INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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lunedì 20 aprile 2026

Trump, il Papa e noi - (Preparato il 19-4-26 per il gruppo romano del Movimento culturale di impegno culturale da Mario Ardigò) - Trump, the Pope, and Us (Prepared on April 19, 2026, for the Rome group of the Cultural Movement for Civic Engagement, by Mario Ardigò) After the Italian text, the US English translation follows

 

Trump, il Papa e noi

preparato il 19-4-26 per il gruppo romano del Movimento culturale di impegno culturale da Mario Ardigò

Trump, the Pope, and Us

Prepared on April 19, 2026, for the Rome group of the Cultural Movement for Civic Engagement, by Mario Ardigò

After the Italian text, the US English translation follows

 

1. Le premesse  Dal 7 aprile scorso, a poche ore dalla scadenza dell’ultimatum del presidente federale statunitense Donald John Trump al governo iraniano per ad un accordo secondo le condizioni imposte dagli statunitensi con minaccia di cancellare la civiltà iraniana, si è sviluppato uno strano scambio informale di battute tra Trump e papa Leone XIV.

  Di fatto, l’intervento del Papa sembra aver contribuito alla decisione dell’amministrazione federale Trump di aderire ad un cessate il fuoco mediato dal governo Pakistano, accreditato in questo contesto internazionale per il fatto di rappresentare sostanzialmente gli interessi della potente Repubblica Popolare Cinese, tra i principali importatori del petrolio trasportato attraverso il Golfo Persico e principale competitrice degli Stati Uniti d’America sul piano economico, commerciale e militare.

  Ho definito “informale” l’interazione tra l’americano e il Papa nel senso che apparentemente  non vi è stato il coinvolgimento degli apparati diplomatici.

 Per la verità, nel contesto dell’incidente del 7 aprile, è stata lasciata trapelare la notizia che, nel gennaio di quest’anno, qualche giorno prima, il Nunzio apostolico presso  gli Stati Uniti d’America Cardinale Christophe Pierreato convocato, non presso la Segreteria di Stato, il vertice della diplomazia statunitense, ma presso il Dioartimento della Guerra, dal sottosegretario Elbridge Colby: gli era stato espresso il disappunto e il fastidio dell’amministrazione Trump per gli interventi magisteriali del Papa, a partire da quello del messaggio dell’8 dicembre 2025 per  la Giornata mondiale della pace 2026, per il ripristino e il mantenimento di condizioni internazionali di pace mediante il metodo del multilateralismo nel quadro di istituzioni sovranazionale.

  A quell’epoca il Dipartimento della Guerra stava mettendo a punto le operazioni di guerra contro l’Iran, le quali sarebbero iniziate il 28 febbraio 2026 dopo il vertice a Washington dell’11 febbraio precedente tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

 È utile considerare i brani centrali di quel documento:

 

  Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza.

[…]

È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole.

Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa.

D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde».  È la via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali.

[…]

Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana».  Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori»,  a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.

 

 Va ricordato che il ruolo delle Nunziature apostoliche presso gli Stati con i quali la Santa Sede (quindi il Papa come capo della Chiesa cattolica non in quanto monarca del minuscolo regno della Città del Vaticano) intrattiene relazioni diplomatiche va molto oltre quello di semplici ambasciatori. Il Papa è un sovrano religioso assoluto e mediante le Nunziature governa le Chiese di quegli Stati. Trasmettono la volontà del Papa agli episcopati di quelle Chiese e il Papa ha il potere canonico di rimuovere e sostituire a suo assoluto arbitrio qualsiasi altro membro della gerarchia ecclesiastica, a qualsiasi livello.

  Il Governo federale statunitense è invece legittimato con metodo democratico e quindi il suo potere  è fortemente condizionato dalla persistenza del consenso del suo elettorato di riferimento, che, al momento dell’inizio delle operazioni belliche statunitensi, si stimava comprendesse circa la metà dei cattolici statunitensi, compresi molti vescovi e anche tra quelli come più importanti come l’arcivescovo di New York Thomas M. Dolan, che il Papa lo scorso 18 dicembre ha sostituito con Ronald Hicks per raggiungimento del limite di età del 75 anni.

 Sembra che il Nunzio apostolico  sia stata prospettata, non si è saputo se come minaccia o come aspettativa da parte dell’amministrazione statunitense, una situazione sul modello di quella del periodo avignonese del Papato romano. Fu un paradigma politico religioso sviluppatosi nel Trecento, dopo gli aspri contrasti tra la monarchia francese e il papa Bonifacio VII, quando fu eletto un papa francese, Clemente V,  il quale trasferì la propria sede ad Avignone, in un territorio appartenente al  Regno di Napoli poi divenuto possedimento papale in Provenza, nella Francia Meridionale, e il Papato fu più legato agli interessi francesi. Il papa Gregorio XI, esperto di diritto canonico, sebbene anch’egli francese, nel 1377 ritrasferì la propria sede a Roma, in un periodo di gravi turbolenze istituzionali nella Chiesa cattolica, caratterizzato da un scisma prodottosi nel 1378 e risoltosi solo al Concilio di Costanza, nel 1417.

  Da ciò che il presidente statunitense Trump ha dichiarato durante l’incidente con il papa Leone XIV dopo il 7 aprile scorso, sembra che l’amministrazione statunitense avesse delle aspettative di maggiore intesa in politica internazionale con il papa statunitense Prevost, secondo quanto era avvenuto durante i Papati di Giovanni Paolo II e Benedetto XV.

  Va detto che l’operazione bellica contro l’Iran al quale Trump ha dato il via libera il 28 febbraio 2026 è stata audace, spregiudicata, ad altissimo rischio, ma al contempo minuziosamente preparata e suscettibile di produrre l’importante risultato del controllo politico dell’immenso Iran, uno dei maggiori produttori petroliferi mondiali, con un costo molto inferiore a quello che si rese necessario per asservire l’Iraq. Nella prima guerra contro l’Iraq, con quaranta milioni di abitanti, nel 1990\1991, denominata Desert Storm, sotto l’amministrazione federale statunitense del presidente George H.W. Bush,  avviata con l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu a seguito dell’invasione irachena del Kwait e nel quadro di una vasta coalizione internazionale, gli USA impiegarono mezzo milione di militari, limitandosi a reinsediare nel territorio invaso dagli iracheni la monarchia dell’emiro Jabir Al Sabah. Nella successiva guerra contro l’Iraq, Operation Iraqi Freedom,  iniziata nel 2003 senza l’autorizzazione dell’ONU, sotto l’amministrazione di George W. Bush, e durata fino al 2011, gli USA impiegarono trecentomila militari. Solo all’esito di questa guerra gli USA ottennero il controllo dello stato iracheno.

  Nell’operazione contro l’Iran dello scorso febbraio, l’amministrazione Trump si proponeva di ottenere lo stesso risultato, nei confronti dell’Iran, con novanta milioni di abitanti, senza impiegare fanteria e truppe corazzate nel territorio nemico, ma solo mediante attacchi missilistici  da navi e aerei estremamente mirati. Si voleva indurre un cambio di regime, insediandone uno disposto ad un accordo secondo le condizione statunitensi, secondo la strategia seguita con successo nel gennaio 2026 nell’operazione Absolute Resolve in Venezuela, con la deposizione del presidente Nicolàs Maduro. Gli aerei avrebbero lanciato missili guidati da remoto o con guida autonoma da molto lontano, anche dietro la linea dell’orizzonte, e sarebbero quindi risultati sostanzialmente irraggiungibili dalla contraerea iraniana, tecnologicamente meno avanzata, e così per gli attacchi dalle navi. Due elementi sarebbero stati cruciali: l’avanzatissimo sistema integrato statunitense di vigilanza satellitare e mediante droni e aerei radar  AEW&C di allerta precoce; le informazioni fornite allo Stato maggiore israeliano  dalla vasta rete di agenti sotto copertura insediati da decenni in Iran, che avrebbe consentito di assassinare già nelle prime fase delle operazioni i maggiori esponenti del regime iraniano.

  Dalle informazioni ricostruite da giornalisti del New York Times e diffuse nei giorni scorsi è emerso che lo Stato maggiore statunitense e la Central Intelligence Agency  avevano sconsigliato l’operazione, ritenendo che non avrebbe potuto portare a conseguire l’obiettivo del cambio di regime in Iran. Tuttavia il presidente Trump e il ministro della Guerra Pete Hegseth, laureato in Scienze Politiche all’Università Princeton e già commentatore politico per il canale televisivo di destra Fox News,  si sono lasciati convincere dai progetti prospettati dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dallo Stato maggiore e dal Servizio Segreto israeliano: il governo israeliano stava progettando da molto tempo un’operazione simile, ma non avrebbe potuto portarla a segno senza l’assenso statunitense e senza la copertura del sistema integrato di sorveglianza e ricognizione degli statunitensi. Il vice-presidente James D. Vance, ex marine, veterano nella guerra contro l’Iraq del 2003 in cui aveva il grado di caporale, neoconvertito al cattolicesimo,  era contrario.

  Lo sviluppo dell’attacco contro l’Iran coordinato tra statunitensi e israeliani ebbe successo nell’assassinare alcuni tra i maggiori esponenti del regime iraniano, tra i quali la Guida suprema ayatollah Alì Khamenei, e nel devastare siti di interesse bellico e le maggiori navi della marina militare iraniana, colpite anche nel Mar Caspio. Ma non ha prodotto un cambio di regime né la resa di quello esistente, che, anzi, attaccando le vicine monarchie petrolifere del Golfo Persico e riuscendo a bloccare il transito navale attraverso lo stretto di Hormuz, minandolo e controllandolo mediante una vasta flotta di velocissimi motoscafi d’altura muniti di siluri, nascosti in postazioni non raggiunte dagli attacchi missilistici nemici, ha determinato una grave crisi economica mondiale, con pesanti riflessi anche sull’economia statunitense.

  E’ in questo quadro che è venuto l’ultimatum di quarantott’ore lanciato al regime di iraniano dal presidente Trump, con minaccia di cancellare la civiltà iraniana (“un’intera civiltà morirà. Un'intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà) attaccando a tappeto impianti civili, in particolare gli impianti di desalinizzazione e i pozzi petroliferi. Il presidente Trump ha pubblicizzato con toni rabbiosi l’ultimatum sul suo social media Truth-Verità (“Bastardi, aprite lo Stretto di Hormuz”). In precedenza, con lo stesso strumento aveva espresso il suo compiacimento per l’assassinio dei capi politici iraniani e minacciato i sopravvissuti di fare la stessa fine se non avessero aderito all’accordo  prospettato dagli statunitensi. D’altra parte, un elemento critico dell’intera operazione era il fattore tempo: iniziata senza l’assenso del Congresso, non può essere proseguita senza ottenerlo entro sessanta giorni. Altrimenti deve ordinare il ritiro delle truppe entro trenta giorni dalla scadenza di quel termine. Come previsto dall’intelligence statunitense, il regime iraniano ha la capacità di resistere molto a lungo in condizioni estremamente critiche, come dimostrato durante la tremenda guerra scatenata dopo il tentativo di invasione da parte dell’Iraq, sotto il regime di Saddam Hussein,  nel 1980, e durata fino al 1988. In quella guerra USA, Gran Bretagna e URSS avevano appoggiato l’Iraq con forniture militari e, nelle ultime fasi della guerra, la Marina militare statunitense attaccò navi miliari iraniane, distruggendo in un solo giorno quasi l’intera flotta militare iraniana. Nello stesso tempo gli USA vendettero armi all’Iran e con il ricavato finanziarono illecitamente i ribelli Contra in Nicaragua, dove si era insediato un regime comunista. Il regime Khomeyninista resse e l’invasione irachena fallì: i confini tra Iraq e Iran rimasero quelli di prima. Va inoltre considerato che la base elettorale del presidente Trump e del vice-presidente Vance è fortemente avversa a condurre guerre nel mondo e che il trumpismo si è affermato proprio con la promessa di finire quelle in corso e di non iniziarle altre. E’ per questo che Trump, fino all’ultimo conflitto con l’Iran, amava presentarsi come uomo di pace, rivendicando anche il premio Nobel per la pace. Ed è anche per questo che dichiara non di voler conquistare (divenendo responsabile dei conquistati, sotto tutti i profili e secondo le norme delle Convenzioni internazionali in materia), ma di voler imporre un accordo (“Deal”).

2. Lo scambio di battute tra Trump e papa Leone XIV

 Va premesso che in questa vicenda deve ritenersi che, nonostante le apparenze, sia le dichiarazioni di Trump che quelle del Papa siano state accuratamente valutate e decise quindi a ragion veduta.

 Dunque, il 7 aprile scorso, parlando informalmente con i giornalisti, sia in italiano che in inglese,  papa Leone XIV, riferendosi esplicitamente all’ultimato trumpiano contro l’Iran, lo ha dichiarato inaccettabile.

 I media hanno riportato così le sue parole:

 

“Oggi c’è stata questa minaccia contro tutto il popolo iraniano Questo non è accettabile. Qui ci sono questioni di diritto internazionale, ma molto di più c’è una questione morale. Vorrei pregare tutti a cercare di comunicare con i Congressisti, con le autorità, per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace”

 

Di solito i Papi, in ogni loro dichiarazione, non criticano esplicitamente uno specifico atto di governo di politica estera di un governo e nemmeno consentono che lo si faccia da parte dei vescovi.  Va ricordato il precedente della rimozione dell’arcivescovo di Bologna, Giacomo Lercaro, per aver criticato come contrari al vangelo i bombardamenti statunitensi contro il Nord Vietnam, durante l’omelia della messa del 1 gennaio 1968, prima Giornata mondiale della pace, ricorrenza stabilita pochi mesi prima dal papa Paolo VI. Quello stesso Papa lo indusse a rassegnare le dimissioni per motivi di salute durante quello stesso mese: ne ha scritto ampiamente Alberto Melloni in due libri.

 I commentatori hanno notato che, dopo aver definito non accettabile,  l’ultimatum trumpiano, il Papa ha invitato gli statunitensi ad attivarsi democraticamente presso il loro rappresentanti al Congresso per dir loro di volere la pace. Anche questo è un fatto inusuale per i Papi nelle questioni di politica estera che coinvolgono i governi degli stati.

  Con tutta evidenza, l’intervento informale del Papa del 7 aprile è stato determinato da una contingenza valutata evidentemente come straordinaria, vale a dire l’ultimatum al governo iraniano del presidente Trump, con la minaccia di una violenza inaudita che evidentemente, pur avendo fatto in qualche modo l’abitudine a un lessico fuori misura da parte di quel politico, è stata ritenuta credibile e realistica, data la frustrazione in cui si trovava in quel momento l’amministrazione statunitense per il fatto di non essere riuscita a produrre i due risultati per la quale si era fatta guerra all’Iran: un cambio di regime e l’adesione ad un accordo – deal secondo le condizioni statunitensi.

 Il 13 aprile, Trump, in un altro messaggio sul suo social media Truth ha scritto, replicando all’intervento del Papa:

 

Non voglio un papa che pensi sia ok che l’Iran abbia armi nucleari. Non voglio un papa che considera l’attacco americano al Venezuela terribile. E non voglio un papa che critica il presidente degli Stati uniti, perché sto facendo esattamente ciò che sono stato eletto, con numeri schiaccianti, per fare. Leone dovrebbe essermi grato perché, come sanno tutti, la sua elezione è stata una sorpresa scioccante. Non era su nessuna lista per diventare papa, è stato messo lì dalla Chiesa solo perché è americano, e pensavano che questo sarebbe stato il miglior modo di rapportarsi al presidente Donald J Trump. Se non fossi alla Casa bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.

Ha anche accusato il Papa di essere  «debole con il crimine», «vicino alla sinistra radicale»,  e che  «dovrebbe concentrarsi sul fare il papa, non il politico», perché «sta arrecando danno alla Chiesa cattolica».

 

Lo stesso 13 aprile, parlando con giornalisti, in italiano in inglese, sull'aereo che lo stava portando in Africa, prima  in Algeria e poi in altri stati,  per lungo un viaggio apostolico, il Papa ha dichiarato di non aver paura dell'amministrazione Trump, di essersi limitato a proclamare il vangelo, in particolare ricordando la benedizione degli operatori di pace, e di non voler entrare in polemica con Trump su questioni di politica estera (“Non ho paura dell'amministrazione Trump", "io parlo del Vangelo e continuerò ad alzare la voce contro la guerra", "non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui").

   Nonostante i toni volgari usati, del resto, su un social media di sua proprietà, destinato in primo luogo a suscitare il consenso dai suoi elettori che li gradiscono, Trump si è in fondo  limitato a richiedere il rientro del Papa nei confini verso gli stati che per via consuetudinaria sono stati tracciati dalla seconda metà dell’Ottocento con il Papato romano: il Papato  non critica esplicitamente le scelte di politica estera di un determinato governo, ma soprattutto non esorta gli elettori degli stati democratici ad attivare un movimento politico, con i mezzi della democrazia per contrastarle. L’aver rotto con quella tradizione è stata la notevole novità portata dal magistero del Papa originario degli Stati Uniti d’America. Ed è una novità che si è riflessa anche nel magistero formale, in particolare nel messaggio del 14 aprile alla sessione plenaria dell’Accademia Pontificia delle Scienze, papa Leone XIV ha scritto:

 

la saggezza ci consente di discernere e perseguire il vero e il bene, piuttosto che beni apparenti e vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana. Tale saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune. In particolare, sappiamo che la giustizia e la fortezza sono indispensabili per prendere decisioni ponderate e per metterle in pratica. Anche la temperanza si rivela essenziale per l’uso legittimo dell’autorità, poiché la vera temperanza frena l’eccessiva esaltazione di sé e funge da barriera contro l’abuso di potere.

Questa comprensione del potere legittimo trova una delle sue più alte espressioni nella democrazia autentica. Lungi dall’essere una mera procedura, la democrazia riconosce la dignità di ogni persona e invita ciascun cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune. Riflettendo questa convinzione, san Giovanni Paolo II ha affermato che la Chiesa apprezza la democrazia perché garantisce la partecipazione alle scelte politiche e «la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, n. 46). Tuttavia, la democrazia rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di diventare o una tirannia maggioritaria o una maschera per il dominio delle élites economiche e tecnologiche.

3. Che fare?

   Mi pare che il mondo cattolico italiano, a parte una ristretta cerchia di persone abitualmente più coinvolte nelle dinamiche ecclesiastiche, sia rimasto sostanzialmente indifferente rispetto all’incidente politico tra Trump e il Papa, ma anche, più in generale, ai costi umani della guerra scagliata da statunitensi e israeliani contro gli iraniani. Vi è invece più sensibilità per le conseguenze economiche del conflitto sulle economie europee, e su quella italiana in particolare.

  La presidente del Consiglio italiana, in un’intervista televisiva del 14 aprile, ha definito inaccettabile, usando lo stesso lessico del Papa, il post del 13 aprile di Trump contro il Papa, ma non l’ultimatum trumpiano contro il governo iraniano, e naturalmente non l’intera guerra contro l’Iran più in generale, verso la quale ha mantenuto l’orientamento di non aderire – non criticare. I due “inaccettabile”, quello del Papa e di Meloni, non hanno quindi lo stesso valore: il primo ha riguardato l’ultimatum statunitense contro gli iraniani, il secondo solo le critiche trumpiane al Papa. Gli addetti ai lavori negli ambienti ecclesiali italiani si attestano in genere, mi pare, su quest’ultima posizione, su quella sorta di lesa maestà  ai danni del Papa.

  Anche l’idea di un grande raduno in piazza San Pietro, nella Città del Vaticano, si muove, credo, nella stessa linea.

  Tuttavia non è questo ciò che il Papa auspica dalle persone cosiddette laiche, il cui compito è animare il mondo  secondo il vangelo.

  Ci invece chiede di premere democraticamente sulla nostra politica per ottenere che le questioni internazionali non siano risolte con confronti di forza bruta e che il perseguimento dell’interesse nazionale avvenga sempre solo nel quadro di un ordinamento internazionale che, attraverso il multilateralismo e istituzioni sovranazionali, mantenga pacifiche le relazioni tra gli stati.

 Il nostro interlocutore, per aderire all’esortazione del Papa, non dovrebbero essere istituzioni ecclesiastiche, ma quelle politiche nazionali. Da noi si può pensare al Presidente della Repubblica, il quale in più occasioni ha espresso orientamenti di politica internazionale analoghi a quelli papali e che ha il compito di esprimere l’unità nazionale.

 Altrimenti la questione verrebbe ridotta ad uno sgarbo di Trump al Papa, mentre in gioco vi è la pace mondiale e, innanzi tutto, la vita delle popolazioni iraniane, prese tra due fuochi: la feroce guerra portata dagli Occidentali e la feroce repressione del regime clerocratico iraniano.

 Propongo quindi un sobrio documento di questo tenore, da inviare al Presidente della Repubblica, rendendolo noto anche attraverso un comunicato stampa alle agenzie giornalistiche ANSA e agenSIR, l’agenzia di stampa controllata dalla CEI:

 

  Signor Presidente,

come persone cattoliche associate nel gruppo romano del  Movimento Ecclesiale di impegno culturale  e rispondendo alle recenti esortazioni del papa Leone XIV, le manifestiamo la nostra profonda contrarietà alle operazioni belliche statunitensi e israeliane in corso contro la popolazione iraniana, incrudelite da ultimo  con la minaccia di devastazione totale di infrastrutture civili essenziali fino a cancellarne la civiltà.

 Intendiamo unirci a tutte le persone di buona volontà del mondo, al di là dei confini degli stati e dei blocchi, delle ideologie politiche e delle strumentalizzazioni dei credi religiosi, per premere democraticamente perché, secondo il magistero del Papa,  si riprenda a seguire la via disarmante della diplomazia, della mediazione, disinnescando l’ostilità attraverso il dialogo e perseguendo la ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche su piano mondiale sulla base della mutua fiducia, della sincerità nelle trattative, della fedeltà agli impegni assunti, scrutando i problemi fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso intese leali, durature, feconde, per il bene di tutte le popolazioni coinvolte, al di là dei brutali interessi di potenza e di prevaricazione economica.

  Ci impegniamo a togliere e negare il consenso alle formazioni politiche che non si adeguino a quei criteri, nella crisi iraniana ma anche nelle gli altri contesti di crisi internazionali, e ad appoggiare quelle che, al contrario, vi aderiscano e agiscano concretamente di conseguenza.

                                    Il Gruppo romano del MEIC

 

 Mario Ardigò – 19 aprile 2026

 

 

 Ecco la traduzione in US English corrente, mantenendo il tono analitico e politico del testo originale ma rendendolo più scorrevole e naturale:


Trump, the Pope, and Us


Prepared on April 19, 2026, for the Rome group of the Cultural Movement for Civic Engagement, by Mario Ardigò

1. Background

Since April 7, just hours before the expiration of the ultimatum issued by U.S. federal president Donald John Trump to the Iranian government—demanding an agreement on U.S. terms and threatening to wipe out Iranian civilization—a peculiar informal exchange has taken place between Trump and Pope Leo XIV.

In fact, the Pope’s intervention appears to have contributed to the Trump administration’s decision to accept a ceasefire mediated by the Pakistani government, which in this international context is seen as effectively representing the interests of the People’s Republic of China—one of the main importers of oil transported through the Persian Gulf and a key economic, commercial, and military competitor of the United States.

I describe the interaction between Trump and the Pope as “informal” in the sense that, at least on the surface, it did not involve the usual diplomatic channels.

However, in connection with the April 7 incident, it has been reported that earlier this year, in January, the Apostolic Nuncio to the United States, Cardinal Christophe Pierre, was summoned—not to the State Department—but to the Department of Defense by Under Secretary Elbridge Colby. There, the Trump administration reportedly expressed irritation and displeasure at the Pope’s magisterial interventions, beginning with his December 8, 2025 message for the 2026 World Day of Peace, which called for restoring and maintaining international peace through multilateralism within a framework of supranational institutions.

At that time, the Department of Defense was finalizing plans for military operations against Iran, which would begin on February 28, 2026, following the February 11 summit in Washington between Trump and Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu.

It is useful to recall key passages from that papal message:

 

John XXIII was the first to introduce the prospect of integral disarmament, which can only be achieved through the renewal of heart and mind.

[…]

This is a fundamental service that religions must render to suffering humanity, keeping watch over the growing attempt to transform even thoughts and words into weapons.

Unfortunately, it is increasingly common in the contemporary landscape to drag the words of faith into political combat, to bless nationalism, and to religiously justify violence and armed struggle. Believers must actively refute, first and foremost with their lives, these forms of blasphemy that obscure the Holy Name of God. Therefore, along with action, it is more necessary than ever to cultivate prayer, spirituality, and ecumenical and interreligious dialogue as paths of peace and languages ​​of encounter between traditions and cultures. Throughout the world, it is hoped that "every community will become a 'house of peace,' where one learns to defuse hostility through dialogue, where justice is practiced and forgiveness is preserved." Today, more than ever, we must demonstrate that peace is not a utopia, through attentive and generative pastoral creativity.

On the other hand, this must not distract everyone from the importance of the political dimension. Those called to public responsibilities in the highest and most qualified offices "should consider thoroughly the problem of the peaceful restoration of relations between political communities on a global scale: a restoration founded on mutual trust, sincerity in negotiations, and fidelity to commitments undertaken. They should examine the problem until they identify the point from which it is possible to begin the journey toward loyal, lasting, and fruitful agreements." This is the disarming path of diplomacy, mediation, and international law, unfortunately contradicted by increasingly frequent violations of agreements reached with difficulty, in a context that requires not the delegitimization, but rather the strengthening of supranational institutions.

[…]

Today, justice and human dignity are more exposed than ever to the most powerful imbalances of power. How can we navigate a time of destabilization and conflict while freeing ourselves from evil? We must motivate and support every spiritual, cultural, and political initiative that keeps hope alive, countering the spread of "fatalistic attitudes, as if the dynamics underway were produced by anonymous, impersonal forces and structures independent of human will." Indeed, if "the best way to dominate and advance without limits is to sow hopelessness and foster constant distrust, even if disguised by the defense of certain values," such a strategy must be countered by the development of informed civil societies, responsible associations, experiences of nonviolent participation, and practices of restorative justice on both a small and large scale.

 

It should be remembered that Apostolic Nunciatures do far more than act as embassies. The Pope governs the Catholic Churches in those states through them, transmitting his will to local bishops and retaining canonical authority to remove or replace members of the ecclesiastical hierarchy at any level.

By contrast, the U.S. federal government is democratically legitimated, and its power depends heavily on maintaining the support of its electorate. At the time U.S. military operations began, this electorate included roughly half of American Catholics, including many bishops—among them prominent figures such as New York Archbishop Timothy M. Dolan, who had recently been replaced upon reaching the age limit.

It appears that the Apostolic Nuncio was presented—whether as a threat or an expectation—with the idea of a situation resembling the Avignon Papacy of the 14th century, when the papacy became closely aligned with French political interests.

From Trump’s statements after April 7, it seems the U.S. administration had expected greater alignment in international policy with the American Pope, similar to what occurred under John Paul II and Benedict XVI.

The military operation against Iran, authorized by Trump on February 28, 2026, was bold, highly risky, yet meticulously planned. Its aim was to achieve political control over Iran—one of the world’s largest oil producers—at a far lower cost than the wars in Iraq.

In the 1990–1991 Gulf War (“Desert Storm”) under George H. W. Bush, the U.S. deployed about 500,000 troops. In the 2003–2011 Iraq War (“Operation Iraqi Freedom”) under George W. Bush, about 300,000 troops were used.

By contrast, the 2026 operation against Iran aimed to achieve regime change without deploying ground forces—relying instead on precision missile strikes launched from ships and aircraft, supported by advanced satellite, drone, and AEW&C surveillance systems, along with intelligence from Israeli networks.

According to reporting by The New York Times, both the U.S. Joint Chiefs of Staff and the Central Intelligence Agency had advised against the operation, doubting it could achieve regime change. Nevertheless, Trump and Defense Secretary Pete Hegseth were persuaded by Israeli leadership and intelligence.

Vice President James D. Vance reportedly opposed the plan.

The operation succeeded in killing key Iranian leaders, including Supreme Leader Ali Khamenei, and damaging military infrastructure. However, it failed to achieve regime change. Instead, Iran retaliated by attacking Gulf monarchies and blocking the Strait of Hormuz, triggering a global economic crisis.

In this context, Trump issued a 48-hour ultimatum threatening total destruction of Iran’s civilian infrastructure and even its civilization. He promoted the ultimatum on his platform Truth Social in aggressive terms.

A key constraint was the War Powers framework: without congressional approval within 60 days, the operation could not continue.

2. The Exchange Between Trump and Pope Leo XIV

On April 7, speaking informally to journalists, the Pope explicitly declared Trump’s ultimatum unacceptable:

 

This threat against the entire Iranian people is unacceptable. There are issues of international law, but even more importantly, a moral issue… we do not want war, we want peace.”

 

Such explicit criticism of a specific government’s foreign policy is highly unusual for a Pope. Even more unusual was his call for Americans to engage democratically with Congress.

On April 13, Trump responded on Truth Social:

 

“I don’t want a Pope who thinks it’s okay for Iran to have nuclear weapons… I don’t want a Pope who criticizes the President of the United States… Leo should be grateful to me… If I weren’t in the White House, Leo wouldn’t be in the Vatican.”

 

He also accused the Pope of being “weak on crime” and “close to the radical left.”

That same day, speaking to journalists during a flight to Africa, the Pope replied calmly:

 

I am not afraid of the Trump administration… I proclaim the Gospel… I will continue to raise my voice against war.

 

Despite Trump’s harsh tone, his response essentially called for the Pope to return to the traditional limits of papal engagement in foreign policy—limits that the American Pope appears to have deliberately broken.

3. What Should Be Done?

It seems that Italian Catholics, with few exceptions, have remained largely indifferent to this political clash and to the human cost of the war. Greater concern has been shown for its economic consequences.

Italy’s Prime Minister criticized Trump’s attack on the Pope as “unacceptable,” but not the ultimatum itself—revealing a significant difference in meaning between the two uses of that term.

However, the Pope is not asking for symbolic gestures in support of his authority. He is calling on laypeople to act politically—to press their governments to resolve international conflicts through diplomacy, mediation, and multilateral institutions.

Our interlocutor should therefore not be ecclesiastical authorities, but political institutions—such as the President of the Republic, who represents national unity and has expressed positions aligned with the Pope.

Otherwise, the issue risks being reduced to a personal affront, when in reality global peace—and the lives of the Iranian people caught between war and repression—are at stake.

I therefore propose a concise document to be sent to the President of the Republic and made public through press agencies:


Mr. President,

As Catholics associated with the Rome group of the Movement for Cultural Engagement, and in response to the recent appeals of Pope Leo XIV, we express our deep opposition to the ongoing U.S. and Israeli military operations against the Iranian population, now intensified by threats of total devastation of essential civilian infrastructure.

We wish to join all people of goodwill worldwide in urging, through democratic means, a return to diplomacy, mediation, and international law, in order to rebuild peaceful relations among nations based on trust, sincerity, and respect for commitments.

We commit to withdrawing our support from political forces that do not adhere to these principles and to supporting those that do.

                                          The Rome Group of MEIC

 

Mario Ardigò – April 19, 2026