INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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lunedì 19 ottobre 2026

Conversazione sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato il 25 ottobre 2025 dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 1. Il Discorso tenuto da papa Francesco a Firenze ai rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa Italiana del 10 novembre 2015

 


Conversazione sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato  il 25 ottobre 2025  dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 1. Il Discorso tenuto da papa Francesco a Firenze ai rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa Italiana del  10 novembre 2015

Link al podcast:  

https://youtu.be/GUg0D1KRMZM

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1. Buongiorno care amiche e care amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della parrocchia di san Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli.  Saluto anche tutte le altre persone, partecipi della nostra comunità parrocchiale ma anche di altre comunità di fede, che numerose ci seguono mediante il blog acvivearomavalli.

  Continuo a parlare della sinodalità ecclesiale, accogliendo le esortazioni dei nostri vescovi che  pressantemente  ci invitano a studiarne e comprenderne  fondamenti e principi, a cercare di  organizzarla e a farne  tirocinio per imparare a praticarla con costanza in ogni aspetto della nostra vita comunitaria.

 Dall’ottobre 2021 iniziarono i cammini sinodali sulla sinodalità ecclesiale del Sinodo dei vescovi, rendendovi presenti tutte le Chiese del mondo, e delle Chiese in Italia. Il primo si è concluso il 26 ottobre 2024: ne venne diffuso un Documento finale approvato quel giorno e diffuso immediatamente, su autorizzazione di papa Francesco. Il secondo si è concluso il 25 ottobre 2025: ne venne diffuso un Documento di sintesi recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi dal 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi.

 La durata programmata del sinodo delle Chiese in Italia era di cinque anni: era quindi più lunga di quella del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità. Tuttavia si pensava di concludere nell’aprile 2025. Sorsero però difficoltà nella condivisione del Documento di sintesi e, su mozione dell’Assemblea sinodale, la Presidenza del cammino ripensò integralmente il testo alla luce delle osservazioni presentate, ed esso infine fu approvato il 25 ottobre successivo.

  I processi sinodali non sono tuttavia conclusi: sia il Documento finale  del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità che il Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese italiane sulla sinodalità prevedono infatti che si continui a lavorare sulla sinodalità ecclesiale alla luce dei risultati delle assemblee sinodali celebrate. La finalità è di dare alle nostre Chiese una caratterizzazione sinodale ad ogni livello, in modo da rendere più efficace la missione dell’evangelizzazione facendovi partecipare tutte le persone di fede, naturalmente con modalità diverse a seconda dei ruoli ecclesiali, degli altri incarichi assunti, delle situazioni concrete, delle età e condizioni di vita, delle capacità e competenze, degli impegni concreti presi. La sinodalità vissuta nell’infanzia e nella prima giovinezza non sarà la medesima di quella vissuta da persone anziane, ma la sinodalità metterà comunque in relazione giovani e anziani, come anche preti, persone consacrate e quelle impegnate nell’animare cristianamente le società in cui vivono in altri ruoli. Attualmente, come possiamo personalmente sperimentare, si vive di solito  entro confini sociali ecclesiali piuttosto rigidi e, avendo poca dimestichezza con chi ne sta al di fuori, siamo portati a diffidarne. Nella prima riunione del nuovo anno associativo del nostro gruppo di Azione Cattolica 2026-2027 il parroco ha iniziato esortandoci a non rimanere chiusi tra noi: è una richiesta che va presa sul serio, anche perché poi siamo stati invitati a fare la nostra parte per la parrocchia tutta. Questo è stato un chiaro appello alla sinodalità ecclesiale che consiste proprio in quello, detto benissimo, in termini semplici e chiari.

 Anni fa ho provato a calcolare quante potessero essere le persone che fanno riferimento alla nostra parrocchia per la loro fede cristiana.

  Ricordo che la parrocchia, in Italia, è ancora un’istituzione  molto importante, che riscuote grande credito tra la gente, nonostante che siano più di un tempo le persone che si sono allontanate dalla vita secondo l’etica religiosa e che non lo nascondono. Che cosa sarebbe il nostro quartiere delle Valli senza la cara chiesa parrocchiale ad uno dei capi di viale Val Padana? Il suono della sua campana ci raggiunge e ci conforta e la  grande croce illuminata che abbiamo installato in alto accanto al campanile ci dice che, anche alle Valli,  non siamo soli, non siamo abbandonati, il Signore è sempre tra noi e ci sono ancora persone impegnate a praticare il suo vangelo.

  Dunque di quante persone ci dobbiamo occupare?

  Ci sono i dati dell’ultimo censimento, si può avere un’idea approssimativa di quanta gente abita in ciascuno dei palazzoni di cui è fatto il nostro quartiere, sono stati tracciati precisi confini al territorio della nostra parrocchia, ma bisogna tener conto che la gente che vive a ridosso delle linee di demarcazione tra le parrocchie non di rado gravita intorno all’altra parrocchia rispetto a quella di appartenenza territoriale, e questo per varie ragioni, non ultima la maggiore vicinanza, come può avvenire per le case dell’ultimo tratto di via Conca d’oro verso piazza Sempione, che sarebbero nel territorio della parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione, ma la cui gente spesso frequenta la nostra parrocchia.

  Bisogna poi tener conto degli indici di pratica religiosa in Italia, distinti tra quella saltuaria, quella più assidua di chi va abitualmente a messa di domenica e nelle altre solennità, quella che comporta anche la partecipazione a movimenti e associazione insediati nella parrocchia e, infine, quella in cui si collabora attivamente ai servizi religiosi.

  Ho stimato in circa tra ottomila e diecimila le persone che per le loro esigenze religiose fanno riferimento principale alla nostra parrocchia, in un migliaio quelle che partecipano abitualmente alle nostre messe domenicali, in circa quattrocento quelle che partecipano alle attività di  movimenti e associazioni insediati nelle parrocchia, il maggiore dei quali è costituito dalle comunità neocatecumenali, che radunano però anche gente che vive fuori della parrocchia e che viene da noi più che altro per seguire  quella particolare spiritualità, e in non  più di una cinquantina, al più,  le persone impegnate a vario titolo nei servizi parrocchiali. I preti che si occupano di noi si contano sulle dita di una mano. Ci possiamo poi valere del magistero del vescovo emerito mons. Apicella,  che, formatosi da giovane nella nostra parrocchia, è tornato a vivere tra noi nel quartiere dopo aver concluso per limiti d’età il suo alto ministero nella Diocesi di Velletri.

  Capite bene che se, gradualmente, si riuscisse  a coinvolgere almeno quel migliaio di persone che viene regolarmente a messa da noi nella sinodalità ecclesiale  come è stata proposta nei cammini sinodali finora svolti, da un lato si riuscirebbe a fare di più, anzi molto di più, dall’altro si libererebbe progressivamente il clero da incombenze molto onerose, che prendono molto tempo e che però non rientrano necessariamente solo nel suo specifico ministero. E poi va tenuto conto che la sinodalità ecclesiale non riguarda solo gli spazi dove si svolgono le attività liturgiche e di formazione specificamente religiosa, ad esempio ciò che si fa nella chiesa parrocchiale e negli annessi edifici. Di questo non vedo sufficiente consapevolezza nei preti e anche nell’altra gente.

  Leggiamo nel n.31 della  Costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Luce per le genti, deliberata durante il Concilio Vaticano secondo:

 

  Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.

 

   Chi anima e governa le nostre società, le loro istituzioni pubbliche, gli enti privati, le relazioni economiche e via dicendo? Clero e persone consacrate in minima parte, non fosse altro perché sono pochi. In realtà per la massima parte tutto quello che si muove al di fuori degli spazi specificamente ecclesiastici, a cominciare dalle famiglie dove si mettono al mondo  e allevano le nuovi generazioni, è nelle mani delle persone cosiddette laiche, vale a dire di coloro che, pur costituendo la maggior parte del Popolo di Dio,  sono considerati semplicemente popolo e che, per cause complesse da spiegare qui e nel corso di una lunga storia protrattasi in particolare nel Secondo millennio, sono stati relegati in ruoli ecclesiali considerati minori, rispetto a quelli svolti dalle componenti minoritarie della Chiesa, appunto clero e persone consacrate. E’ lì che, in particolare, sarebbe necessario intensificare la presenza evangelizzatrice del popolo cristiano, quello il cui tempo è preso dalla cura della famiglia, dal lavoro in tutti i campi dell’economia e delle istituzioni pubbliche, dalla partecipazione politica e sociale in tutte le sedi in cui le relazioni umane in cui consiste la società civile si sviluppano. Dell’importanza di questa presenza nella società  le stesse persone laiche non si rendono sempre conto e, a volte,  entrano in chiesa un po’ come straniere, sentendosi rimproverare, magari, di non aver ancora insegnato ai bimbi il segno della croce o le preghiere di base, mentre però ce li portano perché siano iniziati alla fede, e questa è già una bella prova di fiducia e propriamente di fede, e comunque li stanno evangelizzando con il loro esempio di vita, che è fatto, in famiglia, del prendersi reciprocamente cura, in un costante esercizio di tutte le opere di misericordia, e poi cercano di vivere  da persone cristiane nel mondo in tutto ciò che d’altro fanno manifestandovi il vangelo. Si pensa, insomma, a volte, che l’essenziale per la missione evangelizzatrice si faccia solo dentro gli spazi ecclesiastici, vissuti più che altro come le case di preti e persone consacrate, e non anche fuori di essi, lì dove si forma e si agita ciò che deve essere trasformato secondo il vangelo. E’ ciò di cui papa Francesco spesso si rammaricava, esortandoci ad essere Chiesa in uscita, in genere però inascoltato. E’ stato scritto che spesso siamo disposti a onorare i nostri Papi, ma poi molto meno ad ascoltarne e, soprattutto a seguirne, il Magistero.   

  In questo lavoro di trasformazione della società secondo il vangelo non si dovrebbe andare in ordine sparso, ciascuna persona da sola o al più legata a propri gruppi di elezione, ma come parti vive dell’intera Chiesa e quindi in unione sinodale con tutta l’altra gente che l’anima, il che significa uniti nella fede e nella pratica di quel vangelo che si vuole diffondere e che si esprime in quell’agàpe evangelica della quale la sinodalità è manifestazione. Non si trasmette e diffonde se non ciò che si porta e si manifesta con la propria vita.

  Però, per essere utili, occorre capire bene la sinodalità, per non travisarne forme e finalità sulla base di concezioni personali, e questo richiede impegno. E poi la cosa più impegnativa: fare concreto tirocinio di sinodalità, avendo a che fare con le altre persone come realmente sono, non come vorremmo che fossero.

 Ci sono documenti da studiare, una storia di cui essere consapevoli, e poi bisogna essere disposti a fare tirocinio anche tenendo conto  di quello che si apprende dall’esperienza pratica, pronti a correggersi dove quello che si fa non va nella direzione giusta, soprattutto disponendosi all’ascolto, che è uno dei principali atteggiamenti propedeutici all’organizzazione della sinodalità.

  C’è da capire bene, ad esempio,  in che cosa la sinodalità ecclesiale differisce dalla democrazia politica: la sinodalità è molto di più della democrazia politica e, va precisato, se oggi noi, parlando di democrazia, l’associamo, ad esempio, allo spirito di pace, di servizio, di ascolto, è perché nella democrazia come la si concepisce tra noi nell’Unione Europea sono stati trasfusi molti e importanti elementi caratteristici della sinodalità ecclesiale cristiana, appunto lo spirito di pace, servizio e ascolto. Infatti, raggiungendo una certa consapevolezza storica, si capisce bene che la democrazia, in sé, non è pacifica, tutt’altro, e, poiché vi si fanno prevalere le maggioranze, esse sono poi portate ad abusare in danno di chi ha la peggio: è successo tante volte, infinite volte. Nelle assemblee democratiche si dibatte, ma non è detto che ci si ascolti e, quando si compete per il governo della cosa pubblica, può essere anche che si abbia di mira l’interesse generale, ma non è detto che lo si faccia per spirito di servizio, e anzi spesso si agisce spinti anche dal proprio interesse particolare e dalle proprie ambizioni. L’obbiettivo principale della democrazia è quello di evitare che prevalgano con la violenza e la frode delle minoranze e quindi di limitare con la forza del numero ogni potere delle minoranze che abusino; poi, poiché ciò, nelle fasi di consolidamento della democrazia dopo quelle rivoluzionarie di rovesciamento dei precedenti poteri che abusavano, si fa costruendo un sistema giuridico, secondo il quale ogni potere deve essere esercitato nei limiti e secondo precise norme che lo riguardano, anche le minoranze ricevono una certa tutela dagli abusi delle maggioranze, almeno nei diritti fondamentali, in particolare  con l’istituzione dei sistemi giudiziari basati sul principio dello stato di diritto. La sinodalità si basa invece sull’agàpe  evangelica, in cui chi comanda sta come colui che serve e tutti si è come un’unica famiglia, solidale, misericordiosa, sollecita, pronta ad accogliere anche chi, pur avendo fatto il male, si pente, torna sui suoi passi, e si converte al  vangelo, come il figlio della parabola del padre misericordioso. Include il debole, l’isolato, chi è considerato uno scarto sociale e, come tale, ha meno forza in democrazia, dove conta il numero e nelle sue procedure decisionali prevalgono le maggioranze. Ci si prende cura anche della pecora perduta, come nella parabola evangelica, mentre la massa delle altre, la maggioranza,  se ne rimane al sicuro nell’ ovile. Un ordine di idee completamente diverso, come vedete, secondo il quale però si vorrebbe trasformare l’intera società intorno, ed anche le democrazie, come appunto in parte è avvenuto, ad opera anche dei cristiano-democratici europei, nell’attuale diritto europeo.  I riferimenti della sinodalità ecclesiale sono anzitutto il vangelo di Gesù, il Cristo, e la vita della Trinità, come insegna il Magistero.

2. Nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia si parte menzionando il discorso che papa Francesco tenne il 10 novembre 2015 a Firenze, nella cattedrale di Santa Maria del Fiore,  durante il quinto Convegno ecclesiale nazionale celebrato tra il 9 e il 13 novembre di quell’anno sul tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.

  Nel disegno alle mie spalle, è rappresentato appunto il Papa mentre svolge quel discorso.

   Il primo Convegno ecclesiale nazionale si tenne a Roma nel 1976 sul tema Evangelizzazione e promozione umana. I Convegni ecclesiali nazionali sono assemblee in cui ci si parla e ci si ascolta, tra tutte le componenti delle Chiese in Italia, su come vivere la missione dell’evangelizzazione. Sono convocati ogni dieci anni dalla Conferenza episcopale italiana e sono organizzati da un comitato preparatorio da essa nominato. Vi partecipano delegati delle Diocesi e rappresentanti di associazioni e movimenti. La loro funzione è strettamente legata alle concezioni sulla vita e missione della Chiesa che emersero nei documenti del Concilio Vaticano secondo. Sebbene la loro preparazione e organizzazione in definitiva faccia riferimento alla Conferenza episcopale italiana, e quindi siano decise dall’alto, possono essere considerati, quando poi ci si incontra e si dialoga, manifestazione di sinodalità ecclesiale, anche se solo per il tempo limitato della loro celebrazione. Hanno funzione consultiva, ma anche così hanno avuto una importante influenza ecclesiale perché coinvolgono tutte le componenti delle nostre Chiese, e anche perché il Papa vi tiene un discorso diretto specificamente alle Chiese italiane dando indicazioni operative su metodi e finalità.

  Il discorso di papa Francesco del novembre 2015 a quel Convegno ecclesiale nazionale era stato preceduto da un altro suo importante discorso  del 17 ottobre, tenuto in Vaticano commemorando i cinquant’anni dall’istituzione del Sinodo dei vescovi secondo i principi del Concilio Vaticano secondo, in cui aveva parlato di Chiesa costitutivamente sinodale.

 

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/october/documents/papa-francesco_20151017_50-anniversario-sinodo.html

 

  Ne cito di seguito degli ampi stralci, perché contiene  una spiegazione, termini chiari e semplici, di che cosa è la sinodalità ecclesiale e a che cosa serve:

 

  Fin dall'inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell'ultima assise conciliare.

[…]

 

Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio.

Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola "Sinodo". Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica.

[…]

anche il Gregge possiede un proprio "fiuto" per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa.

È stata questa convinzione a guidarmi quando ho auspicato che il Popolo di Dio venisse consultato nella preparazione del duplice appuntamento sinodale sulla famiglia […] come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce. Attraverso le risposte ai due questionari inviati alle Chiese particolari, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare almeno alcune di esse intorno a delle questioni che le toccano da vicino e su cui hanno tanto da dire.

Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più che sentire». È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7).

Il Sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando il Popolo, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo», secondo un principio caro alla Chiesa del primo millennio: «Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet» [traduzione in italiano corrente: “Ciò che riguarda tutti deve essere discusso e deciso da tutti”]. Il cammino del Sinodo prosegue ascoltando i Pastori. Attraverso i Padri sinodali, i Vescovi agiscono come autentici custodi, interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa, che devono saper attentamente distinguere dai flussi spesso mutevoli dell'opinione pubblica.

[…]

 Infine, il cammino sinodale culmina nell'ascolto del Vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani»: non a partire dalle sue personali convinzioni, ma come supremo testimone della fides totius Ecclesiae [traduzione in italiano corrente: “fede di tutta la Chiesa], «garante dell'ubbidienza e della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa». [Ciò] non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell'unità. Infatti il Papa è, per volontà del Signore, «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità tanto dei Vescovi quanto della moltitudine dei Fedeli».

[…

 ]

  La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. Se capiamo che, come dice san Giovanni Crisostomo, «Chiesa e Sinodo sono sinonimi»- perché la Chiesa non è altro che il "camminare insieme" del Gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore - capiamo pure che al suo interno nessuno può essere "elevato" al di sopra degli altri. Al contrario, nella Chiesa è necessario che qualcuno "si abbassi" per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino.

 Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale, anche l'esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo – come Successore dell'apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell'amore tutte le Chiese.

[…]

Il nostro sguardo si allarga anche all'umanità. Una Chiesa sinodale è come vessillo innalzato tra le nazioni (cfr Is 11,12) in un mondo che – pur invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell'amministrazione della cosa pubblica – consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa che "cammina insieme" agli uomini, partecipe dei travagli della storia, coltiviamo il sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione di servizio dell'autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo più bello e più degno dell'uomo per le generazioni che verranno dopo di noi.

 

   Nel discorso del 10 novembre 2015 ai partecipanti del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze sul tema Il nuovo umanesimo in Cristo Gesù, quel Papa riprese il discorso sulla sinodalità, ma senza esplicitarne i fondamenti teologici nei termini in cui l’aveva fatto nel discorso del precedente ottobre, bensì legandolo all’esigenza di riformare la Chiesa per conformarla ai sentimenti di Cristo Gesù, dando conseguenti indicazioni operative ed invitando a svilupparle in stile sinodale.

  Disse che, celebrando quel convegno, la Chiesa italiana si era riunita per camminare insieme  in un esempio di sinodalità e la invitò, «in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, [a cercare] di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell[‘esortazione apostolica Evangelii Gaudiium - La gioia del Vangelo, documento del 2013 considerato il programma del nuovo pontificato], per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno».

  Riporto di seguito ampi stralci del discorso del 2015:

 

  Non voglio qui disegnare in astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti di Cristo Gesù» ( come si legge nella letta di san Paolo apostolo ai Filippesi, capitolo 2, versetto 5 - Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni.

Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.

  Il primo sentimento è l’umiltà. […] L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti.

  Un altro sentimento di Gesù che dà forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede […]  san Paolo. Dunque, più che il disinteresse, dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è sempre in uscita. […] Evitiamo, per favore, di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli. Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare.  […]

  Un ulteriore sentimento di Cristo Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la gioia del Vangelo.

  Per essere «beati», per gustare la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto. La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace incomparabile: «Gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34,9)!

  Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio che non mente.

  Una Chiesa che presenta questi tre tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti.

[…]

Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi, interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si chiama Gesù Cristo.

La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda [traduzione in italiano corrente: “è sempre da riformare] […]non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività.

La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai in difensiva per timore di perdere qualcosa.

Una […] seconda tentazione da sconfiggere è quella [che] porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza della carne del fratello. [E’] una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti.

Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.

Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta chiedendo il Papa?

Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme.

 […]

Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la vostra gioia: “Sono pastore”. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi un vescovo, è la sua gente.

Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo.  […]

A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.

[…]

Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed è ricca di speranza.

[…]

Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme, pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. Accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo    […]

.Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile.

[…]

  La Chiesa sia fermento di dialogo, di incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà.

E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo. Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle nostre pur autentiche certezze. È fratello.

Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini.

 […] La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose.

  Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà.  […]

  Sebbene non tocchi a me dire come realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell[‘esortazione apostolica Evangelii Gaudiium ( La gioia del Vangelo)], per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile. Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.


 Si scrisse poi che noi, Chiese in Italia, non eravamo riusciti a recepire le esortazioni di Papa Francesco, il quale, infine, in un altro importante discorso del 30 gennaio 2021 all’Ufficio catechistico nazionale dispose poi d’autorità l’avvio di un processo sinodale di riforma. Disse:

Come ho detto al Convegno ecclesiale di Firenze, desidero una Chiesa «sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». Quanto riferivo allora all’umanesimo cristiano vale anche per la catechesi: essa «afferma radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria, l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura».

Ho menzionato il Convegno di Firenze. Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare.

 

  In Italia siamo abituati da un lato ad attendere sempre specifiche indicazioni del Papa su tutto, dall’altro a considerare pericolosi i cambiamenti sviluppati con una certa autonomia, temendo che possano poi essere disapprovati in sede gerarchica. Inoltre abbiamo poca dimestichezza a dialogare in stile sinodale, innanzi tutto perché a questo non si viene formati, né da giovani né da adulti, così da anziani si è ormai abituati ad attendere l’iniziativa di clero e religiosi e, da parte di questi ultimi, quella dei superiori gerarchici. Ogni persona rimane poi ancorata al proprio modo di vedere le cose, alla propria esperienza, e tende a diffidare di ciò che viene dall’altra gente e delle novità. Il clero è abituato a dirigere senza fare troppo conto di come la pensano le comunità di cui deve occuparsi nel proprio ministero pastorale, anche perché, facendo diversamente, teme di perderne il controllo. Si tratta di costumi che si sono formati in altre epoche della storia delle nostre Chiese, quando la gerarchia e il clero ragionavano diversamente da oggi e le altre persone vi si adattavano. Dunque i cambiamenti potranno avvenire, ritengo, ma con gradualità, a seconda degli ambienti sociali e della capacità delle persone di assimilare i fondamenti e principi della sinodalità, ma soprattutto iniziando a praticarla, per farne tirocinio. E’ importante essere consapevoli di un principio che è emerso chiaramente nel corso dei cammini sinodali svolti dal 2021: non vi è un unico modello di sinodalità, adatto ad ogni tipo di comunità, ad ogni materia di cui occuparsi e ad ogni decisione da prendere. Organizzare la sinodalità stimola e richiede, pertanto, sia la creatività di chi l’anima sia la duttilità del lasciarsi ammaestrare anche dall’esperienza pratica. La sinodalità è una conquista culturale che può rivelarsi assai faticosa e la capacità di correggersi in corso d’opera, tenendo conto dei risultati in relazione alle finalità a cui si mirava viene spesso vissuta come un’umiliazione sgradita, una sorta di sconfessione, perché non si è riusciti a produrre quello che si voleva come si voleva. Ci si mette di mezzo l’orgoglio personale e si cerca di persistere dove sarebbe bene cambiare. Andrebbe fatto tesoro dell’esperienza maturata nelle scienze fisiche, ingegneristiche e della natura, dove, come disse, il premio Nobel Carlo Rubbia il miglior scienziato è quello che ha individuato o fatto tutti gli errori possibili nel suo campo sapendosi però correggere per non ripeterli.

 La via consigliata dal Magistero è, infine, quella di organizzare la sinodalità ecclesiale secondo il principio di sussidiarietà, per il quale non deve essere soffocata la vita sociale della gente imponendo dall’alto soluzioni rigide. Leggiamo al numero 87 dell’enciclica La magnifica umanità, del maggio 2026:

 

 […] la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.

 

  Questo permette di agire rispettando la dignità altrui, ma ha anche un altro importante effetto: induce ad accettare di correggersi in base alle esperienze fatte insieme alle altre persone, superando l’ostinazione nelle vie improduttive e inefficaci indotta dall’orgoglio personale.

  Noi dell’Azione Cattolica, che della sinodalità ecclesiale abbiamo una lunga esperienza, possiamo dare una mano.

  Concludo augurando a tutte e tutti di riuscire ad aprirsi con creatività e intelligenza  alla sinodalità ecclesiale, come forma di sequela di Gesù, nella costruzione dell’agàpe evangelica.

  Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Vallo – blog: acvivearomavalli@blogspot.com.


venerdì 16 ottobre 2026

Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa - il bene comune – Sezione Il principio della destinazione universale dei beni, numeri da 65

 


Magnifica humanitas  enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa   - il bene comune – Sezione Il principio della destinazione universale dei beni, numeri da 65

Link al podcast:  

https://youtu.be/OgMGAzChYEQ

Il profeta Elia annuncia al re Acab il castigo di Dio, per la morte del contadino Nabot, al quale aveva sottratto il suo campo dopo che la regina, con falsi testimoni, ne aveva determinato l’ingiusta condanna a morte [1Re 21]


Buongiorno, care amiche e cari amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli.

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.

  Nei numeri da 65 a 67 del capitolo secondo, sui fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa, si tratta del principio della destinazione universale dei beni, che ha una antica, lunga e complessa tradizione nel pensiero cristiano e nel Magistero.

  I fondamenti riguardano la natura dell'essere umano, la sua relazione con Dio e il perché vada custodita la dignità di ogni persona; i principi riguardano come organizzare la società perché rispetti ciò che l'essere umano è e la sua dignità.

 Gli ordinamenti politici regolano le relazioni tra le persone e le collettività con i beni della terra, per stabilire in che limiti e come possano essere fatti propri e ceduti, e anche trasmessi alle generazioni successive. È la questione della proprietà, che però non è al centro della sezione del capitolo secondo che stiamo esaminando. L'insegnamento sociale che se ne è occupato viene richiamato per chiarire un punto: l'insieme di poteri e facoltà sui beni che chiamiamo proprietà, e che nella storia ha avuto regole giuridiche diverse, è subordinato al principio della destinazione universale dei beni. Questo principio si fonda sul fatto che i beni della terra sono donati da Dio all'intera famiglia umana perché sostengano la vita di tutte le persone, comprese le generazioni future. Perciò ogni persona ha un diritto originario a usare quei beni: ciò significa che  qualunque siano le regole giuridiche della proprietà, la vita delle persone, legata alla loro dignità voluta da Dio, viene prima, chi è nel bisogno ha diritto di servirsene per sopravvivere e chi possiede deve utilizzarli anche per il bene altrui. Secondo la tradizione cristiana, è ricordato nell’enciclica, la proprietà ha anche una funzione sociale ed è considerata un mezzo per custodire e amministrare i beni in modo che possano servire meglio al bene comune. Questa concezione, è precisato nell’enciclica, «non deve essere considerata una mera opinione teologica, ma una dottrina certa della Chiesa, già presente nelle Sacre Scritture e nei Padri». Essa ha fondato una delle attività caratteristiche delle Chiese cristiane di tutti i tempi, dalle origini fino ad oggi, vale a dire l’assistenza ai bisognosi, intesa non solo come elemosina in senso religioso, ma anche come condividere beni destinati alla famiglia umana. Non farlo è come derubare il bisognoso: è un pensiero che viene  espresso da san Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli,  un Padre del Quarto secolo di ambiente culturale greco, in una omelia sulla narrazione evangelica relativa al Lazzaro  della parabola narrata nel capitolo 16 del Vangelo secondo Luca, e da sant’Ambrogio vescovo di Milano, un Padre di ambiente culturale latino della stessa epoca, in un trattato sull’episodio biblico del contadino Nabot  e del re Acab narrato nel capitolo 21 del primo libro dei Re. In questo brano biblico si narra che il conttadino  Nabot, che aveva rifiutato di cedere al re Acab la vigna ereditata dai padri, fu accusato da falsi testimoni, su istigazione della regina Gezabele, di aver maledetto Dio e il re, e venne lapidato. Il profeta Elia affrontò Acab, lo accusò di omicidio e gli annunciò che i cani avrebbero leccato il suo sangue dove avevano leccato quello di Nabot, e che la sua casata sarebbe stata sterminata. Il re si umiliò,  indossando un abito di sacco e digiunando; per questo Dio rinviò il castigo sulla sua casa ai giorni del figlio. Acab morì poi in battaglia, colpito da una freccia, e presso la piscina di Samaria i cani leccarono il suo sangue, colato dal suo carro. Il figlio Ioram fu poi ucciso e il suo cadavere gettato nel campo di Nabot, mentre Gezabele fu gettata da una finestra e divorata dai cani.  Ambrogio stigmatizzò l’avidità predatoria da parte del ricco e potente e il pervertimento e strumentalizzazione della giustizia asservita ai suoi interessi. Per il principio della destinazione universale dei beni voluta da Dio, quanto si dona al povero in realtà gli è restituito: la terra è di tutti, non dei ricchi. E’ una linea di pensiero costante nei Padri della Chiesa, gli scrittori, vissuti tra il Primo e l’Ottavo secolo, che si ritengono fondamentali per la definizione della dottrina cristiana. Più avanti, Tommaso d’Aquino, vissuto nel Duecento, sostenne che regolare la proprietà privata è necessario per dare ordine, laboriosità e pace alla società, ma che si deve essere pronti ad usare ciò che si possiede anche per venire incontro alle necessità altrui.

  Nella prima enciclica della dottrina sociale contemporanea, la Delle novità del 1891, ci si richiama all’insegnamento di Tommaso d’Aquino; nella successiva enciclica Il quarantennale del 1931, nell’anniversario dei quarant’anni dalla prima, si afferma il duplice carattere, individuale e sociale, della proprietà, e nell’enciclica Madre e Maestra del 1961 si ribadisce l’intrinseca funzione sociale della proprietà.

 Nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano secondo, celebrato a Roma e concluso nel 1965, al n.69 troviamo la formulazione del principio della destinazione universale dei beni alla quale ci si richiamò nel Magistero successivo:

 

69. I beni della terra e loro destinazione a tutti gli uomini

  Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene all'uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola della giustizia, inseparabile dalla carità (si  veda la Summa Theologiae – Encliclopedia di teologia di Tommaso d’Aquino). Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. L'uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri (la nota 148 cita ampiamente la letteratura patristica e altri autori cristiani). Del resto, a tutti gli uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla propria famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della Chiesa, i quali insegnavano che gli uomini hanno l'obbligo di aiutare i poveri, e non soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estrema necessità, ha diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il fatto del numero assai elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi dalla fame, il sacro Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che autorità pubbliche, affinché - memori della sentenza dei Padri: « Dà da mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da mangiare, lo avrai ucciso » (frase attribuita a sant’Ambrogio dal Decreto di Graziano, una raccolta di testi contenenti testi di letteratura giuridica ritenuti autorevoli nel disciplinare la vita della Chiesa  pubblicata nel dodicesimo secolo) realmente mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi.

  Questa idea della tradizione cristiana della destinazione universale dei beni lega la dignità dell'essere umano alla relazione con Dio, non ai beni che possiede. È l'opposto della concezione secondo la quale si sarebbe più degni quanto più si è ricchi, come se la ricchezza non fosse soltanto accumulata, ma anche meritata, e il possederla fosse la prova di questo merito. Nelle concezioni filosofiche, culturali e politiche che si diffusero in Europa dal Seicento, in polemica con gli abusi dei regimi assoluti, la proprietà venne considerata la base della dignità sociale della persona e, come tale, un diritto inviolabile da difendere contro qualunque pretesa del potere politico. Questa concezione della proprietà non è accolta dalla dottrina sociale nella misura in cui ostacoli i doveri di solidarietà sociale e il perseguimento anche del bene comune, oltre che quello di chi possiede dei beni,  quindi la funzione sociale della proprietà.

  Anche per l’opera dei democratici cristiani nell’Assemblea costituente Italiana, che tra il 1946 e il 1947 scrisse e deliberò la nostra nuova Costituzione democratica  entrata in vigore il 1 gennaio 1948, la funzione sociale della proprietà è entrata in quella legge fondamentale:

 

articolo 42

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

 

  Dall’Ottocento, soprattutto con lo sviluppo dell’economia politica e della sociologia, cominciò a maturare anche nel pensiero cristiano la consapevolezza che le disuguaglianze sociali, per cui la maggior parte delle ricchezze si concentra nelle mani di minoranze mentre larghe fasce della popolazione vivono in povertà, non dipendono solo dalla cattiveria e avidità delle persone, ma anche da cause sistemiche, relative a come è organizzata la società. Il benessere della popolazione, attraverso interventi sociali e provvidenze varie, divenne allora sempre più un obiettivo politico dei poteri pubblici, perseguito con risorse ricavate soprattutto dai tributi stabiliti dalla legge. Ne risentì anche la disciplina giuridica della proprietà, alla quale venne riconosciuta in vario modo una funzione sociale. Vennero stabilite norme per impedire gli abusi di potere a danno delle parti deboli nel sistema economico. Questa tendenza politica venne assecondata e sollecitata dalla dottrina sociale, nel rispetto del principio di sussidiarietà secondo il quale i pubblici poteri devono aiutare e sostenere la società civile, senza soffocarla.

  Oggi i cittadini europei rispettosi delle leggi, con le loro tasse, destinano una parte considerevole del proprio reddito al benessere altrui, adempiendo così una parte rilevante del dovere di solidarietà richiamato dalla dottrina sociale. Mediante i servizi pubblici si provvede infatti alla cura delle persone malate e all’assistenza delle altre persone bisognose, all’erogazione di pensioni agli anziani che non potrebbero averle in base ai soli contributi versati al sistema previdenziale, all’istruzione dei giovani, e ad altri scopi sociali.

 Disse papa Francesco il 4 febbraio 2017, in un discorso tenuto ai partecipanti all’incontro sull’economia di comunione:

 

Oggi si attuano molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto ciò, da una parte, è una crescita in umanità. Nella Bibbia i poveri, gli orfani, le vedove, gli “scarti” della società di quei tempi, erano aiutati con la decima e la spigolatura del grano. Ma la gran parte del popolo restava povero, quegli aiuti non erano sufficienti a sfamare e a curare tutti. Gli “scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso.

 

  Nell’enciclica La magnifica umanità si affronta il tema dell’importanza crescente dei beni immateriali e della cultura rispetto a quelli materiali, come il suolo, gli edifici, i prodotti agricoli, le materie prime, i vari manufatti di uso comune. Sono beni immateriali quelli che non consistono in cose che possono essere toccate, ma che tuttavia possono essere posseduti, ceduti, usati, come, ad esempio, una canzone, il testo di un romanzo, il progetto di un macchinario o, si precisa nell’enciclica, brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Un brevetto è il provvedimento  pubblico con cui si riconosce il diritto esclusivo di trarre profitto da un’invenzione per un certo tempo, un algoritmo è una sequenza di istruzioni che un elaboratore elettronico può eseguire per produrre un certo risultato, una piattaforma digitale è un servizio via internet reso alle persone che si collegano, le infrastrutture tecnologiche sono le macchine, le costruzioni e le reti fisiche, ad esempio cavi e satelliti, che rendono possibile fornire servizi, i dati, nell’ambito dei servizi informatici, sono tracce che lasciamo usando strumenti digitali, come i nostri telefoni cellulari.

 Anche questi beni, si insegna nell’enciclica La magnifica umanità,  devono ritenersi destinati a tutte  le persone, ma, si legge al n.67 «in un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini».

 

  Si aprono, quindi, nuovi campi di intervento per i pubblici poteri, nell’interesse generale, per la tutela del bene comune, anche perché le attività consentite dalle nuove tecnologie si svolgano rispettando  l’ambiente, evitando sprechi e nuove forme di saccheggio.

 Infatti, come si legge al  n.108 dell’enciclica:

 

108. In effetti, come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’Intelligenza Artificiale tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione: piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli. Per questo è indispensabile che l’impiego dell’Intelligenza Artificiale – soprattutto quando coinvolge beni pubblici e diritti fondamentali – sia accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla partecipazione e alla sussidiarietà: le comunità e i corpi intermedi non possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono poter contribuire al discernimento e alla vigilanza. Inoltre, la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi. Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o collettivi, nella logica della condivisione, come già suggeriva san Giovanni Paolo secondo a proposito dei beni collettivi [nella nota 128 si precisa che ci si riferisce al n.40 dell’enciclica Il centenario, del 1991, in cui tra i beni collettivi si menzionano  l'ambiente naturale e l'ambiente umano].

 

 A tutte e a tutti l’augurio di una serena e operosa giornata. Pace e bene.

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com 


lunedì 12 ottobre 2026

conversazione sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato il 25 ottobre 2025 dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 0. Introduzione al tema

 



Conversazione sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato  il 25 ottobre 2025  dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 0. Introduzione al tema

Link al podcast:

  https://youtu.be/44fW342zJ74


Una sessione di un’assemblea sinodale con le persone che partecipano impegnate in un dialogo con il metodo della conversazione spirituale, divisi per piccoli gruppi intorno a tavoli circolari

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  Buonasera, care amiche e cari amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli. Alle mie spalle potete vedere un disegno che ritrae una  sessione di un’assemblea sinodale con le persone che partecipano impegnate in un dialogo con il metodo della conversazione spirituale, divisi per piccoli gruppi intorno a tavoli circolari. Questo metodo è raccomandato a tutte le persone di fede, dal cardinale alla gente laica delle parrocchie, per dialogare, discernere, che significa scegliere il bene alla luce del vangelo, e decidere in stile sinodale, parola che ci giunge dal greco antico e che significa camminando insieme. Abbiamo visto in televisione lo stesso Papa impegnato nel dialogo con quel metodo, seduto con un piccolo gruppo di persone interno a un tavolo circolare. Questo indica la grande importanza che oggi si dà alla sinodalità ecclesiale.  

  Ho allora pensato di affiancare le conversazioni che sto svolgendo sull’enciclica La magnifica umanità  con altre proprio  sul tema della sinodalità ecclesiale, sul quale si avverte l’esigenza di saperne un po’ di più per poter fare anche noi la nostra parte, come ci chiedono i nostri vescovi.

  Parlerò di principi  e  pratica, i primi tratti principalmente dal documento La sinodalità nella vita e missione della Chiesa, diffuso dalla Commissione teologica internazionale nel marzo 2018, e dal documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato  il 25 ottobre 2025  dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi, la seconda vissuta da me, anche insieme a voi, nel corso di una lunga esperienza ecclesiale, iniziata proprio in questa parrocchia, a sette anni, quando frequentavo la scuola elementare nel plesso in piazza Capri, e anche appresa da altre persone, anche da veri maestri,  e leggendo. Ho vissuto fin da molto giovane la sinodalità in Azione Cattolica, nella Fuci e nel Meic, associazioni queste ultime due strettamente collegate con l’Azione Cattolica, e l’ho imparata prima facendone tirocinio e poi apprendendone fondamenti e principi seguendo lezioni di esperti, leggendo vari testi e soprattutto alla luce del Magistero dei Papi.

  L’esigenza di sinodalità sorge naturalmente, quando si vive la fede in una comunità, come ad esempio in una parrocchia, che in Italia è tuttora un’istituzione comunitaria veramente molto importante, a cui la gente fa riferimento in tante vicende della vita, liete  e tristi, quando si ha bisogno di aiuto e conforto, ad esempio nell’educazione etica delle persone più giovani o nei rovesci della vita.

 Nella prima riunione del nostro gruppo, sabato scorso, abbiamo avuto tra noi il parroco. Attraverso di lui, che, sebbene ancor giovane,  è un po’ il padre di tutte e tutti noi in parrocchia, e come tale anche l’elemento di raccordo tra tutte le varie attività ed esperienze della nostra comunità, abbiamo avuto importanti indicazioni su che fare in parrocchia. Dobbiamo chiederci, ha detto,  come possiamo essere utili per la vita parrocchiale, non solo all’interno del nostro gruppo: questo significa aprirsi al resto della gente della comunità, non rimanere chiusi tra noi stessi. E poi ci ha esortato ad essere fonte di armonia e di unità, senza seminare discordia. Sappiamo infatti che non di rado le persone che seguono i vari gruppi sono diffidenti verso le esperienze altrui e sono poco disposte a lavorare insieme. E infine, e questo è molto importante, ci ha detto di cominciare ad esercitare la sinodalità proprio con lui, con il parroco, creando comunione nel nome di Cristo. Ci ha ricordato il principio del cristocentrismo, centrale dei documenti più importanti del Concilio Vaticano secondo, che significa fare unità nel nome di Gesù Cristo, secondo  i suoi insegnamenti e il suo esempio, e quindi stando in mezzo alle altre persone come coloro che servono, manifestandoci così Popolo di Dio. Per riuscire in questi impegni, ci ha anche detto,  dobbiamo iniziare con l’esaminare la nostra condotta, alla luce della Parola di Dio, perché la vita delle persone cristiane è un cammino di costante conversione.

  In  poche e semplici parole, il parroco ha delineato benissimo in che cosa consiste la sinodalità ecclesiale. Del resto, come ci ha riferito, il clero romano ha avuto una costante formazione in merito, perché vescovi, cardinali e Papa spingono pressantemente per sviluppare i cammini sinodali, trasformando il modo di vivere come Chiesa per diffondere più efficacemente il vangelo nel mondo, la missione di ogni persona cristiana.

  Ci si può sentire, soprattutto quando si è molto giovani o persone anziane, non all’altezza di un compito così grande, ma, in realtà, ci insegna il Papa nell’enciclica La magnifica umanità, ogni persona, ad ogni livello, in ogni ambiente, può fare la sua parte. E’ l’insegnamento che ci è venuto anche dal celebrante nell’omelia svolta ieri durante la messa domenicale, quando ha ricordato le persone che si sono prese l’impegno di tenere puliti i giardinetti dietro il giornalaio, nella piazza davanti al sagrato parrocchiale, o il portiere che ha ripulito dalle erbacce la base dei muri del condominio dove presta servizio. Opere compiute gratuitamente e di propria iniziativa e che sono servite a tanta altra gente. La sinodalità nasce da un dono di Dio, che ci ha voluti suoi figlie e figli, ha anche detto, e a questo dono siamo chiamati a rispondere indossando l’abito nuziale, quindi con una condotta conseguente,  come nella parabola del Vangelo proclamato ieri, tratta dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 22, versetti da 1 a 4  - Mt 22,1-14. Lì un re invita alle nozze del figlio buoni e cattivi, ma chiede a ciascuno l’abito adatto: quell’abito, insegna il Magistero, è la carità, e la sinodalità ne è una forma concreta nella vita della Chiesa.

 C’è poi il problema che la sinodalità ci appare come novità, pur corrispondendo a pratiche di antica tradizione: al di fuori dell’Azione Cattolica e delle associazioni che ne seguono stile  e metodi non si è abituati a praticarla. E’ qui che come gruppo possiamo dare una mano in parrocchia, dimostrando in concreto come si fa e, prima ancora, come viverla in una comunità, adottando uno stile sinodale.

 Infine c’è la questione che sviluppare la sinodalità richiede anche un impegno culturale, non inteso solo come imparare  nozioni ma nel senso di assimilare costumi di vita ecclesiale dei quali occorre capire il senso e le finalità ma che non ci sono familiari. Perché mai non si può fare come s’è sempre fatto? Il problema è che come s’è sempre fatto non basta più nel mondo di oggi. Ma non si tratta di abbandonare tante tradizioni e devozioni alle quali si è stati tanto legati e lo si è ancora, ma di affiancare  a quelle altri costumi. Bisogna cambiare solo in ciò che non va perché è contro  il vangelo. Ecco perché, innanzi tutto, ci viene chiesto di verificare come siamo noi stessi, la coerenza delle nostre condotte con il vangelo di Gesù. Non è così che  iniziamo la messa, con un atto penitenziale? Ma non bisogna perdersi d’animo, perché la conversione al vangelo è sempre possibile, ci è stato insegnato. Ci viene anche insegnato che, prima di tutto, occorre partire dalla Parola di Dio. E qui ci si può sentire smarriti, se non se ne ha sufficiente familiarità. Ma la Chiesa ci viene in soccorso, anche qui  sinodalmente: una parte importante della messa è la lettura sistematica di brani biblici seguita dall’omelia in cui  se ne dà spiegazione alla luce della Tradizione, dando indicazioni per tradurne l’insegnamento nelle nostre vite. A volte seguiamo distrattamente questa parte della messa: prestandovi più attenzione questo ci arricchirà anche per il lavoro di sviluppo della sinodalità. La sinodalità, ci viene anche insegnato, ha il suo centro nell’Eucaristia, nella celebrazione della messa, fonte e culmine della comunione ecclesiale.

  In tutto questo non guasta lavorare come persone colte. A volte, quando si parla di cultura, se ne ricava una reazione avversa, perché sembra che ci si voglia ergere a maestri degli altri. In realtà la persona colta è quella che cerca semplicemente ma pervicacemente di rendersi conto realisticamente di ciò che accade e del senso di ciò che si dice intorno, e di rendere ragione di ciò che dice e fa; e, facendolo da cristiana, si sforza di farlo alla luce della Parola di Dio, che ci raggiunge nella Scrittura e nella Tradizione viva della Chiesa ed è interpretata autenticamente dal Magistero, come si insegna. Nel cammino sinodale di una comunità, la persona colta, nel senso che ho detto, può e vuole essere  d’aiuto, e anche ai Pastori,  perché, secondo le competenze che ha maturato, anche solo per la lunga frequentazione della messa e per la lunga esperienza ecclesiale e in altri settori della vita sociale, nella consapevolezza dei propri limiti, nel rispetto dei ruoli ecclesiali, con il riguardo dovuto alla dignità degli interlocutori, si impegna a sostenere le altre persone nel capire e così può rendere più facile e spedito il passo dell’altra gente: deve quindi essere considerata un’alleata, un’amica,  in quel lavoro, non come chi si appaga nell’umiliare le altre persone facendo sfoggio del poco che sa o chi insidia arbitrariamente gli incarichi e i ministeri altrui. Del resto,  vero sapiente, insegnano gli antichi maestri, è colui che sa di non sapere e, ben consapevole dei propri limiti, si sforza quindi di capire; e, come sta scritto, il principio di ogni sapienza è sempre il timor di Dio.

 Dunque, cominciamo, e facciamolo leggendo i primi due paragrafi del documento di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato  il 25 ottobre 2025  dall’Assemblea sinodale delle Chiese in Italia:

 

1.Il Cammino sinodale è stato ispirato da un grande interrogativo: in che modo le Chiese che sono in Italia possono annunciare ed essere testimoni più trasparenti del Vangelo nel cuore dell’umanità? Questo Cammino ha preso le mosse dall’invito che papa Francesco ha rivolto alle Chiese di tutto il mondo convocando il Sinodo “Per una Chiesa sinodale: comunione, missione, partecipazione”; invito che ha indirizzato direttamente anche alla Chiesa italiana, chiedendole di rinnovarsi, testimoniando «umiltà, disinteresse, beatitudine» (Papa Francesco, Discorso ai rappresentanti del Convegno nazionale della Chiesa Italiana - 10 novembre 2015), per crescere come «Chiesa che sa riconoscere l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della gente» (Francesco 2015).

2. Questo testo non è destinato solo a chi ha preso parte direttamente al processo, ma a tutte le Chiese in Italia e a ciascun battezzato, perché tutti possano sentirsi coinvolti nell’esperienza di fede e corresponsabilità. Non sono contenute semplici indicazioni, ma autentiche convergenze maturate attraverso l’ascolto e il discernimento comunitario, nell’orizzonte di una visione di Chiesa condivisa. Per questo, il documento viene consegnato all’Assemblea dei Vescovi, chiamata ad assumere la responsabilità per orientare il percorso futuro delle Chiese in Italia con decisione e rinnovata speranza. Questo testo così non è solo un punto d’arrivo, ma un punto di partenza: spetterà ai Vescovi individuare percorsi e organismi capaci di sostenere il cammino che si apre, favorendo la crescita e la libertà nel discernimento di comunità e persone.

 

A tutte e a tutti, l’augurio di camminare nella luce del Signore, come si legge in nel libro di Isaia, capitolo 2, versetto 5:

 

Casa di Giacobbe, venite,

camminiamo nella luce del Signore.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – blog: acvivearomavalli.blogspot.com