La campana della Madonna delle Grazie: installata nel 1959 nel campanile della vecchia chiesa ipogea, riprenderà a cantare per la gente del quartiere dal prossimo 23 maggio. E' stata benedetta ieri. E' la cara amica della mia fanciullezza.
Blog al servizio dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli
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Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.
This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.
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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)
Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)
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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.
Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.
Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.
Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.
Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:
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Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma
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La campana della Madonna delle Grazie: installata nel 1959 nel campanile della vecchia chiesa ipogea, riprenderà a cantare per la gente del quartiere dal prossimo 23 maggio. E' stata benedetta ieri. E' la cara amica della mia fanciullezza.
25
aprile: Festa della Liberazione
Epigrafe a Kesserling
di Piero
Calamandrei
L’epigrafe fu
scritta da Pietro Calamandrei il 4 dicembre 1952, in risposta a una
dichiarazione pubblica di Albert
Kesselring, feldmaresciallo nell’esercito tedesco durante la Seconda guerra
mondiale e comandante delle forze armate di occupazione in Italia in quel
periodo.
Kesselring,
liberato dopo la condanna per crimini di guerra (tra cui le responsabilità
legate alle Fosse Ardeatine e ad altre stragi), dichiarò che gli italiani
avrebbero dovuto erigergli un monumento, sostenendo di aver “protetto”
l’Italia, durante il periodo di occupazione,
evitando distruzioni peggiori di quelle subite.
Calamandrei rispose con l’epigrafe “A Kesserling” feroce ironia
morale: l’epigrafe fu scritta per una lapide da installare nel Palazzo Comunale
di Cuneo. Era la città del famoso resistente
Duccio Galimberti Duccio Galimberti, avvocato esponente del Partito
d’Azione e comandante partigiano, e
capoluogo di una delle province italiane in cui la Resistenza antifascista era
stata più accesa. Galimberti morì il 3
dicembre 1944 a Cuneo a causa delle torture subite durante un interrogatorio ad
opera della polizia politica fascista.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Oggi si celebra la Festa della
Liberazione.
La Liberazione è quella dall’occupazione tedesca dell’Italia e dal
regime fascista mussoliniano, restaurato nel 1943 nel territorio italiano
occupato dai tedeschi e riorganizzato come Repubblica sociale italiana, con il
governo insediato a Salò, in Lombardia, sul lago di Garda.
La data 25 aprile è quella del giorno in cui,
nel 1945, il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, organismo che
comprendeva i rappresentanti di Democrazia Cristiana, Partito Comunista
Italiano, Partito d’Azione, Partito Liberale Italiano, Partito Socialista di
unità proletaria, ordinò l’insurrezione armata generale a Milano. Le altre zone
d’Italia vennero liberato in altri tempi. La guerra in Italia continuò ancora
per qualche giorno. La resa delle truppe tedesche in Italia fu firmata il 29
aprile ed entrò in vigore il 2 maggio e valse anche per quelle della Repubblica
sociale italiana. Benito Mussolini, catturato da una formazione partigiana
mentre cercava di lasciare l’Italia nascosto in una colonna di militari
tedeschi, fu fucilato il 28 aprile per ordine dal Comitato di Liberazione
Nazionale Alta Italia.
Si fa festa perché quella liberazione fu
azione di popolo e se ne vuole mantenere lo spirito tra la gente di oggi per
prevenire la restaurazione di un regime fascista.
Negli anni ’30, anche a causa del compromesso concluso dal Papato romano
con il regime fascista con i Patti Lateranensi conclusi l’11 febbraio 1929 tra
il Regno d’Italia, rappresentato dal capo del Governo Benito Mussolini, e la
Santa Sede, rappresentata dal Segretario di Stato cardinal Pietro Gasparri, e
dell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo anno, del 1931, con la
quale il cattolicesimo sociale era stato invitato a collaborare con il
corporativismo del regime, la popolazione italiana, Azione Cattolica compresa,
si era data in gran parte al fascismo mussoliniano. Nel corso della Seconda
guerra mondiale tra quella gennte maturò tuttavia il ripudio della dittatura
fascista e dei progetti e metodi del regime, che si espresse sia nella
Resistenza armata, nelle zone d’Italia occupate dall’armata tedesca, sia in un
sentimento diffuso di progressiva distanziazione che coinvolse molte più
persone e che fu poi alla base del vasto consenso popolare alla nuova
Repubblica democratica che fu organizzata dopo la caduta del fascismo.
Questo sentimento fu innervato nel processo di
costruzione di un nuovo ordine democratico del quale furono protagonisti i
partiti politici che presero la guida della resistenza contro i nazi-fascisti.
In particolare la Democrazia Cristiana fu costituita da esponenti del
cattolicesimo democratico italiano nel marzo 1943, per rispondere al
radiomessaggio natalizio diffuso sotto l’autorità del papa Pio 12° il 21
dicembre 1942
con la quale si era stati esortati a
collaborare per la costruzione di un nuovo ordine sociale che garantisse, nella
vita sociale, “convivenza
nell'ordine, convivenza nella tranquillità”.
§§§§§§§§§§§§§§§§
Estratto:
Il Santo Natale e la umanità dolorante
Con
sempre nuova freschezza di letizia e di pietà, diletti figli dell'universo
intero, ogni anno al ricorrere del Santo Natale, risuona dal presepe di
Betlemme all'orecchio dei cristiani, ripercuotendosi dolcemente nei loro cuori,
il messaggio di Gesù, Luce in mezzo alle tenebre; un messaggio che illumina con
lo splendore di celestiali verità un mondo oscurato da tragici errori, infonde
una gioia esuberante e fiduciosa ad un'umanità, angosciata da profonda e amara
tristezza, proclama la libertà ai figli d'Adamo, costretti nelle catene del
peccato e della colpa, promette misericordia, amore, pace alle schiere infinite
dei sofferenti e tribolati, che vedono scomparsa la loro felicità e spezzate le
loro energie nella bufera di lotta e di odio dei nostri giorni burrascosi.
E i
sacri bronzi, annunziatori di tale messaggio in tutti i continenti, non pur
ricordano il dono divino, fatto all'umanità, negli inizi dell'età cristiana; ma
annunziano e proclamano anche una consolante realtà presente, realtà come
eternamente giovane, così sempre viva e vivificante; realtà della «luce vera,
la quale illumina ogni uomo, che viene in questo mondo» e non conosce tramonto.
L'Eterno Verbo, via, verità e vita, nascendo nello squallore di una grotta e
nobilitando in tal modo e santificando la povertà, così dava inizio alla sua
missione di dottrina, di salute e di redenzione del genere umano, e diceva e
consacrava una parola, che è ancor oggi la parola di vita eterna, valevole a
risolvere i quesiti più tormentosi, insoluti e insolubili da chi vi porti
vedute e mezzi effimeri e puramente umani; quesiti i quali si affacciano
sanguinanti, esigendo imperiosamente una risposta, al pensiero e al sentimento
di una umanità amareggiata ed esacerbata.
Il motto
«Misereor super turbam» è per Noi una consegna sacra, inviolabile, valida e
impellente in tutti i tempi e in tutte le situazioni umane, com'era la divisa
di Gesù; e la Chiesa rinnegherebbe se stessa, cessando di essere madre, se si
rendesse sorda al grido angoscioso e filiale, che tutte le classi dell'umanità
fanno arrivare al suo orecchio. Essa non intende di prender partito per l'una o
l'altra delle forme particolari e concrete, con le quali singoli popoli e Stati
tendono a risolvere i problemi giganteschi dell'assetto interno e della
collaborazione internazionale, quando esse rispettano la legge divina; ma
d'altra parte, «colonna e base della verità» (1 Tm 3,15) e custode,
per volontà di Dio e per missione di Cristo, dell'ordine naturale e
soprannaturale, la Chiesa non può rinunziare a proclamare davanti ai suoi figli
e davanti all'universo intero le inconcusse fondamentali norme, preservandole
da ogni travolgimento, caligine, inquinamento, falsa interpretazione ed errore;
tanto più che dalla loro osservanza, e non semplicemente dallo sforzo di una
volontà nobile e ardimentosa, dipende la fermezza finale di qualsiasi nuovo
ordine nazionale e internazionale, invocato con cocente anelito da tutti i
popoli. Popoli, di cui conosciamo le doti di valore e di sacrificio, ma anche
le angustie e i dolori, e ai quali tutti, senza alcuna eccezione, in quest'ora
d'indicibili prove e contrasti, Ci sentiamo legati da profondo e imparziale e
imperturbabile amore e da immensa brama di portare loro ogni sollievo e soccorso
che in qualsiasi modo sia in Nostro potere.
Rapporti internazionali e ordine interno delle nazioni
L'ultimo
Nostro Messaggio natalizio esponeva i principi, suggeriti dal pensiero
cristiano, per stabilire un ordine di convivenza e collaborazione
internazionale, conforme alle norme divine. Oggi vogliamo soffermarCi, sicuri
del consenso e dell'interessamento di tutti gli onesti, con cura particolare e
uguale imparzialità sulle norme fondamentali dell'ordine interno degli Stati e
dei popoli. Rapporti internazionali e ordine interno sono intimamente connessi,
essendo l'equilibrio e l'armonia tra le Nazioni dipendenti dall'interno
equilibrio e dalla interna maturità dei singoli Stati nel campo materiale,
sociale e intellettuale. Né un solido e imperturbato fronte di pace verso
l'esterno risulta possibile di fatto ad attuarsi senza un fronte di pace
nell'interno, che ispiri fiducia. Solo, quindi, l'aspirazione verso una pace
integrale nei due campi varrà a liberare i popoli dal crudele incubo della
guerra, a diminuire o superare gradatamente le cause materiali e psicologiche
di nuovi squilibri e sconvolgimenti.
Duplice elemento della pace nella vita sociale
Ogni
convivenza sociale, degna di tal nome, come trae origine dalla volontà di pace,
così tende alla pace; a quella tranquilla convivenza nell'ordine in cui S.
Tommaso, facendo eco al noto detto di S. Agostino,(2) vede l'essenza della pace. Due primordiali
elementi reggono quindi la vita sociale: convivenza nell'ordine, convivenza
nella tranquillità.
§§§§§§§§§§§§§§§§
Coloro che cercano si sminuire il valore della
Resistenza nella costruzione del nuovo ordinamento democratico repubblicano nel
Secondo dopoguerra, e tra essi non pochi franchi estimatori del fascismo
mussoliniano i quali, fruendo delle nuove libertà democratiche, potevano
riorganizzare le proprie file, evidenziano il ruolo limitato delle armate
partigiane nel determinare le sorti della guerre europea 1939-1945.
In un conflitto che vide schierati milioni di armati, come di seguito
riportato nella tabella elaborata con l’aiuto del servizio di intelligenza non
umana ChatGPT, certo le armate partigiane italiane non furono da sole decisive,
anche se furono determinanti per liberare diverse importanti città italiane
come Bologna, Cuneo, Firenze, Genova, Milano, Modena, Napoli, Novara, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Torino. Le forze armate
partigiane antifasciste arrivarono a mettere in campo circa duecentomila combattenti.
A differenza di gran parte dei soldati mobilitati dagli stati in quella
guerra, le truppe partigiane furono tutte composte da persona che
volontariamente si impegnarono, ma non al servizio di progetti di repressione e
predazione, come avvenuto durante il fascismo mussoliniano, ma per riportare
pace, sicurezza e libera convivenza civile in Italia.
§§§§§§§§§§§§§§§§§§
Fonte: ChatGPT, ricerca del 25-4-25
Tema: militari combattenti in Europa nella Seconda
guerra mondiale
È difficile
fornire un numero esatto e definitivo dei militari che combatterono in Europa
durante la Seconda guerra mondiale, poiché:
1.
Le fonti
variano per metodo di conteggio (mobilitati, effettivamente impiegati, presenti
sul fronte europeo, ecc.);
2.
I teatri di
guerra erano molteplici, e spesso i soldati si spostavano da un fronte
all’altro;
3.
Alcuni
Stati inviarono contingenti relativamente piccoli, ma comunque significativi.
Tuttavia,
si possono fornire delle stime ragionevoli. Sommando i principali eserciti
coinvolti sul fronte europeo:
Alleati principali:
·
Unione
Sovietica: oltre 34 milioni mobilitati in totale; sul fronte europeo ne impiegò
circa 11–12 milioni.
·
Stati
Uniti: mobilitati 16 milioni, dei quali circa 3 milioni combatterono in Europa.
·
Regno Unito
e Commonwealth: circa 6 milioni mobilitati, circa 2,9 milioni in Europa.
·
Francia:
circa 5 milioni mobilitati nel corso della guerra (prima e dopo l’occupazione);
oltre 1 milione coinvolti in battaglie europee.
·
Polonia,
Grecia, Norvegia, Belgio, Paesi Bassi, Cecoslovacchia, Jugoslavia, e altri
governi in esilio: diverse centinaia di migliaia.
Potenze dell’Asse in Europa:
·
Germania:
circa 17 milioni mobilitati; la maggior parte operò in Europa.
·
Italia:
circa 4 milioni mobilitati; buona parte coinvolta in Europa.
·
Romania,
Ungheria, Finlandia, Slovacchia, Croazia, ecc.: altri 2–3 milioni in totale.
Stima complessiva:
Sommando le
principali forze che combatterono in Europa, si arriva a una stima
approssimativa di circa 30–35 milioni di militari impiegati nei vari fronti
europei durante la Seconda guerra mondiale.
Tema: partigiani combattenti nella Resistenza italiana
(1943-1945)
Durante la Resistenza
italiana (1943–1945), il numero complessivo dei partigiani combattenti variò
nel tempo, raggiungendo il suo apice nell'aprile 1945. Secondo una stima
governativa del 1947, i partigiani combattenti furono circa 223.639, mentre
altri 122.518 individui furono riconosciuti come patrioti per la loro
collaborazione alla lotta partigiana .
Per quanto riguarda le
perdite, si stima che i partigiani caduti in Italia durante la Resistenza siano
stati circa 17.488 . A questi si aggiungono circa 9.249 partigiani italiani
caduti nei Balcani .
Inoltre, le donne ebbero un
ruolo significativo nella Resistenza: si stima che 35.000 parteciparono come
combattenti, mentre 70.000 fecero parte dei Gruppi di difesa della donna. Tra
queste, 4.653 furono arrestate e torturate, 2.750 deportate in Germania, 2.812
fucilate o impiccate, e 1.070 caddero in combattimento. Diciannove di loro
furono decorate con la medaglia d'oro al valor militare
Controllo mediante l’algoritmo di intelligenza
artificiale Gemini sul tema dei
partigiani combattenti e caduti nella Resistenza italiana.
Le cifre esatte siano difficili da determinare. Ecco
una verifica punto per punto:
Numero complessivo dei partigiani combattenti:
·
La stima di circa 200.000
combattenti tra la primavera e
l'estate del 1944 è ampiamente accettata come il picco massimo di
partecipazione. Diverse fonti storiche la riportano.
·
Il dato dei circa 137.000
"diplomi di partigiano" rilasciati nel dopoguerra è un dato ufficiale, ma sottostima il numero
reale dei combattenti. Molti partigiani potrebbero non aver richiesto o
ottenuto il riconoscimento. Inoltre, questo numero non include coloro che
parteciparono per periodi più brevi o morirono prima della fine della guerra.
·
Il coinvolgimento di circa
35.000 donne come combattenti è una stima
significativa e riconosciuta dagli studi sulla Resistenza.
Morti tra i partigiani combattenti:
·
La stima di 30.000-40.000
partigiani morti è una cifra plausibile,
tenendo conto delle perdite in combattimento, delle rappresaglie e delle
esecuzioni.
·
Il dato dell'ANPI di 6.882
partigiani morti in combattimento è probabilmente una sottostima. Potrebbe riferirsi solo a una specifica
categoria di decessi o a dati parziali raccolti dall'associazione.
·
La cifra più alta, fino a
44.700, che include anche
coloro eliminati dopo la cattura, è anch'essa una stima che tiene conto di una
più ampia gamma di perdite subite dai partigiani.
In conclusione:
I dati che hai fornito riflettono le attuali conoscenze
storiche sulla Resistenza italiana. È fondamentale comprendere che, data la
natura del conflitto, le cifre esatte rimangono oggetto di dibattito e di
continue ricerche da parte degli storici. Le stime che hai riportato si
collocano all'interno di un intervallo di valori considerato attendibile.
§§§§§§§§§§§§§§§§§§
La guerre e le altre azioni politiche per la
soppressione del regime fascista mussoliniano e per la transizione democratica
vengono complessivamente definite come Resistenza.
La costruzione della nostra nuova Repubblica
democratica, basata su principi opposti a quelli del fascismo mussoliniana,
iniziò e si sviluppò nella Resistenza e, a seguito della Liberazione e passando
per il referendum istituzionale del 1946 con cui fu deciso il passaggio dalla
monarchia alla repubblica, , proseguì in una fase costituente conclusasi il 1
gennaio 1948 con l’entrata in vigore della nuova Costituzione repubblicana.
Il principale valore della Resistenza
consiste proprio nella vasta popolare conversione ai principi democratici di
una popolazione che, nella gran parte, si era lasciata sedurre dal fascismo
mussoliniano, e nell’impegno popolare di progettare, sperimentare e instaurare
un nuovo ordinamento democratico in Italia, dopo il regime autoritario e
antidemocratico organizzato dal fascismo mussoliniano nel tempo il cui il suo
“Duce”, capo mitico, carismatico, indiscutibile, Benito Mussolini, era stato
Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, dal 29 ottobre 1922
al 25 luglio 1943, e successivamente Capo di Stato e del Governo della Repubblica Sociale
Italiana, dal 23 settembre 1943 al 28
aprile 1945, quando fu fucilato per ordine del Comitato di Liberazione
Nazionale Alta Italia.
Ma quali furono i connotati di quel fascismo?
Oggi non sempre se ne ha chiara consapevolezza. Una ricorrenza come quella
della Festa della Liberazione serve proprio per rinfrescarla, nei meno giovani,
e per acquisirla e rafforzarla nei giovani. Anni fa scrissi un promemoria in
merito che vi allego di seguito. Lo intitolai “Fascismo storico e
neofascismi”.
L’altro giorno, nella commemorazione che
alla Camera si è fatta della Resistenza si è ricordato che vi furono anche
resistenti cattolici, e questo è certamente vero, mio padre e i suoi fratelli
furono dei loro. Ma è sembrato che si sia voluto contrapporli a quelli azionisti, liberali, comunisti e socialisti e
questo non è storicamente corretto.
E’ vero che le visioni del futuro politico
dell’Italia erano anche molto diverse tra i resistenti, in particolare quelle
dei cattolici erano modellate sulla dottrina sociale della Chiesa, ed è anche
vero che vi furono divergenze anche assai aspre e addirittura scontri violenti.
Ma, al fondo, si fu sempre compagne e
compagni, uniti da un patto sulla cui base fu fondata la nuova Repubblica
democratica e che resistette ad ogni divisione. Ne fu testimonianza l’esempio
della resistenza bolognese, nel corso della quale si decise che il comunista
Giuseppe Dozza, uomo di straordinario valore umano e politico, sarebbe stato il
nuovo sindaco democratico della città, e lo rimase fino al 1966, e questo anche
se la Democrazia cristiana fu all’opposizione. Mio zio Achille, democristiano,
fu consigliere comunale di opposizione ma mi manifestò sempre la sua grande
stima per Dozza. Nel 1956 il cattolico
Giuseppe Dossetti, per obbedire al suo arcivescovo, si candidò al Consiglio comunale
e, in caso di vittoria della Democrazia Cristiana, sarebbe stato il nuovo
sindaco. Il suo programma fu basato anche su un’inchiesta sociale organizzata
da mio zio Achille, sociologo, e su un progetto di decentramento comunale
basato su consigli di quartiere. Come previsto, Dozza vinse le elezioni ma
adottò quel progetto di decentramento.
Riporto di seguito la Preghiera del
Ribelle composta dal resistente cattolico Teresio Olivelli, che presenta
bene lo spirito della lotta partigiana nella Resistenza. Quelli che in seguito
furono chiamati solo partigiani tra loro usavano chiamarsi ribelli.
La Preghiera del Ribelle
di Teresio
Olivelli
Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua
Croce segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli
interessi dominanti, la sordità inerte della massa,
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele che in noi e prima di noi ha
calpestato Te fonte di libera vita,
dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e
Libertà, facci liberi e intensi:
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre
forze, vestici della Tua armatura.
Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto,
vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell'ora delle tenebre ci
sostenti la Tua vittoria: sii nell'indigenza viatico, nel pericolo sostegno,
conforto nell'amarezza.
Quanto più s'addensa e
incupisce l'avversario, facci limpidi e diritti.
Nella tortura serra le
nostre labbra.
Spezzaci, non lasciarci
piegare.
Se cadremo fa' che il
nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere
al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti: ``Io sono
la resurrezione e la vita'' rendi nel dolore all'Italia una vita generosa e
severa.
Liberaci dalla tentazione
degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle
catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi
la pace che Tu solo sai dare.
Signore della pace e degli
eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi
ribelli per amore.
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Tema:
la “Preghiera del ribelle” di
Teresio Olivelli
Ricerca
mediante ChatGPT del 25-4-25
Dettagli principali:
·
✍️ Autore:
L’autore è Teresio Olivelli,
giurista e ufficiale italiano, poi partigiano e martire cristiano.
·
📰 Prima pubblicazione: sul giornale "Il Ribelle" – numero
unico o bollettino del 1944, diffuso clandestinamente.
·
📍 Luogo: zona del bresciano e della
Valsabbia, dove operava la Brigata
Fiamme Verdi "G.A. Pasquali"
·
✝️ Olivelli morì nel campo di
concentramento di Hersbruck nel gennaio 1945, dopo aver difeso e assistito
prigionieri più deboli, in spirito cristiano.
·
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Il fascismo,
ogni fascismo, non ci fu solo quello mussoliniano e ciclicamente ne sono
risorte altre specie dopo la Seconda guerra mondiale, si basa costantemente su queste idee:
-riunirsi
per predare;
-mito della superiorità etnica di una
popolazione che legittima alla predazione;
-mito di una qualche ingiustizia che
quella popolazione avrebbe dovuto subire ad opera di altre popolazioni in
quanto non riunita in un fascio e quindi incapace di resistere;
-necessità di compattarsi dietro un
Duce, arbitro unico dei destini della nazione, reprimendo ogni dissenso;
-impiego della violenza per predare e
reprimere il dissenso in qualsiasi forma si manifesti, anche solo con la
manifestazione del pensiero;
-egemonia, fino al controllo
totale, sui mezzi di comunicazione di
massa;
-diseguaglianza tra i sudditi di uno
stato e diritto naturale di alcuni di
dominare gli altri e conseguente ordinamento gerarchico delle istituzioni
pubbliche, senza possibilità di forme di compartecipazione alle decisioni
politiche, se non solo in forma consultiva o di plebiscito con esito
preordinato;
-rifiuto della democrazia in quanto
basata sul principio di uguaglianza e di compartecipazione al potere politico;
-subordinazione completa di ogni
suddito al volere di uno stato espresso da quel Duce;
-concezione del dissenso come
disfattismo che depotenzia la forza della predazione e quindi sua criminalizzazione;
-strumentalizzazione della religione
per sacralizzare il potere del Duce e renderlo indiscutibile.
Perché la tentazione fascista è ricorrente?
Il primo motivo è che la seduzione della
predazione è sempre viva, specialmente quando la gente sta male e le si dice
che potrebbe star meglio predando, tacendo delle reali cause del malessere
sociale, che di solito consistono in una ingiusta distribuzione delle risorse
determinata dalla prevaricazione di alcuni ceti su altri. La predazione viene
giustificata come reazione ad altri ingiustizie che si sarebbero subite.
Il secondo motivo è la paura. Quando la gente
ha paura è disposta a sottomettersi ai violenti che promettono di difenderla.
