Quaresima inutile
La religione, il complesso di narrazioni e riti costruiti per indurre una fede che dia senso all’esistenza personale e sociale, è un fatto collettivo. Questo significa che è un risultato di una vasta interazione sociale e che una persona che la pratica è solo un granello nel tutto e quindi ha la sensazione di poter far poco per cambiarlo, ed è realmente così.
Nei tempi di prevaricazione e di sangue che stiamo vivendo, nei quali, cadute le imposture ideologiche che li mascheravano, si delineano chiaramente i disegni malvagi che stanno dietro alle orrende stragi che si stanno perpetrando, i riti di Quaresima che anche quest’anno andiamo inscenando li sento inutili come non mai. In fondo si è, ancora, quelli di sempre: non vi è redenzione, siamo quelli di sempre appunto, né conversione, non ce ne dimostriamo capaci e non la desideriamo veramente.
Al dunque si corre alle armi, perché, dicono, "è molto più sicuro essere temuti che amati, quando si abbia a mancare dell'uno de' dua”, come insegnò il fiorentino Niccolò Machiavelli, ragionando sull’efferata politica del tempo suo nella quale il Papato romano si distinse per spregiudicatezza: vale a dire, se non ti conviene fare la pace, fatti temere. La versione più recente di questo principio è: non si può essere liberi se non si è temuti, dove libertà significa poter scegliere la guerra o la pace secondo la propria convenienza. In questo contesto, il principio della pace come valore fondamentale viene vissuto come coercizione e resa, o addirittura come connivenza con il nemico, e disprezzato.
Ma nelle nostre Scritture abbiamo le Beatitudini con il loro “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”! Com’è che, allora, seguiamo anche noi quella mentalità, del resto come s’è sempre fatto nella nostra tremenda storia ecclesiale? I teologi morali si sono incaricati, ragionandoci sopra con la sofisticata arte loro, di spiegarci come correggere il detto evangelico, delimitandolo, perché altrimenti, secondo il detto machiavellico, si soccombe, e dunque è necessario accettare il male in vista di un maggior bene, vale a dire la prevalenza della nostra convenienza in politica. Si potrebbe stare tranquilli in coscienza, insegnano. Con questo spirito risolvono quasi tutti i dilemmi morali. Così si benedicono anche le armate e vi si inviano cappellani. Il massacrare viene presentato come un servizio pubblico e il prendervi parte come cosa onorevole.
Il Tempo penitenziale anche quest’anno, però, incombe. Ci concentriamo più che altro sulle nostre vite personali, disposti anche a fare qualche piccolo “fioretto”, rinunciando per un po’ a qualche minimo piacere quotidiano. E poi partecipiamo ai nostri suggestivi riti. Rimaniamo però sempre gli stessi. E non è questione di me o di te, ma di ciò che si fa collettivamente, cosa sulla quale tu ed io possiamo fare poco. Va così.
Il Magistero, naturalmente, esorta alla pace, su solide basi evangeliche, ma lo fa con lo stile sobrio ed elegante della diplomazia, senza mai mettere in questione il dovere della gente di obbedire ad ordini ingiusti di guerre ingiuste, ingiuste secondo la sua stessa dottrina morale, e questo perché, contro la millenaria esperienza storica in senso contrario, continua a predicare che la Chiesa non fa politica.
Crimine abominevole viene definita crudelmente l’interruzione volontaria della gravidanza, comminando spietatamente la scomunica automatica alle poverette che vi si devono rassegnare e a chiunque dia loro assistenza: non si arriva a tanto per le guerre e chi le ordina.
Recuperare il senso della vita religiosa in questo contesto è forse una missione disperata. Così, del resto, è ed è sempre stata la religione, il mondo va dove vuole andare, dove lo spinge la sua violenza predatrice e la religione vi si rassegna. Chi ha provato ad essere diverso, e ve ne sono stati di questi originali, come Lorenzo Milani per dirne uno, è stato combattuto e sanzionato. L’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro, indotto alle dimissioni dalla diplomazia pontificia nel gennaio 1968, per aver predicato contro altri efferati bombardamenti statunitensi su popolazioni civili, nella prima Giornata Mondiale della Pace, fu un altro di quelli. Nessuno, di questi tempi, nemmeno il Papa, ha osato tanto. “Non possiamo tacere”, disse Lercaro in quella bellissima omelia, riferendosi al Messaggio per la Pace del papa Paolo 6º, il quale però a stretto giro poi lo indusse alle dimissioni per aver parlato:
Miei figli amati in Cristo, vi confesso ancora che del Messaggio che ora vi presento, alcune parole mi sono entrate più a fondo nell’anima, cioè quelle in cui il Santo Padre spiega la sua insistenza nel parlare e nell’operare per la pace: «Vorremmo – egli dice – che non mai ci fosse rimproverato da Dio o dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità». Anche a me, secondo la mia modestissima misura e responsabilità, anche a me, da tanti anni vostro pastore e vostro maestro, voglia il Cielo che non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa bolognese, nel contesto umano, sociale, culturale in cui essa vive e opera. Perciò non posso ora limitarmi alla semplice consegna del testo del Sommo Pontefice: ma, quasi a suggello e a commento di esso sento di dovere mettere nelle vostre mani i sentimenti più profondi del mio cuore di pastore di questa nostra Chiesa bolognese.
[…]
Ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, la Chiesa deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio, deve – secondo le parola di Isaia riprese dall’Evangelista san Matteo (12,18) – «annunziare il giudizio alle nazioni»
[…]
La dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni, dal Concilio, da papa Paolo) per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto. Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto il mondo sempre più corali – e delle quali si è fatto eco il Papa nel recentissimo discorso ai cardinali – perché l’America (al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica) si determini a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord. Il Santo Padre ha detto testualmente: «Molte voci ci giungono invitandoci ad esortare una parte belligerante a sospendere i bombardamenti. Noi lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora… Ma contemporaneamente invitiamo di nuovo anche l’altra parte belligerante… a dare un segno di seria volontà di pace».
La Chiesa, questo lo deve dire, anche se a qualcuno dispiacesse. Lo deve dire perché, a questo punto, è il caso di coscienza immediato di oggi, è il primo nodo da cui possono dipendere le svolte più fauste o più tragiche. In paragone a questo nodo concreto, a questa scelta compromettente, l’attualità odierna dell’Evangelo si verifica, essa può effettivamente attirare e orientare gli spiriti, specialmente delle nuove generazioni, e la sua dottrina di pace non resta teoria evanescente, ma si incarna e può incidere sulla storia degli uomini.
Nondimeno, ci sarò anch’io, anche in questi giorni tremendi, in mezzo ai belli e inutili riti della nostra inutile Quaresima, inutile perché incapace di farci veramente ed efficacemente schierare per la pace evangelica: del resto si vive anche di sogni. Così sono fatti gli esseri umani, e anch’io.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli