Difficile sinodalità
La sinodalità ecclesiale, come oggi viene
proposta in Italia nella nostra Chiesa, significa voler realizzare un modo di
vivere la Chiesa più partecipato dalle persone libere da vincoli ecclesiastici
di stato di vita, che un tempo, ma ancora oggi, venivano definite laiche
e che venivano considerate come un gregge di cui prendersi cura, ma in
fondo non essenziale per fare Chiesa, qualcosa di appiccicato dall’esterno che
poteva esserci o non esserci, anche se era più gratificante e utile che ci fosse,
soprattutto quando c’era da sostenere una qualche pretesa verso i poteri
pubblici civili.
Durante il Concilio Vaticano 2º, celebrato a
Roma sessant’anni fa, si decise molto cautamente di cambiare, anche se la
parola sinodalità non fu scritta per quella materia, preferendola
riservarla ai conciliaboli tra ecclesiastici. Le cose in Italia andarono
tuttavia abbastanza avanti per via di sperimentazioni di base, fino a che, a
seguito di un sinodo celebrato nel 1985 proprio sul tema dell’attuazione dei
principi conciliari, l’Esortazione apostolica post-sinodale I fedeli laici –
Christifideles laici, del 1988, del papa Giovanni Paolo 2ª, quel processo
venne sospeso. In quel documento si può immaginare che abbia avuto un ruolo
importante Joseph Ratzinger, uno dei maggiori teologi dei nostri tempi, che
all’epoca presiedeva la Congregazione per la dottrina della fede. Ratzinger,
autore fra l’altro, nel quadro di una vastissima produzione scientifica, di
quattro bellissimi libri su Gesù di Nazaret, accessibili anche al pubblico
colto e non solo agli specialisti in materie teologiche, che consiglio a chi
voglia approfondire i temi della fede, aveva una sua concezione della Chiesa
nella quale evidentemente non si inquadrava bene una sinodalità che
coinvolgesse realmente tutte le persone di fede. Insomma, mi parve che
Ratzinger, pur amando realmente il gregge, sulla via di Gesù, ne
diffidasse profondamente. Dunque, sotto il profilo della nuova sinodalità,
diversi storici parlano di quell’epoca come di un lungo inverno.
Nel 2015. Il titolo papa Francesco volle
riprendere il discorso, in particolare esortando le Chiese in Italia a darsi da
fare in quel campo. Ma quasi trent’anni di congelamento avevano lasciato il
segno. I corsi di studi dei sacerdoti non formavano ad organizzarla, e anche le
altre persone ne sapevano poco o nulla e comunque non la praticavano, al di
fuori di alcune esperienze associative, come la nostra Azione Cattolica.
Insomma tutto rimase più o meno fermo, salvo qualche convegno di studio in
tema.
Allora il Papa mise al lavoro sul
tema la Commissione teologica
internazionale, un organismo collegiale del Dicastero per la dottrina della
fede, che nel 2017 deliberò un parere, pubblicato poi nel marzo 2018 con il
titolo La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa
Nel documento si confermava che la sinodalità
rientrava nella tradizione ecclesiale sebbene tra i cattolici non fosse mai
stata praticata con l’estensione che ora si stava progettando e se ne
definivano le caratteristiche nel quadro dell’ecclesiologia corrente:
58 La sinodalità esprime
l’essere soggetto di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa. I credenti sono
σύνoδοι [sìnodoi] compagni di cammino, chiamati a essere soggetti attivi in
quanto partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo e destinatari dei diversi
carismi elargiti dallo Spirito Santo in
vista del bene comune. La vita sinodale testimonia una Chiesa costituita
da soggetti
liberi e diversi,
tra loro uniti in comunione, che si manifesta in forma dinamica come un solo
soggetto comunitario il quale, poggiando sulla pietra angolare che è Cristo e
sulle colonne che sono gli Apostoli, viene edificato come tante pietre vive in
una «casa spirituale» (cfr. 1Pt 2,5), «dimora di Dio nello Spirito» (Ef 2,22).
[…]
64. Sul fondamento della dottrina del sensus
fidei del Popolo di Dio e della
collegialità sacramentale dell’episcopato in comunione gerarchica con il Papa,
si può approfondire la teologia della sinodalità. La dimensione sinodale della
Chiesa esprime il carattere di soggetto attivo di tutti i Battezzati e insieme
lo specifico ruolo del ministero episcopale in comunione collegiale e
gerarchica con il Vescovo di Roma.
Questa visione ecclesiologica invita a promuovere il dispiegarsi della
comunione sinodale tra “tutti”, “alcuni” e “uno”. A diversi livelli e in
diverse forme, sul piano delle Chiese particolari, su quello dei loro
raggruppamenti a livello regionale e su quello della Chiesa universale, la
sinodalità implica l’esercizio del sensus
fidei [vedi più avanti la spiegazione di questa
espressione] della universitas
fidelium (tutti), il ministero di
guida del collegio dei Vescovi, ciascuno con il suo presbiterio (alcuni), e il
ministero di unità del Vescovo e del Papa (uno). Risultano così coniugati,
nella dinamica sinodale, l’aspetto comunitario che include tutto il Popolo di
Dio, la dimensione collegiale relativa all’esercizio del ministero episcopale e
il ministero primaziale del Vescovo di Roma.
Questa correlazione promuove
quella singularis conspiratio [significa particolare sintonia in un solo
Spirito] tra i fedeli e i Pastori che è icona della eterna conspiratio vissuta nella Santa Trinità. Così la
Chiesa «tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa
vengano a compimento le parole di Dio» [frase tratta dalla Costituzione
dogmatica sulla divina Rivelazione “La parola di Dio – Dei Verbum” del Concilio
Vaticano 2º].
Nel documento si richiama la
concezione del tradizionale sensus
fidei [la capacità innata, istintiva, a prescindere da studi teologici, che la
totalità dei fedeli, non quindi la persona singola o gruppi più o meno
estesi, avrebbe di non sbagliare in ciò che crede, distinguendo ciò che
viene da Dio]. Leggiamo nel documento:
56. Tutti i fedeli sono chiamati a testimoniare
ed annunciare la Parola di verità e di vita, in quanto sono membri del Popolo
di Dio profetico, sacerdotale e regale in virtù del Battesimo. I Vescovi
esercitano la loro specifica autorità apostolica nell’insegnare, nel
santificare e nel governare la Chiesa particolare affidata alla loro cura
pastorale a servizio della missione del Popolo di Dio.
L’unzione dello Spirito Santo si manifesta nel sensus fidei dei fedeli. «In tutti i battezzati,
dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad
evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo
rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si
sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo
guida nella verità e lo conduce alla salvezza. Come parte del suo mistero
d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto
della fede – il sensus
fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La
presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le
realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente»[66].
Tale connaturalità si esprime nel «sentire cum Ecclesia: sentire, provare e
percepire in armonia con la Chiesa. È richiesto non soltanto ai teologi, ma a
tutti i fedeli; unisce tutti i membri del Popolo di Dio nel loro
pellegrinaggio. È la chiave del loro “camminare insieme”» [citazione dal documento Commissione
Teologica Internazionale sul sensus fidei, Il “sensus fidei” nella
vita della Chiesa ]
57. Assumendo la prospettiva
ecclesiologica del Vaticano II, Papa Francesco tratteggia l’immagine di una Chiesa sinodale come «una piramide rovesciata» che
integra il Popolo di Dio, il Collegio Episcopale e in esso, col suo specifico
ministero di unità, il Successore di Pietro. In essa, il vertice si trova al di
sotto della base.
«La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre
la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero
gerarchico. (…) Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio
apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la “roccia”
(cfr. Mt 16,18), colui che deve “confermare” i fratelli nella fede
(cfr. Lc 22,32). Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta,
il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano
l’autorità si chiamano “ministri”: perché, secondo il significato originario
della parola, sono i più piccoli tra tutti».
La distinzione, nell’esercizio
della ecclesialità, tra tutti, alcuni e uno, che è ripresa dall’antica
concezione del filosofo greco Aristotele, si presenta particolarmente
problematica perché nella realtà sociale non è realmente possibile definire con
precisione, per attribuirle qualsiasi cosa, un’entità “tutti”, riferita
alla totalità del corpo ecclesiale, perché la socialità umana si esprime sempre
per gruppi limitati, anche se molto vasti, e l’individuazione di una volontà collettiva si
fa solo e solo, nell’ambito di quei gruppi, mediante vari tipi di procedure,
nelle quali, nella nostra Chiesa, è assai arduo integrare realmente centri
di potere oligarchici istituiti solo per legittimazione dall’alto e poi un
unico centro di potere monocratico superiore a tutti a cui si è nominati per
decisione di un collegio oligarchico sempre istituito dall’alto, che rivendicano
un’autorità religiosa superiore a quella di tutti, e infatti finora non ci si è riusciti. Va aggiunto
che, di fatto, la definizione degli orientamenti che potevano ritenersi rientrare
nel sensus fidei si è fatta solo a posteriori, ritenendo tali quelli che
storicamente erano riusciti ad imporsi tra le collettività ecclesiali,
sorvolando sul fatto che questo risultato era stato ottenuto anche con forme
oggi incredibili di violenza e sopraffazione.
In qualche modo l’idea di Papa
Francesco di suscitare una sinodalità come forma ordinaria di vivere la Chiesa
da parte di tutte le persone di fede, in una concordia suscitata dal
rimanere legati ad un unico Spirito, voleva creare qualcosa di nuovo, almeno
nella nostra Chiesa, sulla base di
costumi di collegialità presenti in varie forme nella tradizione ecclesiale, ma
mai praticati con quella estensione. Questo metodo storicamente ha consentito
di riformare evitando rotture traumatiche nel corpo ecclesiale.
Poiché, anche a seguito del
parere della Commissione teologica internazionale che sostanzialmente aveva
dato il via libera a quell’intento, e ad ulteriori sollecitazioni del Papa,
nulla si muoveva realmente, nel 2021
papa Francesco diede l’impulso a un processo sinodale sul tema della sinodalità ecclesiale
nel quadro del Sinodo dei vescovi, riguardante tutte le Chiese del mondo, e ad
un analogo processo riguardante solo le Chiese in Italia. Partirono nell’ottobre 2021, videro la reale
partecipazione anche di persone diverse dai vescovi e si conclusero il primo
nell’ottobre 2024 e il secondo nell’ottobre 2025, per l’esigenza di revisionare
il documento finale, respinto in prima battuta dall’assemblea sinodale. I
entrambi i casi si decise che il processo per suscitare una sinodalità diffusa
sarebbe dovuto proseguire. Solo nelle prime fasi di quei processi sinodali vi
fu una qualche consultazione delle persone di fede (da noi coinvolse una
cinquantina di persone su un totale di praticanti di circa un migliaio), senza però che si
arrivasse alla definizione mediante apposite procedure di una volontà
collettiva sinodale di base. I verbali dei lavori confluirono in Diocesi e poi,
sintetizzati in poche pagine, alla segreteria dell’Assemblea sinodale. a Poi i lavori proseguirono con il vincolo per
i partecipanti della riservatezza e quindi se ne seppe solo ciò che gli
organismi di presidenza vollero far sapere. Nel frattempo, al di fuori degli organismi sinodali, le cose
andarono come al solito e, in genere, nelle realtà di base non se ne parlò più.
La cosa rimase chiusa nei dibattiti sinodali e al più tra gli addetti ai lavori
e nei circoli culturali animati da altre persone che vi erano particolarmente
interessate. La nuova sinodale venne realmente sperimentata nei processi
sinodali, e questo è stato un valore importante, ma al di fuori di essi in
genere non si tentò di formarvi la gente, ad esempio nella formazione di base,
né tantomeno di praticarla.
