Prompt: Qual è in inglese il contrario di "woke"? E a quale parola italiana corrisponde?
RISULTATO di ricerca mediante il sistema intelligente LLM chatbot ChatGPT (26AG26)
Originariamente woke significa letteralmente «sveglio» e, in senso politico-sociale, «consapevole, vigile rispetto alle ingiustizie sociali», soprattutto razziali.
Una brevissima storia del woke può essere riassunta così:
- Anni 1930-60 – origine afroamericana. Woke, participio di wake («svegliarsi»), entra nell’inglese afroamericano con il significato di essere vigili e consapevoli del razzismo. L’espressione stay woke («resta vigile») si lega progressivamente alle lotte per i diritti civili degli afroamericani.
- Anni 2010 – Black Lives Matter. Il termine conosce una nuova fortuna soprattutto dopo il 2012-2014, con Black Lives Matter e le proteste seguite alle uccisioni di afroamericani da parte della polizia. Stay woke significa essere consapevoli del razzismo sistemico e delle discriminazioni.
- Seconda metà degli anni 2010 – ampliamento. Il concetto viene applicato non soltanto alla razza, ma anche a genere, orientamento sessuale, identità di genere, colonialismo e altre forme di discriminazione. Si diffonde soprattutto nelle università, nell’attivismo, nei media e nelle imprese. È in questa fase che si parla più genericamente di “woke culture”.
- Dal 2020 – apogeo e reazione. Dopo l’uccisione di George Floyd (25 maggio 2020) e le grandi proteste internazionali, woke diventa un termine centrale nel conflitto culturale. I critici associano alla cultura woke fenomeni quali cancel culture, identity politics, controllo del linguaggio e intolleranza verso opinioni dissenzienti.
- Anni 2020 – woke come etichetta polemica. Il significato si rovescia in parte: oggi chi sostiene quelle battaglie spesso non si autodefinisce “woke”. Il termine è usato soprattutto dai critici per designare, talvolta in maniera molto generica, un certo progressismo culturale e identitario.
Una precisazione importante: parlare di «movimento woke» può essere fuorviante. Non è mai esistito un movimento unitario con organizzazione, dirigenti e programma comune. È più corretto parlare di cultura woke, di una sensibilità o di un insieme di movimenti accomunati dall’attenzione alle discriminazioni e alle identità sociali.
In inglese non esiste un unico contrario stabilito di woke. Dipende soprattutto dal significato — e spesso dall’orientamento polemico — con cui si usa woke.
Un contrario potrebbe essere unaware, insensitive o indifferent: «inconsapevole», «insensibile», «indifferente».
Nell’uso politico contemporaneo, però, woke viene spesso adoperato per indicare posizioni progressiste su identità, genere, razza, linguaggio inclusivo ecc. In questo caso il contrario più comune è anti-woke. A seconda del contesto si trovano anche conservative, traditionalist o, con una connotazione diversa, reactionary.
In italiano, quindi:
- woke → progressista, sensibile alle questioni identitarie e alle discriminazioni; in contesti polemici anche politicamente corretto;
- anti-woke → anti-woke, oppure contrario alla cultura woke;
- conservative/traditionalist → conservatore/tradizionalista;
- reactionary → reazionario, che però è decisamente più forte e valutativo.
Se serve una singola parola italiana che costituisca l’opposto concettuale di “woke” nel dibattito culturale attuale, direi che “conservatore” è la soluzione più neutra, mentre “reazionario” non è un vero sinonimo di anti-woke e introduce un giudizio politico ulteriore.
Ma quale woke, serve la lezione degli anni Settanta
Nel nostro paese la cosiddetta cultura woke — purtroppo o per fortuna — non è mai stata egemone, non ha mai rappresentato l’ideologia di una qualche classe di governo, non ha mai prodotto normative a essa ispirate. A meno che non si considerino tali quelle poche leggi che hanno tardivamente riconosciuto diritti fondamentali come il testamento biologico, le unioni civili, la tutela dalla violenza di genere e, ancora prima, la rettificazione anagrafica di sesso.
[...]
Non conosco, nell’arco degli ultimi quarant’anni, un solo conflitto per l’affermazione dei diritti civili — tra quei pochi che ci sono stati — che abbia sottratto idee, gruppi sociali, forme di azione, obiettivi e programmi alla lotta per la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana. La verità mi sembra di stupefacente semplicità: la sinistra non ha saputo realizzare lotte adeguate né sul terreno dei diritti civili né su quello dei diritti sociali.
Luigi Manconi - La Repubblica 26AG26
Mia opinione
Condivido le osservazioni di Luigi Manconi in merito alla polemica sui denunciati eccessi in Italia della cultura woke, in particolare nelle forze politiche di sinistra.
È di sinistra l’orientamento politico sensibile alle condizioni di chi in società ha la peggio e che si propone di migliorarle mediante iniziative di solidarietà sociale e di contrasto alle discriminazioni, per rendere effettive la pari dignità sociale e l’uguaglianza tra le persone sancite come legge fondamentale della Repubblica dall’art.3 della Costituzione:
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Quel rimuovere gli ostacoli è appunto ciò che caratterizza le politiche di sinistra. L’espressione fu proposta nell’Assemblea Costituente da un socialista, Lelio Basso, e i socialisti furono parte delle forze di sinistra.
Quei principi costituzionali non mi però si siano mai veramente affermati tra la nostra gente, nonostante l’influenza culturale che, in misura maggiore o minore, le forze politiche di sinistra riuscirono ad esercitare in Italia. Anzi, non è infrequente avvertire in giro una sorta di senso comune secondo il quale un certo livello di discriminazione è conforme a come le cose debbono andare e che pensarla diversamente è un po’ strambo e si finisce per volere un mondo al contrario. Sembra che insistere sia veramente troppo. Ed effettivamente, come diceva Piero Calamandrei, la nostra Costituzione è, su quei temi come su altri, in polemica con la società, non l’asseconda e fu deliberata anche per cambiarne la mentalità.
Le religioni, almeno fino ad epoca recente, sono state in genere in linea con gli orientamenti più conservatori e ancora rivendicano di poterli esprimere pubblicamente anche dove sono francamente discriminatori e fanno soffrire ingiustamente, dal punto di vista costituzionale. E quando scrivo di religioni non mi riferisco solo alle gerarchie, ma a tutta l’altra gente. E questo anche se, indubbiamente, le opinioni maturate dalla gente su molti temi hanno prodotto un mutamento delle dottrine. Nel giro di un secolo, ad esempio, in ambito cattolico la libertà di coscienza e quella religiosa sono passate dall’essere duramente condannate (enciclica Quanta cura del 1864, con annesso Sillabo, elenco, degli errori del tempo) ad essere proclamate (Concilio Vaticano secondo, 1962-1965).
Che fare? Che pensare?
Certe cose richiedono una faticosa conquista culturale e difficilmente una persona da sé sola trova la via giusta, perché come individui siamo limitati. In genere si è portati a fare come s’è sempre fatto, anche se questo provoca sofferenza alle altre persone e anche a noi stessi. Ci si rassegna e si teme che, agitandosi, si possa finire anche peggio. Chi ha maturato convinzioni di sinistra ritiene invece che, suscitando un movimento sociale in sostegno di chi in società sta peggio, si finisca per stare tutti meglio. Ci si può ragionare sopra facendo memoria realistica della storia passata, che può essere considerata come uno dei più importanti laboratori sociali.
In ambiti ecclesiali si può procedere con stile sinodale, in modo da dare voce a tutte le persone, cominciando proprio dal metodo la realizzazione della pari dignità.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli