INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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domenica 15 marzo 2026

OMELIA DEL CARD. ZUPPI AI VESPI DELLA GIORNATA DI PREGHIERA E DIGIUNO PER LA GUERRA NEL VICINO ORIENTE

 

Card. Zuppi: non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile

Da: https://www.chiesacattolica.it/card-zuppi-non-ci-stanchiamo-di-dire-che-la-guerra-e-inutile/

Il 13 marzo, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Matteo Zuppi, Presidente della CEI, ha celebrato i Vespri nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara). Pubblichiamo di seguito l’omelia. 

Papa Leone ha chiesto di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Per questo preghiamo e invochiamo perché la sua richiesta accorata venga accolta. Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado. La spirale rivela che la guerra ha solo una terribile logica, geometrica, che una volta liberata condiziona anche chi l’ha innescata, costringendolo a fare quello che forse non vorrebbe. È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia, da palombari che scandagliano le cause e cercano le trame di dialogo e relazione profonde. La diplomazia è tutt’atro che prendere tempo, dilazionare, non risolvere i problemi. Non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza. Scrisse Papa Francesco nella Spes non Confundit: «L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti. Non venga a mancare l’impegno della diplomazia per costruire con coraggio e creatività spazi di trattativa finalizzati a una pace duratura» (n.8). È la guerra che crea solo altri problemi ben più gravi dei precedenti. Si arriva a uccidere quelli che sono gli interlocutori con cui si deve o si dovrà negoziare, tradimento infame di qualsiasi regola del dialogo e del rispetto! Come si può credere dopo alla volontà di confronto?

Per risolvere i conflitti bisogna andare e lezione dalla storia, per capirne le cause antiche e recenti, che spesso si sono modificate ma che occorre affrontare perché sia davvero una pace giusta. Ad esempio, la non applicazione degli accordi di Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele. Senza trattativa si produrranno soltanto una serie infinita di guerre con la spietata logica di abbattere il nemico. Ma chi è nemico? Chi lo definisce tale? Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, certamente diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente “obiettivi spazzatura”. L’intelligenza artificiale fa il resto. Si inseriscono centinaia di obiettivi nel sistema e si aspetta di vedere chi si può uccidere e quando. Si eliminano così intere famiglie, colpendo senza sapere o con la presunzione di sapere e di averne diritto. Chi ha diritto? E poi cosa fare dopo, a guerra finita? Non dovrebbe essere questo il rigoroso fine? Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini? Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. È sempre una sconfitta per tutti. Anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva.

La guerra non è mai uno strumento della politica perché la guerra è una macchina di morte che impone una sua propria logica. Tutte le guerre sono guerra tra civili: fratelli che uccidono fratelli perché in guerra la vita umana perde ogni valore. Il suo veleno non finisce mai, segna e inquina la vita per sempre, nel corpo e nella psiche. Ogni guerra lascia l’aria contaminata da un’epidemia di inimicizia. Ecco perché pregare e digiunare, perché crediamo che tutto può cambiare e da credenti l’impossibile possa realizzarsi.

«Risplenda la tua lampada sopra il nostro cammino, la tua mano ci guidi alla meta pasquale». E la Pasqua è anche la pace piena che Gesù ci affida. Lo abbiamo ascoltato dall’autore della lettera agli Ebrei: «Non ci perdiamo d’animo». Nella Fratelli tutti Papa Francesco ci ricorda quante occasioni abbiamo perduto e delle quali chiedere perdono, ma anche imparare per non farlo più: «Non si colsero pienamente le occasioni offerte dalla fine della guerra fredda, per la mancanza di una visione del futuro e di una consapevolezza condivisa circa il nostro destino comune. Invece si cedette alla ricerca di interessi particolari senza farsi carico del bene comune universale. Così si è fatto di nuovo strada l’ingannevole fantasma della guerra. Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male» (nn.260-261). In questi «tempi bui» vogliamo che brilli la luce di uomini e donne che scelgono di essere artigiani di pace cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta. Dipende da noi.

Nel messaggio per la Quaresima Papa Leone lo ha chiesto in maniera diretta e molto concreta ricordando il senso del digiuno e della sua dimensione comunitaria: «Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore». Ora si arriva all’elogio del tribalismo, alla spinta verso la frammentazione e la divisione sociale accompagnata da un disprezzo verso le istituzioni internazionali e verso la debolezza dell’Europa che, troppo sbilanciata a tutelare i diritti dei più vulnerabili, non sarebbe capace di garantire sicurezza. E guai a quanti per convenienza, opportunismo, ignoranza, calcolo seminano odio, pregiudizi, eccitando l’idea del nemico invece di cercare quello che unisce! Saggiamente un grande europeo recentemente scomparso affermava che «l’Europa può essere utile non solo ai nostri cittadini e paesi, ma può aiutare il mondo intero ad avere regole per una convivenza civile e pacifica». Ma deve avere l’anima per poterlo fare!

Lo spirito religioso può consentire di lavorare per l’unità. Quei cristiani, che coraggiosamente costruirono l’architettura dell’Europa e che lo fecero da cristiani per tutti e insieme a tutti, ispirino altri a cercare con audacia soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione e responsabilità. Che le religioni tutte si impegnino in questo, perché Pace è il nome di Dio. Insegna la sapienza ebraica espressa dal rabbino Shimon Gamliel che «quando vedeva due persone che si odiavano andava da uno dei due e gli diceva: “perché odi quel tale, che è venuto a casa mia e si è prostrato davanti a me e mi ha detto: mi sono comportato male con quel tale, vai a calmarlo nei miei confronti”: e poi andava dal secondo e gli diceva la stessa cosa che aveva detto al primo e in questo modo metteva pace amore e amicizia tra una persona e l’altra».

«Tutte le bugie sono proibite, ma si può mentire per mettere pace tra una persona e l’altra», dicono i rabbini, spiegando come una giustizia rigorosa fosse incompatibile con la pace e sostenendo la necessità del compromesso come mezzo per temperare la giustizia con la pace. Cerchiamo la pace, anche e soprattutto quando non c’è e sembra impossibile. Non si vive senza. Non rendiamo la pace una tregua. Sant’Agostino dice che «sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra» (Ep. 229,2). Solo insieme se ne esce. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza.

I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri. E Dio, che ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo, suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza, ci aiuti a sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello. Il giudizio di Dio ci ispiri a dominare l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio. Tanti operatori di pace aiuteranno l’architettura per una casa comune di fratelli tutti.

13 Marzo 2026

 

sabato 14 marzo 2026

L'ateismo virtuoso

 

L’ateismo vrtuoso



Il dio della guerra arma il suo popolo

 

  Riceviamo la parola ateismo dal francese. Ma il termine, come molti altri del gergo filosofico, origina dal greco antico, nel quale si aveva ἀθεότης, che si legge atheótees e che indicava la posizione di chi negava gli dei, non rispettava gli dei della città o non era sotto la loro protezione. Nella nostra cultura la parola esprime prevalentemente il primo significato.

  Nel greco era composta dalla parola che significava gli dei preceduta dal prefisso negativo “a” (in greco alfa), che significava assenza, privazione, negazione del significato della parola alla quale era unito.

  L’ateismo è diffamato nella nostra cultura religiosa eppure fu un tratto caratteristico delle comunità cristiane delle origini, le quali appunto vennero accusate di ateismo, con riferimento ai culti pubblici praticati nell’Impero romano dove iniziarono a diffondersi nel Primo secolo.

  Un Padre della Chiesa, Giustino, nato a Nablus in Palestina e morto martire a Roma sotto l’imperatore Marco Aurelio,  a metà del Secondo secolo in una Apologia  diretta all’imperatore romano Antonino Pio scrisse, al capitolo 6:

 

καὶ ἀθεοὶ μὲν εἶναι κατηγορούμεθα·
ὁμολογοῦμεν δὲ ἀθέους εἶναι τῶν τοιούτων λεγομένων θεῶν,
οὐ μέντοι τοῦ ἀληθεστάτου θεοῦ.

 

che si legge:

 

 kai ateòi men ènai kateegorùmetha: omologùmen de athèus èinai ton toiùtoon legomènoon teòon u mèntoi tù alethestàtu teù

 

e si traduce letteralmente in italiano:

 e atei invero siamo considerati: ammettiamo invero atei essere verso questi cosiddetti dei ma non però verso il verissimo Dio.

 

  Abitualmente, di fronte a religioni diverse dalla nostra, siamo portati ad  opporre le ragioni delle nostre teologie, quasi che quelle fedi fossero delle specie di eresie rispetto alla nostra e, quindi, si potesse correggerle per quella via.

  Però, di fronte a quell’empia scena allestita alla Casa Bianca, a Washington D.C., qualche giorno fa, con al centro il Presidente federale in carica, resosi colpevole del crimine di aggressione bellica contro la popolazione iraniana e che si vanta con toni feroci di aver ordinato le stragi in corso contro quella gente sventurata, condannata a quella fine fondamentalmente, almeno per ciò che riguarda il governo americano, per il fatto di vivere su ingentissime riserve di petrolio senza essersi piegata ai capitalisti occidentali, e intorno sedicenti predicatori evangelici che invocano su di lui l’assistenza e la protezione di un loro dio, sento di dover recuperare, da cristiano, i costumi delle origini, la via di Giustino. E di dover quindi proclamare il mio totale, assoluto, irriducibile ateismo verso quella loro immagine di dio. Non c’è possibilità di intesa, di dialogo, di ecumenismo. Ci può essere solo il ripudio e la resistenza.   

  E’ una religione quella? Se lo è va combattuta. Non mi servono le ragioni delle nostre teologie, i loro sofismi, e rifiuto i toni ammorbiditi della diplomazia clericale. Lo faccio in nome della comune umanità, ciò che nell’antichità romana veniva definito humànitas e  che in cuore fa nascere la pietà e anche il principio secondo cui la grandezza del vincitore si misura dal modo in cui tratta il vinto,  puramente e semplicemente. E’, quella, una religione disumana, letale, empia perché spietata.  Verso di essa l’ateismo, al modo dei cristiani delle origini,  è doveroso e virtuoso.

  Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli

 

 

 

giovedì 12 marzo 2026

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di conferimento della Laurea magistrale Honoris Causa in “Politica, Istituzioni e Mercato”, in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” - Estratto

 

Da: https://www.quirinale.it/elementi/151737

Intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla cerimonia di conferimento della Laurea magistrale Honoris Causa in “Politica, Istituzioni e Mercato”, in occasione dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” - Estratto

 Firenze, 10/03/2026 (II mandato)

 

[…]

Nel 1912 il tema del relatore, Teodosio Marchi, era “la crisi della rappresentanza”. All’indomani della introduzione del suffragio universale maschile, esaminava la crisi della rappresentanza liberale e del ruolo del Parlamento e dei partiti, concludendo che il mondo stava cambiando con la stessa velocità e profondità con cui “l’invenzione della macchina a vapore ha fatto con l’industria” e che la prospettiva era quella di una “democrazia autoritaria”.

Chissà cosa direbbe oggi, osservando il ritmo sempre più veloce dei mutamenti degli strumenti disponibili, nonché quanto sta avvenendo nella realtà degli assetti istituzionali in tante parti del mondo.

Nel 1917, con la Prima Guerra Mondiale ancora in corso, Santi Romano scelse, per la sua prolusione, il titolo “Oltre lo Stato”: quel grande maestro auspicò la creazione di una comunità politica europea. Perché, a guerra conclusa, disse, "nulla sarebbe stato come prima".

Il primo, Teodosio Marchi, presagiva la non lontana crisi dello Stato liberale, il cui detonatore fu senz’altro il primo conflitto mondiale, ma che già incombeva, anche in Italia, dovuta all’incapacità di interpretare gli eventi e le trasformazioni sociali e di ampliare in modo adeguato la base dello Stato unitario, garantendo adeguata rappresentanza ai ceti popolari.

Specchio di tale difficoltà era per molti aspetti il Parlamento, ancora nettamente costituito su base censitaria e localistica, con affidamento della rappresentanza a notabilati, sintomo di scarsa sensibilità ad avvertire i movimenti reali e profondi della società. L’affermazione dei partiti popolari giunse a ridosso dell’assalto del fascismo che li colse impreparati, non in grado di predisporre un’iniziativa efficace per contrastare la violenza dilagante e l’ambiguità della monarchia.

Il secondo, Santi Romano, acutamente, comprese che antidoto efficace e duraturo alla spirale nefasta della guerra non poteva che essere la creazione di un movimento di unificazione europea, di cui avvertiva l’urgenza per arrestare il declino del continente, iniziato con il primo conflitto mondiale.

Come ben sappiamo, fu necessario un secondo, ancor più sanguinoso conflitto perché, grazie all’azione di alcuni statisti lungimiranti, questa consapevolezza si diffondesse tra le classi dirigenti e i cittadini europei.

[…]

Vorrei cogliere l’occasione di sottolineare come la nostra Assemblea Costituente si giovò in grande misura del contributo di uomini di cultura, di studiosi di diverso orientamento che ne entrarono a far parte, accanto alla componente più schiettamente politica.

La cultura e la scienza sono per loro autentica natura aperte all’interlocuzione, non pretendono di possedere verità assolute, sono inclini a trovare punti di incontro, a raggiungere mediazioni, senza rinunciare ad affermare principi e valori.

Questo rese possibile la nostra Costituzione: una collaborazione autentica e profonda, tra studiosi e rappresentanti politici, nel porre le basi per la rinascita dell’Italia nel segno della democrazia.

I padri costituenti si rivelarono capaci di indicare a un popolo devastato dalla guerra, sofferente e disorientato, una prospettiva di futuro, una società aperta da realizzare insieme, nella condivisione dei diritti fondamentali, nella libertà, nel pluralismo delle istituzioni, promuovendo un’economia libera e orientata all’utilità sociale, la cooperazione e la pace come obiettivo delle relazioni internazionali.

Il Diritto costituzionale, focalizzato appunto sulla forma di governo, si intrecciò, nell’esperienza della Cesare Alfieri, con la storia istituzionale, la comparazione e la politologia, evocando Machiavelli e lo studio del potere.

[…]

I partiti politici hanno rappresentato il motore della rinascita democratica dell’Italia, assicurando il coinvolgimento popolare come mai si era verificato nella storia dello Stato unitario. Rivestono un ruolo indicato dalla Costituzione: anche per questo sono, più che utili, necessarie critiche e sollecitazioni che provengono dagli elettori, anzitutto, e dal mondo della cultura.

[…]

Comun denominatore di questi studiosi [che insegnarono alla Scuola di Scienze politiche Cesare Alfieri] sono stati il rigore e la tolleranza: il rigore della volontà di capire prima di giudicare; la tolleranza che produce necessità di comprendere tutte le ragioni, la certezza che non esistono risposte semplici a problemi complessi.

[…]

Da questa Università è venuto anche un forte contributo agli studi dei rapporti tra Stato e Chiesa. La Cesare Alfieri ha contribuito alla definizione delle relazioni fra le due sponde del Tevere nonché alla loro reciproca comprensione e feconda collaborazione per il bene dell’Italia.

[…]

Il fondatore della Cesare Alfieri esortava i docenti a dare ai giovani “buone vettovaglie” e di fornirli di ”buone armi per tutta la campagna della vita militante”.

Questo proposito appare oggi quanto mai essenziale perché la contemporaneità sta imponendo sfide rivoluzionarie nell'ordine internazionale e in quello economico, con evidenti riflessi sugli assetti e sugli ambiti istituzionali.

I protagonisti degli scenari globali, con grande e crescente influenza sulla vita quotidiana di singoli e di comunità, sono soggetti tecnologici e finanziari. Sovente vi si fondono i due aspetti.

Non si tratta di fenomeni completamente nuovi. Nuova è la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda Guerra Mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali su base di parità tra gli Stati. La pretesa, infatti, è di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi.

I social hanno modificato il modo di comunicare, cambiando relazioni sociali e modo di operare anche nella vita politica.

L'intelligenza artificiale sta modificando forme e modalità di lavoro e innumerevoli e ancora indefiniti aspetti della vita nel mondo.

Un contributo fondamentale, in questo quadro, a una convivenza più giusta e più libera deve vedere protagonisti il mondo della cultura e istituzioni come la Cesare Alfieri.

La tecnologia e la scienza sembrano avere oggi bisogno soprattutto di un nuovo e vigoroso apporto di carattere umanistico. Di una nuova ricomposizione dell’unicità del sapere, sempre più avvertita e concretamente sviluppata da discipline che un tempo apparivano estranee le une alle altre.

Vi è l’esigenza di rimettere al centro la persona, i valori umani e universali, il senso di comunità che accresce il valore delle relazioni tra le persone, del rispetto e del reciproco riconoscimento di dignità e di diritti.

Occorre, come hanno fatto tanti di coloro che hanno operato in questa Scuola, in questo Ateneo, dedicarsi allo studio con passione, nei diversi ambiti della conoscenza affinché i nuovi confini del sapere possano essere esplorati e coltivati per realizzare il benessere collettivo che muove dalla centralità della persona – ripeto -, di ciascuna persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri.

Occorre farlo come incitava Francesco Protonotari, primo direttore della Nuova Antologia - altra creazione della Firenze capitale - come "spiriti indipendenti e coraggiosi".

Ho ricordato – poc’anzi - Silvano Tosi, prima allievo e poi docente autorevole della Cesare Alfieri, e di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita.

Nel 1957 concludeva la prefazione alla sua traduzione della “Democrazia in America” di Tocqueville con queste parole, tuttora attuali e motivo di riflessione: “Nelle molte intuizioni profetiche di Tocqueville, la più inquietante per il nostro tempo è forse quella che prevede un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista, cui la moderna scienza del dispotismo suggerisce quell'aspetto filantropico, quelle forme fraudolentemente rappresentative, quel temibile ufficio tutorio dell'individuo, che Tocqueville definì magistralmente, cogliendone l'intimo spirito, nel concludere che si tendeva a far perpetuare l'infanzia dell'uomo”.

Non lasciamo che questo avvenga, che si realizzi una simile regressione.

 

martedì 10 marzo 2026

Un appello alla coscienza dell’arcivescovo di Chicago - Illinois - USA

 

In un mondo che sta regredendo all'età della pietra, la Chiesa cattolica con i suoi soli trecento anni di ritardo può fare ancora la sua bella figura!






https://www.avvenire.it/chiesa/lo-scandalo-di-una-guerra-presentata-come-un-videogioco-cosa-ha-detto-il-cardinale-di-chicago-cupich_105559


Dichiarazione del cardinale Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, “Un appello alla coscienza”
7 marzo 2026

Mentre più di 1.000 uomini, donne e bambini iraniani giacevano morti dopo giorni di bombardamenti da parte di missili statunitensi e israeliani, giovedì sera l’account ufficiale della Casa Bianca sulla piattaforma X ha pubblicato un video con scene tratte da popolari film d’azione montate insieme a riprese reali degli attacchi nella guerra contro l’Iran. Il filmato era accompagnato dalla didascalia: “GIUSTIZIA ALL’AMERICANA.”

Una guerra reale, con morti reali e sofferenze reali, trattata come se fosse un videogioco — è disgustoso. Centinaia di persone sono morte: madri e padri, figlie e figli, tra cui numerosi bambini che hanno commesso il fatale errore di andare a scuola quel giorno. Sei soldati statunitensi sono stati uccisi. Anche loro vengono disonorati da quel post sui social media. Centinaia di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, e molti milioni di altre vivono nel terrore in tutto il Medio Oriente.

Questa rappresentazione terrificante dimostra che viviamo ormai in un’epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il salotto di casa si è drasticamente ridotta. La crisi morale che stiamo affrontando non riguarda solo la guerra in sé, ma anche il modo in cui noi, osservatori, guardiamo alla violenza, perché la guerra è ormai diventata uno sport da spettatori o un gioco strategico. In effetti, il mercato predittivo Kalshi ha recentemente pagato un risarcimento di 2,2 milioni di dollari in relazione a utenti insoddisfatti di come la società ha liquidato i 55 milioni di dollari scommessi sulla destituzione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei, dopo che era stato ucciso.

I giornalisti usano ormai il termine “gamification” della guerra per descrivere questa dinamica. Che profondo fallimento morale! Trasformare la guerra in un gioco priva le persone reali della loro umanità. Non dimentichiamolo: un “colpo a segno” non significa segnare punti sul tabellone; significa una famiglia in lutto, la cui sofferenza ignoriamo quando diamo priorità all’intrattenimento e al profitto invece che all’empatia.

Il nostro governo sta trattando la sofferenza del popolo iraniano come uno sfondo per il nostro intrattenimento, come se fosse soltanto un altro contenuto da scorrere con il dito mentre aspettiamo in fila al supermercato. Ma alla fine perdiamo la nostra umanità quando ci entusiasmiamo per il potere distruttivo del nostro esercito. Diventiamo dipendenti dallo “spettacolo” delle esplosioni. E il prezzo di questa abitudine è quasi impercettibile, mentre ci desensibilizziamo ai veri costi della guerra. Ma più a lungo restiamo ciechi davanti alle terribili conseguenze della guerra, più rischiamo il dono più prezioso che Dio ci ha dato: la nostra umanità.

So che il popolo americano è migliore di tutto questo. Abbiamo il buon senso di capire che ciò che sta accadendo non è intrattenimento ma guerra, e che l’Iran è una nazione di persone, non un videogioco con cui altri giocano per divertirci.

 

 


lunedì 9 marzo 2026

Gli dei malvagi

Gli dei malvagi

 

  Questa Quaresima è una grande prova per la fede cristiana.

  Se fossi un teologo saprei spiegarvi com’è fatto e che vuole Dio. Ma non lo sono.

  L’altro giorno l’uomo che ha ordinato la criminale aggressione contro il popolo iraniano s’è fatto riprendere mentre, con un drappello di quotati predicatori, pregava il Dio dei cristiani di dar successo a quel crimine di aggressione. Vuole la resa incondizionata degli aggrediti.

  In Iran, nel nome del loro Dio, hanno nominato capo supremo il responsabile di atti criminali contro l’umanità e di altri crimini di aggressione contro altri  popoli, il quale, a detta di fonti giornalistiche molto precise, ha accumulato in Occidente un patrimonio personale immenso, ricavato dalle risorse del suo popolo.

  L’altro principale responsabile del crimine di aggressione contro il popolo iraniano, ricercato dalla Corte penale internazionale per altri crimini, sostiene che un suo Dio vuole quel crimine, l’asseconda e gli darà successo, e, a conferma  di questa idea, richiama i miti biblici.

 A Roma, il Papa, nel nome del Dio cristiano, esorta alla pace e al dialogo, ma, contro una lunga tradizione del passato in cui s’è fatto diversamente, rimane sul generico sulle responsabilità etiche, che, come sostengono i teologi morali, sono sempre personali,  e così il suo appello cade nel vuoto perché ognuno di coloro che hanno parte in questi crimini può pensare che sia rivolto solo a coloro che considera suoi nemici, e le vittime rimangono senza patroni sulla Terra, e chissà se ne abbiano in Cielo, vista la confusione che c’è su chi ci  sia e che cosa vi si voglia, come se una nube nerissima ce l’offuscasse.

  Non pretendo di insegnare a un Papa come fare un Papa, prendo atto che oggi, di fronte a questi crimini, è così che si fa il Papa.

  Ma, dicono, se facesse i nomi dei criminali, sarebbe peggio, perché quelli infierirebbero sui cristiani, e andrebbe ancora peggio se, impegnando la propria autorità religiosa, liberasse la gente cattolica da ogni obbligo di obbedienza a chi ha ordinato quei crimini.

  Accadde nel 1076 quando il papa Gregorio 7ª scomunicò l’imperatore germanico Enrico 4º e liberò i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà verso quel sovrano. Accadde poi diverse altre volte.

  Le remore a più precise prese di posizione sono le stesse che trattennero il papa Pio 12º al tempo dell’ascesa del nazismo hitleriano e che finora  hanno sbarrato la strada sulla via della sua beatificazione, perché, pur con tutte le giustificazioni che gli storici vi hanno trovato, di quella scelta non si va certamente fieri e non viene considerata particolarmente virtuosa.

  Che farei io al posto del Papa? Io non sono e non accetterei mai di essere al posto suo. A ciascuno il suo. È lui che ha accettato di fare il papa.

  Il mio problema di cristiano è di individuare quale sia, per me, ora, in questo contesto storico, la via del vangelo.

  Bisogna tener conto che i sovrani cristiani, compresi quelli insediati democraticamente, si sono manifestati storicamente assai propensi ad atti criminali come quelli in corso e che le gerarchie ecclesiastiche in genere hanno invocato su di loro la benedizione del Dio dei cristiani. Accade, ad esempio, nella guerra criminale che da anni insanguina l’Ucraina. E, appunto, ora nella criminale aggressione contro il popolo iraniano. Nelle armate degli aggressori non manteniamo forse cappellani? E per chi e che cosa pregano?

  Come cristiano, il mio riferimento principale è Gesù. Dove, nei Vangeli, risulta che Gesù abbia ordinato o benedetto una guerra? La guerra può mai essere la sua via? Eppure egli non ruppe con la tradizione assai bellicosa del suo popolo: Mosè, un capo guerriero, oltre che un profeta e un legislatore, comparve al suo fianco nell’episodio della Trasfigurazione. La questione rimane dunque aperta.

  Il principio religioso della misericordia, che comprende tante cose, e che fu certamente un tratto caratteristico del Gesù come emerge nei Vangeli, può essere preso come riferimento concreto. È l’aspetto che più mi ha  affascinato nelle personalità religiose che ho preso come riferimento nella mia vita.

  All’inizio dell’enciclica  Ricco di misericordia – Dives in Misericordia, del 1980, del papa Giovanni Paolo 2º, leggiamo:

 

«Dio ricco di misericordia» (Ef 2,4) è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l'ha manifestato e fatto conoscere. (Gv 1,18) (Eb 1,1) Memorabile al riguardo è il momento in cui Filippo, uno dei dodici apostoli, rivolgendosi a Cristo, disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; e Gesù così gli rispose: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto...? Chi ha visto me, ha visto il Padre». (Gv 14,8) Queste parole furono pronunciate durante il discorso di addio, al termine della cena pasquale, a cui seguirono gli eventi di quei santi giorni durante i quali doveva una volta per sempre trovar conferma il fatto che «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo». (Ef 2,4)

 

  La figura di Francesco d’Assisi può essere considerata un esempio di attuazione pratica della misericordia evangelica. Se ne tratta nell’enciclica Fratelli tutti, del papa Francesco.

  Così, guidato dal comandamento evangelico della misericordia


  «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» [Lc 6,36]

 

  posso provare  a distaccare la mia fede e la mia religiosità dagli dei malvagi invocati di questi tempi a sostegno dei crimini contro l’umanità che si stanno sfacciatamente e impunemente perpetrando, proclamando, nei loro confronti, il mio assoluto e totale ateismo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

 


domenica 8 marzo 2026

Quaresima inutile

Quaresima inutile

 

 La religione, il complesso di narrazioni e riti costruiti per indurre una fede che dia senso all’esistenza personale e sociale, è un fatto collettivo. Questo significa che è un risultato di una vasta interazione  sociale e che una persona che la pratica è solo un granello nel tutto e quindi ha la sensazione di poter far poco per cambiarlo, ed è realmente così.

  Nei tempi di prevaricazione e di sangue che stiamo vivendo, nei quali, cadute le imposture ideologiche che li mascheravano, si delineano chiaramente i disegni malvagi che stanno dietro alle orrende stragi che si stanno perpetrando, i riti di Quaresima che anche quest’anno andiamo inscenando li sento inutili come non mai. In fondo si è, ancora, quelli di sempre: non vi è redenzione, siamo quelli di sempre appunto,  né conversione, non ce ne dimostriamo capaci e non la desideriamo veramente.

  Al dunque si corre alle armi, perché, dicono, "è molto più sicuro essere temuti che amati, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua”, come insegnò il fiorentino Niccolò Machiavelli,  ragionando sull’efferata politica del tempo suo nella quale il Papato romano si distinse per spregiudicatezza: vale a dire, se non ti conviene fare la pace, fatti temere. La versione più recente di questo principio è: non si può essere liberi se non si è temuti, dove libertà significa poter scegliere la guerra o la pace secondo la propria convenienza. In questo contesto, il principio  della pace come valore fondamentale viene vissuto come coercizione e resa, o addirittura come connivenza con il nemico, e disprezzato.

  Ma nelle nostre Scritture abbiamo le Beatitudini con il loro “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”! Com’è che, allora, seguiamo anche noi quella mentalità, del resto come s’è sempre fatto nella nostra tremenda storia ecclesiale? I teologi morali si sono incaricati, ragionandoci sopra con la sofisticata arte loro, di spiegarci come correggere il detto evangelico, delimitandolo, perché altrimenti, secondo il detto machiavellico, si soccombe, e dunque è necessario accettare il male in vista di un maggior bene, vale a dire la prevalenza della nostra convenienza in politica. Si potrebbe stare tranquilli in coscienza, insegnano. Con questo spirito risolvono quasi tutti i dilemmi morali. Così si benedicono anche le armate e vi si inviano cappellani. Il massacrare viene presentato come un servizio pubblico e il prendervi parte come cosa onorevole.

 Il Tempo penitenziale anche quest’anno, però, incombe. Ci concentriamo più che altro sulle nostre vite personali, disposti anche a fare qualche piccolo “fioretto”, rinunciando per un po’ a qualche minimo piacere quotidiano. E poi partecipiamo ai nostri suggestivi riti. Rimaniamo però sempre gli stessi. E non è questione di me o di te, ma di ciò che si fa collettivamente, cosa sulla quale tu ed io possiamo fare poco. Va così.

  Il Magistero, naturalmente, esorta alla pace, su solide basi evangeliche, ma lo fa con lo stile sobrio ed elegante della diplomazia, senza mai mettere in questione il dovere della gente di obbedire ad ordini ingiusti di guerre ingiuste, ingiuste secondo la sua stessa dottrina morale, e questo perché, contro la millenaria esperienza storica in senso contrario, continua a predicare che la Chiesa non fa politica.

 Crimine abominevole viene definita crudelmente  l’interruzione volontaria della gravidanza, comminando spietatamente  la scomunica automatica alle poverette che vi si devono rassegnare e a chiunque dia loro assistenza: non si arriva a tanto per le guerre e chi le ordina.

  Recuperare il senso della vita religiosa in questo contesto è forse una missione disperata. Così, del resto, è ed è sempre stata la religione, il mondo va dove vuole andare, dove lo spinge la sua violenza predatrice e la religione vi si rassegna. Chi ha provato ad essere diverso, e ve ne sono stati di questi originali, come Lorenzo Milani per dirne uno, è stato combattuto e sanzionato. L’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro, indotto alle dimissioni dalla diplomazia pontificia nel gennaio 1968, per aver predicato contro altri efferati bombardamenti statunitensi su popolazioni civili, nella prima Giornata Mondiale della Pace, fu un altro di quelli. Nessuno, di questi tempi, nemmeno il Papa, ha osato tanto. “Non possiamo tacere, disse Lercaro in quella bellissima omelia, riferendosi al Messaggio per la Pace del papa Paolo 6º, il quale  però a stretto giro poi lo indusse alle dimissioni per aver parlato:

 

Miei figli amati in Cristo, vi confesso ancora che del Messaggio che ora vi presento, alcune parole mi sono entrate più a fondo nell’anima, cioè quelle in cui il Santo Padre spiega la sua insistenza nel parlare e nell’operare per la pace: «Vorremmo – egli dice – che non mai ci fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità». Anche a me, secondo la mia modestissima misura e responsabilità, anche a me, da tanti anni vostro pastore e vostro maestro, voglia il Cielo che non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa bolognese, nel contesto umano, sociale, culturale in cui essa vive e opera. Perciò non posso ora limitarmi alla semplice consegna del testo del Sommo Pontefice: ma, quasi a suggello e a commento di esso sento di dovere mettere nelle vostre mani i sentimenti più profondi del mio cuore di pastore di questa nostra Chiesa bolognese.

[…]

Ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio, deve – secondo le parola di Isaia riprese dall’Evangelista san Matteo (12,18) – «annunziare il giudizio alle nazioni»

[…]

La dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni, dal Concilio, da papa Paolo) per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto. Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto il mondo sempre più corali – e delle quali si è fatto eco il Papa nel recentissimo discorso ai cardinali – perché l’America (al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica) si determini a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord. Il Santo Padre ha detto testualmente: «Molte voci ci giungono invitandoci ad esortare una parte belligerante a sospendere i bombardamenti. Noi lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora… Ma contemporaneamente invitiamo di nuovo anche l’altra parte belligerante… a dare un segno di seria volontà di pace».

  La Chiesa, questo lo deve dire, anche se a qualcuno dispiacesse. Lo deve dire perché, a questo punto, è il caso di coscienza immediato di oggi, è il primo nodo da cui possono dipendere le svolte più fauste o più tragiche. In paragone a questo nodo concreto, a questa scelta compromettente, l’attualità odierna dell’Evangelo si verifica, essa può effettivamente attirare e orientare gli spiriti, specialmente delle nuove generazioni, e la sua dottrina di pace non resta teoria evanescente, ma si incarna e può incidere sulla storia degli uomini.

 

  Nondimeno, ci sarò anch’io, anche in questi giorni tremendi, in mezzo ai belli e inutili  riti della nostra inutile  Quaresima, inutile perché incapace di farci veramente ed efficacemente schierare per la pace evangelica: del resto si vive anche di sogni. Così sono fatti gli esseri umani, e anch’io.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli