INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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domenica 5 aprile 2026

Difficile sinodalità

 

Difficile sinodalità

 

 La sinodalità ecclesiale, come oggi viene proposta in Italia nella nostra Chiesa, significa voler realizzare un modo di vivere la Chiesa più partecipato dalle persone libere da vincoli ecclesiastici di stato di vita, che un tempo, ma ancora oggi, venivano definite laiche e che venivano considerate come un gregge di cui prendersi cura, ma in fondo non essenziale per fare Chiesa, qualcosa di appiccicato dall’esterno che poteva esserci o non esserci, anche se era più gratificante e utile che ci fosse, soprattutto quando c’era da sostenere una qualche pretesa verso i poteri pubblici civili.

 Durante il Concilio Vaticano 2º, celebrato a Roma sessant’anni fa, si decise molto cautamente di cambiare, anche se la parola sinodalità non fu scritta per quella materia, preferendola riservarla ai conciliaboli tra ecclesiastici. Le cose in Italia andarono tuttavia abbastanza avanti per via di sperimentazioni di base, fino a che, a seguito di un sinodo celebrato nel 1985 proprio sul tema dell’attuazione dei principi conciliari, l’Esortazione apostolica post-sinodale I fedeli laici – Christifideles laici, del 1988, del papa Giovanni Paolo 2ª, quel processo venne sospeso. In quel documento si può immaginare che abbia avuto un ruolo importante Joseph Ratzinger, uno dei maggiori teologi dei nostri tempi, che all’epoca presiedeva la Congregazione per la dottrina della fede. Ratzinger, autore fra l’altro, nel quadro di una vastissima produzione scientifica, di quattro bellissimi libri su Gesù di Nazaret, accessibili anche al pubblico colto e non solo agli specialisti in materie teologiche, che consiglio a chi voglia approfondire i temi della fede, aveva una sua concezione della Chiesa nella quale evidentemente non si inquadrava bene una sinodalità che coinvolgesse realmente tutte le persone di fede. Insomma, mi parve che Ratzinger, pur amando realmente il gregge, sulla via di Gesù, ne diffidasse profondamente. Dunque, sotto il profilo della nuova sinodalità, diversi storici parlano di quell’epoca come di un lungo inverno.

  Nel 2015. Il titolo papa Francesco volle riprendere il discorso, in particolare esortando le Chiese in Italia a darsi da fare in quel campo. Ma quasi trent’anni di congelamento avevano lasciato il segno. I corsi di studi dei sacerdoti non formavano ad organizzarla, e anche le altre persone ne sapevano poco o nulla e comunque non la praticavano, al di fuori di alcune esperienze associative, come la nostra Azione Cattolica. Insomma tutto rimase più o meno fermo, salvo qualche convegno di studio in tema.

 Allora il Papa mise al lavoro sul tema  la Commissione teologica internazionale, un organismo collegiale del Dicastero per la dottrina della fede, che nel 2017 deliberò un parere, pubblicato poi nel marzo 2018 con il titolo La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa

 https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_20180302_sinodalita_it.html

 Nel documento si confermava che la sinodalità rientrava nella tradizione ecclesiale sebbene tra i cattolici non fosse mai stata praticata con l’estensione che ora si stava progettando e se ne definivano le caratteristiche nel quadro dell’ecclesiologia corrente:

 

58 La sinodalità esprime l’essere soggetto di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa. I credenti sono σύνoδοι [sìnodoi] compagni di cammino, chiamati a essere soggetti attivi in quanto partecipi dell’unico sacerdozio di Cristo e destinatari dei diversi carismi elargiti dallo Spirito Santo in vista del bene comune. La vita sinodale testimonia una Chiesa costituita da soggetti liberi e diversi, tra loro uniti in comunione, che si manifesta in forma dinamica come un solo soggetto comunitario il quale, poggiando sulla pietra angolare che è Cristo e sulle colonne che sono gli Apostoli, viene edificato come tante pietre vive in una «casa spirituale» (cfr. 1Pt 2,5), «dimora di Dio nello Spirito» (Ef 2,22).

[…]

64. Sul fondamento della dottrina del sensus fidei del Popolo di Dio e della collegialità sacramentale dell’episcopato in comunione gerarchica con il Papa, si può approfondire la teologia della sinodalità. La dimensione sinodale della Chiesa esprime il carattere di soggetto attivo di tutti i Battezzati e insieme lo specifico ruolo del ministero episcopale in comunione collegiale e gerarchica con il Vescovo di Roma.

Questa visione ecclesiologica invita a promuovere il dispiegarsi della comunione sinodale tra “tutti”, “alcuni” e “uno”. A diversi livelli e in diverse forme, sul piano delle Chiese particolari, su quello dei loro raggruppamenti a livello regionale e su quello della Chiesa universale, la sinodalità implica l’esercizio del sensus fidei [vedi più avanti la spiegazione di questa espressione] della universitas fidelium (tutti), il ministero di guida del collegio dei Vescovi, ciascuno con il suo presbiterio (alcuni), e il ministero di unità del Vescovo e del Papa (uno). Risultano così coniugati, nella dinamica sinodale, l’aspetto comunitario che include tutto il Popolo di Dio, la dimensione collegiale relativa all’esercizio del ministero episcopale e il ministero primaziale del Vescovo di Roma.

  Questa correlazione promuove quella singularis conspiratio [significa particolare sintonia in un solo Spirito] tra i fedeli e i Pastori che è icona della eterna conspiratio vissuta nella Santa Trinità. Così la Chiesa «tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» [frase tratta dalla Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione “La parola di Dio – Dei Verbum” del Concilio Vaticano 2º].

 

 Nel documento si richiama la concezione del tradizionale  sensus fidei [la capacità innata, istintiva,  a prescindere da studi teologici, che la totalità dei fedeli, non quindi la persona singola o gruppi più o meno estesi, avrebbe di non sbagliare in ciò che crede, distinguendo ciò che viene da Dio]. Leggiamo nel documento:

 

56. Tutti i fedeli sono chiamati a testimoniare ed annunciare la Parola di verità e di vita, in quanto sono membri del Popolo di Dio profetico, sacerdotale e regale in virtù del Battesimo. I Vescovi esercitano la loro specifica autorità apostolica nell’insegnare, nel santificare e nel governare la Chiesa particolare affidata alla loro cura pastorale a servizio della missione del Popolo di Dio. 

L’unzione dello Spirito Santo si manifesta nel sensus fidei dei fedeli. «In tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia, anche se non trova parole per esprimere la sua fede. Lo Spirito lo guida nella verità e lo conduce alla salvezza. Come parte del suo mistero d’amore verso l’umanità, Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio. La presenza dello Spirito concede ai cristiani una certa connaturalità con le realtà divine e una saggezza che permette loro di coglierle intuitivamente»[66]. Tale connaturalità si esprime nel «sentire cum Ecclesia: sentire, provare e percepire in armonia con la Chiesa. È richiesto non soltanto ai teologi, ma a tutti i fedeli; unisce tutti i membri del Popolo di Dio nel loro pellegrinaggio. È la chiave del loro “camminare insieme”» [citazione dal documento  Commissione Teologica Internazionale sul sensus fidei, Il “sensus fidei” nella vita della Chiesa ]

57.  Assumendo la prospettiva ecclesiologica del Vaticano II, Papa Francesco tratteggia l’immagine di una Chiesa sinodale come «una piramide rovesciata» che integra il Popolo di Dio, il Collegio Episcopale e in esso, col suo specifico ministero di unità, il Successore di Pietro. In essa, il vertice si trova al di sotto della base. 

«La sinodalità, come dimensione costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. (…) Gesù ha costituito la Chiesa ponendo al suo vertice il Collegio apostolico, nel quale l’apostolo Pietro è la “roccia” (cfr. Mt 16,18), colui che deve “confermare” i fratelli nella fede (cfr. Lc 22,32). Ma in questa Chiesa, come in una piramide capovolta, il vertice si trova al di sotto della base. Per questo coloro che esercitano l’autorità si chiamano “ministri”: perché, secondo il significato originario della parola, sono i più piccoli tra tutti».

 

   La distinzione, nell’esercizio della ecclesialità, tra tutti, alcuni e uno, che è ripresa dall’antica concezione del filosofo greco Aristotele, si presenta particolarmente problematica perché nella realtà sociale non è realmente possibile definire con precisione, per attribuirle qualsiasi cosa, un’entità “tutti”, riferita alla totalità del corpo ecclesiale, perché la socialità umana si esprime sempre per gruppi limitati, anche se molto vasti,  e l’individuazione di una volontà collettiva si fa solo e solo, nell’ambito di quei gruppi, mediante vari tipi di procedure, nelle quali, nella nostra Chiesa, è assai arduo integrare realmente centri di potere oligarchici istituiti solo per legittimazione dall’alto e poi un unico centro di potere monocratico superiore a tutti a cui si è nominati per decisione di un collegio oligarchico sempre istituito dall’alto, che rivendicano un’autorità religiosa superiore a quella di tutti,  e infatti finora non ci si è riusciti. Va aggiunto che, di fatto, la definizione degli orientamenti che potevano ritenersi rientrare nel sensus fidei si è fatta solo a posteriori, ritenendo tali quelli che storicamente erano riusciti ad imporsi tra le collettività ecclesiali, sorvolando sul fatto che questo risultato era stato ottenuto anche con forme oggi incredibili di violenza e sopraffazione.

  In qualche modo l’idea di Papa Francesco di suscitare una sinodalità come forma ordinaria di vivere la Chiesa da parte di tutte le persone di fede, in una concordia suscitata dal rimanere legati ad un unico Spirito, voleva creare qualcosa di nuovo, almeno nella nostra Chiesa,  sulla base di costumi di collegialità presenti in varie forme nella tradizione ecclesiale, ma mai praticati con quella estensione. Questo metodo storicamente ha consentito di riformare evitando rotture traumatiche nel corpo ecclesiale.

  Poiché, anche a seguito del parere della Commissione teologica internazionale che sostanzialmente aveva dato il via libera a quell’intento, e ad ulteriori sollecitazioni del Papa, nulla si muoveva  realmente, nel 2021 papa Francesco diede l’impulso a un processo  sinodale sul tema della sinodalità ecclesiale nel quadro del Sinodo dei vescovi, riguardante tutte le Chiese del mondo, e ad un analogo processo riguardante solo le Chiese in Italia.  Partirono nell’ottobre 2021, videro la reale partecipazione anche di persone diverse dai vescovi e si conclusero il primo nell’ottobre 2024 e il secondo nell’ottobre 2025, per l’esigenza di revisionare il documento finale, respinto in prima battuta dall’assemblea sinodale. I entrambi i casi si decise che il processo per suscitare una sinodalità diffusa sarebbe dovuto proseguire. Solo nelle prime fasi di quei processi sinodali vi fu una qualche consultazione delle persone di fede (da noi coinvolse una cinquantina di persone su un totale di praticanti  di circa un migliaio), senza però che si arrivasse alla definizione mediante apposite procedure di una volontà collettiva sinodale di base. I verbali dei lavori confluirono in Diocesi e poi, sintetizzati in poche pagine, alla segreteria dell’Assemblea sinodale.  a Poi i lavori proseguirono con il vincolo per i partecipanti della riservatezza e quindi se ne seppe solo ciò che gli organismi di presidenza vollero far sapere. Nel frattempo, al di  fuori degli organismi sinodali, le cose andarono come al solito e, in genere, nelle realtà di base non se ne parlò più. La cosa rimase chiusa nei dibattiti sinodali e al più tra gli addetti ai lavori e nei circoli culturali animati da altre persone che vi erano particolarmente interessate. La nuova sinodale venne realmente sperimentata nei processi sinodali, e questo è stato un valore importante, ma al di fuori di essi in genere non si tentò di formarvi la gente, ad esempio nella formazione di base, né tantomeno di praticarla.

  I preti delle parrocchie, in particolare, di solito considerano la sinodalità solo come fonte di ulteriori aggravi burocratici, senza reale utilità, per la loro missione, e, se costretti, la inscenano solo come un fastidioso adempimento di quel genere, senza farvi affidamento. Anziani e giovani sono stati formati a diffidare profondamente del proprio gregge, i più giovani, in particolare, per le gravi carenze della formazione ricevuta in seminario durante l’inverno ecclesiale degli ultimi decenni, ormai ammessa dagli stessi docenti, in cui sembra che ci si concentri più che altro   sullo spiritualismo e sui riti, non preparando a vivere tra l’altra gente, come se si trattasse di formare dei monaci.

  I preti considerano le parrocchie come casa propria, e il più delle volte è così perché vivono lì, ma non come la casa anche delle atre  persone di fede che secondo il diritto canonico compongono la comunità parrocchiale, le quali vi vengono accolte, ma anche talvolta respinte, come se la parrocchia fosse un’azienda che fornisce servizi ad un pubblico. Rimanendo nell’analogia, trasformarla in una cooperativa si è rivelato impossibile e in genere è ritenuto anche inutile. Le persone del gregge vengono utilizzate talvolta come manodopera non retribuita, senza un reale coinvolgimento nella progettazione e programmazione delle attività.

  Al dunque, di solito, in parrocchie cittadine di periferia che servono  un bacino di utenti di migliaia di persone, la gente veramente attiva si conta a poche decine e si arriva solo a organizzare le liturgie, messe, matrimoni e funerali, la formazione di base per i più giovani, in particolare per i sacramenti, l’assistenza religiosa per i malati e poco altro. I preti giungono sfiniti alla sera eppure l’offerta religiosa è povera, in particolare per i compiti che nella Chiesa si vorrebbe affidare alle persone cosiddette laiche, vale a dire non inquadrate tra gli addetti ai lavori perché libere da vincoli di stato ecclesiastico. Da qui poi la riduzione dell’influenza sociale della nostra Chiesa. che è più che altro affidata alle relazioni che le gerarchie ecclesiastiche intrattengono con la politica e con il mondo della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa, i vescovi ciclicamente se ne lamentano, sollecitano l’altra gente a darsi da fare in società, ma poi non sono riusciti ad organizzare realmente una sinodalità di base, che di quel lavoro dovrebbe  essere il presupposto,  e talvolta se ne mostrano anche insofferenti dove si manifestano resistenze ad accettare qualche loro orientamento.

 La gente appare ancora appiccicata a vescovi, preti, frati e monaci, vale a dire la Chiesa a cui sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione di massa ci si riferisce quando si dice “la Chiesa fa”, “la Chiesa dice”, come un elemento al di fuori dell’essenziale e che, anche quando è ammesso all’interno, ci sta in posizione precaria, perché, se manifesta un qualche dissenso, lo si può sempre escludere senza problemi e la sua volontà, poi, non conta nulla, perché qualsiasi decisione  collettiva può essere travolta da un gerarca ecclesiastico, a qualsiasi livello. Insomma, al più si sta come consulenti, ma poi i preti fanno come vogliono e, se non lo si accetta, si viene accompagnati alla porta e dimenticati.

  Il triste declino dei Consigli pastorali parrocchiali, sulla carta il principale organismo di sinodalità nelle realtà di base, dimostra chiaramente tutto ciò. A Roma sono obbligatori, qualche anno fa papa Francesco ne ha firmato personalmente lo statuto, ma in molte parrocchie, come la nostra ad esempio, sono caduti in desuetudine e le nuove norme non vengono applicate. Identica fine mi pare che abbiano fatto le Equipe pastorali, istituite nel 2019 proprio per rimediare all’inerzia dei Consigli Pastorali parrocchiali.

 

https://www.diocesidiroma.it/archivio/2019/cardinale/2019_07_11_Lettera%20equipe%20pastorali.pdf

 

 Questo un stralcio della lettera del luglio 2019 con la quale il cardinal Vicario De Donatis ne raccomandò  ai parroci l’istituzione:

 

Ti sarai chiesto certamente cosa significhi questa scelta, quali siano i compiti dell'équipe e con quali criteri si debba selezionare chi ne fa parte.

Proverò a risponderti proprio con questa lettera. È talmente importante la posta in gioco che vorrei che riflettessi con calma su chi coinvolgere, pregandoci anche un po' su. L'individuazione di una buona équipe pastorale è una priorità, perché da questo dipende la riuscita del cammino successivo.

Ti consiglio di scegliere dodici persone che possano collaborare con te stabilmente. Il numero non va preso alla lettera, ma serve per farmi capire: è il piccolo gruppo da cui tutto è partito. Non vanno cercate tra coloro che hanno dimostrato di essere prudenti, misurate e circostanziate, ma al contrario, persone "fuori dalle righe", gente che lo Spirito Santo ha reso degli appassionati dello squilibrio. Non abbiamo bisogno di professionisti competenti e qualificati, quanto piuttosto di cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi di sperimentare cose nuove. Non è il tempo dei pensatori isolati, che elaborano piani a tavolino, ma di quelli che hanno voglia di incontrare gli altri, che non si vergognano di farsi vicini ai poveri e che esercitano una certa attrazione sui giovani.

Qualcuno ha scritto (Accattoli sul Regno attualità 10/2019) che non si tratta di individuare i quadri dirigenti della comunità cristiana, ma gli esploratori coraggiosi, come quelli inviati a perlustrare le vie per la terra promessa. Entusiasti che credono nella brace che sta sotto la cenere, rabdomanti che trovano falde d'acqua in terreni aridi. Magari queste persone finora le hai un po' contenute (sono francamente destabilizzanti!), ma adesso no: le devi tenere vicino, ascoltarle, valorizzarle, lasciarle agire perché possano scomodare la sonnolente tranquillità di tanti.

Faranno degli errori? Li faranno fare a te e alla comunità? È possibile. Ma come sai bene è da preferire "una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita piuttosto che una malata di autoreferenzialità e introversione. Questi dodici quindi sono cristiani che credono nella Resurrezione, nella fecondità dello Spirito Santo mandato dal Risorto e che provano simpatia e non repulsione verso gli altri esseri umani, riconosciuti come fratelli. Per questo saranno capaci insieme con te di quell'ascolto creativo della realtà e delle storie di vita che ci conduca più facilmente ad intuire per quali vie lo Spirito Santo ci sta portando per evangelizzare e costruire la Chiesa del futuro.

 

   Mi pare che la cosa sia stata vissuta nelle parrocchie come l’ennesimo adempimento burocratico, necessario per compiacere la burocrazia. Da noi,  ora, sembra che si ritenga che il compito di quel nuovo organismo, manifestazione di una certa sinodalità ecclesiale, anche se non nella misura in cui sarebbe stata possibile in un Consiglio pastorale parrocchiale, abbia concluso il suo compito con la conclusione del processo sinodale sulla sinodalità delle Chiese in Italia, che tuttavia i suoi protagonisti hanno ritenuto debba essere continuato.

 In realtà, si ha ancora coscienza, tra i vescovi, che questa situazione non va bene e che quindi va modificata. Ecco dunque che, all’esito della seduta del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana tenuta lo scorso marzo si è deciso che nelle comunità ecclesiali occorre connettere la fede con l’agire quotidiano dell'uomo, sia nell’impegno sociale e politico sia sul versante della cultura,  ripensare le comunità e il loro rapporto con il territorio, individuare ambiti di corresponsabilità e coinvolgere  del popolo di Dio nei processi decisionali della Chiesa. Se ne discuterà ancora nell’Assemblea generale di maggio. Evidentemente il nuovo Papa ha deciso di mantenere la spinta propulsiva verso lo sviluppo della sinodalità ecclesiale impressa dal suo predecessore.

  Preparare e approvare  un bel documento sulla sinodalità è sicuramente più semplice che realizzarla in concreto, in particolare convincendo i parroci della sua reale utilità, anche per farli lavorare con più soddisfazione, senza dover constatare di arrivare esausti la sera essendo riusciti a realizzare il minimo o giù di lì di ciò che ci si aspetta da una parrocchia, e talvolta nemmeno quello, come nel settore veramente carente della formazione permanente delle persone adulte.

  D’altra parte le persone che non praticano professionalmente gli organismi ecclesiastici, parrocchie ed altro, hanno poco tempo a disposizione, a parte lavoro, figli, anziani bisognosi di assistenza e nipoti e se, per di più, hanno la prospettiva di dover affrontare anche la diffidenza dei preti, ad un certo punto preferiscono lasciar perdere.

  Sulla base delle esperienze passate è inutile immaginare di poter cambiare le cose in breve tempo.

  Si potrebbe cominciare a praticare la sinodalità in ciò che già c’è per vedere come va, per poi provare ad estenderla gradualmente.

 Il principio di sinodalità si può riassumere in queste parole: “Non senza di noi, non solo da noi”, che va applicato a tutti, ai parroci come a tutti gli altri. Si potrebbe cominciare decidendo che, una volta che una decisione sia stata presa sinodalmente, possa essere modificata solo sinodalmente, non con decisione monocratica del gerarca, salvo casi particolari in cui si debba decidere con estrema urgenza e non ci sia il tempo per convocare un’assemblea sinodale. Questa articolazione minima del principio di sinodalità in genere non viene accettata né praticata dai parroci, e chi, magari al termine, di laboriose discussioni, abbia partecipato ad una decisione presa sinodalmente, poi può trovarsela travolta perché al parroco è venuto improvvisamente in mente di fare diversamente, senza parlarne con nessuno o comunque nel circolo sinodale che quella decisione aveva condiviso. Si è allora tentati, appunto, di lasciar perdere, e non mi sento di condannare chi sceglie quella strada, non avendo in animo di litigare in chiesa.

  Nella Chiesa la via che si è dimostrata più produttiva è quella di partire dalle piccole cose, per poi passare gradualmente a quella maggiori. Instaurare prassi sinodali nel piccolo per poi estenderle.

 Sarebbe raccomandabile sperimentare nel Consiglio pastorale parrocchiale, che potrebbe essere l’organismo per radicare ed estendere gradualmente prassi sinodali. Cominciando dall’attuarne lo statuto. Da noi abbiamo allestito come una sorta di cappella dedicata a papa Francesco la sala più bella della parrocchia, lasciandola poi chiusa a molte attività per paura che ne venga rovinata: si potrebbe cominciare ad utilizzarla nello spirito di papa Francesco per le riunioni del nuovo Consiglio pastorale parrocchiale.

 Concludo osservando che, sulla base dell’esperienza storica, le doti di quelli che si sono rivelati i migliori riformatori sono state la pazienza, la costanza, la determinazione, lo sforzo di migliorare la propria competenza  anche integrandosi con quelle degli altri e lo spirito di benevolenza, che porta a dare poca importanza a offese, sgarbi e alle questioni solo di parole, secondo l’esortazione nella seconda lettera di san Paolo a Timoteo, capitolo  2, versetto 14, «A tutti ricorda queste cose. Scongiurali, davanti a Dio, di evitare litigi sulle parole; sono discussioni che non servono a niente e portano alla rovina quelli che le ascoltano». Bisogna riuscire a tenere insieme tutte  le persone di fede, pur nella grande varietà delle loro culture e degli altri aspetti di socialità. E’ cosa di cui è bene sentirsi responsabili anche se non si hanno uffici ecclesiastici particolari. E verso i nostri vescovi e preti bisogna atteggiarsi, in fondo, un po’  come si fa da genitori verso i figli, perdonando tutto ed esaltando in loro  il bene che c’è e che fanno, con l’atteggiamento del padre misericordioso della parabola, senza tuttavia far mancare mai loro il nostro consiglio e la nostra affettuosa collaborazione, anche se non venga ben accolta o addirittura venga rifiutata. Altrimenti poi, come ricordava Lorenzo Milani, non dobbiamo lamentarci che ci siano venuti su male.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro,  Valli