Ricostruzione dell'aspetto del primo progenitore dei mammiferi, denominato Morganucodon. Viveva circa 200 milioni di anni fa. Si stima che avesse le dimensioni di un toporagno.
AC VIVE A ROMA VALLI
Blog al servizio dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia San Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli
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Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.
This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.
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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)
Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)
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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.
Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.
Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.
Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.
Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:
- condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
- un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;
Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.
La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.
Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma
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```lunedì 23 febbraio 2026
Organizzare la sinodalità 5
Organizzare la sinodalità – 5
Ogni ambiente sociale ecclesiale può
sostenere un particolare tipo di sinodalità. Prima di iniziare a lavorarci
sopra, è necessario quindi capire quale
sia.
In una parrocchia a questo non si pensa, di solito.
Si pensa ad un’offerta di attività organizzate e si vede chi ci sta, chi ci
viene. Si lavora con quelle persone, e le altre le si lascia perdere. Di tanto
in tanto compariranno, per una qualche liturgia particolare, per celebrare una
ricorrenza della vita, per portare una figlia o un figlio al catechismo. Ma non
si avvicineranno più di tanto.
Circa ottomila persone, ho stimato, gravitano
intorno alla nostra parrocchia per le
loro esigenze religiose, circa un migliaio si presentano regolarmente ad un
qualche tipo di liturgia, in prevalenza le persone più anziane e quelle che
hanno figlie e figlie nelle età della fanciullezza o della prima adolescenza, non
più di trecento frequentano anche altre attività organizzate in parrocchia e poche
decine, preti compresi, sono impegnate in attività sinodali in senso lato, che
prevedano un’effettiva partecipazione, in qualche modo. Al dunque, la parrocchia
è proprio, in realtà, quelle decine di persone, e solo quelle. Le altre
sono gente che viene e che va, che a stento si riuscirebbe a ricordare. Non un
grande risultato, obiettivamente. Eppure sono sicuro che i preti arrivano sfiniti
al termine delle loro giornate. Questo perché il circolo della sinodalità è
troppo ristretto.
D’altra parte, allargandolo, si rischia di
perdere il controllo di quello che si fa e che allignino le stranezze
misticheggianti che sempre si manifestano in religione, e che non di rado sono anche
incoraggiate, perché tutto sommato è il modo più semplice per mantenere un
collegamento con la gente. In effetti, nonostante tutta la pretesa secolarizzazione
della nostra società, il sacro affascina ancora. La gente accorre, diventa
folla, intorno a certe realtà aumentate inscenate evocando il sacro.
L’altro giorno in televisione, in una
trasmissione da Assisi, dove c’è l’ostensione di ossa attribuite a san Francesco,
un frate, rispondendo ad una domanda di una giornalista, si è definito “specialista
del sacro”. Se lo dice lui, sarà come dice, ho pensato, ma non so quanto
questo abbia poi a che fare realmente con l’evangelizzazione.
La sinodalità richiede qualcosa di più
profondo e di più ancorato alla realtà. Però a questo non si è formati, né da
piccoli, né da grandi. Si viene in chiesa per sentir parlare del sacro, per vederlo
agire nelle liturgie, per contemplarlo nell’architettura e negli arredi. Se ne
è coinvolti emotivamente finché dura la messa in scena e poi si torna con i
piedi per terra.
Io comincerei dal chiedermi: c’è in
parrocchia gente che ha esigenze di sinodalità e che ha il profilo e le
competenze necessari per viverla? Temo che l’indagine potrebbe demoralizzare.
Tutto sommato alle persone sta bene che la chiesa sia il luogo dove si va a
sentire il prete e lasciar fare tutto a lui. L’impegno costa tempo e fatica, il
tempo è poco soprattutto nelle età centrali della vita, in cui si arriva a sera piuttosto
stanchi.
Il
Consiglio pastorale parrocchiale dovrebbe essere l’organismo che stimola e
sorregge la sinodalità, vivendola prima di tutto al suo interno. Da noi, come
in molte altre parrocchie, è caduto in desuetudine, così come quella sorta di
suo doppione, in teoria più dinamico e agile, che è l’equipe pastorale. Questi
due organismi potrebbero cominciare con l’organizzare audizioni della gente per
intercettare le sue esigenze e le sue capacità di sinodalità e anche una vera e
propria scuola di sinodalità, in cui cominciare a farne tirocinio.
L’obiettivo potrebbe essere quello di indurre
e sostenere una rete parrocchiale di circoli sinodali, nei quali cominciare ad
andare oltre la semplice partecipazione passiva, quando si va per ascoltare e
al più per ripetere preghiere secondo un copione scritto in altra sede.
In un circolo sinodale, come lo stesso Consiglio
pastorale parrocchiale può iniziare ad essere, si porta la propria vita a
contatto con una fede condivisa, mentre adesso rimane in genere fuori, o meglio
solo dentro di sé.
