Trump, il Papa e noi
preparato il 19-4-26
per il gruppo romano del Movimento culturale di impegno culturale da Mario Ardigò
Trump, the Pope, and Us
Prepared on
April 19, 2026, for the Rome group of the Cultural Movement for Civic
Engagement, by Mario Ardigò
After the Italian text, the US English translation follows
1. Le premesse Dal 7 aprile scorso, a poche ore dalla scadenza
dell’ultimatum del presidente federale statunitense Donald John Trump al
governo iraniano per ad un accordo secondo le condizioni imposte dagli
statunitensi con minaccia di cancellare la civiltà iraniana, si è sviluppato uno
strano scambio informale di battute tra Trump e papa Leone XIV.
Di fatto, l’intervento del Papa sembra aver
contribuito alla decisione dell’amministrazione federale Trump di aderire ad un
cessate il fuoco mediato dal governo Pakistano, accreditato in questo contesto
internazionale per il fatto di rappresentare sostanzialmente gli interessi
della potente Repubblica Popolare Cinese, tra i principali importatori del
petrolio trasportato attraverso il Golfo Persico e principale competitrice
degli Stati Uniti d’America sul piano economico, commerciale e militare.
Ho definito “informale” l’interazione tra
l’americano e il Papa nel senso che apparentemente non vi è stato il coinvolgimento degli
apparati diplomatici.
Per la verità, nel contesto dell’incidente del
7 aprile, è stata lasciata trapelare la notizia che, nel gennaio di quest’anno,
qualche giorno prima, il Nunzio apostolico presso gli Stati Uniti d’America Cardinale Christophe Pierreato convocato, non
presso la Segreteria di Stato, il vertice della diplomazia statunitense, ma presso
il Dioartimento della Guerra, dal sottosegretario Elbridge Colby: gli era stato
espresso il disappunto e il fastidio dell’amministrazione Trump per gli
interventi magisteriali del Papa, a partire da quello del messaggio dell’8
dicembre 2025 per la Giornata mondiale
della pace 2026, per il ripristino e il mantenimento di condizioni
internazionali di pace mediante il metodo del multilateralismo nel quadro di
istituzioni sovranazionale.
A quell’epoca il Dipartimento della Guerra
stava mettendo a punto le operazioni di guerra contro l’Iran, le quali
sarebbero iniziate il 28 febbraio 2026 dopo il vertice a Washington dell’11
febbraio precedente tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu.
È utile considerare
i brani centrali di quel documento:
Giovanni XXIII introdusse per primo la
prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso
il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza.
[…]
È questo un
servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente,
vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e
le parole.
Purtroppo,
fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede
nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare
religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire
attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il
Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario
coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso
come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto
il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove
si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la
giustizia e si custodisce il perdono». Oggi
più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante
una creatività pastorale attenta e generativa.
D’altra
parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della
dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi
più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione
pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale:
ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative,
sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il
punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature,
feconde». È la via disarmante
della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita
purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente
raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma
piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.
[…]
Oggi, la
giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere
tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti
liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale,
culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di
«atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da
anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». Se infatti «il modo migliore per
dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare
la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», a una simile strategia va
opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo
responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di
giustizia riparativa su piccola e su larga scala.
Va ricordato che il ruolo delle Nunziature
apostoliche presso gli Stati con i quali la Santa Sede (quindi il Papa come
capo della Chiesa cattolica non in quanto monarca del minuscolo regno della
Città del Vaticano) intrattiene relazioni diplomatiche va molto oltre quello di
semplici ambasciatori. Il Papa è un sovrano religioso assoluto e mediante le
Nunziature governa le Chiese di quegli Stati. Trasmettono la volontà del Papa agli
episcopati di quelle Chiese e il Papa ha il potere canonico di rimuovere e
sostituire a suo assoluto arbitrio qualsiasi altro membro della gerarchia
ecclesiastica, a qualsiasi livello.
Il Governo federale statunitense è invece
legittimato con metodo democratico e quindi il suo potere è fortemente condizionato dalla persistenza
del consenso del suo elettorato di riferimento, che, al momento dell’inizio
delle operazioni belliche statunitensi, si stimava comprendesse circa la metà
dei cattolici statunitensi, compresi molti vescovi e anche tra quelli come più
importanti come l’arcivescovo di New York Thomas M. Dolan, che il Papa lo
scorso 18 dicembre ha sostituito con Ronald Hicks per raggiungimento del
limite di età del 75 anni.
Sembra che il Nunzio apostolico sia stata prospettata, non si è saputo se come
minaccia o come aspettativa da parte dell’amministrazione statunitense, una
situazione sul modello di quella del periodo avignonese del Papato romano.
Fu un paradigma politico religioso sviluppatosi nel Trecento, dopo gli aspri
contrasti tra la monarchia francese e il papa Bonifacio VII, quando fu eletto
un papa francese, Clemente V, il quale
trasferì la propria sede ad Avignone, in un territorio appartenente al Regno di Napoli poi divenuto possedimento
papale in Provenza, nella Francia Meridionale, e il Papato fu più legato agli
interessi francesi. Il papa Gregorio XI, esperto di diritto canonico, sebbene
anch’egli francese, nel 1377 ritrasferì la propria sede a Roma, in un periodo
di gravi turbolenze istituzionali nella Chiesa cattolica, caratterizzato da un
scisma prodottosi nel 1378 e risoltosi solo al Concilio di Costanza, nel 1417.
Da ciò che il presidente statunitense Trump
ha dichiarato durante l’incidente con il papa Leone XIV dopo il 7 aprile
scorso, sembra che l’amministrazione statunitense avesse delle aspettative di
maggiore intesa in politica internazionale con il papa statunitense Prevost, secondo
quanto era avvenuto durante i Papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XV.
Va detto che l’operazione bellica contro
l’Iran al quale Trump ha dato il via libera il 28 febbraio 2026 è stata audace,
spregiudicata, ad altissimo rischio, ma al contempo minuziosamente preparata e
suscettibile di produrre l’importante risultato del controllo politico
dell’immenso Iran, uno dei maggiori produttori petroliferi mondiali, con un
costo molto inferiore a quello che si rese necessario per asservire l’Iraq.
Nella prima guerra contro l’Iraq, con quaranta milioni di abitanti, nel
1990\1991, denominata Desert Storm, sotto l’amministrazione federale
statunitense del presidente George H.W. Bush, avviata con l’autorizzazione del Consiglio di
sicurezza dell’Onu a seguito dell’invasione irachena del Kwait e nel quadro di
una vasta coalizione internazionale, gli USA impiegarono mezzo milione di
militari, limitandosi a reinsediare nel territorio invaso dagli iracheni la
monarchia dell’emiro Jabir Al Sabah. Nella successiva guerra contro l’Iraq, Operation
Iraqi Freedom, iniziata nel 2003
senza l’autorizzazione dell’ONU, sotto l’amministrazione di George W. Bush, e
durata fino al 2011, gli USA impiegarono trecentomila militari. Solo all’esito
di questa guerra gli USA ottennero il controllo dello stato iracheno.
Nell’operazione contro l’Iran dello scorso
febbraio, l’amministrazione Trump si proponeva di ottenere lo stesso risultato,
nei confronti dell’Iran, con novanta milioni di abitanti, senza impiegare
fanteria e truppe corazzate nel territorio nemico, ma solo mediante attacchi missilistici da navi e aerei estremamente mirati. Si
voleva indurre un cambio di regime, insediandone uno disposto ad un accordo
secondo le condizione statunitensi, secondo la strategia seguita con successo
nel gennaio 2026 nell’operazione Absolute Resolve in Venezuela, con la
deposizione del presidente Nicolàs Maduro. Gli aerei avrebbero lanciato missili
guidati da remoto o con guida autonoma da molto lontano, anche dietro la linea
dell’orizzonte, e sarebbero quindi risultati sostanzialmente irraggiungibili
dalla contraerea iraniana, tecnologicamente meno avanzata, e così per gli
attacchi dalle navi. Due elementi sarebbero stati cruciali: l’avanzatissimo
sistema integrato statunitense di vigilanza satellitare e mediante droni e
aerei radar AEW&C di allerta precoce; le
informazioni fornite allo Stato maggiore israeliano dalla vasta rete di agenti sotto copertura
insediati da decenni in Iran, che avrebbe consentito di assassinare già nelle
prime fase delle operazioni i maggiori esponenti del regime iraniano.
Dalle informazioni ricostruite da giornalisti
del New York Times e diffuse nei giorni scorsi è emerso che lo Stato maggiore
statunitense e la Central Intelligence Agency avevano sconsigliato l’operazione, ritenendo
che non avrebbe potuto portare a conseguire l’obiettivo del cambio di regime in
Iran. Tuttavia il presidente Trump e il ministro della Guerra Pete Hegseth,
laureato in Scienze Politiche all’Università Princeton e già commentatore
politico per il canale televisivo di destra Fox News, si sono lasciati convincere dai progetti
prospettati dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dallo Stato
maggiore e dal Servizio Segreto israeliano: il governo israeliano stava
progettando da molto tempo un’operazione simile, ma non avrebbe potuto portarla
a segno senza l’assenso statunitense e senza la copertura del sistema integrato
di sorveglianza e ricognizione degli statunitensi. Il vice-presidente James D. Vance,
ex marine, veterano nella guerra contro l’Iraq del 2003 in cui aveva il grado
di caporale, neoconvertito al cattolicesimo, era contrario.
Lo sviluppo dell’attacco contro l’Iran
coordinato tra statunitensi e israeliani ebbe successo nell’assassinare alcuni
tra i maggiori esponenti del regime iraniano, tra i quali la Guida suprema
ayatollah Alì Khamenei, e nel devastare siti di interesse bellico e le maggiori
navi della marina militare iraniana, colpite anche nel Mar Caspio. Ma non ha
prodotto un cambio di regime né la resa di quello esistente, che, anzi, attaccando
le vicine monarchie petrolifere del Golfo Persico e riuscendo a bloccare il
transito navale attraverso lo stretto di Hormuz, minandolo e controllandolo
mediante una vasta flotta di velocissimi motoscafi d’altura muniti di siluri,
nascosti in postazioni non raggiunte dagli attacchi missilistici nemici, ha
determinato una grave crisi economica mondiale, con pesanti riflessi anche
sull’economia statunitense.
E’ in questo quadro che è venuto l’ultimatum
di quarantott’ore lanciato al regime di iraniano dal presidente Trump, con
minaccia di cancellare la civiltà iraniana (“un’intera civiltà morirà. Un'intera civiltà morirà stanotte, per
non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente
succederà)
attaccando a tappeto impianti civili, in particolare gli impianti di
desalinizzazione e i pozzi petroliferi. Il presidente Trump ha pubblicizzato con
toni rabbiosi l’ultimatum sul suo social media Truth-Verità (“Bastardi,
aprite lo Stretto di Hormuz”). In precedenza, con lo stesso strumento aveva
espresso il suo compiacimento per l’assassinio dei capi politici iraniani e
minacciato i sopravvissuti di fare la stessa fine se non avessero aderito all’accordo
prospettato dagli statunitensi. D’altra
parte, un elemento critico dell’intera operazione era il fattore tempo:
iniziata senza l’assenso del Congresso, non può essere proseguita senza
ottenerlo entro sessanta giorni. Altrimenti deve ordinare il ritiro delle
truppe entro trenta giorni dalla scadenza di quel termine. Come previsto dall’intelligence
statunitense, il regime iraniano ha la capacità di resistere molto a lungo
in condizioni estremamente critiche, come dimostrato durante la tremenda guerra
scatenata dopo il tentativo di invasione da parte dell’Iraq, sotto il regime di
Saddam Hussein, nel 1980, e durata fino
al 1988. In quella guerra USA, Gran Bretagna e URSS avevano appoggiato l’Iraq
con forniture militari e, nelle ultime fasi della guerra, la Marina militare
statunitense attaccò navi miliari iraniane, distruggendo in un solo giorno quasi
l’intera flotta militare iraniana. Nello stesso tempo gli USA vendettero armi
all’Iran e con il ricavato finanziarono illecitamente i ribelli Contra in
Nicaragua, dove si era insediato un regime comunista. Il regime Khomeyninista resse
e l’invasione irachena fallì: i confini tra Iraq e Iran rimasero quelli di
prima. Va inoltre considerato che la base elettorale del presidente Trump e del
vice-presidente Vance è fortemente avversa a condurre guerre nel mondo e che il
trumpismo si è affermato proprio con la promessa di finire quelle in corso e di
non iniziarle altre. E’ per questo che Trump, fino all’ultimo conflitto con
l’Iran, amava presentarsi come uomo di pace, rivendicando anche il premio Nobel
per la pace. Ed è anche per questo che dichiara non di voler conquistare (divenendo
responsabile dei conquistati, sotto tutti i profili e secondo le norme delle
Convenzioni internazionali in materia), ma di voler imporre un accordo (“Deal”).
2. Lo scambio di
battute tra Trump e papa Leone XIV
Va premesso che in questa vicenda deve
ritenersi che, nonostante le apparenze, sia le dichiarazioni di Trump che
quelle del Papa siano state accuratamente valutate e decise quindi a ragion
veduta.
Dunque, il 7 aprile scorso, parlando
informalmente con i giornalisti, sia in italiano che in inglese, papa Leone XIV, riferendosi esplicitamente
all’ultimato trumpiano contro l’Iran, lo ha dichiarato inaccettabile.
I media hanno riportato così le sue parole:
“Oggi c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo
iraniano Questo non è
accettabile. Qui ci sono questioni di diritto internazionale,
ma molto di più c’è una questione morale. Vorrei pregare tutti a cercare
di comunicare con i
Congressisti, con le autorità, per dire che non vogliamo la
guerra, vogliamo la pace”
Di solito i Papi, in
ogni loro dichiarazione, non criticano esplicitamente uno specifico atto di
governo di politica estera di un governo e nemmeno consentono che lo si faccia
da parte dei vescovi. Va ricordato il
precedente della rimozione dell’arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, per
aver criticato come contrari al vangelo i bombardamenti statunitensi contro il
Nord Vietnam, durante l’omelia della messa del 1 gennaio 1968, prima Giornata
mondiale della pace, ricorrenza stabilita pochi mesi prima dal papa Paolo VI.
Quello stesso Papa lo indusse a rassegnare le dimissioni per motivi di salute
durante quello stesso mese: ne ha scritto ampiamente Alberto Melloni in due
libri.
I commentatori hanno notato che, dopo aver
definito non accettabile, l’ultimatum trumpiano, il Papa ha invitato gli
statunitensi ad attivarsi democraticamente presso il loro rappresentanti al
Congresso per dir loro di volere la pace. Anche questo è un fatto inusuale per
i Papi nelle questioni di politica estera che coinvolgono i governi degli
stati.
Con tutta evidenza, l’intervento informale
del Papa del 7 aprile è stato determinato da una contingenza valutata
evidentemente come straordinaria, vale a dire l’ultimatum al governo iraniano
del presidente Trump, con la minaccia di una violenza inaudita che
evidentemente, pur avendo fatto in qualche modo l’abitudine a un lessico fuori
misura da parte di quel politico, è stata ritenuta credibile e realistica, data
la frustrazione in cui si trovava in quel momento l’amministrazione
statunitense per il fatto di non essere riuscita a produrre i due risultati per
la quale si era fatta guerra all’Iran: un cambio di regime e l’adesione ad un
accordo – deal secondo le condizioni statunitensi.
Il 13 aprile, Trump, in un altro messaggio sul
suo social media Truth ha scritto, replicando all’intervento del Papa:
Non voglio un papa che pensi sia ok che l’Iran abbia armi nucleari. Non
voglio un papa che considera l’attacco americano al Venezuela terribile. E non
voglio un papa che critica il presidente degli Stati uniti, perché sto facendo
esattamente ciò che sono stato eletto, con numeri schiaccianti, per fare. Leone
dovrebbe essermi grato perché, come sanno tutti, la sua elezione è stata una
sorpresa scioccante. Non era su nessuna lista per diventare papa, è stato messo
lì dalla Chiesa solo perché è americano, e pensavano che questo sarebbe stato
il miglior modo di rapportarsi al presidente Donald J Trump. Se non fossi alla
Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.
Ha anche accusato il Papa di essere «debole con il crimine», «vicino alla sinistra
radicale», e che «dovrebbe concentrarsi sul fare il papa, non
il politico», perché «sta arrecando danno alla Chiesa cattolica».
Lo stesso 13 aprile, parlando con giornalisti, in italiano in inglese,
sull'aereo che lo stava portando in Africa, prima in Algeria e poi in altri stati, per lungo un viaggio apostolico, il Papa ha
dichiarato di non aver paura dell'amministrazione Trump, di essersi limitato a
proclamare il vangelo, in particolare ricordando la benedizione degli operatori
di pace, e di non voler entrare in polemica con Trump su questioni di politica
estera (“Non ho paura dell'amministrazione
Trump",
"io parlo del Vangelo e continuerò ad alzare la voce contro la guerra",
"non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui").
Nonostante i toni volgari usati, del resto, su
un social media di sua proprietà, destinato in primo luogo a suscitare il
consenso dai suoi elettori che li gradiscono, Trump si è in fondo limitato a richiedere il rientro del Papa nei
confini verso gli stati che per via consuetudinaria sono stati tracciati dalla
seconda metà dell’Ottocento con il Papato romano: il Papato non critica esplicitamente le scelte di
politica estera di un determinato governo, ma soprattutto non esorta gli
elettori degli stati democratici ad attivare un movimento politico, con i mezzi
della democrazia per contrastarle. L’aver rotto con quella tradizione è stata
la notevole novità portata dal magistero del Papa originario degli Stati Uniti
d’America. Ed è una novità che si è riflessa anche nel magistero formale, in
particolare nel messaggio del 14 aprile alla sessione plenaria dell’Accademia Pontificia delle
Scienze, papa Leone XIV ha scritto:
la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il
bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita
quotidiana. Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il
nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la
giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e
per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso
legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva
esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.
Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più
alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera
procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun
cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune.
Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha
affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la
partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e
controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò
risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46).
Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e
in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento,
rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio
delle élites economiche e tecnologiche.
3. Che fare?
Mi
pare che il mondo cattolico italiano, a parte una ristretta cerchia di persone
abitualmente più coinvolte nelle dinamiche ecclesiastiche, sia rimasto
sostanzialmente indifferente rispetto all’incidente politico tra Trump e il
Papa, ma anche, più in generale, ai costi umani della guerra scagliata da
statunitensi e israeliani contro gli iraniani. Vi è invece più sensibilità per
le conseguenze economiche del conflitto sulle economie europee, e su quella
italiana in particolare.
La presidente del Consiglio italiana, in
un’intervista televisiva del 14 aprile, ha definito inaccettabile,
usando lo stesso lessico del Papa, il post del 13 aprile di Trump contro il
Papa, ma non l’ultimatum trumpiano contro il governo iraniano, e naturalmente
non l’intera guerra contro l’Iran più in generale, verso la quale ha mantenuto l’orientamento
di non aderire – non criticare. I due “inaccettabile”, quello del
Papa e di Meloni, non hanno quindi lo stesso valore: il primo ha riguardato
l’ultimatum statunitense contro gli iraniani, il secondo solo le critiche
trumpiane al Papa. Gli addetti ai lavori negli ambienti ecclesiali italiani
si attestano in genere, mi pare, su quest’ultima posizione, su quella sorta di lesa
maestà ai danni del Papa.
Anche l’idea di un grande raduno in piazza
San Pietro, nella Città del Vaticano, si muove, credo, nella stessa linea.
Tuttavia non è questo ciò che il Papa auspica
dalle persone cosiddette laiche, il cui compito è animare il mondo secondo il vangelo.
