INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

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AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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lunedì 2 febbraio 2026

The four horsemen of Apocalypse - i quattro cavalieri dell'Apocalisse

 



Non chiedere di chi narra questa storia: parla di te che leggi!

 

Attualizzazione dell’allegoria dei cavalieri nella narrazione del sesto capitolo del libro dell’Apocalisse, nella Bibbia dei cristiani

 

Do not ask who this story speaks about: it speaks about you, the one who is reading.

A contemporary reading of the allegory of the horsemen in chapter 6 of the Book of Revelation, in the Christian Bible


 Le allegorie bibliche non sono più patrimonio culturale generale, condiviso da tutta la popolazione. Vanno quindi spiegate.

 

Nel capitolo 6 del libro dell’Apocalisse, nella Bibbia dei cristiani, i sigilli sono il primo grande ciclo simbolico attraverso cui il testo interpreta la storia umana e il suo travaglio. L’immagine di fondo è quella di un rotolo sigillato: finché i sigilli restano chiusi, il senso profondo degli eventi rimane nascosto; quando vengono aperti, ciò che già accade nella storia diventa leggibile, non nel dettaglio cronachistico, ma nel suo significato ultimo.


I sigilli non sono eventi isolati o futuri in senso stretto, ma chiavi di lettura della storia. Ogni apertura rivela una dimensione strutturale dell’esperienza umana collettiva: potere, violenza, scarsità, morte, persecuzione, paura cosmica.

Il numero sette, come spesso nell’Apocalisse, indica totalità e compimento.


Quando si aprono i primi sigilli, la storia prende forma come una cavalcata inarrestabile.
 Un cavallo chiaro avanza per primo, portando con sé l’illusione della vittoria e del dominio.

  Segue un cavallo rosso, e con lui la pace abbandona la terra: la lama passa di mano in mano e il sangue diventa linguaggio comune.
  Poi viene il cavallo nero, lento e severo, che pesa il pane e misura la sopravvivenza, mentre la fame riduce il mondo a contabilità.
Infine appare un cavallo livido, e dietro di lui il vuoto: dove passa, la vita si ritrae e ogni creatura ne sente il passo.

 Sotto l’altare del tempo si raccolgono le voci di chi è stato spezzato prima della fine: non gridano vendetta, ma memoria. Viene loro chiesto di attendere, perché il corso degli eventi non è ancora compiuto.

  All’aprirsi dell’ultimo sigillo, la stabilità del mondo si incrina: la terra trema, il cielo si oscura, le stelle cadono come frutti maturi. Davanti a questo sconvolgimento, ogni distinzione umana si dissolve. Potenti e umili cercano riparo, comprendendo che ciò che avanza non può essere fermato né ignorato.


Biblical allegories are no longer part of a shared cultural background known to everyone. For this reason, they need to be explained.

In chapter 6 of the Book of Revelation, in the Christian Bible, the seals form the first great symbolic cycle through which the text interprets human history and its turmoil. The underlying image is that of a sealed scroll: as long as the seals remain closed, the deeper meaning of events stays hidden; when they are opened, what is already happening in history becomes readable—not as a chronicle of facts, but in its ultimate significance.


The seals are not isolated events, nor predictions of a strictly future kind, but lenses through which history can be read. Each opening reveals a structural dimension of collective human experience: power, violence, scarcity, death, persecution, cosmic fear.
The number seven, as often in Revelation, signifies totality and completion.


When the first seals are opened, history takes shape as an unstoppable ride.

A pale horse advances first, carrying with it the illusion of victory and domination.
A red horse follows, and with it peace leaves the earth: the blade passes from hand to hand, and blood becomes a common language.
Then comes the black horse, slow and stern, weighing bread and measuring survival, while hunger reduces the world to bookkeeping.
Finally a livid horse appears, and behind him, emptiness: wherever he passes, life retreats, and every creature senses his step.

Beneath the altar of time gather the voices of those who were broken before the end: they do not cry out for revenge, but for remembrance. They are told to wait, for the course of events has not yet reached its completion.

With the opening of the final seal, the stability of the world begins to fracture: the earth shakes, the sky darkens, the stars fall like ripe fruit. Faced with this upheaval, every human distinction dissolves. Powerful and humble alike seek shelter, realizing that what is coming cannot be stopped—or ignored.


mercoledì 28 gennaio 2026

Politica e governo

Politica e governo

  Sinodalità ecclesiale e democrazia non sono ordinamenti contrapposti e incompatibili, hanno funzioni sociali diverse che possono integrarsi, se serve.

   Il problema della sinodalità ecclesiale non è il governo, che è centrale per la democrazia. Anche le istituzioni ecclesiastiche hanno esigenze di governo, e allora la sinodalità rimane sullo sfondo delle conseguenti relazioni.

  Definiamo politica il governo delle società. Il governo delle società consiste in poteri pubblici per dare ordine ai ruoli, alle funzioni e alle direttive dell’azione sociale. È pubblico il potere che vincola anche chi dissente e, anzi, può imporsi a prescindere dal consenso di chi vi è soggetto. Nell’ambito di un determinato ordinamento politico non ci si può sottrarre al governo chiamandosene fuori. Ce se ne può liberare solo allontanandosi dalla sua giurisdizione territoriale e da quella degli altri ordinamenti legati  al governo dal quale si vuole evadere da accordi per dare esecuzione alle rispettive decisioni espressione di poteri pubblici.

  Il governo, e quindi la politica, non riguarda soggetti mitici, vale a dire tutto il cosiddetto soprannaturale. Può darsi solo in società di viventi.

  La Chiesa è anche un soggetto mitizzato e per quella parte non ha senso di parlare di politica e di governo e quindi anche di democrazia, come anche di sinodalità. Altro sono le istituzioni ecclesiastiche che a quella mitologia fanno riferimento, come ad esempio la parrocchia.

 Di solito si parla di politica e di governo con riferimento agli stati e agli altri enti che esercitano poteri pubblici e che sono integrati nel sistema di potere degli stati. Ma se ne può parlare anche con riferimento agli altri soggetti collettivi il cui statuto preveda l’esercizio di poteri pubblici, ai vari livelli e alle diverse dimensioni in cui ciò può avvenire.

  Certamente, le istituzioni ecclesiastiche hanno espresso ed esprimono delle politiche nelle funzioni di governo. E dal Seicento si sono date ordinamenti che ricalcano quelle degli stati moderni. I loro poteri pubblici di vertice sono sacralizzati, vale a dire ritenuti espressione di volontà soprannaturali, ma qui si è già nel mito.

  I miti sono narrazioni sociali sulle origini, sui  fondamenti e sui destino che prescindono dalla realtà fenomenica, osservabile, e la reinterpretano e trasfigurano  a fini di costruzione sociale. Non per questo solo possono essere ritenuti falsi, ma la loro verità ha carattere normativo nel quadro della costruzione sociale. Si parla di ciò che c’è in Cielo per definire assetti sulla Terra.

  Il potere sacralizzato è fortemente rafforzato. Si sacralizza per prevenirne e renderne comunque più difficoltosa la metamorfosi, che comunque infallibilmente avviene perché non esistono poteri pubblici eterni: essi evolvono secondo l’evoluzione della società di riferimento e l’evoluzione sociale è propria di tutte le società umane. L’analisi storica lo conferma.

  La democrazia si manifesta quando la società esprime limiti legali ad ogni potere sociale, pubblico o privato, istituendo un sistema di libertà civili incomprimibili e organismi di giustizia partecipativa. Le decisioni a maggioranza nel quadro di specifiche forme partecipative possono essere un esempio di limiti politici  ai sistemi di potere, ma non è detto che in un ordinamento democratico debbano, e possano, essere estese ad ogni ambito politico.

  Oggi la nostra Chiesa non è governata con metodo democratico, ma potrebbe esserlo senza problemi, nel quadro del governo dell’istituzione. Ciò richiederebbe di istituire un sistema di libertà civili, che potrebbero essere  sicuramente in sintonia col vangelo. Andrebbe rivista la teologia con cui si è legittimato l’assolutismo ecclesiastico e questo è un processo che è faticosamente in corso dagli scorsi anni Sessanta. Essa non discende necessariamente dal vangelo, non risale alle origini, è stata costruita con una lunga e travagliata evoluzione dal Secondo millennio, in particolare per sorreggere la strutturazione del diritto pubblico, quello relativo alle funzioni di governo, dal Seicento.

  Il sistema di individuazione delle verità religiose non ne risentirebbe se non nella pretesa di fondarvi sacralizzazioni dei poteri pubblici. Ma non è detto che si debba per forza pensare a una democratizzazione totale.  In particolare alcune decisioni si sottrarrebbero alla regola del maggioritario, che così sarebbe applicata  in cerchie più ristrette di decisori o ad ambiti più ristretti di decisioni. Ciò che conta, in un ordinamento democratico, è la delimitazione legale dei poteri pubblici e la loro sindacabilità pubblica, il poterli mettere in discussione nella loro legittimazione politica e nel loro esercizio concreto.

  L’attività di governo definisce gli ambiti di popolazione a cui l’esercizio di poteri pubblici può estendersi e, in tal modo, costruisce il proprio ambito territoriale e il proprio popolo, quest’ultimo da considerare una entità mitologica (nella realtà fenomenica vi sono solo popolazioni). Su questa base può radicarsi una metamorfosi in senso democratico. Per quanto riguarda la parrocchia essa attualmente è praticamente impossibile perché, mentre è definita la circoscrizione territoriale non lo è l’individuazione di un popolo. Non si sa con precisione chi ne fa parte, perché mancano procedure di censimento o di registrazione della propria appartenenza. Questo ha finora reso piuttosto difficoltose anche le procedure per la elezione di collegi in qualche modo rappresentativi nel quadro della sinodalità. Procedure e posizioni di tipo democratico, allora,  possono essere introdotte, allo stato, solo in ambiti limitati, partendo dal riconoscimento generalizzato di alcune libertà civili, come quella di espressione del pensiero, per arrivare progressivamente a forme partecipative. Se ne potrebbe avvantaggiare anche l’esercizio della sinodalità ecclesiale, rendendola effettiva, aprendole spazio, ma anche quello della democrazia, rendendola più umana e meno spigolosa.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 


martedì 27 gennaio 2026

Il difficile sviluppo della sinodalità ecclesiale

Il difficile sviluppo della sinodalità ecclesiale

 

  Sinodalità ecclesiale significa un modo di manifestarsi come chiesa, a tutti i livelli e nei vari ruoli, più partecipato e consapevole. Bisogna saperne di più, frequentarsi di più, rispettarsi di più e, soprattutto, abituarsi a pensare di non potere, e quindi di non volere, fare a meno delle altre persone al di fuori delle proprie abituali cerchie amicali, che fatalmente risultano anguste e piuttosto autoreferenziali.

  La nostra non è certamente una Chiesa ordinariamente sinodale. Non siamo stati formati né siamo abituati ad esserlo, la sinodalità insomma non è una nostra consuetudine diffusa. Le persone “addette ai lavori” non di rado la considerano una intralciante seccatura. Si danno tanto da fare e sembra loro di non arrivare mai a far tutto quello che c’è da fare: inscenare la sinodalità è visto come una cosa in più da fare, in un contesto in cui già tante cose importanti vengono tralasciate perché non ce la si fa, il tempo e le forze non bastano mai.

  Se poi la gente facesse, almeno, quel che le si dice di fare, come durante la messa, seduti, in piedi, in ginocchio, metti la mano in tasca per tirare fuori il soldo per la raccolta delle offerte, le “posizioni consentite ai laici nella Chiesa” secondo una battuta che circolava tra il clero conservatore  un po’ di anni addietro.

  Un nostro parroco, che aveva in mente tante iniziative, era solito sbottare con un “Vi scivola tutto addosso”, nel senso che il gregge sembrava piuttosto riottoso a seguire il pastore impegnando più tempo oltre le consuetudini devozionali. Fu il tempo in cui il nostro quartiere sembrò addirittura maturare una certa disaffezione e perfino insofferenza per la parrocchia, nonostante tutte le proposte che gli venivano presentate.

 È stato osservato che, nella nostra Chiesa, la gente, non potendo aver voce praticamente in nulla e potendo al  più essere coinvolta in ruoli agli ordini altrui, nei casi limite vota con i piedi, e cosi se ne va altrove. In tal modo le forze sono sempre meno e rimane chi non se la sente, fisicamente, di spostarsi da vicino casa, quindi, in genere, i più anziani. Quando in parrocchia girano più o meno solo anziani le persone più giovani si allontanano, e questa è una legge di natura contro la quale ci si può far poco. Hai  voglia di predicare dai pulpiti di tenersi vicini i nonni! I nonni si, ma solo i propri e a volte è pure troppo… Con tutta la buona volontà che ci si propone di mettere, ad un certo punto si ha bisogno di stare con le persone della propria generazione e di questo si diventa insofferenti solo da anziani (quindi poi si è visto che i circoli anziani sono travagliati da un’intensa litigiosità).

  Lo sviluppo della sinodalità ecclesiale, richiedendo di integrare più gente, facendole spazio e riconoscendone la dignità, aumenta le forze di una comunità ecclesiale, ed anche il tempo, perché più gente all’opera significa più tempo per quell’opera: tre preti da soli sviluppano nel complesso circa 24 ore di impegno al giorno, uscendone frustrati perché sono consapevoli che tante cose rimangono indietro, ma se altre duecento persone ci mettono sinodalmente un’ora al giorno il tempo speso al giorno per la vigna diviene 224 ore e improvvisamente gli stremati scopriranno che basta e avanza.

  Ma se si pensa di voler fare solo i direttori d’orchestra mentre la massa esegue disciplinatamente, allora non funziona. Se si vuole continuare a scherzare sulle posizioni delle persone laiche in chiesa, allora poi si rimane senza di loro.

 Oh, ma come si fa, poi, con questa faccenda della sinodalità? Chi ci capisce nulla?

  Ma, caro amico, lo sai che è da dieci anni che se ne parla e che quindi non devi inventarti nulla, ma solo provare a seguire quello che è stato già studiato, sperimentato, corretto, messo in scena e corretto di nuovo? Lo sai che le Chiese in Italia hanno celebrato dall’ottobre 2021 all’ottobre 2025 un cammino sinodale che è durato un anno più del previsto perché l’assemblea sinodale ha votato contro il testo di un documento finale che era stato scritto dalla presidenza e che quest’ultima, invece di battere i pugni sul metaforico tavolo richiamando la gente all’ordine, perché o si fa così o fuori, si è rimessa pazientemente e sinodalmente al lavoro per un anno in più, e così si è arrivati ad approvare, a maggioranza, un nuovo documento sinodale, e la decisione è stata accettata anche da chi è rimasto in minoranza, perché comunque si è rimasti sinodali? Perché allora non segui quell’esempio e continui a fare come s’è sempre fatto? Perché non cominci a studiare quel documento sinodale e non provi a inserirti nel lavoro che s’è fatto e ancora ci si è proposti di continuare? Non ricordi che papa Francesco tuonava contro la mentalità del “s’è sempre fatto così!”?

   Nella nostra parrocchia abbiamo ripulito, restaurato, ridipinto e intitolato una bella sala, anzi la più bella,  a papa Francesco e vi abbiamo appeso un suo ritratto con i ceri a fianco. Ora peró abbiamo qualche remora a farci entrare la gente, perché poi sporca. Tuttavia, sono sicuro, perché quello che scriveva quel Papa lo leggevo, e quando lo sentivo parlare lo ascoltavo, che se quella grande anima fosse viva ci esorterebbe invece ad utilizzarla per ogni tipo di sinodalità immaginabile, aprendone le porte, ad esempio tenendovi le riunioni del Consiglio pastorale parrocchiale, che non è solo convocare un po' di persone, ma farlo secondo lo Statuto che in calce reca proprio la firma di Francesco, ed è l’unico in tutta Italia. Roma è la sola  diocesi italiana in cui  lo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali è stato dato dal Papa, in quanto vescovo della città. Purtroppo è spesso destino dei Papi essere onorati solo a parole.

Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 


lunedì 26 gennaio 2026

Che fine ha fatto il Consiglio pastorale parrocchiale?


  Ai tempi del papa Giovanni Paolo II, venne osservato che lo si onorava pubblicamente, ma poi non se ne seguivano gli insegnamenti. È un destino che toccò anche ai suoi successori.

  I processi sinodali nel mondo e in Italia vennero avviati da papa Francesco dal 2015: egli ci teneva molto, ma rimase piuttosto isolato in questo. Spesso lo si seguì riottosi, senza crederci veramente. Firmò il nuovo Statuto dei Consigli Pastorali Parrocchiali della Diocesi di Roma, e la Diocesi poi attivò iniziative per aiutare le parrocchie a istituire questo organismo ecclesiale, che è il primo livello della sinodalità. 

 A che punto si è da noi? 

 A mia conoscenza non s’è nemmeno iniziato.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


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Dal sito della diocesi di  Roma

https://www.diocesidiroma.it/camminosinodale/index.php/lequipe-sinodale-diocesana/

 

A Gennaio del 2023 il Santo Padre ha dato alla Diocesi una nuova Costituzione (In Ecclesiarum Communione) nella quale, tra l’altro, chiedeva di realizzare gli organismi di partecipazione: il Consiglio Pastorale Parrocchiale, quello di Prefettura, quello di Settore e quello Diocesano. Al Consiglio Episcopale è sembrato naturale chiedere all’ Équipe Sinodale di continuare il lavoro fatto durante la prima parte del Sinodo per accompagnare le Parrocchie e tutta quanta la Diocesi nella costituzione di detti organismi. È sembrata la prosecuzione logica del lavoro avviato durante il Sinodo. Se nella prima parte l’accento era stato posto sull’ascolto di tutti alla luce delle risposte e delle indicazioni del nostro Vescovo contenute nella Costituzione, adesso si tratta di fare in modo che i “tutti” (cioè tutto il popolo santo di Dio) partecipino alla vita ecclesiale per mezzo di organismi che vanno formati, accompagnati e sostenuti.

L’Équipe insieme ad alcuni Vescovi Ausiliari si incontra mensilmente per realizzare pazientemente questo lavoro.

La prima tappa è stata quella della formazione dello Statuto del Consiglio Pastorale Parrocchiale. Sono stati interpellati i parroci, alcuni laici appartenenti a gruppi, movimenti e associazioni, i Prefetti e a ottobre è stato sottoposto al Santo Padre la bozza dello Statuto che è stato approvato in data 8 settembre 2023. Una volta approvato lo Statuto l’Équipe si è presa l’impegno di aiutare le parrocchie ad applicarlo attraverso incontri di formazione e momenti di confronto con i laici componenti dei Consigli Parrocchiali.

 

 


domenica 25 gennaio 2026

Sinodalità e democrazia (ancora)

Sinodalità e democrazia (ancora)

 

  Hanno intervistato un signore che occupa un posto importante nel nostro apparato ecclesiastico. Gli hanno chiesto se si intendesse andare nella stessa direzione, in materia di sinodalità, di quando c’era quell’altro. Sì, ha risposto, ma bisogna mettere un po’ a punto la differenza tra sinodalità e democrazia, perché la verità non può essere decisa a maggioranza.

  Quando si parla delle cose della nostra Chiesa, non bisogna mai perdere la pazienza. Su certi temi si deve tornare continuamente, ancora e ancora: non si arriva mai a un punto fermo. Non è mai accaduto, anche quando si impiegò una ferocia incredibile per tacitare chi si faceva di nuovo avanti. Questo atteggiamento paziente è il cuore della sinodalità ecclesiale; la violenza è il suo contrario.

  Sinodalità è non aver cuore di fare a meno di chi la pensa diversamente. Non a caso ho usato il termine cuore, perché è cosa che ha a che fare con la bontà agàpica secondo il Vangelo, quella che muove le viscere e che avvertiamo come compassione, e definiamo anche pietà, misericordia. Questa, nella mia esperienza di fede, è la verità del cristianesimo che mi ha avvinto e ancora mi avvince. Può essere detto meglio. Ma la sostanza rimane convincente. Non è stato forse comandato di fare agàpe gli uni con gli altri al modo in cui  pensiamo di essere parte di una relazione agàpica con il Fondamento? È il comandamento nuovo, sì, ma anche quello supremo perché il Fondamento, da cui pensiamo di originare e verso cui pensiamo che tutto si stia muovendo, è agàpe, è scritto.

  Questa è la differenza fondamentale rispetto al concetto e alla pratica della democrazia, che è una forma di organizzazione  politica sostenuta dal diritto, per porre limiti giuridici, formali,  ad ogni potere sociale che pretenda di esserne esente. Ponendo quei limiti, si fa spazio. L’istituzione delle libertà civili, allora, non è una conseguenza della democrazia, ma è la democrazia stessa. Non ne è però il cuore, perché la democrazia non ha cuore, non è una socialità agàpica, ed è in questo che differisce sostanzialmente dalla sinodalità. Non esclude la violenza, ma la regola in modo che sia coerente con i suoi fini; ha riguardo alle collettività anche quando protegge la sfera di libertà delle singole persone. Se ne occupa come parte del sistema di limiti ai poteri sociali. E qui risulta molto evidente una cosa che spesso sfugge quando si parla di democrazia nella nostra assolutamente non democratica e nemmeno agàpica, tremenda, eppure insostituibile, necessaria, e per questo anche amata Chiesa: in democrazia il potere delle maggioranze non è un assoluto, perché esso è limitato non solo da incomprimibili sfere di libertà delle minoranze, ma addirittura delle singole persone. Ma  ciò non per esigenze di cuore, agàpiche, ma perché ciò è funzionale agli scopi della democrazia. Si è visto  che, alla prova dei fatti, si è rivelata una regola sociale infallibile che ogni potere assoluto degenera sempre nell’abuso e l’abuso è controproducente per la sopravvivenza di una società.

   Ma come la mettiamo con la verità, che è sempre messa di mezzo dal nostro Magistero quando gli si contestano gli spietati abusi del passato e del presente?

  Se ne trattò in un’enciclica che ha il grande pregio della chiarezza nel porre i termini della questione, la Carità nella verità – Caritas in veritate, del 2009, non a caso scritta da un grande teologo, il quale non ebbe remore a polemizzare con chi pretendeva di ricavare dall’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio,  del 1967, uscita da una delle grandi anime della nostra fede, che l’agàpe sia criterio  veritativo, quindi che si venga riconosciuti come seguaci del Cristo da come si costruisce l’agape al modo come egli ce la insegnò. No, è scritto nella  Caritas in veritate, la carità consiste invece, anzitutto,nel conformarsi scrupolosamente al sistema di enunciati formali costruito nei secoli, con logica stringente, dalla teologia confermata dai poteri risultati vincenti sui campi di battaglia, in quella storia di incredibile violenza di cui scrivevo prima. Una logica razionale spietata perché viene prima dell’agàpe, il cuore del cristianesimo, e ne costituisce criterio veritativo: in quella prospettiva, è vera agàpe solo quella coerente con quella razionalità, che è dunque criterio supremo, un assoluto, senza limiti. Si capisce che questa non è una concezione compatibile con la democrazia, che non consente assoluti. La sua spietatezza non mi pare coerente con l’agàpe. Fu un assoluto imposto sui patiboli. La democrazia li abolì, pur istituendone di propri, e da allora  viene tacciata di relativismo dal nostro Magistero, che, del tutto a ragione, se ne sente minacciato nella propria pretesa di imporre la sua  verità a minoranza, laddove la democrazia, a maggioranza, le nega il valore politico di verità, come assoluto, negando quindi alle gerarchie ecclesiastiche di dominare la politica imponendo la loro volontà alle maggioranze. Una logica senza cuore contrastata da una politica, quella democratica, dove il cuore non è l’essenziale.

  La sinodalità è pensata, e si vorrebbe anche viverla, in modo molto diverso, secondo il cuore del cristianesimo, l’agàpe, dove al centro non è un sistema di limiti sociali né un sistema di assoluti logici, ma il principio per cui si vorrebbe superare la reciproca estraneità senza sopprimere e uniformare, al modo in cui si è immaginata la vita intima del Fondamento. In quest’ottica la sinodalità non si oppone alla democrazia, ma le dà un cuore, o, come anche s’è detto, un’anima, il grande anelito del cristianesimo democratico.

Mario Ardigó – 25 gennaio 2026