E’ per questo che, tra le principali strategie di ogni fascismo, vi è quella di
ingenerare paura tra la gente. Nei
fascismi contemporanei, tra i quali si può cominciare ad annoverare
anche il trumpismo statunitense, si cerca spesso di ingenerare la paura verso
le persone che cercano di immigrare provenendo da culture molto diverse, per
cercare di star meglio, o anche solo di salvarsi la vita, integrandosi in una
società di destinazione. Vengono presentati come invasori parassitari, al modo
di cavallette. La storia dimostra invece che sempre le migrazioni seguite da integrazione sono
state alla base della prosperità delle nazione. L’esempio più eclatante è
proprio quello degli Stati Uniti d’America. Al tempo del fascismo mussoliniano
si cercò di mitizzare, esacerbandola irrealisticamente e
strumentalizzandola, la paura del
comunismo sovietico, che fu posta anche
alla base del tentativo di legittimare la partecipazione italiana
all’aggressione contro l’Unione sovietica nel 1941, dalla quale le popolazioni
sovietiche ebbero venticinque milioni di caduti.
Fin dalle origini della nostra nuova
Repubblica democratica, nella quale, a cominciare dai principi fondamentali,
troviamo tradotti in legge fondamentale tanti principi della dottrina sociale
cattolica, si fu consapevoli che il fascismo sarebbe potuto tornare e che
l’unico mezzo per impedirlo era mantenere sempre viva la consapevolezza
antifascista. E’ a questo che ci si deve esercitare in occasione della Festa
della Liberazione.
E’ un principio espresso nell’Ode a
Kesserling del giurista Piero
Calamandrei
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Tema:
l’ “Ode a Kesserling” di Piero Calamadrei
Ricerca mediante ChatGPT del 25-4-25
L'"Ode a Kesselring" – spesso
identificata con l'epigrafe recitante “Lo avrai, camerata Kesselring…” – è uno
dei testi più celebri di Piero
Calamandrei, giurista, partigiano e padre della Costituzione italiana. Di
seguito alcuni elementi chiave e notizie rilevanti a riguardo:
Contesto Storico e Motivazioni
·
Antefatto: Dopo la Seconda
guerra mondiale, il generale tedesco Albert
Kesselring fu processato per numerosi crimini di guerra (tra cui le Fosse
Ardeatine, la strage di Marzabotto e altre atrocità). Sebbene condannato, la
sua pena fu poi commutata e, nel 1952, fu rilasciato per gravi condizioni di
salute.
·
La provocazione: Al suo ritorno in
patria, Kesselring espresse l’impudente opinione secondo cui gli italiani
avrebbero dovuto “erigerle un monumento” in suo onore, sostenendo di aver
compiuto “normali operazioni di guerra”.
·
Risposta di
Calamandrei: In risposta a queste affermazioni, Calamandrei scrisse l’epigrafe/ode,
un testo che con forza simbolica condanna non solo le atrocità perpetrate dal
nazifascismo, ma anche la presunta vanità e superbia di chi tenta di riscrivere
la storia.
Caratteristiche del Testo
·
Forma poetica: Il testo assume la
forma di una poesia o epigrafe, in cui vengono evocati simboli potenti quali “i
sassi affumicati dei borghi inermi”, “la terra dei cimiteri” e “il silenzio del
torturato”.
·
Messaggio simbolico: Calamandrei
sottolinea che il monumento richiesto da Kesselring non verrà eretto con
materiali comuni, ma con il “silenzio dei torturati” e con il patto di uomini
liberi, simbolo della Resistenza e
del rifiuto dell’odio.
·
Diffusione e
locazioni: Il testo è stato esposto su lapidi esposte in varie località, tra cui Cuneo, Montepulciano, Sant'Anna di
Stazzema, e altri luoghi simbolo della memoria antifascista italiana,
costituendo un monito permanente contro le violenze del nazifascismo.
Impatto Culturale e Memoria
·
Risonanza simbolica: L’ode è divenuta un
emblema della condanna morale e politica dei crimini del nazifascismo e
dell’affermazione della libertà conquistata a caro prezzo.
·
Versioni e
interpretazioni: Il testo è stato reinterpretato e tradotto in diverse lingue (inglese,
francese, spagnolo, portoghese, piemontese, persino in esperanto), il che
testimonia la sua importanza e il suo impatto internazionale.
·
Discussioni e
commemorazioni: L'epigrafe è frequentemente oggetto di discussione in ambito storico e
politico, oltre a essere richiamata in manifestazioni e commemorazioni legate
alla Resistenza italiana. In alcuni casi, è anche al centro di rievocazioni
pubbliche sulle responsabilità del passato e sulla memoria storica.
Conclusioni
L’"Ode a
Kesselring" di Piero Calamandrei rappresenta uno strumento di denuncia
morale e di memoria collettiva. Il testo, con la sua forma poetica e il suo
messaggio forte, continua a ricordare l’impegno e il sacrificio dei partigiani
e a simboleggiare l’invincibile volontà di liberazione contro ogni forma di
oppressione.
§§§§§§§§§§§§§
LO AVRAI CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI
ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ A
DECIDERLO TOCCA A NOI
NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO
STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE
MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÚ DURO D'OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI S'ADUNARONO
PER DIGNITÀ NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI TROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE RESISTENZA!
Concludo associandomi di cuore al grido
Ora e sempre Resistenza!
§§§§§§§§§§§§§§§§
Fascismo storico e neofascismi
0. Poiché l’argomento è tornato
d’attualità in questi giorni, ripubblico alcuni interventi sul tema del
fascismo storico e dei neofascismi. Il
primo è quello che visse nella società italiana, finendo per egemonizzarla a
lungo, dal 1914 al 1945; i secondi sono i movimenti che in Italia
attualmente al primo esplicitamente si
richiamano, adottandone in particolare i simboli e, in parte, la mentalità e
proponendosi di farne il proprio modello di azione politica. La differenza dal
fascismo storico è tuttavia molto rilevante e piuttosto evidente per chi abbia
sufficiente sensibilità storica. Il fascismo storico aveva una grande
considerazione per l’Italia e gli italiani, vi vedeva una civiltà superiore
destinata ad espandersi in Europa e intorno al bacino del Mediterraneo, ma
anche più in là. I neofascismi di oggi, in genere, pensano agli italiani come
ad un popolo da proteggere da influenze straniere, in una specie di riserva, un po’ come si fece, e ancora si
fa, per i nativi nord-americani. Chiunque arrivi tra noi, da dovunque arrivi,
fosse anche dalle regioni più depresse dell’Africa, è visto come in grado di
minacciare l’integrità della società italiana, che quindi è considerata come un
realtà debole, a carattere recessivo, un po’ come qui a Roma, nei nostri
parchi, le popolazioni degli scoiattoli rossi europei di fronte all’invasione
di quelli grigi di importazione americana. Solo che questi ultimi sono
effettivamente più forti, mentre per sconvolgere le etnie italiane basterebbe
anche gente che viene da noi spinta unicamente dalla propria disperazione.
1. In un programma di formazione alla politica che si faccia in
Italia occorre affrontare il tema del fascismo storico, quello che iniziò a
aggregarsi già nel 1914, per promuovere l’entrata dell’Italia nella Prima
guerra mondiale, esplosa in Europa nel luglio di quell’anno tra Germania,
Austria, Turchia, da una parte, e Francia, Inghilterra, Russia e Serbia,
dall’altra, quello che fu sconfitto come regime politico nel 1945, prolungando
il suo influsso ideologico anche in epoca repubblicana in esperienze politiche
e sindacali che in qualche modo vi si richiamarono, sia pure in un contesto di
accettazione del metodo democratico.
E’
però un tema difficile per un cattolico, perché il Papato, la Chiesa italiana,
che negli anni Venti e Trenta molto più di oggi era controllata dal Papato, e i
cattolici italiani vi furono molto coinvolti. Le relazioni con il fascismo
storico, la sua ideologia e le sue organizzazioni furono molto profonde.
Entrambe le parti ne uscirono in parte trasformate. L’integrazione tra
ideologia fascista e cultura religiosa diede vita ad un modo di pensare che fu
tramandato di generazione in generazione, come accade per i fatti religiosi,
sopravvisse alla fine del fascismo storico, e pervade tuttora la società
italiana, anche se non se ne è sempre consapevoli. Può essere questa la ragione
dell’interesse della gente per il fascismo?
Segnalo come fonti affidabili sul fascismo le voci dell’enciclopedia Treccani
on line
http://www.treccani.it/enciclopedia/fascismo/
e
http://www.treccani.it/enciclopedia/benito-mussolini/
L’ideologia del fascismo storico ebbe al suo centro l’idea della guerra come
mezzo per la rigenerazione della nazione italiana, vista come centro di una
grande civiltà destinata ad espandersi nel mondo. Dal punto di vista del
militante era molto importante il proposito di sacrificarsi per
la Patria. Si tratta di modi di pensare estranei, in genere, a quelli di oggi.
Anche tra i gruppi che al fascismo storico esplicitamente oggi si richiamano.
L’Africa fu molto importante per il fascismo storico, che vi guidò gli italiani
in una serie di conflitti sanguinosi e costosi per lo stato dal 1922 al 1932 in
Libia e dal 1935 al 1936 in Etiopia. Era assolutamente assente l’idea di usare
la violenza per impedire agli africani di venire in Italia. Il fascismo, anzi,
si propose di costruire un impero multinazionale esteso anche in Africa, sul
modello dell’antico impero romano, e ciò avrebbe comportato necessariamente
l’integrazione tra popoli e culture.
Era
assente dall’ideologia del fascismo storico la paura dei migranti, per la
ragione che, quando conquistò il potere, gli italiani erano da tempo un popolo
di migranti, sia verso gli altri stati europei, sia verso posti molto più
lontani, come le Americhe o l’Australia.
Un
elemento molto importante dell’ideologia fascista fu quello di proporsi di
pacificare d’autorità i conflitti sociali tra lavoratori dipendenti e
imprenditori, impegnando direttamente lo stato in questo e attuando un vasto
programma di provvidenze sociali. Pacificare con le buone o con le cattive,
anche con la violenza di piazza, attuata mediante apposite squadre di
combattenti che agivano nel contesto civile. Lo squadrismo degli
inizi fu poi trasformato in un'istituzione dello stato, in una vera
e propria milizia pubblica. Tutto questo, però,
non tanto avendo la giustizia sociale come obiettivo finale, ma per avere un
popolo di soldati, e di madri e spose di soldati, da scagliare nelle guerre di
conquista per realizzare un impero. Si pensava che le risorse per
sostenere questo programma sarebbero derivate da quelle conquiste, in
particolare colonizzando l’Africa, vale a dire
trasferendovi gli italiani lavoratori. Questo programma piacque agli
imprenditori italiani che temevano gli sviluppi del socialismo rivoluzionario,
che aveva conquistato la Russia con la rivoluzione bolscevica del 1917. Anche
in Italia, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, si erano manifestate
agitazioni di tipo rivoluzionario promosse da formazioni socialiste, che avevano
impaurito in particolare i grandi proprietari terrieri e i maggiori
industriali. Questi ultimi pensavano anche di beneficiare dalle guerre
progettate dal fascismo, che avrebbero richiesto ingenti mezzi da commissionare
all'industria nazionale.
Il
programma di guerre del fascismo prometteva ricchezze a tutti, ai più ricchi e
ai più poveri. La pervasiva propaganda del regime convinse gli italiani. Il
fascismo generò un sistema politico-istituzionale totalitario, nel
senso che pretendeva di controllare tutte le manifestazioni della società
italiana. In questo poteva trovare un ostacolo nella Chiesa cattolica, che da
molti anni stava conducendo un programma di riforma sociale in Italia. Di
fatto, nella seconda metà degli anni ’20 si venne ad un’intesa, che si
manifestò, in particolare nella conclusione dei Patti Lateranensi nel
1929. In base ad essi la politica in Italia doveva essere riservata alle
istituzioni promosse dal regime. Nel 1931 per qualche mese si ebbero contrasti
tra le organizzazioni fasciste e quelle cattoliche, che presto furono risolti
nel senso indicato dal Concordato, quella parte dei Patti
Lateranensi che riguardava la condizione della Chiesa italiana
nello stato. Dai Patti Lateranensi il Papato ebbe di
nuovo un suo piccolo regno a Roma, denominato Città del Vaticano,
e ingenti pagamenti a titolo di risarcimenti per la guerra che gli era stata
mossa nel secolo precedente e che aveva portato alla fine dello Stato
pontificio.
