INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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domenica 5 aprile 2026

Difficile sinodalità

 

Difficile sinodalità

 

 La sinodalità ecclesiale, come oggi viene proposta in Italia nella nostra Chiesa, significa voler realizzare un modo di vivere la Chiesa più partecipato dalle persone libere da vincoli ecclesiastici di stato di vita, che un tempo, ma ancora oggi, venivano definite laiche e che venivano considerate come un gregge di cui prendersi cura, ma in fondo non essenziale per fare Chiesa, qualcosa di appiccicato dall’esterno che poteva esserci o non esserci, anche se era più gratificante e utile che ci fosse, soprattutto quando c’era da sostenere una qualche pretesa verso i poteri pubblici civili.

 Durante il Concilio Vaticano 2º, celebrato a Roma sessant’anni fa, si decise molto cautamente di cambiare, anche se la parola sinodalità non fu scritta per quella materia, preferendola riservarla ai conciliaboli tra ecclesiastici. Le cose in Italia andarono tuttavia abbastanza avanti per via di sperimentazioni di base, fino a che, a seguito di un sinodo celebrato nel 1985 proprio sul tema dell’attuazione dei principi conciliari, l’Esortazione apostolica post-sinodale I fedeli laici – Christifideles laici, del 1988, del papa Giovanni Paolo 2ª, quel processo venne sospeso. In quel documento si può immaginare che abbia avuto un ruolo importante Joseph Ratzinger, uno dei maggiori teologi dei nostri tempi, che all’epoca presiedeva la Congregazione per la dottrina della fede. Ratzinger, autore fra l’altro, nel quadro di una vastissima produzione scientifica, di quattro bellissimi libri su Gesù di Nazaret, accessibili anche al pubblico colto e non solo agli specialisti in materie teologiche, che consiglio a chi voglia approfondire i temi della fede, aveva una sua concezione della Chiesa nella quale evidentemente non si inquadrava bene una sinodalità che coinvolgesse realmente tutte le persone di fede. Insomma, mi parve che Ratzinger, pur amando realmente il gregge, sulla via di Gesù, ne diffidasse profondamente. Dunque, sotto il profilo della nuova sinodalità, diversi storici parlano di quell’epoca come di un lungo inverno.

  Nel 2015. Il titolo papa Francesco volle riprendere il discorso, in particolare esortando le Chiese in Italia a darsi da fare in quel campo. Ma quasi trent’anni di congelamento avevano lasciato il segno. I corsi di studi dei sacerdoti non formavano ad organizzarla, e anche le altre persone ne sapevano poco o nulla e comunque non la praticavano, al di fuori di alcune esperienze associative, come la nostra Azione Cattolica. Insomma tutto rimase più o meno fermo, salvo qualche convegno di studio in tema.

 Allora il Papa mise al lavoro sul tema  la Commissione teologica internazionale, un organismo collegiale del Dicastero per la dottrina della fede, che nel 2017 deliberò un parere, pubblicato poi nel marzo 2018 con il titolo La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa

 https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

 Nel documento si confermava che la sinodalità rientrava nella tradizione ecclesiale sebbene tra i cattolici non fosse mai stata praticata con l’estensione che ora si stava progettando e se ne definivano le caratteristiche nel quadro dell’ecclesiologia corrente:

 

58 La sinodalità esprime l’essere soggetto di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa. I credenti sono σύνoδοι [sìnodoi] compagni di cammino, chiamati a essere soggetti attivi in quanto partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo e destinatari dei diversi carismi elargiti dallo Spirito Santo in vista del bene comune. La vita sinodale testimonia una Chiesa costituita da soggetti liberi e diversi, tra loro uniti in comunione, che si manifesta in forma dinamica come un solo soggetto comunitario il quale, poggiando sulla pietra angolare che è Cristo e sulle colonne che sono gli Apostoli, viene edificato come tante pietre vive in una «casa spirituale» (cfr. 1Pt 2,5), «dimora di Dio nello Spirito» (Ef 2,22).

[…]

64. Sul fondamento della dottrina del sensus fidei del Popolo di Dio e della collegialità sacramentale dell’episcopato in comunione gerarchica con il Papa, si può approfondire la teologia della sinodalità. La dimensione sinodale della Chiesa esprime il carattere di soggetto attivo di tutti i Battezzati e insieme lo specifico ruolo del ministero episcopale in comunione collegiale e gerarchica con il Vescovo di Roma.

Questa visione ecclesiologica invita a promuovere il dispiegarsi della comunione sinodale tra “tutti”, “alcuni” e “uno”. A diversi livelli e in diverse forme, sul piano delle Chiese particolari, su quello dei loro raggruppamenti a livello regionale e su quello della Chiesa universale, la sinodalità implica l’esercizio del sensus fidei [vedi più avanti la spiegazione di questa espressione] della universitas fidelium (tutti), il ministero di guida del collegio dei Vescovi, ciascuno con il suo presbiterio (alcuni), e il ministero di unità del Vescovo e del Papa (uno). Risultano così coniugati, nella dinamica sinodale, l’aspetto comunitario che include tutto il Popolo di Dio, la dimensione collegiale relativa all’esercizio del ministero episcopale e il ministero primaziale del Vescovo di Roma.

  Questa correlazione promuove quella singularis conspiratio [significa particolare sintonia in un solo Spirito] tra i fedeli e i Pastori che è icona della eterna conspiratio vissuta nella Santa Trinità. Così la Chiesa «tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» [frase tratta dalla Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione “La parola di Dio – Dei Verbum” del Concilio Vaticano 2º].

 

 Nel documento si richiama la concezione del tradizionale  sensus fidei [la capacità innata, istintiva,  a prescindere da studi teologici, che la totalità dei fedeli, non quindi la persona singola o gruppi più o meno estesi, avrebbe di non sbagliare in ciò che crede, distinguendo ciò che viene da Dio]. Leggiamo nel documento:

 

56. Tutti i fedeli sono chiamati a testimoniare ed annunciare la Parola di verità e di vita, in quanto sono membri del Popolo di Dio profetico, sacerdotale e regale in virtù del Battesimo. I Vescovi esercitano la loro specifica autorità apostolica nell’insegnare, nel santificare e nel governare la Chiesa particolare affidata alla loro cura pastorale a servizio della missione del Popolo di Dio. 

L’unzione dello Spirito Santo si manifesta nel sensus fidei dei fedeli. «In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente»[66]. Tale connaturalità si esprime nel «sentire cum Ecclesia: sentire, provare e percepire in armonia con la Chiesa. È richiesto non soltanto ai teologi, ma a tutti i fedeli; unisce tutti i membri del Popolo di Dio nel loro pellegrinaggio. È la chiave del loro “camminare insieme”» [citazione dal documento  Commissione Teologica Internazionale sul sensus fidei, Il “sensus fidei” nella vita della Chiesa ]

57.  Assumendo la prospettiva ecclesiologica del Vaticano II, Papa Francesco tratteggia l’immagine di una Chiesa sinodale come «una piramide rovesciata» che integra il Popolo di Dio, il Collegio Episcopale e in esso, col suo specifico ministero di unità, il Successore di Pietro. In essa, il vertice si trova al di sotto della base. 

«La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. (…) Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la “roccia” (cfr. Mt 16,18), colui che deve “confermare” i fratelli nella fede (cfr. Lc 22,32). Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri”: perché, secondo il significato originario della parola, sono i più piccoli tra tutti».

 

   La distinzione, nell’esercizio della ecclesialità, tra tutti, alcuni e uno, che è ripresa dall’antica concezione del filosofo greco Aristotele, si presenta particolarmente problematica perché nella realtà sociale non è realmente possibile definire con precisione, per attribuirle qualsiasi cosa, un’entità “tutti”, riferita alla totalità del corpo ecclesiale, perché la socialità umana si esprime sempre per gruppi limitati, anche se molto vasti,  e l’individuazione di una volontà collettiva si fa solo e solo, nell’ambito di quei gruppi, mediante vari tipi di procedure, nelle quali, nella nostra Chiesa, è assai arduo integrare realmente centri di potere oligarchici istituiti solo per legittimazione dall’alto e poi un unico centro di potere monocratico superiore a tutti a cui si è nominati per decisione di un collegio oligarchico sempre istituito dall’alto, che rivendicano un’autorità religiosa superiore a quella di tutti,  e infatti finora non ci si è riusciti. Va aggiunto che, di fatto, la definizione degli orientamenti che potevano ritenersi rientrare nel sensus fidei si è fatta solo a posteriori, ritenendo tali quelli che storicamente erano riusciti ad imporsi tra le collettività ecclesiali, sorvolando sul fatto che questo risultato era stato ottenuto anche con forme oggi incredibili di violenza e sopraffazione.

  In qualche modo l’idea di Papa Francesco di suscitare una sinodalità come forma ordinaria di vivere la Chiesa da parte di tutte le persone di fede, in una concordia suscitata dal rimanere legati ad un unico Spirito, voleva creare qualcosa di nuovo, almeno nella nostra Chiesa,  sulla base di costumi di collegialità presenti in varie forme nella tradizione ecclesiale, ma mai praticati con quella estensione. Questo metodo storicamente ha consentito di riformare evitando rotture traumatiche nel corpo ecclesiale.

  Poiché, anche a seguito del parere della Commissione teologica internazionale che sostanzialmente aveva dato il via libera a quell’intento, e ad ulteriori sollecitazioni del Papa, nulla si muoveva  realmente, nel 2021 papa Francesco diede l’impulso a un processo  sinodale sul tema della sinodalità ecclesiale nel quadro del Sinodo dei vescovi, riguardante tutte le Chiese del mondo, e ad un analogo processo riguardante solo le Chiese in Italia.  Partirono nell’ottobre 2021, videro la reale partecipazione anche di persone diverse dai vescovi e si conclusero il primo nell’ottobre 2024 e il secondo nell’ottobre 2025, per l’esigenza di revisionare il documento finale, respinto in prima battuta dall’assemblea sinodale. I entrambi i casi si decise che il processo per suscitare una sinodalità diffusa sarebbe dovuto proseguire. Solo nelle prime fasi di quei processi sinodali vi fu una qualche consultazione delle persone di fede (da noi coinvolse una cinquantina di persone su un totale di praticanti  di circa un migliaio), senza però che si arrivasse alla definizione mediante apposite procedure di una volontà collettiva sinodale di base. I verbali dei lavori confluirono in Diocesi e poi, sintetizzati in poche pagine, alla segreteria dell’Assemblea sinodale.  a Poi i lavori proseguirono con il vincolo per i partecipanti della riservatezza e quindi se ne seppe solo ciò che gli organismi di presidenza vollero far sapere. Nel frattempo, al di  fuori degli organismi sinodali, le cose andarono come al solito e, in genere, nelle realtà di base non se ne parlò più. La cosa rimase chiusa nei dibattiti sinodali e al più tra gli addetti ai lavori e nei circoli culturali animati da altre persone che vi erano particolarmente interessate. La nuova sinodale venne realmente sperimentata nei processi sinodali, e questo è stato un valore importante, ma al di fuori di essi in genere non si tentò di formarvi la gente, ad esempio nella formazione di base, né tantomeno di praticarla.

  I preti delle parrocchie, in particolare, di solito considerano la sinodalità solo come fonte di ulteriori aggravi burocratici, senza reale utilità, per la loro missione, e, se costretti, la inscenano solo come un fastidioso adempimento di quel genere, senza farvi affidamento. Anziani e giovani sono stati formati a diffidare profondamente del proprio gregge, i più giovani, in particolare, per le gravi carenze della formazione ricevuta in seminario durante l’inverno ecclesiale degli ultimi decenni, ormai ammessa dagli stessi docenti, in cui sembra che ci si concentri più che altro   sullo spiritualismo e sui riti, non preparando a vivere tra l’altra gente, come se si trattasse di formare dei monaci.

  I preti considerano le parrocchie come casa propria, e il più delle volte è così perché vivono lì, ma non come la casa anche delle atre  persone di fede che secondo il diritto canonico compongono la comunità parrocchiale, le quali vi vengono accolte, ma anche talvolta respinte, come se la parrocchia fosse un’azienda che fornisce servizi ad un pubblico. Rimanendo nell’analogia, trasformarla in una cooperativa si è rivelato impossibile e in genere è ritenuto anche inutile. Le persone del gregge vengono utilizzate talvolta come manodopera non retribuita, senza un reale coinvolgimento nella progettazione e programmazione delle attività.

  Al dunque, di solito, in parrocchie cittadine di periferia che servono  un bacino di utenti di migliaia di persone, la gente veramente attiva si conta a poche decine e si arriva solo a organizzare le liturgie, messe, matrimoni e funerali, la formazione di base per i più giovani, in particolare per i sacramenti, l’assistenza religiosa per i malati e poco altro. I preti giungono sfiniti alla sera eppure l’offerta religiosa è povera, in particolare per i compiti che nella Chiesa si vorrebbe affidare alle persone cosiddette laiche, vale a dire non inquadrate tra gli addetti ai lavori perché libere da vincoli di stato ecclesiastico. Da qui poi la riduzione dell’influenza sociale della nostra Chiesa. che è più che altro affidata alle relazioni che le gerarchie ecclesiastiche intrattengono con la politica e con il mondo della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa, i vescovi ciclicamente se ne lamentano, sollecitano l’altra gente a darsi da fare in società, ma poi non sono riusciti ad organizzare realmente una sinodalità di base, che di quel lavoro dovrebbe  essere il presupposto,  e talvolta se ne mostrano anche insofferenti dove si manifestano resistenze ad accettare qualche loro orientamento.

 La gente appare ancora appiccicata a vescovi, preti, frati e monaci, vale a dire la Chiesa a cui sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione di massa ci si riferisce quando si dice “la Chiesa fa”, “la Chiesa dice”, come un elemento al di fuori dell’essenziale e che, anche quando è ammesso all’interno, ci sta in posizione precaria, perché, se manifesta un qualche dissenso, lo si può sempre escludere senza problemi e la sua volontà, poi, non conta nulla, perché qualsiasi decisione  collettiva può essere travolta da un gerarca ecclesiastico, a qualsiasi livello. Insomma, al più si sta come consulenti, ma poi i preti fanno come vogliono e, se non lo si accetta, si viene accompagnati alla porta e dimenticati.

  Il triste declino dei Consigli pastorali parrocchiali, sulla carta il principale organismo di sinodalità nelle realtà di base, dimostra chiaramente tutto ciò. A Roma sono obbligatori, qualche anno fa papa Francesco ne ha firmato personalmente lo statuto, ma in molte parrocchie, come la nostra ad esempio, sono caduti in desuetudine e le nuove norme non vengono applicate. Identica fine mi pare che abbiano fatto le Equipe pastorali, istituite nel 2019 proprio per rimediare all’inerzia dei Consigli Pastorali parrocchiali.

 

https://www.diocesidiroma.it/archivio/2019/cardinale/2019_07_11_Lettera%20equipe%20pastorali.pdf

 

 Questo un stralcio della lettera del luglio 2019 con la quale il cardinal Vicario De Donatis ne raccomandò  ai parroci l’istituzione:

 

Ti sarai chiesto certamente cosa significhi questa scelta, quali siano i compiti dell'équipe e con quali criteri si debba selezionare chi ne fa parte.

Proverò a risponderti proprio con questa lettera. È talmente importante la posta in gioco che vorrei che riflettessi con calma su chi coinvolgere, pregandoci anche un po' su. L'individuazione di una buona équipe pastorale è una priorità, perché da questo dipende la riuscita del cammino successivo.

Ti consiglio di scegliere dodici persone che possano collaborare con te stabilmente. Il numero non va preso alla lettera, ma serve per farmi capire: è il piccolo gruppo da cui tutto è partito. Non vanno cercate tra coloro che hanno dimostrato di essere prudenti, misurate e circostanziate, ma al contrario, persone "fuori dalle righe", gente che lo Spirito Santo ha reso degli appassionati dello squilibrio. Non abbiamo bisogno di professionisti competenti e qualificati, quanto piuttosto di cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare cose nuove. Non è il tempo dei pensatori isolati, che elaborano piani a tavolino, ma di quelli che hanno voglia di incontrare gli altri, che non si vergognano di farsi vicini ai poveri e che esercitano una certa attrazione sui giovani.

Qualcuno ha scritto (Accattoli sul Regno attualità 10/2019) che non si tratta di individuare i quadri dirigenti della comunità cristiana, ma gli esploratori coraggiosi, come quelli inviati a perlustrare le vie per la terra promessa. Entusiasti che credono nella brace che sta sotto la cenere, rabdomanti che trovano falde d'acqua in terreni aridi. Magari queste persone finora le hai un po' contenute (sono francamente destabilizzanti!), ma adesso no: le devi tenere vicino, ascoltarle, valorizzarle, lasciarle agire perché possano scomodare la sonnolente tranquillità di tanti.

Faranno degli errori? Li faranno fare a te e alla comunità? È possibile. Ma come sai bene è da preferire "una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita piuttosto che una malata di autoreferenzialità e introversione. Questi dodici quindi sono cristiani che credono nella Resurrezione, nella fecondità dello Spirito Santo mandato dal Risorto e che provano simpatia e non repulsione verso gli altri esseri umani, riconosciuti come fratelli. Per questo saranno capaci insieme con te di quell'ascolto creativo della realtà e delle storie di vita che ci conduca più facilmente ad intuire per quali vie lo Spirito Santo ci sta portando per evangelizzare e costruire la Chiesa del futuro.

 

   Mi pare che la cosa sia stata vissuta nelle parrocchie come l’ennesimo adempimento burocratico, necessario per compiacere la burocrazia. Da noi,  ora, sembra che si ritenga che il compito di quel nuovo organismo, manifestazione di una certa sinodalità ecclesiale, anche se non nella misura in cui sarebbe stata possibile in un Consiglio pastorale parrocchiale, abbia concluso il suo compito con la conclusione del processo sinodale sulla sinodalità delle Chiese in Italia, che tuttavia i suoi protagonisti hanno ritenuto debba essere continuato.

 In realtà, si ha ancora coscienza, tra i vescovi, che questa situazione non va bene e che quindi va modificata. Ecco dunque che, all’esito della seduta del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana tenuta lo scorso marzo si è deciso che nelle comunità ecclesiali occorre connettere la fede con l’agire quotidiano dell'uomo, sia nell’impegno sociale e politico sia sul versante della cultura,  ripensare le comunità e il loro rapporto con il territorio, individuare ambiti di corresponsabilità e coinvolgere  del popolo di Dio nei processi decisionali della Chiesa. Se ne discuterà ancora nell’Assemblea generale di maggio. Evidentemente il nuovo Papa ha deciso di mantenere la spinta propulsiva verso lo sviluppo della sinodalità ecclesiale impressa dal suo predecessore.

  Preparare e approvare  un bel documento sulla sinodalità è sicuramente più semplice che realizzarla in concreto, in particolare convincendo i parroci della sua reale utilità, anche per farli lavorare con più soddisfazione, senza dover constatare di arrivare esausti la sera essendo riusciti a realizzare il minimo o giù di lì di ciò che ci si aspetta da una parrocchia, e talvolta nemmeno quello, come nel settore veramente carente della formazione permanente delle persone adulte.

  D’altra parte le persone che non praticano professionalmente gli organismi ecclesiastici, parrocchie ed altro, hanno poco tempo a disposizione, a parte lavoro, figli, anziani bisognosi di assistenza e nipoti e se, per di più, hanno la prospettiva di dover affrontare anche la diffidenza dei preti, ad un certo punto preferiscono lasciar perdere.

  Sulla base delle esperienze passate è inutile immaginare di poter cambiare le cose in breve tempo.

  Si potrebbe cominciare a praticare la sinodalità in ciò che già c’è per vedere come va, per poi provare ad estenderla gradualmente.

 Il principio di sinodalità si può riassumere in queste parole: “Non senza di noi, non solo da noi”, che va applicato a tutti, ai parroci come a tutti gli altri. Si potrebbe cominciare decidendo che, una volta che una decisione sia stata presa sinodalmente, possa essere modificata solo sinodalmente, non con decisione monocratica del gerarca, salvo casi particolari in cui si debba decidere con estrema urgenza e non ci sia il tempo per convocare un’assemblea sinodale. Questa articolazione minima del principio di sinodalità in genere non viene accettata né praticata dai parroci, e chi, magari al termine, di laboriose discussioni, abbia partecipato ad una decisione presa sinodalmente, poi può trovarsela travolta perché al parroco è venuto improvvisamente in mente di fare diversamente, senza parlarne con nessuno o comunque nel circolo sinodale che quella decisione aveva condiviso. Si è allora tentati, appunto, di lasciar perdere, e non mi sento di condannare chi sceglie quella strada, non avendo in animo di litigare in chiesa.

  Nella Chiesa la via che si è dimostrata più produttiva è quella di partire dalle piccole cose, per poi passare gradualmente a quella maggiori. Instaurare prassi sinodali nel piccolo per poi estenderle.

 Sarebbe raccomandabile sperimentare nel Consiglio pastorale parrocchiale, che potrebbe essere l’organismo per radicare ed estendere gradualmente prassi sinodali. Cominciando dall’attuarne lo statuto. Da noi abbiamo allestito come una sorta di cappella dedicata a papa Francesco la sala più bella della parrocchia, lasciandola poi chiusa a molte attività per paura che ne venga rovinata: si potrebbe cominciare ad utilizzarla nello spirito di papa Francesco per le riunioni del nuovo Consiglio pastorale parrocchiale.

 Concludo osservando che, sulla base dell’esperienza storica, le doti di quelli che si sono rivelati i migliori riformatori sono state la pazienza, la costanza, la determinazione, lo sforzo di migliorare la propria competenza  anche integrandosi con quelle degli altri e lo spirito di benevolenza, che porta a dare poca importanza a offese, sgarbi e alle questioni solo di parole, secondo l’esortazione nella seconda lettera di san Paolo a Timoteo, capitolo  2, versetto 14, «A tutti ricorda queste cose. Scongiurali, davanti a Dio, di evitare litigi sulle parole; sono discussioni che non servono a niente e portano alla rovina quelli che le ascoltano». Bisogna riuscire a tenere insieme tutte  le persone di fede, pur nella grande varietà delle loro culture e degli altri aspetti di socialità. E’ cosa di cui è bene sentirsi responsabili anche se non si hanno uffici ecclesiastici particolari. E verso i nostri vescovi e preti bisogna atteggiarsi, in fondo, un po’  come si fa da genitori verso i figli, perdonando tutto ed esaltando in loro  il bene che c’è e che fanno, con l’atteggiamento del padre misericordioso della parabola, senza tuttavia far mancare mai loro il nostro consiglio e la nostra affettuosa collaborazione, anche se non venga ben accolta o addirittura venga rifiutata. Altrimenti poi, come ricordava Lorenzo Milani, non dobbiamo lamentarci che ci siano venuti su male.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro,  Valli

 

 

martedì 24 marzo 2026

Estratto dall’intervento del 19 marzo 2026 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di dottore honoris causa dell’Università di Salamanca

 

Estratto dall’intervento del 19 marzo 2026 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di dottore honoris causa dell’Università di Salamanca

Excerpt from the speech delivered on March 19, 2026, by the President of the Republic, Sergio Mattarella, at the ceremony conferring an honorary doctoral degree at the University of Salamanca.

(Traduzione in US English dopo il testo in italiano - US English translation following the Italian text)

 

 

Dobbiamo ritrovare l’ambizione dei leader che, nel 1951, nel preambolo del Trattato della Comunità del carbone e dell’acciaio, posero queste parole: “Convinti che il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.

Un’Europa dunque nucleo indispensabile per il mantenimento di quelle relazioni pacifiche che sei anni prima la Carta di San Francisco aveva messo al centro della missione identitaria delle Nazioni Unite.

Un’Organizzazione che nasceva per sottrarre ai singoli Stati – non importa quanto potenti – le decisioni fondamentali su pace e sicurezza, immaginando così una nuova stagione del diritto internazionale fondata su tre pilastri: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.

In cui pace e diritti umani non costituiscono ambiti distinti, bensì dimensioni complementari di un progetto normativo volto a superare la logica del sistema westfaliano.

La pace insomma non coincide con qualsiasi equilibrio ma si realizza in presenza di condizioni di giustizia e di inclusione.

Pensiamo all’articolo 2 della Carta che dispone: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, o in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.”

Mentre nel sistema imperialistico delle grandi potenze la guerra veniva considerata uno strumento legittimo di politica estera, la Carta di San Francisco introduce un divieto generale dell’uso della forza, consentendo soltanto due eccezioni: la legittima difesa e le misure autorizzate dal Consiglio di Sicurezza.

Una norma che definisce i confini della legittimità del potere politico nei rapporti internazionali, rimuovendo la pretesa che la sovranità degli Stati possa consistere nel diritto di muovere guerra.

Quel che avviene in questi ultimi anni in cui assistiamo a progressivi atti di erosione del divieto di muovere guerra nelle contese internazionali.

Come l’articolo 2, per la pace, l’articolo 55 della Carta dell’ONU, per la promozione, dispone il “rispetto universale e l’osservanza dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione.”

L’articolo occupa una posizione centrale nell’architettura normativa dell’ordine internazionale contemporaneo segnando un passaggio storico: i diritti dell’individuo non sono più esclusivamente materia interna agli Stati ma divengono oggetto di interesse della comunità internazionale.

Anche a questo riguardo la distanza tra la formulazione universalistica della norma e la realtà politica di questo periodo appare immane.

La frequenza di violazioni sistematiche dei diritti umani, favorite dal tentativo di rendere marginali le Nazioni Unite, affievolisce l’efficacia dell’ordine internazionale e dei suoi principi.

Una condizione che ha finito per favorire l’attuale controtendenza, rispetto allo spirito di San Francisco, e che vede il riemergere di una insofferenza crescente rispetto alle regole pattuite e agli impegni che ne derivano, liberamente sottoscritti dagli Stati. Questo avviene in nome di un presunto sovranismo assoluto, che si manifesta immemore di dove possa condurre il Leviatano invocato da Hobbes.

Accade così che - in opposizione a quanto si afferma necessario per l’ordinata vita delle singole comunità nazionali – si assista alla delegittimazione delle Corti Internazionali e dei loro giudici, negando il valore del diritto internazionale, rimuovendo la storica scelta di civiltà di predisporre autorità preposte a verificarne il rispetto e a sanzionarne le violazioni.

Osserviamo l’involuzione del sistema multilaterale di controllo degli armamenti e delle relative misure di fiducia reciproca, faticosamente costruite nel periodo della Guerra fredda e nella fase successiva alla caduta dell’impero sovietico.

Stiamo assistendo a un progressivo indebolimento fatto di sospensioni, ritiri, mancati rinnovi.

Un fenomeno che comporta non soltanto una perdita di strumenti di trasparenza, ma anche una trasformazione del regime giuridico internazionale in materia di sicurezza, con conseguenze rilevanti sul piano della prevedibilità strategica e della prevenzione delle escalation.

Trattati paralizzati o rimossi negli ultimi anni.

Non rileva soltanto la cessazione degli obblighi contrattuali, ma la perdita di meccanismi che per decenni avevano fatto crescere la reciproca comprensione e garantito stabilità.

La sistematica inosservanza quando non la aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite, l’abbandono delle organizzazioni settoriali operative del sistema onusiano, lo smantellamento del sistema del controllo degli armamenti, la delegittimazione delle Corti, sono tutti fenomeni che vanno nella medesima sconfortante direzione.

Ne deriva un vuoto, una arbitraria “terra di nessuno”, ambito per ingiustificate scorrerie - in una sorta di rincorsa a rinnovate conquiste, espansioni commerciali, creazione di presunte fasce e aree di sicurezza, con un processo che va a gravare pesantemente sui Paesi e sui popoli più poveri e meno fortunati.

Non possiamo rischiare di dover essere indotti a ripetere le parole con cui, nel 1935, Johan Huizinga apriva il suo “Nelle ombre del domani” scrivendo: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e umanità, ragione e diritto”.

 Lungo tutta la storia moderna abbiamo vissuto cicli in cui sistemi globali sono stati dismessi per essere sostituiti da strutture che riflettevano i tempi nuovi.

Oggi non sembra prevalere il desiderio di dare vita a un progetto più efficace; né, tanto meno, sembrano prevalere i tre pilastri prima richiamati: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.

Una vis destruens che non origina dalla necessità di preparare il terreno a una costruzione migliore, ma – parrebbe – dalla volontà di eliminare quei limiti all’esercizio di una pretesa sconfinata sovranità statale che erano stati definiti per impedire la prevalenza di aspirazioni egemoniche dei gruppi dirigenti in controllo dei Paesi più forti, più ricchi, meglio armati.

L’ordine internazionale è, per sua natura, dinamico, nuovi protagonisti si affacciano, nuove sfide si presentano.

Cosa può fare l’Europa a fronte della recessione del modello cooperativo multilaterale nella gestione dei rapporti tra gli Stati?

Accettare che esso venga soppiantato da una visione contrattualistica fondata sulla competizione?

Tocca all’Europa saper dire di no.

Dire di no all’ampliamento dei conflitti, a una perenne instabilità, con la moltiplicazione dei fronti di crisi.

Come dimostrano le drammatiche vicende che, a partire dal sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, vedono oggi Iran, Libano, l’intera regione medio-orientale e del Golfo, al centro di un arco di crisi di cui non si intravede lo sbocco, con gravissime conseguenze sulle popolazioni.

Dall’assalto russo all’Ucraina in poi si è intensificata la convinzione che l’aggressione possa essere regolarmente praticata nei rapporti internazionali.

Ne conseguirebbe il venir meno di attenzione e di impegno verso le vere crisi che affliggono le popolazioni mondiali: quella climatica, da cui dipendono fenomeni migratori importanti; quella alimentare, quella energetica, quella demografica, quella sanitaria. Le politiche di trasferimento di aiuti tendono a impoverirsi, con incremento delle spese militari.

Anche su questi fronti si giocano valori cari all’esperienza europea come la dignità della persona e la sua libertà.

Valori che abbiamo condiviso con l’altra sponda dell’Atlantico e riassunti da Franklin D. Roosevelt nel discorso delle quattro libertà del gennaio 1941: libertà di parola e di espressione ovunque nel mondo; libertà di culto; libertà dal bisogno, ovunque nel mondo; libertà dalla paura “che – disse - tradotta in termini mondiali, significa una riduzione mondiale degli armamenti a un punto tale e in modo così completo che nessuna nazione sarà in grado di commettere un’aggressione fisica contro un vicino ovunque nel mondo”.

Può apparire che rimanere attaccati a un ordine e a istituzioni che stanno perdendo autorevolezza, efficacia, finanziamenti, sia una ricetta certa per la marginalizzazione del nostro continente.

Eppure, prendere atto dei cambiamenti in corso e non limitarsi a subirli significa avere il coraggio di proporre una visione alternativa alla mera legge di chi appare più forte.

È la strada che l’Europa può e deve percorrere.

Una visione e dei principi al cui servizio dobbiamo porre strumenti e modalità di azione nuovi e flessibili. Adatti ai tempi e fondati su un pensiero sviluppatosi nei secoli, a cui Spagna e Italia hanno ampiamente contribuito.

 

 

We must rediscover the ambition of those leaders who, in 1951, wrote in the preamble to the Treaty establishing the European Coal and Steel Community:
“Convinced that the contribution which an organized and living Europe can make to civilization is indispensable to the maintenance of peaceful relations.”

Europe, then, as an essential cornerstone for preserving those peaceful relations that, six years earlier, the San Francisco Charter had placed at the very heart of the United Nations’ identity and mission.

An organization created to remove from individual states—no matter how powerful—the fundamental decisions concerning peace and security, thereby inaugurating a new phase in international law built on three pillars: the prohibition of the use of force; the principle of the sovereign equality of states; and the universal promotion of human rights.

In this framework, peace and human rights are not separate domains, but complementary dimensions of a normative project aimed at overcoming the logic of the Westphalian system.

Peace, in short, does not coincide with just any balance of power; it is achieved only in the presence of conditions of justice and inclusion.

Consider Article 2 of the Charter, which provides:
“Members shall refrain in their international relations from the threat or use of force against the territorial integrity or political independence of any state, or in any other manner inconsistent with the purposes of the United Nations.”

Whereas, under the imperialist system of great powers, war was considered a legitimate instrument of foreign policy, the San Francisco Charter introduced a general prohibition on the use of force, allowing only two exceptions: self-defense and measures authorized by the Security Council.

This rule defines the limits of legitimacy for political power in international relations, removing any claim that state sovereignty includes a right to wage war.

Yet in recent years we have witnessed a gradual erosion of this prohibition in international disputes.

Just as Article 2 addresses peace, Article 55 of the UN Charter addresses promotion, calling for “universal respect for, and observance of, human rights and fundamental freedoms for all without distinction as to race, sex, language, or religion.”

This article occupies a central place in the normative architecture of the contemporary international order, marking a historic shift: the rights of individuals are no longer solely an internal matter for states, but have become a concern of the international community.

Here too, the gap between the universalistic formulation of the rule and today’s political reality appears immense.

The frequency of systematic human rights violations—encouraged by efforts to marginalize the United Nations—weakens the effectiveness of the international order and its principles.

This condition has contributed to the current reversal of the spirit of San Francisco, with a growing intolerance toward agreed rules and the commitments that freely undertaken states have assumed. This occurs in the name of a supposed absolute sovereignty, invoked with little regard for where the Leviathan described by Hobbes may lead.

As a result—contrary to what is deemed necessary for the orderly life of national communities—we are witnessing the delegitimization of international courts and their judges, the denial of the value of international law, and the abandonment of the historic civilizational choice to establish authorities tasked with ensuring compliance and sanctioning violations.

We are also seeing the regression of the multilateral system of arms control and confidence-building measures, painstakingly constructed during the Cold War and in the period following the collapse of the Soviet empire.

We are witnessing a gradual weakening marked by suspensions, withdrawals, and failures to renew.

This phenomenon entails not only the loss of transparency tools, but also a transformation of the international legal framework governing security, with significant consequences for strategic predictability and the prevention of escalation.

Treaties have been paralyzed or dismantled in recent years.

What is at stake is not only the termination of contractual obligations, but the loss of mechanisms that for decades fostered mutual understanding and ensured stability.

The systematic disregard—if not outright violation—of the UN Charter, the abandonment of operational agencies within the UN system, the dismantling of arms control frameworks, and the delegitimization of courts all point in the same troubling direction.

The result is a vacuum—an arbitrary “no man’s land”—open to unjustified incursions, in a kind of race for renewed conquests, commercial expansion, and the creation of supposed spheres and zones of security, a process that weighs heavily on poorer and less fortunate countries and peoples.

We cannot risk being compelled to repeat the words with which, in 1935, Johan Huizinga opened In the Shadow of Tomorrow:
“We see clearly how almost everything that once seemed firm and sacred to us is now wavering: truth and humanity, reason and law.”

Throughout modern history, we have lived through cycles in which global systems were dismantled and replaced by structures reflecting new times.

Today, however, there seems to be no prevailing desire to create a more effective project; nor do the three pillars mentioned earlier seem to prevail: the prohibition of the use of force, the sovereign equality of states, and the universal promotion of human rights.

What we see instead is a vis destruens that does not arise from the need to prepare the ground for something better, but—rather—from a desire to remove the limits placed on an unbounded conception of state sovereignty, limits originally defined to prevent the dominance of hegemonic ambitions by ruling groups in the most powerful, wealthiest, and best-armed countries.

The international order is, by its nature, dynamic: new actors emerge, new challenges arise.

What can Europe do in the face of the decline of the cooperative multilateral model in managing relations among states?

Should it accept being replaced by a contractual vision based on competition?

It is up to Europe to say no.

To say no to the expansion of conflicts, to permanent instability, to the multiplication of crisis fronts.

As shown by the dramatic events following the bloody terrorist attack by Hamas on October 7, 2023, which now place Iran, Lebanon, and the entire Middle East and Gulf region at the center of a widening arc of crisis with no clear outcome and grave consequences for civilian populations.

Since Russia’s assault on Ukraine, the belief has gained ground that aggression can once again be routinely practiced in international relations.

This would inevitably reduce attention to—and commitment toward—the real crises affecting the world’s populations: climate change, which drives major migration flows; food insecurity; energy challenges; demographic pressures; and public health crises. Aid policies are weakening, while military spending is increasing.

It is also on these fronts that values central to the European experience—such as human dignity and freedom—are at stake.

Values we have shared with the other side of the Atlantic, summarized by Franklin D. Roosevelt in his Four Freedoms speech of January 1941: freedom of speech and expression everywhere in the world; freedom of worship; freedom from want everywhere in the world; and freedom from fear—“which,” he said, “translated into world terms, means a worldwide reduction of armaments to such a point and in such a thorough fashion that no nation will be in a position to commit an act of physical aggression against any neighbor anywhere in the world.”

It may seem that remaining attached to an order and to institutions that are losing authority, effectiveness, and funding is a certain path to the marginalization of our continent.

Yet acknowledging ongoing changes and not merely enduring them means having the courage to propose an alternative vision to the simple rule of the strongest.

This is the path Europe can—and must—take.

A vision and a set of principles that require new, flexible tools and modes of action—adapted to our times and grounded in a tradition of thought developed over centuries, to which Spain and Italy have made substantial contributions.

 

domenica 15 marzo 2026

OMELIA DEL CARD. ZUPPI AI VESPI DELLA GIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA GUERRA NEL VICINO ORIENTE

 

Card. Zuppi: non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile

Da: https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-non-ci-stanchiamo-di-dire-che-la-guerra-e-inutile/

Il 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha celebrato i Vespri nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara). Pubblichiamo di seguito l’omelia. 

Papa Leone ha chiesto di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Per questo preghiamo e invochiamo perché la sua richiesta accorata venga accolta. Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado. La spirale rivela che la guerra ha solo una terribile logica, geometrica, che una volta liberata condiziona anche chi l’ha innescata, costringendolo a fare quello che forse non vorrebbe. È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia, da palombari che scandagliano le cause e cercano le trame di dialogo e relazione profonde. La diplomazia è tutt’atro che prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi. Non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza. Scrisse Papa Francesco nella Spes non Confundit: «L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura» (n.8). È la guerra che crea solo altri problemi ben più gravi dei precedenti. Si arriva a uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto! Come si può credere dopo alla volontà di confronto?

Per risolvere i conflitti bisogna andare e lezione dalla storia, per capirne le cause antiche e recenti, che spesso si sono modificate ma che occorre affrontare perché sia davvero una pace giusta. Ad esempio, la non applicazione degli accordi di Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele. Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico. Ma chi è nemico? Chi lo definisce tale? Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente “obiettivi spazzatura”. L’intelligenza artificiale fa il resto. Si inseriscono centinaia di obiettivi nel sistema e si aspetta di vedere chi si può uccidere e quando. Si eliminano così intere famiglie, colpendo senza sapere o con la presunzione di sapere e di averne diritto. Chi ha diritto? E poi cosa fare dopo, a guerra finita? Non dovrebbe essere questo il rigoroso fine? Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini? Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. È sempre una sconfitta per tutti. Anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva.

La guerra non è mai uno strumento della politica perché la guerra è una macchina di morte che impone una sua propria logica. Tutte le guerre sono guerra tra civili: fratelli che uccidono fratelli perché in guerra la vita umana perde ogni valore. Il suo veleno non finisce mai, segna e inquina la vita per sempre, nel corpo e nella psiche. Ogni guerra lascia l’aria contaminata da un’epidemia di inimicizia. Ecco perché pregare e digiunare, perché crediamo che tutto può cambiare e da credenti l’impossibile possa realizzarsi.

«Risplenda la tua lampada sopra il nostro cammino, la tua mano ci guidi alla meta pasquale». E la Pasqua è anche la pace piena che Gesù ci affida. Lo abbiamo ascoltato dall’autore della lettera agli Ebrei: «Non ci perdiamo d’animo». Nella Fratelli tutti Papa Francesco ci ricorda quante occasioni abbiamo perduto e delle quali chiedere perdono, ma anche imparare per non farlo più: «Non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (nn.260-261). In questi «tempi bui» vogliamo che brilli la luce di uomini e donne che scelgono di essere artigiani di pace cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta. Dipende da noi.

Nel messaggio per la Quaresima Papa Leone lo ha chiesto in maniera diretta e molto concreta ricordando il senso del digiuno e della sua dimensione comunitaria: «Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore». Ora si arriva all’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire sicurezza. E guai a quanti per convenienza, opportunismo, ignoranza, calcolo seminano odio, pregiudizi, eccitando l’idea del nemico invece di cercare quello che unisce! Saggiamente un grande europeo recentemente scomparso affermava che «l’Europa può essere utile non solo ai nostri cittadini e paesi, ma può aiutare il mondo intero ad avere regole per una convivenza civile e pacifica». Ma deve avere l’anima per poterlo fare!

Lo spirito religioso può consentire di lavorare per l’unità. Quei cristiani, che coraggiosamente costruirono l’architettura dell’Europa e che lo fecero da cristiani per tutti e insieme a tutti, ispirino altri a cercare con audacia soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione e responsabilità. Che le religioni tutte si impegnino in questo, perché Pace è il nome di Dio. Insegna la sapienza ebraica espressa dal rabbino Shimon Gamliel che «quando vedeva due persone che si odiavano andava da uno dei due e gli diceva: “perché odi quel tale, che è venuto a casa mia e si è prostrato davanti a me e mi ha detto: mi sono comportato male con quel tale, vai a calmarlo nei miei confronti”: e poi andava dal secondo e gli diceva la stessa cosa che aveva detto al primo e in questo modo metteva pace amore e amicizia tra una persona e l’altra».

«Tutte le bugie sono proibite, ma si può mentire per mettere pace tra una persona e l’altra», dicono i rabbini, spiegando come una giustizia rigorosa fosse incompatibile con la pace e sostenendo la necessità del compromesso come mezzo per temperare la giustizia con la pace. Cerchiamo la pace, anche e soprattutto quando non c’è e sembra impossibile. Non si vive senza. Non rendiamo la pace una tregua. Sant’Agostino dice che «sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra» (Ep. 229,2). Solo insieme se ne esce. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza.

I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri. E Dio, che ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo, suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza, ci aiuti a sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello. Il giudizio di Dio ci ispiri a dominare l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio. Tanti operatori di pace aiuteranno l’architettura per una casa comune di fratelli tutti.

13 Marzo 2026