Ci invece chiede di premere democraticamente
sulla nostra politica per ottenere che le questioni internazionali non siano
risolte con confronti di forza bruta e che il perseguimento dell’interesse
nazionale avvenga sempre solo nel quadro di un ordinamento internazionale che,
attraverso il multilateralismo e istituzioni sovranazionali, mantenga pacifiche
le relazioni tra gli stati.
Il nostro interlocutore, per aderire
all’esortazione del Papa, non dovrebbero essere istituzioni ecclesiastiche, ma
quelle politiche nazionali. Da noi si può pensare al Presidente della
Repubblica, il quale in più occasioni ha espresso orientamenti di politica
internazionale analoghi a quelli papali e che ha il compito di esprimere
l’unità nazionale.
Altrimenti la questione verrebbe ridotta ad
uno sgarbo di Trump al Papa, mentre in gioco vi è la pace mondiale e, innanzi
tutto, la vita delle popolazioni iraniane, prese tra due fuochi: la feroce guerra
portata dagli Occidentali e la feroce repressione del regime clerocratico
iraniano.
Propongo quindi un sobrio documento di questo
tenore, da inviare al Presidente della Repubblica, rendendolo noto anche
attraverso un comunicato stampa alle agenzie giornalistiche ANSA e agenSIR, l’agenzia
di stampa controllata dalla CEI:
Signor Presidente,
come persone cattoliche
associate nel gruppo romano del Movimento Ecclesiale di impegno culturale e rispondendo alle recenti esortazioni del
papa Leone XIV, le manifestiamo la nostra profonda contrarietà alle operazioni
belliche statunitensi e israeliane in corso contro la popolazione iraniana,
incrudelite da ultimo con la minaccia di
devastazione totale di infrastrutture civili essenziali fino a cancellarne la
civiltà.
Intendiamo unirci a tutte le persone di buona
volontà del mondo, al di là dei confini degli stati e dei blocchi, delle
ideologie politiche e delle strumentalizzazioni dei credi religiosi, per premere
democraticamente perché, secondo il magistero del Papa, si riprenda a seguire la via
disarmante della diplomazia, della mediazione, disinnescando l’ostilità
attraverso il dialogo e perseguendo la ricomposizione pacifica dei rapporti tra
le comunità politiche su piano mondiale sulla base della mutua fiducia, della sincerità
nelle trattative, della fedeltà agli impegni assunti, scrutando i problemi fino
a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali,
durature, feconde, per il bene di tutte le popolazioni coinvolte, al di là dei
brutali interessi di potenza e di prevaricazione economica.
Ci impegniamo a togliere e negare il consenso
alle formazioni politiche che non si adeguino a quei criteri, nella crisi
iraniana ma anche nelle gli altri contesti di crisi internazionali, e ad
appoggiare quelle che, al contrario, vi aderiscano e agiscano concretamente di
conseguenza.
Il Gruppo
romano del MEIC
Mario Ardigò – 19 aprile 2026
Ecco
la traduzione in US English corrente, mantenendo il tono analitico e
politico del testo originale ma rendendolo più scorrevole e naturale:
Trump, the Pope, and Us
Prepared on April 19, 2026, for the Rome group of the Cultural Movement
for Civic Engagement, by Mario Ardigò
1. Background
Since April 7, just hours before the expiration of the ultimatum issued
by U.S. federal president Donald John Trump to the Iranian government—demanding
an agreement on U.S. terms and threatening to wipe out Iranian civilization—a
peculiar informal exchange has taken place between Trump and Pope Leo XIV.
In fact, the Pope’s intervention appears to have contributed to the
Trump administration’s decision to accept a ceasefire mediated by the Pakistani
government, which in this international context is seen as effectively
representing the interests of the People’s Republic of China—one of the main
importers of oil transported through the Persian Gulf and a key economic,
commercial, and military competitor of the United States.
I describe the interaction between Trump and the Pope as “informal” in
the sense that, at least on the surface, it did not involve the usual
diplomatic channels.
However, in connection with the April 7 incident, it has been reported
that earlier this year, in January, the Apostolic Nuncio to the United States,
Cardinal Christophe Pierre, was summoned—not to the State Department—but to the
Department of Defense by Under Secretary Elbridge Colby. There, the Trump
administration reportedly expressed irritation and displeasure at the Pope’s
magisterial interventions, beginning with his December 8, 2025 message for the
2026 World Day of Peace, which called for restoring and maintaining
international peace through multilateralism within a framework of supranational
institutions.
At that time, the Department of Defense was finalizing plans for
military operations against Iran, which would begin on February 28, 2026,
following the February 11 summit in Washington between Trump and Israeli Prime
Minister Benjamin Netanyahu.
It is useful to recall key passages from that papal message:
John XXIII was the first to introduce the prospect of integral
disarmament, which can only be achieved through the renewal of heart and mind.
[…]
This is a fundamental service that religions must render to suffering
humanity, keeping watch over the growing attempt to transform even thoughts and
words into weapons.
Unfortunately, it is increasingly common in the contemporary landscape
to drag the words of faith into political combat, to bless nationalism, and to
religiously justify violence and armed struggle. Believers must actively
refute, first and foremost with their lives, these forms of blasphemy that
obscure the Holy Name of God. Therefore, along with action, it is more
necessary than ever to cultivate prayer, spirituality, and ecumenical and
interreligious dialogue as paths of peace and languages of encounter between
traditions and cultures. Throughout the world, it is hoped that "every
community will become a 'house of peace,' where one learns to defuse hostility
through dialogue, where justice is practiced and forgiveness is
preserved." Today, more than ever, we must demonstrate that peace is not a
utopia, through attentive and generative pastoral creativity.
On the other hand, this must not distract everyone from the importance
of the political dimension. Those called to public responsibilities in the
highest and most qualified offices "should consider thoroughly the problem
of the peaceful restoration of relations between political communities on a
global scale: a restoration founded on mutual trust, sincerity in negotiations,
and fidelity to commitments undertaken. They should examine the problem until
they identify the point from which it is possible to begin the journey toward
loyal, lasting, and fruitful agreements." This is the disarming path of
diplomacy, mediation, and international law, unfortunately contradicted by
increasingly frequent violations of agreements reached with difficulty, in a
context that requires not the delegitimization, but rather the strengthening of
supranational institutions.
[…]
Today, justice and human dignity are more exposed than ever to the most
powerful imbalances of power. How can we navigate a time of destabilization and
conflict while freeing ourselves from evil? We must motivate and support every
spiritual, cultural, and political initiative that keeps hope alive, countering
the spread of "fatalistic attitudes, as if the dynamics underway were
produced by anonymous, impersonal forces and structures independent of human
will." Indeed, if "the best way to dominate and advance without
limits is to sow hopelessness and foster constant distrust, even if disguised
by the defense of certain values," such a strategy must be countered by
the development of informed civil societies, responsible associations,
experiences of nonviolent participation, and practices of restorative justice
on both a small and large scale.
It should be remembered that Apostolic Nunciatures do far more than act
as embassies. The Pope governs the Catholic Churches in those states through
them, transmitting his will to local bishops and retaining canonical authority
to remove or replace members of the ecclesiastical hierarchy at any level.
By contrast, the U.S. federal government is democratically legitimated,
and its power depends heavily on maintaining the support of its electorate. At
the time U.S. military operations began, this electorate included roughly half
of American Catholics, including many bishops—among them prominent figures such
as New York Archbishop Timothy M. Dolan, who had recently been replaced upon
reaching the age limit.
It appears that the Apostolic Nuncio was presented—whether as a threat
or an expectation—with the idea of a situation resembling the Avignon Papacy of
the 14th century, when the papacy became closely aligned with French political
interests.
From Trump’s statements after April 7, it seems the U.S. administration
had expected greater alignment in international policy with the American Pope,
similar to what occurred under John Paul II and Benedict XVI.
The military operation against Iran, authorized by Trump on February 28,
2026, was bold, highly risky, yet meticulously planned. Its aim was to achieve
political control over Iran—one of the world’s largest oil producers—at a far
lower cost than the wars in Iraq.
In the 1990–1991 Gulf War (“Desert Storm”) under George H. W. Bush, the
U.S. deployed about 500,000 troops. In the 2003–2011 Iraq War (“Operation Iraqi
Freedom”) under George W. Bush, about 300,000 troops were used.
By contrast, the 2026 operation against Iran aimed to achieve regime
change without deploying ground forces—relying instead on precision missile
strikes launched from ships and aircraft, supported by advanced satellite,
drone, and AEW&C surveillance systems, along with intelligence from Israeli
networks.
According to reporting by The New York Times, both the U.S. Joint Chiefs
of Staff and the Central Intelligence Agency had advised against the operation,
doubting it could achieve regime change. Nevertheless, Trump and Defense
Secretary Pete Hegseth were persuaded by Israeli leadership and intelligence.
Vice President James D. Vance reportedly opposed the plan.
The operation succeeded in killing key Iranian leaders, including
Supreme Leader Ali Khamenei, and damaging military infrastructure. However, it
failed to achieve regime change. Instead, Iran retaliated by attacking Gulf
monarchies and blocking the Strait of Hormuz, triggering a global economic
crisis.
In this context, Trump issued a 48-hour ultimatum threatening total
destruction of Iran’s civilian infrastructure and even its civilization. He
promoted the ultimatum on his platform Truth Social in aggressive terms.
A key constraint was the War Powers framework: without congressional
approval within 60 days, the operation could not continue.
2. The Exchange Between Trump and Pope Leo XIV
On April 7, speaking informally to journalists, the Pope explicitly
declared Trump’s ultimatum unacceptable:
“This threat against the entire Iranian people is unacceptable. There
are issues of international law, but even more importantly, a moral issue… we
do not want war, we want peace.”
Such explicit criticism of a specific government’s foreign policy is
highly unusual for a Pope. Even more unusual was his call for Americans to
engage democratically with Congress.
On April 13, Trump responded on Truth Social:
“I don’t want a Pope who thinks it’s okay for Iran to have nuclear
weapons… I don’t want a Pope who criticizes the President of the United States…
Leo should be grateful to me… If I weren’t in the White House, Leo wouldn’t be
in the Vatican.”
He also accused the Pope of being “weak on crime” and “close
to the radical left.”
That same day, speaking to journalists during a flight to Africa, the
Pope replied calmly:
“I am not afraid of the Trump administration… I proclaim the Gospel…
I will continue to raise my voice against war.”
Despite Trump’s harsh tone, his response essentially called for the Pope
to return to the traditional limits of papal engagement in foreign
policy—limits that the American Pope appears to have deliberately broken.
3. What Should Be Done?
It seems that Italian Catholics, with few exceptions, have remained
largely indifferent to this political clash and to the human cost of the war.
Greater concern has been shown for its economic consequences.
Italy’s Prime Minister criticized Trump’s attack on the Pope as
“unacceptable,” but not the ultimatum itself—revealing a significant difference
in meaning between the two uses of that term.
However, the Pope is not asking for symbolic gestures in support of his
authority. He is calling on laypeople to act politically—to press their
governments to resolve international conflicts through diplomacy, mediation,
and multilateral institutions.
Our interlocutor should therefore not be ecclesiastical authorities, but
political institutions—such as the President of the Republic, who represents
national unity and has expressed positions aligned with the Pope.
Otherwise, the issue risks being reduced to a personal affront, when in
reality global peace—and the lives of the Iranian people caught between war and
repression—are at stake.
I therefore propose a concise document to be sent to the President of
the Republic and made public through press agencies:
Mr. President,
As Catholics associated with the Rome group of the Movement for Cultural
Engagement, and in response to the recent appeals of Pope Leo XIV, we express
our deep opposition to the ongoing U.S. and Israeli military operations against
the Iranian population, now intensified by threats of total devastation of
essential civilian infrastructure.
We wish to join all people of goodwill worldwide in urging, through
democratic means, a return to diplomacy, mediation, and international law, in
order to rebuild peaceful relations among nations based on trust, sincerity,
and respect for commitments.
We commit to withdrawing our support from political forces that do not
adhere to these principles and to supporting those that do.
The Rome Group of MEIC
Mario Ardigò – April 19, 2026