I preti delle parrocchie, in
particolare, di solito considerano la sinodalità solo come fonte di ulteriori
aggravi burocratici, senza reale utilità, per la loro missione, e, se
costretti, la inscenano solo come un fastidioso adempimento di quel genere,
senza farvi affidamento. Anziani e giovani sono stati formati a diffidare
profondamente del proprio gregge, i più giovani, in particolare, per le
gravi carenze della formazione ricevuta in seminario durante l’inverno
ecclesiale degli ultimi decenni, ormai ammessa dagli stessi docenti, in cui
sembra che ci si concentri più che altro sullo
spiritualismo e sui riti, non preparando a vivere tra l’altra gente, come se si
trattasse di formare dei monaci.
I preti considerano le
parrocchie come casa propria, e il più delle volte è così perché vivono lì, ma
non come la casa anche delle atre persone di fede che secondo il diritto
canonico compongono la comunità parrocchiale, le quali vi vengono accolte, ma
anche talvolta respinte, come se la parrocchia fosse un’azienda che fornisce
servizi ad un pubblico. Rimanendo nell’analogia, trasformarla in una cooperativa
si è rivelato impossibile e in genere è ritenuto anche inutile. Le persone
del gregge vengono utilizzate talvolta come manodopera non retribuita,
senza un reale coinvolgimento nella progettazione e programmazione delle
attività.
Al dunque, di solito, in
parrocchie cittadine di periferia che servono
un bacino di utenti di migliaia di persone, la gente veramente
attiva si conta a poche decine e si arriva solo a organizzare le liturgie,
messe, matrimoni e funerali, la formazione di base per i più giovani, in
particolare per i sacramenti, l’assistenza religiosa per i malati e poco altro.
I preti giungono sfiniti alla sera eppure l’offerta religiosa è povera,
in particolare per i compiti che nella Chiesa si vorrebbe affidare alle persone
cosiddette laiche, vale a dire non inquadrate tra gli addetti ai
lavori perché libere da vincoli di stato ecclesiastico. Da qui poi la
riduzione dell’influenza sociale della nostra Chiesa. che è più che altro
affidata alle relazioni che le gerarchie ecclesiastiche intrattengono con la
politica e con il mondo della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa, i
vescovi ciclicamente se ne lamentano, sollecitano l’altra gente a darsi da fare
in società, ma poi non sono riusciti ad organizzare realmente una sinodalità di
base, che di quel lavoro dovrebbe essere
il presupposto, e talvolta se ne
mostrano anche insofferenti dove si manifestano resistenze ad accettare qualche
loro orientamento.
La gente appare ancora appiccicata
a vescovi, preti, frati e monaci, vale a dire la Chiesa a cui sui
giornali e sugli altri mezzi di comunicazione di massa ci si riferisce quando
si dice “la Chiesa fa”, “la Chiesa dice”, come un elemento al di
fuori dell’essenziale e che, anche quando è ammesso all’interno, ci sta in
posizione precaria, perché, se manifesta un qualche dissenso, lo si può sempre
escludere senza problemi e la sua volontà, poi, non conta nulla, perché
qualsiasi decisione collettiva può
essere travolta da un gerarca ecclesiastico, a qualsiasi livello. Insomma, al
più si sta come consulenti, ma poi i preti fanno come vogliono e, se non
lo si accetta, si viene accompagnati alla porta e dimenticati.
Il triste declino dei Consigli
pastorali parrocchiali, sulla carta il principale organismo di sinodalità nelle
realtà di base, dimostra chiaramente tutto ciò. A Roma sono obbligatori,
qualche anno fa papa Francesco ne ha firmato personalmente lo statuto, ma in
molte parrocchie, come la nostra ad esempio, sono caduti in desuetudine e le
nuove norme non vengono applicate. Identica fine mi pare che abbiano fatto le
Equipe pastorali, istituite nel 2019 proprio per rimediare all’inerzia dei
Consigli Pastorali parrocchiali.
https://www.diocesidiroma.it/archivio/2019/cardinale/2019_07_11_Lettera%20equipe%20pastorali.pdf
Questo un stralcio della lettera
del luglio 2019 con la quale il cardinal Vicario De Donatis ne raccomandò ai parroci l’istituzione:
Ti sarai chiesto certamente cosa significhi
questa scelta, quali siano i compiti dell'équipe e con quali criteri si debba
selezionare chi ne fa parte.
Proverò a risponderti proprio con questa
lettera. È talmente importante la posta in gioco che vorrei che riflettessi con
calma su chi coinvolgere, pregandoci anche un po' su. L'individuazione di una
buona équipe pastorale è una priorità, perché da questo dipende la riuscita del
cammino successivo.
Ti consiglio di scegliere dodici persone che
possano collaborare con te stabilmente. Il numero non va
preso alla lettera, ma serve per farmi capire: è il piccolo gruppo da cui tutto
è partito. Non vanno cercate tra coloro che hanno dimostrato di essere
prudenti, misurate e circostanziate, ma al contrario, persone "fuori dalle
righe", gente che lo Spirito Santo ha reso degli appassionati dello
squilibrio. Non abbiamo bisogno di professionisti competenti e qualificati,
quanto piuttosto di cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di
sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare
cose nuove. Non è il tempo dei pensatori isolati, che elaborano piani a
tavolino, ma di quelli che hanno voglia di incontrare gli altri, che non si
vergognano di farsi vicini ai poveri e che esercitano una certa attrazione sui
giovani.
Qualcuno ha scritto (Accattoli sul Regno
attualità 10/2019) che non si tratta di individuare i quadri dirigenti della
comunità cristiana, ma gli esploratori coraggiosi, come quelli inviati a
perlustrare le vie per la terra promessa. Entusiasti che credono nella brace
che sta sotto la cenere, rabdomanti che trovano falde d'acqua in terreni aridi.
Magari queste persone finora le hai un po' contenute (sono francamente
destabilizzanti!), ma adesso no: le devi tenere vicino, ascoltarle,
valorizzarle, lasciarle agire perché possano scomodare la sonnolente
tranquillità di tanti.
Faranno degli errori? Li faranno fare a te e
alla comunità? È possibile. Ma come sai bene è da preferire "una Chiesa
accidentata, ferita e sporca per essere uscita piuttosto che una malata di
autoreferenzialità e introversione. Questi dodici quindi sono cristiani che
credono nella Resurrezione, nella fecondità dello Spirito Santo mandato dal
Risorto e che provano simpatia e non repulsione verso gli altri esseri umani,
riconosciuti come fratelli. Per questo saranno capaci insieme con te di
quell'ascolto creativo della realtà e delle storie di vita che ci conduca più
facilmente ad intuire per quali vie lo Spirito Santo ci sta portando per
evangelizzare e costruire la Chiesa del futuro.
Mi
pare che la cosa sia stata vissuta nelle parrocchie come l’ennesimo adempimento
burocratico, necessario per compiacere la burocrazia. Da noi, ora, sembra che si ritenga che il compito di
quel nuovo organismo, manifestazione di una certa sinodalità ecclesiale, anche
se non nella misura in cui sarebbe stata possibile in un Consiglio pastorale
parrocchiale, abbia concluso il suo compito con la conclusione del processo
sinodale sulla sinodalità delle Chiese in Italia, che tuttavia i suoi
protagonisti hanno ritenuto debba essere continuato.
In realtà, si ha ancora
coscienza, tra i vescovi, che questa situazione non va bene e che quindi va
modificata. Ecco dunque che, all’esito della seduta del Consiglio permanente
della Conferenza episcopale italiana tenuta lo scorso marzo si è deciso che
nelle comunità ecclesiali occorre connettere
la fede con l’agire quotidiano dell'uomo, sia nell’impegno sociale e politico
sia sul versante della cultura, ripensare le comunità e il loro rapporto con
il territorio, individuare ambiti di corresponsabilità e coinvolgere del popolo di Dio nei processi decisionali
della Chiesa. Se ne discuterà ancora nell’Assemblea generale di maggio.
Evidentemente il nuovo Papa ha deciso di mantenere la spinta propulsiva verso
lo sviluppo della sinodalità ecclesiale impressa dal suo predecessore.
Preparare e
approvare un bel documento sulla
sinodalità è sicuramente più semplice che realizzarla in concreto, in
particolare convincendo i parroci della sua reale utilità, anche per farli
lavorare con più soddisfazione, senza dover constatare di arrivare esausti la
sera essendo riusciti a realizzare il minimo o giù di lì di ciò che ci si
aspetta da una parrocchia, e talvolta nemmeno quello, come nel settore
veramente carente della formazione permanente delle persone adulte.
D’altra parte le persone che non praticano
professionalmente gli organismi ecclesiastici, parrocchie ed altro, hanno poco
tempo a disposizione, a parte lavoro, figli, anziani bisognosi di assistenza e
nipoti e se, per di più, hanno la prospettiva di dover affrontare anche la
diffidenza dei preti, ad un certo punto preferiscono lasciar perdere.
Sulla base delle
esperienze passate è inutile immaginare di poter cambiare le cose in breve
tempo.
Si potrebbe
cominciare a praticare la sinodalità in ciò che già c’è per vedere come va, per
poi provare ad estenderla gradualmente.
Il principio di
sinodalità si può riassumere in queste parole: “Non senza di noi, non solo
da noi”, che va applicato a tutti, ai parroci come a tutti gli altri. Si
potrebbe cominciare decidendo che, una volta che una decisione sia stata
presa sinodalmente, possa essere modificata solo sinodalmente, non con
decisione monocratica del gerarca, salvo casi particolari in cui si debba
decidere con estrema urgenza e non ci sia il tempo per convocare un’assemblea
sinodale. Questa articolazione minima del principio di sinodalità in genere
non viene accettata né praticata dai parroci, e chi, magari al termine, di
laboriose discussioni, abbia partecipato ad una decisione presa sinodalmente,
poi può trovarsela travolta perché al parroco è venuto improvvisamente in mente
di fare diversamente, senza parlarne con nessuno o comunque nel circolo
sinodale che quella decisione aveva condiviso. Si è allora tentati, appunto, di
lasciar perdere, e non mi sento di condannare chi sceglie quella strada, non
avendo in animo di litigare in chiesa.
Nella Chiesa la via
che si è dimostrata più produttiva è quella di partire dalle piccole cose, per
poi passare gradualmente a quella maggiori. Instaurare prassi sinodali nel
piccolo per poi estenderle.
Sarebbe raccomandabile
sperimentare nel Consiglio pastorale parrocchiale, che potrebbe essere
l’organismo per radicare ed estendere gradualmente prassi sinodali. Cominciando
dall’attuarne lo statuto. Da noi abbiamo allestito come una sorta di cappella
dedicata a papa Francesco la sala più bella della parrocchia, lasciandola poi
chiusa a molte attività per paura che ne venga rovinata: si potrebbe cominciare
ad utilizzarla nello spirito di papa Francesco per le riunioni del nuovo
Consiglio pastorale parrocchiale.
Concludo osservando
che, sulla base dell’esperienza storica, le doti di quelli che si sono rivelati
i migliori riformatori sono state la pazienza, la costanza, la determinazione,
lo sforzo di migliorare la propria competenza
anche integrandosi con quelle degli altri e lo spirito di benevolenza,
che porta a dare poca importanza a offese, sgarbi e alle questioni solo di
parole, secondo l’esortazione nella seconda lettera di san Paolo a Timoteo,
capitolo 2, versetto 14, «A tutti ricorda queste cose. Scongiurali, davanti a Dio, di evitare
litigi sulle parole; sono discussioni che non servono a niente e portano alla
rovina quelli che le ascoltano». Bisogna
riuscire a tenere insieme tutte le persone
di fede, pur nella grande varietà delle loro culture e degli altri aspetti di
socialità. E’ cosa di cui è bene sentirsi responsabili anche se non si hanno uffici
ecclesiastici particolari. E verso i nostri vescovi e preti bisogna atteggiarsi,
in fondo, un po’ come si fa da genitori
verso i figli, perdonando tutto ed esaltando in loro il bene che c’è e che fanno, con l’atteggiamento
del padre misericordioso della parabola, senza tuttavia far mancare mai loro il
nostro consiglio e la nostra affettuosa collaborazione, anche se non venga ben
accolta o addirittura venga rifiutata. Altrimenti poi, come ricordava Lorenzo
Milani, non dobbiamo lamentarci che ci siano venuti su male.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli