Esortazione apostolica sull'annuncio del vangelo
nel mondo attuale La gioia del vangelo - Evangelii Gaudium – 24 novembre 2013 – di Papa Francesco – appunti di lettura di Mario Ardigò
Il prossimo 24 aprile, la messa vespertina sarà celebrata in suffragio di Papa Francesco, che morì il 21 aprile dello scorso anno.
Ci eravamo molto affezionati a Papa Francesco, ma il suo magistero è poco conosciuto e ancor meno seguito, in particolare sul tema della sinodalità ecclesiale al quale egli teneva molto, in genere poco compreso.
Sarebbe bello poter approfondire il suo pensiero, in modo sinodale secondo le sue esortazioni, quindi anche con la partecipazione attiva delle persone laiche non solo con una o più conferenze affidate ad uno o più oratori. Purtroppo la sinodalità ecclesiale, sulla quale si è lavorato dall’ottobre 2021 fino allo scorso ottobre, e ancora si lavorerà, non mi pare aver ancora raggiunto le realtà di base, come anche la nostra parrocchia, dove non mi pare essere stato nemmeno costituito il Consiglio pastorale parrocchiale, obbligatorio dal 1994 nella Diocesi di Roma. Papa Francesco ne volle sottoscrivere personalmente il nuovo Statuto, l’8 settembre 2023.
Il principio di sinodalità è “Non senza di noi, non solo da noi”: Chi pensa di poter fare da solo, senza gli altri, poi rischia di trovarsi da solo: vale per tutti, clero, religiosi, persone laiche.
Per invogliare ad approfondire, ripropongo i miei appunti di lettura degli anni 2013 e 2014 sull’Esortazione apostolica La gioia del Vangelo - Evangelii Gaudium, che fu considerata il documento programmatico del pontificato del Papa Francesco, già tutti comunque pubblicati e ancor oggi disponibili sul blog ACVIVEAROMAVALLI.blogspot.com. Ho aggiunto una breve sintesi dell’Esortazione apostolica.
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Definizione di “Esortazione apostolica”
E’ un documento proveniente dal Papa volto ad esortare i fedeli nella loro vita cristiana, esaminando anche particolari specifici temi di attualità e fornendo orientamenti pratici.
In genere non stabilisce nuove norme né definisce dogmi teologici.
Viene definita “post-sinodale” l’Esortazione apostolica che fa seguito ad un’assemblea del Sinodo dei Vescovi per esporne i risultati e darne indicazioni operative in base ad essi.
Nel sistema dei documenti del Magistero del Papa si colloca di solito al di sotto di un’Enciclica e al di sopra di una Lettera apostolica.
Il testo dell’Esortazione apostolica può essere letto sul Web a questo indirizzo:
0. Sintesi dell’Esortazione apostolica La gioia del vangelo – Evangelii Gaudium
L’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (del 2013) di Papa Francesco è un testo programmatico che propone una profonda riforma missionaria della Chiesa, centrata sull’annuncio gioioso del Vangelo nel mondo contemporaneo.
Il documento si apre con l’invito a riscoprire la “gioia del Vangelo”, che nasce dall’incontro personale con Cristo e si traduce in un dinamismo missionario. La Chiesa è chiamata a uscire da sé stessa, evitando autoreferenzialità e chiusura, per raggiungere le periferie esistenziali e sociali.
Scrisse il Papa:
24. La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. “Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo. La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva. Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa! Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”. Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17). La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce. Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”. La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi.
Un tema centrale è la conversione pastorale: strutture, linguaggi e abitudini ecclesiali devono essere rinnovati in funzione dell’evangelizzazione. Francesco critica una Chiesa troppo burocratica o difensiva e propone uno stile più semplice, misericordioso e vicino alle persone. Anche il papato e le istituzioni centrali dovrebbero evolvere in senso più collegiale e missionario.
Grande spazio è dedicato all’omelia e all’annuncio: la predicazione deve essere chiara, concreta, breve e radicata nella Scrittura, capace di parlare al cuore dei fedeli. L’evangelizzazione non è solo compito del clero, ma di tutto il popolo di Dio, in forza del battesimo.
Sul piano sociale, il Papa denuncia con forza le ingiustizie economiche, l’idolatria del denaro e le disuguaglianze globali. Sostiene che “questa economia uccide” quando esclude e scarta i più deboli. Invita a una Chiesa povera per i poveri, impegnata nella giustizia, nella solidarietà e nella promozione della dignità umana. Troviamo nel documento il neologismo inequità, la diseguaglianza ingiusta, che è presentata come antievangelica:
52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità.
L’esortazione affronta anche le sfide culturali contemporanee: relativismo, individualismo, secolarizzazione e crisi delle relazioni. In questo contesto, l’annuncio cristiano deve essere proposto con linguaggio positivo, evitando moralismi e rigidità, e privilegiando l’accompagnamento delle persone nei loro percorsi.
Un altro punto rilevante è il dialogo: con gli Stati, con la società civile, con le altre religioni e con i non credenti. Il Papa sottolinea il valore della pace sociale, fondata sulla giustizia e sulla ricerca del bene comune.
Infine, Maria è presentata come modello di evangelizzazione: donna dell’ascolto, della contemplazione e della missione.
In sintesi, Evangelii Gaudium è un manifesto di rinnovamento missionario che invita la Chiesa a essere più aperta, misericordiosa e impegnata nel mondo, mettendo al centro la gioia dell’incontro con Cristo e l’attenzione ai più poveri.
L’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, il primo documento del genere di Papa Francesco, fu considerato il programma del suo pontificato. Nel testo, il Papa scrisse di aver aderito, con il documento, alla richiesta dei vescovi che avevano preso parte alla 13° Assemblea del Sinodo dei vescovi su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana che si era tenuta dal 7 al 28 ottobre 2012, quindi prima della sua elezione a Papa, avvenuta il 13 marzo 2013.
Il testo è diviso in una introduzione, La gioia del Vangelo e in cinque capitoli: La trasformazione missionaria della Chiesa; Nella crisi dell’impegno comunitario; L’annuncio del Vangelo; La dimensione sociale dell’evangelizzazione; Evangelizzatori nello Spirito.
Nell’introduzione, Papa Francesco spiegò il senso del documento.
16. Ho accettato con piacere l’invito dei Padri sinodali di redigere questa Esortazione. Nel farlo, raccolgo la ricchezza dei lavori del Sinodo. Ho consultato anche diverse persone, e intendo inoltre esprimere le preoccupazioni che mi muovono in questo momento concreto dell’opera evangelizzatrice della Chiesa. Sono innumerevoli i temi connessi all’evangelizzazione nel mondo attuale che qui si potrebbero sviluppare. Ma ho rinunciato a trattare in modo particolareggiato queste molteplici questioni che devono essere oggetto di studio e di attento approfondimento. Non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”.
17. Qui ho scelto di proporre alcune linee che possano incoraggiare e orientare in tutta la Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di fervore e dinamismo. In questo quadro, e in base alla dottrina della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, ho deciso, tra gli altri temi, di soffermarmi ampiamente sulle seguenti questioni:
a) La riforma della Chiesa in uscita missionaria.
b) Le tentazioni degli operatori pastorali.
c) La Chiesa intesa come la totalità del Popolo di Dio che evangelizza.
d) L’omelia e la sua preparazione.
e) L’inclusione sociale dei poveri.
f) La pace e il dialogo sociale.
g) Le motivazioni spirituali per l’impegno missionario.
18. Mi sono dilungato in questi temi con uno sviluppo che forse potrà sembrare eccessivo. Ma non l’ho fatto con l’intenzione di offrire un trattato, ma solo per mostrare l’importante incidenza pratica di questi argomenti nel compito attuale della Chiesa. Tutti essi infatti aiutano a delineare un determinato stile evangelizzatore che invito ad assumere in ogni attività che si realizzi. E così, in questo modo, possiamo accogliere, in mezzo al nostro lavoro quotidiano, l’esortazione della Parola di Dio: «Siate sempre lieti nel Signore. Ve lo ripeto, siate lieti!» (Fil 4,4).
Nell’Introduzione, il Papa scrisse anche:
1.La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.
I.La gioia che si rinnova e si comunica.
2. Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene. Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita. Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.
1. La buona notizia: vale ancora la pena di vivere - 30-11-13
La fede è gioia e riempie il cuore, scrive il nostro vescovo. Questo corrisponde anche alla mia personale esperienza in religione. Spiegare agli altri in che cosa consista il fondamento di questa gioia, da dove essa scaturisca, non è però facile. Ci insegnano a fare innanzi tutto riferimento all'antico nostro Maestro, al Nazareno. Egli ci ha tanto amato da dare la vita per noi. Lo ha fatto nonostante la nostra innata tendenza al male, che si è manifestata da sempre in tutte le società umane che si sono succedute da quando si ha memoria di una storia e probabilmente anche in quelle che ci sono state prima, e nonostante il male che l'umanità ha fatto e di cui ciascuno, in spirito di verità, onestamente, deve riconoscersi responsabile. Egli fu un essere umano, nella Palestina di circa due millenni addietro, ma noi lo riconosciamo anche come fondamento di tutto ciò che esiste, ieri, oggi, sempre, quindi diciamo anche, in senso religioso, che egli è. "Per mezzo di lui tutte le cose sono state create", recitiamo nel Credo, nella Messa di ogni domenica. Quindi vediamo in lui anche una manifestazione del soprannaturale, di una realtà che, al di là di ciò che si vede, si sente, si tocca qui nel mondo che ci circonda, sorregge tutto ciò che esiste, l'universo e noi in esso. Ma non pensiamo che sia qualcuno come un angelo, come lo si concepisce nella nostra fede, o un fantasma. Siamo fermamente convinti, nella nostra fede, che tutto abbia un senso, che si vada verso una precisa direzione, noi e la natura intorno a noi, e che esso si quello di muoverci, nella nostra storia personale e in quella collettiva, verso colui che ha fatto tutto ciò che esiste, prima che i tempi iniziassero, e che ha un nome, non è un impersonale meccanismo della natura come tanti che osserviamo e studiamo, cercando ci capirli, intorno a noi. Quel nome è appunto quello del nostro antico Maestro, che nell'ebraico antico significa azione di salvezza e riteniamo santo, nel senso che è manifestazione di benevolenza infinita e, quindi, di un fondamento e di un compimento beato della nostra vita, personale e collettiva. Avverto che qui ho trattato, non usando il teologhese, di principi fondamentali della fede: è esperienza comune quella di dover sempre migliorare nella loro comprensione e quindi di doversi sempre confrontare, quando se ne parla, con chi ne sa di più e in particolare con chi ha, come missione e responsabilità, il compito di spiegarli agli altri. Invito quindi chi legge a verificare personalmente, nell'ascolto del nostro magistero religioso, se ciò che ho scritto corrisponda effettivamente alla nostra fede comune. Ero presente in piazza San Pietro, tanti anni fa, quando Karol Wojtyla, affacciandosi dalla facciata della grande basilica dopo aver assunto la grande missione di essere nostro padre universale, si esortò con un "Correggetemi se sbaglio!" : ho cercato sempre di imitarlo in questo e qui faccio mia quell'esortazione.
Se, allora, la nostra esistenza si basa su un fondamento santo, su una benevolenza infinita che, al di là dell'imperfezione che vediamo bene caratterizzare la nostra vita personale e collettiva, al di là dei nostri limiti palesi, scende verso e su di noi e rimane salda anche quando sbagliamo, perché trasformarci in "persone risentite, scontente e senza vita"?, scrive il nostro vescovo. E aggiunge: "Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua". Vale a dire che non vivono, rievocandola e rendendola presente nelle loro vita, l'esperienza della liberazione dai limiti che ci affliggono, da tutto ciò che in varie forme e manifestazioni ci lega alla morte, alla fine nostra e di tutti e di tutto, e alla consapevolezza del male che c'è in noi e attorno a noi. Il dolore non è l'ultima parola sull'esistenza umana, secondo la nostra fede. Il nostro vescovo ci esorta dunque a ritornare a rinnovare oggi stesso il suo incontro con colui che è il fondamento beato di tutto e la fonte della nostra gioia e che crediamo ci voglia salvare perché ci vuole bene, o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da lui, cercandolo ogni giorno senza sosta.
Devo dire che nella mia personale vita religiosa c'è sempre stata veramente poca emotività. Sono sempre stato molto legato alla mia concreta esperienza della realtà intorno a me, così come effettivamente mi si presentava. Ho fede religiosa, ma non ho mai udito voci soprannaturali, non ho fatto esperienza del soprannaturale in questo senso, non ho visto angeli né mai mi sono figurato di averli visti. Del Nazareno ho sentito parlare e ho letto, ma non l'ho mai incontrato così come incontro le persone che mi circondano. Ho incontrato la memoria di lui, che mi è giunta, di generazione in generazione, attraverso altre persone di fede. Ho creduto non perché ho visto. L'esigenza di credere in lui è scaturita dalla mia interiorità, nel confronto con il mondo così come l'ho sperimentato nella mia vita. Penso di essere stato effettivamente predisposto, come essere umano, a credere in lui: la mia fede è stata quindi il compimento di un'esigenza interiore e di un'attesa. Ma capisco i problemi di chi, all'appello religioso a incontrarlo, rispondono di non riuscire a farlo perché non lo vedono e non lo sentono. E anche di non capire come un essere che non si vede, non si sente e non si tocca possa cambiare in meglio la vita di coloro che vivono nel mondo che c'è, si vede, si sente e si tocca. Dicono che ci perdona: e allora? Uno alla fine a perdonarsi ci arriva anche da solo, perché che cosa sono le nostre colpe dinanzi alla pena che sicuramente ci toccherà di scontare, la morte personale? Si tratta di obiezioni serie, da non sottovalutare, tanto che le troviamo trattate anche nei nostri scritti sacri, in particolare in quelli che abbiamo ricevuto dal giudaismo antico.
L'uomo si affatica e tribola per tutta un vita.
Ma che cosa ci guadagna?
Passa una generazione e ne viene un'altra;
ma il mondo resta sempre lo stesso.
…
Ho riflettuto anche su tutte le ingiustizia che si compiono in questo mondo. Gli oppressi piangono e invocano aiuto, ma nessuno li consola, nessuno li libera dalla violenza dei loro oppressori. Invidio quelli che sono morti. Essi stanno meglio di noi che siamo ancora in vita. Anzi, più fortunati ancora quelli che non sono mai nati, quelli che non hanno mai visto tutte le ingiustizie di questo mondo.
[Qoelet 1, 3; 4,1]. Traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente, Elle Di Ci -A.B.U., 1985]
Alcune persone, sentendosi rivolgere quell'appello all'incontro personale e non riuscendo a realizzarlo, possono pensare di essere come menomate o, addirittura, quando quell'appello viene rivolto in certi modi perentori, addirittura cattive, o, comunque, di essere considerate tali da parti di coloro da cui esso proviene. Poiché poi, pur considerandosi con sincerità, concludono di non essere né menomate né cattive, tendono a rifiutare in blocco la fede e chi gliela propone.
Non nascondo che anch'io, pur ritenendomi una persona di fede, ho sempre avuto difficoltà analoghe, quando mi hanno detto cose come "All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva" (una frase di papa Ratzinger citata dal vescovo nel suo ultimo documento e tratta dall'enciclica Deus caritas est [=Dio è amore/agàpe/gioiosa benevolenza comunitaria come in un banchetto nuziale]). Per me infatti la fede è scaturita certamente dall'incontro con delle persone, con la generazione di coloro che me l'hanno trasmessa al modo di un contagio, prima con le loro vite che con i loro discorsi, ma la scoperta della Persona, alla quale in quella frase ci si riferisce, è venuta dopo ed è stata coeva con esigenze etiche, che considero tuttora molto importanti, e con molte grandi idee.
Per intendere bene il senso di quel modo di esprimersi, che centra il sorgere della fede su un'incontro con la Persona, la figura divinizzata del primo Maestro, del Nazareno, bisogna considerare che esso è manifestazione di una reazione a modi teologici di presentare la nostra fede comune che davano molta importanza alle ragioni del credere, quindi alle giustificazioni razionali dell'atto di fede, e al conformarsi a prescrizioni etiche rituali, religiosamente condivise. Di fronte all'obiezione, risultata fondata, che tutte le prove dell'esistenza della realtà soprannaturale creduta per fede si sono dimostrate insufficienti e che l'inevitabile mutare dei costumi che porta a superare sempre ogni concezione etica, di fronte quindi alla generale insufficienza di ogni sistemazione puramente ideologica della fede, si cerca di basare le motivazioni di fede su un rapporto personale con il fondamento beato, che precede ogni ragionamento e anche l'etica rituale. E' una via, questa, che ha precisi agganci nelle scritture sacre e che è stata seguita anche, per quello che ho letto, nell'ebraismo dei saggi del Talmud. E' stata più volte riscoperta nella storia della nostra collettività religiosa e, nei tempi più recenti, proprio nel confronto con la saggezza dell'ebraismo contemporaneo della nostra confessione religiosa. Essa, ad esempio, fu espressa nell'Ottocento dallo scrittore russo Dostoevskij affermando che egli avrebbe comunque scelto Cristo anche se gli avessero dimostrato che Cristo non era la verità. L'invito a centrare la fede sull'incontro con la Persona libera dalle molte costrizioni, conformismi, luoghi comuni, commistioni tra sacro e profano, non veramente necessari alla vita di fede, anzi spesso ostacolo ad essa, che storicamente si sono costruiti intorno alla fede nell'edificare e disciplinare una religione, vale a dire un modello collettivo di vita di fede. Ma non bisogna pensare, per come la vedo io, che quell'incontro sia come quello che possiamo avere la mattina, al risveglio dal sonno, quando apriamo gli occhi e vediamo i nostri familiari. L'incontro con quella Persona è pur sempre un andare verso e, insieme, un rendersi disponibili ad accogliere una persona che non si vede, nella sua realtà soprannaturale. L'accostarsi al soprannaturale presenta sempre questa difficoltà, quando non si parli di cose diverse dalla nostra fede religiosa come ad esempio di magia o esperienze emotive paranormali, vale a dire che ci si cerca di aprire a ciò che non si vede, ma di cui avvertiamo interiormente la presenza. Ed è effettivamente esperienza comune che non è vero che ciò che non si vede non c'è. A parte realtà microscopiche e le frequenze inaccessibili ai nostri sensi, cerchiamo sempre di figurarci il passato e il futuro e questa attività ,molto importante nello stabilire che fare oggi, riguarda oggetti che non si vedono e addirittura non sono più o non sono ancora. Il soprannaturale, nella concezione religiosa c'è ed è anche accessibile ad un nostro senso interiore, a quello che possiamo definire sguardo soprannaturale, alla luce del quale il mondo in cui viviamo ci appare trasfigurato. Nella nostra fede, e anche in altre fedi religiose, il soprannaturale è definito come luce.
Il mondo ci appare per certi versi come un complicato meccanismo di cui noi siamo un piccolo ingranaggio. C'è sempre un grande darsi da fare, scambiarsi cose e lavorare gli uni per gli altri per un certo prezzo. Si nasce, ci si riproduce e si muore. Nei secoli dei secoli. Ma essere solo parte di un ingranaggio non da gioia, non ci appaga veramente del tutto. Lo scrittore Primo Levi dichiarò che l'etica degli affari uccide l'anima immortale (cito a memoria). Sotto un certo profilo quindi, giunti verso la fine, si potrebbe concludere tristemente con "tutto qui?" o con un "Ne è valsa la pena?". La buona notizia che ci giunge dalla nostra fede è che, sì, ne vale la pena o, a seconda delle prospettive in cui ci si pone, ne è valsa la pena. E ciò perché nella vita c'è l'amore/agàpe che dà gioia. E' questo che si incontra/scopre nella Persona che, nella fede, riteniamo essere il fondamento e il destino beato di tutto.
2. Un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale - 30-11-13
Diversi anni fa venne a lavorare da noi in parrocchia un sacerdote che mi parve sulla trentina e che, al termine della Messa domenicale, aveva l'abitudine, come succede più di frequente in altre nazioni, di mettersi sul sagrato per salutare i fedeli che uscivano. In un'omelia notò che la gran parte di essi avevano la faccia scura. Mostravano anche qualche difficoltà, durante la liturgia, a scambiarsi reciprocamente il segno della pace. Era una cosa alla quale non avevo fatto caso, ma ponendovi attenzione notai che era vero e lo feci notare anche alle mie figlie che allora erano ancora bambine. Facemmo, come un gioco, a contare le persone con la faccia lieta che incontravamo per strada. Erano pochissime! Poi mi dissero che quel sacerdote aveva avuto un problema in famiglia, una persona gravemente ammalata. Anche lui, allora, fece la faccia scura e dopo un po' non lo vidi più in chiesa da noi. All'epoca frequentavo la parrocchia come semplice utente, non ero granché coinvolto nella sua vita, quindi non approfondii la questione. Mi dissero che, prima di venire tra noi, aveva seguito gli scout e nel tempo in cui fu da noi formò una numerosa squadra di chierichetti, tradizione che poi mi pare si sia persa (anch'io fui chierichetto nella nostra parrocchia, anche se piuttosto imbranato. Non avevo capito bene quello che dovevo fare e allora mi mettevano a fare l'aiuto-chierichetto. Anche a quei tempi, si era negli anni '60, c'era una numeroso gruppo di ragazzi che svolgeva quel servizio). La sua letizia contagiò molti e produsse dei cambiamenti positivi, ma quando si intristì tutto tese ad andare nella direzione di prima. Forse, quando fu lui ad avere bisogno di essere consolato, non trovò in noi, senz'altro non in me, un aiuto sufficiente. Ora me lo rimprovero.
Ogni tanto i sacerdoti della parrocchia lo ricordano nelle loro omelie: non si avverte sempre la gioia della fede nella partecipazione alle nostre liturgie eucaristiche, che pure dovrebbero essere al centro della vita comunitaria religiosa e dunque manifestarla. Chi ci vede da fuori come può essere attratto da quello che c'è dentro, se sembra che partecipiamo solo a un triste dovere, per non fare peccato? Ma, mi sono detto tra me quando ho sentito questo, non è per dovere che oggi si va in chiesa la domenica, perché trasgredire quell'obbligo non suscita più la riprovazione sociale e quindi chi non vuole andarci non ci va, punto. Molti di quelli con le facce scure vanno in chiesa per essere consolati. Ma, evidentemente, i motivi di dolore e di disperazione superano le capacità consolatorie dell'insieme. E poi non siamo più così pronti ad farci entusiasmare dal linguaggio altamente simbolico della liturgia, di cui forse non intendiamo più tutte le implicazioni. Bisogna anche tener conto che l'età media dei fedeli è piuttosto alta. L'allegria è dei giovani. "Gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus!" faceva l'inno degli universitari di un tempo: gioiamo, orsù, finché siam giovani. E poi: post iucundam iuventutem, post molestam senectutem, nos habebit humus, dopo la gioiosa gioventù, dopo la molesta vecchiaia, ci avrà la terra. E ora, dobbiamo anche sentirci tirati per le orecchie, perché, con i problemi che abbiamo, a volte carichi di anni, non siamo gioiosi?
Eppure sarebbe bello recuperare la gioia di vivere che tutti abbiamo provato in una o più epoche della nostra vita. Perché vivere bisogna pure. In fin dei conti, si vive.
L'appello alla gioia che ci viene dal vescovo non è per farci più efficaci come piazzisti del sacro. Con le facce tristi si vende poco e via dicendo. Non siamo in giro per vendere il prodotto fede. E neanche per fare nuovi adepti per riempire le nostre chiese (questo è il proselitismo in senso deteriore, da lui criticato). La gioia scaturisce dalla vita, è parte della nostra natura. La vita dà gioia. Sono le circostanze in cui la vita si svolge che a volte la privano della gioia. E, a parte gli accidenti che ci capitano e che derivano dal mondo in cui viviamo, dalle avversità sociali, da quelle della natura ambientale e, infine, dal nostro invecchiare corporeo, che è anch'esso un processo naturale, incombe su tutti noi, in modo sempre più angoscioso col passare degli anni, il pensiero della propria fine personale. E' così che si perde la gioia di vivere, quel sentimento di letizia interiore che caratterizza i nostri momenti veramente felici e che ci fa essere fiduciosi nel futuro e capaci di costruire grandi cose insieme agli altri. Esso ha sicuramente un dimensione sociale, così come la ha l'infelicità, e una spirituale, interiore. La fede incide e richiede un impegno personale su entrambe. L'appello religioso alla gioia è un'esortazione ad un impegno di quel tipo. L'azione che ci è proposta è quella di radunare i dispersi costituendo un'unità fondata sull'amore/agàpe. Essa si fonda su una voce che riteniamo esserci giunta e giungerci dall'alto, trasmessa fedelmente fino a noi di generazione in generazione e ricevuta e confermata nella nostra interiorità personale. Essa ci dice che la morte, la nostra fine personale, l'ultima nemica, non è l'ultima parola su ciascuno di noi. Quella voce non ci arriva solo da fuori di noi, essa corrisponde a un sentimento interiore che ci rende capaci di ascoltarla e di darle credito: "…sento l'acqua viva che mi parla dentro e mi dice «Vieni al Padre», scrisse Ignazio di Antiochia (vescovo di Antiochia dal 70, ucciso a Roma per ordine delle autorità imperiali nel 107) in una Lettera ai cristiani di Roma, andando verso la nostra città per esservi giustiziato. Tutti gli esseri umani sono chiamati a formare un popolo animato da quell'unità amorevole, gioiosa e festosa. "Nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore", insegnò Giovanni Battista Montini in un'esortazione apostolica del 1975, durante il suo ministero religioso di padre universale: lo ricorda il vescovo nel documento di qualche giorno fa. Non usciamo di chiesa per ritornarvi con un portafoglio di adesioni. Non siamo nel mondo per distribuire tessere religiose. Siamo nel mondo per suscitarvi la gioia di vivere, radunando, risanando, consolando. Può essere un impegno molto coinvolgente, fonte esso stesso di gioia perché è il principio del nuovo mondo, fonte soprannaturale e spirituale di cambiamenti significativi nella realtà visibile e sociale e del riscatto delle persone dalla propria coscienza isolata ed autoreferenziale (Evangelii Gaudium, n. 8).
I momenti più belli e motivanti della mia vita, in famiglia, sul lavoro, nella società, sono stati caratterizzati dalla partecipazione a un impegno di quel tipo. Non ero solo, partecipavo a grandi movimenti ideali in cui anche la fede religiosa era implicata. Ai tempi nostri si accusa quelli della mia generazione di aver tentato di ribaltare il mondo di prima sulla base di sogni irrealizzabili. Le cose vanno come vanno ed è così che debbono andare, ci rimproverano: il forte prevale sul debole, il pesce grande mangia il pesce piccolo (metafora usata abitualmente dal filosofo Aldo Capitini - 1899/1968) e così seguitando. Ma io non rimpiango di non aver agito diversamente: Non, je ne regrette rien (= non rimpiango nulla. E' il verso di una famosa canzone di Edith Piaf -1915/1963 che venne citato nel testamento di uno dei sette frati trappisti uccisi a Tibhirine - Algeria nel 1996 da terroristi). Sono sogni anche quelli della nostra fede? Ma essi hanno cambiato e stanno ancora cambiando il mondo. Venite e vedete.
3. Gioia, espansione e novità. 8-12-13
Nelle direttive pratiche contenute nel recente documento diffuso dal nostro vescovo a noi Romani e al mondo, quale padre universale, si evidenzia il collegamento, per la vitalità delle nostre collettività religiose, tra gioia, espansione e novità.
"Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza autentica di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri. Comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa.
…
Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice.
…
Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre “nuova”.
…
[Non] … dovremmo intendere la novità di questa missione come uno sradicamento, come un oblio della storia viva che ci accoglie e ci spinge in avanti. La memoria è una dimensione della nostra fede."
[Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del papa Francesco, 24-11-13, n.9,11,13].
L'esperienza della straordinaria e veloce espansione, al modo di un contagio tra persona e persona, tra gruppi e gruppi, oltre ogni barriera etnica, culturale e sociale, della nostra confessione religiosa nell'Impero mediterraneo in cui essa originò, il quale tentò invano di contrastarla venendone invece dominato pur innestandovi numerosi elementi della propria ideologia, è rimasta fortemente radicata nella nostra memoria collettiva di fedeli, non tanto come insieme di ricordi espliciti e precisi (le storie del cristianesimo e della nostra confessione di solito vi accennano di sfuggita, concentrandosi, per quanto riguarda i primi secoli, sulle persecuzioni subite dalla gente della nostra fede), ma sotto forma di una sensibilità e di un anelito di fondo, quasi al modo come certi comportamenti vengono trasmessi per via genetica alle nuove generazioni, le quali nell'età di neonate sanno fare cose che non sono mai state loro insegnate, ad esempio succhiare il latte materno. Quella storia di sviluppo delle origini non si è mai più ripetuta. Dal quarto secolo della nostra era la diffusione della nostra fede non è infatti mai stata veramente immune dalla violenza di stato, in forme anche molto crudeli ed estese, fino ad arrivare al limite del genocidio durante la colonizzazione delle Americhe, come rilevato con orrore dal domenicano padre Bartolomeo de Las Casas (1484-1566).
La fase espansiva delle origini fu caratterizzata effettivamente, per quello che ho potuto capire, dalla gioia della novità, pur nell'ostilità crescente dei poteri pubblici della società in cui essa avveniva. Successivamente, parlando in linea generale, questi elementi, la gioia e la novità, vennero meno per vari motivi riassumibili tutti nel clima di violenza in cui quella che venne concepita come una conquista di nuovi popoli avvenne e che caratterizzò anche l'azione di polizia ideologica e teologica esercitata per preservare la collettività dei fedeli da deviazioni. Queste ultime, coinvolgendo quella che era diventata ormai una ideologia di stato, vennero sostanzialmente considerate e punite come sovversione politica. Il punto di svolta nella nostra confessione religiosa si ebbe durante la grande congregazione di nostri capi religiosi celebrata all'inizio degli anni '60 e nota come Concilio Vaticano 2° (1962-1965). In tale occasione venne ripudiata la violenza dei secoli passati, riconosciuta la libertà di coscienza delle persone umane e un ruolo nella società civile dei fedeli laici maggiormente corrispondente ai principi delle democrazie popolari contemporanee. Nel mondo che chiamiamo Occidente la violenza con finalità religiose era già stata dichiarata illecita alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Solo nell'anno 2000, durante il Grande Giubileo indetto e guidato dal papa Giovanni Paolo 2°, si arrivò a chiedere perdono (tra molte polemiche di chi dissentiva da questa scelta), come collettività religiosa, della violenza compiuta in nome dell'espansione e della difesa della nostra fede.
Quando si vuole promuovere una espansione della fede caratterizzata dagli elementi della gioia e della novità ci si vuole staccare significativamente dai secoli bui (oltre 1.500 anni) della violenza religiosa, talvolta invece ricordati addirittura con nostalgia da chi vede nella nuova era della libertà di coscienza l'inizio di una fase recessiva di cui non si vede la fine. In effetti quelli che stiamo vivendo sono tempi che non hanno precedenti nella storia dell'umanità e questo sotto diversi aspetti, compresi quelli religiosi. Da un lato principi che derivano dalla nostra teologia si sono affermati come ideologia delle democrazia contemporanee e sono affermati religiosamente, a prescindere da un reale riscontro nella natura delle cose, come accade per il principio di uguale dignità di tutti gli esseri umani, a prescindere da distinzioni di etnia, cultura, lingua, religione, sesso, opinioni politiche, condizioni personali e sociali, dall'altro l'adesione esplicita, convinta, consapevole e informata, alla nostra religione e, in particolare, la conoscenza della sua teologia e il seguire con costanza e fedeltà le sue liturgie e norme etiche, coinvolge strati della popolazione che statisticamente risultano minoritari, anche se la nostra confessione costituisce ancora, per la grande maggioranza degli italiani, il riferimento religioso di base. Ecco dunque spuntare nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale. La nostra confessione religiosa, abbandonata la fase dell'opposizione dura, ideologica e pregiudiziale al nuovo corso contemporaneo, cerca ora di ideare e di attuare nuovi modi per riprendere la sua fase espansiva, conformemente alla missione che ritiene esserle data dalle origini. Essa, infatti, non si adatta ad un clima di stagnazione. Ritiene di essere stata lanciata verso il mondo per la salvezza del genere umano, per radunare, consolare, risanare, liberare le genti, questa volta però in spirito di fraternità universale, per ricondurle verso il Padre celeste, secondo la missione che crede esserle stata affidata dall'antico Maestro.
4. Capire per crescere - 18-12-13
Quando in religione ci si propone di essere missionari significa che si vuole far crescere la nostra collettività di fede: infatti la missione, come la si intende tra di noi, consiste propriamente in questo, non tanto nel produrre certezze, o comunque convinzioni, intellettuali sul soprannaturale e sul suo influsso sulle cose umane. L'aspetto sociale è dunque molto importante per quel lavoro che si vuole fare. E' per questo che si sottolinea tanto che l'annuncio di fede deve essere dato da testimoni credibili. Non è però tanto noi stessi che nell'annunciare proponiamo agli altri a prova della bontà di ciò che proclamiamo, dico noi come singole persone, ma noi in quanto, aderendo a certi imperativi etici che originano dalla collettività in cui si sono formati le nostre convinzioni di fede, dimostriamo che la nostra fede sorregge una vita collettiva "buona", che in quanto tale è desiderabile, perché non lascia più soli con sé medesimi, con le angosce della propria esistenza e, innanzi tutto, con quella dell'inevitabile declino personale e della propria fine come individui. Tutto il resto viene dopo e intendo riferirmi in particolare alla dottrina della fede. Essa infatti, nei due millenni della nostra confessione religiosa, ha subito moltissimi adattamenti, ma c'è di più, per come la vedo io: essa può essere vista realisticamente come un prodotto sociale, innanzi tutto per come è stata ideata e imposta.
Del resto la realtà soprannaturale che la dottrina intende spiegare non è nella nostra disponibilità (altrimenti sarebbe essa stessa una nostra creazione: si tenta di parlarne sulla base dell'esperienza di fede che collettivamente ne abbiamo fatto, in questo consiste in sostanza la tradizione di fede, ma sempre si deve riconoscere ed in effetti si riconosce l'insufficienza del linguaggio umano, perché essa è, in fondo, ineffabile, vale a dire che non può mai essere totalmente, definitivamente e compiutamente espressa con parole umane. E, in effetti, le principali verità della nostra fede sono anche dette misteri.
Pensare di ottenere risultati missionari limitandosi ad annunciare o a proclamare, pubblicamente enunciati della nostra dottrina di fede, ad esempio "Dio ti ama!" o "Gesù ti salva!", è illusorio. Possiamo serenamente riconoscere di avere avuto conferme per così dire sperimentali di ciò. In un certo senso però è abbastanza facile organizzare un'attività missionaria "proclamatoria", ma i risultati poi non vengono o, comunque, sono molto inferiori alle attese, anche se la proclamazione dà indubbiamente una certa gratificazione collettiva a chi la fa. Essa può servire a cementare l'identità sociale degli annunciatori, perché indubbiamente è bello fare insieme le cose della nostra fede: il fascino delle nostre liturgie religiose consiste proprio in questo.
Naturalmente si può anche pensare che, fatto l'annuncio, poi subentri una qualche azione soprannaturale per cui alla gente che l'ha ricevuto si aprano gli occhi e le orecchie ed essa rimanga effettivamente coinvolta, a prescindere da ogni nostro altro sforzo. Penso che qualcosa del genere realmente avvenga e questo spiega tante conversioni e ritorni inattesi. Però, se è vero che in fin dei conti siamo stati mandati, direi lanciati, verso tutte le genti del mondo, verso tutto il genere umano, quindi non solo nello spazio ma anche nella storia, per radunarlo in un solo popolo animato da principi e sentimenti religioso, penso che il nostro ruolo debba essere qualcosa di più del farsi megafoni dottrinari, ed in effetti così, qualcosa di più di questo, è stato sempre inteso. Infatti i grandi annunciatori religiosi della nostra fede hanno sempre proposto, impersonandoli, esempi di vita di fede: pensiamo, ad esempio, a Francesco d'Assisi.
L'aspetto sociale del lavoro missionario rende indispensabile, credo, tre azioni preparatorie: la prima consiste nel cercare di capire realisticamente la società destinataria del messaggio di fede, la seconda strutturare una vita collettiva che si manifesti come buona per quella società, la terza è di disporre di una dottrina che esprima l'esperienza di fede che si traduce in quella vita buona.
In un certo senso, in Italia siamo attualmente un po' carenti in tutti e tre quegli aspetti propedeutici al lavoro missionari vero e proprio.
Nei confronti della società del nostro tempo, talvolta, o si dispera di poterla redimere, assumendo quindi un atteggiamento di pregiudiziale rifiuto e richiedendo a chi si avvicina alla nostra collettività di separarsene, o si ha troppa fiducia nelle sue potenzialità religiose, a prescindere da un lavoro di mediazione e di inculturazione che storicamente bisogna sempre riprendere da capo di generazione in generazione e di ambiente in ambiente, ritenendo che essa sia giù pronta, così com'è, a ricevere il nostro messaggio di fede, perché gli esseri umani sono, in fondo, tutti buoni, come noi intendiamo che si possa e si debba esserlo.
Per quanto poi riguarda gli esempi di vita buona collettiva, tendiamo a proporre modelli molto distanti da quelli correntemente attuati nelle loro vite dai fedeli, con il risultato di apparire ipocriti.
Per quanto infine riguarda la dottrina, nella nostra confessione religiosa sappiamo bene che essa è prodotta, ideata e diffusa come legge, dalle nostre autorità religiose, così come è stato fin da epoca molto prossima alle origini, dallo strutturarsi in un episcopato monarchico, costituendo questo un tratto fortemente caratterizzante della nostra esperienza religiosa, e non solo della nostra confessione, ma anche in altre confessioni che si richiamano all'insegnamento del Nazareno, ed essa, la dottrina, tende prevalentemente a imporsi sull'esperienza religiosa dei fedeli, appunto al modo di una legge, invece che esserne anche vivificata e in qualche modo addirittura illuminata. Non è solo cosa dei nostri giorni: più o meno è stato sempre così e ciò spiega i problemi di tipo dottrinario che ebbero molte figure di rilievo della nostra religione alle quali, ma a posteriori, venne riconosciuta la santità, quindi l'esemplarità di vita.
Risolvere i problemi ai quali ho accennato non è alla nostra portata, come collettività religiosa di prossimità stanziata in un quartiere periferico della Roma di oggi.
Quando i nostro vescovo e padre universale, nel suo recente documento sulla gioia della fede e quindi anche sulla gioia della missione, ha accennato alla necessità di una riforma della nostra collettività di fede, ha manifestato chiaramente che il lavoro che c'è da fare è molto, molto impegnativo. E non è, la sua, una estemporanea intuizione personale, ma, per le drammatiche circostanze che hanno determinato la sua elezione al supremo ministero, una gravissima crisi al vertice romano della nostra organizzazione religiosa, attualmente ancora molto centralizzata intorno a tale struttura, e per l'approfondito dibattito che, come è trapelato, ha coinvolto i componenti di quella sorta di senato di esponenti di vertice del nostro clero venuti da tutto il mondo che è il Conclave, deve ritenersi una convinzione largamente condivisa dalle nostre autorità religiose, dalla gerarchia.
Quello su cui si può lavorare nella nostra dimensione di quartiere è di cercare di farci una rappresentazione realistica della società in cui viviamo, e in particolare delle persone e dei gruppi che riteniamo destinatario del nostro messaggio; poi di cercare di capire quali modelli di vita buona, concretamente da noi attuati a prescindere dalle asprezze dottrinarie che scaturiscono dalla teologia, vale a dire in quella realtà che in ecclesialese definiamo pastorale, abbiamo da proporre agli altri che vogliamo siano nostri interlocutori; infine di cercare di illuminare le espressioni dottrinarie della fede che utilizziamo nell'attività propriamente missionaria, con le nostre migliori concrete esperienza di vita di fede (questo lavoro è quello della mediazione culturale, che significa farci strumento di comunicazione, con la nostra vita e sulla base della comune umanità che ci unisce ai destinatari del nostro messaggio di fede, per far intendere nella società del nostro tempo i principi e i valori della nostra fede, senza limitarsi a farci megafoni della dottrina).
Qualche volta si ha come l'impressione che, nei discorsi e nelle attività esplicitamente religiosi, si cerchi talvolta di mettere in scena un modo diverso da quello in cui si vive, sul quale così si perde ogni possibilità di presa sociale, di modo che, quando poi si rientra nella realtà concreta, si vive un po' nella nostalgia di quell'altro mondo che abbiamo evocato, ma che però non c'è mai stato se non nelle nostre rappresentazioni religiose, per cui esso è effettivamente e totalmente un nostro prodotto sociale, ma di una società che vuole evadere dalla realtà in cui vive, invece che cercare di cambiarla per non lasciarla così com'è, una realtà sulla quale sogna, nel vero senso della parola, di incidere per redimerla.
5. Che cosa cambia - 9-3-14
"La nuova Gerusalemme, la Città santa (cfr Ap 21, 2-4) è la meta verso cui è incamminata l'intera umanità. E' interessante che la rivelazione ci dica che la pienezza dell'umanità e della storia si realizzano in una città. Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo … La presenza di Dio accompagna la ricerca sincera che persone e gruppi compiono per trovare appoggio e senso alla loro vita … Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata … Nella città, l'aspetto religioso è mediato da diversi stili di vita … Nella vita di ogni giorno … si cela un senso profondo dell'esistenza che di solito implica anche un profondo senso religioso. Dobbiamo contemplarlo … Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane dove il cristiano non suole più essere promotore o generatore di senso, ma che riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto con il Vangelo di Gesù. Una cultura inedita palpita e si progetta nella città … E' necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell'anima della città. Non bisogna dimenticare che la città è un ambito multiculturale … Svariate forme culturali convivono di fatto, ma esercitano molte volte pratiche di segregazione e di violenza. La Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile … La città produce una sorta di perenne ambivalenza, perché, mentre offre ai suoi cittadini infinite possibilità, appaiono anche numerose difficoltà per il pieno sviluppo della vita di molti … Quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontri e di solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca … La proclamazione del Vangelo sarà una base per ristabilire la dignità della vita umana in questi contesti, perché Gesù vuole spargere nella città vita in abbondanza. Il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone è il miglior rimedio ai mali della città"
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del papa Francesco, del 24-11-13; n.71-74]
Fin dalle origini la nostra confessione religiosa si è sviluppata nelle città, tanto che nella sua terminologia più antica la parola pagani, vale a dire gli abitanti dei villaggi rurali, venne a indicare quelli che seguivano i precedenti culti politeistici e ora, semplicemente, coloro che non seguono i nostri precetti di vita di fede. E' stato notato che questo contesto cittadino la differenziò abbastanza dal giudaismo dal quale prese vita, che era in genere piuttosto diffidente nei confronti della vita sociale dei grossi centri urbani, visti come la sede di diverse forme di dissoluzione, apostasia, corruzione, tanto da meritare talvolta la punizione soprannaturale come nel caso di Sodoma e Gomorra. Nel giudaismo antico erano inoltre considerati un grave pericolo il multiculturalismo e la promiscuità etnica, per la possibilità di contaminazione religiosa e di dissoluzione dell'identità collettiva di fede che comportavano, e questo anche se le visioni religiose dell'antico ebraismo, come anche di quello contemporaneo, veicolavano importanti prospettive universalistiche, che poi caratterizzarono fortemente la nostra confessione religiosa.
Certamente la civiltà contemporanea è molto centrata sulle città, sulla vita sociale che in esse si conduce, con relazioni umane molto intense e complesse. Le città sono viste come fonte di opportunità di miglioramento della propria vita, tanto che le masse dei diseredati tendono a convergervi, creando, in particolare nelle nazioni meno sviluppate, immensi quartieri di emarginati, di persone con problemi di vario tipo che si cerca, appunto, di tenere ai margini. E' la situazione che il nostro vescovo ha vissuto nella città dal quale proviene. Ma, su scala minore, perché Roma nel contesto globale, a confronto con le grandi megalopoli del mondo, è una piccola città, anche se non proprio piccolissima, è la situazione anche della nostra città.
Roma ha la particolarità, tra tutte le città del mondo, di avere una visibilità molto forte della nostra confessione religiosa, per il fatto di essere la sede centrale della nostra collettività di fede e di recarne i segni manifesti, per i suoi grandi edifici monumentali, per le grandi liturgie che vi si celebrano e per la presenza di colui che considera il padre universale. E' anche tuttavia, e lo è storicamente sempre stata, e lo è stata come tutte le città del mondo lo sono e lo sono state, un ambiente parzialmente dissoluto, corrotto. Questa realtà per così dire infera si è manifestata in modo eclatante l'anno scorso anche nell'organizzazione centrale della nostra collettività religiosa, al di là di quelle alte mura che separano dal resto della città, in una specie di fortezza, le istituzioni più importanti della nostra collettività religiosa, alle quali siamo abituati a guardare per sapere che fare e che pensare. Questo è, per quello che si è saputo, il senso della gravissima crisi che le ha attraversate l'anno scorso e che è ancora in corso. Non è stata la prima volta che qualcosa di simile è accaduto nelle nostre collettività religiose. E' accaduto molto, molto di peggio, ma lo si è sempre superato. Oggi ci si meraviglia che vi siano "due Papi", uno regnante e uno emerito. Ma questo è accaduto in passato altre volte. Ma vi sono stati anche più Papi contemporaneamente regnanti che si sono lanciati scomuniche. Quest'anno sarà proclamato papa un Giovanni 23°. Ma nella storia della Chiesa ve ne sono stati due. Il primo regnò nel Quattrocento, insieme ad un altro Papa, Gregorio 12°, nel corso di un'altra fase altamente drammatica della nostra collettività religiosa; ebbe difficoltà con un Concilio, quello tenutosi a Costanza (1414-1418), fu arrestato, processato fra l'altro per omicidio, adulterio e sodomia, fu deposto, ma poi reintegrato come cardinale. Gli storici segnalano che sulla sua vicenda vi furono giudizi oscillanti: non tutti lo considerarono un antipapa. Roncalli lo considerò implicitamente tale, riprendendo la numerazione dei papi Giovanni dal numero 23.
La recente esortazione del nostro vescovo ci chiede di occuparci di più di ciò che accade nelle nostre città. E innanzi tutto di prendere consapevolezza di ciò che dell'ambiente cittadino assumiamo nelle nostre concezioni di fede. Poi di capire se vi è qualcosa che potremmo ancora imparare dalle culture urbane. E infine di cercare se la fede può influire in qualche cosa per migliorare il nostro contesto sociale cittadino. Tutto ciò ha un nome: mediazione culturale. E' un lavoro che si fa nella società e che richiede la collaborazione di molti. Non è cosa che possa essere fabbricata dall'alto, dal vertice. Capire richiede di dialogare. E l'esito del dialogo non è scontato, non è del tutto prevedibile. Qualcosa indubbiamente cambierà, perché dialogare significa cambiare. Ma che cosa e come cambierà non lo si può sapere prima. Nell'esortazione del nostro vescovo si afferma però che vi è necessità di cambiare, nulla può rimanere come prima. E questo perché le cose di prima non vanno più, non funzionano più.
Ma cambiare non sarà facile. Innanzi tutto perché l'invito al cambiamento è giunto improvvisamente, dopo decenni in cui la politica che si seguiva era un'altra, per molti versi opposta. E poi perché, per la sua imprevedibilità, il processo di cambiamento spaventa. Ma anche perché il dialogo è difficile, per il prevalere, proprio nei contesti urbani maggiori, di stili collettivi di vita contrastanti con i principi di fede. Per certe cose il cambiamento non comporterà forse una intensificazione del dialogo, ma l'interruzione dello stesso. Nella nostra collettività religiosa si è stati troppo accomodanti, a volte, con i poteri egemoni della nostra civiltà, venendo a lucrosi patti con essi, in un sorta di spartizione consensuale delle sfere di influenza, al modo i cui, per la verità, lo si è storicamente sempre fatto da parte dei nostri capi religiosi. Un esempio di ciò a cui mi riferisco lo si può vedere, nel film del regista Sorrentino che ha vinto recentemente l'Oscar, nel personaggio del cardinale festaiolo che frequenta la bella vita romana, il quale si sottrae alle domande di spiritualità e intrattiene un pubblico femminile dispensando ricette di cucina.
6. Comunicare meglio la verità del Vangelo - 31-12-13
34. Se intendiamo porre tutto in chiave missionaria, questo vale anche per il modo di comunicare il messaggio. Nel mondo di oggi, con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari. Ne deriva che alcune questioni che fanno parte dell’insegnamento morale della Chiesa rimangono fuori del contesto che dà loro senso. Il problema maggiore si verifica quando il messaggio che annunciamo sembra allora identificato con tali aspetti secondari che, pur essendo rilevanti, per sé soli non manifestano il cuore del messaggio di Gesù Cristo.
…
35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario.
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36. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.
…
39… Quando la predicazione è fedele al Vangelo, si manifesta con chiarezza la centralità di alcune verità e risulta chiaro che la predicazione morale cristiana non è un’etica stoica, è più che un’ascesi, non è una mera filosofia pratica né un catalogo di peccati ed errori. Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo.
…
43. Nel suo costante discernimento, la Chiesa può anche giungere a riconoscere consuetudini non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia, che oggi ormai non sono più interpretate allo stesso modo e il cui messaggio non è di solito percepito adeguatamente. Possono essere belle, però ora non rendono lo stesso servizio in ordine alla trasmissione del Vangelo. Non abbiamo paura di rivederle. Allo stesso modo, ci sono norme o precetti ecclesiali che possono essere stati molto efficaci in altre epoche, ma che non hanno più la stessa forza educativa come canali di vita.
…
45. Vediamo così che l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze. Esso cerca sempre di comunicare meglio la verità del Vangelo in un contesto determinato, senza rinunciare alla verità, al bene e alla luce che può apportare quando la perfezione non è possibile. Un cuore missionario è consapevole di questi limiti e si fa «debole con i deboli […] tutto per tutti» (1 Cor 9,22) [Dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinti, capitolo 9, versetto 22]. Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada.
[Dall'Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) del papa Francesco, diffusa il 24-11-13]
La lunga citazione dal recente documento esortativo del nostro vescovo e padre universale si giustifica con la necessità di disporre di un'autorizzazione per scrivere ciò che segue. Infatti le idee che sono esposte nell'Esortazione nei brani che ho sopra riportato non sono nuove, anzi costituiscono già, in genere, le prassi quotidiane delle relazioni vive tra il clero con "cura d'anime" e i fedeli e tra i fedeli tra di loro; ciò che è nuovo è stato il proporle in un atto formale del sovrano religioso della nostra confessione, il che costituisce appunto una autorevole autorizzazione di quelle prassi che in precedenza hanno presentato sempre un qualche rischio disciplinare, specialmente per il personale del clero e per i religiosi (monaci e monache; frati e suore).
L'incredibile asprezza di talune affermazioni della corrente dottrina della fede in ciò che specificamente riguarda la vita dei laici di fede è correntemente temperata e resa sopportabile in concreto da un modo di intendere quelle idee che non la fa gravare veramente sui fedeli. C'è quindi una significativa differenza tra alcune dichiarazioni della teologia, in particolare di quella morale, e il modo in cui di fatto viene esercitato il potere religioso nella stessa materia. Questa che può essere vista come una flessibilità di chi comanda nella nostra collettività religiosa riempie ancora di fedeli le nostra chiese, ma finora è scarsamente rifluita nel campo della teologia, contaminando (secondo la visione di alcuni) solo quella di tipo pastorale, che definisce appunto, nei casi concreti, nei vari specifici ambienti e situazioni, i criteri contingenti di esercizio del potere religioso e dell'attività di educazione religiosa e di ammaestramento delle masse, vale a dire dell'edificazione religiosa, nel senso di costruzione concreta di collettività religiose.
L'Esortazione del nostro vescovo e padre universale non cambia quindi la situazione attuale, se non in un aspetto piuttosto importante: essa libera chi nella nostra collettività religiosa esercita funzioni pastorali, di cura d'anime, dal rischio di conseguenze disciplinari. Esso era infatti sempre latente. C'era sempre la possibilità che da teologi sedicenti ortodossi (vale a dire ansiosi di ristabilire la verità vera) o da gruppi di tendenza reazionaria giungessero accuse di eresia e richieste di sconfessione e di punizione. Si tratta di una vera e propria inversione di tendenza nell'orientamento del nostro vertice romano, il quale, dal 1993, da quando cioè venne pubblicato quell'atto normativo che venne denominato Catechismo della Chiesa Cattolica, ma che è molto più che è un catechismo, intese invece esercitare una forte azione di normalizzazione, per ridurre la distanza tra dottrina teologica e prassi pastorali e ostacolare il riflusso teologico di quelle prassi. Quel catechismo normativo viene citato solo due volte nel lungo recente documento esortativo, la prima, testualmente, nel n.44, per limitare il rilievo disciplinare delle azioni dei fedeli comuni, e l'altra, con un rimando non testuale, al n. 240, per ricordare i compiti dello Stato nella promozione del bene comune della società. In base all'Esortazione, d'ora in avanti ci si può attendere che coloro i quali, teologi e non, ragioneranno di fede in materie che abbiano un rilievo pastorale, vale a dire che riguardino le modalità di diffusione della nostra fede nel mondo contemporaneo e di edificazione delle nostre collettività religiose, non debbano più temere punizioni disciplinari. Non dovrebbe più ripetersi un caso doloroso come quello costituito, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dalla spietata persecuzione disciplinare del sacerdote Lorenzo Milani, una delle figure che nel Novecento ha più influito positivamente per l'inculturazione della fede nell'Italia del suo tempo e che ancora suscita grande ammirazione anche al di fuori della nostra collettività religiosa, il quale, incredibilmente, fu duramente, spietatamente e lungamente punito dai suoi superiori ecclesiastici appunto solo per aver ragionato in tema di teologia pastorale; uno spreco sconsiderato di una preziosa risorsa scaturita da un periodo di grande vitalità della Chiesa fiorentina. Una ferita ancora aperta nel cuore della nostra collettività religiosa.
Preso atto dell'inversione di tendenza di cui ho parlato, ci si può chiedere naturalmente se sia veramente indispensabile nella nostra collettività religiosa il mantenere, al centro, una sofisticata burocrazia di polizia ideologica che, pur impedita di arrivare alle estreme conseguenze per i limiti che ai tempi nostri le concezioni democratiche degli Stati in cui opera le impongono e pur ristrutturata in modo da non confliggere con le idee umanitarie di quelle concezioni, è ancora, in fondo, strutturata sulla base di principi imposti nei primi tre secoli dello scorso millennio, caratterizzati dalla volontà di creare un impero religioso romano e da una marcatissima, crudele e violenta aggressività su basi teologiche verso nuove esperienze religiose, generatrice di fatti che, con la sensibilità contemporanea e in sede di purificazione della memoria, riteniamo gravissimi e inaccettabili, come la stragista crociata teologica indetta e attuata nel meridione della Francia contro le comunità catare (1207-1213).
Indubbiamente, è storicamente dimostrato che l'immaginazione religiosa, lasciata a sé stessa e inquinata da concezioni di tipo magico, può condurre i fedeli lontano da centro del messaggio evangelico così come l'abbiamo ricevuto. L'esercizio di un magistero religioso, di un'autorità nell'insegnamento della fede, ha quindi ancora un senso e, in effetti, è stata mantenuta in quasi tutte le altre confessioni della nostra fede. In proposito si osserva che "il gregge senza pastore si disperde" e ciò è effettivamente confermato dall'esperienza comune. Il problema quindi consiste nelle modalità di esercizio di quell'autorità, ma, ancor prima, nelle concezioni fondamentali di quella parte della teologia che fornisce il linguaggio a quell'autorità e che dovrebbero forse essere da un lato meno autoritarie, nel senso di esserlo solamente quando veramente indispensabile per conservare il nucleo centrale e irrinunciabile della nostra fede, e dall'altro meno ossessionate dalla coerenza logica di sistema, riconoscendo, come si fa nell'Esortazione del nostro vescovo e papa universale che: "non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti. La fede conserva sempre un aspetto di croce, qualche oscurità che non toglie fermezza alla sua adesione. Vi sono cose che si comprendono e si apprezzano solo a partire da questa adesione che è sorella dell’amore, al di là della chiarezza con cui se ne possano cogliere le ragioni e gli argomenti." (n.42).
7. Essere consapevoli dell'evoluzione storica - 29-5-14
Nell'istruzione religiosa di base di solito si sorvola sull'evoluzione storica delle nostre collettività di fede e delle loro ideologie. Viene proposto un unico modello di organizzazione che viene riferito direttamente alle origini, rispetto al quale tutte le successive varianti storiche, presentate molto sommariamente, vengono presentate come, in qualche modo, deviazioni. Viene presentata un'unica dottrina come se essa fosse stata l'ideologia delle nostre prime collettività religiose e se fosse quindi riferibile direttamente all'insegnamento del nostro primo Maestro. In realtà storicamente, nei duemila anni della nostra esperienza di fede, vi sono stati moltissimi modelli organizzativi e non pochi configgenti tra loro. L'evoluzione storica di questi modelli non è stata solo una sorta di aberrazione, ma ha comportato dei progressi rispetto a modelli precedenti, e anche a quelli delle origini. Noi, ad esempio, ai tempi nostri non accettiamo più di vivere l'antigiudaismo religioso che fu manifestato dalle prime nostre collettività e che si riflette pesantemente, con toni che con la sensibilità di oggi appaiono addirittura sconvolgenti, negli scritti dei Padri della Chiesa. E, a bene vedere, il modello delle origini, quello che è narrato negli Atti degli apostoli e negli scritti di Paolo di Tarso, appare primitivo in tutti i sensi e non potrebbe più reggere un'organizzazione religiosa che comprende centinaia di milioni di persone. Per quanto riguarda poi la nostra ideologia religiosa, essa si è consolidata a partire dal Quarto secolo, ma si è poi molto sviluppata attraverso le ere che hanno caratterizzato la nostra esperienza sociale di fede: in particolare per quanto riguarda le forme gerarchiche essa risale agli inizi del secondo millennio, quindi a mille anni dopo gli eventi delle origini. Il prendere consapevolezza di questa realtà a volta spaventa, perché sembra che, allora, non vi sia più nulla di sicuro. Una parte di questa paura ci è stata però indotta, insegnata. Nelle altre cose della vita non ci fa problema constatare quanto siamo diversi dagli antichi. Magari poi ci piacciono i film sugli antichi romani e vediamo riprodotta la vita di allora, con gente in costume e scenografie spettacolari, ma non vorremmo di punto in bianco impersonare oggi quegli antichi delle sceneggiature, rimetterci addosso i loro abiti, vivere come loro, rifare le loro istituzioni. In religione, invece, qualche volta ci si pensa e addirittura lo si fa veramente. In alcune nostre liturgie "romane" rivive, ad esempio, lo splendore delle antiche cerimonie "imperiali".
L'evoluzione biologica ha prodotto, nel giro di centinaia di milioni di anni i grandi rettili, i dinosauri, e poi, molto, molto, più di recente gli umani come oggi si presentano, dopo alcune decine di milioni di anni di evoluzione specifica di primati antropomorfi. In questo processo i duemila anni di storia della nostra fede sono un battito di ciglia. Benché in genere non si ritenga di poter riportare indietro la cronologia dell'evoluzione, anche di quella più recente che riguarda gli umani, in religione, anche qui, ci si pensa. Del resto, dal punto di vista fisiologico gli umani di oggi non differiscono sostanzialmente da quelli di duemila anni fa: l'evoluzione biologica non ha avuto ancora il tempo di consolidare differenze rilevanti, a parte un certo rimescolamento genetico derivante da fenomeni migratori, per cui tendiamo ad avere, localmente, un po' tutti le stesse facce e si coglie in giro, talvolta, una certa aria di famiglia. Le differenze rilevanti tra gli umani sono quindi essenzialmente culturali e quelle compresenti in uno stessa epoca tendono, nell'era della globalizzazione, ad essere rapidamente superate. Alcuni pensano che, come possono essere superate le differenze coeve, possano anche superate quelle tra le diverse epoche storiche rimandando indietro l'orologio della cronologia dell'evoluzione culturale. E' l'atteggiamento fondamentale reazionario che a lungo ha dominato nelle nostre collettività religiose. Ecco dunque che ci sono quelli che voglio annullare, o quantomeno bloccare o mitigare, le evoluzioni culturali prodotte a partire dal Concilio Vaticano 2°, nel scorsi anni Sessanta. Questo atteggiamento non considera che l'evoluzione biologica, di cui quella culturale può essere considerata una manifestazione, è determinata da reazioni con l'ambiente circostante, da un processo di adattamento che comporta il superamento di forme biologiche e culturali che si dimostrano meno valide di fronte ai problemi della sopravvivenza delle popolazioni dei viventi. Parlando di "adattamento" ho utilizzato però un eufemismo, perché, nei processi evolutivi, è sempre questione, per così dire, "di vita o di morte". Gli organismi, anche di tipo umano come i Neanderthal, che son sono stati superati dal punto di vista evoluzionistico non sono sopravvissuti e sono stati superati perché, appunto, meno adatti alla sopravvivenza. Anche nell'evoluzione culturale è questione "di vita o di morte". Gli schemi del passato condurrebbero a morte le popolazioni di oggi. E' in fondo questo uno dei problemi che ha determinato la drammatica crisi che la nostra collettività religiosa sta vivendo. Il deliberato intento di bloccare l'evoluzione culturale delle nostre collettività di fede, o addirittura di riproporre forme culturali del passato cercando di mandare indietro l'orologio dell'evoluzione, ha determinato un isterilimento della nostra esperienza di fede che noi oggi, dolorosamente, stiamo vivendo. Così, mi pare condivisibile l'appello al cambiamento che, oggi, ci viene da alcuni nostri capi religiosi. Ma anzitutto dobbiamo superare la paura dei cambiamenti che ci è stata tanto a lungo insegnata. Possiamo farlo prendendo serenamente consapevolezza dell'evoluzione storica delle nostre collettività di fede e delle nostre ideologie e constatando che, nonostante questa evoluzione, nonostante tutti questi cambiamenti, alcuni dei quali molto marcati, la nostra fede non è scomparsa dalla Terra, anzi, in una dinamica spettacolare ha raggiunto tutti i popoli degli umani.
8. Crescere per attrazione - 9-14 dicembre 2013
8.1. Nella sua Esortazione del mese scorso, il nostro vescovo, citando una omelia tenuta dal suo predecessore nel 2007 nel santuario di Aparecida in Brasile, in occasione della 5° Conferenza generale dell'Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, sostiene che la nostra collettività religiosa non cresce per proselitismo, ma per attrazione.
Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo. I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile. La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione».
Citando poi il documento conclusivo di quella Conferenza generale afferma che «non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» [ed] è necessario passare «da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria». Questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori gioie per la Chiesa".
Gli obiettivi che ci propone sono: far crescere i credenti, quelli cioè che hanno mantenuto una fede cattolica intensa e sincera, in essi compresi anche coloro che non partecipano frequentemente al culto; restituire la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi per il Vangelo ai battezzati che non hanno più un'appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede; proclamare il Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato. Citando l'enciclica Redemptoris Missio [=la missione del Redentore] del papa Giovanni Paolo 2°, del 1990, dichiara:
Giovanni Paolo II ci ha invitato a riconoscere che «bisogna, tuttavia, non perdere la tensione per l’annunzio» a coloro che stanno lontani da Cristo, «perché questo è il compito primo della Chiesa». L’attività missionaria «rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa» e «la causa missionaria deve essere la prima».
Nella nostra confessione religiosa, non appena, grosso modo dal sesto secolo, cominciò a differenziarsi significativamente, almeno nell'Europa occidentale, dai regimi politici, l'evangelizzazione diventò un mestiere per personale specializzato, vale a dire per i preti, inquadrati in un'organizzazione che si fece sempre più rigida ed autoritaria. Ciò dipese da due fattori: innanzi tutto l'elevata complessità della teologia, della comprensione razionale delle questioni di fede, che non era alla portata di un popolo poco alfabetizzato e, comunque, poco propenso allo studio, anche quando, con l'invenzione della stampa, i libri divennero disponibili in grande quantità, in secondo luogo per l'inclinazione sempre molto polemica che denotò, fin dagli scritti paolini, incorporati in quelli sacri per la nostra fede, la nostra teologia, con la conseguente preoccupazione di impedire lo sviluppo di varianti, viste come uno straziare il corpo del nostro popolo, concepito come un unico organismo con a capo il Risorto, anche nella sua dimensione soprannaturale. Un genere letterario molto diffuso tra gli antichi scrittori che consideriamo come Padri, vale a dire come i fondatori della nostra teologia, fu quello della controversia, contro varianti ideate da coloro che vennero definiti eretici, parola che deriva da un vocabolo del greco antico che significava scegliere e che venne utilizzata in senso negativo come per definire persone e gruppi che avevano fatto un scelta non in linea con quella dei capi religiosi e che quindi avevano deciso o accettato di rompere arbitrariamente, per ribellione e superbia, l'unità religiosa. Le controversie patristiche, anche molto aspre, vennero condotte contro chi la pensava diversamente su argomenti di fede o sull'organizzazione della collettività religiosa, contro gli ebrei, contro i pagani, vale a dire i credenti della antiche religioni politeistiche greco-romane o altre religioni che vennero viste come una minaccia. L'aggressività controversistica fu sempre molto forte nella nostra fede religiosa e risale ai tempi della prima strutturazione delle nostre collettività religiose, dopo la morte del Maestro. Essa contrasta con l'immagine di persone miti che viene in genere proposta con riferimento ai nostri fedeli.
In definitiva, solo a clero, alla cui formazione, anche sotto il profilo disciplinare, venne dedicata una cura particolare, venne permesso di predicare esplicitamente la fede e quindi di evangelizzare.
Nelle confessioni religiose scaturite dalla riforma luterana le cose cambiarono un po', ma rimasero sempre molto forti quelle due caratteristiche della nostra fede che avevano comportato l'accentramento tendenziale della predicazione in un corpo di personale altamente specializzato. In particolare, per quello che ritengo di aver capito, rimase sempre molto viva la tendenza a un certo autoritarismo nella definizione dei principi teologici, che, in quanto definiti con una notevole complessità concettuale, erano al di fuori della portata della gran parte del popolo dei fedeli. Questi ultimi, nella maggior parte dei casi e al massimo, avevano accesso fondamentalmente alla creazione di una spiritualità personale e ad un'adesione più informata e consapevole all'etica insegnata da maestri specializzati.
Quando è cambiata, se è veramente cambiata, la situazione nella nostra confessione religiosa? Grosso modo ha iniziato a cambiare dopo la metà degli anni Sessanta. Nell'epoca successiva a quei tempi si iniziò in particolare a concedere più autonomia ai laici, il cui ruolo nella società era divenuto molto più importante di un tempo in vari campi e, in particolare, in quello politico, di governo delle società, con riflessi importanti sulla condizione sociale ed economica dell'apparato del clero, dei maestri specializzati. I laici iniziarono ad informarsi meglio delle questioni della fede e, addirittura, a studiare teologia. Negli anni '70 mia madre fu una delle prime tre laiche sposate, quindi non appartenenti ad ordini religiosi, ad essere ammesse ad un corso universitario in Scienze dell'educazione nell'Università salesiana di Roma in cui c'erano anche insegnamenti di teologia.
Quando però i laici iniziarono qualcosa che assomigliava a una predicazione della fede spesso lo fecero con spirito di proselitismo, vale a dire richiedendo l'adesione ai vari movimenti laicali in cui si erano formati culturalmente, quindi, secondo una significativa espressione che ho sentito qualche tempo fa, pescando di frodo, vale a dire non facendosi pescatori di persone umane nell'esclusivo interesse generale della nostra organizzazione religiosa, ma innanzi tutto per accrescere il numero degli aderenti ai loro movimenti. Questa tendenza non riguardò l'Azione Cattolica, in tutte le sue articolazioni, e i movimenti che in qualche modo erano ad essi coordinati e ne seguivano il metodo. Tuttavia l'Azione Cattolica, per quanto riguarda l'azione verso l'esterno, preferì in genere la via della diffusione non esplicita dei principi di fede, vale a dire quella della mediazione culturale, che significa tradurre in linguaggio comune, senza la sofisticata concettuologia esplicitamente religiosa, i principi di fede, in modo da consentire l'interazione tra persone di fede e persone non credenti o credenti in altre fedi nella costruzione di società migliori, secondo le opportunità offerte dalla democrazia popolare contemporanea. Il lavoro di esplicita evangelizzazione dell'Azione Cattolica si è rivolto quindi essenzialmente verso la prima categoria di persone verso le quali il nostro vescovo ci esorta ad agire, vale a dire quella dei credenti. Il riserbo verso le altre due categorie fu, ed è ancora, determinato dall'esigenza del rispetto della libertà di coscienza, nel ricordo dei fatti atroci del passato, dell'epoca della millenaria guerra dura alle eresie e agli infedeli. Perché infatti, ci si chiede, dovremmo insistere con discorsi esplicitamente religiosi tipo "Pentiti, fratello!" o " Dio ti ama!" o "Gesù ti salverà!" verso persone che, per vari motivi, sono consapevolmente divenute indifferenti alla nostra fede o l'hanno addirittura rifiutata? Il discorso si fa anche più serio per l'evangelizzazione verso i credenti di altre fedi, per le quali la nostra azione esplicita di predicazione è vista come una grave minaccia.
Dagli anni '70 è sorto il tema, nuovo in Europa, delle persone che non hanno mai conosciuto la nostra fede né appartengono ad altre fedi religiose. Esso è particolarmente attuale nelle nazioni dell'Europa orientale, dove regimi in varia misura ateistici avevano privato la gran parte della popolazione del contatto cordiale, secondo l'espressione del nostro vescovo, con le storiche organizzazioni religiose. Ma si presenta con sempre maggiore forza anche nell'Europa occidentale e addirittura anche in Italia, uno delle nazioni più cattolicizzate del globo, anche per la presenza vicina, fattasi sempre più popolare, del padre universale terreno della nostra confessione religiosa, con grande visibilità mediatica.
8.2. Quando, in religione, si parla di crescere per attrazione non si vuole intendere che la nostra collettività di fede debba spettacolarizzarsi per attrarre più pubblico secondo i gusti contemporanei della gente: la giusta dose di paranormale (apparizioni, prodigi); un teatro liturgico appropriato, dedicato ad ogni categoria di fedeli (vuoi la Messa in latino? Eccotela. Vuoi quella meno conformista? Eccotela. Vuoi la Messa sontuosa all'uso medievale? Pronta. Vuoi una liturgia più intima, in cui sentirsi uno dei Dodici? A ciascuno la sua); l'occasione per fare un po' di beneficienza, per sentirsi più buoni; una giusta dose di giustizia, intesa però come punizione degli avversari, di chi ci vuol male; un pizzico di sesso, inteso come discorsi pruriginosi sul tema; robuste grida sui costumi decaduti della società accompagnate da cicliche e rituali indulgenze plenarie, perché così fan tutti; occuparsi poco delle questioni patrimoniali, per lasciare a Cesare quel che è di Cesare, e poi, naturalmente, sempre abbastanza Papa, un padre terreno e universale buono in cui rispecchiarsi.
L'idea è che, invece, si debba strutturare più fedelmente la propria vita, personale, familiare e sociale, secondo i principi etici insegnati dai vescovi sulla base della loro interpretazione, storicamente situata, delle implicazioni morali della nostra fede e, in tal modo, costruendo e manifestando vite buone si costituiscano poli di attrazione per gli altri, ancora non coinvolti in questo sforzo, i quali, vedendo i risultati dell'opera religiosa sarebbero spinti ad imitarli. Per quanto riguarda specificamente noi laici c'è però che il modello di vita buona proposto dai vescovi, molto dettagliato ed esigente sotto alcuni specifici aspetti che però incidono notevolmente sull'esistenza delle persone e molto meno su altri, è piuttosto problematico, nel senso che vi sono generalmente varie e serie difficoltà ad attuarlo, per cui il nostro clero di solito è scontento di noi. Analoghe difficoltà incontra anche il clero nella sua vita ed è perciò scontento anche di se stesso. Questa almeno è la mia esperienza, la quale però è pur sempre limitata, quindi non escludo che da qualche parte, e anche in molte parti, le cose stiano diversamente. Di fatto io non l'ho constatato.
Dunque, quello che appare di noi a chi non è coinvolto nello sforzo di attuare una vita di fede è spesso una collettività che cerca di vivere modelli assai problematici è che pertanto soffre ed è scontenta di sé. Essa dunque, in genere non attrae.
Per quanto riguarda la situazione dei laici, essi sono ancora poco ascoltati, benché quelli che sono stati considerati nella nostra confessione i maggiori progressi culturali e sociali da almeno due secoli siano stati indotti dalla loro autonoma iniziativa, spesso duramente contrastata, ad esempio la concezione della vita matrimoniale come basata sull'uguaglianza, intesa come pari dignità, pari diritti e pari doveri, tra i coniugi, o l'accettazione conciliabilità della fede con i principi della democrazia contemporanea, e sono colpiti da asprezze dogmatiche di vario genere, ideate in ambito teologico e fondamentalmente da intellettuali del clero, e ritenute materia non negoziabile.
Essi, i laici, si trovano già nel mondo per la parte prevalente della loro vita e, quindi, sostanzialmente hanno già accolto l'appello del vescovo ad essere collettività in uscita. Ma nel mondo non sono legittimati, secondo l'ordine gerarchico che regola la nostra collettività religiosa, a parlare di fede, se non ripetendo insegnamenti ricevuti dal clero, e anche nelle materie in cui è stata riconosciuta, recentemente, dagli anni '60, una loro specifica competenza, le loro opinioni e, soprattutto, le narrazioni delle loro esperienze di vita sono viste con sospetto. Il loro ruolo di agenti pastorali (l'espressione usata nell'esortazione del vescovo) è ancora configurato oggi, mi pare, essenzialmente come quello di chi, con l'esempio di vita, attrae gli altri verso lo spazio liturgico dominato dal clero, per ricevervi dal clero ammaestramenti di fede, un indottrinamento.
E' chiaro che si tratta di una situazione migliore di quella che in passato si è vissuta, quando l'adesione alla fede era frutto di coercizione sociale o addirittura giuridica. Ma si tratta di una condizione che è insufficiente anche solo a tamponare le emorragie di fedeli, gli abbandoni, fin dai tempi del dopo Cresima dei ragazzi. Laici condannati al mutismo sociale in materia di fede, al di là di ciò che comunicano come meri megafoni della gerarchia, e travagliati nello sforzo di seguire stili di vita assai problematici non sono agenti veramente credibili nel mondo in cui vivono. L'evangelizzazione esplicita, il proporre agli altri le verità di fede, non è quindi ancora realmente alla loro portata, spesso, per la verità, anche per carenze di formazione, per conoscenze troppo superficiali e non di rado risalenti alla prima iniziazione religiosa, rimane cosa da preti, ed essi devono limitarsi ad esercitare quel lavoro di mediazione culturale che pure è stato veramente molto importante e che può agevolare l'evangelizzazione.
Costituisce però un elemento interessante l'idea, contenuta nell'esortazione del vescovo, che qualcosa di nuovo possa essere sperimentato:
La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. [Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), n.33].
8.3. Riprendo il discorso dall'osservazione che in Italia in genere il modo di vivere dei fedeli laici non è particolarmente attraente per chi non ha più o non ha mai avuto una appartenenza cordiale (uso il termine che si legge nella recente esortazione) e questo per vari motivi, fondamentalmente riassumibili nella sua problematicità a causa di una certa tensione tra i modelli proposti come conformi alle esigenze di fede dai nostri capi religiosi e quelli che nell'esperienza pratica risultano concretamente sostenibili. Di fatto queste difficoltà sono superate nei casi concreti, perché c'è un consistente distanza tra le affermazioni di teologia morale che si insegnano da parte delle autorità religiose e la cosiddetta prassi pastorale, vale a dire il modo in cui il clero con cura d'anime tratta i fedeli.
Il campo in cui, al contrario, una parte dei fedeli laici ha ancora in Italia una notevole credibilità è quello che potremmo definire il lavoro di Giuseppe, intendo quello proposto nel racconto biblico di Giuseppe figlio di Giacobbe, il quale ebbe successo in Egitto come amministratore a vari livelli, della casa di un funzionario del Faraone, di una prigione, dello stato (Gen 37; 39; 40 e 41). Le vicende contemporanee sembrano infatti di dimostrare che non si possa fare a meno dei cattolico-democratici nella gestione della cosa pubblica. Tuttavia la loro particolare abilità non sta propriamente in una particolare competenza per così dire tecnica nell'amministrare, ma nella capacità di tessere una rete di legami sociali, al di là delle fratture tra gruppi, ceti e fazioni, considerando anche quello che nella dottrina sociale della nostra collettività religiosa viene definito il bene comune ed anzi assegnando a questo valore un posto preminente. Non si tratta quindi di una particolare attitudine al compromesso, settore questo in cui gli esempi più eclatanti, per ciò che riguarda la nostra confessione religiosa, ci sono venuti dai nostri capi religiosi, i quali abitualmente vi ricorrono. Essa consiste invece di una particolare capacità di dialogo e di interazione con le altre formazioni sociali in cui ognuna delle parti non ha l'impressione di rinunziare a qualcosa di suo per arrivare ad un accordo visto come il male minore, ma ha, al contrario, la sensazione di crescere, di acquistare qualcosa, per la collaborazione che si è attivata. Questo modo di procedere è in genere visto con sospetto dai nostri capi religiosi, i quali ne diffidano. In effetti esso si discosta sensibilmente dall'atteggiamento intollerante che, purtroppo sin dalle origini, ha caratterizzato spesso la storia del pensiero in materia di fede. Se ne è fatta esperienza e ne è maturata una ideologia più o meno dalla metà dell'Ottocento, nel confronto con le nuove idee democratiche che da quell'epoca hanno iniziato a diffondersi in Europa e in altri parti del mondo in cui si erano stanziate popolazioni europee. La necessità di collaborare con altre formazioni sociali nella gestione collettiva del potere, sulla base del principio della pari dignità umana, ha insegnato a mediare i principi di fede proponendoli con linguaggio non dogmatico, in modo da farne risaltare la bontà in base all'esperienza comune a tutti gli esseri umani, credenti o non credenti o credenti di altre fedi. Questo lavoro ha avuto un successo straordinario, tanto che molti dei principi ideali sui quali si fonda la nostra nuova Europa ne sono il frutto, non ultimo quello di sussidiarietà (i livelli superiori delle autorità non intervengono dove i livelli inferiori funzionano bene) che è di espressa ideazione cattolica e quello dell'uguaglianza intesa come pari dignità sociale, che è uno sviluppo dell'idea religiosa della comune paternità divina.
L'opera che si fa nelle istituzioni pubbliche solo molto di recente è stata riconosciuta come manifestazione della fede (la più alta forma di carità, secondo un'espressione del papa Paolo 6°). Non di rado, per altro, i vertici della nostra confessione religiosa, nel trattare in Italia su varie questioni, hanno preferito il compromesso con portatori di altre idealità, piuttosto che trarre le conseguenze dal successo avuto dai fedeli laici nel lavoro in democrazia. Questo perché hanno avvertito, e temuto, che la democrazia prima o poi avrebbe fatto capolino nelle richieste e proposte che i fedeli laici fanno alla gerarchia. I nostri capi religiosi non perdono infatti occasione di precisare che la nostra confessione non è una democrazia. Essi quindi preferiscono portare come vetrina della vita di fede l'esperienza della vita in famiglia secondo principi religiosi, che sostanzialmente presenta un modello di tipo autoritario e organicista (la vita sociale vista come organizzata sul modello di un organismo umano, con una specializzazione per natura di funzioni e organi) che è più vicino a quello attuale della nostra collettività religiosa (in cui ci sono molti padri e tutti gli altri sono figli). Ma quello della famiglia è proprio uno dei settori maggiormente problematici, nel senso che ho sopra precisato, per i fedeli.
8.4.La particolare abilità di quella parte del mondo dei fedeli laici, riconducibile all'ideologia cattolico-democratica, di costituire relazioni di collaborazione nella società al fine di perseguire interessi delle masse e quindi di governare la complessità dell'umanità contemporanea, tanto diversa, innanzi tutto nel numero delle persone che la compongono (tra i sei e gli otto miliardi), da quella delle origini della nostra fede religiosa (all'epoca si stima che in Europa vivessero poche decine di milioni di individui), non ha sostanzialmente precedenti nella storia dell'umanità ed è manifestazione di una teologia inespressa, anonima, che si distacca marcatamente da quella dei quasi due millenni precedenti. Dico che è espressione di una teologia innanzi tutto perché è effettivamente anche una manifestazione di fede e come tale viene compresa e narrata da chi opera nella società per costituirvi quel particolare tipo di relazioni a cui ho accennato, ed inoltre perché, proprio per la sua relazione con la fede vissuta si cerca di trovarle, ragionando, un fondamento biblico. Quest'ultimo non è un lavoro semplice, perché nelle Scritture la democrazia non c'è, come tante altre cose dell'era nostra, ma non solo: le Scritture sono pervase, ad eccezione di alcune parti di quelle che narrano della vita del nostro primo Maestro, di sentimenti di ostilità, e addirittura di aggressività, verso gli altri gruppi sociali del mondo antico in cui le popolazioni che ne espressero i racconti erano immerse, sentimenti che collidono con i principi democratici di inclusione sociale. Questo però non ha impedito all'ebraismo che è stato contemporaneo delle nostre collettività di fede negli ultimi due millenni, e che condivide con noi larga parte di un patrimonio culturale dell'antichità, di produrre il miracolo di Giuseppe (il Giuseppe, figlio di Giacobbe, dei cui successi nell'Egitto dei Faraoni si racconta in Genesi), vale a dire figure che hanno capito la società del loro tempo meglio di altri e che hanno indicato vie nuove senza esprimere alcuna intolleranza o violenza politica, almeno fino a tempi molto recenti, in cui le pressanti esigenze di difesa del nuovo stato di cultura ebraica in Palestina hanno richiesto di organizzare una forza militare: ma anche in quest'ultimo caso si tratta pur sempre di uno stato organizzato su principi democratici, tendenzialmente aperto alla partecipazione di altre componenti culturali, etniche e religiose. Le cose purtroppo (lo dico con il senno di poi e con la sensibilità contemporanea) sono andate molto diversamente in quella che viene definita civiltà cristiana. Oggi tutto è molto cambiato, naturalmente. Lo spirito del passato permane molto forte solamente in una branca del pensiero, che però è molto importante perché costituisce la lingua in cui parlano le nostra autorità religiosa e su cui queste ultime intendono ancora dettare legge, ed essa è la teologia, intendo quella espressa, scritta come tale, riflessa. Questo nonostante che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, si siano avvertiti anche in questo campo significativi mutamenti di orientamento nel senso di una maggiore apertura e di una minore aggressività sociale. Per come la vedo io, il campo della teologia rimane però quello in genere più problematico ai tempi nostri, se non altro perché il metodo di larga parte della teologia è sostanzialmente quello di marcare le differenze, per cui ad esempio ci si illude se si pensa di affidare solo ai teologi il successo del processo ecumenico, quello che dovrebbe portare al superamento delle differenze tra le confessioni che si richiamano all'insegnamento del nostro primo Maestro, mentre per governare la complessità del nostro mondo è necessario mediare le differenze, non nel senso di venire a compromessi in cui ciascuno debba rinunciare a qualcosa di importante venendo a patti con le forze ostili con cui è costretto a convivere, ma nel senso di individuare ciò che è comune perché deriva dalla comune umanità e proprio in quanto comune si vuole vivere insieme, per cui, ad esempio, ai tempi nostri si è deciso di non considerare rilevanti, per far convivere pacificamente le moltitudini nel processo democratico, le differenze di etnia, di colore di pelle, di cultura, lingua, religione, sesso, opinioni politiche, condizioni personali e sociali (art.2 della nostra Costituzione,nella cui stesura hanno avuto un ruolo rilevantissimo esponenti del cattolicesimo democratico). Paradossalmente (perché ispirato a concezioni opposte a quelle delle teologie prevalenti, basate sul marcare le differenze, le diversità), il risultato di questa opera di mediazione, che porta a ipotizzare addirittura una cittadinanza comune universale, proprio nella sua universalità assume un senso propriamente religioso, perché è il correlativo dell'idea che tutti gli esseri umani abbiano un comune Padre celeste, al di là degli innumerevoli padri terreni, e quindi delle molte patrie, che invece definiscono, secondo natura, le divisioni, e le fratture, dell'umanità.
8.5. Ricordo che negli anni '70 c'era chi riteneva che l'era delle religioni fosse finita, perché gli dei erano stati scacciati dal mondo reale e strappati dal cuore degli esseri umani ed era stata svelata la loro natura di impostura sociale, escogitata per asservire le genti ai loro dominatori terreni con la minaccia di una punizione celeste. In realtà mi pare che le cose siano andate molto diversamente. Nella nostra civiltà, profondamente penetrata dalla sofistica tecnologia contemporanea, è divenuto sempre più difficile per le persone capire come va, come funziona, il mondo e l'approccio di tipo magico-superstizioso-religioso è molto spesso al fondo delle ideologie che larghe masse utilizzano anche nei tempi nostri per orientarsi nell'ambiente in cui vivono, divenuto altrimenti incomprensibile. Di ciò hanno beneficiato anche alcune religioni storiche, diffuse da millenni, che però, al di là delle loro teologie esplicite, hanno profondamente mutato la loro natura, accentuando molto le loro dimensioni universalistica e collettivistica, slegandosi dalle caratterizzazioni etniche e dal controllo delle politiche nazionali e diventando l'ideologia dei semplici, della gente comune, in questa metamorfosi assumendo a volte una valenza di liberazione sociale e politica. In questi casi l'aspetto magico-superstizioso sta nella convinzione che seguire le regole religiose serva a cambiare il corso delle cose. Come ho letto di recente, si è osservato che il principio che orienta la religione magico-superstiziosa è quello del "sia fatta la nostra volontà" rivolto agli dei, nella convinzione di poter cosi asservire le potenze soprannaturali che reggono la natura e la storia umana. La nostra fede, in cui pure si è avuta quell'accentuazione universalistica e collettivistica di cui dicevo (espressa dall'idea di dover radunare tutto il genere umano in un unico popolo nel segno della benevolenza reciproca), non ha avuto questa evoluzione e in questo campo la teologia tradizionale ha svolto indubbiamente un ruolo positivo, contrastando lo sviluppo delle credenze magico-superstiziose, che comunque sono state sempre piuttosto diffuse anche nella nostra religione fin da quando, più o meno dal quarto secolo, soppiantò gli antichi culti greco-romani come ideologia politica e sociale. La nostra religione è rimasta orientata sul principio del "sia fatta la tua volontà", nelle relazioni con il soprannaturale.
Il confronto/scontro con le idee nuove dell'Illuminismo, dal Settecento in avanti, sviluppatesi poi in varie forme di ideologie politiche, ha portato i nostri capi religiosi, fondamentalmente per mantenere il loro ruolo politico nella nuova Europa che si stava delineando, ad accettare la sfida di capire meglio il mondo e ad assecondare in questo alcune delle iniziative che i fedeli laici andavano esprimendo nella società, cercando anche di dar loro una sistemazione teologica insegnata con autorità, come legge della nostra collettività religiosa. Non si è trattato di uno sviluppo lineare, pacifico, incontrastato, ma di un processo caratterizzato da ricorrenti crisi, tensioni, cicliche tendenze reazionarie e riprese del moto in avanti, contrasti accesi di vario tipo, intellettuali, sociali e politici, recriminazioni, paure, dure punizioni disciplinari, finanche da moti persecutori (come quelli nei confronti del modernismo, all'inizio del Novecento, che con la sensibilità contemporanea ci appaiono assurdi), e storici ripensamenti, il tutto in una dinamica piuttosto rapida. Il risultato è stato che concezioni di origine specificamente religiosa, della nostra religione, sono oggi alla base dell'ideologia della nuova Europa, in particolare di quella espressa nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, che dal 1 dicembre 2009 è divenuta suprema legge civile negli stati membri dell'Unione. E' un esempio di quello che ho chiamato il miracolo di Giuseppe (il Giuseppe biblico, figlio di Giacobbe, di cui si narra in Genesi, che ebbe successo nel ruolo di amministratore, nell'Egitto del Faraone). La nuova Europa basata su quei principi è un corpo sociale verso il quale tendono a convergere rapidamente e impetuosamente i popoli intorno, come in questi giorni sta accadendo in Ucraina e come dagli anni '90 sta avvenendo nei flussi migratori dall'Africa. Essa è dunque una realtà fortemente attraente, non tanto per la sua potenza economica, che è in declino su scala globale, ma per un'organizzazione sociale che lascia sperare alle genti un futuro personale e sociale di dignità e libertà. L'intera costruzione ideologica dell'Europa unita e la sua realizzazione storica ha visto protagonisti politici di ispirazione ideale correlata alla nostra fede, con spettacolari risultati nel processo di riunificazione della Germania, governato nel 1990 dal cristiano democratico Helmuth Khol, fino ad arrivare alla situazione dei nostri giorni, con il ruolo determinante svolto dai cristiano democratici tedeschi e dalla loro attuale leader Angela Merkel.
Questo storico successo del lavoro di fedeli laici nella società del loro tempo tarda ad avere una sistemazione teologica. In particolare, nella nostra confessione la teologia, quindi la comprensione e razionalizzazione dell'esperienza vitale della fede fatta nella nostra collettività religiosa, è stata sempre vista come un'attività governata dai nostri capi religiosi, ai quali fornisce il linguaggio nel quale sono scritte le leggi che intendono promulgare al corpo dei fedeli sottoposti. L'atteggiamento della gerarchia religiosa, intesa come ordinamento che regola l'esercizio del potere nella nostra confessione e come l'insieme dei nostri capi religiosi il cui potere è disciplinato da quell'ordinamento, e quindi della teologia da essa autorizzata ed espressa, nei confronti del processo democratico che ha visto come protagonisti laici di fede è stato, fino ad epoca molto recente, diciamo fino al papato di Joseph A. Ratzinger, di sospetto e timore. Essa si è in genere limitata, di volta in volta, ad autorizzare o, per meglio dire, a ratificare a posteriori alcune conquiste culturali che erano state il prodotto anche dell'attività di movimenti laicali di fede, in particolare del movimento cristiano democratico, il quale, iniziato nell'ultimo decennio dell'Ottocento era stato duramente colpito dalla sconfessione, in senso propriamente religioso, contenuta nell'enciclica Graves de communi re [=gravi (preoccupazioni] sulle questioni pubbliche] promulgata nel 1902 dal papa Leone XIII, seguita a disposizioni di autorizzazione/ratifica emanate dallo stesso Papa con la precedente enciclica Rerum Novarum [=sulle novità] del 1891. Ed ha tenuto sempre a precisare la netta distinzione tra l'ambito religioso e quello civile, affermando che la nostra collettività religiosa non è una democrazia, respingendo sempre quindi, tendenzialmente, nella vita religiosa i principi fondamentali delle democrazie popolari contemporanee che sono la uguale dignità e la libertà di coscienza, di espressione del pensiero e di scelte individuali, sociali, politiche e religiose delle persone. Con ciò ha inteso respingere l'idea che le conquiste culturali fatte nel campo civile potessero, come dire, rifluire in quello religioso, portando anche ad una diversa organizzazione del potere del clero sui fedeli. Essa in tal modo ha voluto preservare la propria sovranità, questa l'espressione che troviamo anche nella Costituzione della nostra Repubblica all'art.7, da ogni messa in discussione sulla base di ideologie democratiche. Il corollario di questa presa di posizione è stato quello di impedire, anche con provvedimenti disciplinari, ai teologi della nostra confessione religiosa di razionalizzare l'esperienza di fede che i fedeli laici avevano fatto, con successo, in democrazia, in vari ambiti, da quelli personali, a quelli sociali, a quelli politici. Il risultato è che si è prodotto un disallineamento tra la nostra teologia confessionale e la cultura sociale e politica espressa dai fedeli laici sulla base della loro esperienza nella società contemporanea. Quindi ora si assiste al paradosso che, mentre idee propriamente religiose, derivate da principi della nostra fede e fondate sull'azione di laici nostri nel loro tempo, hanno avuto un rilevante successo nella società, costituendo un potente fattore di attrazione, la nostra dottrina non ha le parole per comunicarle alla gente e si trova nella stessa condizione di arretratezza culturale in cui sono cadute altre religioni storiche, il cui attuale successo si fonda su un atteggiamento di rottura a fondamento magico-superstizioso con le democrazie popolari del nostro tempo.
Per rendere l'idea di ciò che intendo dire, invito a leggere il numero 1645 del Catechismo della Chiesa cattolica:
"«L'unità del Matrimonio confermata dal Signore appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale sia dell'uomo che della donna, che deve essere riconosciuta nel mutuo e pieno amore» [citazione dalla Costituzione pastorale Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), del Concilio Vaticano 2° -1962/1965]. La poligamia è contraria a questa pari dignità e all'amore coniugale che è unico ed esclusivo".
Tutto l'eclatante processo democratico che ha inciso profondamente sulle concezioni e sulla disciplina riguardanti la famiglia, in particolare per l'affermazione della dignità della donna coniuge e madre, trova nel testo dottrinale che si vuole guida anche per i teologi (!), non solo per la prima iniziazione religiosa (come lascerebbe intendere il titolo di Catechismo), solo quel reticente richiamo, tre righe, per giunto subito dopo riferito alla poligamia che non è d'attualità nelle società più avanzate in cui quel processo si è sviluppato. E questo in un contesto impressionante di attenzione rivolta esclusivamente all'intangibilità del contratto matrimoniale, tanto che il paragrafo sugli effetti del sacramento del Matrimonio, si apre con una citazione dal vigente Codice di diritto canonico (!) che riguarda il sorgere di un vicolo perpetuo ed esclusivo dalla valida celebrazione del Matrimonio. Per come la vedo io, anche in base alla mia lunga esperienza di un matrimonio religioso, si poteva fare di meglio. In un articolo di Luisa e Paolo Benciolini, pubblicato sul n.3-4 del 2013 della rivista Coscienza, del M.E.I.C. - Movimento ecclesiale di impegno culturale, trovo esposte le linee che vengono da una parte del laicato di fede in materia:
"Vorremmo che si abbandonasse definitivamente la visione giuridica canonistica del matrimonio, che il linguaggio pastorale sostituisse il termine «indissolubilità» con quello di «fedeltà», accogliendo ed esprimendo una visione dinamica della relazione d'amore, la quale, nella povertà dell'esperienza umana, tende a realizzarsi giorno per giorno, nella speranza che possa proseguire per la vita intera; vorremmo, al tempo stesso, che si abbandonasse il riferimento ad una concezione puramente biologistica, come se invocare la «legge naturale» potesse ignorare il compito affidato dal Creatore all'uomo e potesse prescindere dall'apporto della sua capacità di «coltivare» le realtà terrene, capacità che nel tempo si storicizza".
E, voglio aggiungere, per quanto l'esperienza e le concezioni di noi persone di legge sia senz'altro parziale, esse si sono rivelate, nelle questioni sociali, più aperte alle novità e più capaci di comprenderle di quella della teologia ufficiale della nostra confessione religiosa, e ciò proprio per la natura di arte pratica della giurisprudenza, quindi dei ragionamenti riguardanti il diritto, finalizzata al mantenimento della pace sociale e quindi consapevole della necessità di un costante rinnovamento per tenersi al passo con le dinamiche del corpo sociale di riferimento, ad esempio quando ha ritenuto accoglibili (cito il defunto cardinale Mario Francesco Pompedda, giurista) istanze di normazione civile di forme di convivenza diverse dal matrimonio affermatesi di fatto nella società.
9. Essere audaci e creativi, generosi e coraggiosi, senza divieti né paure - 29-12-13
32. Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova».(1) Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente».(2) Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale (3). Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria.
33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale.
richiami in nota:
(1) dall'Enciclica Ut unum sint [=perché siano una cosa sola] (25 maggio 1995), n. 95:
(2) dalla costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium [=Luce per le genti] (7 dicembre 1965), n.23;
(3) come previsto dal Motu proprio [=per iniziativa propria (del Papa); provvedimento o atto normativo deciso dal Papa senza essere stato proposto da alcuno degli uffici che lo coadiuvano nel suo ministero di governo della Chiesa] del papa Giovanni Paolo 2° , Apostolos suos [=i suoi apostoli; nella frase iniziale del documento: "Il Signore costituì i suoi apostoli sotto la forma di un collegio o gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto in mezzo a loro"] (21 maggio 1998), sulla natura teologica e giuridica delle conferenze dei vescovi. Disponibile sul Web all'indirizzo
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_22071998_apostolos-suos_it.html
[dall'Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Francesco; 24 novembre 2013]
L'attuale struttura gerarchica della nostra collettività religiosa si fa risalire al travagliato regno religioso del papa Gregorio 7° (1073-1085), deposto con la forza delle armi nel 1084 dall'imperatore tedesco Enrico 4°, re di Germania, Italia e Borgogna, liberato lo stesso anno dall'esercito dei normanni di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, (che conquistarono e saccheggiarono Roma) dalla fortezza di Castel Sant'Angelo dove si era rifugiato e morto in esilio a Salerno pochi mesi dopo (ad esempio: Gian Luca Potestà / Giovanni Vian, Storia del Cristianesimo, Il Mulino, 2010, pagg.187-189) e, in particolare, all'atto normativo di quel Papa denominato Dictatus Papae [=Comando del Papa] del 1075, contenente, in 27 punti, l'esposizione di quelli che, secondo il Papa regnante, erano i poteri papali (l'atto comincia con "Il Papa stabilisce:"). Da allora ogni tentativo di iniziare una riflessione su una sua riforma ha rischiato l'accusa di sovversione ed eresia. In definitiva solo una autorizzazione del Papa regnante avrebbe potuto consentire di affrontare con relativa tranquillità, dal punto di vista progettuale, teorico, questo tema in cerchie più o meno vaste, fermo restando che la decisione sulle proposte di cambiamento sarebbero comunque rimaste di esclusiva competenza del Papa. Questa autorizzazione non è mai venuta prima dello scorso 24 novembre, anche se dal 1995, con l'Enciclica Ut unum sint [=perché siano una cosa sola], del Papa Giovanni Paolo 2°, venne riconosciuta la necessità di cambiamenti nelle forme di esercizio del primato papale, che comportavano correlative modifiche dell'esercizio dei poteri dell'episcopato. Non vi è quindi alcuna sorpresa nel constatare, come si fa nella recente Esortazione apostolica, nel passo sopra riportato, che "siamo avanzati poco in questo senso" e che "questo auspicio [di cambiamenti] non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale". Ma risalta in modo eclatante la stupefacente novità dell'invito, contenuto in quell'Esortazione apostolica, a tutti (non solo quindi a cerchie ristrette di partecipi del potere gerarchico o di intellettuali addetti ai lavori) "ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i metodi evangelizzatori delle proprie comunità". Ora che quell'autorizzazione è venuta, inaspettata per la grandissima parte dei fedeli -laici, clero e religiosi- ma senz'altro a lungo meditata e decisamente voluta dai nostri capi religiosi riuniti nel Conclave dello scorso marzo e da larga parte dell'episcopato mondiale dei quali essi erano rappresentativi, scopriremo forse che non si sa come fare e anche che mancano le parole per dire e organizzare quello che va fatto. Noi laici, in particolare, non siamo mai stati invitati all'audacia e alla creatività nel ripensare l'organizzazione delle nostre collettività religiose. Chi si è azzardato ad affrontare il tema (a tutti i livelli) in maniera appena un po' meno conformistica dell'ideologia corrente ha rischiato, e a volte effettivamente subìto, l'emarginazione nella propria collettività religiosa di riferimento. Non molti, per quanto ho potuto constatare, se la sono sentita di correre questo rischio e non ritengo certo, dato il clima dei tempi passati, di farne una colpa a chi non ha osato. Un esempio? Sappiamo che un parroco ha una sorta di diritto di vita e di morte sulle associazioni, movimenti, confraternite laicali che operano nella sua parrocchia; egli è, in questa materia, un sovrano, un monarca, che non ha limitazioni se non dall'alto della gerarchia religiosa. Decide lui se un'esperienza possa essere iniziata, e come, e quando debba essere interrotta. Di solito, ma non sempre e dovunque, questo potere viene esercitato con grande magnanimità. E' possibile pensarne un modo di esercizio che tenga più conto della volontà dei fedeli che intendono associarsi? Quanti hanno mai provato ad articolare una qualche ragionevole obiezione a questo potere?
La novità introdotta dalla recente Esortazione apostolica, che in quanto proveniente dal sovrano assoluto della nostra confessione religiosa ha natura normativa di grande rilievo, è tanto grande che ci si può chiedere se il tempo del regno del nostro anziano vescovo e padre universale basterà a produrre quei cambiamenti che sono stati riconosciuti necessari e, innanzi tutto, a mobilitare tutte le forze disponibili per concepirli e sperimentarli nella pratica (come si conviene a mutamenti la cui esigenza sorge principalmente da esigenze pastorali, vale a dire per aver cura dei bisogni spirituali e materiali delle genti). Io penso che si possa essere ottimisti. Infatti se l'attuale struttura molto accentrata della nostra collettività religiosa dipende dall'attivismo personale sviluppato nell'arco di meno di dieci anni da un antico sovrano religioso medievale, penso che con la collaborazione di centinaia di milioni di fedeli e con gli strumenti di comunicazione e di informazione consentiti dalle tecnologie contemporanee potrebbe bastare anche molto meno tempo. Bisognerà vedere però se avremo veramente il cuore di fare ciò che va fatto o se preferiremo essere religiosi come si è sempre fatto, aspettando che le novità vengano ideate e diffuse dall'alto (per poi magari dichiararcene scontenti, mormorando contro chi le ha ideate e attuate, rimpiangendo sterilmente i bei tempi passati). E qui si intende allora anche l'urgenza e l'importanza degli altri appelli del nostro vescovo e padre universale ad «abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”» e ad agire "con generosità e coraggio" e "senza divieti né paure". Sapremo, come dire, prenderlo in parola?
Ma come fare ad avviare quella ricerca comunitaria che, secondo l'Esortazione apostolica, deve essere alla base del lavoro a cui siamo chiamati se continueremo ad essere, come collettività religiosa, ostili ai principi democratici, gli unici che veramente consentano quel metodo collettivo e compartecipato per individuare vie nuove di azione? Riusciranno molto utili, penso, come esempio per i laici, le aggregazioni, come la nostra Azione Cattolica, che, sebbene in relazione viva con la gerarchia religiosa, sono organizzate sulla base di statuti democratici e che il lavoro collettivo democratico hanno da tempo iniziato a svolgere. Nel nostro statuto, l'Azione Cattolica è definita addirittura palestra di democrazia.
Dobbiamo quindi essere grati ai nostri soci più anziani per essere riusciti a mantenere viva, anche nella nostra parrocchia, l'esperienza dell'Azione Cattolica in anni in cui essa ha subito qualche incomprensione in sede nazionale, poiché ritenuta espressione di una cultura e di tempi ormai superati, in quanto molto legati al magistero del papa Paolo 6°. Ma ora, nella nuova situazione creatasi improvvisamente nella nostra collettività religiosa, sento di dover rinnovare il pressante appello a tutte le forze più giovani della nostra parrocchia ad associarsi a loro e alla generazione di mezzo, alla quale io appartengo, per gettarci con generosità e coraggio nell'opera straordinaria a cui siamo stati tutti chiamati, cogliendo una storica opportunità che ci si presenta oggi dopo quasi mille anni. Adeste fideles!
10. Il "profumo del Vangelo" - 17-12-13
«Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice.
Il Vangelo invita prima di tutto a rispondere al Dio che ci ama e che ci salva, riconoscendolo negli altri e uscendo da sé stessi per cercare il bene di tutti. Quest’invito non va oscurato in nessuna circostanza! Tutte le virtù sono al servizio di questa risposta di amore. Se tale invito non risplende con forza e attrattiva, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carte, e questo è il nostro peggior pericolo. Poiché allora non sarà propriamente il Vangelo ciò che si annuncia, ma alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche. Il messaggio correrà il rischio di perdere la sua freschezza e di non avere più “il profumo del Vangelo”.»
[Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo) - Esortazione apostolica di Papa Francesco - 24 novembre 2013 - n.24 e 39]
La nostra collettività religiosa è stata profondamente caratterizzata, segnata e formata, fin dalle origini, da uno spirito di polemica e intolleranza ideologiche. In un certo senso esso non ha solo determinato quegli aspetti che con la sensibilità contemporanea valutiamo come inaccettabili, quando facciamo l'esercizio di purificazione della memoria al quale tutti siamo stati chiamati alla fine dello scorso millennio dal papa Giovanni Paolo 2°, ma anche tutto il resto. Questo, come ho ricordato in un altro mio intervento, contrasta con quell'idea di persone tendenzialmente miti che ci siamo fatti di noi. La costruzione di ciò che il nostro vescovo ha definito un castello di carte già si coglie nelle Scritture che riflettono la nostra prima esperienza religiosa e si è sviluppata potentemente fin dal secondo secolo della nostra era, tanto che c'è da chiedersi se essa sia costitutiva del nostro essere collettivo di persone di fede e quindi essenziale. La questione non riguarda solo la nostra confessione religiosa, ma, per quel che ne so, tutte, o quasi, le confessioni che si riportano idealmente all'insegnamento del Nazareno.
Ogni credente diffonde un proprio vangelo, come ogni rosa diffonde un proprio profumo, è un'idea di Gandhi, Grande Anima. La rosa ha un suo vangelo ed è il suo profumo, così anche il credente ha il suo profumo, che è il suo vangelo, e proviene dalla sua vita, scrisse (cito a memoria). Eppure la riflessione sulla vita di fede della nostra collettività e sul suo significato per le società del suo tempo è stata sempre molto importante e ci ha fornito le parole della nostra fede. I suoi sviluppi più recenti, quelli che hanno riguardato come porsi collettivamente nei confronti delle nuove ideologie delle democrazie popolari, ha prodotto la definizione dei principi fondamentali che reggono l'Europa di oggi e che costituiscono uno dei principali fattori di attrazione verso le altri genti del mondo, che hanno preso a convergere verso di noi.
La questione è se quella riflessione debba a servire a capire la nostra vita collettiva di fede, a cogliere il suo profumo e a spiegarne razionalmente la natura, o se essa serva a cambiare la nostra vita di fede per farla corrispondere a un modello ideale. Secondo la terminologia usata da Joseph A. Ratzinger nella sua enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità - 2009): la verità, intesa essenzialmente come proclamazione di principi di fede da parte delle autorità religiose, deve essere al servizio della carità (amore-agàpe, gioia del ritrovarsi insieme) o la carità vale nei limiti in cui corrisponde alla verità proclamata dall'autorità? Quest'ultima è stata storicamente la scelta delle nostre autorità religiose e, in qualche modo, anche quell'enciclica che ho ricordato lo ribadì, in polemica con l'interpretazione con alcune delle interpretazioni di un famoso documento di uno dei precedenti papi, l'enciclica Populorum progressio [=lo sviluppo dei popoli - 1967] del papa Paolo 6° - Giovanni Battista Montini.
11. Inequità
Nel lessico dell’Esortazione apostolica La gioia del vangelo di Papa Francesco abbiamo ascoltato per la prima volta la parola inequità. Eccone la spiegazione.
Inequità [così nel testo italiano dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium diffuso da Libreria Editrice Vaticana. Neologismo dallo spagnolo. Nel testo inglese è reso con inequality (=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso implicitamente associato all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua nella quale il documento è stato verosimilmente pensato, si legge inequidad, da cui verosimilmente il neologismo italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El concepto de inequidad se ha considerado sinónimo del concepto de desigualdad. Es fundamental diferenciar estos dos conceptos. Mientras desigualdad implica diferencia entre individuos o grupos de población, inequidad representa la calificación de esta diferencia como injusta…[= Il concetto di inequità è considerato un sinonimo di diseguaglianza, ma è fondamentale differenziare i due concetti. Mentre diseguaglianza implica solo una differenza tra individui e gruppi della popolazione, l’inequità caratterizza quella differenza come ingiusta]"; quindi "disuguaglianza ingiusta".]
11. No al pessimismo sterile - 26-3-14
No al pessimismo sterile
84. La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (cfr Gv 16,22). I mali del nostro mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere. Inoltre, lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania. A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, anche se proviamo dolore per le miserie della nostra epoca e siamo lontani da ingenui ottimismi, il maggiore realismo non deve significare minore fiducia nello Spirito né minore generosità. In questo senso, possiamo tornare ad ascoltare le parole del beato Giovanni XXIII in quella memorabile giornata dell’11 ottobre 1962: «Non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengono riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai [...] A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa» [citazione da Giovanni 23°, Discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano 2° (11 ottobre 1962)].
[dall'Esortazione apostolica Evangelii Gaudium [=la gioia del Vangelo] del Papa Francesco, del 24-11-13]
Quello che è trascritto è il brano che, a mio modo di vedere costituisce il centro della recente esortazione del nostro vescovo. Nell'esporre il programma del suo ministero sacro, egli si collega idealmente con il suo predecessore il quale, all'inizio degli scorsi anni '60, impresse alle nostra collettività religiose un moto di cambiamento. E lo fa citando alcune frasi del discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano 2° contro i profeti di sventura, colore che nell'epoca contemporanea (un'epoca che ormai è storia per noi) vedevano solo rovine e guai. All'epoca i fedeli furono invitati a ricercare nel nuovo ordine di cose che si stava producendo anche l'attuarsi dei misteriosi piano della Divina Provvidenza. E' questo il fondamento della gioia del Vangelo, lo stimolo per uscire per il mondo per operarvi nello spirito evangelico. La critica al pessimismo sterile giunge evidentemente perché questo sentimento è diffuso tra noi e limita o addirittura paralizza il nostro impegno e il nostro fervore.
Ma abbiamo veramente ragioni per non essere pessimisti? In una prospettiva religiosa, di fede, sì: "lo sguardo di fede è capace di riconoscere la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità". Il mondo non è condotto alla salvezza solo per mano nostra: questo che costituisce il riconoscimento di un nostro limite, in una visione di fede è alla base della nostra speranza. Dovessimo confidare solo su di noi, probabilmente avremmo ragione di essere pessimisti. Poiché invece la storia non è condotta solo da noi, possiamo confidare, e questo dà gioia. E' come quando si metta al mondo un figlio: che motivi abbiamo di essere ottimisti sul suo futuro? Il mondo non è forse sempre andato come nel passato, una lunga serie di problemi e sofferenze che si conclude con la morte? Eppure la nascita di un figlio dà gioia e apre alla speranza perché, con una sorta di sguardo soprannaturale, che si eleva sopra la realtà così com'è, intuiamo e confidiamo che quel nuovo essere umano è segno che qualcosa può cambiare e che nel cambiamento può esserci anche un miglioramento, fatto di forze nuove, di nuova benevolenza, di nuova solidarietà. Un figlio è una persona nuova che ci amerà. La figura di Maria, la madre del nostro primo Maestro e fondamento della nostra speranza, indica bene l'atteggiamento con cui noi si poniamo di fronte alle realtà soprannaturali. Noi pensiamo di essere, come collettività, come una madre che tiene tra le braccia il suo Dio. E' questo il potentissimo messaggio che, ad esempio, riluce nel gruppo marmoreo della Pietà, entrando sulla destra, nel gigantesco e pretenzioso nostro tempio romano, cattedra del vertice della nostra confessione religiosa.
Il recente documento del nostro vescovo è piuttosto lungo e, sebbene non complicato come altri testi del suo genere, presenta qualche difficoltà di lettura per il fatto di non essere tanto un insieme di insegnamenti e di direttive, ma, innanzi tutto, come risulta evidente fin dalla definizione del tipo a cui appartiene, l'esortazione, uno stimolo a collaborare per un cambiamento e una indicazione di metodo.
Siamo una nazione in cui, accanto a un piccolo numero di lettori forti, c'è una grande maggioranza di persone che da adulte legge meno di un libro all'anno. Senza conoscenza non c'è però consapevolezza dei tempi che si stanno vivendo, e senza questa consapevolezza non si cambia e se non si cambia, dice il nostro vescovo, si diventa come le mummie in un museo. La conoscenza viene dalla lettura.
Leggere sembra che sia dunque difficile per gli adulti italiani, ma ieri nel gruppo ci è venuto uno stimolo ulteriore a leggere il documento del nostro vescovo: l'emulazione. Ecco che c'erano molti, i più, che ancora erano agli inizi della lettura o non l'avevano proprio iniziata, mentre una nostra storica socia già era arrivata alla fine e cominciava a fare bilanci: ci ha indicato i passi che l'avevano colpita di più. E' questo lo spirito dell'Azione Cattolica, specialmente nella fase che si è aperta dagli anni Sessanta. Fare da apripista, da aiuto e da stimolo per tutti gli altri.
12. L'ordinamento economico come fonte di povertà sociale - 1-1-14
48. Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni . Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo», e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
52. L’umanità vive in questo momento una svolta storica che possiamo vedere nei progressi che si producono in diversi campi. Si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione. Non possiamo tuttavia dimenticare che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà, con conseguenze funeste. Aumentano alcune patologie. Il timore e la disperazione si impadroniscono del cuore di numerose persone, persino nei cosiddetti paesi ricchi. La gioia di vivere frequentemente si spegne, crescono la mancanza di rispetto e la violenza, l’inequità [così nel testo italiano diffuso da Libreria Editrice Vaticana. Neologismo dallo spagnolo. Nel testo inglese è reso con inequality (=ineguaglianza - nell'inglese il termine è spesso implicitamente associato all'idea di ingiustizia). Nel testo spagnolo, lingua nella quale il documento è stato verosimilmente pensato, si legge inequidad, da cui verosimilmente il neologismo italiano: in un dizionario spagnolo si definisce "El concepto de inequidad se ha considerado sinónimo del concepto de desigualdad. Es fundamental diferenciar estos dos conceptos. Mientras desigualdad implica diferencia entre individuos o grupos de población, inequidad representa la calificación de esta diferencia como injusta…"; quindi "disuguaglianza ingiusta".] diventa sempre più evidente. Bisogna lottare per vivere e, spesso, per vivere con poca dignità. Questo cambiamento epocale è stato causato dai balzi enormi che, per qualità, quantità, velocità e accumulazione, si verificano nel progresso scientifico, nelle innovazioni tecnologiche e nelle loro rapide applicazioni in diversi ambiti della natura e della vita. Siamo nell’era della conoscenza e dell’informazione, fonte di nuove forme di un potere molto spesso anonimo.
No a un’economia dell’esclusione
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.
54. In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete.
La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.
…
No all’inequità che genera violenza
59. Oggi da molte parti si reclama maggiore sicurezza. Ma fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore. Siamo lontani dal cosiddetto “fine della storia”, giacché le condizioni di uno sviluppo sostenibile e pacifico non sono ancora adeguatamente impiantate e realizzate.
La riflessione sulla povertà attuata dai teologi della nostra fede non ha prodotto, fino agli anni Sessanta del secolo scorso, nel magistero del vertice romano della nostra confessione religiosa, che sul punto ha in genere chiesto uniformità dalle altri fonti del magistero, indicazioni per individuarne l'origine nelle strutture di governo delle società umane. Escludo intenzionalmente l'enciclica Rerum Novarum (=sulle cose nuove), del 1891, del papa Leone 13°, considerata come il primo documento della dottrina sociale della nostra collettività religiosa, nella quale la prima preoccupazione mi pare sia stata quella di contenere il potenziale di sovversione sociale e politica espresso dalle idee del socialismo che all'epoca si andava diffondendo in Europa e in altre regioni del mondo sensibili all'influsso culturale degli europei (e che consideravano la religione un'impostura sociale per mantenere le classi più povere asservite al dominio di quelle più ricche). Ciò senza naturalmente togliere importanza ad un documento del supremo magistero che per primo indicò all'associazionismo cattolico la via del patrocinio e del soccorso verso la classe operaia e agli stati la via dell'intervento pubblico "per sottrarre il povero operaio all'inumanità di avidi speculatori, che per guadagno abusano senza alcuna discrezione delle persone come fossero cose". Basti però pensare che una delle proposizioni di quel documento, nella parte dedicata ai rapporti tra le classi sociali, venne intitolato "i vantaggi della povertà". Nella Rerum Novarum ci si mosse fondamentalmente nel solco della tradizione del pensiero della nostra fede, individuando nell'avidità e nell'avarizia, quindi essenzialmente nel male morale, dei ricchi la causa delle sofferenze dei poveri, verso i quali non si andava in soccorso con il superfluo del propri beni e ai quali, se lavoratori dipendenti, profittando della debolezza contrattuale dei lavoratori non veniva data una sufficiente retribuzione e venivano imposte condizioni di lavoro inumane. Non si misero in questione invece le strutture economiche che reggevano la società del tempo, come si faceva da parte socialista, né si ritennero lecite rivendicazioni solidali di massa per opporsi alla dinamica ingiusta di quelle strutture, che era all'origine della povertà sociale, con particolare riferimento allo sciopero, la principale arma collettiva che i ceti operai avevano cominciato ad utilizzare a sostegno delle loro istanze. Anzi, sotto questo aspetto, si ritenne che gli operai dovessero essere convinti a rinsavire e, in spirito di fraternità, a proporsi questo obiettivo: stringendosi la mano, scendano ad amichevole accordo (con i datori di lavoro, la loro controparte nelle questioni sindacali).
Nell'esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia (=riconciliazione e penitenza), del 1984, del papa Giovanni Paolo 2° si adottò il termine di peccato sociale, inteso a)come riflesso sugli altri del peccato personale, b)come peccato "contro la giustizia nei rapporti sia da persona a persona, sia dalla persona alla comunità, sia ancora dalla comunità alla persona" e c) come peccato contro l'ordinamento pacifico dei gruppi sociali (compreso lo sciopero) e delle nazioni del mondo. Con quel documento si autorizzò quindi ad esplorare la dimensione sociale del peccato, non solo quella morale e interpersonale. Ma è con l'enciclica Sollicitudo rei socialis (=la sollecitudine sociale [della Chiesa]), del 1987, del medesimo Papa, che si comincia a trattare, nel magistero dei papi, di strutture di peccato, intese come "la somma dei fattori negativi, che agiscono in senso contrario a una vera coscienza del bene comune universale e all'esigenza di favorirlo" e che, individuati dall'analisi socio-politica, richiedono, per essere intesi nel loro disvalore, un'indagine di tipo etico, che le collega al peccato personale, dal quale si sviluppano per diffusione sociale. La soluzione contro le strutture di peccato venne vista in quel documento nella solidarietà (Solidarnosc era il sindacato polacco, animato da forze cattoliche, che in quegli anni stava promuovendo azioni politiche contro il governo comunista egemonizzato dai sovietici), riconosciuta come virtù cristiana e vista come via di pace e di sviluppo. Il magistero sulle strutture di peccato, sviluppato a partire dall'esperienza della resistenza contro il comunismo di impronta sovietica fu negli anni successivi più chiaramente ed esplicitamente esteso alla critica delle strutture delle società capitalistiche. Con l'enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità), del 2009, de papa Benedetto 16°, si cominciò a criticare l'atteggiamento fatalistico con cui, nell'era della globalizzazione (del mondo in cui le comunicazioni sociali e le relazioni economiche sono estremamente facilitate dal progresso tecnologico e dall'uniformarsi dei sistemi economici di produzione e scambio e del diritto dei rapporti economici e finanziari) vengono affrontate le questioni dell'economia, come "se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana".
La straordinaria novità della recente Esortazione del nostro vescovo e padre universale Francesco, rispetto al precedente magistero, consiste però nel riconoscere esplicitamente la causa della povertà sociale in un sistema sociale ed economico che governa l'umanità nella fase della globalizzazione e che comporta inequità, neologismo di derivazione dallo spagnola che significa disuguaglianza ingiusta, e quindi esclusione sociale. Si afferma pertanto la natura politica della povertà sociale. E non solo questo. Si giunge ad individuare specificamente l'ideologia politica che è alla base dell'inequità, vale a dire quella basata sulle teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesca a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo: questa è l'ideologia del neoliberismo economico e del neoconservatorismo statunitense che classi dominanti, con l'appoggio di potenti istituzioni internazioni, hanno cercato di imporre nel mondo a partire dagli anni '80, in particolare nel continente americano, in Europa, in Russia e in diverse nazioni asiatiche. Nessun Papa si era mai spinto a tanto e questo per il motivo che la nostra gerarchia religiosa, nel complesso, non era mai stata dalla parte dei poveri, ma, nelle nazioni ricche si era storicamente federata alle classi dominanti, quelle espresse dai privilegiati sociali che condizionavano l'azione dei governi nazionali, e nell'ordinamento mondiale si era sempre schierata dalla parte dell'Occidente ricco, nonostante che dalla metà degli Sessanta fossero anche venute accalorate prese di posizione in senso contrario, ma senza reali riflessi sulla politica ecclesiastica.
Voglio sottolineare che l'impostazione della recente Esortazione è in linea con le concezioni del movimento democratico internazionale contemporaneo il quale, appunto, ha preso coscienza della stretta relazione tra uguaglianza, intesa come pari dignità sociale, e la rimozione delle cause economiche e sociali di discriminazione, espresse, ad esempio, nell'art.3, 2° comma, della nostra Costituzione:
"E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono di fatto il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese."
Ponendosi esplicitamente contro le forze egemoni del mondo contemporaneo il Papa si è senz'altro esposto a gravi rischi personali, perché in questa materia l'esperienza storica ha dimostrato che non di rado si è passati dalle accuse di comunismo, che infatti sono piovute abbondantemente sul nostro vescovo e padre universale, ai fatti, intesi come tentativi di tacitazione anche violenti. Che il Signore, il quale ha voluto donarcelo, ce lo conservi.
13. Prendere l'iniziativa. Non lasciare le cose come stanno - 16-12-13
Nella recente esortazione sulla gioia del vangelo, il nostro vescovo ha inteso soffermarsi su questi argomenti:
a) la riforma della Chiesa in uscita missionaria;
b) le tentazioni degli operatori pastorali;
c) la Chiesa intesa come la totalità del Popolo di Dio che evangelizza;
d) l’omelia e la sua preparazione;
e) l’inclusione sociale dei poveri;
f) la pace e il dialogo sociale;
g) le motivazioni spirituali per l’impegno missionario.
[Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - esortazione apostolica - n.17 - 24-11-13]
Egli ha dichiarato di volere prendere come riferimento dottrinario, vale a dire come punto di orientamento per le cose che propone di fare, i principi contenuti nell'enciclica dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium [=luce per le genti], promulgato il 21 novembre 1964, durante il Concilio Vaticano 2°.
I temi trattati e gli ideali implicati segnalano che il documento si propone di produrre effetti di portata molto più ampia di quelli che solitamente si attendono da una esortazione. Esso infatti si presenta come un decreto attuativo di principi conciliari che, evidentemente, si ritiene che non abbiano avuto sinora una piena realizzazione. Questa caratteristica si coglie, ad esempio, nei punti in cui, quasi di sfuggita, si accenna ad un tema rilevantissimo e piuttosto controverso, quello dei rapporti tra governo centrale e governi locali delle nostre collettività religiose:
«Non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”».
[Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.16]
«Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare "una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova". Siamo avanzati poco in questo senso. [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.32]».
La gioia del Vangelo è presentata nel documento come una gioia missionaria, vale a dire che la missione, l'andare verso gli altri, non è concepita come un'attività che, in religione, si affianca ad altre, ma come l'essenziale del radunarsi in una collettività di persone di fede.
«L’intimità della Chiesa con Gesù è un’intimità itinerante, e la comunione "si configura essenzialmente come comunione missionaria" [citazione dall'enciclica Christifideles laici (=ai laici cristiani), 1988, del papa Giovanni Paolo 2°]».20
[Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.23]
Ci si ritrova insieme non per stare bene con gli altri che hanno condiviso la fede comune, ma per prendere l'iniziativa, uscire e andare verso periferie, in una visione in cui il centro è una collettività di fedeli animata dai principi evangelici e adunata attorno ad un vescovo (per evitare che coloro che sono usciti diventino nomadi senza radici [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.29]).
«Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.»
[Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.20]
E' necessaria, secondo il documento, una conversione missionaria, che significa non accontentarsi dell'ordinaria amministrazione [l'espressione è tratta dal Documento di Aparecida - 31-5-07, approvato nel corso della 5° Conferenza generale dell'Episcopato Latino-americano e dei Caraibi], che lascia le cose come stanno [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.20]. Occorre trasformare ogni cosa nell'organizzazione della nostra collettività religiosa, puntando non più solo all'autopreservazione, ma ad una adeguata evangelizzazione del mondo attuale [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.27].
Il soggetto dell'evangelizzazione è ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa cattolica sotto la guida del suo vescovo, manifestazione concreta dell’unica Chiesa in un luogo del mondo [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.30].
Il nostro vescovo, anche quale padre universale, ci esorta quindi ad entrare, come Chiesa particolare, in deciso processo di discernimento, purificazione e riforma [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.30].
Devo dire che effettivamente, per quanto personalmente mi riguarda, l'attività di uscita per l'evangelizzazione non mi ha mai particolarmente coinvolto. Infatti lo sforzo principale, che fin da ragazzo, mi ha tenuto impegnato è stato quello di mantenere un collegamento vivo con la nostra collettività religiosa e di approfondire la mia evangelizzazione, intendo mia come rivolta a me medesimo. Come laico già da un pezzo "uscito", nel senso di persona la cui vita si svolgeva in gran parte fuori degli spazi liturgici, non quindi uno di coloro che certi anticlericali definiscono animali da sagrestia, il mio moto prevalente è stato prevalentemente quello del rientrare periodicamente nella collettività di fede, per i doveri liturgici, il perfezionamento spirituale, e per la formazione per il lavoro collettivo specifico di mediazione culturale nella società civile, vale a dire per cercare di capire, insieme ad altre persone di fede, in che modo difendere e promuovere i valori religiosi contribuendone ad attuarne le idealità nel mondo profano. Non escludo, naturalmente, che la mia vita sociale di persona di fede, chiaramente individuabile ed in effetti individuata come tale, possa aver avuto qualche effetto mediato per l'evangelizzazione altrui, ma ciò di cui sono certo è che le uniche persone che realmente riconosco di aver evangelizzato sono le mie figlie. Al di fuori delle nostre collettività religiose molto raramente ho parlato esplicitamente ad altri delle cose della mia fede e, per la verità, ho avuto e ho anche pudore a farlo, perché la fede religiosa costituisce certamente il mio aspetto più intimo, l'insieme dei valori su cui tutta la mia personalità si fonda. In definitiva ho sempre lasciato l'evangelizzazione esplicita ai chierici e ai religiosi. L'esortazione del nostro vescovo chiede di andare molto oltre questo, chiede anche ai laici di partecipare al sogno missionario di arrivare a tutti [Evangelii gaudium (=la gioia del Vangelo) - n.31].
14. Senso di sconfitta - 3-6-14
"Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l'audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. Nessuno può intraprendere una battaglia se in anticipo non confida pienamente nel trionfo. Chi comincia senza fiducia ha perso in anticipo metà della battaglia e sotterra i propri talenti.
…
Il cattivo spirito della sconfitta è fratello della tentazione di separare prima del tempo il grano dalla zizzania, prodotto di una sfiducia ansiosa ed egocentrica"
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Franesco, 24-11-13, n.85]
La religione non è un hobby per il tempo libero. Uno scrittore inglese lamentava che, nella sua nazione, fosse divenuta un po' come il circolo del cricket. Un passatempo per occupare lietamente e tra amici il tempo di riposo della vita sociale. In realtà essa fin dalle origini è stata ed è molto più di questo. E se non lo fosse stata non avrebbe potuto produrre, nel bene come anche nel male, gli effetti sociali imponenti che storicamente l'hanno caratterizzata. Questo è stato sempre ben presente nelle nostre collettività di fede, anche se questa consapevolezza si va attenuando, ai tempi nostri. Mi pare che si stia diffondendo una tendenza a sottovalutare la rilevanza delle questioni di fede nella vita degli esseri umani, e quindi poi a trascurarle con una certa superficialità. Così, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anni, nella vita di una persona il tempo passa ed essa ha sempre meno familiarità con la fede dell'infanzia, se mai poi ha avuto una istruzione religiosa, e viene il giorno in cui anche chi da piccolo è stato al catechismo dei bambini si trova a partecipare ad una liturgia religiosa e si sente un estraneo. E, in effetti, lo è veramente e in un senso che va molto oltre il non sapere che fare e che dire durante la Messa, quando stare in piedi e quando stare seduto, quando farsi il segno della Croce, e che cosa rispondere al celebrante. Gli è infatti divenuta estranea la prospettiva dell'agàpe, l'ideale di riunire tutta l'umanità in un lieto e benevolente convito di amici in cui ognuno abbia il suo posto a tavola, sotto la tenda dell'Altissimo. Ed è quindi divenuto preda indifesa nel quadro della spietata e sanguinaria legge di natura, secondo la quale pesce grosso mangia pesce piccolo e tutti mangiano tutti e chi è o è divenuto debole non ha più diritto di vivere: questo è il senso, ad esempio, di quello che viene definito il pensiero unico globale dell'ultraliberismo in economia. Quando questa tendenza sociale si diffonde, come sta avvenendo nel mondo di oggi, Europa a parte, si ha la sensazione di essere finiti come in un deserto.
Nel documento citato all'inizio si prosegue con questa considerazione:
"E' evidente che in alcuni luoghi si è prodotta una «desertificazione» spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane. Lì «il mondo cristiano sta diventando sterile, e si esaurisce come una terra super sfruttata che si trasforma in sabbia» (citazione da John Henry Newman - 1801/1890, pastore anglicano convertito al cattolicesimo, teologo, cardinale - da una lettera del 1833)
[dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Francesco, 24-11-13, n.86]
Allontanandosi dagli ideali di fede il mondo diventa inospitale per gli esseri umani, diventa più simile a quello abitato dalle popolazioni di animali selvaggi. Per alcuni questa lotta di tutti contro tutti, al modo appunto della vita naturale, dovrebbe portare un costante progresso dell'umanità, ma è facile constatare che non è così. Infatti storicamente il progresso è stato prodotto dalla cooperazione tra le moltitudini umani, quindi proprio dalla capacità di superare l'aspetto di belva delle nostre società, che è sempre latente a causa di ciò che ci apparenta agli altri animali della Terra. Le società della lotta di tutti contro tutti, che sono rare ma ci sono, sono mondi persi, sotto il gioco di una crisi senza fine, di una violenza incoercibile, da cui tutti scappano: un esempio ne è l'attuale Somalia.
Ma non potrebbe costruirsi un umanesimo non religioso, quella che viene definita religione civile? E' un lavoro che è stato tentato, ma con scarso successo, mi pare. La dimensione del soprannaturale è infatti profondamente connaturata agli esseri umani, che non accettano, prima di tutto emotivamente, di essere solo un effimero meccanismo biologico nell'universo fisico e sociale. L'interiorità dell'essere umano, in tutte le età della vita, quindi non solo in quelle minacciate dalla morte e dalla sofferenza, ha bisogno di qualcosa di più e l'invoca religiosamente, e questo anche se, ad un certo punto, non ricorda più come farlo, non ha più memoria delle parole della fede. In questa prospettiva la vita di fede è stata vista come un liberare la propria vita da un carcere o, con un'immagine tratta dall'antichità classica, il liberarsi dalle catene che trattengono in fondo a una buia caverna, dove l'oscurità è a tratti illuminata dai bagliori di una vita diversa che si svolge fuori. E quindi la fede religiosa è concepita come liberazione.
Abbiamo motivo di essere ottimisti nella cose della fede? Nella prospettiva della nostra fede, sì, fondamentalmente perché riteniamo che il risultato non dipenda solo dalle nostre forze. Il che è come dire di aver colto nell'evoluzione delle società umane una dinamica che le conduce verso una progressiva integrazione e unità, piuttosto che verso la catastrofe della spietata legge di natura che le condurrebbe alla periodica decimazione. Proprio perché si tratta di un moto che contrasta con la legge di natura, se ne individua una origine soprannaturale e questa convinzione ci viene confermata dalla tradizione di fede e dalle scritture sacre, voci del passato che ci guidano nell'oggi e nel progredire verso il futuro.
Senza l'ottimismo della fede si va poco lontano, in religione. Ma non è detto che, pur essendo personalmente ottimisti, le cose vadano tutte dritte. In realtà le nostre società sono sempre coinvolte in conflitti che rendono la vita umana pericolosa, a rischio, e non è tanto necessario il prendere parte a queste continue battaglie, quanto escogitare strategie per porvi termine e recuperare l'unità. E' questo, ad esempio, il senso di quella straordinaria impresa sociale, in cui l'ideologia della nostra fede ha avuto un ruolo importantissimo, che è la nostra nuova Europa. Come è stato manifestato dal focolaio gravissimo di guerra in Ucraina, si tratta di un lavoro che va sempre ripreso e sviluppato, man mano che si fa un'unità sempre più vasta.
15. Spiritualità della tomba e neofeudalesimo - 24-3-14
"…molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero. Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per anni … Questo si deve frequentemente al fatto che le perone sentono il bisogno di preservare i loro spazi di autonomia … Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un'accidia paralizzante … Il problema non sempre è l'eccesso di attività, ma soprattutto sono le attività vissute male, senza le motivazioni adeguate, senza una spiritualità che permei l'azione e la renda desiderabile … non si tratta di una fatica serena, tesa, pesante, insoddisfatta e, in definitiva, non accettata … Così prende forma la più grande minaccia che «è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità [citazione da Joseph Ratzinger, 1996]. Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo" [dall'esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo, n.81-83]
La resistenza dei laici a impegnarsi in attività di evangelizzazione deriva dal loro desiderio di mantenere i loro spazi di autonomina, di mantenere libero il loro tempo libero? Non è questa la mia esperienza. La ragione che tiene lontani i laici da quel tipo di impegno è proprio la mancanza di autonomia, che è sentita come umiliante nel mondo contemporaneo. E' la struttura feudale della nostra organizzazione religiosa a esprimere, oggi, la spiritualità della tomba e a portare alla tomba e alla Chiesa-museo, in cui si entra parlando sottovoce e da estranei, appunto come in un museo o in un cimitero.
Non è ricercando volenterosi custodi del museo o del cimitero, che le cose cambieranno. Ma non dobbiamo attenderci che il cambiamento arrivi dalla struttura feudale che è la causa del male e in cui la maggior parte dei credenti non ha voce.
Il cambiamento richiede un pensiero e prassi di liberazione, secondo il processo che ha portato alla defeudalizzazione delle istituzioni civili. Il primo è ostacolato dalle conseguenze della dura opera di repressione ideologica degli ultimi trent'anni, le altre dalla situazione generale delle società occidentali, colpite pesantemente da processi di disgregazione individualistica. Quindi non si può leggere nulla di nuovo in merito e nemmeno si hanno esempi da seguire. Ma ripartire è sempre possibile, però sarà molto dura.
In un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica come il nostro si possono sperimentare nuove prassi e riprendere in mano testi che la casa editrice associativa ha continuato a pubblicare nei tempi avversi. Ma senza nuove adesioni ciò servirà a poco. E' difficile ottenerle, perché nella nostra parrocchia è stato da molto tempo reciso il canale che le produceva, che andava dal catechismo per i sacramenti di iniziazione alla formazione permanente. Non di rado poi i dispersi hanno maturato sentimenti di avversione verso un'organizzazione che hanno sentito come inutilmente oppressiva e dispotica.
Il primo esercizio di laicità è quello di dare voce a tutti, consentire a tutti di esprimersi. E lo stiamo facendo, con discreti risultati. Ma dobbiamo cercare di fare uno sforzo per crescere un po' di più e più velocemente nelle cose della fede. Cerchiamo di non ripetere approssimazioni e veri e propri errori. Cerchiamo, ad esempio, di utilizzare, nella preghiera biblica, un testo con sufficienti note e di leggerle, queste note. Cerchiamo insomma, tutti, di dare un contributo a un progresso comune nell'intendere le cose di fede. E' da qui, da piccole cellule che vivono nuovi spazi di impegni e di libertà, moltiplicate per centinaia di migliaia come accade nelle popolosissime società contemporanee, che deriverà, credo, il cambiamento, la defeudalizzazione. Alla fine, ma proprio alla fine, cambierà qualcosa al di là delle muraglie dello staterello di quartiere in cui è arroccato il vertice della nostra confessione religiosa e, forse, ad un certo punto si arriverà anche a nuovi accordi con la Repubblica Italiana, sostituendo tutti quelli conclusi con il Mussolini, si cesserà di battere monete e stampare francobolli, si congederà il pittoresco esercito che, per quanto trasformato in una specie di congregazione religiosa, storicamente risale a violente schiere mercenarie, si ammaineranno le pretenziose bandiere della monarchia assoluta, si scioglieranno istituzioni che mimano quelle di uno stato, e potremo tornare ad abitare anche quella porzione di Terra non più da stranieri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli