INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

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lunedì 29 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - capitolo primo, Un pensiero dinamico fedele al Vangelo. - 14. Lo sviluppo dei popoli nella considerazione della dottrina sociale: dal Concilio Vaticano 2° all’enciclica La carità nella verità

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

capitolo  primo, Un pensiero dinamico fedele al Vangelo.

14. Lo sviluppo dei popoli nella considerazione della dottrina sociale: dal Concilio Vaticano 2° all’enciclica La carità nella verità  

 

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/YtnRPVeVA5U

 

 


Nell’immagine, Arturo Carlo Jemolo, a lungo professore di diritto ecclesiastico nell’Università La Sapienza di Roma. Laico cristiano, cattolico, insegnò il principio di laicità dello Stato, inteso non come ostilità verso il fenomeno religioso, ma come garanzia della libertà di coscienza e dell'autonomia reciproca tra istituzioni civili e religiose. Scrisse una Chiesa e stato in Italia negli ultimi cent’anni, uscito per Einaudi nel 1947, ristampato nel 1971 sempre per Einaudi con aggiornamenti, un libro sul quale io stesso mi sono formato.

 

 

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.

  Apro questo podcast informandovi che nel supplemento Tuttolibri del quotidiano La Stampa di sabato scorso si dava conto che l’enciclica La magnifica umanità  è il terzo libro più venduto in Italia, in una classifica che comprende anche romanzi di successo. Il testo dell’enciclica è disponibile gratuitamente in formato digitale sul portale www.vatican.va [all’indirizzo Web https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html ], ma è anche in vendita ad €2,76 in formato cartaceo nelle edizioni della Libreria editrice vaticana, San Paolo edizioni, AVE e, sia in formato cartaceo ad €9,50 che digitale eBook e Kindle ad 3,99, pubblicata da Feltrinelli editore, con prefazione di Antonio Spadaro. Come si spiega questo larghissimo interesse per un testo della dottrina sociale piuttosto impegnativo, che per difficoltà è assimilabile ad un saggio filosofico di alto livello più che ad un romanzo popolare? Un testo, per di più, che è centrato sulla fede cristiana e sulla Chiesa cattolica, anche se è rivolto a tutte le persone di buona volontà, cose che di solito ci dicono riguardare una minoranza sempre più esigua della popolazione.

 Lascio a voi ragionarci sopra: il dato statistico è quello che ho sopra riportato ed è, come si suol dire nelle scienze sociali, una evidenza empirica, vale a dire un dato che emerge dall’osservazione sistematica di fatti sociali.

   In una parrocchia, allora, alla ripresa dopo la pausa estiva, potrebbe essere utile organizzare un'attività sinodale centrata sul pensiero sociale cristiano, lasciandosi guidare dalla dottrina sociale, che ne è parte qualificata. Parlo di "attività sinodale" per caratterizzarla come iniziativa di lungo periodo e largamente partecipata: non, quindi, la solita conferenza di un esperto che viene una sera, ci parla e poi non lo si vede più — che pure, va detto, è già qualcosa. La dottrina sociale si presta particolarmente al dialogo sinodale, che è insieme riflessione e preghiera, secondo il metodo della conversazione spirituale.

  Non si dovrebbe centrare questa attività specificamente sull’enciclica La magnifica umanità, anche se si potrebbe, e anzi si dovrebbe, partire da lì, perché il suo testo è così largamente circolato tra la gente. La dottrina sociale ha la caratteristica di essere fittamente intrecciata con tutti i documenti del Magistero che la esprimono, contemporanei e del passato. E’ un po’ quello che accade in filosofia e nelle  scienze umane: si costruisce anche sul passato e, anzi, ha avuto molta fortuna un’espressione del filosofo medievale francese Bernardo di Chatres, vissuto nel Dodicesimo secolo, secondo la quale siamo come nani seduti sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non certo per l'acutezza della nostra vista o per la nostra statura, ma perché siamo sollevati e innalzati dalla loro grandezza. Ma, nella dottrina sociale, non si tratta solo di questo. Ci si accosta alla tradizione di pensiero e magisteriale con rispetto amorevole, come quello, grato, che si ha verso le persone che ci hanno generato. E, infine, c’è una cosa importante,  che non sempre viene posta in risalto nelle occasioni in cui si riflette sulla dottrina sociale, quella che riguarda specificamente anche l’organizzazione della società,  e che invece viene posta in risalto al numero 86 dell’enciclica La magnifica umanità:

 

La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno.

 

 Le organizzazioni ecclesiastiche cristiane hanno espresso nei secoli passati politiche di una violenza incredibile, non dobbiamo nascondercelo, ed è molto evidente che ai nostri tempi non agiscono più come nel passato, anche abbastanza recente. Al centro dell'esperienza cristiana vi è la conversione al vangelo di Gesù, il Cristo a cui i cristiani affidano la loro vita. La dottrina sociale reca tracce anche di questo cammino di purificazione e in questo ci può essere di esempio. Perché la tentazione della violenza e della sopraffazione è sempre attuale nell'animo umano e nelle società che gli esseri umani costruiscono. Leggere il passato alla luce del vangelo di Cristo — come alla medesima luce leggiamo l'intera Scrittura, Antico e Nuovo Testamento — ci guida alla conversione incessante.

  Studiando i documenti della dottrina sociale cattolica, mi riempie il cuore constatare ad ogni passo questa amorevole considerazione del passato, che si protende, attraverso le varie fonti, fino al Maestro, Gesù, rendendoci viva la sua presenza, nella memoria e nei sacramenti.

 Ecco, allora, ad esempio, che nell’enciclica La magnifica umanità, al capitolo primo, Un pensiero dinamico e fedele al Vangelo, si fa memoria viva di tre documenti del Magistero molto importanti e tra loro collegati, nel senso che gli ultimi due si riferirono espressamente al primo:

-       L’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, diffusa nel 1967 sotto l’autorità del papa Paolo 6°;

-       L’enciclica La sollecitudine sociale – Sollicitudo rei socialis, diffusa nel 1987 sotto l’autorità del papa Giovanni Paolo 2°;

-       L’enciclica La carità nella verità  - Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l’autorità del papa Benedetto 16°.

 Al centro delle tre encicliche c’è lo sviluppo integrale degli esseri umani, così definito al n.14 dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio:

 

 Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: "noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera".

 

 L’ “esperto” autore della frase riferita nell’enciclica viene individuato nel frate domenicano Louis-Joseph Lebret, e la citazione fu tratta dalla sua opera Dinamiche concrete dello sviluppo, pubblicata a Parigi nel 1961. Lebret è ritenuto uno dei principali consulenti per l’elaborazione dell’enciclica. Tuttavia l’idea di un umanesimo integrale si fa risalire al filosofo francese Jacques Maritain, vissuto dal 1882 al 1973, sul cui libro Umanesimo integrale, del 1936, si formarono generazioni di persone cattolico-democratiche italiane, e anche io stesso. La prima traduzione italiana del libro, ad uso degli universitari cattolici e del Movimento Laureati di Azione Cattolica fu di Giovanni Battista Montini, divenuto nel 1963, durante il Concilio Vaticano 2°, papa Paolo 6°.

 La matrice delle argomentazioni svolte nell’enciclica è individuata nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza – Gaudium et spes, che si apre in modo grandioso così:

 

  Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

  La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

  Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

 

 Nell’enciclica La sollecitudine sociale – Sollicitudo rei socialis, dopo aver ampiamente richiamato gli insegnamenti dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, si argomenta al n.33:

 

Per essere tale, lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare mai l'una e l'altra per nessun pretesto. Il carattere morale dello sviluppo e la sua necessaria promozione sono esaltati quando c'è il più rigoroso rispetto di tutte le esigenze derivanti dall'ordine della verità e del bene, propri della creatura umana. Il cristiano, inoltre, educato a vedere nell'uomo l'immagine di Dio, chiamato alla partecipazione della verità e del bene, che è Dio stesso, non comprende l'impegno per lo sviluppo e la sua attuazione fuori dell'osservanza e del rispetto della dignità unica di questa «immagine». In altre parole, il vero sviluppo deve fondarsi sull'amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società. Ecco la «civiltà dell'amore», di cui parlava spesso il Papa Paolo 6°.

 

 Nell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, collegandosi espressamente all’enciclica Lo sviluppo dei popoli  - Populorum progressio,  si propone al n.70, nel capitolo 6°, Lo sviluppo dei popoli e la tecnica,  un insegnamento che è centrale anche nell’enciclica La magnifica umanità:

 

 Lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo. Nata dalla creatività umana quale strumento della libertà della persona, essa può essere intesa come elemento di libertà assoluta, quella libertà che vuole prescindere dai limiti che le cose portano in sé. Il processo di globalizzazione potrebbe sostituire le ideologie con la tecnica, divenuta essa stessa un potere ideologico, che esporrebbe l'umanità al rischio di trovarsi rinchiusa dentro un a priori dal quale non potrebbe uscire per incontrare l'essere e la verità. In tal caso, noi tutti conosceremmo, valuteremmo e decideremmo le situazioni della nostra vita dall'interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai poter trovare un senso che non sia da noi prodotto. Questa visione rende oggi così forte la mentalità tecnicistica da far coincidere il vero con il fattibile. Ma quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un'intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell'uomo, nell'orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere. Anche quando opera mediante un satellite o un impulso elettronico a distanza, il suo agire rimane sempre umano, espressione di libertà responsabile. La tecnica attrae fortemente l'uomo, perché lo sottrae alle limitazioni fisiche e ne allarga l'orizzonte. Ma la libertà umana è propriamente se stessa solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale. Di qui, l'urgenza di una formazione alla responsabilità etica nell'uso della tecnica. A partire dal fascino che la tecnica esercita sull'essere umano, si deve recuperare il senso vero della libertà, che non consiste nell'ebbrezza di una totale autonomia, ma nella risposta all'appello dell'essere, a cominciare dall'essere che siamo noi stessi.

 

 Nell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 sotto l’autorità di papa Francesco, gli insegnamenti dei suoi predecessori vennero infine ulteriormente articolati portando al concetto di ecologia integrale con riferimento all’ambiente e alle società che l’abitano, constatando che, nel mondo globalizzato, tutto è connesso. Nel 2016, un anno prima del cinquantesimo anniversario dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, papa Francesco istituì il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

 È un'emozionante avventura umana e intellettuale lo studio della dottrina sociale della Chiesa, le cui radici attraversano duemila anni di storia cristiana! Come insieme organico di testi nel senso moderno essa prende avvio con l’enciclica Delle novità – Rerum novarum, del 1891, ma le sue argomentazioni intuizioni sono fondate sulla Scrittura e sulla testimonianza dei Padri, vale a dire dei grandi autori cristiani dei primi secoli, ad esempio Agostino di Ippona. E c'è di più, qualcosa di molto importante: ciascun documento di quel Magistero ci invita a rintracciare i fondamenti biblici delle convinzioni espresse. La fede personale e comunitaria ne esce arricchita e vivificata.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com

venerdì 26 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - capitolo secondo: Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa - 13. Noi, la Chiesa, il mondo, la dottrina sociale, il principio di sussidiarietà

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

capitolo secondo: Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa

13. Noi, la Chiesa,  il mondo, la dottrina sociale, il principio di sussidiarietà

 

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/KyQ8R7IBeVQ




Nell’immagine, il professore di economia Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna: , fu uno dei  principali  consulenti coinvolti nella preparazione della parte economico-sociale dell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009

 

   Negli ultimi giorni il numero delle persone interessate a questo blog è aumentato un po’, da quando ho iniziato a occuparmi dell’enciclica La magnifica umanità. Esso, però, rimane dedicato al nostro piccolo gruppo di Azione Cattolica e alle amiche e agli amici della parrocchia: siamo persone che si conoscono bene da anni e si vogliono bene. La nostra amicizia ha solide basi religiose, in particolare nella partecipazione alla liturgia e nell’ascolto dei nostri pastori. Per questo non sento il bisogno di ricorrere a tecniche per catturare l’attenzione del pubblico. Posso permettermi di essere un po’ noioso, secondo la mia natura. Sono infatti convinto che, più che puntare ad avere migliaia di lettori, sia preferibile far nascere migliaia di piccole iniziative nelle realtà di base, coinvolgendo piccoli gruppi di persone che si stimano e si vogliono bene.

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.

 In questo intervento vi parlo di una delle novità più importanti in essa contenuta, che mi è parsa veramente epocale, anche se non la vedo in genere molto evidenziata nei primi commenti al documento: l’applicazione del principio di sussidiarietà, finora raccomandato dalla dottrina sociale per l’organizzazione degli stati e delle organizzazioni internazionali sovrastatali e, cautamente, nella strutturazione degli organismi della gerarchia ecclesiastica, come modalità di attuazione in tutta la vita ecclesiale della sinodalità  come la si sta pensando durante i processi sinodali sulla sinodalità iniziati nell’ottobre del 2021 e ancora in corso nel mondo e in Italia, quindi con ampio coinvolgimento anche delle persone cosiddette laiche, perché libere da vincoli di vita relativi al loro ministero o comunque stato ecclesiale, e perciò, più semplicemente, più libere e per questo non di rado sospettate di indisciplina.

   Se ne tratta nel capitolo secondo, Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa, il cuore pulsante dell'enciclica, nei numeri 86 e 87, in riferimento a quanto scritto nei precedenti numeri 68 e 69 nel richiamare il principio di sussidiarietà.

 Se ben inteso, e soprattutto se realmente applicato a tutti i livelli nelle nostre comunità ecclesiali quell’insegnamento avrà un rilievo di portata storica.

  La sussidiarietà è un principio molto importante elaborato in ambito cattolico negli anni Venti e trasfuso nell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo anno, diffusa nel 1931 sotto l’autorità del papa Pio 11°, della quale è riconosciuto redattore il gesuita tedesco Oswald von Nell-Breuning [pronuncia Òsvalt fon Nel Bròining], morto nel 1991,  allievo di Wilhelm Emmanuel von Ketteler, vescovo di Magonza, teologo e parlamentare tedesco vissuto nell’Ottocento, pensatore di riferimento in particolare nella riflessione sulla difesa dei corpi organici intermedi. Importante viene ritenuta anche l’influenza della  scuola solidarista di Heinrich Pesch, gesuita, economista e sociologo tedesco, vissuto tra Ottocento e Novecento, il quale teorizzava una "terza via" fra individualismo e collettivismo fondata sull'articolazione organica della società in ceti professionali. Gustav Gundlach, gesuita e sociologo tedesco, della scuola di Pesh, collaborò nella preparazione dell’enciclica. L’origine della teoria della sussidiarietà  come criterio organizzativo delle istituzioni pubbliche viene riconosciuta nel cattolicesimo sociale tedesco che si sviluppò in parallelo con quello italiano, con ampio coinvolgimento dei rispettivi laicati, che li animarono e incarnarono.  Si ricorda che il termine sussidiaretà, in quel senso, in tedesco Subsidiarität   [pronuncia zub-zidiaritàt]  circolava in quel mondo sociale già prima del 1931. E’ interessante notare che, prima della Costituzione democratica repubblicana italiana del 1948, il cattolicesimo sociale aveva ispirato la Costituzione tedesca detta di Weimar, del 1919. Entrambe le Costituzioni, repubblicane e deliberate da assemblee costituenti, sono dette lunghe, perché piene di diritti sociali fondamentali.

  Il principio di sussidiarietà è descritto così al n.68 dell’enciclica La magnifica umanità:

 

68. Il principio di sussidiarietà nasce dallo stesso sguardo sulla persona che ha guidato la nostra riflessione sulla dignità e sul bene comune. Se ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società, allora anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa responsabilità. La Dottrina sociale della Chiesa chiama “sussidiarietà” il principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la libertà e la creatività dei livelli inferiori, coordinandone i contributi perché cooperino efficacemente al bene comune.

 

 Per azione determinante dei cattolici democratici, il principio di sussidiarietà venne inserito come principio organizzativo fondamentale dell’Unione Europea mediante il Trattato di Maastricht, del 1992, entrato in vigore il 1 novembre 1993, nell’art.5 del Trattato sull’Unione Europea:

 

Articolo 5 (ex articolo 5 del TCE)

1. La delimitazione delle competenze dell'Unione si fonda sul principio di attribuzione. L'esercizio delle competenze dell'Unione si fonda sui principi di sussidiarietà e proporzionalità.

2. In virtù del principio di attribuzione, l'Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all'Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.

3. In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l'Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell'azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione. Le istituzioni dell'Unione applicano il principio di sussidiarietà conformemente al protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I parlamenti nazionali vigilano sul rispetto del principio di sussidiarietà secondo la procedura prevista in detto protocollo.

4. In virtù del principio di proporzionalità, il contenuto e la forma dell'azione dell'Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei trattati. Le istituzioni dell'Unione applicano il principio di proporzionalità conformemente al protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità.

 

 Con una legge Costituzionale del 2001, il principio di sussidiarietà venne inserito nel primo comma dell’art.118 della Costituzione, nel Titolo 5, sulle autonomie locali:

 

art.118

Le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.

 

 Gli storici della Chiesa cattolica ricordano  che l’idea di applicare il  principio di sussidiarietà all’organizzazione ecclesiastica fu espressa dal papa Pio 12° nel discorso  La elevatezza e la nobiltà dei sentimenti ai nuovi cardinali del 20 febbraio 1946:

 

  Così la Chiesa: essa agisce nel più intimo dell'uomo, dell'uomo nella sua dignità personale di creatura libera, nella sua dignità infinitamente più alta di figlio di Dio. Questo uomo la Chiesa forma ed educa, perché egli solo, completo nell'armonia della sua vita naturale e soprannaturale, nell'ordinato sviluppo dei suoi istinti e delle sue inclinazioni, delle sue ricche qualità e delle sue svariate attitudini; è al tempo stesso l'origine e lo scopo della vita sociale, e con ciò anche il principio del suo equilibrio.

  Ecco perché l'Apostolo delle Genti, parlando dei cristiani, proclama che essi non sono più come « bambini vacillanti », dall'andatura incerta in mezzo alla società umana. Il Nostro Predecessore di felice memoria Pio XI, nella sua Enciclica sull'ordine sociale «Quadragesimo anno», traeva da questo stesso pensiero una conclusione pratica, allorché enunciava un principio di generale valore, vale a dire: ciò che gli uomini singoli possono fare da sé e con le proprie forze, non deve essere loro tolto e rimesso alla comunità; principio che vale egualmente per le comunità minori e di ordine inferiore di fronte alle maggiori e più alte. Poiché — così proseguiva il sapiente Pontefice — ogni attività sociale è per natura sua sussidiaria; essa deve servire di sostegno per i membri del corpo sociale, e non mai distruggerli e assorbirli. Parole veramente luminose; che valgono per la vita sociale in tutti i suoi gradi, ed anche per la vita della Chiesa, senza pregiudizio della sua struttura - gerarchica.

 

 Si era ancora abbastanza lontani dalla teologia sulle persone laiche che venne sviluppata vent’anni dopo durante il Concilio Vaticano 2°, ma il proposito venne annunciato: il principio di sussidiarietà doveva valere anche per la vita della Chiesa.

  Bisogna ricordare che il tema della partecipazione all’interno della Chiesa è quello che ha avuto maggiori difficoltà di attuazione nelle nostre comunità ecclesiali, anche per l’impostazione assolutistica che la gerarchia ecclesiastica cattolica ha recepito dai secoli passati e che si fa sentire non solo nelle questioni dottrinali, ma un po’ nel governo di ogni comunità ecclesiale, nel ruolo che vi ha la gerarchia.

   A questo punto, va ricordato che un  grandioso progetto di umanizzazione del mondo secondo il vangelo, per obbedire al comando evangelico di costruirvi l'agàpe insegnata da Gesù di Nazaret, il Cristo dei cristiani, è iniziato con la dottrina sociale diffusa a partire dai documenti del Concilio Vaticano 2° e dall'enciclica La pace in Terra – Pacem in terris, del 1963, diffusa sotto l'autorità del papa Giovanni 23°. Esso è proseguito poi mediante l'enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, del 1967, e la lettera apostolica l'Ottantesimo anniversario – Octogesima adveniens, del 1971, diffuse sotto l'autorità del papa Paolo 6°. È proseguito quindi mediante l'enciclica Il Centenario – Centesimus annus, diffusa nel 1991 sotto l'autorità del papa Giovanni Paolo 2°, e l'enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l'autorità del papa Benedetto 16°. È continuato con le encicliche Laudato si' e Fratelli tutti, diffuse nel 2015 e nel 2020 sotto l'autorità del papa Francesco, e infine con l'enciclica La magnifica umanità, di cui vi sto parlando.

  Esso richiede la collaborazione attiva di tutte le componenti ecclesiali, secondo gli auspici indicati nei documenti del Concilio Vaticano 2° e dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio del 1967, diffusa sotto l’autorità del papa Paolo 6°, che si concluse con una serie di coinvolgenti appelli all’azione: ai cattolici, ai cristiani credenti, agli uomini di buona volontà, agli uomini di stato, agli uomini di pensiero, tutti all’opera!

  Riflettiamo: quale deve essere il nostro atteggiamento nei confronti di un’enciclica sociale?

  E’ facile poterla leggere. Tutti i documenti dei Papi, a partire da papa Benedetto 14°, regnante dal 1740, sono disponibili sul portale www.vatican.va . Dall’11 giugno scorso la rivista Famiglia Cristiana ha regalato il testo dell’enciclica La magnifica umanità.

  Bisogna poi trovare la voglia e il tempo di leggere il documento. E poi di intenderlo bene, e questo significa un impegno aggiuntivo. Ma anche di tenerne a mente gli insegnamenti e di situarli nella storia della dottrina sociale, e questo è molto più impegnativo.

  Ma non è tutto.

  La dottrina sociale è diffusa per metterla in pratica. Bisogna darsi da fare per questo. E’ la missione fondamentale dell’Azione Cattolica.

  In Italia è stato fatto e con risultati molto importanti, anche se non mi pare che ai tempi nostri ve ne sia sempre sufficiente consapevolezza.

  La nuova democrazia italiana costruita dopo la caduta del regime fascista mussoliniano reca evidentissima, per chi la sa vedere, l’impronta della dottrina sociale cattolica. Non c’è da stupirsene perché generazioni del laicato cattolico hanno svolto ruoli importantissimi nell’edificare e mantenere vitale la nostra Repubblica. E ancor oggi è così.

  In altri due stati europei è andata così: in Germania e in Polonia. La democrazia italiana deve moltissimo all’opera di Giovanni Battista Montini, ma anche per il  ruolo svolto molto prima che divenisse papa Paolo 6°. Gran parte della classe dirigente cattolico-democratica italiana si è formata dagli anni Trenta del secolo scorso alla sua scuola.  La nascita della democrazia polacca deve altrettanto al papa Giovanni Paolo 2°.

  Troviamo l’esortazione a darsi da fare anche ai numeri 46 e 47 dell’enciclica La magnifica umanità,  all’inizio del secondo capitoloVi si esortano tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a partire dalle  persone di fede, comprese quelle libere da particolare legami di stato ecclesiastico relativi al loro ministero e posizione ecclesiale a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano, nei rapporti familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale, i principi richiamati nell’enciclica, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia. Una esortazione particolare all’impegno viene poi rivolta alle accademie e  alle università perché ridiano slancio a tali principi, ripensandoli in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale. In questo modo, si legge nell’enciclica,  la ricerca teologica e filosofica potrà approfondire e sostenere il cammino pastorale della Chiesa, contribuendo al compito del Magistero di illuminare la coscienza dei credenti e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società.

  Per quanto riguarda specificamente la vita interna della Chiesa, il problema è la cornice giuridica e istituzionale perché anche le persone laiche, la grande maggioranza della popolazione di fede, possano dare nelle comunità ecclesiali un proprio apporto nel quadro di una effettiva partecipazione. La questione è viva anche per le altre componenti ecclesiali, naturalmente, ma per quanto riguarda il laicato è molto seria, perché in genere gli spazi per partecipare realmente non sono molto ampi e gli organismi di partecipazione previsti dal diritto canonico spesso non funzionano bene o affatto.

  Eppure i documenti pontifici in materia di dottrina sociale sempre più si sono valsi di riferimenti al pensiero di persone laiche particolarmente competenti, come anni fa papa Francesco riconobbe francamente.

 Ricordo in particolare due figure:

Jacques Maritain,    filosofo francese vissuto tra Ottocento e Novecento, amico di Giovanni Battista Montini: sul suo pensiero, in particolare espresso nel libro Umanesimo integrale, si formarono dagli anni Trenta generazioni di cattolici democratici italiani. La dottrina sociale ne dipende sui temi del  personalismo, dignità della persona, fondazione dei diritti umani, democrazia. Il suo pensiero influì sull’elaborazione della Dichiarazione sulla dignità umana Della dignità umana - Dignitatis Humanae, del Concilio Vaticano 2°,  e dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli - Populorum Progressio e tale influenza è ancora viva. Il papa Paolo 6° lo scelse per ricevere, al termine del Concilio Vaticano 2°, il messaggio del Concilio agli uomini di pensiero;

Stefano Zamagni       professore di economia all’Università Alma mater studiorum di Bologna, già consultore del Pontificio Consiglio Giustizia e pace e presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, fu uno dei  principali  consulenti coinvolti nella preparazione della parte economico-sociale dell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l’autorità del papa Benedetto 16°, con la quale venne affrontata la questione della globalizzazione, che è al centro anche dell’enciclica del papa Leone 14°. Il suo contributo è riconosciuto in particolare nel capitolo 3°, sui temi della gratuità, della logica del dono, della reciprocità e dell'economia civile, con l’idea che il mercato non sia di per sé luogo eticamente neutro e che la fraternità possa entrare dentro l'attività economica ordinaria — non solo come correttivo.

  I processi sinodali avviati per impulso di papa Francesco nell’ottobre 2021 e ancora in corso nel mondo e anche in Italia, anche se non ne vedo molta consapevolezza nelle realtà di prossimità, cercano di creare l’ambiente perché questa collaborazione estesa, anche dei laici, nella Chiesa possa esprimersi.

  Scrisse mio zio Achille Ardigò, sociologo bolognese,  nel libro Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile,  Cappelli 1978:

 

«Nella visione […] della Gaudium et spes [Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2°] che è quella di una chiesa che “si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia” [così nel paragrafo primo della Costituzione] la distinzione tra gerarchia e laici deve essere integrata dalle relazioni interpersonali nella comunità ecclesiale. E’ nella comunità di Chiesa locale che l’unità nell’essenziale e il pluralismo di partecipazioni politiche e sociali debbono convivere se non integrarsi nella tensione talora, mai nella dialettica profana, nella dialogicità spesso, che non esclude, anzi fa  crescere la funzione di guida e di autorità dottrinale e pastorale della gerarchia con la partecipazione all’ufficio sacerdotale, profetico e regale dei laici, nella Chiesa e nella storia.

[…]

 E’ proprio dal far crescere la comunità  di Chiesa locale, attorno al Vescovo, come luogo di riferimento e di confronto per fini storici di bene comune, che può nascere, lo sappiamo anche per esperienza, il superamento della più che secolare separazione tra gerarchia e laici, e cioè anche il crescere dello spazio ecclesiale proprio ai laici, spazio ecclesiale che, al limite, deve essere tanto maggiormente richiesto ed esteso quanto maggiore sarà la disperione di opzioni politiche dei laici credenti.

 

  Sugli obiettivi indicati da mio zio Achille Ardigò vi furono difficoltà a sviluppare i processi avviati con il Concilio Vaticano 2° per vari motivi, connessi con lo sviluppo delle situazioni storiche nel mondo, e in particolare in Europa, con varie dinamiche ecclesiali manifestatesi durante il lungo regno del papa Giovanni Paolo 2° (dal 1978 al 2005) e con problemi specificamente teologici posti in particolare nella teologia di Joseph Ratzinger, diventata molto influente nel corso del papato di Giovanni Paolo 2°, quando fu, dal 1981 e fino al 2005, quando fu eletto Papa, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In particolare, all’esito della 2° Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi del 1985, intitolata Il ventesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano 2°: verifica, celebrazione e promozione del Concilio Vaticano 2°, convocata per celebrare l’anniversario del Concilio Vaticano 2°, che si era chiuso nel 1965, si ritenne che, nel  quadro dell’ecclesiologia di comunione, promossa dal Papa e da Ratzinger,   occorresse riflettere ancora se e in che misura il principio di sussidiarietà fosse applicabile alla vita ecclesiale.

  Il tema ritornò di attualità con l’accentuazione del tema della sinodalità ecclesiale sotto il Papato del papa Francesco, in particolare dopo che nel 2018 venne acquisito il parere La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa della Commissione teologica internazionale.

 Tuttavia il papa Francesco non sviluppò il criterio di sussidiarietà come principio organizzativo generale della sinodalità ecclesiale se non, viene ricordato, in un discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2016, nel quale elencò tra i criteri guida per la riforma curiale attuata con la Costituzione apostolica Praedicate evangelium anche il principio di sussidiarietà, quindi nel quadro di innovazioni di organismi della gerarchia ecclesiastica.  Leggo il passo del discorso del Papa in cui se ne parla.

 

Tutto questo sta a dire che la riforma della Curia è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera - tanta preghiera! -, con profonda umiltà, con chiara lungimiranza, con concreti passi in avanti e – quando risulta necessario – anche con passi indietro, con determinata volontà, con vivace vitalità, con responsabile potestà, con incondizionata obbedienza; ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo, confidando nel Suo necessario sostegno. E, per questo, preghiera, preghiera e preghiera.

ALCUNI CRITERI GUIDA DELLA RIFORMA:

Sono principalmente dodici: individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità.

 

Ora però l’enciclica La magnifica umanità  interviene con decisione per indicare nel principio di sussidiarietà  un «criterio generale  di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali». Quindi come elemento caratterizzante di quello stile sinodale della Chiesa come  «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione», come si legge nel  Documento Finale della Seconda Sessione della 16° Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, del 25 ottobre 2024.

 Leggiamo nei n.86 e 87 dell’enciclica La magnifica umanità:

 

 

86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione».  Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione. 

87. In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.

 

  Pensate  che cosa potrebbe comportare, in una parrocchia come la nostra, mettere in pratica l’insegnamento dell’enciclica in materia di sussidiarietà! Ma anche quale maggiore impegno e assunzione di responsabilità sarebbero richiesti anche alle persone laiche, che invece oggi stanno un po’ a ricasco del clero, in ruoli al massimo ausiliari. 



martedì 23 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - Terzo capitolo Tecnica e dominio, Sezione La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale - 12. L’intelligenza artificiale (n.98-99);

 La magnifica Umanità 

Enciclica MAG26

Terzo capitolo Tecnica e dominio, Sezione La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale

12. L’intelligenza artificiale (n.98-99);

  

Link di accesso al podcast video:


https://youtu.be/VqZ4MKGj5cc






Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio. In questo intervento anticipo la riflessione sul tema trattato neI  n.98 e 99, nel terzo capitolo Tecnica e dominio, Sezione La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale.

 L’enciclica La magnifica umanità non è dedicata ai problemi dell’intelligenza artificiale, ma alle trasformazioni sociali, economiche e politiche collegate al sempre crescente impiego di sistemi di intelligenza artificiale e al sempre più rapido ed esteso sviluppo di quelle tecnologie in un mondo globalizzato. La globalizzazione è l’ambiente sociale in cui i sistemi di intelligenza artificiale rendono possibile esercitare un potere mai così forte, esteso, pervasivo e penetrante, fin nell’intimità delle persone, nel governo delle società, nella formazione e controllo del consenso politico e dei consumatori, nella psicologia personale degli utenti, nello sviluppo della tecnologia degli armamenti,  con riflessi epocali sull’economia, sulle scienze, sullo sviluppo delle altre tecnologie,  sulla distribuzione sociale delle ricchezze prodotte, sull’organizzazione della forza lavoro e, in definitiva, sull’esclusione o inclusione sociale, sui modelli di sviluppo delle società, sull’ambiente e, tra l’altro, sulla pace e sulla guerra.

  Ciò che viene definito globalizzazione — pur avendo conosciuto una prima fase già tra fine Ottocento e inizio Novecento — ha avviato la sua stagione contemporanea dalla metà del Novecento, per poi svilupparsi impetuosamente dagli anni '90 di quel secolo, dopo il crollo dei regimi comunisti dell'Europa centro-orientale e con la crescente integrazione delle economie asiatiche, la Cina anzitutto, nei circuiti economici mondiali. Più di recente, anche gli sviluppi delle tecnologie dell'intelligenza artificiale ne stanno trasformando i caratteri. Il fenomeno viene comunemente definito come il processo di crescente integrazione e interdipendenza mondiale tra economie, società, culture e istituzioni, reso possibile dallo sviluppo delle comunicazioni, dei trasporti e delle tecnologie dell'informazione.

  I documenti del Magistero sulla dottrina sociale cominciarono molto presto a misurarsi con la dimensione internazionale e sovranazionale dei problemi politici — la necessità di un ordine fondato sul diritto, di istituzioni capaci di garantire la pace e di promuovere uno sviluppo esteso a quanti più popoli possibile —, in anticipo, o quanto meno in parallelo, rispetto al dibattito politico coevo: almeno a partire dal radiomessaggio di Pio 12° del 24 agosto 1939, Ai governanti e ai popoli nell'imminente pericolo della guerra. La globalizzazione in senso proprio sarebbe entrata nel lessico magisteriale più tardi, con il magistero del papa Giovanni Paolo 2° e, in forma sistematica, con l’enciclica La carità nella verità - Caritas in veritate, del 2009, del papa Benedetto 16°.

  Da qui la grande importanza di tale documento del Magistero, che si collega esplicitamente alle encicliche Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, diffusa nel 1967 sotto l’autorità del papa Paolo 6° e  La sollecitudine sociale – Sollicitudo rei socialis, diffusa sotto l’autorità del papa Giovanni Paolo 2°. Questo Magistero si interessa della progressio, nel senso del latino classico, vale a dire come il procedere nel tempo delle dinamiche sociali. Di solito si fa notare che nel latino classico "progressus" indicava principalmente l'avanzamento o il procedere di un processo, senza ulteriori connotazioni, né positive né negative; l'odierna accezione di progresso come miglioramento continuo della condizione umana è una costruzione culturale moderna, affermatasi soprattutto con l'Illuminismo e il positivismo, tra il Settecento e l’Ottocento. Il problema affrontato dal Magistero sociale, anche nell’enciclica La magnifica umanità, è quello di come far sì che lo sviluppo delle dinamiche sociali, potenziato dalle nuove tecnologie e in particolare ora da quelle dei sistemi di intelligenza artificiale,  realizzi un effettivo progresso in senso moderno per tutta l’umanità, quindi un miglioramento non solo per una sua parte privilegiata. E questo per il comando evangelico del costruire l’agàpe, che nel latino della nostra tradizione ecclesiale viene tradotto come caritas e in italiano come carità. Non si tratta solo di deliberare norme pubbliche adeguate. Leggiamo ai numeri 5 e 6 dell’enciclica:

 

5. […] Ora tocca a noi assumere con lucidità e responsabilità le sfide del nostro tempo. È necessario adottare strumenti normativi adeguati, capaci di tutelare la giustizia e di contenere gli effetti distorsivi del potere tecnologico. Ma la questione non si esaurisce nella regolamentazione. Come avvertiva papa Francesco, occorre domandarci con realismo chi oggi detenga questo potere e a quali fini lo orienti: «Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito [...] danno a coloro che detengono la conoscenza, e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero». Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.

6. Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?

 

  Siamo quindi invitati a riflettere sul fatto che queste tecnologie dell’intelligenza artificiale, così potenti, non sono neutrali perché assumono il volto di chi le pensa, le finanzia, le regola, le usa. 

  Spesso, quando sui mezzi di comunicazione se ne parla, l’intelligenza artificiale è associata a immagini di robot androidi: macchine governate da sistemi di intelligenza artificiale la cui struttura fisica ricorda quella del corpo umano, e addirittura è costruita per somigliargli. Un robot è una macchina programmabile dotata della capacità di percepire l'ambiente e di compiere azioni nel mondo fisico in modo automatico o semiautomatico. I robot androidi vengono costruiti con due finalità principali: interfacciarsi più agevolmente con gli esseri umani in certe funzioni, e muoversi e operare in ambienti progettati a misura d'uomo. Un sistema di intelligenza artificiale può governare uno o più robot androidi, ma non è un robot androide.

 A volte, per il suo carattere un po' misterioso agli occhi dei più e per l'alone di grande potenza che le aleggia intorno, l'intelligenza artificiale finisce per apparire qualcosa di soprannaturale, ma non lo è. E non è nemmeno un altro noi. Meno che mai un dio. E poi non vi è solo una  intelligenza artificiale, ma moltissime, anzi sempre più, in particolare per rispondere alle richieste della committenza commerciale. Infatti, in genere, le intelligenze artificiali dei nostri tempi sono prodotti industriali, fatti per essere messi in commercio da imprenditori privati. Come è ricordato nell’enciclica La magnifica umanità  nel numero 5 che sopra ho letto: «I principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».

   Le intelligenze artificiali in realtà  sono solo sistemi informatici progettati per svolgere compiti che richiedono capacità tipicamente associate all'intelligenza umana, come riconoscere schemi, comprendere il linguaggio, apprendere dall'esperienza, formulare previsioni o prendere decisioni. In altre parole, L'A.I. – Artificial intelligence [espressione in inglese che significa intelligenza artificiale  e che di seguito userò per riferirmi ad un sistema di intelligenza artificiale] è la capacità di un sistema di calcolo di simulare prestazioni proprie dell'intelligenza umana.

 Leggiamo nei numeri 98 e 99 dell’enciclica La magnifica umanità, nel  terzo capitolo Tecnica e dominio, Sezione La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’intelligenza artificiale:

 

98. È opportuno premettere due considerazioni: la prima è che qualsiasi affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo di questi sistemi. La seconda è che tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento. Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali – come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi – rimangono al momento sconosciuti. Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale.

99. Non è possibile dare una definizione univoca e completa dell’IA. Ciò che possiamo affermare è che occorre evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore.

 

 Da qui in  poi mi avvalgo dei miei appunti da una conferenza di un esperto di sistemi di intelligenza artificiale tenuta per il Meic  il 12 giugno 2026, revisionati e integrati dalle A.I. Claude -modello Opus  4.8 – di Anthropic, ChatGPT di OpneAI e Gemini di Google. Ho chiesto il consiglio delle A.I. perché la mia formazione è solo giuridica e non ero sicuro di aver appuntato correttamente ciò che ci era stato spiegato. Non faccio il nome dell’esperto, perché non ha rivisto il testo dei miei appunti.

 Come funziona una intelligenza artificiale?

  Il sistema di intelligenza artificiale riceve un prompt — una domanda — lo inquadra all'interno di una teoria e produce una soluzione. È decisivo individuare la teoria entro cui collocare il problema, per formalizzarlo correttamente sul piano logico. Il sistema calcola trasformando i dati in forma digitale, in sequenze di 1 e 0: la risposta è il risultato della computazione. Il passo difficile è la formalizzazione esatta del problema. Nessun metodo può stabilire in modo definitivo quando una formalizzazione è "corretta", perché la realtà non è formalizzata: lo sono soltanto le teorie. È invece possibile dimostrare l'equivalenza tra formalizzazioni diverse. Le macchine sono più veloci ed efficienti nell'eseguire i calcoli, e operano manipolando stringhe di simboli.

 Confrontando due risposte date dall’A.I. ChatGPT di OpenAI a un anno di distanza si è constatato  un progresso nella computazione, ma permane la difficoltà di fronte a problemi logici sofisticati e, ad esempio, ad alcuni problemi di traduzione: il limite sta nella formalizzazione. Nel gioco degli scacchi, invece, l'A.I. eccelle proprio perché il dominio è interamente formalizzabile (con regole chiuse, informazione completa). Il problema computazionale tipico è esplorare lo spazio delle possibilità future: qui le macchine sono più rapide, efficienti e affidabili — a condizione che il problema sia formalizzabile. Per questo è essenziale controllare la formalizzazione dei processi di computazione.

 I sistemi di A.I. hanno numerose applicazioni rilevanti e in molti compiti specifici superano le prestazioni umane. Già Norbert Wiener [leggi Nòrbert Uìner] ( vissuto tra il 1894 e il 1964), considerato il padre della cibernetica, avvertiva che le macchine automatiche possono accrescere il controllo esercitato da un gruppo di esseri umani sull'intera società. L'A.I. si può descrivere come una protesi della mente umana.

  Il calcolatore mediante il quale l’A.I. opera è costituito da circuiti elettronici governati da programmi, che sono insiemi  ordinati di istruzioni che un calcolatore esegue per svolgere un determinato compito.

  Alan Turing ha formalizzato la nozione di computabile: ciò che è computabile possiede un programma eseguibile da una macchina universale, capace di calcolare tutte le funzioni computabili. Non quindi tutte le funzioni in assoluto: esistono infatti problemi non computabili, come il problema della fermata. Il problema della fermata (halting problem in inglese) è la domanda: esiste un metodo generale — un algoritmo — che, ricevuti in ingresso un qualsiasi programma P e un qualsiasi dato d, sappia decidere con certezza, in tempo finito, se l'esecuzione di P su d prima o poi si ferma oppure prosegue all'infinito? Alan Turing nel 1936 dimostrò che un tale algoritmo non può esistere. Non è una limitazione contingente (macchine troppo lente, memoria insufficiente): è un'impossibilità di principio. È questo il senso dell'affermazione che esistono funzioni non computabili. il problema della fermata fissa un limite invalicabile e dimostrato matematicamente a ciò che qualsiasi macchina può calcolare — non l'A.I. di oggi, ma la computazione in quanto tale. Quando si dice che "vi sono limiti invalicabili alla formalizzazione", questo è il teorema fondativo a cui, in ultima analisi, ci si appoggia. È un argomento robusto da spendere: non un'opinione filosofica, ma un risultato logico che nessuno contesta.

 In un celebre articolo del 1950 Turing si chiese se le macchine possano "pensare". La domanda è oggi di stringente attualità in riferimento alle capacità dei sistemi di A.I. contemporanei.

  Le moderne macchine di A.I.  si basano su reti neurali, ispirate — in termini molto approssimativi — al funzionamento dei neuroni cerebrali. Questi sistemi vanno addestrati: l'addestramento consiste nel trovare i "pesi" delle connessioni che minimizzano l'errore, alimentando la rete con quantità enormi di dati. È in questa fase che i pesi vengono progressivamente aggiustati. Al n.98 dell’enciclica La magnifica umanità si osserva che  le  moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”: gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. Di conseguenza, aspetti scientifici fondamentali – come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi – rimangono al momento sconosciuti. Sappiamo quindi  esattamente qual è la matematica dietro al funzionamento macroscopico, ma non sappiamo perché quella specifica configurazione di miliardi di pesi numerici generi una determinata risposta o un comportamento emergente (come il ragionamento logico o la capacità di programmare). Oggi però si lavora molto sulla explainable AI cioè sull’intelligenza artificiale spiegabile, vale a dire trasparente nei suoi processi, in modo da consentire agli esseri umani di comprendere, almeno in parte, come e perché giunga a determinate conclusioni o decisioni, cioè sulla possibilità di spiegare come il sistema arriva a un determinato risultato. Va sottolineato un punto spesso frainteso: l'apprendimento avviene durante l'addestramento, non durante la risposta. Quando il modello già addestrato risponde a un prompt (fase di inferenza, cioè di interazione con utenti), i suoi pesi sono congelati: il sistema non si automigliora rispondendo, né impara dalla singola conversazione. Ma i dati dell’interazione possono essere utilizzati in una fase successiva e distinta di addestramento, non condotta durante l’interazione con gli utenti, per produrre una nuova versione del modello (cioè un nuovo insieme di pesi). Non è il modello con cui gli utenti interagiscono  che impara: è la sua generazione successiva che può essere plasmata dai dati aggregati delle interazioni precedenti. L’apprendimento avviene a livello di versioni, non di sessione.

  Il vero problema diventa allora come usare il risultato del calcolo. La macchina manipola simboli secondo regole — opera cioè sulla sintassi — mentre il significato, e soprattutto l'uso del risultato quando entrano in gioco valori morali, richiede il controllo dell'uomo. Esistono limiti invalicabili alla formalizzazione.

  In superficie le macchine fanno meglio, perché calcolano più velocemente. Ma sul piano del substrato delle azioni il discorso cambia. L'essere umano possiede una realtà interna — coscienza e volontà — che non ha modello matematico, non è formalizzabile e perciò, secondo questa tesi, non potrà mai essere realmente imitata. L'autocoscienza umana emerge dall'attività di circa 86 miliardi di neuroni, ma una volta emersa non si lascia ricostruire né formalizzare.

 Le risposte dei grandi modelli linguistici generativi (LLM, dall’inglese Large Language Model, cioè “grande modello linguistico”) come ChatGPT vengono prodotte prevedendo, a ogni passaggio, il successivo token, inteso come unità elementari di testo che possono corrispondere a una parola intera, a una parte di parola, a un segno di punteggiatura o a un numero, più plausibile sulla base di modelli statistici appresi durante l’addestramento su enormi quantità di dati. La superficie dei risultati delle A.I.  generaliste è levigata e convincente, ma tale fluidità espressiva non implica necessariamente una comprensione profonda dei contenuti. Ad esempio, questi sistemi non possiedono una comprensione morale autonoma e non sono in grado di fondare o giustificare principi etici come farebbe un essere umano: infatti ad oggi non esiste  una formalizzazione completa e universalmente accettata dell’etica umana.

  A un test del giugno 2026 l’A.I. ChatGPT  di OpenAI si è poi mostrata non pienamente affidabile sul piano logico nei problemi sofisticati: l'A.I. è affidabile quando il prompt è formalizzabile. In alcuni casi, ad esempio, non esegue correttamente la dimostrazione per assurdo, mostrando limiti logici ancora evidenti agli specialisti.

  Anche i sistemi di A.I., poi,  sbagliano: occorre quindi continuamente e sistematicamente revisionarne l'affidabilità, e la revisione implica l'uomo. È il rapporto con l'umano a valorizzare la tecnica, a darle senso. Ne deriva una responsabilità dei legislatori nel regolare le procedure di verifica dei sistemi di A.I., e la necessità che il legislatore dialoghi con i tecnici. L'A.I. è uno strumento il cui uso va regolato: non è indispensabile conoscerne a fondo tutti i processi interni, così come si guidano automobili o si usano computer senza padroneggiarne l'ingegneria. Per gli educatori si apre il problema di che cosa e come insegnare anche nel campo dell'A.I.

   Sul piano teorico, il successo attuale dell'IA rappresenta una rivincita del connessionismo. Conviene chiarire i due termini in gioco:

Il computazionalismo (o approccio simbolico, talvolta detto "A.I. classica" o GOFAI che significa Good Old-Fashioned Artificial Intelligence, vale a dire la "buona vecchia intelligenza artificiale", per indicare l'approccio classico all'A.I., dominante dagli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta) concepisce l'intelligenza come manipolazione di simboli secondo regole esplicite: la conoscenza è codificata in rappresentazioni strutturate e in regole logiche, e ragionare significa eseguire un programma su quei simboli. È la tradizione della logica, dei sistemi a regole, della programmazione logica — quella, per intenderci, più vicina alla sensibilità di un logico.

  Il connessionismo concepisce invece l'intelligenza come proprietà emergente da reti di unità elementari (i "neuroni" artificiali) fittamente interconnesse: la conoscenza non è scritta in regole esplicite, ma è distribuita nei pesi delle connessioni e viene appresa dai dati. È la tradizione delle reti neurali e dell'apprendimento profondo (il deep learning, vale a dire l'apprendimento profondo, una tecnica di apprendimento automatico — a sua volta branca dell'intelligenza artificiale — basata su reti neurali artificiali organizzate in molti strati, donde l'aggettivo «profondo», e capaci di apprendere automaticamente schemi complessi a partire da grandi quantità di dati).

 Per gran parte della storia dell'A.I. l'approccio simbolico ha dominato; l'odierno trionfo del deep learning e dei grandi modelli linguistici segna perciò la rivincita del paradigma connessionista. Resta però un nodo aperto: nessuna di queste A.I., fondate su un ragionamento probabilistico, fornisce ancora una vera risposta argomentativa. I pesi non sono passaggi di un'argomentazione, ma parametri numerici opachi: non "ragioni", e non interpretabili come tali. Per questo i computazionalisti restano a disagio di fronte a risultati generati su base probabilistica.

  Si esplorano, infine, paradigmi di calcolo ispirati a processi naturali — fino al ripiegamento (folding) delle proteine — come possibili vie alternative per problemi computazionalmente molto onerosi.

  Per aver un’idea approssimativa di quest’ultima via, bisogna capire che una proteina nasce come una catena lineare: una sequenza di amminoacidi agganciati uno dopo l'altro, come le perle di una collana, secondo le istruzioni scritte nel gene. Ma in quella forma distesa la proteina è inerte. Per funzionare deve ripiegarsi nello spazio in una precisa architettura tridimensionale — eliche, foglietti, anse — che le dà la sua forma definitiva. E la forma è la funzione: l'emoglobina trasporta ossigeno, un enzima accelera una reazione, un anticorpo riconosce un intruso, soltanto perché assumono quella geometria e non un'altra. Ripiegarsi male ha conseguenze gravi: diverse malattie (Alzheimer, Parkinson, fibrosi cistica) sono in fondo patologie del ripiegamento.

La cosa notevole è che questo processo avviene spontaneamente. Una volta immersa nell'ambiente acquoso della cellula, la catena proteica collassa e si ripiega nella sua struttura tridimensionale funzionale, guidata dalle forze fisiche che agiscono tra i suoi atomi e che tendono a portarla verso configurazioni energeticamente più favorevoli.  E’ un processo che per la logica è un problema intrattabile. Negli anni Sessanta Cyrus Levinthal formulò un paradosso: una proteina anche modesta potrebbe assumere un numero astronomico di configurazioni possibili — più degli atomi dell'universo. Se dovesse provarle a una a una per trovare quella giusta, impiegherebbe più tempo dell'età del cosmo. Eppure ci riesce in un battito. È esattamente il tipo di problema che fa disperare un computazionalista: lo spazio di ricerca è così vasto che la forza bruta è impensabile. Prevedere la forma finale a partire dalla sola sequenza — il celebre problema del ripiegamento proteico — è rimasto irrisolto per cinquant'anni, affrontato sperimentalmente con metodi lentissimi e costosissimi come la cristallografia a raggi X.

 L’A.I. è arrivata ad imitare quel processo, con una precisazione: L'A.I. non simula il processo fisico del ripiegamento, cioè non ne ricalcola passo passo la traiettoria nel tempo. Fa qualcosa di concettualmente diverso e più sottile: predice direttamente la struttura finale a partire dalla sequenza, sulla base del  riconoscimento di regolarità statistiche. È il sistema AlphaFold di Google DeepMind. Addestrato sulle circa 150.000 strutture proteiche già risolte sperimentalmente in decenni di lavoro, ha "imparato" le correlazioni profonde tra sequenze e forme: quali porzioni di catena tendono a finire vicine, quali motivi ricorrono, come l'evoluzione vincola le geometrie possibili. Poi, davanti a una sequenza nuova, inferisce la sua architettura più probabile.

  E’ bene però chiarire che AlphaFold non ragiona sulla fisica e non argomenta, si limita a riconoscere schemi. È il paradigma connessionista nella sua forma più trionfante. E ha successo proprio dove il problema è ben circoscritto e c'è abbondanza di dati di addestramento: ciò rende l'A.I. affidabile. In quelle condizione l’A.I. è in grado di predire l’esito del processo. Nel 2020 AlphaFold2 raggiunse un'accuratezza vicina a quella dei metodi sperimentali nel prevedere la forma delle singole proteine, risolvendo di fatto un problema aperto da mezzo secolo. La versione successiva, AlphaFold3, ha esteso le previsioni alle interazioni tra proteine e ligandi, acidi nucleici e altri complessi molecolari. Il database pubblico associato mette oggi a disposizione gratuitamente centinaia di milioni di strutture predette — in pratica quasi tutte le proteine note alla scienza, oltre duecento milioni di sequenze, un patrimonio che prima sarebbe costato secoli di laboratorio. Le ricadute più immediate sono nella progettazione di farmaci.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com