Il
fascista cattolico divenne il modello del cittadino esemplare. Alcuni elementi
dell’ideologia fascista passarono nella cultura cattolica, ad esempio nel campo
della famiglia e della condizione della donna. Anche la Chiesa si presentava
come un faro di civiltà, ma, a differenza del fascismo, lo era veramente stata
storicamente. Il fascismo era invece un’esperienza culturale molto giovane: si
giovò sicuramente del lustro che gli derivava dal riconoscimento che
all’epoca fu fatto dal Papato del suo carattere provvidenziale nella
storia nazione.
Il
documento che produsse maggiormente questo effetto fu, oltre ai Trattati
lateranensi, l’enciclica Quadragesimo Anno - Il Quarantennale, diffusa
nel 1931 dal papa Achille Ratti, Pio 11° in religione, nella quale leggiamo:
«92.
Recentemente, come tutti sanno, venne iniziata una speciale organizzazione
sindacale e corporativa, la quale, data la materia di questa Nostra Lettera
enciclica, richiede da Noi qualche cenno e anche qualche opportuna
considerazione.
93. Lo Stato
riconosce giuridicamente il sindacato e non senza carattere monopolistico, in
quanto che esso solo, così riconosciuto, può rappresentare rispettivamente gli
operai e i padroni, esso solo concludere contratti e patti di lavoro.
L'iscrizione al sindacato è facoltativa, ed è soltanto in questo senso che
l'organizzazione sindacale può dirsi libera; giacché la quota sindacale e certe
speciali tasse sono obbligatorie per tutti gli appartenenti a una data
categoria, siano essi operai o padroni, come per tutti sono obbligatori i
contratti di lavoro stipulati dal sindacato giuridico. Vero è che venne
autorevolmente dichiarato che il sindacato giuridico non escluse l'esistenza di
associazioni professionali di fatto.
94. Le
Corporazioni sono costituite dai rappresentanti dei sindacati degli operai e
dei padroni della medesima arte e professione, e, come veri e propri organi ed
istituzioni di Stato, dirigono e coordinano i sindacati nelle cose di interesse
comune.
95. Lo
sciopero è vietato; se le parti non si possono accordare, interviene il
Magistrato.
96. Basta
poca riflessione per vedere i vantaggi dell'ordinamento per quanto
sommariamente indicato; la pacifica collaborazione delle classi, la repressione
delle organizzazioni e dei conati socialisti, l'azione moderatrice di une
speciale magistratura. Per non trascurare nulla in argomento di tanta
importanza, ed in armonia con i principi generali qui sopra richiamati, e con
quello che inibito aggiungeremo, dobbiamo pur dire che vediamo non mancare chi
teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività invece di limitarsi alla
necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto, che il nuovo ordinamento
sindacale e corporativo abbia carattere eccessivamente burocratico e politico,
e che, nonostante gli accennati vantaggi generali, possa servire a particolari intenti
politici piuttosto che all'avviamento ed inizio di un migliore assetto
sociale.
97. Noi
crediamo che a raggiungere quest'altro nobilissimo intento, con vero e stabile
beneficio generale, sia necessaria innanzi e soprattutto la benedizione di Dio
e poi la collaborazione di tutte le buone volontà. Crediamo ancora e per
necessaria conseguenza che l'intento stesso sarà tanto più sicuramente
raggiunto quanta più largo sarà il contributo delle competenze tecniche,
professionali e sociali e più ancora dei principi cattolici e della loro
pratica, da parte, non dell'Azione Cattolica (che non intende svolgere attività
strettamente sindacali o politiche), ma da parte di quei figli Nostri che
1'Azione Cattolica squisitamente forma a quei principi ed al loro apostolato
sotto la guida ed il Magistero della Chiesa; della Chiesa, la quale anche sul terreno
più sopra accennato, come dovunque si agitano e regolano questioni morali, non
può dimenticare o negligere il mandato di custodia e di magistero divinamente
conferitole.»
Il
papa Ratti realizzò nel 1923 una riforma dell’Azione Cattolica che ne accentuò
il suo carattere religioso, a scapito di quello politico, accentrandone
ulteriormente nel Papato e nei vescovi la direzione. Questo agevolò le
relazioni con il fascismo, che puntava ad ottenere il monopolio della
politica. L’intesa con il fascismo si fece sentire anche nel lavoro
dell’associazione, che in gran parte si fascistizzò. Fecero eccezione la FUCI,
la Federazione Universitaria Cattolica Italiana, il ramo degli universitari, e,
più tardi, quando venne costituito nel 1932, il Movimento Laureati di Azione
Cattolica. Fu la politica del regime di discriminazione razziale verso
gli ebrei italiani a segnare un mutamento di orientamento nella Chiesa
italiana. Da notare che la discriminazione non aveva costituito un problema
morale quando aveva colpito gli africani conquistati nelle guerre coloniali. Il
cambiamento di rotta si manifestò a partire dal 1937, anno in cui fu
diffusa un enciclica con critiche sociali al nazismo tedesco. Nel 1939 il papa
Ratti morì nella fase di gestazione di un’enciclica critica contro il razzismo,
alcuni elementi della quale vennero ripresi della prima enciclica del suo
successore, il papa Eugenio Pacelli, Pio 12°, laSummi Pontificatus - Il
Sommo Pontificato, in cui si legge:
«Al lume di questa unità di diritto e di fatto dell'umanità intera gli
individui non ci appaiono slegati tra loro, quali granelli di sabbia, bensì
uniti in organiche, armoniche e mutue relazioni, varie con il variar dei tempi,
per naturale e soprannaturale destinazione e impulso. E le genti, evolvendosi e
differenziandosi secondo condizioni diverse di vita e di cultura, non sono
destinate a spezzare l'unità del genere umano, ma ad arricchirlo e abbellirlo
con la comunicazione delle loro peculiari doti e con quel reciproco scambio dei
beni, che può essere possibile e insieme efficace, solo quando un amore mutuo e
una carità vivamente sentita unisce tutti i figli dello stesso Padre e tutti i
redenti dal medesimo sangue divino.»
Il
fascismo fu rivoluzionario, come si presentò alle origini e alla fine, o
reazionario, come si presentò negli anni ’30, quelli dell’intesa con il Papato?
Mi
pare che sia stato entrambe le cose, nel corso della sua lunga storia.
Il
Papato degli anni Venti, gli anni dell’affermazione del fascismo, era ancora
politicamente di tipo rivoluzionario, nel senso che era profondamente
insofferente del liberalismo democratico che fino ad allora aveva egemonizzato
il Regno d’Italia e voleva che la politica nazionale cambiasse orientamento. Su
questa esigenza di trasformazione sociale si basò l’intesa del Papato con il
fascismo mussoliniano che ne manifestava una analoga. Il Papato ritenne di
poter guidare l'evoluzione del fascismo. Non bisogna pensare ad un fatto
superficiale. Il fascismo ebbe aspetti culturali molto importanti, prova ne sia
che vi aderì uno dei maggiori filosofi italiani dell’epoca, Giovanni Gentile.
Fu un fatto sociale complesso, molto lontano dalle approssimazioni che ne fanno
certi suoi attuali estimatori. Non fu solo teppismo di strada. Anzi, abbastanza
presto tentò di correggerlo e contenerlo, per altro servendosene e
incoraggiandolo disinvoltamente all'occorrenza.
Non è
fuor di luogo, mi pare, notare infine, a proposito delle relazioni intense con
la Chiesa italiana, che gli ultimi giorni del fascismo storico e del suo
capo trascorsero a Milano con i tentativi di ottenerne la resa pacifica attuati
dall’arcivescovo Alfredo Ildefonso Schuster. Benito Mussolini nelle sue ultime
ore disperate di relativa libertà (limitata dai militari tedeschi che erano
stati incaricati di seguirne i movimenti) salì e scese le scale
dell'Arcivescovato milanese.
2. Osservo che
tra i giovani, anche quelli colti, gli studenti universitari, si guarda al
fascismo come a una possibile via della politica di oggi. Ne circolano
però versioni molto semplificate, come al tempo in cui fui studente al liceo,
negli scorsi anni ’70.
Il
giornalista Indro Montanelli sosteneva, lo potete vedere e ascoltare in
un’intervista caricata su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=5-1L5lH2urQ
che il
fascismo fu Mussolini, e solo di Mussolini e che la storia del
fascismo è la storia di Mussolini.
Benito
Mussolini, nato in Romagna nel 1883, da padre fabbro e madre maestra
elementare, anch’egli di professione maestro elementare, fu colui che, da un
magma sociale preesistente di rivoltosi, essenzialmente riconducibile al
socialismo rivoluzionario, catalizzò, quindi produsse l’aggregazione, del
fascismo come movimento, divenendone il Duce, il suo esponente
egemone dal potere indiscutibile, trasformando, e quindi segnando,
profondamente l’Italia negli anni, dal 1922 al 1943 come capo del Governo del
Regno d’Italia, e poi dal 1943 al 1945, come capo del Governo, con funzioni
sostanzialmente di capo di Stato, di una repubblica fascista denominata
Repubblica Sociale Italiana.
Uno
degli studiosi più noti tra quelli che si sono occupati ad alto livello del
fascismo italiano fu Renzo De Felice (1929-1996). Egli non condivideva
l’opinione di Montanelli. Condivideva invece la tesi, già proposta negli anni
’30, che fossero esistiti vari tipi di fascismi, compresenti in uno stesso
tempo e succedutisi in tempi diversi, e che il fascismo fosse stato un fatto
sociale molto complesso. Esso, durante la sua egemonia politica, coinvolse la
gran parte degli italiani e, in particolare, formò culturalmente le generazioni
dei nati dal 1914 al 1930, tra i quali mio padre, nato nel 1922, i quali, nella
gran parte, quando cominciarono a fare vita sociale fuori della famiglia
non conobbero altra politica che quella proposta dal fascismo, e dunque furono
inizialmente, con poche eccezioni, fascisti.
Fino
al 1914 Benito Mussolini fu, un esponente di primo piano del Partito Socialista
Italiano, che comprendeva una componente di socialismo rivoluzionario. Non se
ne era ancora distaccato il Partito Comunista, che fu fondato, per scissione da
quello Socialista, nel 1921. La frattura di Mussolini con i socialisti di
allora avvenne sul tema della partecipazione dell’Italia alla Prima guerra
mondiale: Mussolini, inizialmente per la neutralità, maturò ed espresse
convinzioni interventiste.
Durante la sua militanza socialista, Mussolini diresse i giornali Lotta
di classe e Avanti!, il giornale del partito.
Espulso dal Partito Socialista Italiano per aver manifestato convinzioni
interventiste, fondò pochi giorni dopo, nel novembre 1914, a Milano, il
giornale Il Popolo d’Italia, che poi divenne quello del
Partito Nazionale Fascista, costituito nel novembre 1921.
Al
centro dell’ideologia fascista nel corso di tutta la storia del regime, dal
1922, quando Mussolini fu nominato capo del Governo del Regno d’Italia - carica
che mantenne ininterrottamente fino al 1943 -, all’aprile 1945, anno della
caduta di quel regime al termine della Seconda Guerra Mondiale in Italia, vi fu
l’idea della guerra come movimento di rigenerazione sociale. Ed effettivamente
il fascismo guidò gli italiani in una serie continua di guerre, fino alla sua
caduta come regime, a partire dalla guerra di Libia (1922-1932), poi nella
guerra in Etiopia (1935-1936, ma preparata fin dal 1933), poi con l’intervento
nella guerra civile spagnola (1936-1939), infine nell’ultima guerra mondiale
(1939-1945: l’Italia entrò in guerra nel 1940).
Quell’idea della guerra era piuttosto diffusa negli anni a ridosso dell’inizio
della Prima Guerra Mondiale. La proclamavano ad esempio i futuristi italiani,
che partecipavano ad un movimento culturale in gran voga. E’ da loro che viene
lo slogan Guerra, sola igiene del mondo (fu il titolo
del loro manifesto, pubblicato nel 1915).
La rivoluzione comunista bolscevica in Russia, nell’ottobre 1917, nelle ultime
fasi della guerra mondiale, fu vista come una sorta di esperimento sociale di
come potesse essere trasformata una società impegnata in un conflitto bellico.
Nel
fascismo delle origini, al concetto di classe come
motore della trasformazione sociale, fu sostituito quello di nazione in
guerra. Esso sviluppò carattere antisocialista, in quanto i socialisti
vedevano nellanazione una finzione che nascondeva il dominio
di una classe di privilegiati su classi subalterne, e, contemporaneamente
anti-borghese, perché considerava la borghesia vile e corrotta, e per questo
timorosa della guerra.
Scrisse Renzo De Felice in Il
fascismo e i partiti politici italiani, Cappelli, 1956, pag.13-14:
“[…] Il
fascismo, quando arrivò al potere (con il consenso di gran parte della classe
politica liberale che - in quel momento - non solo vedeva in esso il minore dei
mali, ma si illudeva che esso potesse evolvere in un neoliberalismo dell’età di
massa in grado di ristabilire quei legami con il paese che essa aveva in
gran parte perduti), mantenne potenzialmente la sua duplice
caratterizzazione anticapitalista e antiproletaria, che però non poté prendere
corpo in una concreta azione politica, da un lato per l’estrema
stratificazione e divisione particolaristica della «piccola borghesia»,
socialmente troppo legata agli altri strati della società, da un altro
lato per l’essenza stessa dell’ideologia fascista. Questa, se all’origine
(sindacalismo rivoluzionario) era nata come una sorta di «eresia» del
socialismo che scopriva sotto la realtà delle classi quella della Nazione
(sotto questo profilo, più che il nazionalismo a preparare il fascismo,
fu il fascismo che assorbì il nazionalismo) e ne aveva tentato la sintesi
corporativa (che fallì perché il padronato non collaborò che nei limiti
dei propri interessi e la collaborazione degli operai non andò oltre un
inquadramento formale), proprio per la sua necessità di adattarsi alla
psicologia e alla realtà piccolo borghesi finì per estrinsecarsi soprattutto
attraverso la valorizzazione delle elites, della «competenza»,
della«gerarchia», del «capo». Attraverso una ideologia cioè che non solo
era profondamente antidemocratica, ma condannava in pratica il fascismo
stesso (e gli strati sociali che lo avevano espresso) poiché, mancando
esso per la sua origine storica e attivistica di una vera e propria elite, finì
rapidamente assorbito nelle strutture burocratiche ed economiche preesistenti,
nelle quali si adattò come gestore di un potere che in buona parte non
era - come capacità soprattutto di determinare lo sviluppo economico-sociale -
nelle sue mani, e che poteva detenere solo in virtù di un
compromesso politico con la preesistente classe dominante e con una parte
di quelle forze portate alla ribalta dalla crisi della guerra, con il ricorso
ad un sistema di polizia e con una serie di diversivi (spesso demagogici),
fossero essi di politica internazionale o di politica sociale (di tipo
normativo-assistenziale).”
Nell’ordine
di idee esposto dal De Felice, della necessità per il fascismo, per poter
continuare, di assicurarsi la collaborazione di élite colte, si comprende bene
l’importantissimo apporto derivato al regime fascista a seguito del compromesso
con il Papato nei Patti Lateranensi nel 1929, che consentì al fascismo di
beneficiare dell’apporto di competenze intellettuali e in materia di animazione
della società molto superiori a quelle da esso possedute, quelle appunto
che gli furono portate dal mondo cattolico, indotto dal Papato a collaborare
con il regime, almeno fino al 1938. Gli anni tra il 1929 e il 1938 furono
quelli del fascismo trionfante in Italia, con un consenso popolare vastissimo.
Mussolini
aveva cultura da maestro elementare, fu un brillante giornalista e, in primo
luogo, un agitatore sociale al modo dei socialisti rivoluzionari.
All’origine si era manifestato violentemente anticlericale, come i socialisti
rivoluzionari. Eppure fu colui che, in rappresentanza del Regno d’Italia,
sottoscrisse i Patti Laterananensi con il Papato,
presentandoli come una grande vittoria politica e spirituale del
regime.
3. Ho cercato di riassumere in poche righe un fenomeno sociale
molto complesso, quale fu il fascismo storico, tra il 1922 e il 1945.
L’ho
fatto per capire che cosa ancora affascina in esso ai nostri giorni, perché dei
giovani guardino ad esso come a un modello valido.
E’ un
lavoro che ho cominciato a fare già al liceo, dove gran parte dei miei compagni
di classe maschi aderiva al Fronte della Gioventù, l’organizzazione
del partito Movimento Sociale Italiano, che si allacciava
ideologicamente, esplicitamente, all’ideologia fascista. Su questo punto non ho
dubbi, non solo perché quei compagni di classe chiamavano se stessi fascisti,
ma perché erano stati fascisti i fondatori del partito, Giorgio Almirante e
Pino Romualdi, quest’ultimo vicesegretario del Partito Nazionale Fascista nella
Repubblica Sociale Italiana.
Su
YouTube potete vedere un’intervista ad Almirante, nel programmaMixer, in
qui egli spiega perché continuava a definirsi fascista:
https://www.youtube.com/watch?v=JL0nrJf1Tw4
In
un’altra intervista su YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=ccP9lyosVlE
egli, nato
nel 1914, spiega che imparò il valore della libertà solo dopo la caduta del
fascismo, nella vita democratica della Repubblica italiana, perché
prima non gli era stata insegnata. Un’esperienza comune alle
generazioni formatesi durante il fascismo.
Tra i
cattolici italiani, la libertà cominciò ad essere nuovamente insegnata nel
corso degli anni ’30 in ambienti intellettuali molto limitati, ad esempio nel
Movimento Laureati di Azione Cattolica, fondato nel 1932.
Bene:
come già osservai al liceo, rimane poco del fascismo storico in quelli che oggi
se ne proclamano aderenti. Prendono a modello losquadrismo delle
origini e si circondano di simboli del fascismo, ma non hanno i suoi stessi
nemici e i suoi obiettivi. Si vuole un certo benessere, come le classi più
benestanti che vengono prese a modello, non ci si vuole sacrificare per gli
altri o per la Nazione. In Italia non è incipiente una rivoluzione socialista e
la vita civile prosegue con ordine. Mi pare anche che manchi completamente un
progetto di riforma sociale analogo a quello fascista, da attuarsi
mediante la guerra di popolo, con una nazione in guerra. “Italia
agli Italiani” non era un problema del fascismo storico, perché, quando
prese il potere, l’Italia era già degli Italiani, a seguito della
vittoria bellica nella Prima Guerra Mondiale. Il suo problema fu semmai quello
di creare un impero per portare l’Italia anche molto fuori
d’Italia, a genti lontane, in particolare in Africa, alle quali, come faceva
una canzone molto popolare del regime, si voleva dare un'altra
legge e un altro Re e per bandiera quella italiana. Si
voleva, quindi, farne degli italiani.
Chi
oggi sarebbe disposto ad andare entusiasticamente in guerra, come veniva
proposto dai fascisti di un tempo? A morire per la Patria. Si fa il
soldato come lavoro, come professione. Si vorrebbe, terminato il lavoro,
tornare a casa. E la guerra viene considerata come è realmente, morte, corpi
lacerati e mutilati, tanti orfani e tanta altra gente che soffre, e
distruzione, un male sociale da superare prima possibile.
Molto
di più del fascismo rimane negli ambienti cattolici conservatori. La loro
ideologia ingloba, ad esempio, l’idea del marito/padre comecapo della
famiglia e quella della donna come destinata essenzialmente a ruoli subordinati
di sposa e madre. Così come l’idea che la religione cristiana, nella versione
cattolica, rientri nei caratteri costitutivi della nazione italiana
(è l’ideologia che fu sviluppata a seguito dei Patti Lateranensi).
Aggiungo
un inciso: perché il Papato non fu travolto con il Mussolini e la monarchia
Savoia dopo il disastro dell’ultima Guerra Mondiale?
Una
delle ragioni può essere che nel marzo del 1939 cambiò il Papa, venendo
eletto Eugenio Pacelli, regnante come Pio XII. Egli subito iniziò a
distanziarsi dall’ideologia del regime, in particolare nel radiomessaggio
diffuso il 24 agosto 1939, in cui così parlò della guerra (di cui si
avvertivano chiaramente le gravi minacce):
A tutto il
mondo.
Un’ora grave
suona nuovamente per la grande famiglia umana; ora di tremende deliberazioni,
delle quali non può disinteressarsi il Nostro cuore, non deve disinteressarsi
la Nostra Autorità spirituale, che da Dio Ci viene, per condurre gli animi
sulle vie della giustizia e della pace.
Ed eccoCi
con voi tutti, che in questo momento portate il peso di tanta responsabilità,
perché a traverso la Nostra ascoltiate la voce di quel Cristo da cui il mondo
ebbe alta scuola di vita e nel quale milioni e milioni di anime ripongono la
loro fiducia in un frangente in cui solo la sua parola può signoreggiare tutti
i rumori della terra.
EccoCi con
voi, condottieri di popoli, uomini della politica e delle armi, scrittori,
oratori della radio e della tribuna, e quanti altri avete autorità sul pensiero
e l’azione dei fratelli, responsabilità delle loro sorti.
Noi, non
d’altro armati che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche
competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui ogni paternità in
cielo ed in terra prende nome (Eph., III, 15), — di Gesù Cristo, Signore
Nostro, che tutti gli uomini ha voluto fratelli, — dello Spirito Santo, dono di
Dio altissimo, fonte inesausta di amore nei cuori.
Oggi che,
nonostante le Nostre ripetute esortazioni e il Nostro particolare
interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto
internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da
far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra,
rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai
popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della
reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico
mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese: a questi, perché, nella
calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi
pacifici di chi li governa.
È con la
forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada.
E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica
emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.
Imminente è
il pericolo, ma è ancora tempo.
Nulla è perduto con la pace. Tutto
può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a
trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si
accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole
successo.
E si
sentiranno grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci
della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo
impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.
Faccia
l’Onnipotente che la voce di questo Padre della famiglia cristiana, di questo
Servo dei servi, che di Gesù Cristo porta, indegnamente sì, ma realmente tra
gli uomini, la persona, la parola, l’autorità, trovi nelle menti e nei cuori
pronta e volenterosa accoglienza.
Ci ascoltino i forti, per non
diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la
loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a
tranquillità nell’ordine e nel lavoro.
Noi li
supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza vincitrice del mondo fu la
mansuetudine nella vita e nella morte. E supplicandoli,sappiamo e sentiamo di
aver con Noi tutti i retti di cuore; tutti quelli che hanno fame e sete di
Giustizia — tutti quelli che soffrono già, per i mali della vita, ogni dolore.
Abbiamo con Noi il cuore delle madri, che batte col Nostro; i padri, che
dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli umili, che lavorano e non sanno;
gli innocenti, su cui pesa la tremenda minaccia; i giovani, cavalieri generosi
dei più puri e nobili ideali. Ed è con Noi l’anima di questa vecchia Europa,
che fu opera della fede e del genio cristiano. Con Noi l’umanità intera, che
aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge. Con
Noi quel Cristo, che dell’amore fraterno ha fatto il Suo comandamento,
fondamentale, solenne; la sostanza della sua Religione, la promessa della
salute per gli individui e per le Nazioni.
Memori
infine che le umane industrie a nulla valgono senza il divino aiuto, invitiamo
tutti a volgere lo sguardo in Alto ed a chiedere con fervide preci al Signore
che la sua grazia discenda abbondante su questo mondo sconvolto, plachi le ire,
riconcilii gli animi e faccia risplendere l’alba di un più sereno avvenire. In
questa attesa e con questa speranza impartiamo a tutti di cuore la Nostra
paterna Benedizione.
Tenendo conto che l’idea di rigenerazione della nazione mediante
la guerra era nella struttura fondamentale e originaria dell’ideologia
fascista, fin dalle origini nel 1914, non si potrebbe immaginare una critica
più forte, anche se non esplicita. Questa critica continuò negli anni
successivi nei radiomessaggi natalizi dal 1941 al 1944, che segnarono una
trasformazione della dottrina sociale in materia politica con l’inizio
dell’assimilazione della democrazia.
4. Se ci
rivolgiamo alla storia per avere indicazioni per il futuro, occorre
averne una visione realistica. Altrimenti ci affidiamo a un sogno.
Il
fascismo storico, che dal suo primo aggregarsi alla sua caduta come regime durò
dal 1914 al 1945, ci mostra un fatto politico in tutto il suo sviluppo,
dall’inizio alla fine. E’ stato studiato a fondo. Ne abbiamo una visione
affidabile, che non è più alterata dalla propaganda dell’epoca o dal successivo
afflato emotivo. Sappiamo quindi come si va a finire seguendo quella via.
4.1 Il fascismo prese piede in anni in cui sembrava che i
socialisti potessero andare al potere in Italia per via democratica. I
socialisti, come i cattolici, nei decenni precedenti avevano lavorato alla
formazione delle masse. Entrambe le formazioni raccoglievano i frutti di questo
impegno.
Durante la Prima guerra mondiale (nella quale l’Italia era stata coinvolta dal
1915 al 1918) si era sviluppata un’economia di guerra, rigidamente governata
dallo stato. Nella situazione di emergenza si provvedeva d’autorità più o
meno a tutti. C’erano masse di militari che non dovevano fare altro che
combattere, eseguendo gli ordini superiori: per il resto a tutto provvedeva lo
stato. C’erano anche le loro famiglie, a cui, anche, provvedeva lo stato con
misure straordinarie, nel caso fossero colpite dalle distruzioni belliche.
Anche ai feriti e ai mutilati provvedeva lo stato. Con la maggior parte degli
uomini impegnati nell’esercito, ci fu la piena occupazione tra quelli che erano
rimasti. In particolare le donne supplirono gli arruolati. L’industria viveva
un ciclo favorevole, trainata dalle commesse militari. Al fronte servivano
armi, mezzi meccanici di trasporto e di combattimento, vestiario, alimenti,
prodotti sanitari.
Finita la guerra tutta questa economia terminò. La sua impostazione generale
tornò quella di prima, capitalistico-liberale. Le masse che erano state
sostenute nello sforzo bellico furono abbandonate a loro stesse.
L’economia, privata delle commessi militari, incominciò a riprendere il ritmo
di prima della guerra, a normalizzarsi. I lavoratori iniziarono a protestare,
guidati dai socialisti. Le autorità dello stato trattarono il fenomeni come un
problema di ordine pubblico. Ecco, quindi, che, alle elezioni del 1919, le
prime dopo il conflitto, i due maggiori partiti furono il socialista, con il
34% dei voti, e il popolare, ispirato dalla dottrina sociale, con il 20%. Il
Governo, fino al 1922, rimase sostenuto da precarie coalizioni tra liberali,
popolari e socialisti non rivoluzionari, ma la sua politica economica fu
fondamentalmente quella liberale.
L’idea di Benito Mussolini, formatosi nelle file del Partito Socialista
Italiano, fu quella di risolvere i problemi sociali ricreando un’economia di
guerra, caratterizzata da un fortissimo intervento dello stato, sia come misure
sociali sia come commesse all’industria. Un soluzione semplice, che però
implicava di fare veramente la guerra, di suscitare un popolo in armi. Ma come
convincere la gente, le masse? Si utilizzò la propaganda. Del resto la guerra
era finita da poco, la gente si era abituata alla guerra. Non impressionavano
più di tanto i racconti delle atrocità che erano state commesse.
Mussolini era andato in guerra, ma come militare di truppa. Della guerra sapeva
quello che poteva sapere un soldato di truppa. A quell’epoca la strategia
militare era già una scienza molto sofisticata. Mussolini non aveva la cultura
sufficiente per dirigere le guerre che si proponeva di intraprendere. Si servì,
almeno agli inizi, dell’apparato militare. Ma, con l’affermarsi del regime,
sempre più si ingerì nella gestione militare. Ciò in particolare accadde
durante la Seconda guerra mondiale, specialmente dal 1940, con la campagna
militare per la conquista della Grecia. Questo fu tra i fattori decisivi degli
insuccessi italiani nel conflitto.
Più in
generale, Mussolini, con la cultura di un maestro elementare e di un agitatore
socialista, non conosceva il mondo del suo tempo, ne aveva un’immagine poco
realistica. Si convinse, ad esempio, che le grandi democrazie europee e
americane fosse deboli come quella italiana e quindi inadatte in tempo di
guerra. Non aveva una visione realistica della potenza economica degli Stati
Uniti d’America. Alla loro entrata in guerra vi fu chi fece osservare che nella
sola New York era stato installato un numero di telefoni di sei volte superiore
a quelli dell’Italia intera.
Intorno alla figura di Mussolini fu organizzata un’azione di propaganda molto
pervasiva con caratteri di quello che, con riferimento al despota sovietico
Iosif Stalin, venne definito culto della personalità. Egli era il
Duce, indiscutibile: “il Duce ha sempre ragione”, si
insegnava. Fu insegnata addirittura una disciplina universitaria che si
chiamavaMistica fascista. Si cercò di suscitare un afflato di tipo
mistico, religioso. Progredendo il successo del suo regime, non si sarebbe
stati più capaci di dominare le masse in altro modo. C’era lo spettro
della rivoluzione sovietica, nel corso della quale forze socialiste
rivoluzionarie avevano rovesciato in poco tempo, durante il 1917, un’antica
monarchia, con tutto il sistema politico che vi era collegato. Era avvenuto
nella fasi terminali di una guerra che stava cominciando ad andare male per la
Russia. Non si sarebbe potuto dedurre da questo che la via della guerra poteva
portare anche alla catastrofe? Si sarebbe potuto, e anzi l’obiezione fu posta
finché si poté farlo, in un ambiente democratico, in cui fosse consentita
libertà di parola. Ma per il fascismo questo era una degenerazione dello stato,
non si doveva discutere, ma credere, obbedire, combattere:
questa la parola d’ordine che veniva verniciata per strada, sulle facciate dei
palazzi.
Di
solito gli estimatori del fascismo arrivano a giudicare un errore la propaganda
e le leggi di discriminazione antiebraica che il fascismo mussoliniano promosse
dal 1938. Ma in realtà è la via della guerra proposta dal fascismo ad aver
prodotto storicamente il disastro nazionale. La guerra non fu un errore del
fascismo, che possa essere separato da esso come si fa quando da una mela si
taglia la parte bacata. La via del fascismo fu quella della guerra.
E’ su questo che il fascismo deve essere giudicato come fatto politico. Tutto
il resto, ad esempio il tentativo di risolvere d’autorità, con istituzioni
statali, quelle corporative che riunivano lavoratori e imprenditori, la
questione sociale fu solo lavoro per preparare un popolo in guerra,
addestrandolo alle armi fin da quando si era molto piccoli, da bambini.
Riassumendo: la guerra per promuovere un’economia di guerra e risolvere così,
d’autorità, i problemi sociali.
Negli
Stati Uniti d’America nel 1929 si produsse una grave crisi recessiva
dell’economia. Lo stato federale, guidato dal presidente Franklin Delano
Roosevelt, intervenne potentemente nell’economia in crisi, in particolare con
speciali misura di sostegno all’occupazione. Si fece, sostanzialmente, come
durante un periodo di guerra, ma senza impegnarsi in un conflitto bellico, in
una guerra vera. L’economia statunitense superò la crisi. Mussolini poteva
prendere esempio da quell’esperienza, come poi si fece a lungo nel secondo
dopoguerra, in tutto il mondo? Avrebbe potuto, se fosse stato un’altra persona,
con un’altra cultura, con un’altra storia, se fosse stato più aperto a
conoscere il mondo. Nel 1929, assicuratosi l’appoggio del Papato con iPatti
Lateranensi e silenziata ogni opposizione democratica, non
pensava di poter imparare nulla da nessuno.
4.2. Se si condivide l’ordine di idee che
ho sopra esposto, è evidente che la via del fascismo storico non può essere
un’alternativa per l’Italia di oggi. La via della guerra, infatti, porterebbe
ai nostri tempi il mondo, non solo l’Italia, alla catastrofe globale. Abbiamo
armi di distruzione di massa troppo potenti, tanto da minacciare concretamente
la sopravvivenza dell’umanità. Non c’è altro da dire in merito.
La
violenza può apparire una scorciatoia, per tagliare corto con tante
discussioni. Ma quando la situazione è complessa bisogna avere la pazienza di
discutere: non c’è altra via buona.
L’altro
ieri ho visto in televisione un documentario che trattava della banda tedesca
di terroristi comunisti Baader - Meinhof, che si
denominava Frazione dell’Armata rossa. Prese il
nome dai suoi fondatori Andreas Baader e Ulrike Meinhof. Operò a lungo, dagli
anni ’70 agli anni ’90, nella Germania occidentale, quella che all’epoca aveva
capitale a Bonn. Facevano attentati. Baader e Meinhof furono catturati nel
1972. In quella trasmissione hanno intervistato un uomo che conosceva
Baader e Meinhof. Ha detto che, secondo lui, il primo era un teppista, la
seconda, invece, una fine studiosa. Come hanno potuto unirsi in un’unica banda?
Ha osservato che, quando si sceglie la via della violenza, finiscono per
comandare quelli che sono più bravi ad usare la violenza nel modo più
spregiudicato; gli altri, benché, fini intellettuali, seguono. Questa è
anche la mia esperienza, quello che ho potuto osservare direttamente, in
particolare nel tempo in cui fui al liceo e all’università e in Italia c’era
tanta più violenza di piazza di oggi.
Si
parla di Nazione e ci si emoziona, come durante il
fascismo. Ma chi è la Nazione? Noi e chi? Quando
si fa politica bisogna saper avere a che fare con gli altri come realmente
sono, non come li sogniamo o verremmo che fossero. Il fascismo mussoliniano
sognò l’Italia come faro di civiltà per il mondo, ma per essere civili occorre
innanzi tutto percorrere la via della virtù e della sapienza, distaccarsi dalla
brutalità che in ognuno di noi c’è come retaggio del nostro antico passato di
belve. La via della compassione, in particolare, che in religione viene detta
anche misericordia, è parte di questo stile di civiltà:
significa avere cuore per le sofferenze altrui e quindi non gettare gli altri
in esperienze che le provochino, come ad esempio le guerre. Perchéessere
civili, costruire una civiltà, come noi la intendiamo nelle
nostre migliori intenzioni, significa anche saper includere gli altri. Tutte le
grandi civiltà sono state fortemente inclusive, in particolare
quella romana, dalla quale il fascismo storico voleva trarre lezione. E’ un
lavoro che si fa sempre più difficile quante più sono le persone da includere.
E’ qui che entra in campo la sapienza. Non è cosa da incolti o da gente che
decide d’istinto. Bisogna saper ragionare, prevedere, fare: sapere,
in una parola. L’Italia di oggi è attrezzata, perché la scolarizzazione degli
italiani non è mai stata così alta. Com’è, però, che in Parlamento troviamo il
minor numero di laureati di sempre? Forse è perché si dà troppa poca importanza
alla sapienza. Si pensa che la politica sia decidere d’istinto, un atto di
ferma volontà. Questo era un po’ il fondamento dell’autorità politica di
Mussolini come Duce degli italiani. La storia ci insegna
come si va a finire su quella strada.
Italiani
si nasce? Il fascismo storico non fu di questa opinione. Tanto è vero che
programmò istituzioni molto pervasive per costruire gli
italiani in un certo modo, con dei percorsi di formazione individuale e
collettiva molto impegnativi. Voleva infatti creare masse capaci disacrificare
la vita in guerra per il bene della nazione.
Addestrava i bambini alle armi. Era ben consapevole che italiani,
e guerrieri, si diventa. Nasciamo sapendo succhiare il latte e poco
altro. Tutto il resto si impara. E dentro abbiamo anche tante emozioni, che a
volte ci possono fuorviare, come ci insegna la psicologia moderna. Qualche
giorno fa hanno dato il Nobel all’economista Richard Thaler, per aver scoperto
che il comportamento degli attori dell’economia, ad esempio dei consumatori, è
spesso irrazionale, emotivo. Così quando compriamo un telefono cellulare non
teniamo conto solo delle sue specifiche tecniche, ma del suo rivestimento, dei
suoi colori, delle forme delle figurine che compaiono sullo schermo, e del fatto
che nei gruppi che frequentiamo è considerato indispensabile averlo. Condursi
così in politica, soprattutto quando si devono prendere le decisioni più
importanti, può darci poi molti dispiaceri.
5. Cerco di parlarvi del fascismo come quando ne discutevo al
liceo con quelli della mia scuola, senza far precedere il giudizio all’analisi
dei fatti e quindi senza demonizzare i miei
interlocutori. All’epoca non avevo ancora imparato la democrazia: lo feci
all’università e, in particolare, tra gli universitari cattolici della FUCI. A
scuola trovai questa situazione: bisognava schierarsi, o si
era fascisti o si era comunisti, poi
ci si azzuffava. L’idea di schierarsi per la democrazia non era in voga, la
democrazia era screditata, non solo i partiti che vi si richiamavano.
5.1 Uno di quelli con cui parlavo era stato mio caposquadriglia
negli scout, agli Angeli Custodi. Diceva di essere fascista. Sosteneva che da
piccoli si faceva gli scout e, crescendo, bisognava entrare nel Fronte
della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale
Italiano, il partito che la fascismo storico si richiamava. Ogni
squadriglia scout aveva un proprio grido di
riconoscimento. La nostra era quella delle Volpi e quel
ragazzo le aveva dato come grido “Vulpes - Memento Audere Semper”. Memento
Audere Semper - Ricordati di osare sempre fu un motto
inventato dal poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio per un corpo speciale
di marina che si occupava di condurre i MAS, dei motoscafi lanciasiluri:
D’Annunzio aveva creato intorno a sé un movimento di ex combattenti alla testa
del quale tra il 1919 e il 1921 occupò per qualche tempo la città di Fiume,
rivendicata dall’Italia al termine della Prima guerra mondiale.
Quell’agitazione sociale, detta poi fiumanesimo, fu tra quelle che
si coagularono nel fascismo mussoliniano.
Sosteneva, quel mio ex caposquadriglia, che il fascismo era superiore alla
democrazia, perché, alla fine, aveva pagato solo il capo, caduto in mano dei
suoi nemici e da questi giustiziato il 28 aprile 1945. In democrazia invece
certi errori erano pagati da tutto il popolo. Quando mi parlava così non avevo
ancora studiato la storia recente d’Italia, alle medie non ci si arrivava e non
ero ancora al quinto anno delle superiori, dove a volte ci si arrivava. Ma
sapevo quello che mi avevano raccontato i miei parenti. Non era stato solo
Mussolini ad aver pagato. Anche molti altri capi del fascismo erano stati
uccisi con lui. Ma anche gente che non aveva avuto ruoli importanti nel regime
e si era magari solo arruolata come volontaria in certi corpi speciali. Più in
generale l’Italia era uscita distrutta dall’ultima guerra voluta dal fascismo.
Oltre un milione di soldati italiani fatti prigionieri, centinaia di migliaia
di gli uccisi, feriti, mutilati, tra quelli sotto le armi, ai quali bisognava
aggiungere quelli tra la popolazione civile rimasti uccisi, feriti, mutilati
sotto i bombardamenti o nelle azioni di guerra durante la risalita degli
Alleati su per la Penisola o, infine, nelle feroci repressioni e rappresaglie
attuate dai militari nazisti e da quelli della Repubblica Sociale Italiana
durante la guerra di Resistenza.
Lo
stretto collegamento tra il fascismo e la guerra mi era stato sempre bene
chiaro, fin da piccolo. In particolare me ne aveva parlato la mia nonna
materna. Sotto il fascismo, diceva, c’era stata una guerra dietro l’altra.
Studiando, più tardi, la storia, ho capito che effettivamente era stato così.
La guerra era stata al centro dell’ideologia del fascismo storico. Il suo
agente di trasformazione sociale era stata la nazione in guerra.
Era l’idea della guerra che dava coerenza alla sua politica e che gli
consentiva di tagliare corto su ogni discussione. In guerra conta solo la
vittoria, tutto deve esserle subordinato. Non ci si deve dar tanta pena a
cercare obiettivi politici: c’è n’è uno solo, come gridava Mussolini, “Vincere!”. Questo
consentiva al regime di passare sopra agli egoismi sociali, in particolare agli
interessi di borghesia, le classi più ricche, e del proletariato, la classe dei
più poveri, adottando misure sociali di compensazione, per accrescere il
benessere delle masse con le risorse dello stato. Perché è dalle masse che
uscivano i soldati necessari alle guerre del regime. Tutti, i più ricchi e i
più poveri, avrebbero beneficiato di quelle guerre: i più ricchi per le
commesse all’industria per procurare i mezzi per combattere le guerre, i più
poveri da ciò che si sarebbe riuscito a ricavare dalle terre conquistate, che
di voleva colonizzare trasferendovi genti italiane. Storicamente questi
obiettivi non furono mai completamente raggiunti. I più poveri beneficiarono di
misure sociali ma rimasero poveri. I più ricchi beneficiarono delle commesse
pubbliche ma poi si ritrovarono l’industria distrutta dalla guerra. L’Italia si
dissanguò nelle guerre coloniali, in Africa, in Libia e in Etiopia, che furono
imprese in perdita. Quello che in Africa era stato conquistato a duro prezzo,
fu poi perso quasi del tutto in pochi mesi durante l’ultima guerra
mondiale, e poi del tutto con la sconfitta finale.
Il collegamento tra il fascismo
e l’ideologia della rigenerazione sociale mediante la guerra fu tanto forte che
l’ultimo fascismo, quello durante il quale il Centro e Nord Italia divennero
sostanzialmente un protettorato tedesco, sotto occupazione militare,
cercò ancora di rigenerare mediante la guerra quella parte
d’Italia che ancora dominava, proponendosi di continuare la guerra con i
precedenti alleati, la Germania, gli altri regimi fascisti europei entrati nel
conflitto, e il Giappone, anche quando era ormai evidente che la guerra era
persa. ll fascismo storico, quello mussoliniano, non poteva sopravvivere senza
la guerra. La resa, la sconfitta, avrebbero comportato la fine del regime, che
non aveva altra ideologia, sostanzialmente, che quella della guerra,
della nazione in guerra.
5.2. Dopo la sconfitta nella Seconda
Guerra Mondiale, l’Italia perse la capacità di decidere autonomamente la
guerra. Fu questo a determinare la fine del fascismo storico, che sarebbe
potuto sopravvivere al Mussolini, ma non senza la possibilità di progettare la
trasformazione sociale mediante un nazione in guerra. Il
mondo scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con la divisione dell’Europa in
due blocchi egemonizzati dagli Stati Uniti d’America e dall’Unione Sovietica,
che avevano il monopolio della guerra e della pace, non dava alcuno spazio
all’ideologia fascista della nazione in guerra, la sua
strategia politica di rigenerazione sociale.
Quando, negli anni ’70, trovai a scuola fascisti e comunisti, il
fascismo proclamato da alcuni era molto diverso da quello delle origini, anche
se chi si diceva fascista si circondava dei suoi simboli
e ne esaltava la storia. Era un neo-fascismo.
ll
neo-fascismo è un’esperienza politica liberamente ispirata al fascismo storico
che però ne conserva solo alcuni elementi originari, insieme ad altri.
Nelle
interviste televisive che ho citato ieri, sentiamo Giorgio Almirante,
segretario politico del Movimento Sociale Italiano, dirsi
francamente fascista ed esaltare la libertà e
il rispetto degli avversari politici. Queste ultime due idee erano state
estranee al fascismo storico. Il fascismo storico, quello mussoliniano per
intenderci, non consentiva libertà di dissenso e non rispettava, anzi
perseguitava, gli avversari politici. C’erano molti altri elementi che
differenziavano l’ideologia del Movimento Sociale Italiano da
quella del fascismo storico. Non proponeva la trasformazione sociale degli
italiani mediante la guerra. Non si proponeva come partito totalitario,
come partito unico degli italiani. Infine: aveva una
vita democratica, eleggeva i propri segretari politici
nel corso di congressi. Il suo nemico era il comunismo. Giustificava la propria
esistenza con l’anticomunismo. Non era stato così per il fascismo mussoliniano,
anche se la paura del socialismo rivoluzionario gli aveva accattivato
l’appoggio della borghesia italiana all’inizio degli anni ‘Venti. Il fascismo
mussoliniano aveva avuto come scopo la trasformazione sociale mediante la
guerra, in particolare per costruire un impero. I suoi
progetti imperiali non comprendevano, fino all’ultima
guerra mondiale, la guerra all’Unione Sovietica. Pensava ad un impero che
comprendeva parte dei Balcani, la Grecia e l’Africa Orientale, tra Libia
ed Etiopia.
Nel
suo anticomunismo, il Movimento Sociale Italiano finì
per schierarsi sostanzialmente con gli Stati Uniti d’America, gli avversari di
un tempo. La sua proposta era quella di un regime politico presidenziale, in
funzione anticomunista, con uno stato fortemente accentrato non intorno al
Parlamento, ma attorno ad un presidente - capo di stato con
poteri molto vasti. Costituito da fascisti per prolungare le idee del fascismo
in ambiente democratico, il Movimento Sociale Italiano non
ebbe mai le caratteristiche peculiari del partito fascista storico,
sia come ideologia, che come organizzazione, che come obiettivi. E infatti non
fu colpito dalle leggi che puniscono la ricostituzione del disciolto partito
fascista. Divenne un’esperienza politica diversa da quella del suo modello di
ispirazione. Non può essere considerato, quindi, ad una considerazione storica,
neo-fascismo.
Il fascismo storico italiano non va assimilato ad altri fascismi europei,
alcuni dei quali, come quello spagnolo e portoghese, prolungatisi fino agli
anni ’70. Quello spagnolo di Francisco Franco originò da una dittatura
militare, non da una metamorfosi del socialismo rivoluzionario come quello
mussoliniano. Al centro della sua ideologia vi furono le idee di restaurazione,
conservazione e di cattolicesimo della tradizione. Analoghi obiettivi ebbe il
fascismo portoghese di Antonio de Oliveira Salazar, che però non originò da una
dittatura militare, ma da una dittatura politica. Gli elementi che accumunano
questi e altri fascismi al fascismo mussoliniano furono il divieto di dissenso
politico, il partito unico egemonizzato da un singolo capo politico e lo stato
come strumento pervasivo di controllo sociale burocratico. Mancava l’idea
di trasformazione sociale mediante la nazione in guerra. Tutti
questi regimi tesero invece a impedire la trasformazione
sociale, fondamentalmente con misure di polizia, repressive. Il fascismo
mussoliniano ebbe invece sempre, quando più quando meno, e meno dopo la conciliazione con
il Papato, dal 1929, carattere rivoluzionario, più
esattamente di rivoluzione sociale: infatti scaturì dal socialismo
rivoluzionario del primi del Novecento, quello in cui il
Mussolini si era formato. Mirava a creare un uomo nuovo.
Ancora
oggi vi sono gruppi che si richiamano al fascismo storico, conservandone però
solo alcuni elementi. Possiamo considerarli neo-fascismi solo,
però, se non si distanzino talmente dal modello originario da diventare altro.
Non si
può considerare neo-fascista chi non si proponga la
rigenerazione sociale della nazione, comprendendo tutti. Chi voglia
essere solo forza rivoltosa, di ribellione sociale. Non basta lo squadrismo
politico per fare il neo-fascismo.
Un carattere distintivo del
neo-fascismo può essere considerato il rifiuto del dialogo democratico, in
particolare di quello parlamentare. L'insofferenza per il dissenso, considerato
come tradimento. Uno dei tratti caratteristici del fascismo storico fu infatti
la svalutazione del Parlamento. In una formazione neo-fascista al
dissenso e anche al tentativo di dialogo da parte dei dissenzienti si opporrà
la violenza squadristica. Ma se prevale la violenza non si può più parlare
di neo-fascismo, perché nella struttura originaria dell’ideologia
fascista c’era la riforma sociale che richiedeva un certo livello di capacità
dialettica e di cultura. Il fascismo storico era riuscito ad assicurarsi
l’appoggio di un grande filosofo come Giovanni Gentile e del Papato.
Un altro carattere distintivo può essere individuato
nell’organizzazione verticistica, gerarchica. Una formazione neofascista avrà
un capo, o un’oligarchia di comando, vale a dire un gruppo ristretto di capi,
che sceglieranno i livelli sotto-ordinati di comando, per cooptazione, come si
dice, che è appunto quando una organizzazione scende dall’alto.
Si darà molta importanza alla gerarchia e il livelli di potere più
elevati saranno considerati indiscutibili.
Sento spesso che ci si dice fascisti per
dire che si è contro gli immigrati. Questa idea non rientrava nell’ideologia
originaria del fascismo storico e non basta per fare un neo-fascismo.
Chi la professa si manifesta solo xenofobo, vale a dire avverso
agli stranieri e, se pensa di esserlo perché gli italiani sono superiori ad
altri popoli, è un suprematista, come ci sono negli Stati Uniti
d’America. Se si pensa di passare dalle parole ai fatti, allora si è
qualcosa di simile a quelli delKu Klux Klan americano.
Il
fascismo divenne razzista nella seconda metà degli
anni ’30. Gli storici ricordano che all’inizio aveva avuto tra i suoi
sostenitori anche ebrei, che nel ’38 vennero invece pesantemente discriminati
da leggi razziali. Divenne razzista essenzialmente per le relazioni politiche
che intrattenne con il nazismo hitleriano. Quest’ultimo era razzista dalle
origini. Proclamava la superiorità razziale dei
tedeschi su ogni altro popolo, italiani compresi. A quel punto al fascismo
mussoliniano non rimase altra strada, per fronteggiare il razzismo hitleriano,
di inventarsi una superiorità razziale, etnica, di stirpe, degli
italiani, non solo culturale, di civiltà. Gli italiani rimasero sempre
piuttosto tiepidi in merito, non apparendo loro particolarmente evidente questa
superiorità. In precedenza c’erano state leggi che vietavano matrimoni di
italiani e africani, ma più che altro per ragioni di morale familiare non tanto
di razzismo. I soldati e i funzionari italiani in Africa si facevano mogli africane,
che poi lasciavano tornando in patria: questo veniva considerato contrario alla
morale famigliare del regime. L’antisemitismo di tipo razziale creò dei
problemi con il Papato. Quest’ultimo non aveva mai avuto problemi a
discriminare gli ebrei per ragioni religiose, come eretici, ma pensarli come
razza inferiore era tutt’altra cosa. Perché significava comprendere nella razza
inferiore anche Gesù, gli apostoli e tutti i primi cristiani.
Manca,
in Italia, un partito che abbia oggi la minima possibilità, e anche la volontà,
di diventare il partito unico degli italiani per
finalità di trasformazione sociale, come volle essere il partito fascista.
Infine: l’anticomunismo non basta a giustificare politicamente un neo-fascismo ai
nostri tempi, perché, a differenza ad esempio che negli anni ’70, non c’è alcun
partito comunista, o anche solo socialista, che abbia la minima possibilità di
conquistare il governo nazionale. In genere nell’Europa
contemporanea, i neo-fascismi hanno finito infatti per
trasformarsi in qualche altra cosa, conservatorismi, nazionalismi,
suprematismi. Non c’era più spazio politico per loro. E i regimi fascisti
superstiti, ad esempio quelli spagnolo e portoghese, e quelli dell'America
Latina, in particolare quelli argentino e cileno hanno finito in genere per
evolvere in democrazie di tipo occidentale.
6. Proseguo esaminando l’argomento “il fascismo qualcosa di
buono l’avrà pure fatto”. “Se non avesse portato l’Italia in
guerra con la Germania nazista”, “Se non avesse approvato le leggi di
discriminazione etnico-religiosa contro gli ebrei”, “Se” questo e quello, allora…
Di solito a chi mi propone quel ragionamento
faccio l’esempio che segue.
Qualche anno fa il secondo pilota di un aereo
di linea, rimasto solo alla guida, ha mandato l’apparecchio a schiantarsi
contro una montagna. Aveva deciso di farla finita. In quel momento gli è parsa
una buona soluzione e si è trascinato dietro gli altri membri dell’equipaggio e
i passeggeri. Si è scoperto che aveva avuto problemi psichiatrici, che però non
erano stati segnalati alla compagnia aerea. Ma qualcosa di buono l’avrà
pure fatto! Avrà voluto bene a qualcuno. Avrà avuto una famiglia che ha
seguito amorevolmente. Prima di quell’ultimo volo, non aveva fatto sempre quello
che doveva? Eh, sì, qualcosa di buono certamente l’avrà fatto. Ma
voi, se aveste saputo dei problemi psichiatrici che aveva maturato quel pilota,
ci sareste saliti con lui su quell’ultimo volo? E’ così che vanno giudicati i
politici di governo, prima e dopo il loro servizio. Sì, ad esempio, avranno
pure fatto qualcosa di buono, ma ora sono in grado di pilotare la
nazione? Non è che ci manderanno a sbattere contro una montagna?
Nel caso del Mussolini, non è che egli abbia
nascosto le sue intenzioni: voleva fare guerra, diceva, per conquistare uno spazio
vitale, in cui erano comprese Libia ed Etiopia, ma riteneva indispensabili
i propositi di guerra per consolidare e mantenere il suo potere politica. Non
può esistere un fascismo sul modello mussoliniano senza la volontà di fare
guerra. Lo ha detto chiaro e forte e agli italiani, fin da piccoli, ha messo in
mano libro e moschetto (un tipo di fucile utilizzato in
guerra). Seguiva i futuristi, per i quali la guerra era
l’unica igiene del mondo. Bene, l’Italia ebbe la guerra, diverse guerre,
prima quelle coloniali e poi quella mondiale.
Gli italiani, che erano meno ricchi della gente di altre nazioni, speravano di
guadagnarci. Conquistare non significa anche un
po’ rapinare, che è quando con la violenza ci si impossessa
delle ricchezze altrui? Gli italiani ritennero di averne il diritto, perché
anche gli altri europei facevano lo stesso. Quindi poi alla fine sono andati a
sbattere in una disastrosa guerra mondiale, dalla quale la nazione è uscita
pressoché annientata.
Quanto al razzismo
anti-ebraico del fascismo
storico, ho spiegato sopra come andò: al
fascismo mussoliniano non rimase altra strada, per fronteggiare il razzismo
hitleriano, di inventarsi una superiorità razziale, etnica, di stirpe, degli
italiani, non solo culturale, di civiltà. Altrimenti gli italiani stessi
sarebbero stati vittime delle fantasie razziste dei tedeschi hitleriani.
Sarebbero stati considerati una razza inferiore tra le altre. Per le sue guerre, il
fascismo mussoliniano ad un certo punto sentì la necessità, e decise, di
allearsi con la Germania egemonizzata dal nazismo e quest’ultima era razzista:
il razzismo antiebraico, costruito ideologicamente come razzismo puro e
semplice e dunque utilizzabile anche verso altre etnie, gli fu indispensabile
per cercare di non soccombere di fronte all’alleato. La storia è quella che è,
non può essere cambiata, ma solo capita meglio.
Alcuni sono ancora tentati da quella via,
quella del fascismo storico, ma capiscono che qualcosa non è andato per il
verso giusto e allora, quando non passano a menare le mani o comunque alla
forza bruta, facendo di questo l’unica argomentazione dialettica, propongono
l’argomento principe dei populisti di sempre a disastro avvenuto, appunto
quello del ma qualcosa di buono l’avrà fatto. Altri sostengono che
però sarebbe meglio vederci chiaro, realisticamente, prima ed ora su
come andrà a finire nel complesso con una politica; a loro non
basta che chi comanda qualcosa di buono l'abbia comunque fatto. E
se poi la storia si ripetesse? E se ci si schiantasse? I saggi invitano ad
imparare dalla storia, che è, dicono, maestra di vita.
7. Che cosa è stato tramandato
Piero
Calamandrei, l’autore dell’epigrafe con cui ho iniziato, pensava, negli anni
’50 che gli ideali resistenziali sarebbero stati tramandati di generazione in
generazione.
E’ accaduto.
La tradizione culturale è alla base della
costruzione delle società umana, costituite di individui che vivono per un
tempo limitato e che vengono sostituito da altri, loro discendenti biologici o
sopraggiunti nello stesso ambiente culturale. Questo determina il fenomeno
dell’evoluzione culturale, per il quale le società non rimangono mai
sempre le stesse nel tempo, ma sempre cambiano più o meno velocemente. Qualcosa nel tempo rimane sempre.
I miti collegano il passato con il
presente e cercano di indicare una
direzione per il futuro. Esso sono costruiti sulla base di memorie storiche
trasfigurate e, in qualche modo, anche alterate, ma che funzionano proprio
perché rielaborate in quel modo. I miti ci sono indispensabili perché siamo una
moltitudine di individui che biologicamente sarebbero costretti in gruppi molto
limitati in ogni senso, sia nel loro numero che nelle loro prospettive. Così,
sì, anche gli eventi resistenziali sono stati in qualche misura mitizzati. Il mito
ci sorregge emotivamente e la nostra, come sostengono quelli che si occupano
delle scienze della mente, è un mente emotiva, le emozioni, le percezioni e
pulsioni che ci vengono dal profondo, ci servono per capire, per orientarci.
Il mito talvolta può riuscire fuorviante:
accade nelle religioni. Per questo nelle culture umane viene costantemente
revisionate: questo incide sulle tradizioni culturali.
Ad esempio, nella mitologia resistenziale
l’aspetto dell’eroismo bellico porta a sottovalutare ciò da cui, realmente,
la costruzione di una nuova democrazia repubblicana è derivata. Si dice,
allora, che la nostra Costituzione è costruita sul sangue dei caduti e poi si
finisce, a volte, a sostenere che, per
costruire una memoria pacificata della sanguinosa transizione tra il fascismo
mussoliniano e la nuova democrazia repubblicana, occorrerebbe onorare tutti i
caduti. Allora, come paventava il giornalista Giorgio Bocca, la Festa della
Liberazione verrebbe trasformata in un Giorno della Commemorazione dei caduti
in guerra.
La nostra Costituzione non nasce dagli eventi
bellici, ma dall’impegno civile di chi l’ha progettata culturalmente
immaginando un mondo nuovo, sorretto da finalità ed ideali opposti a quelli del
fascismo mussoliniano. Si combatté militarmente perché il regime mussoliniano
aveva cacciato l’Italia in una guerra che ancora stava combattendo alla prima
caduta del governo Mussolini, il 25 luglio 1943, e che si continuò a combattere
anche come guerra civile in Italia, a seguito dell’occupazione dell’Italia da parte
della Forze armate tedesche controllate dal regime nazista di Adolf Hitler, e
dalle ricostituzione di un nuovo governo Mussolini in un nuovo stato fascista e
repubblicano, costituito il 23 settembre 1943, vassallo degli occupanti tedeschi nelle regioni
d’Italia rimaste sotto il loro controllo. Trasmettere alle nuove generazioni i movimenti
culturali, tra i quali quello del cattolicesimo democratico italiano, che nei
lavori dell’Assemblea Costituente concordano e deliberarono il nuovo regime
democratico, in modo che quest’ultimo possa persistere nel tempo, è un lavoro
più complesso del semplice trasferire il mito dell’eroismo bellico resistenziale.
E’ una conquista culturale che va rinnovata nei processi formativi dei più
giovani e rinsaldata di età in età in ogni persona. Si tratta di studiare, confrontarsi,
capire realisticamente il presente, acquisire una memoria affidabile del
passato, costruire nelle interrelazioni sociali la fiducia nell’affidabilità
altrui e, soprattutto nel fatto che la cooperazione pacifica in un quadro
istituzionale basato su rispetto dell’altrui dignità e sulla giustizia, nei
suoi vari aspetti, commutativa, distributiva, partecipativa sia alla fine più
conveniente delle interazioni basate sulla sopraffazione del branco in danno
dei più deboli, sul loro asservimento e sulla rapina dei loro beni, secondo la
mitologia fascista.
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Mario Ardigò
- Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli