INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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sabato 31 ottobre 2026

Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa - il principio di solidarietà



 


Magnifica humanitas  enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo        Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa -  il principio di solidarietà

Link al podcast: https://youtu.be/6yFncBmQqww

 


Nell’immagine, il medico Gino Strada,  vissuto tra il 1948 e il 2021,  fondatore nel 1994 di Emergency, organizzazione non governativa senza fini di lucro dedita all’assistenza delle popolazioni in zone di guerra o travagliate da altre catastrofi. È considerato un grande esempio della pratica della virtù della solidarietà

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 Buongiorno, care amiche e cari amici del gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli.

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, in particolare la sezione sul principio di solidarietà del secondo capitolo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa.

 Alle mie spalle vedete una immagine del medico Gino Strada,  vissuto tra il 1948 e il 2021,  fondatore nel 1994 di Emergency, organizzazione non governativa senza fini di lucro dedita all’assistenza alle popolazioni in zone di guerra o travagliate da altre catastrofi. È considerato un grande esempio della pratica della virtù della solidarietà

    Nella storia delle idee il termine solidarietà come principio organizzativo della società si diffonde in Europa nell'Ottocento. Si voleva contrastare l'individualismo, cioè l'idea che la società sia solo una somma di singoli ciascuno occupato di sé, e porre l'accento su riforme sociali per migliorare la condizione di tutta la popolazione, sulla base di un obbligo sociale che nasce dal fatto che l'essere umano per natura è un vivente in relazione. L'idea di solidarietà venne ripresa dal lessico giuridico, dove l'obbligazione in solido è quella in cui ciascuno dei condebitori risponde per l'intero debito: così ogni essere umano deve sentirsi obbligato per l'intera specie umana. Fu poi posta a fondamento di un solidarismo cristiano, maturato nelle esperienze di impegno sociale sviluppate in Europa dalla seconda metà dell'Ottocento e formulato come pensiero sistematico all'inizio del Novecento. Questo lo collegò alla tradizione dei Padri della Chiesa sulla fraternità cristiana, che ha un fondamento soprannaturale: tutti gli esseri umani sono fratelli perché creati dallo stesso Dio e perché il Figlio, facendosi uomo, ha unito a sé ogni uomo; e questa fraternità trova il suo compimento nella comunione dei credenti. All'inizio del Novecento, in ambiente cattolico tedesco, la solidarietà divenne il perno di una proposta organica di economia e di società, chiamata appunto solidarismo. Questa scuola di pensiero influenzò la redazione dell’enciclica sociale Il quarantennale – Quadragesimo anno, del 1931, nella quale fu sviluppata  la dottrina sociale esposta nella prima enciclica sociale contemporanea, la Delle novità- Rerum novarum di quarant’anni prima, nella quale, seguendo la tradizione precedente, si parlava solo di carità e di amicizia tra gli esseri umani e le classi sociali.

  Nell’evoluzione della dottrina sociale cattolica sulla solidarietà, a partire da quella sulla carità e sull’amicizia, influì la maggiore consapevolezza delle dinamiche sociali che la Chiesa acquisì man mano che assimilava le conoscenze dell’economia politica e della sociologia. Ad un contesto centrato sui rapporti interpersonali di fraternità, in cui condividere le proprie ricchezze con chi era nel bisogno discendeva dalla destinazione universale dei beni, si aggiunse la solidarietà come forma politica di realizzazione del bene comune. In questa accezione il principio di solidarietà si lega strettamente a quello di sussidiarietà, e ciascuno dei due corregge l’altro, sia quanto all’azione pubblica di governo della società sia quanto all’atteggiamento che la società civile deve avere riguardo all’interesse generale.

  Negli ultimi anni, con il magistero di papa Francesco, questa linea ha compiuto un passo ulteriore. Già da tempo la dottrina sociale presentava la solidarietà non solo come obbligo morale e religioso, ma come risposta necessaria a un’interdipendenza di fatto tra i popoli. Ora quell’interdipendenza viene vista in tutta la sua estensione, economica, politica e insieme ecologica, e la posta in gioco è diventata la sopravvivenza stessa di un’umanità che conta ormai oltre otto miliardi di persone, legate da reti globali sempre più fitte, e che condivide un unico pianeta. In questa prospettiva la costruzione, a livello mondiale, di ordinamenti politici solidali non è più soltanto un ideale ma una condizione di sopravvivenza, e in questo senso va inteso l’insegnamento, ripetuto da papa Francesco durante la pandemia della malattia virale Covid 19 [dal dicembre 2019], che nessuno si salva da solo.

  Leggiamo nell’enciclica Fratelli tutti, del 2020:

 

Le pandemie e altri flagelli della storia

32. Una tragedia globale come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

 […]

Speranza

 

54. Malgrado queste dense ombre, che non vanno ignorate, nelle pagine seguenti desidero dare voce a tanti percorsi di speranza. Dio infatti continua a seminare nell’umanità semi di bene. La recente pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti, religiose,… hanno capito che nessuno si salva da solo.

 

 

Il fecondo interscambio

 

137. L’aiuto reciproco tra Paesi in definitiva va a beneficio di tutti. Un Paese che progredisce sulla base del proprio originale substrato culturale è un tesoro per tutta l’umanità. Abbiamo bisogno di far crescere la consapevolezza che oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva. La povertà, il degrado, le sofferenze di una zona della terra sono un tacito terreno di coltura di problemi che alla fine toccheranno tutto il pianeta. Se ci preoccupa l’estinzione di alcune specie, dovrebbe assillarci il pensiero che dovunque ci sono persone e popoli che non sviluppano il loro potenziale e la loro bellezza a causa della povertà o di altri limiti strutturali. Perché questo finisce per impoverirci tutti.

138. Se ciò è stato sempre certo, oggi lo è più che mai a motivo della realtà di un mondo così interconnesso per la globalizzazione. Abbiamo bisogno che un ordinamento mondiale giuridico, politico ed economico «incrementi e orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli» [citazione dall’enciclica Carità nella verità n.67, del 2009].  Questo alla fine andrà a vantaggio di tutto il pianeta, perché «l’aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri» implica «creazione di ricchezza per tutti» (citazione dalla stesse enciclica,  n. 60]. Dal punto di vista dello sviluppo integrale, questo presuppone che si conceda «anche alle Nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni»  [citazione dalla stessa enciclica n.67] e che ci si adoperi per «incentivare l’accesso al mercato internazionale dei Paesi segnati da povertà e sottosviluppo» [citazione dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa n.447].

 

  Leggendo l’enciclica La magnifica umanità  - Magnifica humanitas troviamo la sintesi  di quello sviluppo del pensiero sociale cristiano sulla solidarietà.

  Si insegna, al n.73, che

«il  principio di solidarietà nasce dalla visione della persona che la fede genera: ogni essere umano è creato a immagine di Dio e inserito in una rete di relazioni che lo legano agli altri, ai popoli, al creato  […] La fraternità non è soltanto un’aspirazione interiore di chi crede, ma una forma sociale e politica da incarnare in scelte e percorsi condivisi. La solidarietà, allora, è il riconoscimento concreto che il destino di ciascuno è legato al destino di tutti: davvero «nessuno si salva da solo» [citazione dall’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, numeri 32 e 54].  Appare così evidente lo stretto legame tra sussidiarietà e solidarietà. Quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in semplice tutela di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo che non promuove la responsabilità». 

   Si insegna inoltre che la solidarietà deve esprimersi anche nel sentirsi personalmente responsabili di ciò che accade e si fa nella società in cui si vive e nel prendere parte alla vita della comunità, informandosi, associandosi, facendo sentire la propria voce, contribuendo alle decisioni e alle scelte pubbliche, quindi assumendosi responsabilità nella costruzione del bene comune.  

 Questo insegnamento acquista anche un particolare valore ecclesiale, perché al n.86 dell’enciclica, verso la fine del capitolo secondo, nella sezione Una verifica per la Chiesa, tutti i principi della dottrina sociale sono dichiarati applicabili anche nei contesti ecclesiali, in particolare per organizzarli d viverli con stile sinodale. Leggiamo:

 

86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione» [questa è una citazione testuale dal numero 17 del Documento finale della seconda sessione  della sedicesima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, approvato nell’ottobre 2024].. Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione.

 

 Di questo non avverto in genere consapevolezza nelle comunità ecclesiali alle quali partecipo, in particolare nella nostra parrocchia. Di solito gli accenni alla sinodalità vengono accolti con scarso interesse e anche, talvolta, con un certo fastidio, come se ci si volesse intestardire su temi non essenziali negli ambienti di prossimità, dove ci si dovrebbe concentrare sulla frequenza alle liturgie e sulle pratiche devozionali, riservando il resto alla burocrazia ecclesiastica e ai teologi.  Ma perché considerare alternative a quelle la pratica della solidarietà, della sinodalità e delle altre virtù sociali? È proprio il contrario della pressante esortazione alla sinodalità realmente responsabile e perciò realmente partecipata  e solidale che ci viene dall’enciclica La magnifica umanità.

  Chiediamoci, ad esempio, in quali modi in parrocchia si prende parte parte alla vita della comunità, informandosi, associandosi, facendo sentire la propria voce, contribuendo alle decisioni e alle scelte pubbliche, che sono quelle che si fanno perché valgano per tutta la comunità, quindi assumendosi responsabilità nella costruzione del bene comune. In realtà non ci sono spazi per farlo, dato che ad esempio il Consiglio pastorale parrocchiale non è stato costituito secondo il nuovo Statuto firmato da Papa Francesco nel 2023 e non si riunisce, il Consiglio parrocchiale per gli affari economici non rende note le sue valutazioni sulla gestione economica della parrocchia e non pubblica alcun tipo di bilancio contabile, e infine ogni esperienza associativa e di movimento agisce chiusa nel suo ristretto ambito senza aprirsi, nel dialogo sinodale, alle altre esperienze.

  Sento spesso confondere la sinodalità con la democrazia nelle attività di governo e ripetere che “la Chiesa non è una democrazia”, senza aggiungere che è molto di più, perché, appunto, è costitutivamente sinodale. Leggiamo nel Documento preparatorio della sedicesima Assemblea generale ordinaria  del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità ecclesiale, pubblicato il 7 settembre 2021

 

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2021/09/07/0540/01156.html#testoinitaliano

 

II. Una Chiesa costitutivamente sinodale

10. «Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”» [citazione dal n.3 del  documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, pubblicato il 2 marzo 2018] che «è parola antica e veneranda nella Tradizione della Chiesa, il cui significato richiama i contenuti più profondi della Rivelazione» [altra  citazione dal medesimo numero del citato documento della Commissione teologica internazionale]. È il «Signore Gesù che presenta se stesso come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6)», e «i cristiani, alla sua sequela, sono in origine chiamati “i discepoli della via” (cfr At 9,2; 19,9.23; 22,4; 24,14.22)» [altra  citazione dal medesimo numero del citato documento della Commissione teologica internazionale]   La sinodalità in questa prospettiva è ben più che la celebrazione di incontri ecclesiali e assemblee di Vescovi, o una questione di semplice amministrazione interna alla Chiesa; essa «indica lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice» [citazione dal n.6 del  documento della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, pubblicato il 2 marzo 2018].

  La sinodalità ecclesiale è presentata nell’enciclica La magnifica umanità come realizzazione nella vita comunitaria cristiana di quel principio di solidarietà che discende dal fondamento dell’essere stati creati da Dio per essere un’unica famiglia umana, legata dalla fraternità. Ne deriva il dovere di costruirla in concreto e di prendervi parte, che non grava solo su chi esercita ministeri o altri incarichi, ma su tutte le persone di fede.

  Questo naturalmente riguarda ogni aspetto della vita sociale, compreso quello della partecipazione politica. È scritto tra i principi fondamentali della nostra Costituzione, nell’elaborazione dei quali i cattolici democratici italiani ebbero un ruolo molto importante, Leggiamo all’articolo 2:

 

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

  Il Papa dà l’esempio. Egli è ancora anche cittadino statunitense. Ieri è stata diffusa la notizia che voterà alle elezioni di medio termine per il rinnovo  della Camera dei rappresentanti statunitense e di un terzo del Senato. Eppure sia negli Stati Uniti che in Italia l’astensionismo elettorale è diventato molto elevato.

  La Costituzione italiana all’art.48 definisce il voto un dovere civico, ma molte persone non lo sentono più tale e tanto meno come dovere religioso, entrambi espressione del principio di solidarietà.

  Le vite degli esseri umani sono talmente intrecciate a livello globale che, si osserva nell’enciclica, si vive una sorta di solidarietà di fatto. Basta gettare uno sguardo alle etichette dei prodotti di uso comune per avvedersi, ad esempio, che provengono da parti del molto lontane, spesso dall’altra parte del globo. Ma, si osserva ancora nell’enciclica, «questa  trama di relazioni, però, non è ancora solidarietà in senso pieno se non diventa una scelta consapevole». Siamo affidati gli uni agli altri e non dobbiamo rimanere indifferenti davanti a ciò che accade al nostro prossimo, ma, si aggiunge nell’enciclica, dobbiamo trasformare  t quei legami inevitabili – economici, culturali, tecnologici – in percorsi di condivisione, di cooperazione e di cura reciproca, imparando a pensare e agire in termini di comunità.

  La solidarietà, si insegna nell’enciclica è un principio  ma anche una virtù, vale a dire una regola di convivenza ma anche un modo di essere delle persone. Bisogna acquisire consapevolezza dell’interdipendenza tra le persone, per cui il bene delle une  passa attraverso il bene delle altre, ma anche avere una determinazione ferma e perseverante a lavorare per il bene comune. Così, come insegnava Papa Francesco, da masse di persone si costruiscono i popoli. Per realizzare la solidarietà occorrono, si insegna nell’enciclica «stili di vita sobri e condivisi, capacità di rinunciare a vantaggi immediati per aprire spazi di futuro ad altri, disponibilità a mettere in discussione abitudini e privilegi – compresi quelli legati al consumo digitale e all’uso delle tecnologie – quando impediscono agli altri di vivere con dignità».

  Nell’enciclica il tema della solidarietà viene esteso, richiamando il magistero del papa Benedetto sedicesimo, alla solidarietà tra generazioni che si susseguono, per cui occorre sentirsi responsabili anche verso le generazioni future, lavorando per lasciar loro un mondo vivibile, con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente. Questo richiede di partecipare alle decisioni pubbliche che lasceranno conseguenze per le nuove generazioni e di assumere quegli stili di vita sobri e condivisi di cui sopra si è detto.

  Ai tempi nostri, questa responsabilità solidale comunitaria assume nuovi aspetti perché, si legge nell’enciclica, «si estende anche alle infrastrutture digitali e informative: come l’ambiente naturale, anche l’“ecosistema digitale” può essere custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato. La solidarietà chiede che le scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno». Non si tratta solo di influire sulle politiche pubbliche, ma di orientare i nostri stessi stili di vita che riguardano l’utilizzo dei sistemi informatici in modo che non risulti dannoso per altre persone e non aderisca a forme di sfruttamento monopolistico. Cosa che, bisogna riconoscerlo, risulta in genere difficile, perché i prodotti di quelle tecnologie esercita una sorta di fascinazione sulle persone, che finiscono per dipendervi anche emotivamente.

  Concludo augurando a tutte e tutti di riuscire a scoprire,  vivere e soprattutto  riconoscere in ogni aspetto della vita, compresa quella ecclesiale, la bellezza della solidarietà umana, in particolare nella consapevolezza del suo profondo legame con la fede cristiana, seguendo fino in fondo gli insegnamenti e le esortazioni dell’enciclica La magnifica umanità.

  Non di rado noi persone laiche ci sentiamo un poco fuori posto e quasi estranee in chiesa perché siamo un po’ impacciate nelle liturgie, a volte non sappiamo rispondere a tono e come comportarci in quelle occasioni, non abbiamo quella consuetudine con le Scritture e la dottrina che ci si aspetta da preti e persone consacrate, ma, in realtà, nella vita in famiglia, che è tutta un esercizio di opere di misericordia,  nel lavoro, in cui facciamo la nostra parte per consentire alla società in cui viviamo di tirare avanti, e in ogni altra nostra positiva interazione sociale in cui costruiamo l’amicizia, la cooperazione nell’interesse comune, la bellezza, come nelle espressioni artistiche e nella cura e custodia dell’ambiente naturale, noi realizziamo in concreto, con i fatti,  il principio di solidarietà e ne esprimiamo la virtù, solidarietà che altro non è che manifestazione dell’amore agàpico, il grande comandamento evangelico.

Mario Ardigò, per il gruppo parrocchiale di Azione Cattolica in San Clemente papa e per il gruppo del MEIC – Movimento ecclesiale di impegno culturale Uniroma Sapienza – blog: accivearomavalli.blogspot.com


martedì 27 ottobre 2026

Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa - il principio di sussidiarietà, seconda parte (la prima si trova nel podcast 13 del 27GIU26, il cui testo è stato ripubblicato ieri)

 


Magnifica humanitas  enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo         Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa -  il principio di sussidiarietà, seconda parte (la prima si trova nel podcast 13 del 27GIU26, il cui testo ho pubblicato nuovamente ieri)


Link al podcast: https://youtu.be/4xciv5v9K3g


Il prof. Dario Vitali, della Pontificia Università Gregoriana, importante esperto di ecclesiologia e, in particolare, sulla sinodalità ecclesiale. Durante il Sinodo sulla sinodalità (svoltosi tra l’ottobre 2021 e l’ottobre 2024) ha coordinato gli esperti teologi della Segreteria Generale.

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Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.

 Il 27 giugno 2026, nel podcast 13, il cui testo ho pubblicato nuovamente ieri, avevo iniziato ad esaminare il principio di sussidiarietà, del quale nell’enciclica La magnifica umanità  si tratta nel capitolo secondo Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa, nella sezione I principi della dottrina sociale, sottosezione Il principio di sussidiarietà, numeri da 68 a 72. In questo post sviluppo ulteriormente il tema.

  Ricordo che, nel lessico dell’enciclica, i fondamenti riguardano la natura dell'essere umano, la sua relazione con Dio e il perché vada custodita la dignità di ogni persona; i principi invece riguardano come organizzare la società perché rispetti ciò che l'essere umano è e la sua dignità.

  Come viene ricordato al n.68 dell’enciclica «la Dottrina sociale della Chiesa chiama “sussidiarietà” il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la libertà e la creatività dei livelli inferiori, coordinandone i contributi perché cooperino efficacemente al bene comune».

 Si tratta di una idea sviluppata storicamente sulla base delle iniziative a sostegno dei ceti meno abbienti della popolazione dal cattolicesimo sociale tedesco dalla seconda metà dell’Ottocento, in un epoca in cui anche il cattolicesimo sociale italiana sviluppò analoghe attività, prima coordinate nell’Opera dei Congressi, sciolta nel 1904, e poi sotto la diretta regia della Santa sede e dell’episcopato nazionale, in particolare nell’Azione Cattolica italiana, costituita nel 1906. Si voleva che l’organizzazione dei pubblici poteri lasciasse spazio a opere organizzate dal basso e localmente, senza pretendere di soffocarle.

  Ho scritto nel testo del podcast 13 sull’enciclica La magnifica umanità – Magnifica humanitas,  pubblicato il 27 giugno 2026:

 

«La sussidiarietà è un principio molto importante elaborato in ambito cattolico negli anni Venti e trasfuso nell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 sotto l’autorità del papa Pio 11°, della quale è riconosciuto redattore il gesuita tedesco Oswald von Nell-Breuning [pronuncia Òsvalt fon Nel Bròining], morto nel 1991,  allievo di Wilhelm Emmanuel von Ketteler, vescovo di Magonza, teologo e parlamentare tedesco vissuto nell’Ottocento, pensatore di riferimento in particolare nella riflessione sulla difesa dei corpi organici intermedi. Importante viene ritenuta anche l’influenza della  scuola solidarista di Heinrich Pesch, gesuita, economista e sociologo tedesco, vissuto tra Ottocento e Novecento, il quale teorizzava una "terza via" fra individualismo e collettivismo fondata sull'articolazione organica della società in ceti professionali. Gustav Gundlach, gesuita e sociologo tedesco, della scuola di Pesh, collaborò nella preparazione dell’enciclica. L’origine della teoria della sussidiarietà  come criterio organizzativo delle istituzioni pubbliche viene riconosciuta nel cattolicesimo sociale tedesco che si sviluppò in parallelo con quello italiano, con ampio coinvolgimento dei rispettivi laicati, che li animarono e incarnarono.  Si ricorda che il termine sussidiarietà, in quel senso, in tedesco Subsidiarität   [pronuncia zub-zidiaritàt]  circolava in quel mondo sociale già prima del 1931. E’ interessante notare che, prima della Costituzione democratica repubblicana italiana del 1948, il cattolicesimo sociale aveva ispirato la Costituzione tedesca detta di Weimar, del 1919. Entrambe le Costituzioni, repubblicane e deliberate da assemblee costituenti, sono dette lunghe, perché piene di diritti sociali fondamentali.

 

  Il principio di sussidiarietà ha fatto scuola anche oltre i confini  ecclesiali, anche per l’influsso dei cristiano-democratici europei, e in particolare dei cattolici democratici italiani.

 Il Trattato di Maastricht, che istituì l’Unione Europea, concluso nel 1992 ed entrato in vigore il 1 novembre 1993 incluse  il principio di sussidiarietà nel Trattato sull’Unione Europea all’art. 5, comma 3. Vi  leggiamo da allora:

3. In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l'Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell'azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione.

  Con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, che riformò il titolo Quinto della Costituzione italiana, il principio di sussidiarietà fu introdotto  negli articoli 118 e 120, che riguardano le autonomie locali e i limiti del potere sostitutivo del Governo nei campi ordinariamente di competenza di Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni.

  Notiamo una importante metamorfosi, ed estensione,  del principio di sussidiarietà, nella sua applicazione al di là degli ambiti ecclesiali. Elaborato dai teorici della dottrina sociale cattolica per mettere al sicuro dall’ingerenza degli stati le autonomie della società civile e, innanzi tutto, quelle espresse dagli organismi ecclesiastici, quindi con funzione negativa, di limite ai poteri pubblici civili, viene reinterpretato dai teorici del diritto pubblico anche per organizzare un sistema di decentramento istituzionale basato su una rete di autonomie locali espresse da enti territoriali con competenze generali tutelate da ingerenze degli organismi posti  a livello superiore, in particolare gli Stati e l’Unione Europea. Nell’ambito del diritto dell’Unione Europea ciò è venuto a riguardare quindi anche le relazioni tra Unione Europea, stati membri e loro autonomie locali. In sistemi come questi, nessun organismo pubblico partecipe del sistema del decentramento istituzionale è sovrano, nel senso che tutti accettano limiti al proprio potere nell’interesse generale. In questa accezione non abbiamo più, solo, da una parte i poteri pubblici, che sono quelli che si impongono, nell’interesse generale, a prescindere dal consenso di chi li subisce, e dall’altro gli organismi e le attività della società civili, ma anche il sistema intero dei pubblici poteri riguardo alla sua organizzazione interna e al riparto di competenze, in un contesto in cui tutti i soggetti che vengono così coordinati sono pubblici poteri, Unione Europea, Stati federali e loro Stati federati, Regioni e autonomie locali a livelli inferiori.

   In un articolo pubblicato sulla rivista Micromega il 13 ottobre 2000, il sindacalista Giancarlo Straini ha ricordato che, secondo il famoso giurista Sabino Cassese, esperto in diritto amministrativo e scienza dell’amministrazione, aveva osservato che il principio di sussidiarietà è suscettibile di avere molti significati e applicazioni a seconda dei contesti sociali e organizzativi di riferimento, e che anche la gerarchia cattolica lo ha interpretato in vari modi nelle varie fasi delle relazioni tra la Chiesa cattolica e i pubblici poteri in Italia.

 Leggo nell’articolo di Straini:

 

  Il principio di sussidiarietà esprime un orientamento antistatalista (sussidiarietà negativa) ma non contrario, anzi alla ricerca dei sussidi dello Stato (sussidiarietà positiva), diversamente dal principio di sovranità delle sfere di matrice calvinista, che esclude ogni forma di sostegno da parte dello Stato. 

La Chiesa cattolica resta centralista ma pretende che tutte le altre forme organizzate si basino sul principio di sussidiarietà (si potrebbe dire, con una battuta, che è per la sussidiarietà ma solo con i sussidi degli altri). 

In altri termini, il principio di sussidiarietà – come ci dice Cassese – […]si adatta al contesto, pur mantenendo il suo significato originario antimoderno e controrivoluzionario, elaborato in contrapposizione all’Illuminismo e al pensiero liberale e socialista che ne discendono, per contendere loro l’egemonia sulle masse. 

Le accentuazioni si spiegano con il contesto: per esempio nell[‘enciclica Il Quarantennale] Quadragesimo anno di Pio [undicesimo] del 1931 si può riscontrare una sottolineatura della componente negativa della sussidiarietà (difesa dall’ingerenza dello Stato), rispetto a quella positiva (rivendicazione del suo sostegno). 

Effettivamente il regime fascista aveva distrutto tutte le associazioni degli altri orientamenti per poi inglobarle e promuoverle come istituzioni dello Stato fascista, per fascistizzare gli italiani e creare l’”uomo nuovo”. Erano rimaste autonome solo alcune associazioni cattoliche, frutto del riconoscimento reciproco sancito nei Patti Lateranensi del 1929 (analogamente nel Concordato con i nazisti del 1933)[…]

  Nel secondo dopoguerra – dopo avere “ereditato” gran  parte del patrimonio dell’associazionismo fascista, non dovendo ricostruire da zero la propria presenza sociale e potendo godere del favore della Democrazia Cristana – la Chiesa ha posto l’accento sulla sussidiarietà positiva (sul sostegno da parte dello Stato), che verrà poi ampiamente utilizzato  [nel campo della] sanità convenzionata e [della] scuola paritaria. 

[…]

Tornando alle considerazioni sulle conseguenze pratiche nell’uso del principio di sussidiarietà in relazione al contesto, dalla fine degli anni ‘70 – a seguito della presunta crisi fiscale dello Stato che avrebbe reso insostenibile il welfare pubblico – è stata promossa la sussidiarietà orizzontale (la sostituzione del pubblico con il privato) tramite il sostegno al Terzo Settore. 

Il Terzo Settore (non profit), vede una grande presenza di associazioni cattoliche (Caritas, Acli, ecc.) […]

 

  Straini, nell’articolo citato, è piuttosto critico nei confronti di alcune interpretazioni e applicazioni del principio di sussidiarietà, temendo che esse possano privare al ritiro dello Stato e delle autonomie locali da servizi pubblici molto importanti come la sanità, la scuola, l’assistenza sociale, per lasciarli a organizzazioni private, sia pure senza finalità di lucro. In realtà non è in questo senso che, fin dall’origine, è stato inteso quel principio nella dottrina sociale, che, anzi, ha sempre sollecitato l’intervento delle organizzazioni pubbliche in ogni campo sociale.

  Leggiamo, ad esempio, nell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 sotto l’autorità del papa Pio undicesimo, il primo documento della dottrina sociale in cui il principio di sussidiarietà venne estesamente esposto (anche se già nella precedente enciclica Delle novità – Rerum novarum, del 1891, diffusa sotto l’autorità del papa Leone tredicesimo, se ne trovano i fondamenti):

 

25. Quanto al potere civile,  [Leone tredicesimo], superando arditamente i limiti segnati dal liberalismo, insegna coraggiosamente che esso non è puramente un guardiano dell'ordine e del diritto, ma deve adoperarsi in modo che con tutto il complesso delle leggi e delle politiche istituzioni ordinando e amministrando lo Stato, ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità (enc. Rerum novarum, n. 26). E' bensì vero che si deve lasciare la loro giusta libertà di azione alle famiglie e agli individui, ma questo senza danno del pubblico bene e senza offesa di persona. Spetta poi ai reggitori dello Stato difendere la comunità e le parti di essa, ma nella protezione dei diritti stessi dei privati si deve tener conto principalmente dei deboli e dei poveri. Perché, come dice il Nostro Antecessore, il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa: le misere plebi invece, che mancano di sostegno proprio, hanno somma necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. E però agli operai, che sono nel numero dei deboli e bisognosi, deve lo Stato a preferenza rivolgere le cure e la provvidenza sua (enciclica Rerum novarum, n. 29). 

  L’insegnamento tradizionale è ribadito nell’enciclica La magnifica umanità – Magnifica humanitas, nella quale, al n.69, leggiamo:

La sussidiarietà non giustifica il disimpegno dello Stato, ma ne orienta l’azione: l’intervento pubblico è richiesto proprio per permettere a tutti i soggetti sociali di svolgere la loro missione senza essere schiacciati. Spetta alla comunità politica creare le condizioni perché persone, famiglie, associazioni e corpi intermedi possano realizzare la propria vocazione sociale, senza essere sostituiti o ridotti a meri esecutori.

  Con il principio di sussidiarietà, visto nella accezione positiva,  non si vuole solo fare spazio  delimitando l’azione dei pubblici poteri, ma anche suscitare e catalizzare l’azione della società civile, che, una volta liberata da forme di paternalismo  e  assistenzialismo sociale  dei pubblici poteri che tende a soffocarne e inibirne le espressioni, deve manifestarsi pronta alla corresponsabilità, senza rimanere inerte.  Leggiamo al n.69 dell’enciclica:

 

70. Questo principio incoraggia a superare ogni forma di gestione paternalistica o assistenzialistica della vita sociale, promuovendo uno stile di corresponsabilità: uno Stato che valorizza l’iniziativa dei cittadini, una società civile capace di generare legami e attivare energie a servizio del bene comune. In una logica di sussidiarietà, le scelte si prendono al livello più vicino possibile alle persone coinvolte, valorizzando la vita associativa, così che il popolo non si trovi davanti a decisioni già prese, ma possa entrare nel loro cammino di costruzione. Là dove famiglie, associazioni, comunità locali, realtà del volontariato e del cosiddetto “terzo settore” vengono riconosciute e sostenute, la vita sociale diventa più vicina alle persone, i servizi si fanno più attenti ai bisogni reali, le risposte più creative e rispettose della dignità di ciascuno.

 

   Ritengo che, però, aveva colto nel segno la critica rivolta alla Chiesa cattolica nell’articolo di Straini di non applicare la proprio interno quel principio di sussidiarietà che predicava agli altri pubblici poteri e alla società civile.

  Ma, ciò detto, va aggiunto che nell’enciclica La magnifica umanità – Magnifica humanitas vi sono due inediti, importantissimi,  sviluppi del principio di sussidiarietà, sui quali, nei primi commenti di quel documento che ho letto finora, non sembra essersi accentrata a sufficienza l’attenzione, uno della quali sana la disarmonia messa in luce nell’articolo di Straini.

 Il primo lo troviamo al n.70.

 Finora il principio di sussidiarietà era stato inteso fondamentalmente riguardo all’azione dei pubblici poteri, ad esempio in Italia lo Stato, le Regioni, le Città metropolitane, le Province e i Comuni, da un lato nei riguardi delle iniziative sociali sorte e organizzate nella società civile e dall’altro anche nei rispettivi rapporti tra gli stessi pubblici poteri tra loro, nel riparto delle loro competenze.

  Ebbene l’enciclica leoniana insegna che il principio di sussidiarietà vale per limitare anche i  poteri privati che attualmente controllano larghi settori industriali dove si sviluppano i sistemi informatici di intelligenza artificiale e che, in tal modo, hanno finito per esercitare una fortissima influenza, anche politica, nelle società dove l’impiego di tali sistemi va diffondendosi.

 Leggiamo, al n.71, dell’enciclica:

 

71. Il principio di sussidiarietà vale in modo particolare nel contesto della rivoluzione digitale. Qui il livello superiore non è lo Stato, ma ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune. Il livello che assorbe competenze, dati e capacità decisionale è costituito da aziende e piattaforme, che definiscono condizioni di accesso, regole di visibilità, forme di relazione e perfino opportunità economiche. La sussidiarietà chiede che tali processi non si impongano dall’alto in modo opaco e unilaterale, ma siano orientati al bene comune mediante trasparenza, responsabilità e forme reali di partecipazione (verifiche indipendenti, trasparenza sugli algoritmi, accesso equo ai dati, strumenti di ricorso). 

 

 Richiamo la vostra attenzione su questo: nell’applicazione del principio di sussidiarietà come limitazione dei poteri superiori perché non soffochino, ma affianchino e sostengano i livelli inferiori di impegno, accanto allo Stato e agli altri poteri pubblici l’enciclica pone ogni grande attore economico e tecnologico che esercita un potere di fatto sulle condizioni della vita comune.

 

  È una nuova applicazione del principio di sussidiarietà che è suscettibile di essere applicata ben oltre il campo delle industrie operanti nell’informatica, ma a tutti i grandi conglomerati di potere economico privato che abbiano acquisito la capacità di determinare il corso degli eventi sociali su grande scala, come sinora era stato possibile solo agli stati o loro emanazioni. Ed è proprio ai pubblici poteri che l’enciclica assegna la funzione di correggere gli effetti sociali di quei poteri privati quando vadano contro il bene comune, e ciò a tutela della società civile, perché non ne risulti soffocata.

  Leggiamo al n.72:

 

72. In questo quadro, gli Stati e le istituzioni sovranazionali sono chiamati a garantire regole giuste e tutele efficaci, perché comunità locali, corpi intermedi, scuole, università, realtà ecclesiali e associative possano avere voce e contribuire al discernimento sulle scelte che incidono sulla vita delle persone: lavoro, accesso ai servizi, gestione dei dati e ambienti digitali. Nelle scelte che riguardano i flussi economici e le piattaforme digitali, nel governo dei dati e degli algoritmi, non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi, ma è necessario costruire forme di cooperazione che rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune.

 

  Nell’era nostra, in Occidente, gli stati si stanno ritirando  dall’intervento nei confronti dei grandi complessi industriali che operano nel capo dell’informatica dell’intelligenza artificiale, e questi ultimi sono diventati capaci di determinare le politiche degli stati, anche perché hanno accumulato un potere economico immenso, superiore a quelli di molti stati. Sono attori privati controllati da piccole oligarchie proprietarie, che negli ultimi anni sono diventate in grado di determinare addirittura il corso di guerre tra stati, controllando gli strumenti bellici mediante i quali esse vengono combattute. L’enciclica esorta i pubblici poteri, innanzi tutto gli Stati e le istituzioni sovranazionali a rientrare in campo, in relazione alle scelte che incidono sulla vita delle persone, vale dire sul lavoro, accesso ai servizi, gestione dei dati e ambienti digitali, costruendo e organizzando forme di cooperazione per ottenere che quei grandi poteri privati rispettino i diversi livelli della comunità mondiale e li rendano corresponsabili del bene comune. Questo significa incidere su enormi assetti proprietari, gelosissimi delle loro prerogative e per nulla disposti a farsi limitare dai pubblici poteri, che spesso disprezzano come obsoleti e mirano addirittura a sostituire, non solo nel proprio interesse, ma nell’interesse generale. Essi si fanno scudo dell’ideologia del liberismo  e del  neoliberalismo  economico e giuridico, la quale lega lo sviluppo economico alla forte contrazione dell’azione regolatrice dei pubblici poteri e al recupero del principio dell’inviolabilità della proprietà privata che caratterizzava l’originario liberalismo, sviluppatosi in Europa del Seicento. Una corrente di pensiero sviluppatasi nel corso degli anni ’80, in particolare nelle scienze economiche statunitensi e nelle politiche del presidente statunitense Ronald Reagan (in carica dal 1981 al 1989) e della Primo ministro britannico Margaret Thatcher (in carica del 1979 al 1990).

 L’altra grande novità nell’applicazione del principio di sussidiarietà non è contenuta nella sottosezione dell’enciclica che stiamo esaminando, ma più avanti, nella sezione  Una verifica per la Chiesa, del capitolo secondo, che stiamo esaminando, numeri da 86 e 89.

  In quella parte dell’enciclica si insegna che tutti i principi della dottrina sociale, in base ai medesimi fondamenti, compreso quello di sussidiarietà, si applicano anche alla vita della Chiesa.

 Come ho esposto nel precedente podcast sul principio di sussidiarietà del 27 giugno 2026, il numero 13, gli storici ricordano che questa estensione si era affacciata anche nel magistero del papa Pio dodicesimo, in particolare in un discorso ai nuovi cardinali del 20 febbraio 1946 intitolato   La elevatezza e la nobiltà dei sentimenti, in cui aveva detto:

 

[…]  ciò che gli uomini singoli possono fare da sé e con le proprie forze, non deve essere loro tolto e rimesso alla comunità; principio che vale egualmente per le comunità minori e di ordine inferiore di fronte alle maggiori e più alte. Poiché — così proseguiva il sapiente Pontefice [si riferiva al papa Pio undicesimo e all’enciclica Il quarantennale – Quadragesimo anno] — ogni attività sociale è per natura sua sussidiaria; essa deve servire di sostegno per i membri del corpo sociale, e non mai distruggerli e assorbirli. Parole veramente luminose; che valgono per la vita sociale in tutti i suoi gradi, ed anche per la vita della Chiesa, senza pregiudizio della sua struttura - gerarchica.

 

  Ma poi l’organizzazione della Chiesa cattolica, e in particolare quella delle Chiesa in Italia a motivo della presenza così vicina della Santa Sede, era rimasta fortemente centralista, aprendosi in seguito solo a una certa collegialità episcopale a partire dal Concilio Vaticano secondo, celebrato a Roma, in Vaticano, tra il 1962 e il 1965.

  Con la La magnifica umanità – Magnifica humanitas, non solo il principio di sussidiarietà, ma l’intera dottrina sociale, viene dichiarata applicabile alla vita della Chiesa, senza eccezioni. Leggiamo al n.86:

 

 86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione».[citazione dal Documento Finale della Seconda Sessione della Sedicesima  Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità ecclesiale diffuso il 26 ottobre 2024, che per volontà di papa Francesco esprime il Magistero ordinario del Successore di Pietro, come stabilito nella Nota di accompagnamento che quel Papa Francesco firmò il 25 novembre 2024]  Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione. 

 

  In particolare l’enciclica lega strettamente l’applicazione alla vita della Chiesa dei principi della dottrina sociale allo sviluppo della sinodalità ecclesiale.  Leggiamo al numero 87, che consiste tutto in un’altra citazione del Documento finale  del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità ecclesiale:

 

87. In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali. 

 

  E ancora, al n.89:

 

Ogni autorità è al servizio del popolo di Dio. Questa diaconia si manifesta non soltanto nella fede celebrata e vissuta nei Sacramenti, e nell’acquisizione di uno stile sinodale, ma anche nella condivisione concreta dei beni: sull’esempio della Chiesa delle origini, le risorse ecclesiali sono chiamate a diventare realmente comuni, perché tra noi nessuno sia bisognoso (qui si richiamano gli Atti degli apostoli, capitolo 4, versetto 34 -  At 4,34) e perché la loro amministrazione sostenga la missione di annuncio del Vangelo ai più poveri. Sono da promuovere forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali, che non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione orientati alla missione [altra citazione del Documento finale  del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità ecclesiale]. Nella misura in cui siamo aperti all’azione dello Spirito Santo, questi principi della Dottrina sociale diventano carne nella vita ecclesiale. In tal modo la Chiesa è in grado di offrire alla società un segno credibile del fatto che cercare insieme il bene di tutti, nella corresponsabilità e nella fraternità, non è un’utopia, ma una reale possibilità.

 

 Vedete come, facendo leva sul principio di sussidiarietà, torna nell’enciclica il discorso della centralità del Popolo di Dio, che è uno dei cardini del Magistero del Concilio Vaticano secondo. L’autorità, ogni autorità, da quella del Papa a quella del parroco, non solo è data da Dio, non solo è servizio, ma è servizio al Popolo di Dio, il quale però deve elevarsi alla corresponsabilità mediante uno stile sinodale, che riguardi anche l’impiego delle risorse ecclesiali, perché siano realmente comuni. Ciò esige forme regolari di valutazione dell’esercizio delle responsabilità ministeriali, che non siano giudizio sulle persone, ma strumenti di apprendimento e di correzione orientati alla missione, come ad esempio dovrebbe avvenire nei Consigli pastorali parrocchiali, che nella Diocesi di Roma sono obbligatori del 1994, insieme al Consiglio parrocchiale per gli affari economici, che lo è addirittura in forza del Codice di diritto canonico del 1983 (canone 537). Deve trattarsi di una corresponsabilità effettiva, non nominale, si legge nell’enciclica, sviluppata secondo la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione. Questo deve esprimersi anche nelle articolazioni istituzionali della vita ecclesiale, a cominciare da quella di prossimità, con il Consiglio pastorale parrocchiale, il più importante organismo locale di sinodalità, e il Consiglio parrocchiale per gli affari economici, anch’esso organismo locale di sinodalità.

  Purtroppo, a causa della nostra scarsa propensione alla corresponsabilità e al servizio al Popolo di Dio, tutte e tutti noi siamo in genere portati a disinteressarci di ciò che si fa nelle comunità ecclesiali e ad accostarci ad esse più che altro come spettatrici e spettatori, disposti alla critica ma non a dare concretamente una mano, lasciando che poche altre persone volenterose si occupino di tutto e decidano tutto, privandole del nostro consiglio e soprattutto delle nostre forze. Non c’è da meravigliarsi che le persone che si impegnano siano poi poco disposte alla trasparenza, al rendiconto e a far valutare ciò che fanno, considerando tutto ciò più che altro una noia burocratica, dal momento che sono lasciate sempre sole, e lo sono realmente. È comprensibile, anche se ciò va superato seguendo il Magistero sulla sinodalità ecclesiale: e la chiusura di pochi, a sua volta, scoraggia la partecipazione di molti, in un circolo che va spezzato. Questa è la situazione sulla quale si vuole incidere sviluppando, tra tante difficoltà, la sinodalità ecclesiale secondo il principio di sussidiarietà, che, lo ripeto anche qui, non riguarda solo il lasciare spazio, ma anche il suscitare l’impegno per riempire quello spazio, secondo il principio di corresponsabilità, che è componente indispensabile della sinodalità e modo concreto di partecipare alla missione evangelica. Siamo gente chiamata, in forza del Battesimo come ci ripete il Magistero, a prendere parte a questa missione.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com