Evoluzione e sviluppo delle culture umane
Nel
saggio Da animali a dei [From animals into God. A Brief History of
Mankind], del 2011, pubblicato in italiano nel 2019 da Giunti\Bompiani,
disponibile anche in formati Kindle e e-Book, lo storico israeliano Yuval Noah
Harari, formatosi nell’Università di Oxford in Inghilterra, ha notato
somiglianze tra l’evoluzionismo biologico e quello delle culture umane. Quest’ultimo
è estremamente più veloce.
In entrambi i casi il metodo per evolvere non
è quello di ricominciare da capo, ma di riutilizzare vecchi pezzi per nuove funzioni. Cercare di ricostruire interamente
dall’inizio non rende altrettanto bene e spesso è fatale: è molto più semplice
aggiungere varianti nelle fasi finali dello sviluppo. Questo comporta che gli
organismi viventi e le culture recano evidenti tracce di questo processo
evolutivo, per quanto siano diventate molto diversi dalle origini.
Questo è molto evidente nelle
religioni, e anche nella nostra, anche se, in genere, si preferisce evidenziarne
gli elementi di novità.
Ad esempio, nell’antichità romana la carica di
Pontefice massimo, che comportava importanti funzioni e poteri religiosi,
in particolare
garantiva l’ordine tra uomini e dèi e quindi comportava
una funzione giuridico-sacrale, da Giulio Cesare,
vissuto nel Primo secolo prima di Cristo, in poi venne attribuita agli imperatori, fino
al 382, quando, in un impero in cui i poteri pubblici erano ormai cristianizzati,
l’imperatore Graziano vi rinunciò. I Papi romani se l’attribuirono
progressivamente dal Sesto secolo. Tuttavia le funzioni e i poteri esercitati
dai Papi romani erano molto diversi da quelli del Pontefice massimo nell’antichità
precedente e vennero molto ampliandosi
nel Secondo Millennio, quando si strutturò la Chiesa cattolica come ancor oggi
la viviamo, e i Papi romani pretesero di esercitare le funzioni di Vicari di
Cristo, definito Sommo sacerdote, quindi supremo mediatore tra il Cielo
e l’umanità, nella Lettera agli ebrei.
L’antropologia individua molti altri elementi
di continuità tra le religioni precristiane e i riti cristiani, che sono molto
evidenti nelle espressioni della religiosità popolare.
A fine
Settecento, i rivoluzionari francesi tentarono di radicare il nuovo culto della
Dea Ragione, ma senza successo. Si cercò di trasformarlo nel culto di un
Essere Supremo, ma la cosa fallì in breve tempo. Le religioni che si è preteso
di fondare senza legami con quelle precedenti, e addirittura in radicale contrapposizione,
non hanno attecchito. Occorre costruire narrazioni di transizione, che leghino
il nuovo al vecchio, mantenendone espressioni.
La fede cristiana praticata nella Chiesa cattolica
di oggi non è identica a quella delle origini e anche alle forme che assunse in
seguito, fino ad epoca molto recente, ma presenta importanti elementi di
continuità. Un teologo potrebbe evidenziare meglio quanto è nuovo il nostro
attuale modo di praticare la religione e quali elementi del passato ha mantenuto.
Certamente i cristianesimi del passato espressero, ad esempio, una incredibile violenza, che oggi noi, in
genere, ripudiamo, dichiarando invece che la pace è un importante valore
cristiano.
Un popolo di un miliardo e mezzo di persone
non ha le stesse esigenze religiose di quando si era in poche migliaia.
E’ come quando, nel corso della fanciullezza
e dell’adolescenza si cresce e si devono cambiare gli abiti. Non li si cambia a
nostro puro arbitrio, occorre tenere conto del contesto ambientale e sociale.
Ogni esperienza religiosa, finché si sviluppa,
quindi si espande e tocca altri campi della vita, evolve, quindi cambia: l’evoluzione
non è biologica, ma culturale, e tutti ne siamo partecipi, in tutto ciò che
facciamo, in come viviamo la nostra fede. E’ ciò che sta accadendo anche ai
nostri tempi. Quando una religione, o un’altra espressione culturale, finisce
di cambiare, significa che non è più vitale, è finita, è morta. Tuttavia, salvo
i casi di annientamento completo della popolazione di riferimento, in genere gli
elementi culturali non muoiono ma evolvono. E’ il caso delle lingue.
In questo lavoro, ricordiamo però sempre la
lezione che ci viene dal passato, dall’evoluzionismo biologico e da quello
delle culture: non pretendiamo mai di ripartire da capo, in nessun campo, ma
innoviamo utilizzando elementi esistenti per nuove funzioni, dando loro nuovi
significati, e provando pazientemente ad inserire elementi di novità, come nel
bricolaggio, l’arte del fai-da-te contrapposta all’ingegneria totale. Correggendo
e sostituendo le nuove parti che non ingranano.
Mi viene in mente il detto evangelico che si
trova nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 13, versetto 52:
Perciò, un maestro della Legge
che diventa discepolo del regno di Dio è come un capofamiglia che dal
suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli