Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° -
capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa - il bene comune – Sezione Il principio
della destinazione universale dei beni, numeri da 65
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Il profeta Elia annuncia al
re Acab il castigo di Dio, per la morte del contadino Nabot, al quale aveva
sottratto il suo campo dopo che la regina, con falsi testimoni, ne aveva
determinato l’ingiusta condanna a morte [1Re 21]
Buongiorno, care amiche e cari
amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San
Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli.
Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica
umanità, dello scorso maggio.
Nei numeri da 65 a 67 del capitolo secondo, sui fondamenti e principi
della dottrina sociale della Chiesa, si tratta del principio della destinazione
universale dei beni, che ha una antica, lunga e complessa tradizione nel
pensiero cristiano e nel Magistero.
I fondamenti riguardano la natura
dell'essere umano, la sua relazione con Dio e il perché vada custodita la
dignità di ogni persona; i principi riguardano come organizzare la
società perché rispetti ciò che l'essere umano è e la sua dignità.
Gli ordinamenti politici regolano le relazioni
tra le persone e le collettività con i beni della terra, per stabilire in che limiti
e come possano essere fatti propri e ceduti, e anche trasmessi alle generazioni
successive. È la questione della proprietà, che però non è al centro della
sezione del capitolo secondo che stiamo esaminando. L'insegnamento sociale che
se ne è occupato viene richiamato per chiarire un punto: l'insieme di poteri e
facoltà sui beni che chiamiamo proprietà, e che nella storia ha avuto
regole giuridiche diverse, è subordinato al principio della destinazione
universale dei beni. Questo principio si fonda sul fatto che i beni della
terra sono donati da Dio all'intera famiglia umana perché sostengano la vita di
tutte le persone, comprese le generazioni future. Perciò ogni persona ha un
diritto originario a usare quei beni: ciò significa che qualunque siano le regole giuridiche della
proprietà, la vita delle persone, legata alla loro dignità voluta da Dio, viene
prima, chi è nel bisogno ha diritto di servirsene per sopravvivere e chi possiede
deve utilizzarli anche per il bene altrui. Secondo la tradizione cristiana, è
ricordato nell’enciclica, la proprietà ha anche una funzione sociale ed è
considerata un mezzo per custodire e amministrare i
beni in modo che possano servire meglio al bene comune. Questa concezione, è
precisato nell’enciclica, «non deve essere considerata una mera opinione
teologica, ma una dottrina certa della Chiesa, già presente nelle Sacre
Scritture e nei Padri». Essa ha fondato una delle attività caratteristiche delle
Chiese cristiane di tutti i tempi, dalle origini fino ad oggi, vale a dire
l’assistenza ai bisognosi, intesa non solo come elemosina in senso
religioso, ma anche come condividere beni destinati alla famiglia umana. Non
farlo è come derubare il bisognoso: è un pensiero che viene espresso da san Giovanni Crisostomo, patriarca
di Costantinopoli, un Padre del Quarto
secolo di ambiente culturale greco, in una omelia sulla narrazione evangelica relativa
al Lazzaro della parabola narrata nel
capitolo 16 del Vangelo secondo Luca, e da sant’Ambrogio vescovo di Milano, un
Padre di ambiente culturale latino della stessa epoca, in un trattato
sull’episodio biblico del contadino Nabot e del re Acab narrato nel capitolo 21 del
primo libro dei Re. In questo brano biblico si narra che il conttadino Nabot, che aveva rifiutato di cedere al re
Acab la vigna ereditata dai padri, fu accusato da falsi testimoni, su
istigazione della regina Gezabele, di aver maledetto Dio e il re, e venne
lapidato. Il profeta Elia affrontò Acab, lo accusò di omicidio e gli annunciò
che i cani avrebbero leccato il suo sangue dove avevano leccato quello di
Nabot, e che la sua casata sarebbe stata sterminata. Il re si umiliò, indossando un abito di sacco e digiunando; per
questo Dio rinviò il castigo sulla sua casa ai giorni del figlio. Acab morì poi
in battaglia, colpito da una freccia, e presso la piscina di Samaria i cani
leccarono il suo sangue, colato dal suo carro. Il figlio Ioram fu poi ucciso e
il suo cadavere gettato nel campo di Nabot, mentre Gezabele fu gettata da una
finestra e divorata dai cani. Ambrogio
stigmatizzò l’avidità predatoria da parte del ricco e potente e il
pervertimento e strumentalizzazione della giustizia asservita ai suoi interessi.
Per il principio della destinazione universale dei beni voluta da Dio, quanto
si dona al povero in realtà gli è restituito: la terra è di tutti, non dei ricchi. E’
una linea di pensiero costante nei Padri della Chiesa, gli scrittori, vissuti
tra il Primo e l’Ottavo secolo, che si ritengono fondamentali per la
definizione della dottrina cristiana. Più avanti, Tommaso d’Aquino, vissuto nel
Duecento, sostenne che regolare la proprietà privata è necessario per dare ordine,
laboriosità e pace alla società, ma che si deve essere pronti ad usare ciò che
si possiede anche per venire incontro alle necessità altrui.
Nella prima enciclica della dottrina sociale
contemporanea, la Delle novità del 1891, ci si richiama all’insegnamento
di Tommaso d’Aquino; nella successiva enciclica Il quarantennale del
1931, nell’anniversario dei quarant’anni dalla prima, si afferma il duplice
carattere, individuale e sociale, della proprietà, e nell’enciclica Madre e
Maestra del 1961 si ribadisce l’intrinseca funzione sociale della
proprietà.
Nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel
mondo contemporaneo La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano
secondo, celebrato a Roma e concluso nel 1965, al n.69 troviamo la formulazione
del principio della destinazione universale dei beni alla quale ci si richiamò
nel Magistero successivo:
69. I beni della terra e loro destinazione a tutti gli
uomini
Dio ha destinato la terra e tutto quello che
essa contiene all'uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli, e pertanto i
beni creati debbono essere partecipati equamente a tutti, secondo la regola
della giustizia, inseparabile dalla carità (si
veda la Summa Theologiae – Encliclopedia di teologia di Tommaso
d’Aquino). Pertanto, quali che siano le forme della proprietà, adattate alle
legittime istituzioni dei popoli secondo circostanze diverse e mutevoli, si
deve sempre tener conto di questa destinazione universale dei beni. L'uomo,
usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente
possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano
giovare non unicamente a lui ma anche agli altri (la nota 148 cita ampiamente
la letteratura patristica e altri autori cristiani). Del resto, a tutti gli
uomini spetta il diritto di avere una parte di beni sufficienti a sé e alla
propria famiglia. Questo ritenevano giusto i Padri e dottori della Chiesa, i
quali insegnavano che gli uomini hanno l'obbligo di aiutare i poveri, e non
soltanto con il loro superfluo. Colui che si trova in estrema necessità, ha
diritto di procurarsi il necessario dalle ricchezze altrui. Considerando il
fatto del numero assai elevato di coloro che nel mondo intero sono oppressi
dalla fame, il sacro Concilio richiama urgentemente tutti, sia singoli che
autorità pubbliche, affinché - memori della sentenza dei Padri: « Dà da
mangiare a colui che è moribondo per fame, perché se non gli avrai dato da
mangiare, lo avrai ucciso » (frase attribuita a sant’Ambrogio dal Decreto di
Graziano, una raccolta di testi contenenti testi di letteratura giuridica ritenuti
autorevoli nel disciplinare la vita della Chiesa pubblicata nel dodicesimo secolo) realmente
mettano a disposizione ed impieghino utilmente i propri beni, ciascuno secondo
le proprie risorse, specialmente fornendo ai singoli e ai popoli i mezzi con
cui essi possano provvedere a se stessi e svilupparsi.
Questa idea della tradizione cristiana della
destinazione universale dei beni lega la dignità dell'essere umano alla
relazione con Dio, non ai beni che possiede. È l'opposto della concezione secondo
la quale si sarebbe più degni quanto più si è ricchi, come se la ricchezza non
fosse soltanto accumulata, ma anche meritata, e il possederla fosse la prova di
questo merito. Nelle concezioni filosofiche, culturali e politiche che si
diffusero in Europa dal Seicento, in polemica con gli abusi dei regimi
assoluti, la proprietà venne considerata la base della dignità sociale della
persona e, come tale, un diritto inviolabile da difendere contro qualunque
pretesa del potere politico. Questa concezione della proprietà non è accolta
dalla dottrina sociale nella misura in cui ostacoli i doveri di solidarietà
sociale e il perseguimento anche del bene comune, oltre che quello di chi
possiede dei beni, quindi la funzione
sociale della proprietà.
Anche per l’opera dei democratici cristiani
nell’Assemblea costituente Italiana, che tra il 1946 e il 1947 scrisse e
deliberò la nostra nuova Costituzione democratica entrata in vigore il 1 gennaio 1948, la
funzione sociale della proprietà è entrata in quella legge fondamentale:
articolo 42
La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo
Stato, ad enti o a privati.
La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne
determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne
la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo
indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e
testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
Dall’Ottocento,
soprattutto con lo sviluppo dell’economia politica e della sociologia, cominciò
a maturare anche nel pensiero cristiano la consapevolezza che le disuguaglianze
sociali, per cui la maggior parte delle ricchezze si concentra nelle mani di minoranze
mentre larghe fasce della popolazione vivono in povertà, non dipendono solo
dalla cattiveria e avidità delle persone, ma anche da cause sistemiche,
relative a come è organizzata la società. Il benessere della popolazione,
attraverso interventi sociali e provvidenze varie, divenne allora sempre più un
obiettivo politico dei poteri pubblici, perseguito con risorse ricavate
soprattutto dai tributi stabiliti dalla legge. Ne risentì anche la disciplina
giuridica della proprietà, alla quale venne riconosciuta in vario modo una
funzione sociale. Vennero stabilite norme per impedire gli abusi di potere a
danno delle parti deboli nel sistema economico. Questa tendenza politica venne
assecondata e sollecitata dalla dottrina sociale, nel rispetto del principio di
sussidiarietà secondo il quale i pubblici poteri devono aiutare e sostenere la
società civile, senza soffocarla.
Oggi i
cittadini europei rispettosi delle leggi, con le loro tasse, destinano una
parte considerevole del proprio reddito al benessere altrui, adempiendo così
una parte rilevante del dovere di solidarietà richiamato dalla dottrina
sociale. Mediante i servizi pubblici si provvede infatti alla cura delle
persone malate e all’assistenza delle altre persone bisognose, all’erogazione
di pensioni agli anziani che non potrebbero averle in base ai soli contributi
versati al sistema previdenziale, all’istruzione dei giovani, e ad altri scopi
sociali.
Disse papa Francesco il 4 febbraio 2017, in un
discorso tenuto ai partecipanti all’incontro sull’economia di comunione:
Oggi si attuano
molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto
ciò, da una parte, è una crescita in umanità. Nella Bibbia i poveri, gli
orfani, le vedove, gli “scarti” della società di quei tempi, erano aiutati con
la decima e la spigolatura del grano. Ma la gran parte del popolo restava
povero, quegli aiuti non erano sufficienti a sfamare e a curare tutti. Gli
“scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per
curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti
in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche
in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che,
prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della
vita: il reciproco soccorso.
Nell’enciclica La magnifica umanità si
affronta il tema dell’importanza crescente dei beni immateriali e della cultura
rispetto a quelli materiali, come il suolo, gli edifici, i prodotti agricoli,
le materie prime, i vari manufatti di uso comune. Sono beni immateriali quelli
che non consistono in cose che possono essere toccate, ma che tuttavia possono
essere posseduti, ceduti, usati, come, ad esempio, una canzone, il testo di un
romanzo, il progetto di un macchinario o, si precisa nell’enciclica, brevetti,
algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Un brevetto
è il provvedimento pubblico con cui si
riconosce il diritto esclusivo di trarre profitto da un’invenzione per un certo
tempo, un algoritmo è una sequenza di istruzioni che un elaboratore elettronico
può eseguire per produrre un certo risultato, una piattaforma digitale è un
servizio via internet reso alle persone che si collegano, le infrastrutture
tecnologiche sono le macchine, le costruzioni e le reti fisiche, ad esempio
cavi e satelliti, che rendono possibile fornire servizi, i dati, nell’ambito
dei servizi informatici, sono tracce che lasciamo usando strumenti digitali, come
i nostri telefoni cellulari.
Anche questi beni, si insegna
nell’enciclica La magnifica umanità, devono ritenersi destinati a tutte le persone, ma, si legge al n.67 «in un
contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e
tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza
adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che
contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra
inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne
rimane ai margini».
Si aprono, quindi,
nuovi campi di intervento per i pubblici poteri, nell’interesse generale, per
la tutela del bene comune, anche perché le attività consentite dalle nuove
tecnologie si svolgano rispettando l’ambiente,
evitando sprechi e nuove forme di saccheggio.
Infatti, come si
legge al n.108 dell’enciclica:
108. In effetti,
come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’Intelligenza Artificiale
tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse
economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della
destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione:
piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi,
condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a
proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i
popoli. Per questo è indispensabile che l’impiego dell’Intelligenza Artificiale
– soprattutto quando coinvolge beni pubblici e diritti fondamentali – sia
accompagnato da criteri chiari e controlli effettivi, ispirati alla
partecipazione e alla sussidiarietà: le comunità e i corpi intermedi non
possono essere ridotti a destinatari di decisioni prese altrove, ma devono
poter contribuire al discernimento e alla vigilanza. Inoltre, la proprietà dei
dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata. Essi sono
frutto del contributo di molti e non possono essere venduti o affidati a pochi.
Serve una creatività in grado di gestirli come uno dei beni comuni o
collettivi, nella logica della condivisione, come già suggeriva san Giovanni
Paolo secondo a proposito dei beni collettivi [nella nota 128 si precisa che ci
si riferisce al n.40 dell’enciclica Il centenario, del 1991, in cui tra i beni
collettivi si menzionano l'ambiente naturale e l'ambiente umano].
A tutte e a tutti l’augurio di una serena e
operosa giornata. Pace e bene.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
della parrocchia di San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo:
acvivearomavalli.blogspot.com





