INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

*************************

L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

**********************************

Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

Chi voglia pubblicare un contenuto, può inviarlo a Mario Ardigò all'indirizzo di posta elettronica ardigo.mario@virgilio.it all'interno di una e-mail o come allegato Word a una e-email.

I contenuti pubblicati su questo blog possono essere visualizzati senza restrizioni da utenti di tutto il mondo e possono essere elaborati da motori di ricerca; dato il tema del blog essi potrebbero anche rivelare un'appartenenza religiosa. Nel richiederne e autorizzarne la pubblicazione si rifletta bene se inserirvi dati che consentano un'identificazione personale o, comunque, dati di contatto, come indirizzo email o numeri telefonici.

Non è necessario, per leggere i contenuti pubblicati sul blog, iscriversi ai "lettori fissi".

L'elenco dei contenuti pubblicati si trova sulla destra dello schermo, nel settore archivio blog, in ordine cronologico. Per visualizzare un contenuto pubblicato basta cliccare sul titolo del contenuto. Per visualizzare i post archiviati nelle cartelle per mese o per anno, si deve cliccare prima sul triangolino a sinistra dell'indicazione del mese o dell'anno.

Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

GOOGLE INSERISCE DEI COOKIE NEL CORSO DELLA VISUALIZZAZIONE DEL BLOG. SI TRATTA DI PROGRAMMI COMUNEMENTE UTILIZZATI PER MIGLIORARE E RENDERE PIU' VELOCE LA LETTURA. INTERAGENDO CON IL BLOG LI SI ACCETTA. I BROWSER DI NAVIGAZIONE SUL WEB POSSONO ESSERE IMPOSTATI PER NON AMMETTERLI: IN TAL CASO, PERO', POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE VISUALIZZARE I CONTENUTI DEL BLOG.

Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

```

mercoledì 6 maggio 2026

Azione Cattolica: il vescovo Giuliodori confermato assistente ecclesiastico generale da Leone XIV

 

Azione Cattolica: il vescovo Giuliodori confermato assistente ecclesiastico generale da Leone XIV


Ulteriori notizie su

https://www.avvenire.it/chiesa/azione-cattolica-il-vescovo-giuliodori-confermato-assistente-ecclesiastico-generale-da-leone-xiv_108028 

Disarmo e dottrina sociale - note per il MEIC Lazio - maggio 2026

 Brevi note, nel quadro di dialogo nel gruppo MEIC – Lazio,  sul disarmo come obiettivo storico-politico concreto indicato dalla dottrina sociale e sulla posizione più arretrata tenuta dal cattolicesimo democratico italiano

 

1.Nel corso dell’ultima riunione del nostro piccolo gruppo per mettere a punto la lettera al Presidente della Repubblica sulla questione dell’ultimatum alla resa lanciato dal Presidente federale degli Stati Uniti d’America J. Trump contro la Repubblica islamica Iraniana sotto pena di distruzione della sua civiltà, dell’osservazione del Papa che esso fosse inaccettabile e alle conseguenti dichiarazioni del signor Trump che ha intimato al Papa di rientrare nei ranghi, non ci si è accordati nel menzionare la parola disarmo come obiettivo storico-politico concreto, ed uso espressione tratta dal lessico di Jacques Maritain.

  La questione è molto seria, perché mette in questione un importantissimo principio della dottrina sociale contemporanea, affermato fin dal discorso tenuto il 24 dicembre 1939 dal papa Eugenio Pacelli – Pio 12° -  al Sacro collegio e alla Prelatura Romana in occasione della Vigilia del Natale 1939, quando ormai la guerra scatenata dopo l’invasione della Polonia da parte del Deutsches Reich caduto dal 1933 in potere del regime nazista hitleriano era scoppiata (convenzionalmente se ne situa l’inizio dal 1 settembre 1939, appunto dall’invasione della Polonia), ma il Regno d’Italia, caduto dal 1921 in potere del regime fascista mussoliniano, vi era rimasto ancora neutrale.

  Leggiamo:

 

E pensiamo che coloro i quali con occhio vigile mirino queste gravi previsioni e considerino con mente pacata i sintomi che in molte parti del mondo accennano a tale evoluzione degli eventi, si terranno, nonostante la guerra e le sue dure necessità, interiormente disposti a definire, al momento opportuno e propizio, chiaramente, per quanto li riguarda, i punti fondamentali di una pace giusta e onorevole, né rifiuterebbero senz’altro le trattative, qualora se ne presentasse l’occasione con le necessarie garanzie e cautele.

[…]

Affinché l’ordine, in tal modo stabilito, possa avere tranquillità e durata, cardini di una vera pace, le nazioni devono venir liberate dalla pesante schiavitù della corsa agli armamenti e dal pericolo che la forza materiale, invece di servire a tutelare il diritto, ne divenga tirannica violentatrice. Conclusioni di pace, che non attribuissero fondamentale importanza ad un disarmo mutuamente consentito, organico, progressivo, sia nell’ordine pratico che in quello spirituale, e non curassero di attuarlo lealmente, rivelerebbero, presto o tardi, la loro inconsistenza e mancanza di vitalità.

 

    La parola che ci ha creato tanta difficoltà tornò ad essere usata nel radiomessaggio natalizio del 1941:

 

4. Nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali, non vi è posto - una volta eliminati i più pericolosi focolai di conflitti armati - per una guerra totale né per una sfrenata corsa agli armamenti. Non si deve permettere che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbazioni morali si rovesci per la terza volta sopra la umanità. La quale perché venga tutelata lungi da tale flagello, è necessario che con serietà e onestà si proceda a una limitazione progressiva e adeguata degli armamenti. Lo squilibrio tra un esagerato armamento degli Stati potenti e il deficiente armamento dei deboli crea un pericolo per la conservazione della tranquillità e della pace dei popoli, e consiglia di scendere a un ampio e proporzionato limite nella fabbricazione e nel possesso di armi offensive.

Conforme poi alla misura, in cui il disarmo venga attuato, sono da stabilirsi mezzi appropriati, onorevoli per tutti ed efficaci, per ridonare alla norma Pacta sunt servanda, «i patti devono essere osservati», la funzione vitale e morale, che le spetta nelle relazioni giuridiche fra gli Stati. Tale norma, che nel passato ha subìto crisi preoccupanti e innegabili infrazioni, ha trovato contro di sé una quasi insanabile sfiducia tra i vari popoli e i rispettivi reggitori. Perché la fiducia reciproca rinasca devono sorgere istituzioni, le quali, acquistandosi il generale rispetto, si dedichino al nobilissimo ufficio, sia di garantire il sincero adempimento dei trattati, sia di promuoverne, secondo i principi di diritto e di equità, opportune correzioni o revisioni.

 

 Nell’importantissimo radiomessaggio natalizio del 1944 venne affrontata una questione che è implicata nell’ultimatum del signor Trump alla Repubblica islamica Iraniana:

 

Nessuno certamente pensa di disarmare la giustizia nei riguardi di chi ha profittato della guerra per commettere veri e provati delitti di diritto comune, ai quali le supposte necessità militari potevano al più offrire un pretesto, non mai una giustificazione. Ma se essa presumesse di giudicare e punire, non più singoli individui, bensì collettivamente intere comunità, chi potrebbe non vedere in simile procedimento una violazione delle norme, che presiedono a qualsiasi giudizio umano?

 

 

  Bisognò arrivare verso la fine della cosiddetta Guerra fredda tra l’Alleanza Atlantica, stretta da stati che seguivano l’economia capitalista e il liberalismo politico,  e l’Unione Sovietica e i suoi alleati, che seguivano il comunismo marxista-leninista in tutti i suoi aspetti, economici, filosofici e politici, per trovare un fondamentale documento della dottrina sociale che riprendesse estesamente il discorso, l’enciclica La pace in terra, pubblicata l’11 aprile 1963, durante le sessioni del Concilio Vaticano 2°, sotto l’autorità del papa Angelo Giuseppe Roncalli – Giovanni 23°.

 

Disarmo

59. Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale.

  Gli armamenti, come è noto, si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari.

60. In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico. Inoltre va pure tenuto presente che se anche una guerra a fondo, grazie all’efficacia deterrente delle stesse armi, non avrà luogo, è giustificato il timore che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici possa avere conseguenze fatali per la vita sulla terra.

Per cui giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. "Non si deve permettere — proclama  — che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità".

61. Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità.

62. È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante.

  È un obiettivo desideratissimo. Ed invero chi è che non desidera ardentissimamente che il pericolo della guerra sia eliminato e la pace sia salvaguardata e consolidata?

È un obiettivo della più alta utilità. Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana. Risuonano ancora oggi severamente ammonitrici le parole di: "Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra".

63. Perciò come vicario di Gesù Cristo, Salvatore del mondo e artefice della pace, e come interprete dell’anelito più profondo dell’intera famiglia umana, seguendo l’impulso del nostro animo, preso dall’ansia di bene per tutti, ci sentiamo in dovere di scongiurare gli uomini, soprattutto quelli che sono investiti di responsabilità pubbliche, a non risparmiare fatiche per imprimere alle cose un corso ragionevole ed umano.

Nelle assemblee più alte e qualificate considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde.

  Da parte nostra non cesseremo di implorare le benedizioni di Dio sulle loro fatiche, affinché apportino risultati positivi.

 

  Il 7 dicembre 1965 venne poi approvata, durante il Concilio Vaticano 2°, la Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporanea La gioia e la speranza  - Gaudium et spes, una legge fondamentale della nostra Chiesa, dove ci si occupò estesamente del problema delle guerre e delle vie della pace (lo dico con il lessico di Norberto Bobbio), condannando con decisione la guerra e la corsa agli armamenti, riproponendo l’obiettivo del disarmo:

 

 77. Introduzione

In questi nostri anni, nei quali permangono ancora gravissime tra gli uomini le afflizioni e le angustie derivanti da guerre ora imperversanti, ora incombenti, l'intera società umana è giunta ad un momento sommamente decisivo nel processo della sua maturazione. Mentre a poco a poco l'umanità va unificandosi e in ogni luogo diventa ormai più consapevole della propria unità, non potrà tuttavia portare a compimento l'opera che l'attende, di costruire cioè un mondo più umano per tutti gli uomini e su tutta la terra, se gli uomini non si volgeranno tutti con animo rinnovato alla vera pace. Per questo motivo il messaggio evangelico, in armonia con le aspirazioni e gli ideali più elevati del genere umano, risplende in questi nostri tempi di rinnovato fulgore quando proclama beati i promotori della pace, «perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

 Illustrando pertanto la vera e nobilissima concezione della pace, il Concilio, condannata l'inumanità della guerra, intende rivolgere un ardente appello ai cristiani, affinché con l'aiuto di Cristo, autore della pace, collaborino con tutti per stabilire tra gli uomini una pace fondata sulla giustizia e sull'amore e per apprestare i mezzi necessari per il suo raggiungimento.

78. La natura della pace

La pace non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione, ma viene con tutta esattezza definita a opera della giustizia » (Is 32,7). È il frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo divino Fondatore e che deve essere attuato dagli uomini che aspirano ardentemente ad una giustizia sempre più perfetta. Infatti il bene comune del genere umano è regolato, sì, nella sua sostanza, dalla legge eterna, ma nelle sue esigenze concrete è soggetto a continue variazioni lungo il corso del tempo; per questo la pace non è mai qualcosa di raggiunto una volta per tutte, ma è un edificio da costruirsi continuamente. Poiché inoltre la volontà umana è labile e ferita per di più dal peccato, l'acquisto della pace esige da ognuno il costante dominio delle passioni e la vigilanza della legittima autorità.

Tuttavia questo non basta. Tale pace non si può ottenere sulla terra se non è tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e liberamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. La ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l'assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell'amore, il quale va oltre quanto può apportare la semplice giustizia.

La pace terrena, che nasce dall'amore del prossimo, è essa stessa immagine ed effetto della pace di Cristo che promana dal Padre. Il Figlio incarnato infatti, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio; ristabilendo l'unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha ucciso nella sua carne  l'odio e, nella gloria della sua risurrezione, ha diffuso lo Spirito di amore nel cuore degli uomini.

 Pertanto tutti i cristiani sono chiamati con insistenza a praticare la verità nell'amore (Ef 4,15) e ad unirsi a tutti gli uomini sinceramente amanti della pace per implorarla dal cielo e per attuarla.

Mossi dal medesimo spirito, noi non possiamo non lodare coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli, purché ciò si possa fare senza pregiudizio dei diritti e dei doveri degli altri o della comunità.

Gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo; ma in quanto riescono, uniti nell'amore, a vincere il peccato essi vincono anche la violenza, fino alla realizzazione di quella parola divina « Con le loro spade costruiranno aratri e falci con le loro lance; nessun popolo prenderà più le armi contro un altro popolo, né si eserciteranno più per la guerra» (Is 2,4).

Sezione 1: Necessità di evitare la guerra

79. Il dovere di mitigare l'inumanità della guerra

Sebbene le recenti guerre abbiano portato al nostro mondo gravissimi danni sia materiali che morali, ancora ogni giorno in qualche punto della terra la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati. La complessità inoltre delle odierne situazioni e la intricata rete delle relazioni internazionali fanno sì che vengano portate in lungo, con nuovi metodi insidiosi e sovversivi, guerre più o meno larvate. In molti casi il ricorso ai sistemi del terrorismo è considerato anch'esso una nuova forma di guerra.

Davanti a questo stato di degradazione dell'umanità, il Concilio intende innanzi tutto richiamare alla mente il valore immutabile del diritto naturale delle genti e dei suoi principi universali. La stessa coscienza del genere umano proclama quei principi con sempre maggiore fermezza e vigore. Le azioni pertanto che deliberatamente si oppongono a quei principi e gli ordini che comandano tali azioni sono crimini, né l'ubbidienza cieca può scusare coloro che li eseguono. Tra queste azioni vanno innanzi tutto annoverati i metodi sistematici di sterminio di un intero popolo, di una nazione o di una minoranza etnica; orrendo delitto che va condannato con estremo rigore. Deve invece essere sostenuto il coraggio di coloro che non temono di opporsi apertamente a quelli che ordinano tali misfatti.

Esistono, in materia di guerra, varie convenzioni internazionali, che un gran numero di nazioni ha sottoscritto per rendere meno inumane le azioni militari e le loro conseguenze. Tali sono le convenzioni relative alla sorte dei militari feriti o prigionieri e molti impegni del genere. Tutte queste convenzioni dovranno essere osservate; anzi le pubbliche autorità e gli esperti in materia dovranno fare ogni sforzo, per quanto è loro possibile, affinché siano perfezionate, in modo da renderle capaci di porre un freno più adatto ed efficace alle atrocità della guerra. Sembra inoltre conforme ad equità che le leggi provvedano umanamente al caso di coloro che, per motivi di coscienza, ricusano l'uso delle armi, mentre tuttavia accettano qualche altra forma di servizio della comunità umana.

La guerra non è purtroppo estirpata dalla umana condizione. E fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati, trattando con grave senso di responsabilità cose di così grande importanza. Ma una cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni. La potenza delle armi non rende legittimo ogni suo uso militare o politico. Né per il fatto che una guerra è ormai disgraziatamente scoppiata, diventa per questo lecita ogni cosa tra le parti in conflitto.

Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace.

80. La guerra totale

Il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l'orrore e l'atrocità della guerra. Le azioni militari, infatti, se condotte con questi mezzi, possono produrre distruzioni immani e indiscriminate, che superano pertanto di gran lunga i limiti di una legittima difesa. Anzi, se mezzi di tal genere, quali ormai si trovano negli arsenali delle grandi potenze, venissero pienamente utilizzati, si avrebbe la reciproca e pressoché totale distruzione delle parti contendenti, senza considerare le molte devastazioni che ne deriverebbero nel resto del mondo e gli effetti letali che sono la conseguenza dell'uso di queste armi.

Tutte queste cose ci obbligano a considerare l'argomento della guerra con mentalità completamente nuova. Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi.

Avendo ben considerato tutte queste cose, questo sacro Concilio, facendo proprie le condanne della guerra totale già pronunciate dai recenti sommi Pontefici  dichiara:

Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione.

Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che essa offre quasi l'occasione a coloro che posseggono le più moderne armi scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti alla umanità intera, l'enorme peso della loro responsabilità.

81. La corsa agli armamenti

  Le armi scientifiche, è vero, non vengono accumulate con l'unica intenzione di poterle usare in tempo di guerra. Poiché infatti si ritiene che la solidità della difesa di ciascuna parte dipenda dalla possibilità fulminea di rappresaglie, questo ammassamento di armi, che va aumentando di anno in anno, serve, in maniera certo paradossale, a dissuadere eventuali avversari dal compiere atti di guerra. E questo è ritenuto da molti il mezzo più efficace per assicurare oggi una certa pace tra le nazioni.

  Qualunque cosa si debba pensare di questo metodo dissuasivo, si convincano gli uomini che la corsa agli armamenti, alla quale si rivolgono molte nazioni, non è una via sicura per conservare saldamente la pace, né il cosiddetto equilibrio che ne risulta può essere considerato pace vera e stabile. Le cause di guerra, anziché venire eliminate da tale corsa, minacciano piuttosto di aggravarsi gradatamente. E mentre si spendono enormi ricchezze per la preparazione di armi sempre nuove, diventa poi impossibile arrecare sufficiente rimedio alle miserie così grandi del mondo presente. Anziché guarire veramente, nel profondo, i dissensi tra i popoli, si finisce per contagiare anche altre parti del mondo. Nuove strade converrà cercare partendo dalla riforma degli spiriti, perché possa essere rimosso questo scandalo e al mondo, liberato dall'ansietà che l'opprime, possa essere restituita una pace vera.

È necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c'è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi.

Ammoniti dalle calamità che il genere umano ha rese possibili, cerchiamo di approfittare della tregua di cui ora godiamo e che è stata a noi concessa dall'alto, per prendere maggiormente coscienza della nostra responsabilità e trovare delle vie per comporre in maniera più degna dell'uomo le nostre controversie. La Provvidenza divina esige da noi con insistenza che liberiamo noi stessi dall'antica schiavitù della guerra.

Se poi rifiuteremo di compiere tale sforzo non sappiamo dove ci condurrà la strada perversa per la quale ci siamo incamminati.

82. La condanna assoluta della guerra e l'azione internazionale per evitarla

È chiaro pertanto che dobbiamo con ogni impegno sforzarci per preparare quel tempo nel quale, mediante l'accordo delle nazioni, si potrà interdire del tutto qualsiasi ricorso alla guerra. Questo naturalmente esige che venga istituita un'autorità pubblica universale, da tutti riconosciuta, la quale sia dotata di efficace potere per garantire a tutti i popoli sicurezza, osservanza della giustizia e rispetto dei diritti. Ma prima che questa auspicabile autorità possa essere costituita, è necessario che le attuali supreme istanze internazionali si dedichino con tutto l'impegno alla ricerca dei mezzi più idonei a procurare la sicurezza comune. La pace deve sgorgare spontanea dalla mutua fiducia delle nazioni, piuttosto che essere imposta ai popoli dal terrore delle armi. Pertanto tutti debbono impegnarsi con alacrità per far cessare finalmente la corsa agli armamenti. Perché la riduzione degli armamenti incominci realmente, non deve certo essere fatta in modo unilaterale, ma con uguale ritmo da una parte e dall'altra, in base ad accordi comuni e con l'adozione di efficaci garanzie.

  Non sono frattanto da sottovalutare gli sforzi già fatti e che si vanno tuttora facendo per allontanare il pericolo della guerra. Va piuttosto incoraggiata la buona volontà di tanti che pur gravati dalle ingenti preoccupazioni del loro altissimo ufficio, mossi dalla gravissima responsabilità da cui si sentono vincolati, si danno da fare in ogni modo per eliminare la guerra, di cui hanno orrore pur non potendo prescindere dalla complessa realtà delle situazioni. Bisogna rivolgere incessanti preghiere a Dio affinché dia loro la forza di intraprendere con perseveranza e condurre a termine con coraggio quest'opera del più grande amore per gli uomini, per mezzo della quale si costruisce virilmente l'edificio della pace. Tale opera esige oggi certamente che essi dilatino la loro mente e il loro cuore al di là dei confini della propria nazione, deponendo ogni egoismo nazionale ed ogni ambizione di supremazia su altre nazioni, e nutrendo invece un profondo rispetto verso tutta l'umanità, avviata ormai così faticosamente verso una maggiore unità.

Per ciò che riguarda i problemi della pace e del disarmo, bisogna tener conto degli studi approfonditi, già coraggiosamente e instancabilmente condotti e dei consessi internazionali che trattarono questi argomenti e considerarli come i primi passi verso la soluzione di problemi così gravi; con maggiore insistenza ed energia dovranno quindi essere promossi in avvenire, al fine di ottenere risultati concreti. Stiano tuttavia bene attenti gli uomini a non affidarsi esclusivamente agli sforzi di alcuni, senza preoccuparsi minimamente dei loro propri sentimenti. I capi di Stato, infatti, i quali sono mallevadori del bene comune delle proprie nazioni e fautori insieme del bene della umanità intera, dipendono in massima parte dalle opinioni e dai sentimenti delle moltitudini. È inutile infatti che essi si adoperino con tenacia a costruire la pace, finché sentimenti di ostilità, di disprezzo e di diffidenza, odi razziali e ostinate ideologie dividono gli uomini, ponendoli gli uni contro gli altri. Di qui la estrema, urgente necessità di una rinnovata educazione degli animi e di un nuovo orientamento nell'opinione pubblica. Coloro che si dedicano a un'opera di educazione, specie della gioventù, e coloro che contribuiscono alla formazione della pubblica opinione, considerino loro dovere gravissimo inculcare negli animi di tutti sentimenti nuovi, ispiratori di pace. E ciascuno di noi deve adoperarsi per mutare il suo cuore, aprendo gli occhi sul mondo intero e su tutte quelle cose che gli uomini possono compiere insieme per condurre l'umanità verso un migliore destino.

Né ci inganni una falsa speranza. Se non verranno in futuro conclusi stabili e onesti trattati di pace universale, rinunciando ad ogni odio e inimicizia, L'umanità che, pur avendo compiuto mirabili conquiste nel campo scientifico, si trova già in grave pericolo, sarà forse condotta funestamente a quell'ora, in cui non potrà sperimentare altra pace che la pace terribile della morte.

La Chiesa di Cristo nel momento in cui, posta in mezzo alle angosce del tempo presente, pronuncia tali parole, non cessa tuttavia di nutrire la più ferma speranza. Agli uomini della nostra età essa intende presentare con insistenza, sia che l'accolgano favorevolmente, o la respingano come importuna, il messaggio degli apostoli: a Ecco ora il tempo favorevole » per trasformare i cuori, «ecco ora i giorni della salvezza».

 Richiamo dai brani sopra trascritti un principio che ha guidato la reazione del Papa alla minaccia del signor Trump contro la popolazione iraniana:

 

Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione.

[…] Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare i governanti e i supremi comandanti militari a voler continuamente considerare, davanti a Dio e davanti alla umanità intera, l'enorme peso della loro responsabilità.

 

E ancora, in riferimento alla crisi iraniana, ma anche a quella ucraina, con il proposito di un riarmo dell’Unione Europea:

 

È necessario pertanto ancora una volta dichiarare: la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell'umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri; e c'è molto da temere che, se tale corsa continuerà, produrrà un giorno tutte le stragi, delle quali va già preparando i mezzi.

[…]

. La pace deve sgorgare spontanea dalla mutua fiducia delle nazioni, piuttosto che essere imposta ai popoli dal terrore delle armi. Pertanto tutti debbono impegnarsi con alacrità per far cessare finalmente la corsa agli armamenti. Perché la riduzione degli armamenti incominci realmente, non deve certo essere fatta in modo unilaterale, ma con uguale ritmo da una parte e dall'altra, in base ad accordi comuni e con l'adozione di efficaci garanzie.

[…]

Per ciò che riguarda i problemi della pace e del disarmo, bisogna tener conto degli studi approfonditi, già coraggiosamente e instancabilmente condotti e dei consessi internazionali che trattarono questi argomenti e considerarli come i primi passi verso la soluzione di problemi così gravi; con maggiore insistenza ed energia dovranno quindi essere promossi in avvenire, al fine di ottenere risultati concreti.

 Da allora la dottrina sociale ha costantemente riproposto i principi di cui sopra.

  Richiamo, in particolare il messaggio dell’8 dicembre 1967, con cui il papa Giovanni Battista Montini – Paolo 6° - istituì la Giornata mondiale della pace, dal quale traggo:

 

La Chiesa cattolica provvederà a richiamare i suoi figli al dovere di celebrare la "Giornata della Pace" con le espressioni religiose e morali della fede cristiana; ma ritiene doveroso ricordare a tutti coloro che vorranno condividere l'opportunità di tale "Giornata", alcuni punti che la devono caratterizzare; e primo fra essi: la necessità di difendere la pace nei confronti dei pericoli, che sempre la minacciano:

- il pericolo della sopravvivenza degli egoismi nei rapporti tra le nazioni;

- il pericolo delle violenze, a cui alcune popolazioni possono lasciarsi trascinare per la disperazione nel non vedere riconosciuto e rispettato il loro diritto alla vita e alla dignità umana;

- il pericolo, oggi tremendamente cresciuto, del ricorso ai terribili armamenti sterminatori, di cui alcune Potenze dispongono, impiegandovi enormi mezzi finanziari, il cui dispendio è motivo di penosa riflessione, di fronte alle gravi necessità che angustiano lo sviluppo di tanti altri popoli;

- il pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l'equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali.

 E ancora dall’enciclica Il Centenario – Centesimus annus, pubblicata il 1 maggio 1991    sotto l’autorità del papa Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°:

 

Una folle corsa agli armamenti assorbe le risorse necessarie per lo sviluppo delle economie interne e per l'aiuto alle Nazioni più sfavorite. Il progresso scientifico e tecnologico, che dovrebbe contribuire al benessere dell'uomo, viene trasformato in uno strumento di guerra: scienza e tecnica sono usate per produrre armi sempre più perfezionate e distruttive, mentre ad un'ideologia, che è perversione dell'autentica filosofia, si chiede di fornire giustificazioni dottrinali per la nuova guerra. E questa non è solo attesa e preparata, ma è anche combattuta con enorme spargimento di sangue in varie parti del mondo. La logica dei blocchi, o imperi, denunciata nei Documenti della Chiesa e di recente nell'Enciclica Sollicitudo rei socialis, fa sì che le controversie e discordie insorgenti nei Paesi del Terzo Mondo siano sistematicamente incrementate e sfruttate per creare difficoltà all'avversario.

 

 

 Dall’enciclica La carità nella verità, pubblicata il 29 giugno 2009 sotto l’autorità del papa Joseph Ratzinger – Benedetto 16°:

67. Di fronte all'inarrestabile crescita dell'interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l'urgenza della riforma sia dell'Organizzazione delle Nazioni Unite che dell'architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Sentita è pure l'urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di responsabilità di proteggere e per attribuire anche alle Nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni. Ciò appare necessario proprio in vista di un ordinamento politico, giuridico ed economico che incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli. Per il governo dell'economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell'ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune, impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità.

 

 Si arriva, quindi, all’enciclica Fratelli tutti, diffusa il 3 ottobre 2020    sotto l’autorità di papa Francesco, dove, dopo la famosa espressione

 

259. E’ importante aggiungere che, con lo sviluppo della globalizzazione, ciò che può apparire come una soluzione immediata o pratica per una determinata regione, dà adito a una catena di fattori violenti molte volte sotterranei che finisce per colpire l’intero pianeta e aprire la strada a nuove e peggiori guerre future. Nel nostro mondo ormai non ci sono solo “pezzi” di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”, perché le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse nello scenario mondiale.

260. Come diceva San Giovanni XXIII, «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia». Lo affermava in un periodo di forte tensione internazionale, e così diede voce al grande anelito alla pace che si diffondeva ai tempi della guerra fredda. Rafforzò la convinzione che le ragioni della pace sono più forti di ogni calcolo di interessi particolari e di ogni fiducia posta nell’uso delle armi. Però non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra.

261. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. 

 

leggiamo:

 

L’ingiustizia della guerra

256.«L’inganno è nel cuore di chi trama il male, la gioia invece è di chi promuove la pace» (Pr 12,20). Tuttavia, c’è chi cerca soluzioni nella guerra, che spesso «si nutre del pervertimento delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della diversità vista come ostacolo». La guerra non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante. Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare alcuni frutti.

257.Poiché si stanno creando nuovamente le condizioni per la proliferazione di guerre, ricordo che «la guerra è la negazione di tutti i diritti e una drammatica aggressione all’ambiente. Se si vuole un autentico sviluppo umano integrale per tutti, occorre proseguire senza stancarsi nell’impegno di evitare la guerra tra le nazioni e tra i popoli.

A tal fine bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera norma giuridica fondamentale».Voglio rilevare che i 75 anni delle Nazioni Unite e l’esperienza dei primi 20 anni di questo millennio mostrano che la piena applicazione delle norme internazionali è realmente efficace, e che il loro mancato adempimento è nocivo. La Carta delle Nazioni Unite, rispettata e applicata con trasparenza e sincerità, è un punto di riferimento obbligatorio di giustizia e un veicolo di pace. Ma ciò esige di non mascherare intenzioni illegittime e di non porre gli interessi particolari di un Paese o di un gruppo al di sopra del bene comune mondiale. Se la norma viene considerata uno strumento a cui ricorrere quando risulta favorevole e da eludere quando non lo è, si scatenano forze incontrollabili che danneggiano gravemente le società, i più deboli, la fraternità, l’ambiente e i beni culturali, con perdite irrecuperabili per la comunità globale.

258. È così che facilmente si opta per la guerra avanzando ogni tipo di scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive, ricorrendo anche alla manipolazione dell’informazione. Di fatto, negli ultimi decenni tutte le guerre hanno preteso di avere una “giustificazione”. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della possibilità di una legittima difesa mediante la forza militare, con il presupposto di dimostrare che vi siano alcune «rigorose condizioni di legittimità morale».Tuttavia si cade facilmente in una interpretazione troppo larga di questo possibile diritto. Così si vogliono giustificare indebitamente anche attacchi “preventivi” o azioni belliche che difficilmente non trascinano «mali e disordini più gravi del male da eliminare». La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, «mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene».Dunque non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!

259.È importante aggiungere che, con lo sviluppo della globalizzazione, ciò che può apparire come una soluzione immediata o pratica per una determinata regione, dà adito a una catena di fattori violenti molte volte sotterranei che finisce per colpire l’intero pianeta e aprire la strada a nuove e peggiori guerre future. Nel nostro mondo ormai non ci sono solo “pezzi” di guerra in un Paese o nell’altro, ma si vive una “guerra mondiale a pezzi”, perché le sorti dei Paesi sono tra loro fortemente connesse nello scenario mondiale.

260. Come diceva San Giovanni XXIII, «riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia». Lo affermava in un periodo di forte tensione internazionale, e così diede voce al grande anelito alla pace che si diffondeva ai tempi della guerra fredda. Rafforzò la convinzione che le ragioni della pace sono più forti di ogni calcolo di interessi particolari e di ogni fiducia posta nell’uso delle armi. Però non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra.

 Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male. Non fermiamoci su discussioni teoriche, prendiamo contatto con le ferite, tocchiamo la carne di chi subisce i danni. Rivolgiamo lo sguardo a tanti civili massacrati come “danni collaterali”. Domandiamo alle vittime. Prestiamo attenzione ai profughi, a quanti hanno subito le radiazioni atomiche o gli attacchi chimici, alle donne che hanno perso i figli, ai bambini mutilati o privati della loro infanzia. Consideriamo la verità di queste vittime della violenza, guardiamo la realtà coi loro occhi e ascoltiamo i loro racconti col cuore aperto. Così potremo riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra e non ci turberà il fatto che ci trattino come ingenui perché abbiamo scelto la pace.

262.Neppure le norme saranno sufficienti, se si pensa che la soluzione ai problemi attuali consista nel dissuadere gli altri mediante la paura, minacciandoli con l’uso delle armi nucleari, chimiche o biologiche. Infatti, «se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide. Siffatte preoccupazioni assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. […] Dobbiamo anche chiederci quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura, quando esso tende di fatto ad aumentare la paura e a minare le relazioni di fiducia fra i popoli. La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere. […] In tale contesto, l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario. […] La crescente interdipendenza e la globalizzazione significano che qualunque risposta diamo alla minaccia delle armi nucleari, essa debba essere collettiva e concertata, basata sulla fiducia reciproca. Quest’ultima può essere costruita solo attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune e non verso la tutela di interessi velati o particolari».E con il denaro che si impiega nelle armi e in altre spese militari costituiamo un Fondo mondiale[245] per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa.

 

  Sottolineo da quel documento questa affermazione:

 

Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!

 

  L’evoluzione nell’ultimo secolo della dottrina sociale può essere delineata così: dalla concezione della pace solo come auspicio religioso, da attendere dal Cielo, all’idea che la guerra debba essere regolata in senso umanitario e infine, dal 1939, all’idea che debba essere perseguito l’obiettivo storico-politico concreto del disarmo nel quadro di un regime pattizio di pace a livello globale, costruito sul rispetto della dignità dei popoli e del perseguimento della giustizia nelle relazioni internazionali,  avendo come tappa intermedia quella del contenimento della spinta del riarmo e del superamento dell’idea dell’equilibro mediante deterrenza.

  Di fronte a questa posizione della dottrina sociale, si può essere timidi nell’affermare esplicitamente l’ideale del disarmo? Anche noi, nel documento che abbiamo prodotto per la faccenda dell’ultimatum micidiale del signor Trump agli iraniani e via dicendo ci siano negati la parola disarmo. Ci è sembrato troppo.   Di fatto, la posizione del mondo cattolico italiano è in genere piuttosto diversa dai principi della dottrina sociale, in particolare  più arretrata.

  Di fronte alle guerre iniziate nel 2022, a seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe della Federazione Russa, e il 28 febbraio di quest’anno, con gli attacchi micidiali degli Stati Uniti d’America e dello Stato d’Israele contro la Repubblica islamica Iraniana, con lo scopo di assassinarne i principali esponenti di governo e militari e di distruggerne le potenzialità militari, il principio della pace mediante accordi internazionali è stato stravolto: i regimi più potenti militarmente vogliono soverchiare quelli più deboli imponendo loro degli ultimatum, prospettando loro la distruzione se non si piegano alle condizioni di pace imposte dai più forti.

  In particolare questo principio, decisamente contrario a quelli promulgati dalla dottrina sociale, è stato progettato e perseguito con pervicacia, da una decina d’anni e non solo sotto la Presidenza Trump, dagli Stati Uniti d’America, i quali hanno accumulato una potenza bellica impressionante, che comprende una estesissima rete di satelliti artificiali e l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale. Essa  consente di recare colpi con precisione micidiale e rischiando poco, perché i missili, utilizzati nell’attacco,  possono essere  lanciati da molto lontano contro il nemico che viene di volta in volta individuato, addirittura da oltre la linea dell’orizzonte, perché sono governati da intelligenze artificiali,  e così le stazioni di lancio, che siano in  aerei, navi o sottomarini non possono essere raggiunte dagli attaccati. Contro questa strategia di guerra, la Federazione russa e la Repubblica popolare di Cina hanno messo a punto missili  intercontinentali iperveloci che sono in grado di sfuggire ai sistemi antimissile avanzati come quelli usati dagli Occidentali e così anche di colpire portaerei.

2. Il 6 dicembre dello scorso anno, ho partecipato a Firenze al Convegno indetto dal Meic per presentare il documento per una Nuova Camaldoli.

  Fin dai primi interventi, mi sono accorto che il reale e dichiarato intento degli organizzatori del Convegno, ma in fondo anche del gruppo di lavoro che aveva preparato quel documento, divergeva sensibilmente dall’attuale dottrina sociale. Si voleva infatti riorganizzare l’Unione Europea in modo da rendere possibile iniziare una guerra con una decisione non presa all’unanimità ma a maggioranza, consapevoli che proprio la regola dell’unanimità su quel tipo di deliberazioni aveva finora impedito di entrare in guerra con la Federazione russa, nel conflitto  in corso in Ucraina, che in sostanza  è solo una fase delle ostilità endemiche  che erano in corso dal 2014 tra Stati Uniti d’America e la Federazione Russa per il controllo della costa del Mar Nero, dove i russi, in Crimea,  hanno una delle loro principali basi navali, l’unica accessibile in ogni stagione dell’anno. Sullo sfondo i conflitti incipienti in Moldova e in Georgia, che si vorrebbero annettere all’Unione Europea e alla NATO.

  Erano d’accordo su questa riforma sia Romano Prodi, sia Giorgio Tonini, che vi ha costruito sopra un bel  discorso, con richiami alla mitologia greca.

  La sera ho scritto un post su un social del gruppo di magistrati a cui ancora aderisco da pensionato, scrivendo “Qui sono tutti pazzi, vogliono fare la guerra ai russi!”.

  A margine dell’incontro, un gruppetto di giovani specializzandi e dottorandi registrava delle interviste ai relatori. In una pausa, mi sono avvicinato e ho fatto loro notare che si voleva progettare di modificare proprio quelle regole che avevano impedito, finora, all’Unione Europea di entrare in guerra e che questo aveva poco senso se si voleva conservare la pace in Europa. Mi hanno guardato come se fossi uno strambo. La storia stava andando in un’altra direzione: bisognava potersi riarmare e anche entrare in guerra, perché altrimenti i russi l’avrebbero avuta vinta.

  Mi pare di essere in buona compagnia: anche verso Pax Christi  mi pare che si abbia lo stesso atteggiamento.

   Rileggiamo le parole del papa Pio 12° nel dicembre 1939 (!):

 

Conclusioni di pace, che non attribuissero fondamentale importanza ad un disarmo mutuamente consentito, organico, progressivo, sia nell’ordine pratico che in quello spirituale, e non curassero di attuarlo lealmente, rivelerebbero, presto o tardi, la loro inconsistenza e mancanza di vitalità.

 

   Se noi pensiamo alla pace come anelito religioso, allora possiamo pensare ad essa come dono prodigioso di Dio, che, in un battito di ciglia, trasformi le armi in aratri e falci, come nella visione del libro di Isaia, capitolo 2, versetti 4 e 5; se lo pensiamo anche come obiettivo storico-politico concreto, quindi anche come nostra costruzione sociale in adesione ai principi etici religiosi, allora si parlerà di disarmo, mutuamente consentito, organico, progressivo che non riguardi solo il contenimento del riarmo e la riduzione degli armamenti esistenti, ma anche il disarmo spirituale, al quale si è riferito il papa Leone 14° nel messaggio per la 59° Giornata mondiale della pace, celebrata il 1 gennaio 2026:

 

Una pace disarmante

La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14). Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore (cfr At 2,37). Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». 

Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità». 

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

[…]

Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5)

 

Mario Ardigò  3 maggio 2026

 


Il principio di deterrenza  e la dottrina sociale

 

  Il papa Leone, a partire dal messaggio per la Giornata mondiale 2026 e anche nello scambio di battute dello scorso 7 aprile con il presidente statunitense Trump sull’ultimatum lanciato contro la Repubblica islamica dell’Iran, non ha fatto che ribadire un principio saldamente proclamato nella dottrina sociale a partire dal discorso tenuto il 24 dicembre 1939 dal papa Eugenio Pacelli – Pio 12° -  al Sacro collegio e alla Prelatura Romana in occasione della Vigilia del Natale 1939, vale a dire che la deterrenza  basata sul costante riarmo è contro Dio  e questo perché essa fatalmente rende difficili i negoziati di pacificazione tra gli stati e precari gli accordi raggiunti.

  La deterrenza  non si basa su un accordo ma è una situazione di fatto che dovrebbe scoraggiare gli attacchi per il timore di una reazione distruttiva degli attaccati e dei loro alleati. Se ne parla come dell’equilibrio  del terrore, ma, in realtà, equilibrio non c’è, fintanto che dai negoziati non emerga un accordo formale, garantito da procedure di verifica,  che le parti potenzialmente in conflitto siano disposte a rispettare. Fino ad allora ogni parte cercherà di aumentare la propria forza distruttiva, sia nella prospettiva di arrivare a sovrastare le altre parti sia per il timore di esserne sovrastata. Così si stima che la Federazione Russa sia arrivata a disporre di circa 1700 testate nucleari operative e di altre 4300 altre testate potenzialmente utilizzabili ma non schierate; mentre gli Stati Uniti d’America ne dovrebbe avere 1700 schierate e altre 3700 potenzialmente utilizzabili ma non schierate. I due stati attualmente dispongono dell’80% circa delle testate nucleari costruite nel mondo. Nel 2019 gli Stati Uniti d’America, nel corso della prima presidenza federale del signor Trump si ritirarono dal trattato sulle forze nucleari a medio raggio, INF, siglato nel 1987 dal presidente statunitense Ronald Reagan e dal presidente sovietico Michail Sergeevič  Gorbačëv, e non è stato rinnovato il trattato per la riduzione delle forze nucleari strategiche NEW START siglato nel 2010 dal presidente statunitense Barak Obama e dal presidente russo Dimitrij Medvedev (all’epoca alter ego di Vladimir Putin, il quale ricopriva il ruolo di Primo ministro federale).

  Secondo la dottrina sociale, la via politica per la costruzione della pace conforme ai principi evangelici è quella del negoziato su due grandi temi: a)la riforma delle relazioni internazionali mediate da organizzazioni sovranazionali per la costruzione delle giustizia sociale ad ogni livello; b)gli accordi internazionali per processi di disarmo. Ogni politica di riarmo va quindi contro la dottrina sociale contemporanea.

  Non stupisce quindi che il mondo cattolico italiano non si sia schierato più tanto con papa Leone nell’incidente con il signor Trump: esso in realtà è convinto che occorra il riarmo europeo, ma non solo, che occorra una riforma delle istituzioni dell’Unione Europea per iniziare o intervenire in guerra con deliberazione presa a maggioranza.  Si è disposti a protestare per la lesa maestà  contro il Papa, ma non a sostenere le ragioni della sua dottrina sociale. E sottolineo che si tratta proprio di ragioni: la dottrina sociale sul disarmo  qualifica espressamente come irrazionale  il principio della deterrenza mediante riarmo.

  Io sono rimasto stupefatto quando, al Convegno sulla Nuova Camaldoli Europea del 6 dicembre scorso a Firenze, mi sono trovato davanti ai relatori tutti appartenenti a vari filoni del cattolicesimo democratico e tutti schierati per il riarmo.

  La deterrenza  mediante riarmo ha garantito la pace europea? Assolutamente no.

  Durante e dopo la Seconda guerra mondiale furono conclusi una serie di accordi internazionali che, fino all’estinzione dell’Unione Sovietica, furono alla base della pace europea, implementati poi, dal 1963, dagli accordi per la riduzione delle armi strategiche tra USA e URSS. Paradossalmente, mentre la Seconda guerra mondiale era scoppiata come reazione all’invasione della Polonia da parte del Deutsche Reich caduto in mani naziste, la Polonia, come quasi tutta l’Europa orientale fu assegnata alla sfera di influenza sovietica, quindi di una feroce dittatura con caratteristiche simili a quella nazista,  e il patto si rivelò estremamente solido, tanto da non venir violato sia durante la rivolta ungherese del 1956 sia durante quella cecoslovacca del 1968. Gli Stati Uniti d’America si erano assicurati il controllo dell’area europea più ricca, l’Unione Sovietica di un’immensa area nell’Europa orientale con notevoli potenzialità economiche e che costituiva un fortissimo presidio contro ulteriori invasioni da Occidente. Dagli anni ’60 l’intensificarsi dell’integrazione economica tra Europa occidentale e orientale rese più conveniente mantenere lo status quo.

 La fine dell’egemonia sovietica sull’Europa orientale e l’estinzione della stessa Unione sovietica avvennero pacificamente, per implosione, quando, a seguito del lungo allentamento della tensione tra le due aree, all’Est non si temette più di venir fagocitati dagli Occidentali, in caso di un cambio di regime. Questo affidamento si è rivelato, con il senno del poi, assolutamente infondato. Negli anni ’90 l’Europa orientale cadde progressivamente sotto l’egemonia statunitense. Ora si tratta di un’area completamente occidentalizzata, quanto all’economia, alla cultura, ai modi di vivere eccetera. Non è più quel mondo alieno che era diventata sotto i regimi comunisti. In questo contesto si è fatto strada il regime putiniano, che ha consentito di superare in parte, nell’immensa Federazione russa, la situazione di insicurezza avvertita dalla popolazione, preda di una criminalità diffusa e spregiudicata, che aveva asservito i principali gangli dell’economia. Da qui la frizione con gli Stati Uniti d’America. Ma gli oligarchi politici ed economici russi, a cominciare da Vladimir Putin stesso, hanno costumi di vita analoghi a quelli degli oligarchi occidentali. Gli Stati Uniti d’America hanno indotto progressivamente l’Europa a tagliare sempre più le proficue relazioni economiche con la Federazione Russa, ma non hanno una vera convenienza a una guerra totale con i russi, e lo stesso è per questi ultimi. Da qui una efferata guerra convenzionale in Ucraina, condotta con l’intesa reciproca di non superare certe soglie. Gli armamenti distruttivi ci sono ma non risultano più deterrenti. Da qui un conflitto endemico che si trascina dal 2014 e di cui l’invasione russa del 2022 è stata solo un epifenomeno.

  Le attuali élite europee, compresi i cattolici democratici, sono convinti che il riarmo  europeo e l’intervento in guerra accanto allo sfiancato esercito ucraino, ripristinerà una tale deterrenza da convincere i russi a ritirarsi. Nel frattempo, non partecipano ad alcun negoziato con i russi. Quindi: riarmo, negazione del negoziato.  Si tratta di principi opposti  a quelli della dottrina sociale. Non mi pare che da noi ce se ne renda bene conto.

  Ma, poi, funzionerebbe? La memoria storica e un’occhiata all’immensa Federazione russa sulla carta geografica dovrebbero convincerci di no. Mai e poi mai  riusciremo ad ottenere con le armi, con il riarmo, quello che tra il 1989 e il 1991 fu ottenuto pacificamente con i negoziati tra il democristiano Helmut Kohl e il russo Michail Sergeevič  Gorbačëv: la piena apertura dell’Europa orientale  a quella occidentale, secondo la grande visione del papa Karol Woytyla, con la profonda integrazione delle rispettive economie.

 Di Gorbačëv allego un interessante articolo del 2019.

 

Mario Ardigò – 4 maggio 2026

 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Michail Sergeevič  Gorbačëv

 

Nucleare, una corsa senza vincitori

 

L’autore, nato nel 1931 a  Privol´noe, regione di Stavropol´, in Russia, sulle ultime propaggini del Caucaso, è stato, dal 1985, l’ultimo Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica,  dal 1988 Presidente del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica e  Presidente dell’Unione Sovietica dal 1990 all’agosto 1991. Viveva a Mosca, nella Federazione Russa. Morì nel 2022.

 

 

***********************

 

Articolo pubblicato sul quotidiano italiano La Repubblica nell'edizione del 15 febbraio 2019 ed ancor prima sul quotidiano russo Vedemosti

 

*********************************

 

  Il  destino del Trattato sull’eliminazione dei missili a corto e medio raggio (INF -Intermediate-Range Nuclear ForcesTreaty) preoccupa i politici e la gente comune di tutti in continenti. Anch’io sono preoccupato e non solo perché nel dicembre 1987 fui io a firmare quest’accordo insieme all’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. In quello che sta accadendo vedo un’altra manifestazione di pericolose e distruttive tendenze nella politica mondiale.

La linea guida che portò al trattato fu sintetizzata nella dichiarazione congiunta che noi leader dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti adottammo nel corso del nostro primo incontro a Ginevra: «La guerra nucleare è inaccettabile, in una guerra così non ci possono essere vincitori».

  Oggi quel che realizzammo negli anni in cui ponemmo fine alla guerra fredda è a rischio. La decisione statunitense di ritirarsi dal Trattato INF rischia d’invertire l’andamento degli eventi nella direzione opposta.

  Ma che cos’è successo? Quale minaccia  sta costringendo l’America a distruggere il sistema di limitazione delle armi nucleari che era vantaggioso per tutto il mondo?

    A conferma della propria posizione, gli Stati Uniti fanno riferimento alla presenza di missili a medio raggio  in altri Paesi. In particolare in Cina, Iran e Corea del Nord. Ma non è un’argomentazione convincente. Gli Stati Uniti e la Russia possiedono  ancora oltre il 90% delle armi nucleari presenti nel mondo. Da questo punto di vista i nostri due Paesi rimangono in effetti “grandi potenze”. Naturalmente, se il processo di riduzione  delle armi nucleari  continuasse, a un certo punto gli altri Paesi, tra cui Regno Unito, Francia e Cina, dovrebbero aderire. Però è difficile chiedere loro di limitarsi se una delle grandi potenze si svincola dalle restrizioni.

E’ impossibile  non concludere che dietro alla decisione statunitense di recedere dal Trattato ci siano altre ragioni rispetto a quelle citate dai leader statunitensi: Washington vuole sbarazzarsi di qualsiasi limitazione  sugli armamenti per ottenere l’assoluta superiorità militare.  Il presidente Trump ha detto che gli USA hanno più denaro di  qualsiasi altro Paese e che accresceranno gli armamenti finché gli altri non accetteranno le loro ragioni. Credo che vogliano imporre la loro volontà sul mondo, che cos’altro ci potrebbe essere?

  Questo però è un obiettivo illusorio. L’egemonia di un solo Paese nel mondo di oggi è impossibile. L’attuale svolta distruttiva avrà conseguenze diverse: la destabilizzazione della situazione strategica globale, una nuova corsa agli armamenti e una politica mondiale sempre più caotica e imprevedibile. Con l’effetto che sarà messa in pericolo la sicurezza di tutti i Paesi, compresi gli Stati Uniti. Questa è la logica di tutti i processi anarchici e incontrollati.

  Il presidente Trump ha detto che gli Stati Uniti sperano di concludere un nuovo “buon” Trattato. Ma che trattato? Un trattato sull’accrescimento degli armamenti?

  Coloro che vogliono mettere fine al Trattato affermano che dalla sua firma a oggi nel mondo ci sono stati grandi cambiamenti e che il trattato è diventato obsoleto. Il primo punto è certamente vero, ma il secondo è profondamente sbagliato. I cambiamenti che si sono verificati nel mondo non richiedono la disdetta degli accordi che crearono le basi della sicurezza internazionale dopo la fine della Guerra Fredda, ma un ulteriore passo verso l’obiettivo finale: eliminare le armi nucleari. Questo è ciò a cui dovrebbero essere mirati i nostri sforzi.

  Mi appello agli americani, in particolare ai membri del Congresso, repubblicani e democratici. Mi dispiace che le tensioni politiche interne che si sono venute a creare negli ultimi anni negli Stati Uniti abbiano provocato  una rottura del dialogo tra i nostri due Paesi su ogni punto in agenda, a cominciare dal dossier sulle armi nucleari. E’ ora di mettere da parte i contrasti e avviare un serio dialogo. Sono sicuro che la Russia da parte sua sia pronta.

  La cosa principale che voglio invocare  è una svolta seria nel modo di pensare dei politici. La militarizzazione del pensiero ha portato alla militarizzazione del comportamento degli Stati, alle campagne militari in Jugoslavia, Libia e in altri Paesi. Le loro conseguenze si faranno sentire per tanto tempo.

  La chiave per risolvere i problemi della sicurezza non sta nelle armi, ma nella politica. Gli eventi inquietanti delle ultime settimane non ammettono una reazione indulgente. Ma, d’altro canto, non deve esserci neanche panico. E’ necessario ragionare sulla situazione che si è creata e, cosa più importante, bisogna agire per impedire che il mondo scivoli in una corsa agli armamenti, in un confronto, in un’inimicizia. Nonostante tutto credo che siamo comunque in grado di farlo.

Traduzione dal russo all’italiano di Aleksej Larionov