Così
poi ci si può orientare sul da farsi decidendo insieme e dividendosi i compiti,
senza che tutto ricada sulle spalle del prete. Non tanto per quello che c’è da
fare in parrocchia, ma per ciò che conviene fare fuori, nella società civile intorno.
Un circolo sinodale può diventare in tal modo una importante istituzione per l’orientamento
personale, qualcosa che va anche sotto il nome di mondo vitale, perché dà
senso alla vita.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
Organizzare la sinodalità - 4
Organizzare la sinodalità - 4
Istituzioni a base comunitaria come le parrocchie, viste come realmente sono, non si presentano come una comunità ma come un coacervo di relazioni sociali di vario genere, alcune delle quali con caratteristiche comunitarie e altre no.
Una comunità è una cerchia di amicizie, che comporta frequentazione abituale e condivisione di qualche aspetto della propria vita.
Gli esseri umani, per insuperabili ragioni fisiologiche legate in particolare a come si manifesta la loro mente, non sono capaci di cerche amicali vaste, e quindi di comunità che vadano oltre la loro capacità amicale naturale, che, su base sperimentale, si è visto non superare all’incirca 150 persone, alle quali però non ci si lega con la medesima intimità, ma secondo relazioni organizzate spontaneamente per cerchie concentriche, con relazioni via via più superficiali allontanandosi dal centro.
Le forme organizzative che coordinano le vite di più gente sono mediate dal mito, da elementi leggendari, dal rito e dal diritto. È questo è vero anche per una grande parrocchia come la nostra.
Vediamo miti, leggende e riti all’opera nel grande evento che si sta svolgendo ad Assisi, con l’esposizione pubblica, in una teca trasparente, delle ossa dello scheletro attribuito a Francesco d’Assisi.
Per la mia professione ho assistito a molte autopsie. Nelle indagini giudiziarie i corpi delle vittime sono anche un’importante fonte di informazioni, le quali, rilevate dal medico legale o dall’anatomopatologo che esegue la procedura, devono essere organizzate come elementi di prova dallo specialista in materia legale, magistrato, avvocato, criminologo che sia. Tuttavia ho sempre vissuto con orrore la spiacevole consuetudine di clero e religiosi di esporre ossa e mummie di santi e sante per organizzarvi intorno leggende e riti e così far convergere le masse. Questo è quanto di più lontano si possa immaginare dalla sinodalità ecclesiale, anche se l’allestimento suscita forti emozioni e in qualche modo quindi gratifica.
Qualcosa del genere è stata organizzata a Mosca, in Russia, con il mausoleo dove è esposta la mummia imbalsamata del leader comunista Lenin. Paradossalmente il suo mito è sopravvissuto alla caduta del comunismo leninista in Russia ed è ora utilizzato dall’attuale regime, inserendolo nel più vasto mito del “mondo russo”.
Anche la sinodalità, come ogni altra forma di costruzione sociale non può fare a meno di mito, leggenda, rito e diritto, ma si connota per relazioni comunitarie reali, non solo immaginate, con una specifica finalità che è quella partecipativa, secondo il principio “Non senza di noi, non solo da noi”.
In un evento come quello di Assisi di questi giorni, manca del tutto il “Non senza di noi”, anche se va moltissima gente, ma ridotta alla condizione di semplici figuranti di un rito che ha al centro la glorificazione di clero, religiosi, gerarchia, Papato romano, vale a dire degli elementi più critici per la sinodalità.
Tutto questo, però, dovrà convivere a lungo con lo sviluppo della sinodalità nella nostra Chiesa. Inutile e controproducente perdere tempo e sprecare forze criticandone l’utilità a fini religiosi, che in qualche modo c’è ancora, perché, appunto, l’hanno sempre i miti, le leggende e i riti. Ma, ed è questo che bisogna capire, una ecclesialità basata più che altro sui miti dei santi e dei loro corpi è troppo povera e, soprattutto, non permette di lavorare bene nella società per compiervi la missione delineata dalla dottrina sociale, infondendo nelle società la novità dei principi evangelici.
Detto questo, si è appena agli inizi, ma un passo avanti si è comunque fatto se si è acquisita consapevolezza che il lavoro in un gruppo sinodale è necessariamente diverso dalle consuetudini, ad esempio, di un gruppo di preghiera o di quello che partecipa a un qualche pellegrinaggio. La sinodalità non serve a rafforzare l’immaginario collettivo ed emotivo, ma a portare la vita reale delle persone dentro la vita ecclesiale, non semplicemente intorno.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
sabato 21 febbraio 2026
Organizzare la sinodalità - 3
Organizzare la sinodalità – 3
Quando si pone mano a qualsiasi cosa nella
nostra Chiesa ci si trova davanti ad ostacoli apparentemente insormontabili, a
meno che non si rimanga allo stato delle consuetudini e frequentazioni informali.
La nostra struttura istituzionale
ecclesiastica è assolutistica e a me qui non interessa minimamente discuterne
la legittimazione e la fondatezza teologica. Non sono, non voglio essere, non
voglio essere considerato qualcosa di simile a un teologo. Anche se avessi in
qualche misura una competenza sufficiente, e non l’ho, rifiuterei l’ufficio di
teologo, pur consapevole che, come tanti altri mestieri necessari ma spiacevoli,
esso ha una sua ragion d’essere in ambito ecclesiastico. Ma a causa delle
teologie si è fatto tanto male, vi sono state violenze così efferate, e a questo
sono state portate di volta in volta tante giustificazioni, perché io possa in
coscienza anche solo considerare l’idea di spacciarmi per qualcosa di simile a
un teologo, almeno fino a che la comunità scientifica dei teologi non farà i
conti veramente con tutto quell’orrore che permea la storia fin dalle origini. Fatto
sta che lo strumento principale dell’assolutismo ecclesiastico è proprio la
teologia.
Non si può aprir bocca nella nostra Chiesa senza
che l’armamentario teologico reagisca per chiudertela.
In Italia la partita s’è chiusa con l’unità
nazionale, a lungo scomunicata dal Papato romano, espellendo la teologia dalle
università statali. E’ stato osservato che così, però, si è costretta la
teologia cattolica sotto il giogo dell’assolutismo ecclesiastico. Nelle Università pontificie, istituzioni di grande valore
propriamente scientifico, anche nelle discipline teologiche, la vita mi pare
sempre un po’ precaria: basta una parola di un gerarca a cancellarti e
tacitarti.
Così è e non dobbiamo aspettarci che cambiamenti
avvengano a stretto giro, come si dice. Ad alcune persone questo rassicura,
vale a dire che la nostra Chiesa sia indietro di trecento anni, come riteneva
una nostra grande anima, il caro Carlo Maria Martini, perché andando così lenti
non si rischia di essere sballottati qui è là dalle mode del momento. Io
osservo che questa arretratezza, che si è fatta selettiva, perché riguarda più
che altro ogni questione in cui è coinvolto l’esercizio del potere ecclesiastico,
ha fatto soffrire tanta gente di valore, con uno sconsiderato spreco di risorse
umane.
Ma come tenere tutto insieme senza questo giogo
dell’assolutismo ecclesiastico? Ad un certo punto è sempre servito, mi ha obiettato un amico in
una degli scorsi incontri del Movimento ecclesiale di impegno culturale. Non c’è
altro modo per gestire la complessità dei sistemi che l’ordine gerarchico. La
storia lo dimostra chiaramente, fin dall’antichità.
Osservo, però, che conviene partire da questo
punto: da vent’anni si cerca di rivitalizzare le Chiese in Italia, in
particolare richiamando ad un maggiore impegno le persone non legate a
particolari condizioni di vita ecclesiastiche, vale a dire i più, e non ci si
riesce. Con il regno di papa Francesco si è pensato di farlo stimolando una
sinodalità ecclesiale in un modo che non c’era mai stato in passato, vale a
dire estendendola a tutti gli ambienti e a tutte le persone, quale che sia il
loro stato ecclesiastico.
Un anziano gerarca ecclesiastico, che ha dominato
in Italia al tempo di quello che alcuni storici della Chiesa hanno iniziato a
definire un lungo inverno, durato all’incirca del 1985 al 2005, addirittura
più o meno una generazione, ha detto che, così facendo, quel Papa non ha tenuto
sufficientemente conto della tradizione. E come dargli torto? Ma che triste e
feroce tradizione è stata quella dell’assolutismo!
Una
volta che ci si è decisi per questa sinodalità (ampiamente praticata nelle
altre Chiese cristiane), si può passare oltre alle questioni teologiche,
dandole per risolte (si è espressa anche la Commissione teologica
internazionale), e si può passare all’aspetto pratico, che è molto importante,
perché è inutile teorizzare di sinodalità prima di averla messa in pratica
sulla base del semplice, evidente, principio dell’agàpe evangelica.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa
- Roma, Monte Sacro, Valli
lunedì 9 febbraio 2026
Organizzare la sinodalità – 2
Organizzare la sinodalità – 2
Nelle loro immaginifiche costruzioni, i
teologi tendono a presentare la sinodalità come un unico e uniforme modello di
vivere la Chiesa, nelle varie relazioni umane al suo interno. Nei processi
sinodali celebrati negli anni scorsi, è emersa invece la consapevolezza che la
sinodalità va adattata ai vari contesti sociali dove la si vuole indurre. Questo è comunque sempre un modo di pensarla dall’esterno
al modo di demiurghi, vale a di architetti sociali.
In realtà, una volta che si è convinti della bontà
della convivenza sinodale, come espressione dell’agàpe evangelica, meglio
ragionare, sì, su come organizzarla avendo come riferimento la collettività
specifica, ma tenendo conto delle sue esigenze e capacità di sinodalità, quindi
sulla base dei moventi sociali che essa esprime e poi ponendosi all’interno di essa.
In genere, i modelli di sinodalità proposti
alla gente, in particolare nelle collettività di prossimità, come le
parrocchie, le uniche realmente esistenti, in cui possono svilupparsi reali
rapporti umani e in cui la coesione è
meno mediata dal mito e dal diritto, a differenza dei livelli (considerati)
superiori (almeno a livello gerarchico) in cui quegli elementi sono
preponderanti, sono troppo esigenti, e soprattutto non tengono conto della concreta
realtà umana di riferimento.
Ad esempio: non è ragionevole, se si vuole
essere efficaci, proporre a modello la sinodalità espressa da monaci e frati,
se la collettività di riferimento è fatta di persone libere da particolari
obblighi di stato religioso. E non prenderei come riferimento le vite di
particolari santi e sante molto popolari, come ad esempio Francesco d’Assisi, perché
inarrivabili in concreto dai più, anche tenendo conto che le narrazioni sulle
loro vite hanno presto o tardi virato verso la mitologia, e il mito, per
definizione, rimane inarrivabile. Sui pesanti condizionamenti mitologici che gravano
sulle narrazioni riguardanti Francesco d’Assisi, possono leggersi due
interessanti saggi di divulgativi, rispettivamente di Alessandro Barbero, San
Francesco, Laterza 2025, e di Giulio Busi, Il cantico dell’umiltà. Vita
di San Francesco, Mondadori 2025, disponibili anche in formato eBook e
Kindle.
La sinodalità dovrebbe potersi espandere per
contagio imitativo, non per imposizione di specialisti demiurghi, peggio se
persi nelle fantasie della teologia, le quali non sono tali solo se rimangono
nell’ambito loro proprio, della ricostruzione razionale della fede ecclesiale
anche considerandone gli sviluppi storici, ma lo diventano a contatto con la realtà
sociale, specialmente quando si sogna di poterla plasmare secondo quelle
fantasie.
Chi vuole dare una mano al processo dovrebbe
anzitutto studiare dall’interno, come sua parte, la collettività su cui pensa
che si debba lavorare, e poi trarne le conclusioni.
Una volta, Joseph Ratzinger, fine teologo, criticò che dagli anni Sessanta il prete debba dire
la messa rivolto verso la gente, invece che verso l’altare con al centro il
Tabernacolo, con all’interno ciò che la teologia descrive come Santissimo
Sacramento, vale a dire la presenza
reale di Cristo, sotto le specie eucaristiche. Il prete deve guardare
la gente, ma spesso non è un bello spettacolo, osservò. Ecco, questo
atteggiamento che ogni teologo più o meno ad un certo punto esprime, almeno
nella mia esperienza, è particolarmente controindicato nel caso si voglia
suscitare la sinodalità in una collettività di fede. Non che ci si sbagli
sempre nel valutare in quel modo la gente che viene a messa: effettivamente la
società non sempre è un bello spettacolo, e, anzi, raramente lo è veramente e del tutto, parlando
sinceramente. Ma qual è l’insegnamento evangelico in proposito? Gesù venne
tra noi per rivolgersi alla bella
gente? E poi, se fossi prete o teologo, comincerei con il guardare me
stesso dal punto di vista dell’estetica spirituale: persone superlative ci sono
state e ci saranno sempre, ma in genere, se si affronta onestamente questo
esercizio, ci si ritrova in mezzo all’altra gente che si era tentati di
disprezzare. E’ da lì che bisogna partire. Perché, però, non rivolgersi, tutti
insieme, al soprannaturale di cui ci parlano le teologie, distogliendo lo sguardo da sé stessi e dalle altre persone intorno, e finirla lì? Osservo
che non mi pare questa la missione che ci è stata affidata.
Gesù si avvicinò e
disse: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Perciò andate,
fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo; insegnate loro a ubbidire a tutto
ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i
giorni, sino alla fine del mondo».
[Mt 28, 18-20 Traduzione interconfessionale
in lingua corrente]
Comunque, lascio ai teologi la questione.
A me basta osservare che, in base all’esperienza pratica, e ormai la mia è
piuttosto lunga, se non si opera dall’interno della collettività in cui si vuole indurre la
sinodalità e non si tiene conto delle sue esigenze e capacità di sinodalità, la
cosa semplicemente non funziona.
E,
invece, nei primi tre secoli dell’era cristiana, quando l’effervescenza sociale
fu massima e anche massima la sinodalità pluralistica, la cosa funzionò,
eccome, ma, attenzione, non come in genere si immagina quando la si mitizza e
non per un maggior sforzo missionario, ma per quella propagazione a modo
di contagio di cui dicevo.
Mia madre studiò catechetica all’Università Salesiana
di Roma. Tra i suoi libri di testo ebbe di Ludwig Hertling, Storia della
Chiesa. La penetrazione dello spazio umano ad opera del cristianesimo, uscito
nel 1967 in tedesco ed edito da Città Nuova nel 1974. Hertling insegnò a lungo storia
ecclesiastica all’Università Gregoriana di Roma. Il suo testo uscì due anni
dopo la fine del Concilio Vaticano 2° e
ne tiene conto. Lo utilizzo, anche se datato, perché non può essere
sicuramente tacciato di imprudenti fughe in avanti.
Leggo a pag. 29 e 30, nel paragrafo La
diffusione del cristianesimo del primo capitolo, La fondazione della Chiesa
e il suo sviluppo nei primi tre secoli:
Noi dobbiamo raffigurarci i successi
missionari dei primi banditori della fede, almeno per quanto riguarda il numero
dei convertiti, in proporzioni piuttosto ridotte. Ben raramente essi riuscirono
nelle singole città a guadagnare più di qualche famiglia e piccoli gruppi
familiari. Non troviamo infatti in nessun luogo tracce di conversioni di massa,
di intere località o regioni che abbiano accolto la fede cristiane. Ancora nel
III secolo Origene dice: «Non siamo un popolo. Ora in questa, ora in quella
città, un piccolo numero è giunto alla fede, ma giammai, fin dagli inizi della
predicazione della fede, si è unita a noi di
colpo un’intera popolazione. Non è di noi come del popolo giudaico o di
quello egiziano, quasi fossimo una stirpe perfettamente omogenea: i cristiani
si reclutano ad uno ad uno e provengono dalle più diverse popolazioni» [Dall’omelia sul salmo 36], L’idea di parecchi storici
recenti , che il cristianesimo si sarebbe diffuso alla maniera di un’ondata di
entusiasmo è errata. Le conversioni non si verificarono in seguito a
suggestioni di massa, ma ciascun convertito era personalmente cosciente di ciò
che faceva. Solo ciò spiega anche lo stupore dei pagani, già espresso da Plinio
e di cui più tardi Tertulliano dà notizia, al vedere che si incontravano
dappertutto cristiani sena che nessuno sapesse donde provenissero.
[…]
E’
in genere sorprendente che nelle fonti cristiane fino al IV secolo, e anche
oltre, si accenni appena ad uno slancio o magari ad un entusiasmo missionario.
Si era evidentemente così abituati a veder sempre nuovi uomini presentarsi per
essere accolti tra i cristiani, che non si avvertiva affatto il bisogno di
aprire apposite vie alla diffusione del Vangelo. Anche gli scritti degli
apologisti, che si rivolgono ai pagani, non sono veri e propri scritti di
propaganda. Essi si limitano a rigettare gli attacchi.
L’agàpe, la sinodalità, la democrazia, ogni
forma di convivenza sociale non dominata dalla prevaricazione e dalla violenza,
si sviluppano progressivamente verso forme più intense e più inclusive, a
partire dalla situazione concreta di una particolare collettività di
riferimento, tenendo conto dei vari fattori che connotano le società umane, l’età,
le culture di provenienza, le tradizioni ricevute, le pressioni che in concreto
vengono dall’ambiente. Lo si capì a caro prezzo nell’azione propriamente missionaria
tra i popoli cosiddetti primitivi, dove si toccarono punte di ferocia
incredibili, almeno agli inizi, per rovesciarne completamente l’impostazione a
ridosso e dopo il Concilio Vaticano 2°.
Ad
alcune persone questo non piace: o tutto o meglio niente, non accettano mezze
misure. Si vuole ottenere subito il massimo, per dire, ad esempio, che si segua
la via veramente esagerata (anche per i suoi tempi) di un Francesco d’Assisi, consigliano, che però fu abbandonata rapidamente, lui stesso ancora vivente, perché non corrispondente
alle esigenze e alla capacità degli stessi uomini che si era fatti frati secondo
la sua regola. Così adesso quella figura di santo è rifluita nel mito e lì
svolge la sua importante funzione, perché nella costruzione sociale li mito è
indispensabile. Ma non è rifugiandosi solo in quel mito che si è sviluppata la
straordinaria, immensa, missione evangelizzatrice francescana nel mondo, e in
particolare nei tristi USA di oggi che sembrano averne perso coscienza dove, dalla California al Texas,
troviamo grandi città che la ricordano, San Francisco, San Diego, San Josè
(contea di Santa Clara). Los Angeles, Santa Cruz, San Antonio, San Juan, El Paso,
Corpus Christi.
La sinodalità, come l’agàpe, rientra nell’interiorità
profonda di ogni persona di fede, ma non se ne è capaci tutte e tutti nella
stessa misura: la si impara e la si sviluppa vivendola, e specialmente cercando
di viverla in collettività sempre più ampie e aperte alla gente intorno. Si sbaglia,
ci si corregge, si ritenta: ciò che c’è nel motto provando e riprovando, vale a dire provando,
correggendosi e ritentando dopo essersi corretti, adottato dal Seicento nel pensiero
scientifico moderno.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli
domenica 8 febbraio 2026
Organizzare la sinodalità – 1
Organizzare la sinodalità – 1
La sinodalità è un modo comunitario di vivere
la fede cristiana, fondato sull’agàpe: una forma di solidarietà empatica che si
esprime nella sollecitudine reciproca e misericordiosa, nella mitezza delle
relazioni personali e sociali, e in un esercizio dell’autorità basato
sull’autorevolezza riconosciuta. Essa comporta inoltre la ferma volontà di non
escludere alcuna componente della comunità e, al tempo stesso, di integrare
chi, provenendo dall’esterno, chiede di farne parte.
L’elemento
propriamente cristiano è l’agàpe, parola che ricevemmo dal greco antico del
Nuovo Testamento e che è l’oggetto del comandamento nuovo, lì dove è scritto
che fu detto che ci fu lasciato il comandamento, appunto, di fare agàpe.
«Io vi do un
comandamento nuovo: fate agàpe gli uni con gli altri. Fate agàpe
come io ho fatto agape con voi! Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi farete
agòpegli uni gli altri».
Questa la traduzione letterale del brano
evangelico del comandamento nuovo che si trova nel Vangelo secondo Giovanni,
capitolo 13, versetti 34 e 35, che in greco è scritto così
ἐντολὴν καινὴν
δίδωμι ὑμῖν ἵνα ἀγαπᾶτε ἀλλήλους, καθὼς ἠγάπησα ὑμᾶς ἵνα καὶ ὑμεῖς ἀγαπᾶτε ἀλλήλους. 35ἐν τούτῳ
γνώσονται πάντες ὅτι ἐμοὶ μαθηταί ἐστε, ἐὰν ἀγάπην ἔχητε ἐν ἀλλήλοις.
e si legge
Entolèn kainèn dídomi umìn ìna agapàte
allèlus,
kathòs egàpesa umàs, ìna kài umèis agapàte allèlus.
En tùto gnòsonte pàn-tes òti emòi mathitài èste,
eàn agàpen èchete en allèlois.
dove ho evidenziato in
grassetto le parole che contengono agàpe e che in italiano traduciamo con amate,
ho amato, amore,
Io vi do un
comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato! Da questo
tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri».
con la
possibilità dell’equivoco, che non può esservi nel greco antico, che si tratti più che altro di amore sentimentale,
di un trasporto emotivo, invece di un atteggiamento intenzionale, pratico, gratuito, effettivo, di cura,
sollecitudine, responsabilità verso le altre persone umane nelle relazioni con
loro, comprese quelle nelle quali si costruiscono le società e le si guidano.
Questo, per
chi, come me, non è teologo e non vuole
esserlo, o peggio solo sembrare tale senza esserlo veramente, è tutto
l’essenziale che serve per costruire la sinodalità ecclesiale. Lo direi così:
la sinodalità ecclesiale è l’agàpe evangelica, il comandamento nuovo.
La pratica in base alla quale, è scritto, si è riconosciuti come persone
cristiane.
Detto
questo, non si è neppure iniziato a fare sinodalità, anche se è
importante inserire i propri propositi di costruirla in un contesto evangelico.
Ecco,
nei quattro anni di confronti nelle
nostre Chiese in Italia sul tema della sinodalità, dall’ottobre 2021
all’ottobre 2025, si è arrivati più o meno solo a quel punto, salvo che per un
elemento, per altro molto importante: in quegli incontri si è cercato realmente
di praticare la sinodalità. E’
un’esperienza che ha coinvolto tanta gente, certo, ma una esigua minoranza, se
si considera quel numero a confronto con quello di tutte le persone che,
in Italia, in qualche modo, affidano la loro vita alla fede vissuta tra noi.
Dal mio
punto di vista, finora si è data troppa importanza ai teologi, che dovrebbero
iniziare a ragionare dopo che si
sono sperimentate esperienze agapiche, perché danno molta importanza
alle tradizioni e, almeno nelle nostre Chiese, una esperienza sinodale estesa a
tutte le persone di fede non s’è mai vissuta, tranne, si pensa, alle origini, per
le quali, tuttavia, le fonti affidabili sono molto carenti, per cui possiamo
limitarci solo a congetturare.
A ciò che ho
letto, da persona colta e non da specialista in discipline storiche o
teologiche, le comunità cristiane delle origini non ci sono note, infatti, attraverso fonti sistematiche, ma solo per
tracce episodiche e localizzate, senza che storicamente emerga un modello unico
e normativo delle comunità cristiane primitive. Un bel problema, perché le
teologie cristiane spesso hanno fondato le loro idee di riforma sul proposito
di tornare alle origini, e questa ultime sono tutt’altro che chiare, salvo volersi immaginare un
passato in linea sui propri propositi
per il futuro. Ma, appunto, lascio la questione ai teologi.
Se vogliamo
cominciare a praticare la sinodalità, sperimentandola dal basso, come è
assolutamente consigliabile nella nostra situazione ecclesiale, l’idea e il
proposito dell’agàpe evangelica sono tutto ciò che ci serve, almeno agli inizi.
Non abbiamo bisogno di pasticciare di più con la teologia, che è una disciplina
affascinante, ma è affidabile solo se si riesce a rispettarne le regole
metodologiche e se se ne sa abbastanza su ciò di cui si parla. Progressivamente
è diventata una vera e propria scienza, perché c’è veramente tanto da sapere.
Altrimenti poi si finisce per litigare sul nulla. Del resto, pensate che Gesù
sia stato un teologo? Non ha lasciato
scritto nulla. I suoi ci hanno tramandato quel detto sul comandamento nuovo.
I teologi cristiani sono stati invece enormemente prolifici: è impressionante la
mole di letteratura lasciata da quelli che chiamiamo Padri della Chiesa.
Sulle loro costruzioni ci si è duramente divisi, ci si è crudelmente combattuti
e via dicendo, perché la storia della teologia si intreccia in modo
indistricabile con quella delle terribili violenze a sfondo religioso che sono
cessate progressivamente… sapete da quando? Solo dalla metà del secolo scorso. Da
allora si è cominciato a scrivere e a insegnare che le religioni, non solo la
nostra, sarebbero vie per la pace, e questo contro l’evidenza della lunga
storia precedente. Vedremo. Mi piacerebbe che fosse realmente così. Vorrei
essere parte di questa nuova storia in cui la fede cristiana produca pace tra
le popolazioni: del resto un altro modo di definire l’agàpe evangelica è
proprio pace misericordiosa.
La
sinodalità, come l’agàpe, rimane un concetto finché non la si costruisce in una
collettività di fede. E’ lì che cominciano le difficoltà.
Nella
nostra Chiesa non mancano le folle che accorrono ai grandi eventi liturgici, ma
ci si lamenta un po’ dappertutto che sia molto difficile approfondire le
relazioni umane, costruendo comunità, e in particolare comunità sinodali.
Spesso i
gruppi si formano intorno a qualche personalità forte, la quale poi finisce fatalmente per prevaricare, anche in buona fede. Questa situazione va quindi corretta, prima di iniziare a
progettare la sinodalità.
E’ spesso la
condizione in cui si trovano le parrocchie in cui tutto ruota intorno al
parroco, ed egli non vuole fare spazio da nessuna parte perché teme di perdere
il controllo. Qui il risultato è poi che chi non accetta di sottomettersi ad
un’autorità che è più che altro fondata su un’investitura legale dall’alto e
dall’esterno si allontana. Troviamo
allora che la vita della parrocchia, a parte le messe nei giorni di festa, vede
la presenza di cerchie molto ristrette, poche decine di persone, o anche meno. E
la gente, anche quando viene in chiesa, ci va più che altro per assistere passivamente. La sua vita rimane fuori.
L’obiettivo della sinodalità è di aprirle le porte.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente
papa – Roma, Monte Sacro, Valli
sabato 7 febbraio 2026
Programmi di Azione Cattolica
Programmi di Azione Cattolica
In Azione Cattolica è tempo di programmi. Si fanno proposte. Sì sembra essere un po’ imbarazzati. C’è chi raccomanda di dedicarsi all’evangelizzazione primaria, quella del primo annuncio, come se non si fosse giâ profondamente impregnati di esso anche nell’Italia di oggi, che (fra parentesi) si manifesta come il luogo più clericale dell’universo; altri parlano di darsi alla catechesi, perché la gente di fede ne sa troppo poco di tutto, come se l’essenziale fosse il sapere e quindi, contro l’evidenza storica, il miglior modello di cristiano fosse il teologo. Il sussidio formativo in uso quest’anno lascia troppa libertà, si osserva, lo si vorrebbe quindi più prescrittivo, come se la sfida della fede della libertà, dopo i secoli bui della nostra tremenda storia, non fosse al centro della missione che l’Azione Cattolica si è data dopo il Concilio Vaticano 2º. Pensate, si esecra, che nei gruppi si finisce con il parlare di dottrina sociale!
Guardiamo alla storia. L’Azione Cattolica Italiana viene istituita nel 1906, uno di quei tempi bui a cui ho accennato, come strumento di attuazione della dottrina sociale. Tanto è vero che si articolava anche in un’organizzazione sindacale e in una a carattere politico-elettorale. Fu pensata per gente già raggiunta dal primo annuncio e che già aveva avuto la formazione catechistica di base. Fin dall’inizio fu un’associazione di persone laiche, mature, già ben istruite nella fede, che provvedevano democraticamente al loro autogoverno e partecipavano non da semplici esecutrici dei provvedimenti gerarchici all’azione sociale, in unione sinodale con le altre formazioni in cui la gente laica era impegnata, con le componenti ministeriali e conle istituzioni di vita consacrata. C’era un lavoro da fare per cambiare la società, per plasmarla secondo i principi umanitari evangelici e per farlo bisognava essere in molti, ben preparati e organizzati. Su queste basi l’Azione Cattolica italiana (molto diversa dalle Azioni Cattoliche istituite in altre parti del mondo, che in genere si manifestarono tutt’altro, con impronta piuttosto reazionaria) diede un contributo importantissimo alla costruzione della nuova democrazia repubblicana italiana, a partire già dalle fasi finali, quelle della feroce repressione in Italia, del regime fascista mussoliniano. Gente proveniente dall’Azione Cattolica fu poi protagonista del processo comunitario europeo, innestandovi il principio di sussidiarietà, formulato dai teorici della Santa Sede nel 1931. Ne sono derivati settantacinque anni di pace tra popolazioni che si erano sanguinosamente combattute fin dall’antichità, arrivando oggi a includere gente di ventisette stati nazionali, quattrocentocinquanta milioni di persone. Nella storia dell’umanità non vi è mai stato, purtroppo, un periodo di pace così lungo. La missione della pacificazione duratura del continente fu affidata, in particolare a chi operava nell’azione sociale, con un serie di radiomessaggi natalizi tra il 1943 e il 1945, diffusi dal papa Pio 12º, importantissimi e ora poco conosciuti documenti della dottrina sociale.
Dopo il Concilio Vaticano 2º, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, l’Azione Cattolica riformò democraticamente sé stessa, in unione sinodale con la gerarchia, con il nuovo Statuto del 1969, deliberato sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, dandosi poi come obiettivo principale la collaborazione nell’attuazione, nella Chiesa e nella società, dei principi formulati dal Concilio, nei quali la materia della dottrina sociale era ampiamente contemplata, pervadendo le due principali Costituzioni conciliari, la Luce per le genti – Lumen gentium e la La gioia e la speranza – Gaudium et spes.
Mi pare che ad alcune persone tra noi questo sembri troppo poco e che quindi non appassioni più.
Dal 2015, infine, dal Papa ci è venuto il pressante appello a collaborare ad una riforma sinodale del modo di essere Chiesa tutti i livelli, una cosa mai tentata prima tra i cattolici. Il lavoro è ancora in corso. Le prime fasi del processo si sono concluse nell’ottobre 2024 per quanto riguarda il Sinodo delle Chiese del mondo e nell’ottobre 2025 per il processo sinodale della Chiesa italiana. In entrambi i casi si è deciso di proseguire. Di fatto la sinodalità è ancora poco praticata ad ogni livello. Pochissimo o per nulla nelle parrocchie.
Il lavoro sulla sinodalità, che è anzitutto una forma di convivenza pacifica e pacificata secondo l’agàpe evangelica, il comandamento nuovo, si riflette anche su quello della manutenzione e sviluppo del processo comunitario europeo e degli organismi mondiali istituiti allo scopo di realizzare un ordine sociale e politico pacifico e pacificante a livello mondiale, secondo le pressanti esortazioni che ci vengono da ultimo dal papa Leone 14º.
Tirando le somme: la collaborazione nell’attuazione della sinodalità ecclesiale e della pacificazione democratica mondiale secondo i principi della dottrina sociale si presentano oggi come gli obiettivi che l’Azione Cattolica Italiana dovrebbe principalmente perseguire, se vuole rimanere fedele alla sua straordinaria storia, alla sua vocazione di sempre, alle esortazioni del Magistero.
L’evangelizzazione primaria e la catechesi vengono svolte in altre organizzazioni, ad esempio nelle parrocchie, alle quali le persone che aderiscono all’Azione Cattolica possono partecipare, e di fatto partecipano, perché l’impegno in Azione Cattolica non esclude quello in altro campi.
Un’ultima nota. Nel dire che la nostra gente di fede “sa troppo poco o nulla del tutto” si avverte una certa nota di disprezzo che non mi pare evangelica. Nella mia esperienza, più si apprende più si diventa consapevoli di sapere ancora troppo poco. Solo nella sinodalità, unendo le forze, si possono superare i propri limiti personali, per scoprire poi di saperne comunque ancora troppo poco e che la ricerca deve continuare. Chi sei tu, allora, che ti permetti atteggiamenti arroganti nei confronti dell’altra gente di fede, che magari saprà anche meno di te, ma vive, genera e si cura amorevolmente della prole e dei suoi anziani, spera e muore confidando nel medesimo Signore?
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa -Roma, Monte Sacro, Valli
