Testo, tradotto in italiano, del discorso del re della Gran Bretagna Carlo III ai membri del Congresso degli Stati Uniti d’America il 28 aprile 2026 – traduzione pubblicata dal Corriere della Sera il 29 aprile 2026
Signor Vicepresidente, Signor Speaker, membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano di tutti gli Stati, territori, città e comunità, vorrei cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore concessomi di rivolgermi a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in quest’anno che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.
Per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati
strettamente intrecciati. Come disse Oscar Wilde, ormai abbiamo
davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua.
Ci incontriamo in tempi di grande
incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio
Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui
impatto si fa sentire in ogni ambiente, da un capo all’altro dei nostri Paesi.
Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da
questo grande edificio, che ha cercato di colpire la leadership della vostra
nazione e di fomentare paura e discordia ancor più ampie. Permettetemi di
ribadire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non
avranno mai successo.
A prescindere dalle nostre differenze, a prescindere dai
disaccordi, restiamo uniti nel nostro impegno nel difendere
la democrazia, nel proteggere i nostri cittadini da ogni danno e nel rendere
omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la
propria vita al servizio dei nostri Paesi.
Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia
sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i
nostri popoli abbraccia non soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli.
È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella
nostra linea di sovrani a studiare con quotidiana attenzione gli affari
dell’America. Vengo quindi qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso
degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare
la voce di tutto il popolo americano, per promuovere la libertà e
i più sacrosanti diritti.
Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a
meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe
anch’essa questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della
Libertà sopra di noi.
Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle
nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e
amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.
Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a
Westminster, seguiamo ancora una tradizione antichissima e prendiamo
in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché
non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite
piuttosto bene, al punto che spesso non desidera andarsene. Non so, Signor
Speaker, se vi siano volontari per questo ruolo qui oggi.
Guardando indietro nei secoli, Signor Speaker, emergono alcuni
schemi, alcune verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza
reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo
forse concordare sul fatto che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima
istanza.
In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro
Congresso, «nessuna tassazione senza rappresentanza», innescò un disaccordo
fondamentale tra noi ma, al contempo, stabilì un valore
democratico condiviso che avete ereditato da noi.
La nostra è una partnership nata dal dissenso, ma non per questo
meno forte. Forse, con questo esempio, possiamo vedere che le nostre
nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, prodotto delle comuni
tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui ancora oggi affonda la
nostra governance.
Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i
nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di collaborare. E perbacco,
Signor Speaker, quando siamo andati di comune accordo, quali grandi cambiamenti
ne sono derivati, non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.
È proprio questo, a mio avviso, l’ingrediente speciale del nostro rapporto.
Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di stato in
Gran Bretagna lo scorso autunno, il legame di parentela e
identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno.
È insostituibile e indissolubile.
Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a
Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia
ventesima visita negli Stati Uniti e la prima come Re e capo del Commonwealth.
Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa,
o ciò che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare «Una storia di
due Giorgio»: il primo presidente, George Washington, e il mio bisnonno di
quinta generazione, re Giorgio III. Re Giorgio, come sapete, non mise mai
piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte
di qualche astuto intervento di retroguardia.
I Padri Fondatori furono ribelli audaci e visionari, guidati da
un ideale. Duecentocinquant’anni or sono o, come diciamo nel Regno Unito,
appena l’altro giorno, dichiararono l’indipendenza,
destreggiandosi tra forze contrastanti e infondendo vigore alla
diversità. Unirono tredici colonie disparate per forgiare una nazione
sull’ideale rivoluzionario di vita, libertà e ricerca della felicità. Portarono
con sé e svilupparono la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come
idee che risalivano ancora più indietro, al diritto comune inglese e alla Magna
Carta.
Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.
La nostra Dichiarazione dei Diritti del
1689 non fu soltanto il fondamento della nostra monarchia
costituzionale, ma anche lo spunto di molti dei principi ribaditi, spesso quasi
parola per parola, nel Bill of Rights americano
del 1791.
E queste radici affondano ancora più indietro nella storia. La
U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna
Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789,
non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è
soggetto a controlli ed equilibri.
È per questo che a Runnymede, lungo il Tamigi, si trova una pietra nel luogo in
cui la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che un
acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal
popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a
sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.
Illustri membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse
sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America
sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non
dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, che rappresentano
il mosaico vivente degli Stati Uniti in entrambi i nostri Paesi.
E sono proprio le nostre società,
vivaci, diverse e libere, a conferirci la nostra forza collettiva,
anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che oggi purtroppo
travagliano entrambe le nostre realtà.
E inoltre, Signor Speaker, per molti qui presenti e per me
stesso, la fede cristiana è un saldo punto
di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo
personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo
dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e
a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella
fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli
volte. Attraverso di essa, sono ispirato dal
profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella
comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, e mio
auspicio, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri
partner internazionali, possiamo fermare la trasformazione degli aratri in
spade.
Siamo ancora nel tempo della Pasqua, la stagione che rafforza
maggiormente la mia speranza. Credo con tutto il cuore che l’essenza delle
nostre due nazioni risiede nella generosità di spirito e nel dovere
di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione
reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna.
L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso
dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è
davvero unica, e tale alleanza fa parte di ciò che Henry Kissinger descrisse
come la visione ispirata di Kennedy: una partnership atlantica
basata su due pilastri, Europa e America.
Quella partnership, Signor Speaker, è oggi più importante che
mai, ne sono profondamente convinto.
Il primo sovrano britannico regnante a metter piede in America fu mio nonno, re
Giorgio VI. Egli visitò il Paese nel 1939 insieme alla mia amata nonna
Elisabetta, la Regina Madre. In Europa avanzavano
le forze del fascismo e, poco tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi
nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.
Oggi viviamo in una nuova era, ma quei valori persistono. È
un’epoca che, per molti aspetti, appare più instabile e più pericolosa del
mondo al quale la mia defunta madre si rivolse in quest’aula nel 1991.
Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola
nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo
scenario imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi sui successi del
passato né dare per scontato che i principi fondamentali semplicemente
perdurino nel tempo.
Come ha affermato il mio primo ministro il mese scorso, la
nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo
trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni, ma occorre
continuare a costruirvi sopra.
Il rinnovamento oggi inizia dalla sicurezza.
Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo
richiedono una trasformazione della difesa britannica. È per questo che il
nostro Paese, per prepararsi al futuro, ha varato il
più grande stanziamento di fondi per la difesa dai tempi della Guerra Fredda,
durante parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso
orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il principe
Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno re Giorgio VI, del mio prozio Lord
Mountbatten e del mio bisnonno re Giorgio V.
Quest’anno, naturalmente, segna anche il 25° anniversario dell’11
settembre. Quell’attentato segnò un momento decisivo per l’America, e il
vostro dolore e il vostro shock furono avvertiti in tutto il mondo. Durante la
mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle
vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così
tragica.
Siamo stati al vostro fianco allora, e lo siamo anche oggi,
nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.
Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima
volta l’Articolo Cinque e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alzò la
voce all’unanimità contro il terrorismo, abbiamo risposto
insieme all’appello, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo,
fianco a fianco, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda,
l’Afghanistan e altri momenti che hanno segnato profondamente il nostro impegno
condiviso per la sicurezza.
Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione
è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo valoroso.
È necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura.
Dalle profondità dell’Atlantico alle calotte glaciali
dell’Artico che si stanno drammaticamente sciogliendo, l’impegno
e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al
cuore della NATO: siamo tutti coinvolti nella difesa reciproca, nella protezione
dei nostri cittadini e dei nostri interessi, nel mantenere in sicurezza gli
americani e gli europei dagli avversari comuni.
I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza
sono strettamente consolidati attraverso relazioni misurate non in anni, bensì
in decenni.
Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa
e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il
personale britannico serve con pari orgoglio in 30 Stati americani.
Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il programma di sottomarini
più ambizioso della storia, AUKUS. E lo facciamo in collaborazione con
l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere
sovrano.
Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per
sentimentalismo, sia ben chiaro. Lo facciamo perché esse rafforzano la
resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri
cittadini più sicuri per le generazioni a venire.
Se i nostri ideali comuni sono stati cruciali per garantire
libertà ed uguaglianza, essi rappresentano anche il fondamento della nostra
prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di
regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la
risoluzione delle controversie e l’imparzialità della giustizia:
queste caratteristiche hanno creato le condizioni che per secoli hanno favorito
la crescita economica senza pari nei nostri due Paesi.
È per questo che i nostri governi stanno siglando nuovi accordi
economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra
prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a
guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle
tecnologie del futuro. Le nostre nuove partnership nella
fusione nucleare e nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e
nella scoperta di nuovi farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite umane.
Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi
annuali in continua crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti
reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su
entrambe le sponde dell’Atlantico, a sostegno delle nostre economie.
Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le
generazioni che verranno. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e negli
scambi culturali rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi.
La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e della
cui associazione sono orgoglioso di essere patrono, è emblematica del legame
tra i nostri due Paesi. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300
borse di studio, aprendo le porte ad americani di ogni estrazione per studiare
nelle principali università del Regno Unito.
Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo
anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa per la tutela della
natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.
Per millenni, molto prima che le nostre nazioni esistessero,
prima che fosse tracciato qualsiasi confine, le montagne della
Scozia e degli Appalachi erano un’unica catena continua, forgiata nell’antica
collisione dei continenti.
Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono un
patrimonio davvero unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa
vocazione. Leader indigeni, politici e civili, abitanti delle comunità rurali e
delle città, hanno contribuito a proteggere e custodire ciò che il presidente
Theodore Roosevelt definì la «gloriosa eredità» dello straordinario splendore
naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua
prosperità.
Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la
nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi
naturali critici, che minaccia molto più dell’armonia e della diversità
essenziale della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi
naturali — in altre parole, l’economia della natura — costituiscono la base
della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.
La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua
essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e partnership
straordinaria. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato
un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più
significative della storia umana.
Mi auguro con tutto il cuore che la nostra alleanza
continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel
Commonwealth e nel mondo, e che respingiamo con determinazione gli appelli sempre
più insistenti a ripiegarci su noi stessi.
Signor Speaker, Signor Vicepresidente, illustri signore e
signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come fin
dall’indipendenza. Ma le azioni di questa grande nazione contano ancora di più.
Il presidente Lincoln lo espresse molto bene nelle riflessioni del suo
straordinario Discorso di Gettysburg: il mondo potrà prestare
poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.
E così rivolgo un appello agli Stati Uniti d’America, nel vostro
250° anniversario, affinchè i nostri due Paesi si dedichino
nuovamente l’uno all’altro nel servizio disinteressato dei nostri popoli e di
tutti i popoli del mondo.
Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.