INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

*************************

L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

**********************************

Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

Chi voglia pubblicare un contenuto, può inviarlo a Mario Ardigò all'indirizzo di posta elettronica ardigo.mario@virgilio.it all'interno di una e-mail o come allegato Word a una e-email.

I contenuti pubblicati su questo blog possono essere visualizzati senza restrizioni da utenti di tutto il mondo e possono essere elaborati da motori di ricerca; dato il tema del blog essi potrebbero anche rivelare un'appartenenza religiosa. Nel richiederne e autorizzarne la pubblicazione si rifletta bene se inserirvi dati che consentano un'identificazione personale o, comunque, dati di contatto, come indirizzo email o numeri telefonici.

Non è necessario, per leggere i contenuti pubblicati sul blog, iscriversi ai "lettori fissi".

L'elenco dei contenuti pubblicati si trova sulla destra dello schermo, nel settore archivio blog, in ordine cronologico. Per visualizzare un contenuto pubblicato basta cliccare sul titolo del contenuto. Per visualizzare i post archiviati nelle cartelle per mese o per anno, si deve cliccare prima sul triangolino a sinistra dell'indicazione del mese o dell'anno.

Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

GOOGLE INSERISCE DEI COOKIE NEL CORSO DELLA VISUALIZZAZIONE DEL BLOG. SI TRATTA DI PROGRAMMI COMUNEMENTE UTILIZZATI PER MIGLIORARE E RENDERE PIU' VELOCE LA LETTURA. INTERAGENDO CON IL BLOG LI SI ACCETTA. I BROWSER DI NAVIGAZIONE SUL WEB POSSONO ESSERE IMPOSTATI PER NON AMMETTERLI: IN TAL CASO, PERO', POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE VISUALIZZARE I CONTENUTI DEL BLOG.

Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

```

giovedì 18 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - Primo capitolo: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo - 10. Gli eventi storici tra il 1989 e il 1991 e l’enciclica Il Centenario – Centesimus annus

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

Primo capitolo: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo

10. Gli eventi storici tra il 1989 e il 1991 e l’enciclica Il Centenario – Centesimus annus

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/WAfYU0ZLaHE



Nell’immagine, il sindacalista polacco Lech Walesa, presidente del sindacato polacco Solidarnosc, protagonista delle lotte per lo sviluppo della democrazia in Polonia negli anni ’80 del Novecento. Fu poi il primo presidente della nuova Polonia democratica dal 1990 al 1995.

 

Continuo ad esaminare in dettaglio l'enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, e in particolare il capitolo primo, Un pensiero dinamico fedele al Vangelo. Come ho osservato in precedenza, in questo capitolo si passano in rassegna alcuni importanti documenti della dottrina sociale, a partire dall'enciclica Delle novità – Rerum novarum del 1891, per dimostrare che gli insegnamenti impartiti con La magnifica umanità, pur prendendo in considerazione l’epocale svolta sociale, economica e politica conseguente agli impieghi sempre più vasti dei sistemi di intelligenza artificiale, si pongono nel solco dei principi elaborati ed enunciati dal precedente Magistero.

 L’enciclica La magnifica umanità  - Magnifica humanitas è destinata a lasciare un’impronta duratura nella nostra vita ecclesiale, paragonabile a quella dell’enciclica Il centenario – Centesimus annnus  pubblicata nel 1991 sotto l’autorità del papa Giovanni Paolo 2° della quale oggi tratto sulla scorta di quanto se ne scrive nella La magnifica umanità – Magnifica humanitas. Nell’enciclica pubblicata sotto l’autorità del papa Leone 14ª  ritengo di grande importanza i capitoli 2, nel quale viene ridefinita gran parte della dottrina sociale, e 5, nel quale vengono dati principi in materia di relazioni internazionali e in particolare sulle politiche di potenza perseguite con la guerra.  Per questo motivo, nell’assemblea dei soci del prossimo ottobre vi proporrò di affiancare al dialogo sinodale basato sul percorso formativo proposto dall’Azione Cattolica una serie di incontri sinodali dedicati all’approfondimento dei temi dell’enciclica La magnifica umanità – Magnifica humanitas, aperti anche alle altre persone della parrocchia come nostro servizio specifico alla comunità. Se la mia proposta sarà approvata dall’assemblea, potremmo dunque formulare un progetto di attività parrocchiali in questo campo da presentare al parroco e al Consiglio pastorale.  

  Nel primo capitolo dell’enciclica La magnifica umanità -  Magnifica humanitas si menziona, dunque, anche l’enciclica   Il centenario -  Centesimus annus del 1991 - pubblicata nel centesimo anniversario dell’enciclica Delle Novità – Rerum -, nella quale si ragionò sulla situazione politica prodottasi a seguito del crollo del sistema sovietico, vale a dire del regime di ideologia marxista-leninista dell’Unione sovietica, che dalla rivoluzione attuata nel 1917 aveva governato su tutto l’immenso territorio euroasiatico dell’impero zarista russo,  e di quelli di ispirazione analoga  dell’Europa orientale caduti nella sua sfera di influenza, e sul progressivo affermarsi della democrazia e dell’economia di mercato in quei mondi. Fu ribadito l’insegnamento del papa Pio 12° secondo cui la Chiesa può apprezzare la democrazia nella misura in cui garantisce la partecipazione effettiva dei cittadini, consente di scegliere e sostituire pacificamente i governanti e impedisce che il potere sia monopolizzato da élite ristrette mosse da interessi particolari o ideologici.  Allo stesso modo venne riconosciuto il potenziale positivo del mercato e dell’iniziativa privata solo se restano subordinati alla legge morale e orientati dal principio di solidarietà, senza sacrificare i più deboli alla logica del profitto. Nell’enciclica La magnifica umanità si osserva che rimane ancora particolarmente attuale l’affermazione del legame tra dignità del lavoro, solidarietà tra i popoli e la valutazione critica di democrazia ed economia di mercato, offrendo criteri per giudicare le nuove forme di sfruttamento, di esclusione e di crisi della rappresentanza politica.

  Penso sia utile approfondire l’argomento, tenendo conto che, per chi oggi ha meno di cinquant’anni, quegli eventi storici, che per me, all’epoca trentenne, furono vita vissuta e cambiamento epocale, sono solo cose lette sui libri, forse anche distrattamente.  Data la rilevanza del tema, vorrete scusarmi se mi dilungherò un po’ di più del solito.

   Ebbene, ricordiamo che tra il 1989 e il 1991 i regimi comunisti dell'Europa centro-orientale, instauratisi nel secondo dopoguerra sotto l'influenza determinante dell'Unione Sovietica e della presenza dell'Armata Rossa, le forze armate dell’Unione Sovietica, entrarono rapidamente in una crisi irreversibile e crollarono, per un complesso di cause diverse sulle quali ancora il dibattito tra gli storici è vivo. Ne seguirono processi di democratizzazione e di transizione all'economia di mercato, con esiti differenti da paese a paese; nello stesso periodo l'Unione Sovietica, anziché trasformarsi in una democrazia sul modello occidentale, si dissolse nel dicembre 1991. Quindi tutti i diversi popoli, già dominati dall’impero zarista e poi organizzati in vari stati legati dal vincolo federale nell’Unione sovietica, si proclamarono indipendenti e iniziarono ad organizzarsi politicamente in modi diversi dai passati regimi comunisti di tipo  leninista,  dallo pseudonimo Lenin dell’importante capo rivoluzionario comunista Vladimir Il'ič Ul'janov.

  In questo contesto storico, l’enciclica Il Centenario- Centesimus annus ebbe un’importanza enorme in Europa, e anche in Italia, non solo tra i cattolici, ma in particolare tra i democristiani italiani. La Democrazia Cristiana aveva svolto fin dal 1943 il ruolo di principale agente politico della dottrina sociale, specialmente nel rapporto dialettico con il Partito Comunista Italiano, il maggior partito comunista dell’Europa occidentale e  una delle principali forze politiche che avevano costruito  la democrazia italiana postfascista, almeno fino al 1977 legato agli sviluppi e agli obiettivi del comunismo sovietico. Un rapporto, quello tra democristiani e comunisti italiani fatto di contrapposizione su alcuni temi, di dialogo su altri e di collaborazione sui fondamenti democratici della Repubblica. La Democrazia Cristiana diresse ininterrottamente  le politiche di governo nazionale come partito di maggioranza relativa (il maggior partito tra quelli rappresentati in Parlamento) dal dicembre 1945 (con il primo Governo di Alcide De Gasperi)  al maggio 1994 (con il governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi), esprimendo quasi tutti i Presidenti del Consiglio dei ministri ad eccezione dei governi presieduti dal repubblicano Giovanni Spadolini (dal 1981 al 1982), dai socialisti  Bettino Craxi (dal 1983 al 1987) e Giuliano amato Amato (dal 1992 al 1993) e da Carlo Azeglio Ciampi. (dal 1993 al maggio 1994).

   Nel novembre 1977, a Mosca, il segretario generale del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, in occasione delle celebrazioni in Unione Sovietica per il sessantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, pronunciò un intervento in cui parlò della democrazia come "valore universale", manifestando in tal modo davanti al Partito comunista dell’Unione sovietica una chiara presa di distanza dal regime sovietico.   Nel corso degli anni ’80 il legame del Partito Comunista Italiano con i comunisti sovietici entrò in crisi, in particolare dopo un colpo di stato del dicembre 1980 in Polonia, attuato per contrastare i moti democratici sorretti dal sindacato-partito Solidarnosc – Solidarietà, fondato quello stesso anno e presieduto da Lech Walesa dopo agitazioni sindacali nella città industriale di Danzica e  la cui ideologia recepiva le indicazioni della dottrina sociale cattolica. Il   papa Giovanni Paolo 2°, giâ vescovo  polacco di Cracovia, nel  numero 8 della sua  enciclica, la Mediante il lavoro – Laborem exercens, del 1981,   intitolato La solidarietà degli uomini del lavoro,  concludeva così:

 

  Perciò, bisogna continuare a interrogarsi circa il soggetto del lavoro e le condizioni in cui egli vive. Per realizzare la giustizia sociale nelle varie parti del mondo, nei vari Paesi e nei rapporti tra di loro, sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro. Tale solidarietà deve essere sempre presente là dove lo richiedono la degradazione sociale del soggetto del lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori e le crescenti fasce di miseria e addirittura di fame. La Chiesa e vivamente impegnata in questa causa, perché la considera come sua missione, suo servizio, come verifica della sua fedeltà a Cristo, onde essere veramente la «Chiesa dei poveri». E i «poveri» compaiono sotto diverse specie; compaiono in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia. 

 

 Il crollo del sistema sovietico ebbe riflessi straordinari sul Partito Comunista Italiano, che nel 1991 mutò la propria denominazione in quella di Partito Democratico della Sinistra, rompendo con la tradizione dei partiti comunisti, in particolare di quelli dell’Europa orientale. Lo stesso anno la Federazione russa, con capitale Mosca, metamorfosi della preesistente Repubblica socialista  federativa  sovietica russa,  vietò le attività del Partito comunista dell’Unione sovietica, confiscandone i beni. Ciò indusse i democristiani a chiedersi se avesse ancora senso un partito come la Democrazia Cristiana nato anche per esercitare una pressione politica volta a impedire ai comunisti di guidare il governo nazionale, temendone i riflessi sul sistema politico democratico. Tale finalità si era fondata sull'unità politica dei cattolici, che fino ad allora aveva prevalso sulle profonde fratture tra le correnti del partito: da un lato quelle più sensibili alla giustizia sociale, che non avevano mai interrotto il dialogo con le forze socialiste e comuniste avviato durante la guerra di Resistenza antifascista; dall'altro quelle più legate allo sviluppo dei diritti di libertà personale, sociale e imprenditoriale, che condividevano le istanze delle forze di orientamento liberale.  

  In questo l’enciclica Centesimus annus – Il Centenario fornì i criteri fondamentali per i futuri sviluppi.

  Nel 1994 la Democrazia Cristiana fu sciolta e fu fondato il nuovo Partito Popolare Italiano, riprendendo la denominazione del partito fondato da Luigi Sturzo ed altri dopo la Prima guerra mondiale. Lo stesso anno, poco dopo,  il nuovo partito subì una scissione, animata dalle correnti che si situavano più a destra, a cui l’anno successivo ne seguì un’altra. Nel contesto democratico della nuova Europa scaturita dagli eventi prodotti tra il 1989 e il 1991, si ritenne quindi  non più attuale l’obiettivo dell’unità politica del voto dei cattolici italiani, perseguito a partire dalla segreteria politica di Alcide De Gasperi dopo la Seconda Guerra mondiale, e approvato fino ad allora dai Papi e dall’episcopato italiano. Tuttavia era sempre necessario cercare orientare le democrazie europee, e anche quella italiana,  secondo il sistema valoriale insegnato dalla dottrina sociale: a questo fine la Conferenza episcopale italiana esercitò un ruolo molto più attivo che in passato nelle questioni politiche, sotto la presidenza di Camillo Ruini, durata molto a lungo, dal 1991, l’anno della svolta storica in Europa, fino al 2007. Sotto la presidenza di Ruini la Conferenza episcopale italiana cercò di ottenere il consenso politico dei cattolici italiani, a prescindere dai partiti politici nei quali si dividevano,  su alcuni valori ritenuti molto importanti, in particolare ai fini di valutare il buon uso della democrazia politica. Camillo Ruini è morto  il 16 giugno scorso in tarda età. Modenese, professore di filosofia e teologia, aveva iniziato ad operare in campo sociale lavorando per l’Azione Cattolica a Reggio Emilia, come assistente diocesano del Laureati cattolici e delegato diocesano per l’Azione Cattolica. Lì fu notato dal papa Giovanni Paolo 2°, che, dopo averlo fatto vescovo, lo chiamò a presiedere la Conferenza episcopale italiana e ad essere suo Vicario per la Diocesi di Roma, creandolo cardinale. Nel mondo cattolico non vi era consenso unanime sulla linea perseguita in politica da Ruini, ma oggi anche chi non la condivise manifesta apprezzamento per la sua figura di sacerdote e vescovo, molto colto, capace di incidere efficacemente sulla società nel senso indicato dalla dottrina sociale, perché non divenisse progressivamente irrilevante.

   Ci si chiedeva anche, dopo gli eventi storici eccezionali prodottisi dal 1989, che Europa dovesse sorgere dal progressivo svanire della profonda frattura tra regimi capitalisti occidentali e regimi comunisti orientali che aveva caratterizzato fino ad allora l'Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale. Questa frattura, definita dal politico britannico Winston Churchill "cortina di ferro", si era prodotta perché le vicende belliche avevano portato le forze armate dell'Unione Sovietica a controllare quasi tutta l'Europa orientale, secondo un accordo di massima raggiunto nell'ottobre 1944 a Mosca nel corso di un incontro bilaterale tra Churchill, all'epoca Primo ministro britannico, e Stalin, segretario generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e di fatto spietato despota dell'Unione Sovietica, in quel momento alleata della Gran Bretagna, degli Stati Uniti d'America e degli altri loro "Alleati" contro la Germania nazista, il regime fascista italiano ricostituito in una parte d'Italia dal settembre 1943, il Giappone e i loro altri alleati.

 L’enciclica Il Centenario – Centesimus annus volle dare orientamenti anche su questo.

 Contrariamente alle consuetudini per  i documenti della dottrina sociale, l’enciclica, nei numeri da 22 a 29 che vi leggo, reca una lunga terza sezione di approfondimento storico  con precisi riferimenti alle  trasformazioni prodottesi in Europa dal 1989:

 

L'anno 1989

22. Partendo dalla situazione mondiale ora descritta, e già ampiamente esposta nell'Enciclica [“La sollecitudine sociale - ]Sollicitudo rei socialis,[del1987] si comprende l'inaspettata e promettente portata degli avvenimenti degli ultimi anni. Il loro culmine certo sono stati gli avvenimenti del 1989 nei Paesi dell'Europa centrale ed orientale, ma essi abbracciano un arco di tempo ed un orizzonte geografico più ampi. Nel corso degli anni '80 crollano progressivamente in alcuni Paesi dell'America Latina, ma anche dell'Africa e dell'Asia certi regimi dittatoriali ed oppressivi; in altri casi inizia un difficile, ma fecondo cammino di transizione verso forme politiche più partecipative e più giuste. Un contributo importante, anzi decisivo, ha dato l'impegno della Chiesa per la difesa e la promozione dei diritti dell'uomo: in ambienti fortemente ideologizzati, in cui lo schieramento di parte offuscava la consapevolezza della comune dignità umana, la Chiesa ha affermato con semplicità ed energia che ogni uomo — quali che siano le sue convinzioni personali — porta in sé l'immagine di Dio e, quindi, merita rispetto. In tale affermazione si è spesso riconosciuta la grande maggioranza del popolo, e ciò ha portato alla ricerca di forme di lotta e di soluzioni politiche più rispettose della dignità della persona.

Da questo processo storico sono emerse nuove forme di democrazia, che offrono la speranza di un cambiamento nelle fragili strutture politiche e sociali, gravate dall'ipoteca di una penosa serie di ingiustizie e di rancori, oltre che da un'economia disastrata e da pesanti conflitti sociali. Mentre con tutta la Chiesa rendo grazie a Dio per la testimonianza, spesso eroica, che non pochi Pastori, intere comunità cristiane, singoli fedeli ed altri uomini di buona volontà hanno dato in tali difficili circostanze, prego perché egli sostenga gli sforzi di tutti per costruire un futuro migliore. È, questa, infatti una responsabilità non solo dei cittadini di quei Paesi, ma di tutti i cristiani e degli uomini di buona volontà. Si tratta di mostrare che i complessi problemi di quei popoli possono essere risolti col metodo del dialogo e della solidarietà, anziché con la lotta per la distruzione dell'avversario e con la guerra.

23. Tra i numerosi fattori della caduta dei regimi oppressivi alcuni meritano di essere ricordati in particolare. Il fattore decisivo, che ha avviato i cambiamenti, è certamente la violazione dei diritti del lavoro. Non si può dimenticare che la crisi fondamentale dei sistemi, che pretendono di esprimere il governo ed anzi la dittatura degli operai, inizia con i grandi moti avvenuti in Polonia in nome della solidarietà. Sono le folle dei lavoratori a delegittimare l'ideologia, che presume di parlare in loro nome, ed a ritrovare e quasi riscoprire, partendo dall'esperienza vissuta e difficile del lavoro e dell'oppressione, espressioni e principi della dottrina sociale della Chiesa.

  Merita, poi, di essere sottolineato il fatto che alla caduta di un simile «blocco», o impero, si arriva quasi dappertutto mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia. Mentre il marxismo riteneva che solo portando agli estremi le contraddizioni sociali fosse possibile arrivare alla loro soluzione mediante lo scontro violento, le lotte che hanno condotto al crollo del marxismo insistono con tenacia nel tentare tutte le vie del negoziato, del dialogo, della testimonianza della verità, facendo appello alla coscienza dell'avversario e cercando di risvegliare in lui il senso della comune dignità umana.

  Sembrava che l'ordine europeo, uscito dalla seconda guerra mondiale e consacrato dagli Accordi di Yalta, potesse essere scosso soltanto da un'altra guerra. È stato, invece, superato dall'impegno non violento di uomini che, mentre si sono sempre rifiutati di cedere al potere della forza, hanno saputo trovare di volta in volta forme efficaci per rendere testimonianza alla verità. Ciò ha disarmato l'avversario, perché la violenza ha sempre bisogno di legittimarsi con la menzogna, di assumere, pur se falsamente, l'aspetto della difesa di un diritto o della risposta a una minaccia altrui.54 Ringrazio ancora Dio che ha sostenuto il cuore degli uomini nel tempo della difficile prova, pregando perché un tale esempio possa valere in altri luoghi ed in altre circostanze. Che gli uomini imparino a lottare per la giustizia senza violenza, rinunciando alla lotta di classe nelle controversie interne, come alla guerra in quelle internazionali.

24. Il secondo fattore di crisi è certamente l'inefficienza del sistema economico, che non va considerata come un problema soltanto tecnico, ma piuttosto come conseguenza della violazione dei diritti umani all'iniziativa, alla proprietà ed alla libertà nel settore dell'economia. A questo aspetto va poi associata la dimensione culturale e nazionale: non è possibile comprendere l'uomo partendo unilateralmente dal settore dell'economia, né è possibile definirlo semplicemente in base all'appartenenza di classe. L'uomo è compreso in modo più esauriente, se viene inquadrato nella sfera della cultura attraverso il linguaggio, la storia e le posizioni che egli assume davanti agli eventi fondamentali dell'esistenza, come il nascere, l'amare, il lavorare, il morire. Al centro di ogni cultura sta l'atteggiamento che l'uomo assume davanti al mistero più grande: il mistero di Dio. Le culture delle diverse Nazioni sono, in fondo, altrettanti modi di affrontare la domanda circa il senso dell'esistenza personale: quando tale domanda viene eliminata, si corrompono la cultura e la vita morale delle Nazioni. Per questo, la lotta per la difesa del lavoro si è spontaneamente collegata a quella per la cultura e per i diritti nazionali.

  La vera causa delle novità, però, è il vuoto spirituale provocato dall'ateismo, il quale ha lasciato prive di orientamento le giovani generazioni e in non rari casi le ha indotte, nell'insopprimibile ricerca della propria identità e del senso della vita, a riscoprire le radici religiose della cultura delle loro Nazioni e la stessa persona di Cristo, come risposta esistenzialmente adeguata al desiderio di bene, di verità e di vita che è nel cuore di ogni uomo. Questa ricerca è stata confortata dalla testimonianza di quanti, in circostanze difficili e nella persecuzione, sono rimasti fedeli a Dio. Il marxismo aveva promesso di sradicare il bisogno di Dio dal cuore dell'uomo, ma i risultati hanno dimostrato che non è possibile riuscirci senza sconvolgere il cuore.

25. Gli avvenimenti dell' '89 offrono l'esempio del successo della volontà di negoziato e dello spirito evangelico contro un avversario deciso a non lasciarsi vincolare da principi morali: essi sono un monito per quanti, in nome del realismo politico, vogliono bandire dall'arena politica il diritto e la morale. Certo la lotta, che ha portato ai cambiamenti dell' '89, ha richiesto lucidità, moderazione, sofferenze e sacrifici; in un certo senso, essa è nata dalla preghiera, e sarebbe stata impensabile senza un'illimitata fiducia in Dio, Signore della storia, che ha nelle sue mani il cuore degli uomini. È unendo la propria sofferenza per la verità e per la libertà a quella di Cristo sulla Croce che l'uomo può compiere il miracolo della pace ed è in grado di scorgere il sentiero spesso angusto tra la viltà che cede al male e la violenza che, illudendosi di combatterlo, lo aggrava.

  Non si possono, tuttavia, ignorare gli innumerevoli condizionamenti, in mezzo ai quali la libertà del singolo uomo si trova ad operare: essi influenzano, sì, ma non determinano la libertà; rendono più o meno facile il suo esercizio, ma non possono distruggerla. Non solo non è lecito disattendere dal punto di vista etico la natura dell'uomo che è fatto per la libertà, ma ciò non è neppure possibile in pratica. Dove la società si organizza riducendo arbitrariamente o, addirittura, sopprimendo la sfera in cui la libertà legittimamente si esercita, il risultato è che la vita sociale progressivamente si disorganizza e decade.

  Inoltre, l'uomo creato per la libertà porta in sé la ferita del peccato originale, che continuamente lo attira verso il male e lo rende bisognoso di redenzione. Questa dottrina non solo è parte integrante della Rivelazione cristiana, ma ha anche un grande valore ermeneutico, in quanto aiuta a comprendere la realtà umana. L'uomo tende verso il bene, ma è pure capace di male; può trascendere il suo interesse immediato e, tuttavia, rimanere ad esso legato. L'ordine sociale sarà tanto più solido, quanto più terrà conto di questo fatto e non opporrà l'interesse personale a quello della società nel suo insieme, ma cercherà piuttosto i modi della loro fruttuosa coordinazione. Difatti, dove l'interesse individuale è violentemente soppresso, esso è sostituito da un pesante sistema di controllo burocratico, che inaridisce le fonti dell'iniziativa e della creatività. Quando gli uomini ritengono di possedere il segreto di un'organizzazione sociale perfetta che renda impossibile il male, ritengono anche di poter usare tutti i mezzi, anche la violenza o la menzogna, per realizzarla. La politica diventa allora una «religione secolare», che si illude di costruire il paradiso in questo mondo. Ma qualsiasi società politica, che possiede la sua propria autonomia e le sue proprie leggi, non potrà mai esser confusa col Regno di Dio. La parabola evangelica del buon grano e della zizzania (cf come si legge nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 13, versetti a 24 a 30 e da 36 a 43) insegna che spetta solo a Dio separare i soggetti del Regno ed i soggetti del Maligno, e che siffatto giudizio avrà luogo alla fine dei tempi. Pretendendo di anticipare fin d'ora il giudizio, l'uomo si sostituisce a Dio e si oppone alla sua pazienza.

  Grazie al sacrificio di Cristo sulla Croce, la vittoria del Regno di Dio è acquisita una volta per tutte; tuttavia, la condizione cristiana comporta la lotta contro le tentazioni e le forze del male. Solo alla fine della storia il Signore ritornerà nella gloria per il giudizio finale (come si legge nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 25, versetto 31) con l'instaurazione dei cieli nuovi e della terra nuova (come si legge nella seconda lettera di Pietro, capitolo 3, versetto 13, e nel libro dell’Apocalisse, capitolo 21, versetto 1), ma, mentre dura il tempo, la lotta tra il bene e il male continua fin nel cuore dell'uomo.

  Ciò che la Sacra Scrittura ci insegna in ordine ai destini del Regno di Dio non è senza conseguenze per la vita delle società temporali, le quali — come dice la parola — appartengono alle realtà del tempo con quanto esso comporta di imperfetto e di provvisorio. Il Regno di Dio, presente nel mondo senza essere del mondo, illumina l'ordine dell'umana società, mentre le energie della grazia lo penetrano e lo vivificano. Così son meglio avvertite le esigenze di una società degna dell'uomo, sono rettificate le deviazioni, è rafforzato il coraggio dell'operare per il bene. A tale compito di animazione evangelica delle realtà umane sono chiamati, unitamente a tutti gli uomini di buona volontà, i cristiani ed in special modo i laici.

26. Gli avvenimenti dell' '89 si sono svolti prevalentemente nei Paesi dell'Europa orientale e centrale; tuttavia, hanno un'importanza universale, poiché ne discendono conseguenze positive e negative che interessano tutta la famiglia umana. Tali conseguenze non hanno un carattere meccanico o fatalistico, ma sono piuttosto occasioni offerte alla libertà umana per collaborare col disegno misericordioso di Dio che agisce nella storia.

  Prima conseguenza è stato, in alcuni Paesi, l'incontro tra la Chiesa e il Movimento operaio, nato da una reazione di ordine etico ed esplicitamente cristiano contro una diffusa situazione di ingiustizia. Per circa un secolo detto Movimento era finito in parte sotto l'egemonia del marxismo, nella convinzione che i proletari, per lottare efficacemente contro l'oppressione, dovessero far proprie le teorie materialistiche ed economicistiche.

  Nella crisi del marxismo riemergono le forme spontanee della coscienza operaia, che esprimono una domanda di giustizia e di riconoscimento della dignità del lavoro, conforme alla dottrina sociale della Chiesa. Il Movimento operaio confluisce in un più generale movimento degli uomini del lavoro e degli uomini di buona volontà per la liberazione della persona umana e per l'affermazione dei suoi diritti; esso investe oggi molti Paesi e, lungi dal contrapporsi alla Chiesa cattolica, guarda ad essa con interesse.

  La crisi del marxismo non elimina nel mondo le situazioni di ingiustizia e di oppressione, da cui il marxismo stesso, strumentalizzandole, traeva alimento. A coloro che oggi sono alla ricerca di una nuova ed autentica teoria e prassi di liberazione, la Chiesa offre non solo la sua dottrina sociale e, in generale, il suo insegnamento circa la persona redenta in Cristo, ma anche il concreto suo impegno ed aiuto per combattere l'emarginazione e la sofferenza.

  Nel recente passato il sincero desiderio di essere dalla parte degli oppressi e di non esser tagliati fuori dal corso della storia ha indotto molti credenti a cercare in diversi modi un impossibile compromesso tra marxismo e cristianesimo. Il tempo presente, mentre supera tutto ciò che c'era di caduco in quei tentativi, induce a riaffermare la positività di un'autentica teologia dell'integrale liberazione umana. Considerati da questo punto di vista, gli avvenimenti del 1989 risultano importanti anche per i Paesi del Terzo Mondo, che sono alla ricerca della via del loro sviluppo, come lo sono stati per quelli dell'Europa centrale ed orientale.

27. La seconda conseguenza riguarda i popoli dell'Europa. Molte ingiustizie, individuali e sociali, regionali e nazionali, sono state commesse negli anni in cui dominava il comunismo ed anche prima; molti odi e rancori si sono accumulati. È reale il pericolo che questi riesplodano dopo il crollo della dittatura, provocando gravi conflitti e lutti, se verranno meno la tensione morale e la forza cosciente di rendere testimonianza alla verità che hanno animato gli sforzi nel tempo passato. È da auspicare che l'odio e la violenza non trionfino nei cuori, soprattutto di coloro che lottano per la giustizia, e cresca in tutti lo spirito di pace e di perdono.

Occorrono, però, passi concreti per creare o consolidare strutture internazionali capaci di intervenire, per il conveniente arbitrato, nei conflitti che insorgono tra le Nazioni, sicché ciascuna di esse possa far valere i propri diritti e raggiungere il giusto accordo e la pacifica composizione con i diritti delle altre. Tutto ciò è particolarmente necessario per le Nazioni europee, unite intimamente tra loro nel vincolo della comune cultura e storia millenaria. Occorre un grande sforzo per la ricostruzione morale ed economica nei Paesi che hanno abbandonato il comunismo. Per molto tempo le relazioni economiche più elementari sono state distorte, ed anche fondamentali virtù legate al settore dell'economia, come la veridicità, l'affidabilità, la laboriosità, sono state mortificate. Occorre una paziente ricostruzione materiale e morale, mentre i popoli stremati da lunghe privazioni chiedono ai loro governanti risultati tangibili ed immediati di benessere ed adeguato soddisfacimento delle loro legittime aspirazioni.

  La caduta del marxismo naturalmente ha avuto effetti di grande portata in ordine alla divisione della terra in mondi chiusi l'uno all'altro ed in gelosa concorrenza tra loro. Essa mette in luce più chiaramente la realtà dell'interdipendenza dei popoli, nonché il fatto che il lavoro umano per sua natura è destinato ad unire i popoli, non già a dividerli. La pace e la prosperità, infatti, sono beni che appartengono a tutto il genere umano, sicché non è possibile goderne correttamente e durevolmente se vengono ottenuti e conservati a danno di altri popoli e Nazioni, violando i loro diritti o escludendoli dalle fonti del benessere.

28. Per alcuni Paesi di Europa inizia, in un certo senso, il vero dopoguerra. Il radicale riordinamento delle economie, fino a ieri collettivizzate, comporta problemi e sacrifici, i quali possono esser paragonati a quelli che i Paesi occidentali del Continente si imposero per la loro ricostruzione dopo il secondo conflitto mondiale. È giusto che nelle presenti difficoltà i Paesi ex-comunisti siano sostenuti dallo sforzo solidale delle altre Nazioni: ovviamente, essi devono essere i primi artefici del proprio sviluppo; ma deve esser data loro una ragionevole opportunità di realizzarlo, e ciò non può avvenire senza l'aiuto degli altri Paesi. Del resto, la presente condizione di difficoltà e di penuria è la conseguenza di un processo storico, di cui i Paesi ex-comunisti sono stati spesso oggetto, e non soggetto: essi, perciò, si trovano in tale situazione non per libera scelta o a causa di errori commessi, ma in conseguenza di tragici eventi storici imposti con la violenza, i quali hanno loro impedito di proseguire lungo la via dello sviluppo economico e civile.

  L'aiuto degli altri Paesi soprattutto europei, che hanno avuto parte nella medesima storia e ne portano le responsabilità, corrisponde ad un debito di giustizia. Ma corrisponde anche all'interesse ed al bene generale dell'Europa, che non potrà vivere in pace, se i conflitti di diversa natura, che emergono come conseguenza del passato, saranno resi più acuti da una situazione di disordine economico, di spirituale insoddisfazione e disperazione.

  Questa esigenza, però, non deve indurre a rallentare gli sforzi per il sostegno e l'aiuto ai Paesi del Terzo Mondo, che soffrono spesso di condizioni di insufficienza e di povertà assai più gravi. Sarà necessario uno sforzo straordinario per mobilitare le risorse, di cui il mondo nel suo insieme non è privo, verso fini di crescita economica e di sviluppo comune, ridefinendo le priorità e le scale di valori, in base alle quali si decidono le scelte economiche e politiche. Ingenti risorse possono essere rese disponibili col disarmo degli enormi apparati militari, costruiti per il conflitto tra Est e Ovest. Esse potranno risultare ancora più ingenti, se si riuscirà a stabilire affidabili procedure per la soluzione dei conflitti, alternative alla guerra, ed a diffondere, quindi, il principio del controllo e della riduzione degli armamenti anche nei Paesi del Terzo Mondo, adottando opportune misure contro il loro commercio. Ma soprattutto sarà necessario abbandonare la mentalità che considera i poveri — persone e popoli — come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri han prodotto. I poveri chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero. L'elevazione dei poveri è una grande occasione per la crescita morale, culturale ed anche economica dell'intera umanità.

29. Lo sviluppo, infine, non deve essere inteso in un modo esclusivamente economico, ma in senso integralmente umano.61 Non si tratta solo di elevare tutti i popoli al livello di cui godono oggi i Paesi più ricchi, ma di costruire nel lavoro solidale una vita più degna, di far crescere effettivamente la dignità e la creatività di ogni singola persona, la sua capacità di rispondere alla propria vocazione e, dunque, all'appello di Dio, in essa contenuto. Al culmine dello sviluppo sta l'esercizio del diritto-dovere di cercare Dio, di conoscerlo e di vivere secondo tale conoscenza. Nei regimi totalitari ed autoritari è stato portato all'estremo il principio del primato della forza sulla ragione. L'uomo è stato costretto a subire una concezione della realtà imposta con la forza, e non conseguita mediante lo sforzo della propria ragione e l'esercizio della propria libertà. Bisogna rovesciare quel principio e riconoscere integralmente i diritti della coscienza umana, legata solo alla verità sia naturale che rivelata. Nel riconoscimento di questi diritti consiste il fondamento primario di ogni ordinamento politico autenticamente libero. È importante riaffermare tale principio per vari motivi:

a) perché le antiche forme di totalitarismo e di autoritarismo non sono ancora del tutto debellate, ed esiste anzi il rischio che riprendano vigore: ciò sollecita ad un rinnovato sforzo di collaborazione e di solidarietà tra tutti i Paesi;

b) perché nei Paesi sviluppati si fa a volte un'eccessiva propaganda dei valori puramente utilitaristici, con la sollecitazione sfrenata degli istinti e delle tendenze al godimento immediato, la quale rende difficile il riconoscimento ed il rispetto della gerarchia dei veri valori dell'umana esistenza;

c) perché in alcuni Paesi emergono nuove forme di fondamentalismo religioso che, velatamente o anche apertamente, negano ai cittadini di fedi diverse da quelle della maggioranza il pieno esercizio dei loro diritti civili o religiosi, impediscono loro di entrare nel dibattito culturale, restringono il diritto della Chiesa a predicare il Vangelo e il diritto degli uomini, che ascoltano tale predicazione, ad accoglierla ed a convertirsi a Cristo. Nessun autentico progresso è possibile senza il rispetto del naturale ed originario diritto di conoscere la verità e di vivere secondo essa. A questo diritto è legato, come suo esercizio ed approfondimento, il diritto di scoprire e di accogliere liberamente Gesù Cristo, che è il vero bene dell'uomo. 

 

 

 

 

 

  Nello stesso documento, l’enciclica Il Centenario – Centesimus annus,  si esprime un apprezzamento  del sistema della democrazia, ciò che fu una svolta epocale, tenendo conto della profonda diffidenza verso di esso che a lungo era stato mantenuta nel Magistero, fino al radiomessaggio natalizio del papa Pio 12° del 1942.  Addirittura, con l’enciclica del 1901,Le gravi controversie riguardanti la questione sociale – Graves de communi re", pubblicata sotto l'autorità di Leone XIII — lo stesso pontefice della  Delle Novità  - Rerum Novarum—, l'idea, avanzata da alcuni giovani cattolici di allora, di organizzarsi politicamente come Democrazia Cristiana venne fortemente ridimensionata: il termine fu ammesso solo nella sua accezione sociale e caritativa, spogliato di ogni valenza politica e sottoposto alla piena direzione della gerarchia, nel timore che l'azione dei laici sfuggisse al controllo dell'episcopato, con riflessi sulla comprensione dei valori della fede che si voleva mantenere come prerogativa esclusiva del Magistero. L’apprezzamento per il sistema della democrazia, espresso nell’enciclica Il Centenario – Centesimus Annus è allo stato il livello massimo di consenso manifestato, sia pure condizionato al rispetto dei valori umani e di fede fondamentali, dalla Gerarchia cattolica nei confronti della democrazia politica. Leggiamo nei numeri 46 e 47 di quell’enciclica:

 

46. La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato.

  Un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l'educazione e la formazione ai veri ideali, sia della «soggettività» della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità. Oggi si tende ad affermare che l'agnosticismo ed il relativismo scettico sono la filosofia e l'atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche democratiche, e che quanti son convinti di conoscere la verità ed aderiscono con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.

  Né la Chiesa chiude gli occhi davanti al pericolo del fanatismo, o fondamentalismo, di quanti, in nome di un'ideologia che si pretende scientifica o religiosa, ritengono di poter imporre agli altri uomini la loro concezione della verità e del bene. Non è di questo tipo la verità cristiana. Non essendo ideologica, la fede cristiana non presume di imprigionare in un rigido schema la cangiante realtà socio-politica e riconosce che la vita dell'uomo si realizza nella storia in condizioni diverse e non perfette. La Chiesa, pertanto, riaffermando costantemente la trascendente dignità della persona, ha come suo metodo il rispetto della libertà.

  Ma la libertà è pienamente valorizzata soltanto dall'accettazione della verità: in un mondo senza verità la libertà perde la sua consistenza, e l'uomo è esposto alla violenza delle passioni ed a condizionamenti aperti od occulti. Il cristiano vive la libertà (come si legge nel Vangelo secondo Giovanni, al capitolo 8, versetti 31 e 32) e la serve proponendo continuamente, secondo la natura missionaria della sua vocazione, la verità che ha conosciuto. Nel dialogo con gli altri uomini egli, attento ad ogni frammento di verità che incontri nell'esperienza di vita e nella cultura dei singoli e delle Nazioni, non rinuncerà ad affermare tutto ciò che gli hanno fatto conoscere la sua fede ed il corretto esercizio della ragione.

47. Dopo il crollo del totalitarismo comunista e di molti altri regimi totalitari e «di sicurezza nazionale», si assiste oggi al prevalere, non senza contrasti, dell'ideale democratico, unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i diritti umani. Ma proprio per questo è necessario che i popoli che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento mediante l'esplicito riconoscimento di questi diritti. Tra i principali sono da ricordare: il diritto alla vita, di cui è parte integrante il diritto a crescere sotto il cuore della madre dopo essere stati generati; il diritto a vivere in una famiglia unita e in un ambiente morale, favorevole allo sviluppo della propria personalità; il diritto a maturare la propria intelligenza e la propria libertà nella ricerca e nella conoscenza della verità; il diritto a partecipare al lavoro per valorizzare i beni della terra ed a ricavare da esso il sostentamento proprio e dei propri cari; il diritto a fondare liberamente una famiglia ed a accogliere e educare i figli, esercitando responsabilmente la propria sessualità. Fonte e sintesi di questi diritti è, in un certo senso, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede ed in conformità alla trascendente dignità della propria persona.

  Anche nei Paesi dove vigono forme di governo democratico non sempre questi diritti sono del tutto rispettati. Né ci si riferisce soltanto allo scandalo dell'aborto, ma anche a diversi aspetti di una crisi dei sistemi democratici, che talvolta sembra abbiano smarrito la capacità di decidere secondo il bene comune. Le domande che si levano dalla società a volte non sono esaminate secondo criteri di giustizia e di moralità, ma piuttosto secondo la forza elettorale o finanziaria dei gruppi che le sostengono. Simili deviazioni del costume politico col tempo generano sfiducia ed apatia con la conseguente diminuzione della partecipazione politica e dello spirito civico in seno alla popolazione, che si sente danneggiata e delusa. Ne risulta la crescente incapacità di inquadrare gli interessi particolari in una coerente visione del bene comune. Questo, infatti, non è la semplice somma degli interessi particolari, ma implica la loro valutazione e composizione fatta in base ad un'equilibrata gerarchia di valori e, in ultima analisi, ad un'esatta comprensione della dignità e dei diritti della persona.

  La Chiesa rispetta la legittima autonomia dell'ordine democratico e non ha titolo per esprimere preferenze per l'una o l'altra soluzione istituzionale o costituzionale. Il contributo, che essa offre a tale ordine, è proprio quella visione della dignità della persona, la quale si manifesta in tutta la sua pienezza nel mistero del Verbo incarnato.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com


martedì 16 giugno 2026

La magnifica Umanità Enciclica MAG26 Capitolo 1° Un pensiero dinamico fedele al vangelo 9. La civiltà dell’amore

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

Capitolo 1° Un pensiero dinamico fedele al vangelo

9. La civiltà dell’amore

 

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/5QQesdY__9g




Nell’immagine vedete Giorgio La Pira, vissuto tra il 1904 e il 1977, professore di diritto romano, membro dell’Assemblea Costituente, sindaco di Firenze, deputato nel Parlamento italiano: un uomo di cultura e un politico che si impegnò nella costruzione di una civiltà dell’amore nel senso indicato dalla dottrina sociale.

 

  Continuo ad esaminare in dettaglio l'enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, e in particolare il capitolo primo, Un pensiero dinamico fedele al Vangelo, nel quale si passano in rassegna alcuni importanti documenti della dottrina sociale, a partire dall'enciclica Delle novità – Rerum novarum del 1891, per dimostrare che gli insegnamenti impartiti con La magnifica umanità, pur prendendo in considerazione l’epocale svolta sociale, economica e politica conseguente agli impieghi sempre più vasti dei sistemi di intelligenza artificiale, si pongono nel solco dei principi elaborati ed enunciati dal precedente Magistero.

  Esaminando il Magistero recente in tema di dottrina sociale, l’enciclica La magnifica umanità osserva che l’epoca del lungo regno del papa Giovanni Paolo 2°, dal 1978 al 2005, fu situata tra la crisi dei grandi sistemi ideologici del Novecento, che si manifestò tra la fine degli anni ’70 del Novecento e il decennio successivo, e l’avvio della globalizzazione economica,  dagli anni ’90 del Novecento.

  Nell’Enciclica Mediante il lavoro – Laborem exercens, pubblicata nel 1981 sotto l’autorità di quel Papa, il giusto salario  è presentato come verifica concreta dell’equità dell’intero sistema socio-economico, perché mostra se il lavoratore è trattato come persona o come semplice costo di produzione.  In quel documento della dottrina sociale, Il lavoro è considerato un bene fondamentale per la persona, principio dell’attività economica e chiave dell’intera questione sociale, in cui è coinvolta la libertà, la creatività e la capacità di cooperare degli esseri umani, contribuendo all’elevazione culturale e morale della società. Quindi le varie forme sociali in cui viene organizzato socialmente non devono essere valutate solo in termini di efficienza, ma a partire dalla dignità del lavoratore, dal diritto a una retribuzione sufficiente e dall’effettiva possibilità di partecipare alla vita sociale.

  Nel solco del precedente Magistero sociale, si riprende in considerazione la piaga del sottosviluppo e si riconosce il fallimento di molti tentativi di colmare il ritardo economico dei popoli poveri e di accompagnarne l’industrializzazione, constatando anche la persistenza e talvolta l’allargamento del divario tra Nord e Sud del mondo. 

  Si denunciano inoltre meccanismi economici, finanziari e commerciali che, gestiti dai Paesi più forti, favoriscono strutturalmente i loro interessi e soffocano le economie più deboli, e si chiede che siano sottoposti anche a un serio giudizio etico, non solo tecnico. 

 In questo contesto la solidarietà è compresa come corresponsabilità concreta tra persone, popoli e nazioni, una forma di amicizia sociale o carità politica orientata alla “civiltà dell’amore” invocata da Paolo VI a partire dall’enciclica La sua Chiesa – Ecclesiam suam del 1964.

  Quest’idea della civiltà dell’amore, molto sviluppata nel Magistero del papa Giovanni Paolo 2° nel solco del precedente Magistero del papa Paolo 6°, è molto importante per l’azione sociale, della quale sono protagoniste le persone laiche,  per le sue implicazioni sociali e politiche, e non solo etiche e religiose, .

   Gli storici ricordano che l’espressione civiltà dell’amore risulta essere stata utilizzata per tra le prime volte dal papa Paolo 6° in un breve discorso alla gente radunata in piazza San Pietro per la recita del Regina Coeli [leggi Regina celi] il 17 maggio 1970, solennità di Pentecoste.

   Ve ne leggo un ampio estratto:

 

 Oggi, come sapete, è festa grande per la Chiesa, e, vogliamo aggiungere, per il mondo.

  Possiamo considerare la Pentecoste come il giorno della nascita della Chiesa, perché la prima comunità dei seguaci di Cristo ha ricevuto in quel giorno l’animazione dello Spirito Santo, diventando così suo vivo Corpo mistico. Oggi il Nostro pensiero e ancor più il Nostro cuore va alla Chiesa, a questo fenomeno storico, sociale, umano e spirituale, visibile e misterioso insieme, la Chiesa di Cristo.

  Il Concilio recente ci ha offerto sul fatto e sul mistero della Chiesa un grande discorso, che faremo bene a studiare e a tradurre nella nostra vita spirituale e nel nostro rinnovato costume cristiano.

  Una crescita di fedeltà e di amore alla Chiesa, non il contrario, dovrebbe essere il frutto del Concilio e l’impegno della nostra vita religiosa, sia personale che comunitaria.

  E per quanto possa sembrare strano, la Pentecoste è altresì un avvenimento che interessa anche il mondo profano. Scaturisce da essa se non altro una nuova sociologia, quella penetrata dai valori dello spirito, quella che descrive la gerarchia dei valori, e si polarizza verso i veri e più alti destini umani, quella che ha il senso della dignità della persona umana e del costume civile, quella specialmente che tende risolutamente a superare le divisioni ed i conflitti fra gli uomini, e a fare dell’umanità una sola famiglia di figli di Dio, liberi e fratelli. Ricordiamo come simbolo ed inizio di questa difficile storia il miracolo delle lingue diverse, rese dallo Spirito a tutti comprensibili. È la civiltà dell’amore e della pace, che la Pentecoste ha inaugurato; e tutti sappiamo se ancor oggi di amore e di pace abbia bisogno il mondo!

 

 Successivamente il papa Paolo 6° usò quell’espressione in un’omelia pronunciata nella messa di Natale del 25 dicembre 1975, durante il solenne rito di chiusura dell’Anno Santo celebrato quell’anno. Ve ne riporto ampi stralci.

 

L'uomo nuovo di questo Anno Santo non dimenticherà dunque la preghiera, e a questo linguaggio innocente dei figli di Dio, ricondurrà la infantile memoria; la Chiesa gli sarà coro e maestra. E dove andremo noi ora nell'ebbrezza di ricuperata e sempre incipiente beatitudine, di questa pace, ch'è tutta energia ed impulso all'effusione più prodiga e più fraterna? Comprenderemo noi, o Cristo, fatto pastore davanti ai nostri passi frettolosi di toccare fin d'ora, nel periodo così breve e fugace, riservato al nostro esperimento di tuoi autentici seguaci, una meta degna e concreta, comprenderemo noi il «segno dei tempi», ch'è l'amore a quel prossimo, nella cui definizione Tu hai racchiuso ogni uomo, sì, ogni uomo bisognoso di comprensione, di aiuto, di conforto, di sacrificio, anche se a noi personalmente ignoto, anche se fastidioso ed ostile, ma insignito dall'incomparabile dignità di fratello? La sapienza dell'amore fraterno, la quale ha caratterizzato in virtù ed in opere, che cristiane sono giustamente qualificate, il cammino storico della santa Chiesa, esploderà con novella fecondità, con vittoriosa felicità, con rigenerante socialità.

Non l'odio, non la contesa, non l'avarizia sarà la sua dialettica, ma l'amore, l'amore generatore d'amore, l'amore dell'uomo per l'uomo, non per alcun provvisorio ed equivoco interesse, o per alcuna amara e mal tollerata condiscendenza, ma per l'amore a Te; a Te, o Cristo scoperto nella sofferenza e nel bisogno di ogni nostro simile. La civiltà dell'amore prevarrà nell'affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell'umanità finalmente cristiana.

 

  Nell’enciclica La magnifica umanità, in corrispondenza della frase in cui si ricorda l’idea di civiltà dell’amore nel Magistero del papa Giovanni Paolo 2°, si citano i numeri da 31 e 33 dell’enciclica La sollecitudine sociale - Sollicitudo rei socialis, un importante documento della dottrina sociale pubblicato nel 1987, che vi leggo:

 

   La fede in Cristo Redentore, mentre illumina dal di dentro la natura dello sviluppo, guida anche nel compito della collaborazione. Nella Lettera di san Paolo ai Colossesi leggiamo che Cristo è «il primogenito di tutta la creazione» e che «tutte le cose sono state create per mezzo di lui ed in vista di lui» (come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 15 - Col 1,15). Infatti, ogni cosa «ha consistenza in lui», perché «piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose» (come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 20 - Col 1,20). In questo piano divino, che comincia dall'eternità in Cristo, «immagine» perfetta del Padre, e che culmina in lui, «primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (come è scritto nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 15 - Col 1,15), s'inserisce la nostra storia, segnata dal nostro sforzo personale e collettivo di elevare la condizione umana, superare gli ostacoli sempre risorgenti lungo il nostro cammino, disponendoci così a partecipare alla pienezza che «risiede nel Signore» e che egli comunica «al suo corpo, che è la Chiesa» (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 18 -  Col 1,18 e in quella agli Efesini, capitolo 1, versetto 22 -Ef 1,22), mentre il peccato, che sempre ci insidia e compromette le nostre realizzazioni umane è vinto e riscattato dalla «riconciliazione» operata da Cristo (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi, capitolo 1, versetto 20 - Col 1, 20).

  Qui le prospettive si allargano. Il sogno di un «progresso indefinito» si ritrova trasformato radicalmente dall'ottica nuova aperta dalla fede cristiana, assicurandoci che tale progresso è possibile solo perché Dio Padre ha deciso fin dal principio di rendere l'uomo partecipe della sua gloria in Gesù Cristo risorto, «nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati» (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo agli Efesini, capitolo 1, versetto 7 - Ef 1,7), e in lui ha voluto vincere il peccato e farlo servire per il nostro bene più grande,  che supera infinitamente quanto il progresso potrebbe realizzare. Possiamo dire allora -mentre ci dibattiamo in mezzo alle oscurità e alle carenze del sottosviluppo e del supersviluppo- che un giorno «questo corpo corruttibile si vestirà di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità» (come si legge  nella prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 15, versetto 54 - 1 Cor 15,54), quando il Signore «consegnerà il Regno a Dio Padre» (come si legge nella prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 15, versetto 24 - 1 Cor 15,24) e tutte le opere e azioni, degne dell'uomo, saranno riscattate.

  La concezione della fede inoltre, mette bene in chiaro le ragioni che spingono la Chiesa a preoccuparsi della problematica dello sviluppo, a considerarlo un dovere del suo ministero pastorale, a stimolare la riflessione di tutti circa la natura e le caratteristiche dell'autentico sviluppo umano. Col suo impegno essa desidera, da una parte, mettersi al servizio del piano divino inteso a ordinare tutte le cose alla pienezza che abita in Cristo (come si legge nella lettera ai Colossesi, capitolo 1, versetto 19 - Col 1,19), e che egli comunicò al suo corpo, e dall'altra, rispondere alla sua vocazione fondamentale di «sacramento», ossia «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano». 

  Alcuni Padri della Chiesa si sono ispirati a tale visione per elaborare a loro volta in forme originali, una concezione circa il significato della storia e il lavoro umano, come indirizzato a un fine che lo supera e definito sempre dalla relazione con l'opera di Cristo. In altre parole, è possibile ritrovare nell'insegnamento patristico una visione ottimistica della storia e del lavoro, ossia del valore perenne delle autentiche realizzazioni umane, in quanto riscattate dal Cristo e destinate al Regno promesso.  Così fa parte dell'insegnamento e della pratica più antica della Chiesa la convinzione di esser tenuta per vocazione -essa stessa, i suoi ministri e ciascuno dei suoi membri- ad alleviare la miseria dei sofferenti, vicini e lontani, non solo col «superfluo», ma anche col «necessario». Di fronte ai casi di bisogno, non si possono preferire gli ornamenti superflui delle chiese e la suppellettile preziosa del culto divino; al contrario, potrebbe essere obbligatorio alienare questi beni per dar pane, bevanda, vestito e casa a chi ne è privo.  Come si è già notato, ci viene qui indicata una «gerarchia di valori» -nel quadro del diritto di proprietà- tra l'«avere» e l'«essere», specie quando l'«avere» di alcuni può risolversi a danno dell'«essere» di tanti altri. Nella sua Enciclica [lo Sviluppo dei popoli – Populorum progressio, del 1967,] Papa Paolo 6° sta nella linea di tale insegnamento, ispirandosi alla Costituzione pastorale [La gioia e la speranza -] Gaudium et spes. Per parte mia, desidero insistere ancora sulla sua gravità e urgenza, implorando dal Signore forza a tutti i cristiani per poter passare fedelmente all'applicazione pratica.

  L'obbligo di impegnarsi per lo sviluppo dei popoli non è un dovere soltanto individuale, né tanto meno individualistico, come se fosse possibile conseguirlo con gli sforzi isolati di ciascuno. Esso è un imperativo per tutti e per ciascuno degli uomini e delle donne, per le società e le Nazioni, in particolare per la Chiesa cattolica e per le altre Chiese e Comunità ecclesiali, con le quali siamo pienamente disposti a collaborare in questo campo. In tal senso, come noi cattolici invitiamo i fratelli cristiani a partecipare alle nostre iniziative, cosi ci dichiariamo pronti a collaborare alle loro, accogliendo gli inviti che ci sono rivolti. In questa ricerca dello sviluppo integrale dell'uomo possiamo fare molto anche con i credenti delle altre religioni, come del resto si sta facendo in diversi luoghi. La collaborazione allo sviluppo di tutto l'uomo e di ogni uomo, infatti, è un dovere di tutti verso tutti e deve, al tempo stesso, essere comune alle quattro parti del mondo: Est e Ovest, Nord e Sud; o, per adoperare il termine oggi in uso, ai diversi «mondi». Se, al contrario, si cerca di realizzarlo in una sola parte, o in un solo mondo, esso è fatto a spese degli altri; e là dove comincia, proprio perché gli altri sono ignorati, si ipertrofizza e si perverte. I popoli o le Nazioni hanno anch'essi diritto al proprio pieno sviluppo, che, se implica -come si è detto- gli aspetti economici e sociali, deve comprendere pure la rispettiva identità culturale e l'apertura verso il trascendente. Nemmeno la necessità dello sviluppo può essere assunta come pretesto per imporre agli altri il proprio modo di vivere o la propria fede religiosa. 

  Né sarebbe veramente degno dell'uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli. Oggi, forse più che in passato, si riconosce con maggior chiarezza l'intrinseca contraddizione di uno sviluppo limitato soltanto al lato economico. Esso subordina facilmente la persona umana e le sue necessità più profonde alle esigenze della pianificazione economica o del profitto esclusivo. L'intrinseca connessione tra sviluppo autentico e rispetto dei diritti dell'uomo ne rivela ancora una volta il carattere morale: la vera elevazione dell'uomo, conforme alla vocazione naturale e storica di ciascuno non si raggiunge sfruttando solamente l'abbondanza dei beni e dei servizi, o disponendo di perfette infrastrutture. Quando gli individui e le comunità non vedono rispettate rigorosamente le esigenze morali, culturali e spirituali, fondate sulla dignità della persona e sull'identità propria di ciascuna comunità, a cominciare dalla famiglia e dalle società religiose, tutto il resto-disponibilità di beni, abbondanza di risorse tecniche applicate alla vita quotidiana, un certo livello di benessere materiale- risulterà insoddisfacente e, alla lunga, disprezzabile. Ciò afferma chiaramente il Signore nel Vangelo, richiamando l'attenzione di tutti sulla vera gerarchia dei valori: «Qual vantaggio avrà l'uomo, se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?» (come si legge nel Vangelo secondo Matto, al capitolo 16, versetto 26 - Mt 16,26).

Un vero sviluppo, secondo le esigenze proprie dell'essere umano, uomo o donna, bambino, adulto o anziano, implica soprattutto da parte di quanti intervengono attivamente in questo processo e ne sono responsabili una viva coscienza del valore dei diritti di tutti e di ciascuno nonché della necessità di rispettare il diritto di ognuno all'utilizzazione piena dei benefici offerti dalla scienza e dalla tecnica.

  Sul piano interno di ogni Nazione, assume grande importanza il rispetto di tutti i diritti: specialmente il diritto alla vita in ogni stadio dell'esistenza; i diritti della famiglia, in quanto comunità sociale di base, o «cellula della società»; la giustizia nei rapporti di lavoro; i diritti inerenti alla vita della comunità politica in quanto tale; i diritti basati sulla vocazione trascendente dell'essere umano, a cominciare dal diritto alla libertà di professare e di praticare il proprio credo religioso. Sul piano internazionale, ossia dei rapporti tra gli Stati o, secondo il linguaggio corrente, tra i vari «mondi», è necessario il pieno rispetto dell'identità di ciascun popolo con le sue caratteristiche storiche e culturali. É indispensabile, altresì, come già auspicava l'Enciclica  [Lo sviluppo dei popoli    -] Populorum Progressio, riconoscere a ogni popolo l'eguale diritto «ad assidersi alla mensa del banchetto comune»»,  invece di giacere come Lazzaro fuori della porta, mentre «i cani vengono a leccare le sue piaghe» (come i legge nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 16, versetto 21 - Lc 16,21). Sia i popoli che le persone singole debbono godere dell'eguaglianza fondamentale,  su cui si basa, per esempio, la Carta dell'Organizzazione delle Nazioni Unite: eguaglianza che è il fondamento del diritto di tutti alla partecipazione al processo di pieno sviluppo.

 Per essere tale, lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare mai l'una e l'altra per nessun pretesto. Il carattere morale dello sviluppo e la sua necessaria promozione sono esaltati quando c'è il più rigoroso rispetto di tutte le esigenze derivanti dall'ordine della verità e del bene, propri della creatura umana. Il cristiano, inoltre, educato a vedere nell'uomo l'immagine di Dio, chiamato alla partecipazione della verità e del bene, che è Dio stesso, non comprende l'impegno per lo sviluppo e la sua attuazione fuori dell'osservanza e del rispetto della dignità unica di questa «immagine». In altre parole, il vero sviluppo deve fondarsi sull'amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società. Ecco la «civiltà dell'amore», di cui parlava spesso il Papa Paolo 6°. 

 

 Bisogna ora approfondire il significato delle due parole civiltà e amore, in senso evangelico, che troviamo nell’espressione civiltà dell’amore.

  Per civiltà  si intende l'insieme delle istituzioni, dei valori, delle norme giuridiche e morali, delle relazioni sociali ed economiche, delle forme culturali, quelle religiose comprese, dei linguaggi, dei riti sociali, dei sistemi simbolici  e, più in generale,  dei costumi, compresi quelli relativi ai rapporti sessuali e nelle famiglie, che caratterizzano una società storicamente determinata. Modellare una civiltà  sulla base del valore dell’amore in senso evangelico richiede di incidere, catalizzando una sufficiente forza sociale, in tutti quei campi, guidati da una sapienza che comprende i principi teologici, ma anche molto altro, e soprattutto la politica, nel senso di governo sociale, che in un contesto democratico è molto partecipata e richiede competenze diffuse nelle  popolazioni.

  Quando nella teologia cristiana si parla di amore nel senso del vangelo, si intende l’amore/agàpeagàpe è una parola del greco antico in cui venne scritto il Nuovo Testamento - o amore agapico, che non consiste solo in un’emozione o in un sentimento, per cui si vuole altruisticamente bene o, in un contesto sociale, ci si vuole altruisticamente bene, ma soprattutto in un fare altruisticamente del bene o, in un contesto sociale, in un farsi altruisticamente del bene. Voler bene altruisticamente a tutti  può riuscire a Dio: gli esseri umani in questo sono limitati perché non hanno il pieno controllo dei loro sentimenti, per cui ci riescono in misura minore, anche se sinceramente si sforzano di voler altruisticamente bene. E’ possibile invece imporsi di volere far del bene altruisticamente  a tutti, anche a coloro ai quali non si  vuole bene o non si vuole ancora bene, e questo far altruisticamente del bene  può rivelarsi anche una via di riconciliazione per iniziare o ricominciare a volersi altruisticamente bene. Non è un obiettivo realistico quello di costruire una civiltà in cui ci si vuole tutti bene, e questa è un’esperienza che ogni persona fa, anche se si può sognare utopisticamente un mondo in cui realmente ci si vuole tutti altruisticamente bene, soprattutto se sorretti da una  mistica religiosa: in certe cose, mettendosi insieme, possono essere superati i limiti individuali, ma non in questa. Tuttavia è invece realistico cercare di organizzare la società in modo che  il far del bene altruisticamente e senza discriminazioni sociali divenga un valore, un costume e addirittura una norma per le istituzioni pubbliche, che sono quelle che si impongono su di noi a prescindere dal nostro consenso, e anche nelle altre relazioni sociali. Questo tipo di far altruisticamente del bene come valore  sociale e pubblico è chiamato solidarietà ed è incluso nel principio agapico evangelico.

 Ne ha scritto, sintetizzando molto efficacemente, il biblista Gerhard Lohfink in Il Padre nostro. Una nuova spiegazione, Queriniana 2020, anche in ebook [dello stesso autore: Gesù come voleva la sua comunità. La Chiesa quale dovrebbe essere,  San Paolo, 2015, che mi fu segnalato dall’antico assistente del mio gruppo Fuci, già arcivescovo di Oristano e professore di teologia di professione, grande specialista del pensiero del teologo Karl Rahner].

  Gesù, con il suo piccolo gruppo di discepoli, girava per la Galilea e da altre parti guarendo e insegnando. Avevano necessità che qualcuno li accogliesse, lì dove si spostavano, e li sostentasse. Questa accoglienza benevola era appunto l’agàpe, che quindi  va intesa come sollecitudine amicale, benevola e  solidale verso l’altro, in un atteggiamento che previene i suoi bisogni, anche verso le persone sconosciute. Il comando evangelico è di praticarla universalmente, perfino con chi ci vuole male (e noi a lui).

  Si tratta di fare posto e di instaurare relazioni agapiche, durature, che cambino l’assetto sociale. Non si tratta solo di sfamare, dissetare, rivestire, come in un centro di soccorso per le persone in difficoltà, in cui rimane la distinzione tra chi assiste e chi è assistito, la persona povera. Azioni meritorie, certo, ma che sono solo modalità di costruzione dell’agàpe e, se rimangono a quel livello, non adempiono pienamente il comando evangelico dell’agàpe. Occorre un’azione sociale più vasta, ambiziosa e intensa.

 L’agàpe è rappresentata nella parabola del Samaritano misericordioso che troviamo nel Vangelo secondo Luca, al capitolo 10, versetti 25-37, che, nell’enciclica Fratelli tutti, del 2020, pubblicata sotto l’autorità di papa Francesco, è utilizzata come chiave interpretativa per leggere le relazioni umane e la situazione del mondo contemporaneo.

 Concludo proprio leggendo i numeri da 80 a 82 di quell’enciclica, nella parte conclusiva del secondo capitolo Un estraneo sulla strada, basato sulla parabola del Samaritano misericordioso.

 

Gesù propose questa parabola per rispondere a una domanda: chi è il mio prossimo? La parola “prossimo” nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi è più vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. Un samaritano, per alcuni giudei di allora, era considerato una persona spregevole, impura, e pertanto non era compreso tra i vicini ai quali si doveva dare aiuto. Il giudeo Gesù rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi.

  La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza. In questo caso, il samaritano è stato colui che si è fatto prossimo del giudeo ferito. Per rendersi vicino e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche. La conclusione di Gesù è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (come si legge nel Vangelo secondo Luca al capitolo 10, versetto 37 - Lc 10,37). Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri.

  Il problema è che, espressamente, Gesù mette in risalto che l’uomo ferito era un giudeo – abitante della Giudea – mentre colui che si fermò e lo aiutò era un samaritano – abitante della Samaria –. Questo particolare ha una grandissima importanza per riflettere su un amore che si apre a tutti. I samaritani abitavano una regione che era stata contaminata da riti pagani, e per i giudei ciò li rendeva impuri, detestabili, pericolosi. Difatti, un antico testo ebraico che menziona nazioni degne di disprezzo si riferisce a Samaria affermando per di più che «non è neppure un popolo» (come si legge ne libro del Siracide, al capitolo 50, versetto 25Sir 50,25), e aggiunge che è «il popolo stolto che abita a Sichem» (come si legge nel successivo versetto  26).

  Questo spiega perché una donna samaritana, quando Gesù le chiese da bere, rispose enfaticamente: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (come si legge nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 4, versetto 9 - Gv 4,9). Quelli che cercavano accuse che potessero screditare Gesù, la cosa più offensiva che trovarono fu di dirgli «indemoniato» e «samaritano» (come si legge ne Vangelo secondo Giovanni, capitolo 8, versetto 48 - Gv 8,48). Pertanto, questo incontro misericordioso tra un samaritano e un giudeo è una potente provocazione, che smentisce ogni manipolazione ideologica, affinché allarghiamo la nostra cerchia, dando alla nostra capacità di amare una dimensione universale, in grado di superare tutti i pregiudizi, tutte le barriere storiche o culturali, tutti gli interessi meschini.

 

 Aggiungo alle parole dell’enciclica di papa Francesco: dare alla nostra capacità di amare una dimensione universale significa appunto costruire una civiltà dell’amore.

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com