Estratto dall’intervento del 19 marzo 2026 del Presidente
della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia di consegna dell’onorificenza
accademica di dottore honoris causa dell’Università di Salamanca
Excerpt from the
speech delivered on March 19, 2026, by the President of the Republic, Sergio
Mattarella, at the ceremony conferring an honorary doctoral degree at the
University of Salamanca.
(Traduzione
in US English dopo il testo in italiano - US English translation
following the Italian text)
Dobbiamo ritrovare l’ambizione dei leader che, nel 1951, nel
preambolo del Trattato della Comunità del carbone e dell’acciaio, posero queste
parole: “Convinti che il contributo che un’Europa organizzata e viva può
apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni
pacifiche”.
Un’Europa dunque nucleo indispensabile per il
mantenimento di quelle relazioni pacifiche che sei anni prima la Carta di San
Francisco aveva messo al centro della missione identitaria delle Nazioni Unite.
Un’Organizzazione che nasceva per sottrarre ai
singoli Stati – non importa quanto potenti – le decisioni fondamentali su pace
e sicurezza, immaginando così una nuova stagione del diritto internazionale
fondata su tre pilastri: il divieto dell’uso della forza; il principio di
sovrana eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.
In cui pace e diritti umani non costituiscono ambiti
distinti, bensì dimensioni complementari di un progetto normativo volto a
superare la logica del sistema westfaliano.
La pace insomma non coincide con qualsiasi equilibrio
ma si realizza in presenza di condizioni di giustizia e di inclusione.
Pensiamo all’articolo 2 della Carta che dispone: “I
Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o
dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica
di qualsiasi Stato, o in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle
Nazioni Unite.”
Mentre nel sistema imperialistico delle grandi
potenze la guerra veniva considerata uno strumento legittimo di politica
estera, la Carta di San Francisco introduce un divieto generale dell’uso della
forza, consentendo soltanto due eccezioni: la legittima difesa e le misure
autorizzate dal Consiglio di Sicurezza.
Una norma che definisce i confini della legittimità
del potere politico nei rapporti internazionali, rimuovendo la pretesa che la
sovranità degli Stati possa consistere nel diritto di muovere guerra.
Quel che avviene in questi ultimi anni in cui
assistiamo a progressivi atti di erosione del divieto di muovere guerra nelle
contese internazionali.
Come l’articolo 2, per la pace, l’articolo 55 della
Carta dell’ONU, per la promozione, dispone il “rispetto universale e
l’osservanza dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza
distinzione di razza, sesso, lingua o religione.”
L’articolo occupa una posizione centrale
nell’architettura normativa dell’ordine internazionale contemporaneo segnando
un passaggio storico: i diritti dell’individuo non sono più esclusivamente
materia interna agli Stati ma divengono oggetto di interesse della comunità
internazionale.
Anche a questo riguardo la distanza tra la
formulazione universalistica della norma e la realtà politica di questo periodo
appare immane.
La frequenza di violazioni sistematiche dei diritti
umani, favorite dal tentativo di rendere marginali le Nazioni Unite,
affievolisce l’efficacia dell’ordine internazionale e dei suoi principi.
Una condizione che ha finito per favorire l’attuale
controtendenza, rispetto allo spirito di San Francisco, e che vede il
riemergere di una insofferenza crescente rispetto alle regole pattuite e agli
impegni che ne derivano, liberamente sottoscritti dagli Stati. Questo avviene
in nome di un presunto sovranismo assoluto, che si manifesta immemore di dove
possa condurre il Leviatano invocato da Hobbes.
Accade così che - in opposizione a quanto si afferma
necessario per l’ordinata vita delle singole comunità nazionali – si assista
alla delegittimazione delle Corti Internazionali e dei loro giudici, negando il
valore del diritto internazionale, rimuovendo la storica scelta di civiltà di
predisporre autorità preposte a verificarne il rispetto e a sanzionarne le
violazioni.
Osserviamo l’involuzione del sistema multilaterale di
controllo degli armamenti e delle relative misure di fiducia reciproca,
faticosamente costruite nel periodo della Guerra fredda e nella fase successiva
alla caduta dell’impero sovietico.
Stiamo assistendo a un progressivo indebolimento
fatto di sospensioni, ritiri, mancati rinnovi.
Un fenomeno che comporta non soltanto una perdita di
strumenti di trasparenza, ma anche una trasformazione del regime giuridico
internazionale in materia di sicurezza, con conseguenze rilevanti sul piano
della prevedibilità strategica e della prevenzione delle escalation.
Trattati paralizzati o rimossi negli ultimi anni.
Non rileva soltanto la cessazione degli obblighi
contrattuali, ma la perdita di meccanismi che per decenni avevano fatto
crescere la reciproca comprensione e garantito stabilità.
La sistematica inosservanza quando non la aperta
violazione della Carta delle Nazioni Unite, l’abbandono delle organizzazioni
settoriali operative del sistema onusiano, lo smantellamento del sistema del
controllo degli armamenti, la delegittimazione delle Corti, sono tutti fenomeni
che vanno nella medesima sconfortante direzione.
Ne deriva un vuoto, una arbitraria “terra di
nessuno”, ambito per ingiustificate scorrerie - in una sorta di rincorsa a
rinnovate conquiste, espansioni commerciali, creazione di presunte fasce e aree
di sicurezza, con un processo che va a gravare pesantemente sui Paesi e sui
popoli più poveri e meno fortunati.
Non possiamo rischiare di dover essere indotti a
ripetere le parole con cui, nel 1935, Johan Huizinga apriva il suo “Nelle ombre
del domani” scrivendo: “Vediamo distintamente come quasi tutte le cose, che
altra volta ci apparivano salde e sacre, si siano messe a vacillare: verità e
umanità, ragione e diritto”.
Lungo tutta la storia moderna abbiamo vissuto
cicli in cui sistemi globali sono stati dismessi per essere sostituiti da
strutture che riflettevano i tempi nuovi.
Oggi non sembra prevalere il desiderio di dare vita a
un progetto più efficace; né, tanto meno, sembrano prevalere i tre pilastri
prima richiamati: il divieto dell’uso della forza; il principio di sovrana
eguaglianza degli Stati; la promozione universale dei diritti umani.
Una vis destruens che non origina dalla necessità di
preparare il terreno a una costruzione migliore, ma – parrebbe – dalla volontà
di eliminare quei limiti all’esercizio di una pretesa sconfinata sovranità
statale che erano stati definiti per impedire la prevalenza di aspirazioni
egemoniche dei gruppi dirigenti in controllo dei Paesi più forti, più ricchi,
meglio armati.
L’ordine internazionale è, per sua natura, dinamico,
nuovi protagonisti si affacciano, nuove sfide si presentano.
Cosa può fare l’Europa a fronte della recessione del
modello cooperativo multilaterale nella gestione dei rapporti tra gli Stati?
Accettare che esso venga soppiantato da una visione
contrattualistica fondata sulla competizione?
Tocca all’Europa saper dire di no.
Dire di no all’ampliamento dei conflitti, a una
perenne instabilità, con la moltiplicazione dei fronti di crisi.
Come dimostrano le drammatiche vicende che, a partire
dal sanguinoso attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, vedono oggi
Iran, Libano, l’intera regione medio-orientale e del Golfo, al centro di un
arco di crisi di cui non si intravede lo sbocco, con gravissime conseguenze
sulle popolazioni.
Dall’assalto russo all’Ucraina in poi si è
intensificata la convinzione che l’aggressione possa essere regolarmente
praticata nei rapporti internazionali.
Ne conseguirebbe il venir meno di attenzione e di
impegno verso le vere crisi che affliggono le popolazioni mondiali: quella
climatica, da cui dipendono fenomeni migratori importanti; quella alimentare,
quella energetica, quella demografica, quella sanitaria. Le politiche di
trasferimento di aiuti tendono a impoverirsi, con incremento delle spese
militari.
Anche su questi fronti si giocano valori cari
all’esperienza europea come la dignità della persona e la sua libertà.
Valori che abbiamo condiviso con l’altra sponda
dell’Atlantico e riassunti da Franklin D. Roosevelt nel discorso delle quattro
libertà del gennaio 1941: libertà di parola e di espressione ovunque nel mondo;
libertà di culto; libertà dal bisogno, ovunque nel mondo; libertà dalla paura
“che – disse - tradotta in termini mondiali, significa una riduzione mondiale
degli armamenti a un punto tale e in modo così completo che nessuna nazione
sarà in grado di commettere un’aggressione fisica contro un vicino ovunque nel
mondo”.
Può apparire che rimanere attaccati a un ordine e a
istituzioni che stanno perdendo autorevolezza, efficacia, finanziamenti, sia
una ricetta certa per la marginalizzazione del nostro continente.
Eppure, prendere atto dei cambiamenti in corso e non
limitarsi a subirli significa avere il coraggio di proporre una visione
alternativa alla mera legge di chi appare più forte.
È la strada che l’Europa può e deve percorrere.
Una visione e dei principi al cui servizio dobbiamo
porre strumenti e modalità di azione nuovi e flessibili. Adatti ai tempi e
fondati su un pensiero sviluppatosi nei secoli, a cui Spagna e Italia hanno
ampiamente contribuito.
We must rediscover the ambition of those
leaders who, in 1951, wrote in the preamble to the Treaty establishing the
European Coal and Steel Community:
“Convinced that the contribution which an organized and living Europe can make
to civilization is indispensable to the maintenance of peaceful relations.”
Europe, then, as an essential cornerstone for
preserving those peaceful relations that, six years earlier, the San Francisco
Charter had placed at the very heart of the United Nations’ identity and
mission.
An organization created to remove from
individual states—no matter how powerful—the fundamental decisions concerning
peace and security, thereby inaugurating a new phase in international law built
on three pillars: the prohibition of the use of force; the principle of the
sovereign equality of states; and the universal promotion of human rights.
In this framework, peace and human rights are
not separate domains, but complementary dimensions of a normative project aimed
at overcoming the logic of the Westphalian system.
Peace, in short, does not coincide with just
any balance of power; it is achieved only in the presence of conditions of
justice and inclusion.
Consider Article 2 of the Charter, which
provides:
“Members shall refrain in their international relations from the threat or use
of force against the territorial integrity or political independence of any
state, or in any other manner inconsistent with the purposes of the United
Nations.”
Whereas, under the imperialist system of great
powers, war was considered a legitimate instrument of foreign policy, the San
Francisco Charter introduced a general prohibition on the use of force,
allowing only two exceptions: self-defense and measures authorized by the
Security Council.
This rule defines the limits of legitimacy for
political power in international relations, removing any claim that state
sovereignty includes a right to wage war.
Yet in recent years we have witnessed a gradual
erosion of this prohibition in international disputes.
Just as Article 2 addresses peace, Article 55
of the UN Charter addresses promotion, calling for “universal respect for, and
observance of, human rights and fundamental freedoms for all without
distinction as to race, sex, language, or religion.”
This article occupies a central place in the
normative architecture of the contemporary international order, marking a
historic shift: the rights of individuals are no longer solely an internal
matter for states, but have become a concern of the international community.
Here too, the gap between the universalistic
formulation of the rule and today’s political reality appears immense.
The frequency of systematic human rights
violations—encouraged by efforts to marginalize the United Nations—weakens the
effectiveness of the international order and its principles.
This condition has contributed to the current
reversal of the spirit of San Francisco, with a growing intolerance toward
agreed rules and the commitments that freely undertaken states have assumed.
This occurs in the name of a supposed absolute sovereignty, invoked with little
regard for where the Leviathan described by Hobbes may lead.
As a result—contrary to what is deemed
necessary for the orderly life of national communities—we are witnessing the
delegitimization of international courts and their judges, the denial of the
value of international law, and the abandonment of the historic civilizational
choice to establish authorities tasked with ensuring compliance and sanctioning
violations.
We are also seeing the regression of the
multilateral system of arms control and confidence-building measures,
painstakingly constructed during the Cold War and in the period following the
collapse of the Soviet empire.
We are witnessing a gradual weakening marked by
suspensions, withdrawals, and failures to renew.
This phenomenon entails not only the loss of
transparency tools, but also a transformation of the international legal
framework governing security, with significant consequences for strategic
predictability and the prevention of escalation.
Treaties have been paralyzed or dismantled in
recent years.
What is at stake is not only the termination of
contractual obligations, but the loss of mechanisms that for decades fostered
mutual understanding and ensured stability.
The systematic disregard—if not outright
violation—of the UN Charter, the abandonment of operational agencies within the
UN system, the dismantling of arms control frameworks, and the delegitimization
of courts all point in the same troubling direction.
The result is a vacuum—an arbitrary “no man’s
land”—open to unjustified incursions, in a kind of race for renewed conquests,
commercial expansion, and the creation of supposed spheres and zones of
security, a process that weighs heavily on poorer and less fortunate countries
and peoples.
We cannot risk being compelled to repeat the
words with which, in 1935, Johan Huizinga opened In the Shadow of Tomorrow:
“We see clearly how almost everything that once seemed firm and sacred to us is
now wavering: truth and humanity, reason and law.”
Throughout modern history, we have lived
through cycles in which global systems were dismantled and replaced by
structures reflecting new times.
Today, however, there seems to be no prevailing
desire to create a more effective project; nor do the three pillars mentioned
earlier seem to prevail: the prohibition of the use of force, the sovereign
equality of states, and the universal promotion of human rights.
What we see instead is a vis destruens
that does not arise from the need to prepare the ground for something better,
but—rather—from a desire to remove the limits placed on an unbounded conception
of state sovereignty, limits originally defined to prevent the dominance of
hegemonic ambitions by ruling groups in the most powerful, wealthiest, and
best-armed countries.
The international order is, by its nature,
dynamic: new actors emerge, new challenges arise.
What can Europe do in the face of the decline
of the cooperative multilateral model in managing relations among states?
Should it accept being replaced by a
contractual vision based on competition?
It is up to Europe to say no.
To say no to the expansion of conflicts, to
permanent instability, to the multiplication of crisis fronts.
As shown by the dramatic events following the
bloody terrorist attack by Hamas on October 7, 2023, which now place Iran,
Lebanon, and the entire Middle East and Gulf region at the center of a widening
arc of crisis with no clear outcome and grave consequences for civilian
populations.
Since Russia’s assault on Ukraine, the belief
has gained ground that aggression can once again be routinely practiced in
international relations.
This would inevitably reduce attention to—and
commitment toward—the real crises affecting the world’s populations: climate
change, which drives major migration flows; food insecurity; energy challenges;
demographic pressures; and public health crises. Aid policies are weakening,
while military spending is increasing.
It is also on these fronts that values central
to the European experience—such as human dignity and freedom—are at stake.
Values we have shared with the other side of
the Atlantic, summarized by Franklin D. Roosevelt in his Four Freedoms speech
of January 1941: freedom of speech and expression everywhere in the world;
freedom of worship; freedom from want everywhere in the world; and freedom from
fear—“which,” he said, “translated into world terms, means a worldwide
reduction of armaments to such a point and in such a thorough fashion that no
nation will be in a position to commit an act of physical aggression against
any neighbor anywhere in the world.”
It may seem that remaining attached to an order
and to institutions that are losing authority, effectiveness, and funding is a
certain path to the marginalization of our continent.
Yet acknowledging ongoing changes and not
merely enduring them means having the courage to propose an alternative vision
to the simple rule of the strongest.
This is the path Europe can—and must—take.
A vision and a set of principles that require
new, flexible tools and modes of action—adapted to our times and grounded in a
tradition of thought developed over centuries, to which Spain and Italy have
made substantial contributions.