manifestati storicamente assai propensi ad atti criminali come quelli in corso e che le gerarchie ecclesiastiche in genere hanno invocato su di loro la benedizione del Dio dei cristiani. Accade, ad esempio, nella guerra criminale che da anni insanguina l’Ucraina. E, appunto, ora nella criminale aggressione contro il popolo iraniano. Nelle armate degli aggressori non manteniamo forse cappellani? E per chi e che cosa pregano?

  Come cristiano, il mio riferimento principale è Gesù. Dove, nei Vangeli, risulta che Gesù abbia ordinato o benedetto una guerra? La guerra può mai essere la sua via? Eppure egli non ruppe con la tradizione assai bellicosa del suo popolo: Mosè, un capo guerriero, oltre che un profeta e un legislatore, comparve al suo fianco nell’episodio della Trasfigurazione. La questione rimane dunque aperta.

  Il principio religioso della misericordia, che comprende tante cose, e che fu certamente un tratto caratteristico del Gesù come emerge nei Vangeli, può essere preso come riferimento concreto. È l’aspetto che più mi ha  affascinato nelle personalità religiose che ho preso come riferimento nella mia vita.

  All’inizio dell’enciclica  Ricco di misericordia – Dives in Misericordia, del 1980, del papa Giovanni Paolo 2º, leggiamo:

 

«Dio ricco di misericordia» (Ef 2,4) è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l'ha manifestato e fatto conoscere. (Gv 1,18) (Eb 1,1) Memorabile al riguardo è il momento in cui Filippo, uno dei dodici apostoli, rivolgendosi a Cristo, disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; e Gesù così gli rispose: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto...? Chi ha visto me, ha visto il Padre». (Gv 14,8) Queste parole furono pronunciate durante il discorso di addio, al termine della cena pasquale, a cui seguirono gli eventi di quei santi giorni durante i quali doveva una volta per sempre trovar conferma il fatto che «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo». (Ef 2,4)

 

  La figura di Francesco d’Assisi può essere considerata un esempio di attuazione pratica della misericordia evangelica. Se ne tratta nell’enciclica Fratelli tutti, del papa Francesco.

  Così, guidato dal comandamento evangelico della misericordia


  «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» [Lc 6,36]

 

  posso provare  a distaccare la mia fede e la mia religiosità dagli dei malvagi invocati di questi tempi a sostegno dei crimini contro l’umanità che si stanno sfacciatamente e impunemente perpetrando, proclamando, nei loro confronti, il mio assoluto e totale ateismo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 


domenica 8 marzo 2026

Quaresima inutile

Quaresima inutile

 

 La religione, il complesso di narrazioni e riti costruiti per indurre una fede che dia senso all’esistenza personale e sociale, è un fatto collettivo. Questo significa che è un risultato di una vasta interazione  sociale e che una persona che la pratica è solo un granello nel tutto e quindi ha la sensazione di poter far poco per cambiarlo, ed è realmente così.

  Nei tempi di prevaricazione e di sangue che stiamo vivendo, nei quali, cadute le imposture ideologiche che li mascheravano, si delineano chiaramente i disegni malvagi che stanno dietro alle orrende stragi che si stanno perpetrando, i riti di Quaresima che anche quest’anno andiamo inscenando li sento inutili come non mai. In fondo si è, ancora, quelli di sempre: non vi è redenzione, siamo quelli di sempre appunto,  né conversione, non ce ne dimostriamo capaci e non la desideriamo veramente.

  Al dunque si corre alle armi, perché, dicono, "è molto più sicuro essere temuti che amati, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua”, come insegnò il fiorentino Niccolò Machiavelli,  ragionando sull’efferata politica del tempo suo nella quale il Papato romano si distinse per spregiudicatezza: vale a dire, se non ti conviene fare la pace, fatti temere. La versione più recente di questo principio è: non si può essere liberi se non si è temuti, dove libertà significa poter scegliere la guerra o la pace secondo la propria convenienza. In questo contesto, il principio  della pace come valore fondamentale viene vissuto come coercizione e resa, o addirittura come connivenza con il nemico, e disprezzato.

  Ma nelle nostre Scritture abbiamo le Beatitudini con il loro “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”! Com’è che, allora, seguiamo anche noi quella mentalità, del resto come s’è sempre fatto nella nostra tremenda storia ecclesiale? I teologi morali si sono incaricati, ragionandoci sopra con la sofisticata arte loro, di spiegarci come correggere il detto evangelico, delimitandolo, perché altrimenti, secondo il detto machiavellico, si soccombe, e dunque è necessario accettare il male in vista di un maggior bene, vale a dire la prevalenza della nostra convenienza in politica. Si potrebbe stare tranquilli in coscienza, insegnano. Con questo spirito risolvono quasi tutti i dilemmi morali. Così si benedicono anche le armate e vi si inviano cappellani. Il massacrare viene presentato come un servizio pubblico e il prendervi parte come cosa onorevole.

 Il Tempo penitenziale anche quest’anno, però, incombe. Ci concentriamo più che altro sulle nostre vite personali, disposti anche a fare qualche piccolo “fioretto”, rinunciando per un po’ a qualche minimo piacere quotidiano. E poi partecipiamo ai nostri suggestivi riti. Rimaniamo però sempre gli stessi. E non è questione di me o di te, ma di ciò che si fa collettivamente, cosa sulla quale tu ed io possiamo fare poco. Va così.

  Il Magistero, naturalmente, esorta alla pace, su solide basi evangeliche, ma lo fa con lo stile sobrio ed elegante della diplomazia, senza mai mettere in questione il dovere della gente di obbedire ad ordini ingiusti di guerre ingiuste, ingiuste secondo la sua stessa dottrina morale, e questo perché, contro la millenaria esperienza storica in senso contrario, continua a predicare che la Chiesa non fa politica.

 Crimine abominevole viene definita crudelmente  l’interruzione volontaria della gravidanza, comminando spietatamente  la scomunica automatica alle poverette che vi si devono rassegnare e a chiunque dia loro assistenza: non si arriva a tanto per le guerre e chi le ordina.

  Recuperare il senso della vita religiosa in questo contesto è forse una missione disperata. Così, del resto, è ed è sempre stata la religione, il mondo va dove vuole andare, dove lo spinge la sua violenza predatrice e la religione vi si rassegna. Chi ha provato ad essere diverso, e ve ne sono stati di questi originali, come Lorenzo Milani per dirne uno, è stato combattuto e sanzionato. L’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro, indotto alle dimissioni dalla diplomazia pontificia nel gennaio 1968, per aver predicato contro altri efferati bombardamenti statunitensi su popolazioni civili, nella prima Giornata Mondiale della Pace, fu un altro di quelli. Nessuno, di questi tempi, nemmeno il Papa, ha osato tanto. “Non possiamo tacere, disse Lercaro in quella bellissima omelia, riferendosi al Messaggio per la Pace del papa Paolo 6º, il quale  però a stretto giro poi lo indusse alle dimissioni per aver parlato:

 

Miei figli amati in Cristo, vi confesso ancora che del Messaggio che ora vi presento, alcune parole mi sono entrate più a fondo nell’anima, cioè quelle in cui il Santo Padre spiega la sua insistenza nel parlare e nell’operare per la pace: «Vorremmo – egli dice – che non mai ci fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità». Anche a me, secondo la mia modestissima misura e responsabilità, anche a me, da tanti anni vostro pastore e vostro maestro, voglia il Cielo che non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa bolognese, nel contesto umano, sociale, culturale in cui essa vive e opera. Perciò non posso ora limitarmi alla semplice consegna del testo del Sommo Pontefice: ma, quasi a suggello e a commento di esso sento di dovere mettere nelle vostre mani i sentimenti più profondi del mio cuore di pastore di questa nostra Chiesa bolognese.

[…]

Ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio, deve – secondo le parola di Isaia riprese dall’Evangelista san Matteo (12,18) – «annunziare il giudizio alle nazioni»

[…]

La dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni, dal Concilio, da papa Paolo) per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto. Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto il mondo sempre più corali – e delle quali si è fatto eco il Papa nel recentissimo discorso ai cardinali – perché l’America (al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica) si determini a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord. Il Santo Padre ha detto testualmente: «Molte voci ci giungono invitandoci ad esortare una parte belligerante a sospendere i bombardamenti. Noi lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora… Ma contemporaneamente invitiamo di nuovo anche l’altra parte belligerante… a dare un segno di seria volontà di pace».

  La Chiesa, questo lo deve dire, anche se a qualcuno dispiacesse. Lo deve dire perché, a questo punto, è il caso di coscienza immediato di oggi, è il primo nodo da cui possono dipendere le svolte più fauste o più tragiche. In paragone a questo nodo concreto, a questa scelta compromettente, l’attualità odierna dell’Evangelo si verifica, essa può effettivamente attirare e orientare gli spiriti, specialmente delle nuove generazioni, e la sua dottrina di pace non resta teoria evanescente, ma si incarna e può incidere sulla storia degli uomini.

 

  Nondimeno, ci sarò anch’io, anche in questi giorni tremendi, in mezzo ai belli e inutili  riti della nostra inutile  Quaresima, inutile perché incapace di farci veramente ed efficacemente schierare per la pace evangelica: del resto si vive anche di sogni. Così sono fatti gli esseri umani, e anch’io.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 

 

 


sabato 7 marzo 2026

Preghiera

Preghiera

 

Art. 8bis dello Statuto della Corte penale internazionale (introdotto nel 2010) – crimine di aggressione

 

Ai fini del presente Statuto, «per crimine di aggressione» s’intende la pianificazione, la preparazione, l’inizio o l’esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite del 26 giugno 194517.

2.  Ai fini del paragrafo 1, «per atto di aggressione» s’intende l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, o in qualunque altro modo contrario alla Carta delle Nazioni Unite. Indipendentemente dall’esistenza di una dichiarazione di guerra, in conformità alla risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 14 dicembre 1974, i seguenti atti sono atti di aggressione:

a) 

l’invasione o l’attacco da parte di forze armate di uno Stato del territorio di un altro Stato o qualunque occupazione militare, anche temporanea, che risulti da detta invasione o attacco o qualunque annessione, mediante l’uso della forza, del territorio di un altro Stato o di parte dello stesso;

b) 

il bombardamento da parte delle forze armate di uno Stato contro il territorio di un altro Stato o l’impiego di qualsiasi altra arma da parte di uno Stato contro il territorio di un altro Stato;

c) 

il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato;

d) 

l’attacco da parte delle forze armate di uno Stato contro le forze armate terrestri, navali o aeree di un altro Stato o contro la sua flotta navale o aerea;

e) 

l’utilizzo delle forze armate di uno Stato che si trovano nel territorio di un altro Stato con l’accordo di quest’ultimo, in violazione delle condizioni stabilite nell’accordo, o qualunque prolungamento della loro presenza in detto territorio dopo il termine dell’accordo;

f) 

il fatto che uno Stato permetta che il suo territorio, messo a disposizione di un altro Stato, sia utilizzato da quest’ultimo per commettere un atto di aggressione contro uno Stato terzo;

g) 

l’invio da parte di uno Stato, o in suo nome, di bande, gruppi, forze irregolari o mercenari armati che compiano atti di forza armata contro un altro Stato di gravità tale da essere equiparabili agli atti sopra citati o che partecipino in modo sostanziale a detti atti.

 

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   È stata iniziata una guerra che rientra pienamente nel crimine di aggressione previsto dallo Statuto della Corte penale internazionale. Gli Stati da cui proviene l’aggressione non sono Parti del Trattato istitutivo di quella Corte e lo Stato aggredito non vi ha aderito pienamente. Quindi la Corte potrebbe incriminare i colpevoli solo se autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma questo non accadrà mai, perché uno degli stati aggressori è membro permanente di quell’organismo.

  L’Italia invece è parte di quel trattato. Se il nostro Governo prendesse parte all’aggressione, i suoi membri potrebbero essere incriminati. Sembra che, per ora, voglia tenercene fuori, perché, come riconosciuto in Parlamento dal Ministro della Difesa, l’aggressione s’è fatta contro il diritto internazionale.

   L’aggressione in corso del tutto legittimamente può comunque essere definita un crimine  nell’ordinamento giuridico italiano.

  Ieri è stato diffuso un breve video in cui il principale responsabile di quel crimine di aggressione pregava insieme ad un drappello di predicatori cristiani, che invocavano l’assistenza di Dio al crimine in corso.

  Che posizione prendere di fronte a ciò, come cristiani, prima che come cittadini di uno stato che ha in Costituzione il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali?

  È concepibile un ecumenismo verso quei pregatori cristiani?

  Il Papa, certo, ha esortato le parti alla pace, con il linguaggio misurato della diplomazia, perché nei secoli la Santa Sede si è data un’organizzazione diplomatica simile a quello degli Stati. Non sono qui a insegnare a un Papa a fare il Papa, ne prendo solo atto. Ed è comunque meglio di quando gli stessi Papi ordinarono delle guerre.

  Sono insoddisfatto di come io e l’altra gente di fede reagiamo a questo crimine e alla pretesa che un qualche dio, e addirittura lo stesso Dio che anch’io prego, sia connivente con i massacri in corso. Vorrei che fossimo capaci di una reazione più seria.

  Fossi un teologo, vi saprei dire come la pensa il nostro Dio.

  Non lo sono, ma conosco la storia e vi vedo tanta estrema violenza realizzata da Stati cristianizzati. Dunque i massacri in corso sono certamente più in linea con quella storia delle belle parole di pace che sono cominciate a venire dal Magistero almeno fin dal 1939, che è epoca piuttosto recente rispetto a quasi mille e settecento anni in altra direzione.

  Dal canto mio posso solo sperare, e a mia volta pregare in questa disperata Quaresima di guerra,  che il mio Dio non sia il dio che sta dietro i criminali aggressori, da loro invocato a sostegno del loro crimine,  e proclamare comunque il mio assoluto ateismo verso un dio di quel genere.

  Come cittadino di uno Stato democratico posso poi cercare di influire politicamente, in tutti modi in cui in democrazia puó farsi, sul mio governo e su quello dell’Unione Europea perché non solo ci tengano e si tengano fuori dalla guerra ma cerchino anche di contrastarla, di soccorrerne le vittime  e di dare sostegno alle organizzazioni umanitarie che operino per prestare soccorso alle vittime del crimine in atto.

Amen

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


lunedì 2 marzo 2026

Evoluzione e sviluppo delle culture umane

 

Evoluzione e sviluppo delle culture umane

 

 Nel saggio Da animali a dei [From animals into God. A Brief History of Mankind], del 2011, pubblicato in italiano nel 2019 da Giunti\Bompiani, disponibile anche in formati Kindle e e-Book, lo storico israeliano Yuval Noah Harari, formatosi nell’Università di Oxford in Inghilterra, ha notato somiglianze tra l’evoluzionismo biologico e quello delle culture umane. Quest’ultimo è estremamente più veloce.

  In entrambi i casi il metodo per evolvere non è quello di ricominciare da capo, ma di riutilizzare vecchi pezzi per nuove funzioni. Cercare di ricostruire interamente dall’inizio non rende altrettanto bene e spesso è fatale: è molto più semplice aggiungere varianti nelle fasi finali dello sviluppo. Questo comporta che gli organismi viventi e le culture recano evidenti tracce di questo processo evolutivo, per quanto siano diventate molto diversi dalle origini.

  Questo è molto evidente nelle religioni, e anche nella nostra, anche se, in genere, si preferisce evidenziarne gli elementi di novità.

   Ad esempio, nell’antichità romana la carica di Pontefice massimo, che comportava importanti funzioni e poteri religiosi, in particolare garantiva l’ordine tra uomini e dèi e quindi   comportava una funzione giuridico-sacrale, da Giulio Cesare, vissuto nel Primo secolo prima di Cristo,  in poi venne attribuita agli imperatori, fino al 382, quando, in un impero in cui i poteri pubblici erano ormai cristianizzati, l’imperatore Graziano vi rinunciò. I Papi romani se l’attribuirono progressivamente dal Sesto secolo. Tuttavia le funzioni e i poteri esercitati dai Papi romani erano molto diversi da quelli del Pontefice massimo nell’antichità precedente  e vennero molto ampliandosi nel Secondo Millennio, quando si strutturò la Chiesa cattolica come ancor oggi la viviamo, e i Papi romani pretesero di esercitare le funzioni di Vicari di Cristo, definito Sommo sacerdote, quindi supremo mediatore tra il Cielo e l’umanità, nella Lettera agli ebrei.

  L’antropologia individua molti altri elementi di continuità tra le religioni precristiane e i riti cristiani, che sono molto evidenti nelle espressioni della religiosità popolare.

  A fine Settecento, i rivoluzionari francesi tentarono di radicare il nuovo culto della Dea Ragione, ma senza successo. Si cercò di trasformarlo nel culto di un Essere Supremo, ma la cosa fallì in breve tempo. Le religioni che si è preteso di fondare senza legami con quelle precedenti, e addirittura in radicale contrapposizione, non hanno attecchito. Occorre costruire narrazioni di transizione, che leghino il nuovo al vecchio, mantenendone espressioni.

  La fede cristiana praticata nella Chiesa cattolica di oggi non è identica a quella delle origini e anche alle forme che assunse in seguito, fino ad epoca molto recente, ma presenta importanti elementi di continuità. Un teologo potrebbe evidenziare meglio quanto è nuovo il nostro attuale modo di praticare la religione e quali elementi del passato ha mantenuto. Certamente i cristianesimi del passato espressero, ad esempio,  una incredibile violenza, che oggi noi, in genere, ripudiamo, dichiarando invece che la pace è un importante valore cristiano.

   Un popolo di un miliardo e mezzo di persone non ha le stesse esigenze religiose di quando si era in poche migliaia.

  E’ come quando, nel corso della fanciullezza e dell’adolescenza si cresce e si devono cambiare gli abiti. Non li si cambia a nostro puro arbitrio, occorre tenere conto del contesto ambientale e sociale.

  Ogni esperienza religiosa, finché si sviluppa, quindi si espande e tocca altri campi della vita, evolve, quindi cambia: l’evoluzione non è biologica, ma culturale, e tutti ne siamo partecipi, in tutto ciò che facciamo, in come viviamo la nostra fede. E’ ciò che sta accadendo anche ai nostri tempi. Quando una religione, o un’altra espressione culturale, finisce di cambiare, significa che non è più vitale, è finita, è morta. Tuttavia, salvo i casi di annientamento completo della popolazione di riferimento, in genere gli elementi culturali non muoiono ma evolvono. E’ il caso delle lingue.

  In questo lavoro, ricordiamo però sempre la lezione che ci viene dal passato, dall’evoluzionismo biologico e da quello delle culture: non pretendiamo mai di ripartire da capo, in nessun campo, ma innoviamo utilizzando elementi esistenti per nuove funzioni, dando loro nuovi significati, e provando pazientemente ad inserire elementi di novità, come nel bricolaggio, l’arte del fai-da-te contrapposta all’ingegneria totale. Correggendo e sostituendo le nuove parti che non ingranano.

  Mi viene in mente il detto evangelico che si trova nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 13, versetto 52:

 

Perciò, un maestro della Legge che diventa discepolo del regno di Dio è come un capofamiglia che dal suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove.

 

 Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli