INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

*************************

L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

**********************************

Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

Chi voglia pubblicare un contenuto, può inviarlo a Mario Ardigò all'indirizzo di posta elettronica ardigo.mario@virgilio.it all'interno di una e-mail o come allegato Word a una e-email.

I contenuti pubblicati su questo blog possono essere visualizzati senza restrizioni da utenti di tutto il mondo e possono essere elaborati da motori di ricerca; dato il tema del blog essi potrebbero anche rivelare un'appartenenza religiosa. Nel richiederne e autorizzarne la pubblicazione si rifletta bene se inserirvi dati che consentano un'identificazione personale o, comunque, dati di contatto, come indirizzo email o numeri telefonici.

Non è necessario, per leggere i contenuti pubblicati sul blog, iscriversi ai "lettori fissi".

L'elenco dei contenuti pubblicati si trova sulla destra dello schermo, nel settore archivio blog, in ordine cronologico. Per visualizzare un contenuto pubblicato basta cliccare sul titolo del contenuto. Per visualizzare i post archiviati nelle cartelle per mese o per anno, si deve cliccare prima sul triangolino a sinistra dell'indicazione del mese o dell'anno.

Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

GOOGLE INSERISCE DEI COOKIE NEL CORSO DELLA VISUALIZZAZIONE DEL BLOG. SI TRATTA DI PROGRAMMI COMUNEMENTE UTILIZZATI PER MIGLIORARE E RENDERE PIU' VELOCE LA LETTURA. INTERAGENDO CON IL BLOG LI SI ACCETTA. I BROWSER DI NAVIGAZIONE SUL WEB POSSONO ESSERE IMPOSTATI PER NON AMMETTERLI: IN TAL CASO, PERO', POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE VISUALIZZARE I CONTENUTI DEL BLOG.

Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

```

martedì 9 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - Capitolo 1° - Un pensiero dinamico fedele al Vangelo - 6 - La dinamicità della Dottrina sociale

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

Capitolo 1° - Un pensiero dinamico fedele al Vangelo

6. La dinamicità della Dottrina sociale

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/11PYNeLnrQE



Giuseppe Lazzati (1909-1986), che si prodigò molto per spiegare alla gente il principio di autonomia delle realtà temporali secondo gli insegnamenti del Concilio Vaticano 2°

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio e, in particolare, i temi del capitolo 1°, Un pensiero dinamico fedele al Vangelo.

  Il capitolo si apre ripercorrendo in modo sintetico, il cammino attraverso il quale la Dottrina sociale della Chiesa ha preso forma nel Magistero recente dei Papi e del Concilio Vaticano 2°, per metterne in luce il carattere dinamico. Affronta quindi una delle materie centrali del Concilio Vaticano 2°, vale a dire il modo di affrontare da persone di fede le novità dei tempi senza tradire le verità del Vangelo, in particolare nel rapporto con le scienze e la politica.  Dal Cinquecento questo argomento ha reso difficili i rapporti con le scienze, sia quelle umane che quelle della natura, ma in particolare con queste ultime, e travagliati i rapporti con i regimi politici. La questione ha avuto anche risvolti difficili nella valutazione ecclesiastica di due movimenti che sono stati al centro delle questioni sociali dal Seicento al Novecento, il liberalismo e il socialismo, e nell’affrontare la pratica della democrazia, i cui principi, dalla fine della Seconda guerra mondiale sono andati diffondendosi, in misura maggiore o minore, a livello globale.

  L’enciclica, a questo proposito, cita i n.36 e 44 e  richiama le argomentazioni del n.76 della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza – Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2°, che trascrivo integralmente, perché le persone laiche dovrebbero imprimerseli bene nella memoria:

 

36. La legittima autonomia delle realtà terrene.

Molti nostri contemporanei […] sembrano temere che, se si fanno troppo stretti i legami tra attività umana e religione, venga impedita l'autonomia degli uomini, delle società, delle scienze.

Se per autonomia delle realtà terrene si vuol dire che le cose create e le stesse società hanno leggi e valori propri, che l'uomo gradatamente deve scoprire, usare e ordinare, allora si tratta di una esigenza d'autonomia legittima: non solamente essa è rivendicata dagli uomini del nostro tempo, ma è anche conforme al volere del Creatore.

Infatti è dalla stessa loro condizione di creature che le cose tutte ricevono la loro propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine; e tutto ciò l'uomo è tenuto a rispettare, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola scienza o tecnica.

Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio.

Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza prenderne coscienza, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quello che sono.

A questo proposito ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non sono mancati nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, suscitando contese e controversie, essi trascinarono molti spiriti fino al punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro.

Se invece con l'espressione « autonomia delle realtà temporali » si intende dire che le cose create non dipendono da Dio e che l'uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore, allora a nessuno che creda in Dio sfugge quanto false siano tali opinioni.

La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce.

Del resto tutti coloro che credono, a qualunque religione appartengano, hanno sempre inteso la voce e la manifestazione di Dio nel linguaggio delle creature.

Anzi, l'oblio di Dio rende opaca la creatura stessa.

[…]

44. L'aiuto che la Chiesa riceve dal mondo contemporaneo.

Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano. L'esperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell'uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa.

Essa, infatti, fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione. Così, infatti, viene sollecitata in ogni popolo la capacità di esprimere secondo il modo proprio il messaggio di Cristo, e al tempo stesso viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le diverse culture dei popoli . Allo scopo di accrescere tale scambio, oggi soprattutto, che i cambiamenti sono così rapidi e tanto vari i modi di pensare, la Chiesa ha bisogno particolare dell'apporto di coloro che, vivendo nel mondo, ne conoscono le diverse istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti.

È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l'aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta.

La Chiesa, avendo una struttura sociale visibile, che è appunto segno della sua unità in Cristo, può essere arricchita, e lo è effettivamente, dallo sviluppo della vita sociale umana non perché manchi qualcosa nella costituzione datale da Cristo, ma per conoscere questa più profondamente, per meglio esprimerla e per adattarla con più successo ai nostri tempi.

Essa sente con gratitudine di ricevere, nella sua comunità non meno che nei suoi figli singoli, vari aiuti dagli uomini di qualsiasi grado e condizione.

Chiunque promuove la comunità umana nell'ordine della famiglia, della cultura, della vita economica e sociale, come pure della politica, sia nazionale che internazionale, porta anche non poco aiuto, secondo il disegno di Dio, alla comunità della Chiesa, nella misura in cui questa dipende da fattori esterni.

Anzi, la Chiesa confessa che molto giovamento le è venuto e le può venire perfino dall'opposizione di quanti la avversano o la perseguitano.

[…]

76. La comunità politica e la Chiesa

È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori.

La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana.

La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra nel proprio campo. Ma tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale degli stessi uomini. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace, quanto più coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo. L'uomo infatti non è limitato al solo orizzonte temporale, ma, vivendo nella storia umana, conserva integralmente la sua vocazione eterna.

Quanto alla Chiesa, fondata nell'amore del Redentore, essa contribuisce ad estendere il raggio d'azione della giustizia e dell'amore all'interno di ciascuna nazione e tra le nazioni. Predicando la verità evangelica e illuminando tutti i settori dell'attività umana con la sua dottrina e con la testimonianza resa dai cristiani, rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadini.

Gli apostoli e i loro successori con i propri collaboratori, essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo Salvatore del mondo, nell'esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre.

Certo, le cose terrene e quelle che, nella condizione umana, superano questo mondo, sono strettamente unite, e la Chiesa stessa si serve di strumenti temporali nella misura in cui la propria missione lo richiede. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.

Ma sempre e dovunque, e con vera libertà, è suo diritto predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l'ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime. E farà questo utilizzando tutti e soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e in armonia col bene di tutti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni.

Nella fedeltà del Vangelo e nello svolgimento della sua missione nel mondo, la Chiesa, che ha come compito di promuovere ed elevare tutto quello che di vero, buono e bello si trova nella comunità umana  rafforza la pace tra gli uomini a gloria di Dio.

 

  In base a questi principi, si legge nell’enciclica, la Chiesa, anche riguardo alla svolta epocale determinata dallo sviluppo e dal crescente impiego delle tecnologie dell’intelligenza artificiale,  vuole aiutare a leggere in profondità la realtà, sostenendo le scelte che promuovono la dignità di ogni persona, la coesione delle comunità e il bene di tutti, ponendosi accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso, per cooperare allo sviluppo, in ogni vicenda umana, della giustizia e della pace, secondo il desiderio che lo Spirito Santo continua a suscitare nel cuore dell’umanità. Pur nella  distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica e nella loro reciproca piena autonomia, la presenza della Chiesa nel mondo si esprime anche nel suo rapporto con la società civile e con le istituzioni pubbliche. Nel dialogare con esse, la Chiesa riconosce il valore delle realtà sociali e politiche e ne rispetta la responsabilità propria, sostenendo tutto ciò che tutela la vita delle persone e rafforza le fondamenta del tessuto sociale. Essa non pretende di assumere le funzioni che competono allo Stato; al contrario, ne stima il servizio al bene comune e riconosce con convinzione la responsabilità che le istituzioni civili esercitano nella società. Allo stesso tempo, non rimane distante dalle sofferenze concrete degli uomini e delle donne del nostro tempo.

  L’ascolto dei «vari linguaggi», secondo l’espressione che troviamo al n. 44 della Costituzione La gioia e la speranza - Gaudium et spes, non significa soltanto studio sociologico, si sostiene nell’enciclica, ma implica un discernimento spirituale. Quest’ultimo è inteso, nel senso del metodo di Ignazio di Loyola, come identificazione e valutazione dei propri movimenti interiori per distinguere quali impulsi provengano da Dio e quali non. In tale discernimento, con l’aiuto dello Spirito, il popolo di Dio riconosce nelle trasformazioni culturali e sociali sia i segni della presenza del Cristo che viene e guida la storia verso il suo compimento, sia quelle derive che ne offuscano il volto. La Verità rivelata non viene modificata nel suo nucleo essenziale, ma esplicitata e assunta come criterio vivente per orientare scelte concrete e, in particolare, per promuovere riforme delle strutture e sostenere forme nuove di testimonianza evangelica nella vita pubblica.

 L’enciclica continua osservando che il confronto con i saperi non attenua la forza del Vangelo; al contrario, consente di individuare con maggiore lucidità ciò che promuove realmente la vita delle persone e delle comunità. Su molte questioni specifiche la Chiesa non pretende di offrire una parola definitiva,  ma riconosce l’importanza di ascoltare la ricerca scientifica e di favorire un confronto serio e leale tra studiosi, accogliendo la diversità delle opinioni. La Dottrina sociale, continua l’enciclica, proprio perché nasce dalla fede e dalla sua intelligenza della realtà, non si traduce in un repertorio di soluzioni tecniche né in un modello economico o politico da contrapporre ad altri: appartiene a un livello diverso, quello dei principi che orientano la lettura degli avvenimenti e sostengono un’interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano. Quindi data la varietà delle situazioni storiche, non è realistico pensare che la Dottrina sociale possa proporre una risposta unica e valida per tutti i contesti;  per questo ogni comunità cristiana è  invitata a leggere con lucidità e responsabilità la realtà del proprio Paese.  La Dottrina sociale non è, insegna l’enciclica, un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario.

 Concludo, questo intervento,  con la parabola delle monete d’oro, che si trova nel Vangelo secondo Matteo al capitolo 25, versetti da 14 a 30, che vi leggo nella Traduzione interconfessionale in lingua corrente. E’ citata al n.9 dell’enciclica, osservando:

 

[…] Lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso. Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia fruttare (secondo l’insegnamento evangelico della parabola che si legge nel Vangelo secondo Matteo, al capitolo 25, versetti da 14 a 30 - Mt 25,14-30). La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.

Parabola delle monete d’oro

 

  Così infatti sarà il regno di Dio.

  Un uomo doveva fare un lungo viaggio: chiamò dunque i suoi servi e affidò loro i suoi soldi. A uno consegnò cinquecento monete d’oro, a un altro duecento e a un altro cento: a ciascuno secondo le sue capacità. Poi partì. Il servo che aveva ricevuto cinquecento monete andò subito a investire i soldi in un affare, e alla fine guadagnò altre cinquecento monete. Quello che ne aveva ricevute duecento fece lo stesso, e alla fine ne guadagnò altre duecento. Quello invece che ne aveva ricevute soltanto cento scavò una buca in terra e vi nascose i soldi del suo padrone.

 Dopo molto tempo il padrone ritornò e cominciò a fare i conti con i suoi servi.

 Venne il primo, quello che aveva ricevuto cinquecento monete d’oro, portò anche le altre cinquecento e disse:

— Signore, tu mi avevi consegnato cinquecento monete. Guarda: ne ho guadagnate altre cinquecento.

  E il padrone gli disse:

— Bene, sei un servo bravo e fedele! Sei stato fedele in cose da poco, ti affiderò cose più importanti. Vieni a partecipare alla gioia del tuo signore.

 Poi venne quello che aveva ricevuto duecento monete e disse:

— Signore, tu mi avevi consegnato duecento monete d’oro. Guarda: ne ho guadagnate altre duecento.

 E il padrone gli disse:

— Bene, sei un servo bravo e fedele! Sei stato fedele in cose da poco, ti affiderò cose più importanti. Vieni a partecipare alla gioia del tuo signore!

  Infine venne quel servo che aveva ricevuto solamente cento monete d’oro e disse:

— Signore, io sapevo che sei un uomo duro, che raccogli anche dove non hai seminato e che fai vendemmia anche dove non hai coltivato. Ho avuto paura, e allora sono andato a nascondere i tuoi soldi sotto terra. Ecco, te li restituisco.

  Ma il padrone gli rispose:

— Servo cattivo e fannullone! Dunque sapevi che io raccolgo dove non ho seminato e faccio vendemmia dove non ho coltivato. Perciò dovevi almeno mettere in banca i miei soldi e io, al ritorno, li avrei ritirati con l’interesse.

Via, toglietegli le cento monete e datele a quello che ne ha mille. Perché chi ha molto riceverà ancora di più e sarà nell’abbondanza; chi ha poco, gli porteranno via anche quel poco che ha. E questo servo inutile gettatelo fuori, nelle tenebre: là piangerà come un disperato.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com


sabato 6 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - La via di Neemia 5.

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

La via di Neemia

5.

Link di accesso al podcast video:

 https://youtu.be/Su2ZhJuNGnc



Libro di Neemia, cap.5: l’assemblea per esaminare le proteste per ingiustizie sociali della popolazione più povera.

 

  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.

 Nello studiare un’enciclica è molto importante approfondirne l’apparato dei riferimenti biblici. Infatti l’aspetto teologico è centrale in documenti di quel genere e la teologia si fonda sulla Parola di Dio, trasmessa, secondo la dottrina cattolica,  nella Sacra Scrittura e nella Sacra Tradizione. Questo può dirsi anche a proposito di un’enciclica sociale come la La magnifica umanità, perché la dottrina sociale della Chiesa è considerata parte della teologia morale.

 Nell’enciclica si propone il personaggio di Neemia come nostro compagno e figura-guida  e la narrazione della riparazione delle mura e delle porte della città di Gerusalemme, nel 5° secolo avanti Cristo, come modello biblico di riferimento per orientare la nostra azione sociale di persone di fede di fronte alla svolta epocale dei nostri tempi determinata dagli sviluppi delle tecnologie dell’intelligenza artificiale e dal loro sempre più pervasivo impiego nella vita sociale, e non solo nelle attività economiche.

  Nell’enciclica, in otto numeri, le unità tematiche minori in cui è suddivisa, nell’Introduzione e nei capitoli Terzo  e Quinto, vi sono riferimenti espliciti alle narrazioni contenute nel libro di Neemia, nelle quali viene presentato Neemia e descritto il suo ministero come governatore della Giudea su mandato dell’imperatore persiano Artaserse 1°, nel 5° Secolo prima di Cristo, nella Gerusalemme di circa un secolo dopo che la città era stata conquistata dai Persiani, mettendo fine alle dominazione Babilonese e consentendo il ritorno della gente di quella regione che era stata costretta a trasferirsi a Babilonia. Questi riferimenti sono nei numeri 8, 10 e 16 dell’Introduzione; nei numeri 90 e 129 del  capitolo Terzo, Tecnica e Dominio, La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’Intelligenza Artificiale; nei numeri 184, 241 e 242 del capitolo Quinto, La cultura della potenza e la civiltà dell’amore.

  Proviamo a saldare le argomentazioni svolte in quelle parti dell’enciclica in un unico discorso continuo:

 

Il libro di Neemia […] si apre in un momento di grande vulnerabilità nella storia dell’antico Israele. Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate (come si legge nei primi due capitoli del libro di Neemia - cfr Ne 1-2). Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.

 Scegliamo [dunque] la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E, dentro questa opera condivisa, i cristiani trovano la loro forma propria di costruire: orientare l’agire a Dio, perché alla sua luce il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrova le sue solide fondamenta e il suo fine ultimo.

Come Neemia, preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (come si legge nel versetto 11 del Salmo 85). Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare.

 Desidero volgere lo sguardo su alcune sfide che toccano da vicino il nostro modo di abitare questo tempo. L’immagine biblica che accompagna queste pagine è quella di una costruzione: da un lato la torre di Babele, dove l’opera comune è guidata da un progetto di dominio che finisce per disumanizzare (come si legge nel libro della Genesi, capitolo 11, versetti da 1 a 9 -  Gen 11,1-9); dall’altro le rovine di Gerusalemme, che sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa (come viene narrato nei capitoli da 2 a 6 del libro di Neemia - Ne 2-6). Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono. Non si tratta di una scelta sul nostro futuro, ma sul nostro presente, perché l’intelligenza artificiale e le altre tecnologie emergenti sono già parte del nostro quotidiano.

L’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta. L’intelligenza creativa dell’essere umano è un dono che può alleviare sofferenze e aprire possibilità nuove, ma essa deve restare ordinata al bene comune, alla giustizia, alla cura dei fragili e del creato. In questo senso, la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere. Alla fine, la domanda decisiva resta se l’intelligenza artificiale renda la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, “più umana”,  più “degna dell’uomo”.  Se la risposta è “sì”, allora possiamo riconoscervi una possibilità buona da abitare con responsabilità, in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana.

 Intendo, dunque, confrontare due logiche opposte, che ho già evocato con immagini bibliche: da un lato, la tentazione di costruire la torre di Babele, confidando nella potenza e nell’orgoglio; dall’altro, la pazienza di ricostruire Gerusalemme, come ai tempi di Neemia, “pezzo per pezzo”, custodendo l’umano e il bene comune.

  Neemia ascolta il grido di una città ferita, porta quel dolore nella preghiera, discerne davanti a Dio, chiede aiuto, ottiene il permesso di partire, organizza il lavoro, affronta resistenze interne ed esterne e, mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura di Gerusalemme. In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere.

L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento, della città santa che ci viene, anzitutto, data in dono. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio, «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (come si legge nel libro dell’Apocalisse, capitolo 21, versetto 2 – Ap 21,2). Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello. Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni. La presenza di Dio offre a tutti luce e vita. La città è un nuovo Eden, con la sua acqua viva donata agli assetati e con il suo albero della vita, le cui foglie «servono a guarire le nazioni» (come si legge nel libro dell’Apocalisse, al capitolo 22, versetto 2 - Ap 22,2). Nell’attesa del suo compimento, questa visione sta davanti a noi come un’esortazione, un appello a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme: questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre.

 

   Osservo che nell'enciclica le narrazioni dell'Antico Testamento vengono sempre comprese alla luce del Vangelo e, in questo caso, della visione, contenuta nel libro dell'Apocalisse, della città donata da Dio, con le porte permanentemente aperte alle genti di tutte le nazioni. Nella Gerusalemme di Neemia, invece, le mura e le porte avevano anzitutto una funzione difensiva e servivano a ricostituire l'identità religiosa e civile della comunità dopo l'esilio; esse contribuivano anche a distinguere Israele dai popoli circostanti, mentre nell'Apocalisse, nei brani citati alla fine dell’enciclica,  la città santa appare come il compimento universale del progetto di Dio per tutta l'umanità. 

Concludo con i brani del libro dell’Apocalisse recanti i versetti citati nell’enciclica, dal capitolo 21, versetti da 1 a 4, e dal capitolo 22, versetti da 1 a 6:

 

 E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c'era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:

 

"Ecco la tenda di Dio con gli uomini!

Egli abiterà con loro

ed essi saranno suoi popoli

ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.

 E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi

e non vi sarà più la morte

né lutto né lamento né affanno,

perché le cose di prima sono passate".

[…]

E mi mostrò poi un fiume d'acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall'altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all'anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni.

 

E non vi sarà più maledizione.

Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello:

i suoi servi lo adoreranno;

vedranno il suo volto

e porteranno il suo nome sulla fronte.

Non vi sarà più notte,

e non avranno più bisogno

di luce di lampada né di luce di sole,

perché il Signore Dio li illuminerà.

E regneranno nei secoli dei secoli.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com


giovedì 4 giugno 2026

La magnifica Umanità - Enciclica MAG26 - Introduzione 4 - La via di Neemia 2

 

La magnifica Umanità

Enciclica MAG26

Introduzione

4. La via di Neemia  2

Link di accesso al podcast video:

 

https://youtu.be/9OxVVTgSg3M




  Continuo ad esaminare in dettaglio l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, nella quale, per affrontare i problemi della svolta epocale che stiamo vivendo anche per l’estensione degli impieghi delle tecnologie dei sistemi di intelligenza artificiale e di quelle, ad esse legate, per la robotizzazione di mansioni finora ritenute tipicamente umane,  si propone come modello orientativo virtuoso quello descritto nel libro biblico di Neemia nell’episodio della riparazione delle mura di Gerusalemme. Ad esso viene contrapposto quello narrato nell’episodio della costruzione della città di Babele, con una torre altissima, descritto nel libro biblico della Genesi. La differenza tra i due modelli, che l’enciclica mette in risalto, è che nel secondo si prescinde dalla volontà di Dio.

 La conoscenza delle Scritture da parte delle persone di fede è in genere legata alla lettura che se ne fa durante la Messa, in particolare quella domenicale. Il libro di Neemia è utilizzato come lettura nella messa domenicale solo nella Terza domenica del Tempo ordinario del ciclo C annuale delle letture: si legge l’episodio della lettura solenne e della spiegazione del rotolo della Legge di Mosè al cospetto del popolo da parte di Esdra, indicato come scriba e sacerdote.

 Ad Esdra è anche intitolato un altro libro biblico, che originariamente formava un solo libro con quello di Neemia.

  Il libro di Neemia non è quindi in genere molto conosciuto tra la maggior parte della gente di fede.

 I biblisti ritengono verosimile che Neemia sia un personaggio realmente esistito e che la narrazione della riparazione delle mura di Gerusalemme abbia un fondamento storico, anche se non ve ne sono testimonianze al di fuori della Bibbia. La storia che vi è narrata è ambientata nel 5° secolo prima di Cristo, durante il regno del re persiano Artaserse 1°. Il libro di Neemia è scritto in prima persona, come se lo stesso Neemia narrasse gli eventi di cui fu protagonista, come per un memoriale. Si ritiene che all’origine del libro vi sia stato un memoriale autenticamente proveniente dal personaggio indicato come Neemia e che poi vi siano state rielaborazione successive da parte di altri ambienti redazionali, in particolare per armonizzarlo con il materiale che ora costituisce il libro di Esdra.

  Nel libro a lui intitolato, Neemia si presenta come coppiere del re Artaserse 1°, a Susa una delle capitali del regno, a circa 250 chilometri a nord del Golfo Persico, non lontano dalla frontiera degli attuali Iraq  e Iran: quello di coppiere era un incarico molto importante nelle istituzioni persiane dell'epoca. Non si trattava infatti soltanto di un domestico incaricato di servire il vino al sovrano e di vigilare sulla sicurezza della sua tavola, accertandosi che cibi e bevande non fossero avvelenati, ma soprattutto di una persona che godeva della piena fiducia del re. Sempre vicina al sovrano, anche nei momenti più riservati, essa poteva parlargli direttamente, presentargli richieste e talvolta consigliarlo. Il coppiere godeva pertanto di una posizione elevata all'interno della corte e poteva esercitare una significativa influenza politica.

 Neemia non spiega come fosse giunto a corte e come vi avesse assunto quel ruolo così importante. Parte della popolazione della Giudea, soprattutto appartenente alle classi dirigenti, era stata trasferita coattivamente a Babilonia quando, nel VI secolo a.C., il Regno di Giuda era stato conquistato dai Babilonesi. L'Impero babilonese, verso la fine del VI secolo a.C., era stato a sua volta conquistato dai Persiani. Era prassi delle grandi monarchie del Vicino Oriente antico che persone provenienti dai territori conquistati, specialmente appartenenti alle élite locali, fossero trasferite e talvolta integrate nell'amministrazione del regno conquistatore. Questo è tutto ciò che possiamo dire con ragionevole certezza in merito.

 Neemia narra di aver ricevuto la visita del fratello Hanani, proveniente dalla Giudea, accompagnato da altri uomini di quella regione, e di aver appreso da loro notizia della miseria e della desolazione in cui viveva laggiù la popolazione, nonché del fatto che le mura di Gerusalemme erano in rovina e le sue porte bruciate. Dopo averne parlato al re, Neemia ottiene da sovrano di recarsi in  Giudea con un contingente di fanti e cavalieri per ricostruire la città, dove si trovavano le tombe dei suoi padri.

 Leggiamo nel libro di Neemia, capitolo 2, versetti 4 e 5: 

 

Il re mi disse: "Che cosa domandi?". Allora io pregai il Dio del cielo e poi risposi al re: "Se piace al re e se il tuo servo ha trovato grazia ai tuoi occhi, mandami in Giudea, nella città dove sono i sepolcri dei miei padri, perché io possa ricostruirla".

 

Il re dà a Neemia una lettera ordinando di  fornirgli materiale da costruzione e  delle altre lettere dirette ai governatori dei territori ad ovest del fiume Eufrate, vale a dire la Siria, la Fenicia e la  Palestina, perché gli consentissero di passare. Neemia, in sostanza, giunge a Gerusalemme con l’incarico di governatore per conto del re persiano, come emerge in particolare da ciò che si legge nel capitolo 5, del libro di Neemia, versetto 14: «[…] il re mi aveva stabilito loro governatore nel paese di Giuda, dal ventesimo anno fino al trentaduesimo anno del re Artaserse […]».

    Questi gli antefatti: dall’arrivo di Neemia a Gerusalemme prende inizio la vicenda della riparazione delle mura della città che l'enciclica La magnifica umanità indica come modello per affrontare i problemi del nostro tempo. La narrazione biblica si riferisce a fatti molto lontani nel tempo e a società molto diverse dalle nostre. Ai nostri giorni, ad esempio, non costruiamo più mura intorno alle città: sarebbero inutili tenendo conto della potenza dei moderni armamenti. Tuttavia la riparazione delle mura di Gerusalemme può essere assunta come immagine della riforma di una società per salvarla dai mali che la minacciano. Inoltre, certe situazioni umane dei tempi antichi ricorrono ancora oggi nelle nostre società: si pensi all'invidia tra fratelli fino al delitto, narrata nella storia di Caino e Abele.

  Ciò che nell'enciclica viene posto in evidenza come virtuoso è il costante riferimento alla volontà di Dio e il fatto che la ricostruzione delle mura vede la collaborazione di tutta la popolazione, ciascuno con la propria parte di muro da ricostruire, nel quadro di assemblee e momenti di confronto nei quali vengono presentati i problemi e ricercate le soluzioni.

  Neemia non è un sovrano, come Salomone, né un condottiero come Mosè; ma non è neppure un profeta, un sacerdote o un intellettuale. La sua figura presenta alcuni elementi che possono ricordare ciò che oggi si attende da un responsabile politico in una società democratica. Riesce a suscitare il consenso della popolazione nelle assemblee pubbliche. Si fanno promesse davanti a tutti e ci si impegna a mantenerle. Ecco, ad esempio, che leggiamo nel libro di Neemia, al capitolo 5, versetti 9-13, a proposito di un'assemblea indetta per risolvere un problema di equità sociale durante una crisi economica che si manifesta nel corso dei lavori:

 

Quando udii i loro lamenti e queste parole, ne fui molto indignato. Dopo aver riflettuto dentro di me, accusai i notabili e i magistrati e dissi loro: "Voi esigete dunque un interesse tra fratelli?". Convocai contro di loro una grande assemblea e dissi loro: "Noi, secondo la nostra possibilità, abbiamo riscattato i nostri fratelli Giudei che si erano venduti agli stranieri, e ora proprio voi vendete i vostri fratelli perché siano rivenduti a noi?". Allora quelli tacquero e non seppero che cosa rispondere. Io dissi: "Quello che voi fate non va bene. Non dovreste voi camminare nel timore del nostro Dio per non essere scherniti dagli stranieri, nostri nemici? Ma anch'io, i miei fratelli e i miei servi abbiamo dato loro in prestito denaro e grano. Condoniamo questo debito! Rendete loro oggi stesso i loro campi, le loro vigne, i loro oliveti e le loro case e l'interesse del denaro del grano, del vino e dell'olio, che voi esigete da loro". Quelli risposero: "Restituiremo e non esigeremo più nulla da loro; faremo come tu dici". Allora chiamai i sacerdoti e li feci giurare di attenersi a questa parola. Poi scossi la piega anteriore del mio mantello e dissi: "Così Dio scuota dalla sua casa e dai suoi beni chiunque non manterrà questa parola e così sia egli scosso e svuotato di tutto!". Tutta l'assemblea disse: "Amen" e lodarono il Signore. Il popolo si attenne a questa parola.

 

 Nel commento al libro di Neemia nel  libro Esdra, Neemia. Introduzione, traduzione e commento, a cura di Francesco Bianchi, Edizioni San Paolo 2011, si legge, a proposito di quel brano:

 

Il capitolo è composto da tre sottounità. Nela prima Neemia descrive la crisi economica che colpisce la Giudea, scatenando la protesta di tre gruppi di persone, fra cui preponderanti sono le donne, contro i loro fratelli giudaiti. Nella seconda sono descritti i provvedimenti adottati per risolverla; vi traspaiono diversi tratti della personalità di Neemia, vale a dire la capacità di autocontrollo, la ponderata riflessione, l’esempio personale, il mancato richiamo alla propria autorità e all’uso della forza, la ricerca del favore popolare mediante la convocazione di un’assemblea spontanea.

 

 La politica è il governo delle società umane. L'insegnamento biblico è che essa deve essere esercitata in conformità alla volontà di Dio e alla sua legge morale. Nella figura di Neemia viene presentato un politico animato dall'intenzione di conformare la propria azione di governo all'etica della sua fede. Pur operando in un contesto molto diverso dalle moderne democrazie, egli mostra caratteristiche che si attagliano particolarmente bene alle società democratiche contemporanee, poiché esercita il suo servizio cercando di coinvolgere la comunità e di suscitare il consenso e la collaborazione del popolo.

 Nell’enciclica leggiamo che «“ Scegliere la via di Neemia” significa ricostruire riconoscendo che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità. E’ per noi cristiani una chiamata a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi».

 

  Concludo con la preghiera di Neemia dopo aver udito, nella splendida capitale dell’impero persiano dove aveva raggiunto una posizione invidiabile,  le sofferenze del suo popolo nella lontana Giudea, e prima di cercare di ottenere dal sovrano l’autorizzazione a porvi rimedio. E’ riportata all’inizio del libro di Neemia, al capitolo 1, versetti da 3 a 11: 

 

Essi mi dissero: "I superstiti che sono scampati alla deportazione sono là, nella provincia, in grande miseria e desolazione; le mura di Gerusalemme sono devastate e le sue porte consumate dal fuoco". Udite queste parole, mi sedetti e piansi; feci lutto per parecchi giorni, digiunando e pregando davanti al Dio del cielo. E dissi: "O Signore, Dio del cielo, Dio grande e tremendo, che mantieni l'alleanza e la fedeltà con quelli che ti amano e osservano i tuoi comandi, sia il tuo orecchio attento, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera del tuo servo; io prego ora davanti a te giorno e notte per gli Israeliti, tuoi servi, confessando i peccati che noi Israeliti abbiamo commesso contro di te; anch'io e la casa di mio padre abbiamo peccato. Abbiamo gravemente peccato contro di te e non abbiamo osservato i comandi, le leggi e le norme che tu hai dato a Mosè, tuo servo. Ricòrdati della parola che hai affidato a Mosè, tuo servo: "Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i miei comandi e li eseguirete, anche se i vostri esiliati si trovassero all'estremità dell'orizzonte, io di là li raccoglierò e li ricondurrò al luogo che ho scelto per farvi dimorare il mio nome". Ora questi sono tuoi servi e tuo popolo, che hai redento con la tua grande forza e con la tua mano potente. O Signore, sia il tuo orecchio attento alla preghiera del tuo servo e alla preghiera dei tuoi servi, che desiderano temere il tuo nome; concedi oggi buon successo al tuo servo e fa' che trovi compassione presso quest'uomo".

 

 A tutte e a tutti l’augurio di saper individuare nel nostro tempo, con le sue difficoltà, le sue tremende minacce, ma anche le sue grandi possibilità di un futuro migliore, la via di Neemia, quella in cui innanzi tutto ci si affida alla volontà di Dio, e per questo si diventa artefici di bene e non di sventura per la gente, secondo l’esortazione dell’enciclica La magnifica umanità.

 

Mario Ardigò - Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo: acvivearomavalli.blogspot.com

martedì 2 giugno 2026

Due Giugno

 

Due Giugno

(2-6-26)

 

  Oggi si celebra l’ottantesimo anniversario del referendum istituzionale sulla forma dello stato italiano, regno sotto la dinastia Savoia o repubblica, e, insieme,  delle elezioni per scegliere i membri dell’Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto deliberare una nuova legge fondamentale al posto dello Statuto del 1848, detto Albertino, perché concesso quell’anno dal Re di Sardegna Alberto di Savoia sotto la pressione popolare di moti liberali e costituzionali che si manifestarono nel suo Regno come in tutta Europa a quel tempo. A quell’epoca il Regno di Sardegna comprendeva il Piemonte, La Liguria, la Sardegna, la Savoia e la contea di Nizza. A seguito delle guerre nazionaliste del Risorgimento, venne a comprendere quasi tutta l’Italia di oggi, e la sua denominazione mutò in Regno d’Italia nel 1861. All’esito di una breve guerra, conquistò e abolì lo Stato Pontificio, nel Centro Italia, e trasferì la sua capitale a Roma. Regnava la dinastia Savoia: il suo ultimo Re fu Umberto di Savoia, sostituito nelle sue funzioni sovrane dal Governo a seguito dell’esito del referendum istituzionale del 1946, favorevole alla Repubblica.

  Le elezioni del 1946 furono le prime a cui poterono partecipare anche le donne, che  furono decisive nell’affermazione del partito espresso dai cattolici democratici italiani, la Democrazia Cristiana, fondata nel 1942. L’Azione Cattolica, a sua volta, fu decisiva per la formazione politica delle donne cattoliche italiane, a seguito della vastissima diffusione dell’Unione fra le donne cattoliche italiane, il ramo femminile dell’Azione Cattolica, fondata nel 1909, ma particolarmente della Gioventù femminile di Azione Cattolica, fondata nel 1918. La formazione dei cattolici italiani alla politica avvenne sulla base della dottrina sociale della Chiesa e, in particolare, quanto alla riforma per il ripristino della democrazia, alla luce di importantissimi radiomessaggi natalizi diffusi dal 1942 al 1945 sotto l’autorità del papa Pio 12°: nel loro insieme ebbero il valore di un’enciclica sociale. Orientarono l’azione dei membri cattolici nell’Assemblea Costituente, ma più oltre, la costruzione del processo di unificazione europea, sfociato nell’Unione Europea nel 1993, con il Trattato di Maastricht.

 Dopo la caduta del fascismo mussoliniano, nel luglio 1943, con una serie di Regi decreti legge si iniziò a smantellare l’architettura fascista dello stato. L’opera proseguì con Regi decreti luogotenenziali quando il 4 giugno 1944, dopo la liberazione di Roma, il Re Vittorio Emanuele 3° nominò l’erede al trono, il figlio Umberto, Luogotenente del Regno. Quest’ultimo divenne Re nel maggio 1946, quando il padre decise di abdicare in suo favore. Umberto di Savoia era detto il Re di Maggio, perché divenne re il 9 maggio 1946 e venne provvisoriamente sostituito come capo di stato dal Presidente del Consiglio democristiano Alcide De Gasperi, il 13 giugno 1946, a seguito del risultato del referendum istituzionale. Umberto di Savoia quello stesso giorno lasciò l’Italia in aereo. Il 28 giugno 1946 l’Assemblea Costituente nominò Presidente della Repubblica Enrico De Nicola.

  Il risultato delle elezioni per l’Assemblea Costituente determinò gli orientamenti per la scrittura della nuova   Costituzione democratica repubblicana.  I due maggiori partiti politici risultarono la Democrazia Cristiana, fondata da Alcide De Gasperi, da vecchi membri del Partito Popolare di Luigi Sturzo e da nuovi giovani cattolici democratici in gran parte formatisi nell’Azione Cattolica e nell’Università Cattolica del Sacro Cuore, con il 35% dei voti, e il Partito socialista Italiano con il 20% dei voti. Le ultime elezioni pienamente democratiche prima della nomina del governo Mussolini, nel 1922, durato senza interruzioni fino al 1943, erano state quelle del 1921, in cui il maggior partito era stato quello socialista, con il 26% dei voti,  seguito dai cattolici democratici del Partito Popolare di Luigi Sturzo, con il 20%. Alle elezioni per l’Assemblea Costituente il terzo maggior partito fu il Partito Comunista italiano, con il 18%, che nel 1921 aveva avuto il 4% dei voti. Altri partiti politici seguivano con molto distacco. La nostra Costituzione repubblicana, entrata in vigore il 1 gennaio 1948, fu scritta con l’apporto maggiore dei democristiani, socialisti e comunisti, ma quello dei democristiani fu rilevantissimo perché essi avevano cominciato a studiare e progettare la nuova democrazia, sull’impulso dei radiomessaggi natalizi del papa Pio 12°, fin dal luglio 1943, quando, nella foresteria dei monaci camaldolesi a Camaldoli, frazione del Comune di Poppi, in provincia di Arezzo, luogo dove gli universitari cattolici tenevano abitualmente le loro settimane teologiche, si iniziò a scrivere un progetto di nuova Costituzione, chiamato comunemente il Codice di Camaldoli, ma pubblicato mesi dopo, nella primavera del 1945, con il titolo Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli. Tra  gli invitati al convegno del 1943 notiamo i nomi di persone che furono centrali nella vita della futura Repubblica: Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Guido Gonella, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Aldo Moro, Ezio Vanoni, tutti poi eletti membri dell’Assemblea Costituente nel 1946.

 Lo Statuto Albertino era una costituzione democratica di tipo liberale. Sanciva i diritti fondamentali della persona, con particolare rilievo a quello di proprietà, e il principio dello stato di diritto, secondo cui ogni autorità pubblica deve agire nei limiti delle norme che riguardano il suo potere. Durante gli anni del fascismo mussoliniano quei principi furono stravolti nella sostanziale impotenza del Re, nonostante i suoi ampi poteri per la tutela dell’ordinamento costituzionale, esercitati infine solo il 25 luglio del 1943, quando revocò l’incarico di Capo del Governo a Benito Mussolini, ordinandone l’immediato arresto.  La nostra nuova Costituzione repubblicana andò molto oltre, sancendo come diritti fondamentali, non solo come vaghi principi orientativi, importanti principi di solidarietà sociale, come il diritto ad una retribuzione dignitosa per i lavoratori dipendenti e il principio che proprietà ed economia devono avere una funzione sociale e non pregiudicare l’utilità sociale.

 Contro il nazionalismo liberale e quello fascista si enunciò il principio di uguaglianza in dignità senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, stabilendo che la Repubblica dovesse rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impedissero il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

  Si stabilì il ripudio della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali e si posero le basi per la partecipazione dell’Italia al processo di unificazione europea e globale, stabilendo che le pretese di sovranità statale non dovessero costituire un ostacolo in esso.

 Si riconobbero e garantirono i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiese l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

  Tutti questi principi e molti altri, sanciti come diritti azionabili davanti ai giudici della Repubblica, come poi in effetti avvenne trasformando profondamente l’ordinamento giuridico, corrispondevano agli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.

 Da rilevare che il principio di sussidiarietà, ricordato dal papa Leone nell’enciclica La magnifica umanità e formulato per la prima volta nell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo anno, del 1931, fu posto a base ed è ancora tra i principali fondamenti dell’Unione Europea ed è stato anche inserito nella Costituzione italiana nel 2001.

 La scelta per la Repubblica fu anch’essa molto importante, perché abbandonava un sistema politico basato sul privilegio politico ereditario (con la nuova Costituzione fu anche abolito il riconoscimento pubblico di tutti  i titoli nobiliari) e, soprattutto, in cui si sacralizzava una dinastia sovrana, che si voleva regnasse anche per Grazia di Dio. Nella Repubblica regna pienamente la democrazia e, poiché si deve regnare tutte e tutti insieme, lo si deve fare secondo regole di giustizia e solidarietà. E’ anche una grande responsabilità: una volta i figli dei Re venivano accuratamente formati per il loro ministero reale; in democrazia lo devono essere tutte e tutti. Finora alla Presidenza della Repubblica italiana sono state chiamate persone di alto profilo intellettuale e morale: Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella provenendo dalle file della nostra Azione Cattolica. Il Presidente Scalfaro tenne sempre al bavero della giacca il distintivo dell’Azione Cattolica Italiana. Speriamo che anche in futuro si continui così.

 Quindi il 2 giugno 1946 non si decise solo il destino della Casa regnante Savoia, ma quello di tutta la nazione e i cattolici italiani fecero tesoro degli insegnamenti della dottrina sociale.

 Il processo di costruzione dell’Unione Europea, in cui i cristiano democratici ebbero un ruolo fondamentale, e ancora oggi la Presidenza della Commissione Europea è affidata a una democristiana, ha garantito la pace dal 1945 e fino ad oggi tra stati che si erano incessantemente e sanguinosamente combattuti fin dall’antichità. Un periodo di pace che non ha pari nella storia dell’intera umanità. E questo si è fatto secondo gli auspici della dottrina sociale della Chiesa, in particolare dai radiomessaggi natalizi tra il 1942 e il 1945, e poi oltre fino ad oggi, fino agli insegnamenti di papa Leone.

  Questo delinea il nostro dovere morale di persone cattoliche che, in più, aderiscono all’Azione Cattolica Italiana. E’ quello di costruire le città dell’uomo secondo i principi della dottrina sociale cattolica, da ultimo enunciati, con riferimento alla svolta epocale che stiamo vivendo, nell’enciclica La magnifica umanità. Azione Cattolica è azione nella società secondo quei principi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – acvivearomavalli.blogspot.com