INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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lunedì 26 ottobre 2026

Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa - Noi, la Chiesa, il mondo, la dottrina sociale, il principio di sussidiarietà

 


Abstract:     Magnifica humanitas  enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo   Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa -  Noi, la Chiesa,  il mondo, la dottrina sociale, il principio di sussidiarietà

Link al podcast: https://youtu.be/KyQ8R7IBeVQ



Nell’immagine, il professore di economia Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna: , fu uno dei  principali  consulenti coinvolti nella preparazione della parte economico-sociale dell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009

 

   Negli ultimi giorni il numero delle persone interessate a questo blog è aumentato un po’, da quando ho iniziato a occuparmi dell’enciclica La magnifica umanità. Esso, però, rimane dedicato al nostro piccolo gruppo di Azione Cattolica e alle amiche e agli amici della parrocchia: siamo persone che si conoscono bene da anni e si vogliono bene. La nostra amicizia ha solide basi religiose, in particolare nella partecipazione alla liturgia e nell’ascolto dei nostri pastori. Per questo non sento il bisogno di ricorrere a tecniche per catturare l’attenzione del pubblico. Posso permettermi di essere un po’ noioso, secondo la mia natura. Sono infatti convinto che, più che puntare ad avere migliaia di lettori, sia preferibile far nascere migliaia di piccole iniziative nelle realtà di base, coinvolgendo piccoli gruppi di persone che si stimano e si vogliono bene.

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.

 In questo intervento vi parlo di una delle novità più importanti in essa contenuta, che mi è parsa veramente epocale, anche se non la vedo in genere molto evidenziata nei primi commenti al documento: l’applicazione del principio di sussidiarietà, finora raccomandato dalla dottrina sociale per l’organizzazione degli stati e delle organizzazioni internazionali sovrastatali e, cautamente, nella strutturazione degli organismi della gerarchia ecclesiastica, come modalità di attuazione in tutta la vita ecclesiale della sinodalità  come la si sta pensando durante i processi sinodali sulla sinodalità iniziati nell’ottobre del 2021 e ancora in corso nel mondo e in Italia, quindi con ampio coinvolgimento anche delle persone cosiddette laiche, perché libere da vincoli di vita relativi al loro ministero o comunque stato ecclesiale, e perciò, più semplicemente, più libere e per questo non di rado sospettate di indisciplina.

   Se ne tratta nel capitolo secondo, Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa, il cuore pulsante dell'enciclica, nei numeri 86 e 87, in riferimento a quanto scritto nei precedenti numeri 68 e 69 nel richiamare il principio di sussidiarietà.

 Se ben inteso, e soprattutto se realmente applicato a tutti i livelli nelle nostre comunità ecclesiali quell’insegnamento avrà un rilievo di portata storica.

  La sussidiarietà è un principio molto importante elaborato in ambito cattolico negli anni Venti e trasfuso nell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 sotto l’autorità del papa Pio 11°, della quale è riconosciuto redattore il gesuita tedesco Oswald von Nell-Breuning [pronuncia Òsvalt fon Nel Bròining], morto nel 1991,  allievo di Wilhelm Emmanuel von Ketteler, vescovo di Magonza, teologo e parlamentare tedesco vissuto nell’Ottocento, pensatore di riferimento in particolare nella riflessione sulla difesa dei corpi organici intermedi. Importante viene ritenuta anche l’influenza della  scuola solidarista di Heinrich Pesch, gesuita, economista e sociologo tedesco, vissuto tra Ottocento e Novecento, il quale teorizzava una "terza via" fra individualismo e collettivismo fondata sull'articolazione organica della società in ceti professionali. Gustav Gundlach, gesuita e sociologo tedesco, della scuola di Pesh, collaborò nella preparazione dell’enciclica. L’origine della teoria della sussidiarietà  come criterio organizzativo delle istituzioni pubbliche viene riconosciuta nel cattolicesimo sociale tedesco che si sviluppò in parallelo con quello italiano, con ampio coinvolgimento dei rispettivi laicati, che li animarono e incarnarono.  Si ricorda che il termine sussidiaretà, in quel senso, in tedesco Subsidiarität   [pronuncia zub-zidiaritàt]  circolava in quel mondo sociale già prima del 1931. E’ interessante notare che, prima della Costituzione democratica repubblicana italiana del 1948, il cattolicesimo sociale aveva ispirato la Costituzione tedesca detta di Weimar, del 1919. Entrambe le Costituzioni, repubblicane e deliberate da assemblee costituenti, sono dette lunghe, perché piene di diritti sociali fondamentali.

  Il principio di sussidiarietà è descritto così al n.68 dell’enciclica La magnifica umanità:

 

68. Il principio di sussidiarietà nasce dallo stesso sguardo sulla persona che ha guidato la nostra riflessione sulla dignità e sul bene comune. Se ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società, allora anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità. La Dottrina sociale della Chiesa chiama “sussidiarietà” il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la libertà e la creatività dei livelli inferiori, coordinandone i contributi perché cooperino efficacemente al bene comune.

 

 Per azione determinante dei cattolici democratici, il principio di sussidiarietà venne inserito come principio organizzativo fondamentale dell’Unione Europea mediante il Trattato di Maastricht, del 1992, entrato in vigore il 1 novembre 1993, nell’art.5 del Trattato sull’Unione Europea:

 

Articolo 5 (ex articolo 5 del TCE)

1. La delimitazione delle competenze dell'Unione si fonda sul principio di attribuzione. L'esercizio delle competenze dell'Unione si fonda sui principi di sussidiarietà e proporzionalità.

2. In virtù del principio di attribuzione, l'Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all'Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.

3. In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l'Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell'azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione. Le istituzioni dell'Unione applicano il principio di sussidiarietà conformemente al protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I parlamenti nazionali vigilano sul rispetto del principio di sussidiarietà secondo la procedura prevista in detto protocollo.

4. In virtù del principio di proporzionalità, il contenuto e la forma dell'azione dell'Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati. Le istituzioni dell'Unione applicano il principio di proporzionalità conformemente al protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità.

 

 Con una legge Costituzionale del 2001, il principio di sussidiarietà venne inserito nel primo comma dell’art.118 della Costituzione, nel Titolo 5, sulle autonomie locali:

 

art.118

Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

 

 Gli storici della Chiesa cattolica ricordano  che l’idea di applicare il  principio di sussidiarietà all’organizzazione ecclesiastica fu espressa dal papa Pio 12° nel discorso  La elevatezza e la nobiltà dei sentimenti ai nuovi cardinali del 20 febbraio 1946:

 

  Così la Chiesa: essa agisce nel più intimo dell'uomo, dell'uomo nella sua dignità personale di creatura libera, nella sua dignità infinitamente più alta di figlio di Dio. Questo uomo la Chiesa forma ed educa, perché egli solo, completo nell'armonia della sua vita naturale e soprannaturale, nell'ordinato sviluppo dei suoi istinti e delle sue inclinazioni, delle sue ricche qualità e delle sue svariate attitudini; è al tempo stesso l'origine e lo scopo della vita sociale, e con ciò anche il principio del suo equilibrio.

  Ecco perché l'Apostolo delle Genti, parlando dei cristiani, proclama che essi non sono più come « bambini vacillanti », dall'andatura incerta in mezzo alla società umana. Il Nostro Predecessore di felice memoria Pio XI, nella sua Enciclica sull'ordine sociale «Quadragesimo anno», traeva da questo stesso pensiero una conclusione pratica, allorché enunciava un principio di generale valore, vale a dire: ciò che gli uomini singoli possono fare da sé e con le proprie forze, non deve essere loro tolto e rimesso alla comunità; principio che vale egualmente per le comunità minori e di ordine inferiore di fronte alle maggiori e più alte. Poiché — così proseguiva il sapiente Pontefice — ogni attività sociale è per natura sua sussidiaria; essa deve servire di sostegno per i membri del corpo sociale, e non mai distruggerli e assorbirli. Parole veramente luminose; che valgono per la vita sociale in tutti i suoi gradi, ed anche per la vita della Chiesa, senza pregiudizio della sua struttura - gerarchica.

 

 Si era ancora abbastanza lontani dalla teologia sulle persone laiche che venne sviluppata vent’anni dopo durante il Concilio Vaticano 2°, ma il proposito venne annunciato: il principio di sussidiarietà doveva valere anche per la vita della Chiesa.

  Bisogna ricordare che il tema della partecipazione all’interno della Chiesa è quello che ha avuto maggiori difficoltà di attuazione nelle nostre comunità ecclesiali, anche per l’impostazione assolutistica che la gerarchia ecclesiastica cattolica ha recepito dai secoli passati e che si fa sentire non solo nelle questioni dottrinali, ma un po’ nel governo di ogni comunità ecclesiale, nel ruolo che vi ha la gerarchia.

   A questo punto, va ricordato che un  grandioso progetto di umanizzazione del mondo secondo il vangelo, per obbedire al comando evangelico di costruirvi l'agàpe insegnata da Gesù di Nazaret, il Cristo dei cristiani, è iniziato con la dottrina sociale diffusa a partire dai documenti del Concilio Vaticano 2° e dall'enciclica La pace in Terra – Pacem in terris, del 1963, diffusa sotto l'autorità del papa Giovanni 23°. Esso è proseguito poi mediante l'enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, del 1967, e la lettera apostolica l'Ottantesimo anniversario – Octogesima adveniens, del 1971, diffuse sotto l'autorità del papa Paolo 6°. È proseguito quindi mediante l'enciclica Il Centenario – Centesimus annus, diffusa nel 1991 sotto l'autorità del papa Giovanni Paolo 2°, e l'enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l'autorità del papa Benedetto 16°. È continuato con le encicliche Laudato si' e Fratelli tutti, diffuse nel 2015 e nel 2020 sotto l'autorità del papa Francesco, e infine con l'enciclica La magnifica umanità, di cui vi sto parlando.

  Esso richiede la collaborazione attiva di tutte le componenti ecclesiali, secondo gli auspici indicati nei documenti del Concilio Vaticano 2° e dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio del 1967, diffusa sotto l’autorità del papa Paolo 6°, che si concluse con una serie di coinvolgenti appelli all’azione: ai cattolici, ai cristiani credenti, agli uomini di buona volontà, agli uomini di stato, agli uomini di pensiero, tutti all’opera!

  Riflettiamo: quale deve essere il nostro atteggiamento nei confronti di un’enciclica sociale?

  E’ facile poterla leggere. Tutti i documenti dei Papi, a partire da papa Benedetto 14°, regnante dal 1740, sono disponibili sul portale www.vatican.va . Dall’11 giugno scorso la rivista Famiglia Cristiana ha regalato il testo dell’enciclica La magnifica umanità.

  Bisogna poi trovare la voglia e il tempo di leggere il documento. E poi di intenderlo bene, e questo significa un impegno aggiuntivo. Ma anche di tenerne a mente gli insegnamenti e di situarli nella storia della dottrina sociale, e questo è molto più impegnativo.

  Ma non è tutto.

  La dottrina sociale è diffusa per metterla in pratica. Bisogna darsi da fare per questo. E’ la missione fondamentale dell’Azione Cattolica.

  In Italia è stato fatto e con risultati molto importanti, anche se non mi pare che ai tempi nostri ve ne sia sempre sufficiente consapevolezza.

  La nuova democrazia italiana costruita dopo la caduta del regime fascista mussoliniano reca evidentissima, per chi la sa vedere, l’impronta della dottrina sociale cattolica. Non c’è da stupirsene perché generazioni del laicato cattolico hanno svolto ruoli importantissimi nell’edificare e mantenere vitale la nostra Repubblica. E ancor oggi è così.

  In altri due stati europei è andata così: in Germania e in Polonia. La democrazia italiana deve moltissimo all’opera di Giovanni Battista Montini, ma anche per il  ruolo svolto molto prima che divenisse papa Paolo 6°. Gran parte della classe dirigente cattolico-democratica italiana si è formata dagli anni Trenta del secolo scorso alla sua scuola.  La nascita della democrazia polacca deve altrettanto al papa Giovanni Paolo 2°.

  Troviamo l’esortazione a darsi da fare anche ai numeri 46 e 47 dell’enciclica La magnifica umanità,  all’inizio del secondo capitolo.  Vi si esortano tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a partire dalle  persone di fede, comprese quelle libere da particolare legami di stato ecclesiastico relativi al loro ministero e posizione ecclesiale a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano, nei rapporti familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale, i principi richiamati nell’enciclica, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia. Una esortazione particolare all’impegno viene poi rivolta alle accademie e  alle università perché ridiano slancio a tali principi, ripensandoli in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale. In questo modo, si legge nell’enciclica,  la ricerca teologica e filosofica potrà approfondire e sostenere il cammino pastorale della Chiesa, contribuendo al compito del Magistero di illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società.

  Per quanto riguarda specificamente la vita interna della Chiesa, il problema è la cornice giuridica e istituzionale perché anche le persone laiche, la grande maggioranza della popolazione di fede, possano dare nelle comunità ecclesiali un proprio apporto nel quadro di una effettiva partecipazione. La questione è viva anche per le altre componenti ecclesiali, naturalmente, ma per quanto riguarda il laicato è molto seria, perché in genere gli spazi per partecipare realmente non sono molto ampi e gli organismi di partecipazione previsti dal diritto canonico spesso non funzionano bene o affatto.

  Eppure i documenti pontifici in materia di dottrina sociale sempre più si sono valsi di riferimenti al pensiero di persone laiche particolarmente competenti, come anni fa papa Francesco riconobbe francamente.

 Ricordo in particolare due figure:

Jacques Maritain,    filosofo francese vissuto tra Ottocento e Novecento, amico di Giovanni Battista Montini: sul suo pensiero, in particolare espresso nel libro Umanesimo integrale, si formarono dagli anni Trenta generazioni di cattolici democratici italiani. La dottrina sociale ne dipende sui temi del  personalismo, dignità della persona, fondazione dei diritti umani, democrazia. Il suo pensiero influì sull’elaborazione della Dichiarazione sulla dignità umana Della dignità umana - Dignitatis Humanae, del Concilio Vaticano 2°,  e dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum Progressio e tale influenza è ancora viva. Il papa Paolo 6° lo scelse per ricevere, al termine del Concilio Vaticano 2°, il messaggio del Concilio agli uomini di pensiero;

Stefano Zamagni       professore di economia all’Università Alma mater studiorum di Bologna, già consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e pace e presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, fu uno dei  principali  consulenti coinvolti nella preparazione della parte economico-sociale dell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l’autorità del papa Benedetto 16°, con la quale venne affrontata la questione della globalizzazione, che è al centro anche dell’enciclica del papa Leone 14°. Il suo contributo è riconosciuto in particolare nel capitolo 3°, sui temi della gratuità, della logica del dono, della reciprocità e dell'economia civile, con l’idea che il mercato non sia di per sé luogo eticamente neutro e che la fraternità possa entrare dentro l'attività economica ordinaria — non solo come correttivo.

  I processi sinodali avviati per impulso di papa Francesco nell’ottobre 2021 e ancora in corso nel mondo e anche in Italia, anche se non ne vedo molta consapevolezza nelle realtà di prossimità, cercano di creare l’ambiente perché questa collaborazione estesa, anche dei laici, nella Chiesa possa esprimersi.

  Scrisse mio zio Achille Ardigò, sociologo bolognese,  nel libro Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile,  Cappelli 1978:

 

«Nella visione […] della Gaudium et spes [Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2°] che è quella di una chiesa che “si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” [così nel paragrafo primo della Costituzione] la distinzione tra gerarchia e laici deve essere integrata dalle relazioni interpersonali nella comunità ecclesiale. E’ nella comunità di Chiesa locale che l’unità nell’essenziale e il pluralismo di partecipazioni politiche e sociali debbono convivere se non integrarsi nella tensione talora, mai nella dialettica profana, nella dialogicità spesso, che non esclude, anzi fa  crescere la funzione di guida e di autorità dottrinale e pastorale della gerarchia con la partecipazione all’ufficio sacerdotale, profetico e regale dei laici, nella Chiesa e nella storia.

[…]

 E’ proprio dal far crescere la comunità  di Chiesa locale, attorno al Vescovo, come luogo di riferimento e di confronto per fini storici di bene comune, che può nascere, lo sappiamo anche per esperienza, il superamento della più che secolare separazione tra gerarchia e laici, e cioè anche il crescere dello spazio ecclesiale proprio ai laici, spazio ecclesiale che, al limite, deve essere tanto maggiormente richiesto ed esteso quanto maggiore sarà la disperione di opzioni politiche dei laici credenti.

 

  Sugli obiettivi indicati da mio zio Achille Ardigò vi furono difficoltà a sviluppare i processi avviati con il Concilio Vaticano 2° per vari motivi, connessi con lo sviluppo delle situazioni storiche nel mondo, e in particolare in Europa, con varie dinamiche ecclesiali manifestatesi durante il lungo regno del papa Giovanni Paolo 2° (dal 1978 al 2005) e con problemi specificamente teologici posti in particolare nella teologia di Joseph Ratzinger, diventata molto influente nel corso del papato di Giovanni Paolo 2°, quando fu, dal 1981 e fino al 2005, quando fu eletto Papa, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In particolare, all’esito della 2° Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi del 1985, intitolata Il ventesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano 2°: verifica, celebrazione e promozione del Concilio Vaticano 2°, convocata per celebrare l’anniversario del Concilio Vaticano 2°, che si era chiuso nel 1965, si ritenne che, nel  quadro dell’ecclesiologia di comunione, promossa dal Papa e da Ratzinger,   occorresse riflettere ancora se e in che misura il principio di sussidiarietà fosse applicabile alla vita ecclesiale.

  Il tema ritornò di attualità con l’accentuazione del tema della sinodalità ecclesiale sotto il Papato del papa Francesco, in particolare dopo che nel 2018 venne acquisito il parere La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa della Commissione teologica internazionale.

 Tuttavia il papa Francesco non sviluppò il criterio di sussidiarietà come principio organizzativo generale della sinodalità ecclesiale se non, viene ricordato, in un discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2016, nel quale elencò tra i criteri guida per la riforma curiale attuata con la Costituzione apostolica Praedicate evangelium anche il principio di sussidiarietà, quindi nel quadro di innovazioni di organismi della gerarchia ecclesiastica.  Leggo il passo del discorso del Papa in cui se ne parla.

 

Tutto questo sta a dire che la riforma della Curia è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera - tanta preghiera! -, con profonda umiltà, con chiara lungimiranza, con concreti passi in avanti e – quando risulta necessario – anche con passi indietro, con determinata volontà, con vivace vitalità, con responsabile potestà, con incondizionata obbedienza; ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo, confidando nel Suo necessario sostegno. E, per questo, preghiera, preghiera e preghiera.

ALCUNI CRITERI GUIDA DELLA RIFORMA:

Sono principalmente dodici: individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità.

 

Ora però l’enciclica La magnifica umanità  interviene con decisione per indicare nel principio di sussidiarietà  un «criterio generale  di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali». Quindi come elemento caratterizzante di quello stile sinodale della Chiesa come  «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione», come si legge nel  Documento Finale della Seconda Sessione della 16° Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, del 25 ottobre 2024.

 Leggiamo nei n.86 e 87 dell’enciclica La magnifica umanità:

 86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione».  Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione. 

87. In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.

 

  Pensate  che cosa potrebbe comportare, in una parrocchia come la nostra, mettere in pratica l’insegnamento dell’enciclica in materia di sussidiarietà! Ma anche quale maggiore impegno e assunzione di responsabilità sarebbero richiesti anche alle persone laiche, che invece oggi stanno un po’ a ricasco del clero, in ruoli al massimo ausiliari.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com 


lunedì 19 ottobre 2026

Conversazione sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato il 25 ottobre 2025 dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 1. Il Discorso tenuto da papa Francesco a Firenze ai rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa Italiana del 10 novembre 2015

 


Conversazione sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato  il 25 ottobre 2025  dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 1. Il Discorso tenuto da papa Francesco a Firenze ai rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa Italiana del  10 novembre 2015

Link al podcast:  

https://youtu.be/GUg0D1KRMZM

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1. Buongiorno care amiche e care amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della parrocchia di san Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli.  Saluto anche tutte le altre persone, partecipi della nostra comunità parrocchiale ma anche di altre comunità di fede, che numerose ci seguono mediante il blog acvivearomavalli.

  Continuo a parlare della sinodalità ecclesiale, accogliendo le esortazioni dei nostri vescovi che  pressantemente  ci invitano a studiarne e comprenderne  fondamenti e principi, a cercare di  organizzarla e a farne  tirocinio per imparare a praticarla con costanza in ogni aspetto della nostra vita comunitaria.

 Dall’ottobre 2021 iniziarono i cammini sinodali sulla sinodalità ecclesiale del Sinodo dei vescovi, rendendovi presenti tutte le Chiese del mondo, e delle Chiese in Italia. Il primo si è concluso il 26 ottobre 2024: ne venne diffuso un Documento finale approvato quel giorno e diffuso immediatamente, su autorizzazione di papa Francesco. Il secondo si è concluso il 25 ottobre 2025: ne venne diffuso un Documento di sintesi recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi dal 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi.

 La durata programmata del sinodo delle Chiese in Italia era di cinque anni: era quindi più lunga di quella del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. Tuttavia si pensava di concludere nell’aprile 2025. Sorsero però difficoltà nella condivisione del Documento di sintesi e, su mozione dell’Assemblea sinodale, la Presidenza del cammino ripensò integralmente il testo alla luce delle osservazioni presentate, ed esso infine fu approvato il 25 ottobre successivo.

  I processi sinodali non sono tuttavia conclusi: sia il Documento finale  del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità che il Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese italiane sulla sinodalità prevedono infatti che si continui a lavorare sulla sinodalità ecclesiale alla luce dei risultati delle assemblee sinodali celebrate. La finalità è di dare alle nostre Chiese una caratterizzazione sinodale ad ogni livello, in modo da rendere più efficace la missione dell’evangelizzazione facendovi partecipare tutte le persone di fede, naturalmente con modalità diverse a seconda dei ruoli ecclesiali, degli altri incarichi assunti, delle situazioni concrete, delle età e condizioni di vita, delle capacità e competenze, degli impegni concreti presi. La sinodalità vissuta nell’infanzia e nella prima giovinezza non sarà la medesima di quella vissuta da persone anziane, ma la sinodalità metterà comunque in relazione giovani e anziani, come anche preti, persone consacrate e quelle impegnate nell’animare cristianamente le società in cui vivono in altri ruoli. Attualmente, come possiamo personalmente sperimentare, si vive di solito  entro confini sociali ecclesiali piuttosto rigidi e, avendo poca dimestichezza con chi ne sta al di fuori, siamo portati a diffidarne. Nella prima riunione del nuovo anno associativo del nostro gruppo di Azione Cattolica 2026-2027 il parroco ha iniziato esortandoci a non rimanere chiusi tra noi: è una richiesta che va presa sul serio, anche perché poi siamo stati invitati a fare la nostra parte per la parrocchia tutta. Questo è stato un chiaro appello alla sinodalità ecclesiale che consiste proprio in quello, detto benissimo, in termini semplici e chiari.

 Anni fa ho provato a calcolare quante potessero essere le persone che fanno riferimento alla nostra parrocchia per la loro fede cristiana.

  Ricordo che la parrocchia, in Italia, è ancora un’istituzione  molto importante, che riscuote grande credito tra la gente, nonostante che siano più di un tempo le persone che si sono allontanate dalla vita secondo l’etica religiosa e che non lo nascondono. Che cosa sarebbe il nostro quartiere delle Valli senza la cara chiesa parrocchiale ad uno dei capi di viale Val Padana? Il suono della sua campana ci raggiunge e ci conforta e la  grande croce illuminata che abbiamo installato in alto accanto al campanile ci dice che, anche alle Valli,  non siamo soli, non siamo abbandonati, il Signore è sempre tra noi e ci sono ancora persone impegnate a praticare il suo vangelo.

  Dunque di quante persone ci dobbiamo occupare?

  Ci sono i dati dell’ultimo censimento, si può avere un’idea approssimativa di quanta gente abita in ciascuno dei palazzoni di cui è fatto il nostro quartiere, sono stati tracciati precisi confini al territorio della nostra parrocchia, ma bisogna tener conto che la gente che vive a ridosso delle linee di demarcazione tra le parrocchie non di rado gravita intorno all’altra parrocchia rispetto a quella di appartenenza territoriale, e questo per varie ragioni, non ultima la maggiore vicinanza, come può avvenire per le case dell’ultimo tratto di via Conca d’oro verso piazza Sempione, che sarebbero nel territorio della parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, ma la cui gente spesso frequenta la nostra parrocchia.

  Bisogna poi tener conto degli indici di pratica religiosa in Italia, distinti tra quella saltuaria, quella più assidua di chi va abitualmente a messa di domenica e nelle altre solennità, quella che comporta anche la partecipazione a movimenti e associazione insediati nella parrocchia e, infine, quella in cui si collabora attivamente ai servizi religiosi.

  Ho stimato in circa tra ottomila e diecimila le persone che per le loro esigenze religiose fanno riferimento principale alla nostra parrocchia, in un migliaio quelle che partecipano abitualmente alle nostre messe domenicali, in circa quattrocento quelle che partecipano alle attività di  movimenti e associazioni insediati nelle parrocchia, il maggiore dei quali è costituito dalle comunità neocatecumenali, che radunano però anche gente che vive fuori della parrocchia e che viene da noi più che altro per seguire  quella particolare spiritualità, e in non  più di una cinquantina, al più,  le persone impegnate a vario titolo nei servizi parrocchiali. I preti che si occupano di noi si contano sulle dita di una mano. Ci possiamo poi valere del magistero del vescovo emerito mons. Apicella,  che, formatosi da giovane nella nostra parrocchia, è tornato a vivere tra noi nel quartiere dopo aver concluso per limiti d’età il suo alto ministero nella Diocesi di Velletri.

  Capite bene che se, gradualmente, si riuscisse  a coinvolgere almeno quel migliaio di persone che viene regolarmente a messa da noi nella sinodalità ecclesiale  come è stata proposta nei cammini sinodali finora svolti, da un lato si riuscirebbe a fare di più, anzi molto di più, dall’altro si libererebbe progressivamente il clero da incombenze molto onerose, che prendono molto tempo e che però non rientrano necessariamente solo nel suo specifico ministero. E poi va tenuto conto che la sinodalità ecclesiale non riguarda solo gli spazi dove si svolgono le attività liturgiche e di formazione specificamente religiosa, ad esempio ciò che si fa nella chiesa parrocchiale e negli annessi edifici. Di questo non vedo sufficiente consapevolezza nei preti e anche nell’altra gente.

  Leggiamo nel n.31 della  Costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Luce per le genti, deliberata durante il Concilio Vaticano secondo:

 

  Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.

 

   Chi anima e governa le nostre società, le loro istituzioni pubbliche, gli enti privati, le relazioni economiche e via dicendo? Clero e persone consacrate in minima parte, non fosse altro perché sono pochi. In realtà per la massima parte tutto quello che si muove al di fuori degli spazi specificamente ecclesiastici, a cominciare dalle famiglie dove si mettono al mondo  e allevano le nuovi generazioni, è nelle mani delle persone cosiddette laiche, vale a dire di coloro che, pur costituendo la maggior parte del Popolo di Dio,  sono considerati semplicemente popolo e che, per cause complesse da spiegare qui e nel corso di una lunga storia protrattasi in particolare nel Secondo millennio, sono stati relegati in ruoli ecclesiali considerati minori, rispetto a quelli svolti dalle componenti minoritarie della Chiesa, appunto clero e persone consacrate. E’ lì che, in particolare, sarebbe necessario intensificare la presenza evangelizzatrice del popolo cristiano, quello il cui tempo è preso dalla cura della famiglia, dal lavoro in tutti i campi dell’economia e delle istituzioni pubbliche, dalla partecipazione politica e sociale in tutte le sedi in cui le relazioni umane in cui consiste la società civile si sviluppano. Dell’importanza di questa presenza nella società  le stesse persone laiche non si rendono sempre conto e, a volte,  entrano in chiesa un po’ come straniere, sentendosi rimproverare, magari, di non aver ancora insegnato ai bimbi il segno della croce o le preghiere di base, mentre però ce li portano perché siano iniziati alla fede, e questa è già una bella prova di fiducia e propriamente di fede, e comunque li stanno evangelizzando con il loro esempio di vita, che è fatto, in famiglia, del prendersi reciprocamente cura, in un costante esercizio di tutte le opere di misericordia, e poi cercano di vivere  da persone cristiane nel mondo in tutto ciò che d’altro fanno manifestandovi il vangelo. Si pensa, insomma, a volte, che l’essenziale per la missione evangelizzatrice si faccia solo dentro gli spazi ecclesiastici, vissuti più che altro come le case di preti e persone consacrate, e non anche fuori di essi, lì dove si forma e si agita ciò che deve essere trasformato secondo il vangelo. E’ ciò di cui papa Francesco spesso si rammaricava, esortandoci ad essere Chiesa in uscita, in genere però inascoltato. E’ stato scritto che spesso siamo disposti a onorare i nostri Papi, ma poi molto meno ad ascoltarne e, soprattutto a seguirne, il Magistero.   

  In questo lavoro di trasformazione della società secondo il vangelo non si dovrebbe andare in ordine sparso, ciascuna persona da sola o al più legata a propri gruppi di elezione, ma come parti vive dell’intera Chiesa e quindi in unione sinodale con tutta l’altra gente che l’anima, il che significa uniti nella fede e nella pratica di quel vangelo che si vuole diffondere e che si esprime in quell’agàpe evangelica della quale la sinodalità è manifestazione. Non si trasmette e diffonde se non ciò che si porta e si manifesta con la propria vita.

  Però, per essere utili, occorre capire bene la sinodalità, per non travisarne forme e finalità sulla base di concezioni personali, e questo richiede impegno. E poi la cosa più impegnativa: fare concreto tirocinio di sinodalità, avendo a che fare con le altre persone come realmente sono, non come vorremmo che fossero.

 Ci sono documenti da studiare, una storia di cui essere consapevoli, e poi bisogna essere disposti a fare tirocinio anche tenendo conto  di quello che si apprende dall’esperienza pratica, pronti a correggersi dove quello che si fa non va nella direzione giusta, soprattutto disponendosi all’ascolto, che è uno dei principali atteggiamenti propedeutici all’organizzazione della sinodalità.

  C’è da capire bene, ad esempio,  in che cosa la sinodalità ecclesiale differisce dalla democrazia politica: la sinodalità è molto di più della democrazia politica e, va precisato, se oggi noi, parlando di democrazia, l’associamo, ad esempio, allo spirito di pace, di servizio, di ascolto, è perché nella democrazia come la si concepisce tra noi nell’Unione Europea sono stati trasfusi molti e importanti elementi caratteristici della sinodalità ecclesiale cristiana, appunto lo spirito di pace, servizio e ascolto. Infatti, raggiungendo una certa consapevolezza storica, si capisce bene che la democrazia, in sé, non è pacifica, tutt’altro, e, poiché vi si fanno prevalere le maggioranze, esse sono poi portate ad abusare in danno di chi ha la peggio: è successo tante volte, infinite volte. Nelle assemblee democratiche si dibatte, ma non è detto che ci si ascolti e, quando si compete per il governo della cosa pubblica, può essere anche che si abbia di mira l’interesse generale, ma non è detto che lo si faccia per spirito di servizio, e anzi spesso si agisce spinti anche dal proprio interesse particolare e dalle proprie ambizioni. L’obbiettivo principale della democrazia è quello di evitare che prevalgano con la violenza e la frode delle minoranze e quindi di limitare con la forza del numero ogni potere delle minoranze che abusino; poi, poiché ciò, nelle fasi di consolidamento della democrazia dopo quelle rivoluzionarie di rovesciamento dei precedenti poteri che abusavano, si fa costruendo un sistema giuridico, secondo il quale ogni potere deve essere esercitato nei limiti e secondo precise norme che lo riguardano, anche le minoranze ricevono una certa tutela dagli abusi delle maggioranze, almeno nei diritti fondamentali, in particolare  con l’istituzione dei sistemi giudiziari basati sul principio dello stato di diritto. La sinodalità si basa invece sull’agàpe  evangelica, in cui chi comanda sta come colui che serve e tutti si è come un’unica famiglia, solidale, misericordiosa, sollecita, pronta ad accogliere anche chi, pur avendo fatto il male, si pente, torna sui suoi passi, e si converte al  vangelo, come il figlio della parabola del padre misericordioso. Include il debole, l’isolato, chi è considerato uno scarto sociale e, come tale, ha meno forza in democrazia, dove conta il numero e nelle sue procedure decisionali prevalgono le maggioranze. Ci si prende cura anche della pecora perduta, come nella parabola evangelica, mentre la massa delle altre, la maggioranza,  se ne rimane al sicuro nell’ ovile. Un ordine di idee completamente diverso, come vedete, secondo il quale però si vorrebbe trasformare l’intera società intorno, ed anche le democrazie, come appunto in parte è avvenuto, ad opera anche dei cristiano-democratici europei, nell’attuale diritto europeo.  I riferimenti della sinodalità ecclesiale sono anzitutto il vangelo di Gesù, il Cristo, e la vita della Trinità, come insegna il Magistero.

2. Nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia si parte menzionando il discorso che papa Francesco tenne il 10 novembre 2015 a Firenze, nella cattedrale di Santa Maria del Fiore,  durante il quinto Convegno ecclesiale nazionale celebrato tra il 9 e il 13 novembre di quell’anno sul tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.

  Nel disegno alle mie spalle, è rappresentato appunto il Papa mentre svolge quel discorso.

   Il primo Convegno ecclesiale nazionale si tenne a Roma nel 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana. I Convegni ecclesiali nazionali sono assemblee in cui ci si parla e ci si ascolta, tra tutte le componenti delle Chiese in Italia, su come vivere la missione dell’evangelizzazione. Sono convocati ogni dieci anni dalla Conferenza episcopale italiana e sono organizzati da un comitato preparatorio da essa nominato. Vi partecipano delegati delle Diocesi e rappresentanti di associazioni e movimenti. La loro funzione è strettamente legata alle concezioni sulla vita e missione della Chiesa che emersero nei documenti del Concilio Vaticano secondo. Sebbene la loro preparazione e organizzazione in definitiva faccia riferimento alla Conferenza episcopale italiana, e quindi siano decise dall’alto, possono essere considerati, quando poi ci si incontra e si dialoga, manifestazione di sinodalità ecclesiale, anche se solo per il tempo limitato della loro celebrazione. Hanno funzione consultiva, ma anche così hanno avuto una importante influenza ecclesiale perché coinvolgono tutte le componenti delle nostre Chiese, e anche perché il Papa vi tiene un discorso diretto specificamente alle Chiese italiane dando indicazioni operative su metodi e finalità.

  Il discorso di papa Francesco del novembre 2015 a quel Convegno ecclesiale nazionale era stato preceduto da un altro suo importante discorso  del 17 ottobre, tenuto in Vaticano commemorando i cinquant’anni dall’istituzione del Sinodo dei vescovi secondo i principi del Concilio Vaticano secondo, in cui aveva parlato di Chiesa costitutivamente sinodale.

 

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151017_50-anniversario-sinodo.html

 

  Ne cito di seguito degli ampi stralci, perché contiene  una spiegazione, termini chiari e semplici, di che cosa è la sinodalità ecclesiale e a che cosa serve:

 

  Fin dall'inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell'ultima assise conciliare.

[…]

 

Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio.

Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola "Sinodo". Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica.

[…]

anche il Gregge possiede un proprio "fiuto" per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa.

È stata questa convinzione a guidarmi quando ho auspicato che il Popolo di Dio venisse consultato nella preparazione del duplice appuntamento sinodale sulla famiglia […] come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce. Attraverso le risposte ai due questionari inviati alle Chiese particolari, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare almeno alcune di esse intorno a delle questioni che le toccano da vicino e su cui hanno tanto da dire.

Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire». È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7).

Il Sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando il Popolo, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo», secondo un principio caro alla Chiesa del primo millennio: «Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet» [traduzione in italiano corrente: “Ciò che riguarda tutti deve essere discusso e deciso da tutti”]. Il cammino del Sinodo prosegue ascoltando i Pastori. Attraverso i Padri sinodali, i Vescovi agiscono come autentici custodi, interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa, che devono saper attentamente distinguere dai flussi spesso mutevoli dell'opinione pubblica.

[…]

 Infine, il cammino sinodale culmina nell'ascolto del Vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani»: non a partire dalle sue personali convinzioni, ma come supremo testimone della fides totius Ecclesiae [traduzione in italiano corrente: “fede di tutta la Chiesa], «garante dell'ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa». [Ciò] non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell'unità. Infatti il Papa è, per volontà del Signore, «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità tanto dei Vescovi quanto della moltitudine dei Fedeli».

[…

 ]

  La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. Se capiamo che, come dice san Giovanni Crisostomo, «Chiesa e Sinodo sono sinonimi»- perché la Chiesa non è altro che il "camminare insieme" del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore - capiamo pure che al suo interno nessuno può essere "elevato" al di sopra degli altri. Al contrario, nella Chiesa è necessario che qualcuno "si abbassi" per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino.

 Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale, anche l'esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come Successore dell'apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell'amore tutte le Chiese.

[…]

Il nostro sguardo si allarga anche all'umanità. Una Chiesa sinodale è come vessillo innalzato tra le nazioni (cfr Is 11,12) in un mondo che – pur invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell'amministrazione della cosa pubblica – consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa che "cammina insieme" agli uomini, partecipe dei travagli della storia, coltiviamo il sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione di servizio dell'autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell'uomo per le generazioni che verranno dopo di noi.

 

   Nel discorso del 10 novembre 2015 ai partecipanti del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze sul tema Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù, quel Papa riprese il discorso sulla sinodalità, ma senza esplicitarne i fondamenti teologici nei termini in cui l’aveva fatto nel discorso del precedente ottobre, bensì legandolo all’esigenza di riformare la Chiesa per conformarla ai sentimenti di Cristo Gesù, dando conseguenti indicazioni operative ed invitando a svilupparle in stile sinodale.

  Disse che, celebrando quel convegno, la Chiesa italiana si era riunita per camminare insieme  in un esempio di sinodalità e la invitò, «in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, [a cercare] di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell[‘esortazione apostolica Evangelii Gaudiium - La gioia del Vangelo, documento del 2013 considerato il programma del nuovo pontificato], per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno».

  Riporto di seguito ampi stralci del discorso del 2015:

 

  Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» ( come si legge nella letta di san Paolo apostolo ai Filippesi, capitolo 2, versetto 5 - Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

  Il primo sentimento è l’umiltà. […] L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti.

  Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede […]  san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. […] Evitiamo, per favore, di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli. Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare.  […]

  Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo.

  Per essere «beati», per gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: «Gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34,9)!

  Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

  Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti.

[…]

Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda [traduzione in italiano corrente: “è sempre da riformare] […]non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.

La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa.

Una […] seconda tentazione da sconfiggere è quella [che] porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. [E’] una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti.

Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa?

Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme.

 […]

Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: “Sono pastore”. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.

Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo.  […]

A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

[…]

Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.

[…]

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo    […]

.Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile.

[…]

  La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. È fratello.

Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini.

 […] La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose.

  Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà.  […]

  Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell[‘esortazione apostolica Evangelii Gaudiium ( La gioia del Vangelo)], per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.


 Si scrisse poi che noi, Chiese in Italia, non eravamo riusciti a recepire le esortazioni di Papa Francesco, il quale, infine, in un altro importante discorso del 30 gennaio 2021 all’Ufficio catechistico nazionale dispose poi d’autorità l’avvio di un processo sinodale di riforma. Disse:

Come ho detto al Convegno ecclesiale di Firenze, desidero una Chiesa «sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». Quanto riferivo allora all’umanesimo cristiano vale anche per la catechesi: essa «afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria, l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura».

Ho menzionato il Convegno di Firenze. Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare.

 

  In Italia siamo abituati da un lato ad attendere sempre specifiche indicazioni del Papa su tutto, dall’altro a considerare pericolosi i cambiamenti sviluppati con una certa autonomia, temendo che possano poi essere disapprovati in sede gerarchica. Inoltre abbiamo poca dimestichezza a dialogare in stile sinodale, innanzi tutto perché a questo non si viene formati, né da giovani né da adulti, così da anziani si è ormai abituati ad attendere l’iniziativa di clero e religiosi e, da parte di questi ultimi, quella dei superiori gerarchici. Ogni persona rimane poi ancorata al proprio modo di vedere le cose, alla propria esperienza, e tende a diffidare di ciò che viene dall’altra gente e delle novità. Il clero è abituato a dirigere senza fare troppo conto di come la pensano le comunità di cui deve occuparsi nel proprio ministero pastorale, anche perché, facendo diversamente, teme di perderne il controllo. Si tratta di costumi che si sono formati in altre epoche della storia delle nostre Chiese, quando la gerarchia e il clero ragionavano diversamente da oggi e le altre persone vi si adattavano. Dunque i cambiamenti potranno avvenire, ritengo, ma con gradualità, a seconda degli ambienti sociali e della capacità delle persone di assimilare i fondamenti e principi della sinodalità, ma soprattutto iniziando a praticarla, per farne tirocinio. E’ importante essere consapevoli di un principio che è emerso chiaramente nel corso dei cammini sinodali svolti dal 2021: non vi è un unico modello di sinodalità, adatto ad ogni tipo di comunità, ad ogni materia di cui occuparsi e ad ogni decisione da prendere. Organizzare la sinodalità stimola e richiede, pertanto, sia la creatività di chi l’anima sia la duttilità del lasciarsi ammaestrare anche dall’esperienza pratica. La sinodalità è una conquista culturale che può rivelarsi assai faticosa e la capacità di correggersi in corso d’opera, tenendo conto dei risultati in relazione alle finalità a cui si mirava viene spesso vissuta come un’umiliazione sgradita, una sorta di sconfessione, perché non si è riusciti a produrre quello che si voleva come si voleva. Ci si mette di mezzo l’orgoglio personale e si cerca di persistere dove sarebbe bene cambiare. Andrebbe fatto tesoro dell’esperienza maturata nelle scienze fisiche, ingegneristiche e della natura, dove, come disse, il premio Nobel Carlo Rubbia il miglior scienziato è quello che ha individuato o fatto tutti gli errori possibili nel suo campo sapendosi però correggere per non ripeterli.

 La via consigliata dal Magistero è, infine, quella di organizzare la sinodalità ecclesiale secondo il principio di sussidiarietà, per il quale non deve essere soffocata la vita sociale della gente imponendo dall’alto soluzioni rigide. Leggiamo al numero 87 dell’enciclica La magnifica umanità, del maggio 2026:

 

 […] la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.

 

  Questo permette di agire rispettando la dignità altrui, ma ha anche un altro importante effetto: induce ad accettare di correggersi in base alle esperienze fatte insieme alle altre persone, superando l’ostinazione nelle vie improduttive e inefficaci indotta dall’orgoglio personale.

  Noi dell’Azione Cattolica, che della sinodalità ecclesiale abbiamo una lunga esperienza, possiamo dare una mano.

  Concludo augurando a tutte e tutti di riuscire ad aprirsi con creatività e intelligenza  alla sinodalità ecclesiale, come forma di sequela di Gesù, nella costruzione dell’agàpe evangelica.

  Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Vallo – blog: acvivearomavalli@blogspot.com.