Democrazia e verità
brevi note a margine degli incontri del Movimento ecclesiale di
impegno culturale del Lazio dell’8 e del 15 maggio 2026
1.
Che cos’è la democrazia? [9 maggio 2026]
Due righe a margine dell’incontro di ieri sera.
Che cos’è realmente la democrazia? Non
la democrazia dell’Unione europea contemporanea, un sistema politico unico
nella storia dell’umanità prodotto dalla sovversione dei precedenti regimi indotta
dal pensiero sociale cristiano dell’ultimo secolo: no, la democrazia nella
sua essenza, in ciò che realmente la caratterizza.
Avete
veramente cuore per spingere lo sguardo su questo, lasciandovi alle
spalle il discorso su come la democrazia dovrebbe essere, secondo le
nostre particolari concezioni, ma lasciandocene invece rimandare l’immagine
dalla storia com’è stata realmente, in base a ricostruzioni da fonti
degne di fede?
Scrivere che la democrazia si presenta come un sistema di governo delle
società basato su procedure giuridiche ne descrive suoi aspetti importanti, ma
non coglie la sua essenza, che è la rivolta, la ribellione, la
sovversione la contestazione in ogni
modo possibile, anche contro e oltre ogni procedura, di ogni potere, pubblico o privato, che pretenda di imporsi senza limiti.
E ogni potere sociale, nessuno
escluso, tende a rivendicare assolutezza, rifuggendo da ogni limite. Per
questo la democrazia si presenta come un processo di perpetua sovversione: tale
è stata storicamente.
Si dice che la regola delle decisioni a maggioranza è ciò che
contraddistingue la democrazia, ma in realtà non è così. Perché, altrimenti,
anche le procedure di governo degli Ordini religiosi che prevedano al vertice decisioni
collegiali a maggioranza dovrebbero essere considerate democratiche, ed è stato
in effetti scritto, ma in realtà sono l’essenza dell’assolutismo, e
aggiungo che la storia ecclesiastica del Secondo millennio ci insegna che la
costruzione dell’assolutismo papale, da cui ora ci si vorrebbe tentare di
liberare nella riforma sinodale della nostra Chiesa, si basò fondamentalmente su
ideologie politiche monastiche.
I
processi democratici comportano anche la perpetua e costante contestazione di
ogni procedura giuridica su cui si basa il sistema di governo, anche di quelle
che prevedano decisioni a maggioranza, alla ricerca della incessante ridefinizione
del sistema dei limiti ai poteri sociali. Ogni procedura è rito,
l’elemento sul quale, insieme a mito, linguaggio e diritto, si fa
la costruzione sociale e ogni rito ingloba un mito, ma è giuridico nella
misura in cui la collettività che lo celebra è consapevole del suo carattere precario
e caduco, corrispondente a transazioni sociali emerse in un dato
tempo e in certe condizioni sociali, e destinato
ad essere superato, mediante riforma proceduralizzata o,
comunque, a seguito di processi rivoluzionari. Secondo le concezioni
democratiche, anche il sistema di potere
a base maggioritaria deve riconoscere limiti e, in quanto cerchi di
esimersene sulla base di una
legittimazione maggioritaria quindi a seguito del rito di decisioni maggioritarie, va combattuto
e riformato o abbattuto, con ogni mezzo. Ma di più: nei processi
democratici l’assetto giuridico che disegna il sistema dei limiti sociali viene
costantemente messo in discussione proprio da minoranze oppresse contro maggioranze
insofferenti dei limiti. E le procedure giuridiche possono essere definite
democratiche in quanto proteggano anche questa sovversione di
quelle minoranze, così come proteggono le maggioranze dagli arbitrii di ogni potere
che rifiuti limiti rivendicando assolutezza, e, va osservato, è tipico delle
società umane, per limiti insuperabili legati alla biologia umana dei processi
cognitivi, l’essere governate da minoranze che costantemente tendono a
liberarsi dei limiti al proprio potere, abusandone, anche quando li accettano
formalmente. Un fenomeno messo in luce fin dai primi teorici illuministi della
democrazia contemporanea e che, ai tempi nostri, viene definito come quello
delle democrazie illiberali o democrature, quando ha successo. Ma
queste democrazie vanno considerate solo una fase intermedia verso
l’assolutismo, destinato ad essere rovesciato mediante processi democratici
rivoluzionari, esplosivi. La qualità delle democrazie si giudica non dalla loro
stabilità ma dalla loro tendenziale instabilità, garantita da
procedure con caratteristiche di effettività, dove vanno considerate più
democratiche le forme tenute in condizione di maggiore instabilità, sotto ogni
aspetto, anche nella forza del loro apparato mitologico. In società
democratiche i miti vengono costantemente rivisti e modellati più rapidamente
di quanto accade in altri sistemi politici, da cui la delicata questione del
rapporto con il sistema teologico di verità,
sul quale le gerarchie ecclesiastiche hanno costruito il proprio potere sociale
e politico, che é (ancora) assolutistico (portato del Secondo millennio, non
delle origini fondative) nella Chiesa cattolica e nell’Ortodossia. Qui gli
storici sono più utili dei teologi per dimostrare che storicamente l’assolutismo
ecclesiastico e quello politico dei regimi cristianizzati non si svilupparono come conseguenza
dell’apparato dogmatico, bensì quest’ultimo fu ideato e imposto a supporto
ideologico dei primi.
Storicamente i processi democratici sono stati sempre, nelle loro varie
fasi, e agli inizi in particolare, in un crescendo, agitazione ed ebollizione
sociale, tumulto, violenza anche estrema,
sovversione, rivoluzione, fino all’emergere, all’esito di un
grandioso, efferato, feroce, estremamente distruttivo conflitto europeo deflagrato
a livello mondiale che ha consentito di ridisegnare i poteri politici a livello
globale e che si è sviluppato dal 1914 al 1945, della democrazia dell’Unione
Europea, che, nei suoi fondamenti ultimi è il gioiello della democrazia
dei cristiani. Qui la pace agàpica, secondo concezioni evangeliche, come bene comune basato sul valore del
rispetto della dignità sociale di ogni persona umana,, all’interno e
all’esterno della società di riferimento, è divenuta un obiettivo politico storico
concreto, lo dico con il lessico di Jacques Maritain, quale non era mai
stata storicamente né per i democratici
né per i cristiani. La violenza sociale era sempre stata infatti connaturata ai
processi democratici ed era sempre stata ampiamente e ferocemente praticata nelle
società cristianizzate, in ogni loro fase, sia in quelle magmatiche
rivoluzionarie, ad esempio nei primi secoli e nelle successive fasi di
effervescenza nel Basso Medioevo Europeo e dal Cinquecento al Seicento, sia in quelle di consolidamento assolutistico,
praticamente ogni altra epoca. Paradossalmente la nuova pace degli
europei, in quanto democratica, ingloba un principio altamente sovversivo,
quello di origine cristiana che si deve obbedire a Dio piuttosto che agli
uomini, dove “Dio” non è concepito in senso teistico, ma nel senso
cristiano del Teòs agàpe estìn, nel greco antico del Nuovo Testamento, Dio
è agàpe, e quest’ultima non si fonda sulle maggioranze né sui miti,
siano quello del popolo o della nazione o della ragione, né
sui riti, né sul diritto, né sulla
sacralizzazione della violenza sociale, ma sul principio di costante, perpetua,
benevolente, solidale, progressiva inclusione sociale, per il quale si fa
spazio e ci si prende cura di ogni singola vita umana, che
viene stabilito come norma fondamentale a cui corrispondono diritti
azionabili in sede giudiziaria. Cosi, in questa concezione, il sistema
giudiziario europeo non si presenta più come strumento al servizio dei ceti
dominanti, ma principio di costante riforma sociale democratica, verso sempre
più avanzati equilibri sociali e politici.
Ah,
avere più vita davanti! Quanto lavoro ci sarebbe
da fare per riformare la cultura della democrazia, che appare ormai
insufficiente, nelle sue irrealistiche categorizzazioni, a sorreggere la democrazia
contemporanea degli europei!
Si potrà forse
iniziare a fare qualcosa…
Non
mi concentrerei però sulla democrazia dei filosofi, che è il frutto più
che altro delle loro fantasie combinate con i loro auspici, ma sulla democrazia
degli europei di oggi, lasciandoci guidare innanzi tutto da coloro che ci
rimandano una visione realistica dei suoi processi, vale a dire sociologi,
politologi e giuristi.
2.La
costruzione di ordinamenti democratici. Alcune osservazioni [13 maggio 2026]
Se definiamo un ordinamento
come il sistema giuridico che regola le dinamiche sociali per dar loro
stabilità e la democrazia come il sistema politico che costantemente si
propone di costituire e ridefinire limiti ad ogni potere sociale, pubblico o
privato, è evidente una certa tensione tra i concetti di ordinamento e
di democrazia: un ordinamento è tendenzialmente conservatore, mira a
dare stabilità alle relazioni sociali, mentre le dinamiche democratiche tendono
a renderle instabili, mettendone in
questione gli ordinamenti a fini di costante riforma.
Tuttavia, secondo la definizione di un’antica
sapienza che è ancora attuale, gli esseri umani sono viventi che creano e
governano società e gli scopi dei moti democratici non potrebbero essere
veramente raggiunti senza costituire nuovi ordinamenti al posto di quelli
abbattuti o modificare quelli preesistenti che si voglia mantenere. Ne primo
caso si parla di rivoluzione, nel secondo di riforma. Le società umane evolvono
comunque, a prescindere da un consapevole disegno rivoluzionario o riformatore,
mantenendo sempre elementi preesistenti, anche se talvolta
reinterpretati, per cui strutture più antiche svolgono funzioni nuove. Tutti i
poteri sociali partecipano di questa evoluzione che è la risultante della loro
interazione. Un’evoluzione realmente rivoluzionaria è possibile in fondo solo
se la preesistente cultura venga completamente cancellata, il che è assai difficile che
avvenga, se non a seguito della completa estinzione o soppressione della
relativa popolazione. Ma si parla di
rivoluzione anche quando la riforma di un precedente ordinamento è così
profonda, nei valori e nelle procedure, da costituire qualcosa di molto diverso
dall’assetto politico precedente e ispirato a principi opposti, pur nella
persistenza di alcune strutture organizzative ed elementi culturali.
La
costruzione sociale democratica inizia già nella fase di lotta per la riforma
di un regime meno democratico o l’abbattimento di uno non democratico.
L’agitazione democratica è caratterizzata da finalità anche altruistiche ed è tendenzialmente
inclusiva: questo richiede l’organizzazione di comitati, partiti e simili, a
partire dalle norme statutarie, per costituire una forza sociale. Da queste
attività scaturiscono poi quelle analoghe che riguardano l’ordinamento politico
che si vuole riformare o rivoluzionare. Così è stato, tra il 1943 e il 1947,
per la rivoluzione democratica italiana antifascista.
Un ordinamento
può essere definito democratico se,
oltre a porre limiti ad ogni potere sociale, crea anche le condizioni effettive,
e dunque le procedure, per il cambiamento degli assetti politici, assecondando
l’evoluzione sociale. Questo richiede e comporta necessariamente la desacralizzazione
degli ordinamenti: la sacralizzazione infatti li presenta come voluti da un dio, o
da entità mitiche, come il popolo, e come
tali intangibili e immodificabili. Un altro modo per definire la
desacralizzazione è secolarizzazione, dove, nel lessico delle teologie
cristiane, il secolo è il mondo, la natura con dentro gli esseri umani e
le loro società, che cambia costantemente, contrapposto a ciò che è eterno perché
riguarda ciò che un dio o un’entità mitica è, vuole e fa. Nessun ordinamento
può essere definito democratico se mantiene elementi di sacralizzazione nella
legittimazione dei suoi poteri pubblici, salvo che si tratti di elementi
puramente cerimoniali. Questo ha
storicamente provocato problemi nelle relazioni con le autorità ecclesiastiche,
nella misura in cui esse pretendono sacralizzati i propri poteri sociali.
Nello
stesso tempo, un ordinamento può essere definito democratico solo se crea limiti
anche all’esercizio del potere costituente
verso riforme che aprano la via alla tirannide, quindi a poteri pubblici
illimitati. Un potere sociale è pubblico se ha efficacia anche verso chi non ha
prestato consenso alle sue decisioni.
Storicamente
quegli obiettivi sono stati perseguiti introducendo valori con rilevanza
giuridica negli ordinamenti, a cominciare dalla legge fondamentale che regola
l’esercizio dei poteri pubblici in modo che rimangano democratici. L’asservimento
antidemocratico dei poteri pubblici è lo strumento mediante il quale vengono
istituiti i dispotismi politici.
Definiamo
valore ordinamentale un principio di azione sociale che si vuole
caratterizzi l’evoluzione di un ordinamento.
In
epoca moderna i principali valori ordinamentali usati nella costruzione
delle democrazie sono stati: il principio di uguaglianza nell’esercizio
dei poteri pubblici e il principio del primato del diritto [definito
anche dello stato di diritto o della rule of law rispetto ad essi].
In ordinamenti democratici essi devono avere effettività, che è
realizzata costruendo un sistema giudiziario indipendente e rendendo i relativi
diritti azionabili.
Nella
Costituzione della mazziniana Repubblica romana del 1849,
archetipo di quella nostra costruita un secolo dopo, leggiamo nel primo principio fondamentale
un mito fondativo: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo”. Attribuendo
la sovranità eterna ad un’entità mitica (in natura non esistono popoli,
ma solo popolazioni), si volle escludere che essa venisse attribuita eternamente
ad un determinato organismo pubblico (come per il re nelle monarchie
sacralizzate). Nel secondo, il principio di uguaglianza: “Il regime
democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non
riconosce titoli di nobiltà, né
privilegi di nascita o casta”.
All’art.49 leggiamo: “I giudici
nell’esercizio delle loro funzioni non dipendono da altro potere dello Stato”.
Con la previsione di diversi diritti di libertà azionabili in sede
giudiziaria, davanti a giudici indipendenti, così come regolando i poteri
pubblici sottomettendoli alla Costituzione, venne istituito il sistema del primato
del diritto.
Sul principio
di uguaglianza è costruito il concetto di giustizia nelle relazioni
sociali, nei suoi aspetti particolari di giustizia commutativa, per
mantenere la proporzionalità tra prestazioni combattendo lo sfruttamento, di giustizia
distributiva, per realizzare una certa circolazione della ricchezza sociale
prodotta, e di giustizia partecipativa, per rendere effettiva la
partecipazione, secondo procedure legalmente previste, della popolazione alle
funzioni pubbliche. Il criterio seguito per
definire la giustizia nelle relazioni sociali secondo il
principio di uguaglianza è quello della ragionevolezza, cercando quindi di mantenere un sufficiente aggancio con la
realtà dei fatti e una certa coerenza
tra propositi, metodi e risultati.
Il diritto richiamato dal principio del primato del diritto
è il sistema di norme pubbliche, quindi applicabili anche ai non consenzienti, generali
ed astratte, quindi non create per un caso singolo, non retroattive, deliberate
secondo una procedura predeterminata nel sistema stesso, conformi ai valori
ordinamentali, applicabili a tutti i soggetti dell’ordinamento di riferimento,
comprese le istituzioni dei pubblici poteri, ed infine azionabili in sede
giudiziaria, davanti a giudici indipendenti. Non si tratta quindi delle sole
leggi parlamentari. Il principio del primato del diritto è uno dei principali
sistemi di limiti ai poteri sociali di una democrazia nella fase della
costruzione ordinamentale, dopo la fase di effervescenza per demolire o un precedente regime dispotico o o riformare uno meno
democratico.
Filosofia e teologia cercano in genere di influenzare i sistemi politici
nei loro aspetti propriamente valoriali.
Così anche per quanto riguarda la democrazia. Per quest’ultima si scontrano con
il fatto che essa, instabile per natura, lo è anche nei suoi valori di
riferimento e nei suoi miti fondativi, che vi vengono costantemente rimodellati,
seguendo l’evoluzione sociale e politica, molto più velocemente di quanto
accade in altri sistemi politici. La teologia, in particolare, ne risulta
insofferente, immaginando valori eterni.
Per
quanto la si voglia trasformare in ordinamento, in qualcosa di stabile, una
democrazia conserverà sempre un potenziale sovversivo, di resistenza, di
instabilità, che si attiverà ogni volta che venga avvertita l’esigenza politica
di ridefinire nei suoi limiti un certo
assetto di potere e il sistema per la riforma ordinamentale sia bloccato a
difesa dell’esistente in modo che risulti socialmente intollerabile. Potrebbe ora accadere sulla questione della decisione sull’entrata
in guerra. L’effettività di quel potenziale sovversivo è proprio la forza
principale della democrazia, ciò per il quale nessun assetto di potere può tranquillamente trincerarsi
dietro le formalità ordinamentali per coprire decisioni sostanzialmente arbitrarie. La libertà di pensiero e di
espressione, il moto sociale nelle sue varie forme, la propaganda politica e
specificamente elettorale, lo sciopero, la disobbedienza civile come rifiuto di
collaborazione al male e l’obiezione di coscienza dove legalmente prevista,
l’occupazione di spazi pubblici, fino alla resistenza attiva sono tipicamente
strumenti democratici nelle fasi di effervescenza democratica.
2.
Democrazia: un moto dal
basso [14 maggio 2026]
Nella
concezione comune, sfugge la natura di moto sociale tumultuoso, ribelle,
rivoltoso, sovversivo, rivoluzionario, della democrazia, la sua vera natura, e
la si pensa o come un insieme di regole di buona creanza nella convivenza
civile o come un progetto razionale per la realizzazione di società virtuose,
solidali e pacificate, basato sui relativi valori. Così poi ci si
concentra nell’esame e nel confronto delle costituzioni democratiche, risalenti
sempre al tempo in cui i moti democratici si raffreddano, e ci si dedica alla
costruzione sociale, dopo il loro successo sociale. Vengono considerate come manuali
del buon cittadino invece che come sistemi di limiti ad ogni potere
sociale, alla cui effettività è condizionata la pace sociale, sempre precaria
in democrazia. In realtà il buon cittadino, nelle concezioni
democratiche, è la persona che mantiene la voglia e la capacità di ribellarsi.
E ribelli, non partigiani, era il termine con cui i
resistenti italiani antifascisti erano soliti definirsi (ed essere definiti).
Democrazia è in primo luogo ribellione.
Sarebbe meglio considerare i moti democratici nella loro fase di lotta
contro un ordinamento esistente meno democratico o non democratico, ad esempio
facendo memoria della rivoluzione nord-americana e di quella francese di fine
Settecento o dei moti democratici italiani di circa cinquant’anni dopo, o della
figura di Giuseppe Mazzini, realmente un padre anche della nostra Repubblica democratica, che
ne realizza pienamente gli auspici. Egli morì a Pisa sotto falso nome mentre, dopo
la realizzazione dell’unità nazionale, era ricercato dalla polizia del Regno
d’Italia, ad ordinamento liberale e democratico ma non nella misura voluta da
Mazzini, per l’esecuzione di due condanne a morte, pronunciate da giudici del
Regno di Sardegna (divenuto Regno d’Italia nel 1861) per alto tradimento e
altro e non amnistiate o condonate. Era
considerato un rivoluzionario estremamente pericoloso.
Il popolo
evocato nell’etimologia greca della parola italiana democrazia non è
la maggioranza, ma puramente e semplicemente la popolazione rispetto ad ogni potere
sociale affermatosi in via di fatto o di diritto nella società politica di
riferimento, nella misura in cui quella popolazione, in una qualche sua
espressione, maggioritaria o minoritaria, pretenda di imporre limiti, dal
basso, a quei poteri o, comunque, di controllarne l’esercizio.
Ogni
potere sociale cerca di dominare una sua popolazione e si situa quindi in
alto rispetto ad essa, qualunque sia la sua pretesa legittimazione, sacrale,
autocratica, per cooptazione, per
mandato da superiori, popolare. Si costituisce come una oligarchia: le società
umane non possono essere governate che così. Rispetto a questi centri di potere
costituiti o affermatisi in via di fatto, vi è la popolazione di riferimento,
su cui il potere si esercita, e che quindi, rispetto a quel potere, si colloca in
basso. Ebbene, un moto sociale di contestazione dei poteri sociali è democratico
solo se si sviluppa dal basso. Esso si presenta sempre come in
polemica verso gli assetti politici costituiti. Piero Calamandrei sosteneva che
la nostra Costituzione repubblicana venne progettata per essere in polemica con
la società: da qui il suo carattere schiettamente democratico.
Se si
vuole rivitalizzare la democrazia in una società di riferimento non bisogna
partire dalla fine, vale a dire dall’immaginare dall’alto riforme
costituzionali, ma dal principio, vale a dire dal suscitare la ribellione dal
basso verso poteri sociali insofferenti dei limiti, che abusano, che
causano sofferenze sociali. Il primo passo è suscitare la consapevolezza
dell’origine sociale delle proprie e altrui sofferenze sociali e la fiducia nel
poter cambiare le cose agendo politicamente dal basso, quindi
organizzando una forza sociale per premere verso l’alto. I moti
democratici dal basso sono tendenzialmente altruistici e inclusivi
perché si cerca di far forza mediante una
massa che preme sulle oligarchie sociali ma anche sulla parte della popolazione
che le appoggia nei loro abusi. La democrazia, così, non è solo lotta verso
l’alto, ma lotta sociale puramente e semplicemente. Condotta secondo il diritto
nelle società democratiche e nella misura in cui le regole consentano realmente l’espressione dei moti: ma storicamente questi
ultimi sono andati anche oltre, come, da
noi, nelle agitazioni per le occupazioni delle terre dei latifondisti, e, negli
Stati Uniti d’America, per quelle contro la leva militare per le guerre
americane in Indocina. Una situazione che potrebbe riproporsi in Europa, nel
caso di leva militare per guerre contro la Russia.
Non
c’è da meravigliarsi che le gerarchie ecclesiastiche, poteri oligarchici
sacralizzati, temano i moti democratici, in tutte le loro manifestazioni, anche
in quelle meno animose e ossequenti, come nelle proposte e nelle esperienze di
più ampia sinodalità. Eppure, lo osservò un grande teologo come Karl Barth e lo
confermano gli storici, i cristianesimi delle origini, nelle loro fasi più
effervescenti, meno note e più mitizzate, furono moti dal basso, in
polemica con le società di riferimento e con le autorità in esse costituite.
Non moti democratici nel senso in cui oggi intendiamo la democrazia: quest’ultima
dipende da conquiste culturali prodottesi in basso negli ultimi due
secoli, in particolare a seguito del miglioramento delle condizioni e
dell’istruzione della popolazione in basso.
4. Ancora sulla costruzione sociale – l’utilità delle verità [16 maggio
2026]
Di
ogni elemento culturale delle società umane, miti, riti, diritto, linguaggi, istituzioni,
religioni, altre credenze, costumi, scienze, tecnologie e via dicendo possiamo
ricostruire una storia in base a fonti affidabili, fin dove esistano. Il
vastissimo campo delle concezioni in tema di verità, comprese quelle
definite tali dalle teologie cristiane, non fa eccezione. Di solito si parla di verità
in riferimento ad elementi culturali con una forza orientativa particolare o addirittura indiscutibili
in vari campi della vita personale e sociale, anche se la costruzione del
concetto di verità, in ogni campo, si fa sempre, e si è sempre
fatta, discutendone e
ridiscutendone, e proprio per questo di ogni verità che sia stata proposta come
tale può essere narrata una storia, con le sue origini, i suoi sviluppi, i suoi
impieghi, le sue metamorfosi, le sue reinterpretazioni.
L’idea di verità ha avuto ed ha una sua notevole utilità nella costruzione sociale, nella
misura in cui le si voglia dare stabilità, e le società si costruiscono proprio
per creare stabilità e quindi prevedibilità nelle cose umane. Senza di esse
sarebbe impossibile la convivenza in gruppi numerosi: come tutti i primati
anche gli esseri umani rimarrebbero confinati, per insuperabili limiti
biologici nei processi cognitivi, in gruppi molto piccoli, di non più di una
trentina di individui, dove siano ancora possibili relazioni faccia a faccia.
Indubbiamente, quindi, quando ci si organizza politicamente si cerca
anche di immaginare un sistema intorno a verità, specialmente quando si struttura
un sistema di istituzioni pubbliche, che sono quelle che si impongono
anche sui non consenzienti e dalle quali è più difficile sottrarsi. I più vari
elementi culturali sono stati utilizzati a questo fine: gli dei e il loro
volere, la natura, la stirpe, il popolo, la nazione sono i principali.
Esemplare in questo senso è il testo fondativo della prima democrazia
contemporanea, scaturita a fine Settecento dalla rivoluzione nord-americana,
vale a dire la Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America,
sottoscritta a Philadelphia, all’epoca nella provincia britannica di
Pennsylvania, nel 1776, nel corso di una feroce guerra contro il Regno di Gran
Bretagna che si sarebbe conclusa solo nel 1783 con il Trattato di Parigi, con
cui fu riconosciuta l’Indipendenza proclamata solennemente anni prima.
Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario a un popolo sciogliere della terra quel posto distinto ed eguale cui
ha diritto per Legge naturale
e divina, un giusto rispetto per le opinioni
dell’umanità richiede che esso renda noto le
cause che lo costringono a tale secessione. Noi riteniamo che le seguenti verità
siano di per sé stesse evidenti, che tutti
gli uomini sono stati creati uguali,
che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti
inalienabili, che fra
questi sono la Vita, la
Libertà e la ricerca della Felicità. Che allo scopo di garantire questi
diritti, sono creati
fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso
dei governati. Che ogni qual volta una
qualsiasi forma di Governo tende a negare tali fini, è Diritto
del Popolo modificarlo o
distruggerlo, e creare un nuovo Governo, che si fondi su quei princìpi e che abbia i propri
poteri ordinati in quella guisa che gli sembri più idoneo al raggiungimento
della sua sicurezza e felicità. La prudenza, invero, consiglierà di non modificare per cause
transeunti e di poco conto Governi da lungo tempo stabiliti; e conformemente a ciò l’esperienza
ha dimostrato che gli uomini sono
maggiormente disposti a sopportare, finché i mali siano sopportabili, che a
farsi giustizia essi stessi
abolendo quelle forme di Governo cui sono avvezzi. Ma quando un lungo
corteo di abusi e di usurpazioni, invariabilmente diretti allo stesso oggetto,
svela il disegno di assoggettarli a un duro Dispotismo, è loro diritto, è loro
dovere, di abbattere un tale Governo, e di procurarsi nuove garanzie per la
loro sicurezza futura.
Ho
evidenziato in grassetto nel testo gli
elementi culturali veritativi sui quali fu intessuta la costruzione
sociale e giuridica di un nuovo ordinamento. Si notano il popolo, la divinità,
la legge naturale, i diritti inalienabili. Caratteristico di un
moto democratico è poi la menzione della ribellione ad abusi e usurpazioni
nell’esercizio del governo e al dispotismo, come anche quella della presa di
coscienza di sofferenze sociali che possono essere lenite solo con un governo
di tipo diverso. Da segnalare la menzione della virtù della prudenza nel
decidersi per un rivolgimento politico, che si ritiene giustificato solo quando
determinato da cause di non poco conto.
Sistemi
teologici cristiani di verità sono stati ampiamente sfruttati nelle costruzioni
sociali degli europei, nel nostro continente e anche altrove, nelle aree di
espansione della colonizzazione europea. Su di essi si è fatta la
sacralizzazione delle monarchie sovrane. Solo nell’ultimo secolo si è prodotto uno spettacolare rimaneggiamento teologico per
introdurre la pace nelle relazioni internazionali e il contenimento della
violenza per l’ordine pubblico interno come obiettivi politici, laddove prima
essi erano visti più che altro come aneliti religiosi, da attendere alla fine
dei tempi. I sistemi politici cristianizzati
furono particolarmente feroci, all’interno e all’esterno, fiancheggiando le
gerarchie ecclesiastiche ed essendo da esse fiancheggiati, con manifestazioni
di intensità impressionante nei primi tre secoli del Secondo Millennio e dal
Cinquecento al Seicento. Spesso non si
manifesta sufficiente consapevolezza di quanto e come, sui temi della pace
nelle relazioni internazionali e dei metodi di repressione violenta nelle
dinamiche politiche interne, sia mutata la dottrina sociale cattolica, in
particolare dal radiomessaggio natalizio del 1941, diffuso sotto l’autorità del
papa Pio 12º, che prefigurò, nel pieno della Seconda Guerra mondiale un nuovo
ordinamento politico del mondo, dandone i criteri orientativi. Il primo di una
serie di radiomessaggi natalizi fino al 1945, i quali nel complesso hanno avuto
la forza e il senso di un’enciclica sociale e determinarono l’orientamento dei
cattolici democratici nella costruzione della nuova Repubblica democratica
italiana e dei processi comunitari europei.
La
democrazia, nelle sue versioni liberali e socialiste, furono rigidamente
avversate dalla dottrina sociale, sempre e tuttora, salvo
accogliere alcuni loro principi, in particolare a partire dal radiomessaggio natalizio del
1942, che si collegò a quello di un anno prima ampliandolo. Va ricordato che il
proposito di una democrazia cristiana, nel senso di ispirata ai valori
evangelici e alla dottrina sociale, venne condannato dal papa Leone 13°
nell’enciclica Le gravi dispute sull’ordinamento dell’economia – Graves de communi re
oeconomica disceptationes, del 1901, ma quarant’anni dopo venne recuperato per adempiere
il compito di progettare e realizzare politicamente un nuovo ordine mondiale,
secondo le esortazioni del papa Pio 12ª, dal cattolicesimo democratico, in
particolare da quello italiano formatosi alla scuola di Giovanni Battista
Montini, verosimilmente uno degli esperti che, nel so servizio presso la
Segreteria di stato, collaborarono alla
redazione dei radiomessaggio natalizi che ho ricordato. L’affermazione nella dottrina sociale del
principio della libertà di coscienza, accolto (con molte riserve) nei documenti
del Concilio Vaticano 2º e, in
particolare nella Dichiarazione sulla libertà Della dignità umana – Dignitatis humanae, gli
aprì ulteriormente la via, sebbene il Magistero appaia tuttora diffidare
profondamente dei moti democratici, vedendovi un pericolo, reale, di un
rimodellamento arbitrario del sistema di verità dogmatiche su cui si
fonda autorità dell’apparato ecclesiastico.
Un’umanità
asservita ad un sistema politico totalitario diverrebbe simile a un formicaio,
il potere supremo e la ricchezza tenderebbero a concentrarsi in strati sempre
più ristretti delle popolazioni e questi ultimi cercherebbero di bloccare la
propria posizione dominante, tramandandola per generazioni: un’esperienza già
vissuta nelle monarchie assolutistiche del passato ma che, ai tempi nostri, con
i potentissimi strumenti disponibili per influenzare e orientare l’opinione
pubblica, da ultimi con gli algoritmi di intelligenza artificiale controllati
da centri di potere privato, avrebbero terrificanti
possibilità di sviluppo. D’altro canto, un’umanità preda di agitazioni
incessanti ed estese finirebbe essere stravolta dalla violenza predatoria dei
gruppi organizzati e sarebbe impossibile continuare a garantire i servizi
pubblici dai quali sempre più dipende il benessere individuale e collettivo. La
sopravvivenza dell’umanità dipende da organizzazioni estremamente complesse che
richiedono razionalità, stabilità, continuità e capacita di programmazione a
lungo termine. Questi i due estremi tra
i quali devono muoversi i costituenti e i legislatori.
Bisogna tener conto che, quanto più forti sono le strutture di governo al
vertice, tanto più vi è il pericolo che esse sfuggano ai meccanismi giuridici e
sociali per limitarne e dunque controllarne l’azione. La via che ancora la
dottrina sociale suggerisce per dar ordine e sicurezza alle società, da quella
nazionale a quella internazionale, e che consiste nell’organizzare autorità
superiori virtuose e dotate del controllo di forze in grado di prevalere su
ogni altra istanza sociale, si è sempre
rivelata illusoria, pericolosa e fallace, perché storicamente nessun potere che
si è affermato al vertice con lo scopo di sottomettere gli altri è stato mai
esente da abusi e usurpazioni. Molto più efficace si è dimostrata, al di là
delle previsioni degli ideatori originari, che vanno individuati negli uffici
della corte pontificia degli scorsi anni Venti, la via del principio di
sussidiarietà, sul quale è stato organizzato il processo di unificazione
politica continentale e che ha garantito un risultato unico nella storia
dell’umanità, vale a dire la realizzazione di una lunghissima epoca di pace tra
stati che per l’innanzi si erano sempre incessantemente combattuti e una pace e
una stabilità anche negli altri rapporti sociali all’interno di questo spazio
politico, quali mai si erano manifestate. Tuttavia perché funzioni realmente,
esso richiede un effettivo pluralismo
sociale animato da popolazioni talmente acculturate da esprimere e sostenere un
sistema coerente di verità nel
senso sopra indicato. Una conquista culturale non facile, che si radica nei
processi di maturazione personali e che richiede tempo, costanza,
collaborazione sociale e intergenerazionale: cosa di in cui le Chiese cristiane
storiche sono risultate maestre.
Uno
stato di incessante, effettiva ed efficace agitazione sociale, che si manifesti
con la partecipazione attiva alla politica nelle varie forme in cui in
organizzazioni democratiche può avvenire e, qualora sia indispensabile, anche
oltre, con forme di resistenza civile, è indispensabile per contrastare l’abuso
dei vari poteri pubblici e privati
operanti in una società di riferimento; tuttavia è necessario che
quell’agitazione non si sviluppi in forme distruttive e che, in particolare,
mantenga moventi e finalità altruistiche dal basso.
E’
qui che si manifesta l’utilità, e anzi l’indispendabilità della costruzione di
un sistema di principi forti di azione sociale, tali quindi che vengano
perseguiti al di là dell’interesse corporativo o meramente utilitaristico e qualunque
cosa accada, quindi anche a prescindere dalla realtà così come in un
certo momento si presenta.
Lo
spiegava Aldo Capitini negli scritti che, postumi, sono stati pubblicati nel
1969 con il titolo di Omnicrazia, il potere di tutti (demitizzando
la figura del popolo), e ancora in commercio pubblicato da Guerra
edizioni. Egli, ideatore della Marcia della pace Assisi-Perugia, fu fortemente critico nei confronti dei gerarchi
ecclesiastici (così li definiva) e da essi fu fortemente avversato. Una
grande anima che, profeticamente, seppe interpretare il suo presente in vista
degli sviluppi futuri e che immaginò una organizzazione popolare adeguata per
farvi fronte. Una visione religiosa, la sua; così appunto la definiva. Ma
antidogmatica, contro il sistema delle verità finalizzato a sorreggere l’assolutismo clericale e contro
quest’ultimo.
L’inculturazione
popolare di un sistema di verità, nel senso che ho indicato, da seguire accada
ciò che accada, in modo da renderle
ragionevolmente credibili, emotivamente amate, largamente partecipate e in
tal modo incessantemente rinnovate nel loro senso in base all’esperienza
concreta di vita delle persone, ed anche
funzionali alla costruzione di una società buona, proprio nella
direzione oggi indicata dalla dottrina sociale, con pace all’esterno, pace
all’interno, servizio senza prevaricazione, inclusione solidale, ha ancora
una sua ragion d’essere, anzi ci è indispensabile nella costruzione sociale, non è un’anticaglia superata. Ciò che deve
essere abbandonato alla nostra terrificante storia ecclesiastica (attraverso la
quale si è attuato tuttavia il miracolo della trasmissione del messaggio
evangelico di salvezza in tutta la sua forza e bellezza) è la concezione del
dogma teologico\ecclesiastico come enunciato formale imposto rigidamente
d’autorità da cui vengano fatte dipendere la vita e la morte, fisica e/o
sociale e addirittura eterna, della persona credente, con la conseguente
incarcerazione del pensiero, della parola, della vita, con lo scopo principale
di legittimare e accreditare l’assolutismo clericale, per cui si deve accettare
una cosa e l’altra, in blocco. Questo
concentrato incredibile di potere
finanche soprannaturale l’animo democratico non può veramente accettarlo. Che
certe cose ce le si sbrighi tra teologi, nella dialettica della loro
disciplina, è anche accettabile, purché anche per loro non si trasformi in
questione di vita o di morte, ma tra la gente deve essere diverso, e, per la
verità, già ha iniziato ad esserlo. Cominciato, scrivo, perché in certi
campi la ferocia della dogmatica ecclesiastica grava ancora sulla gente, anche
se gli sviluppi delle democrazie contemporanee ne ha eliminato la letalità,
anche se non tutti i gravi effetti pregiudizievoli. Dove una volta si veniva
spediti sul patibolo, oggi si viene emarginati o condannati all’oblio. La sorte
di tante grandi anime, come si è cercato di fare con Capitini.
Ragionando così alla ricerca di quelle verità, si possono
apprezzare in tutta la loro utilità e bellezza i grandi insegnamenti delle
filosofie e delle teologie che hanno difeso e difendono la dignità degli esseri
umani, senza le quali non ci si può elevare ad alcuna verità che sia
degna di essere considerata tale, acquisendo nel contempo gli strumenti
culturali per contrastare ragionevolmente i sistemi di pensiero che invece
vorrebbero portarci verso l’umanità-formicaio o verso l’umanità come semplice
elemento della spietata e feroce legge di natura, dove, secondo un detto di
Capitini, pesce grande mangia pesce piccolo, cosa che l’animo umano in fin
dei conti non ha cuore di accettare.
Mario Ardigò