Magnifica humanitas enciclica 15MAG26 – del papa Leone 14° -
capitolo secondo Fondamenti e principi
della dottrina sociale della Chiesa - il principio di solidarietà
Link al podcast: https://youtu.be/6yFncBmQqww
Nell’immagine, il medico Gino Strada, vissuto tra il 1948 e il 2021, fondatore nel 1994 di Emergency, organizzazione
non governativa senza fini di lucro dedita all’assistenza delle popolazioni in
zone di guerra o travagliate da altre catastrofi. È considerato un grande
esempio della pratica della virtù della solidarietà
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Buongiorno, care amiche e cari amici del
gruppo parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente papa,
in Roma, Monte Sacro, Valli.
Continuo ad esaminare in dettaglio
l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio, in
particolare la sezione sul principio di solidarietà del secondo capitolo
Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa.
Alle mie spalle vedete una immagine
del medico Gino Strada, vissuto tra il
1948 e il 2021, fondatore nel 1994 di Emergency,
organizzazione non governativa senza fini di lucro dedita all’assistenza alle
popolazioni in zone di guerra o travagliate da altre catastrofi. È considerato
un grande esempio della pratica della virtù della solidarietà
Nella
storia delle idee il termine solidarietà come principio organizzativo della
società si diffonde in Europa nell'Ottocento. Si voleva contrastare
l'individualismo, cioè l'idea che la società sia solo una somma di singoli
ciascuno occupato di sé, e porre l'accento su riforme sociali per migliorare la
condizione di tutta la popolazione, sulla base di un obbligo sociale che nasce
dal fatto che l'essere umano per natura è un vivente in relazione. L'idea di
solidarietà venne ripresa dal lessico giuridico, dove l'obbligazione in solido
è quella in cui ciascuno dei condebitori risponde per l'intero debito: così
ogni essere umano deve sentirsi obbligato per l'intera specie umana. Fu poi
posta a fondamento di un solidarismo cristiano, maturato nelle esperienze di
impegno sociale sviluppate in Europa dalla seconda metà dell'Ottocento e
formulato come pensiero sistematico all'inizio del Novecento. Questo lo collegò
alla tradizione dei Padri della Chiesa sulla fraternità cristiana, che ha un
fondamento soprannaturale: tutti gli esseri umani sono fratelli perché creati
dallo stesso Dio e perché il Figlio, facendosi uomo, ha unito a sé ogni uomo; e
questa fraternità trova il suo compimento nella comunione dei credenti. All'inizio
del Novecento, in ambiente cattolico tedesco, la solidarietà divenne il perno
di una proposta organica di economia e di società, chiamata appunto
solidarismo. Questa scuola di pensiero influenzò la redazione dell’enciclica
sociale Il quarantennale – Quadragesimo anno, del 1931, nella quale fu
sviluppata la dottrina sociale esposta
nella prima enciclica sociale contemporanea, la Delle novità- Rerum novarum di
quarant’anni prima, nella quale, seguendo la tradizione precedente, si parlava
solo di carità e di amicizia tra gli esseri umani e le classi
sociali.
Nell’evoluzione della dottrina sociale
cattolica sulla solidarietà, a partire da quella sulla carità e sull’amicizia,
influì la maggiore consapevolezza delle dinamiche sociali che la Chiesa acquisì
man mano che assimilava le conoscenze dell’economia politica e della
sociologia. Ad un contesto centrato sui rapporti interpersonali di fraternità,
in cui condividere le proprie ricchezze con chi era nel bisogno discendeva
dalla destinazione universale dei beni, si aggiunse la solidarietà come forma
politica di realizzazione del bene comune. In questa accezione il principio di
solidarietà si lega strettamente a quello di sussidiarietà, e ciascuno dei due
corregge l’altro, sia quanto all’azione pubblica di governo della società sia
quanto all’atteggiamento che la società civile deve avere riguardo
all’interesse generale.
Negli ultimi anni, con il magistero di papa
Francesco, questa linea ha compiuto un passo ulteriore. Già da tempo la
dottrina sociale presentava la solidarietà non solo come obbligo morale e
religioso, ma come risposta necessaria a un’interdipendenza di fatto tra i
popoli. Ora quell’interdipendenza viene vista in tutta la sua estensione,
economica, politica e insieme ecologica, e la posta in gioco è diventata la
sopravvivenza stessa di un’umanità che conta ormai oltre otto miliardi di
persone, legate da reti globali sempre più fitte, e che condivide un unico
pianeta. In questa prospettiva la costruzione, a livello mondiale, di
ordinamenti politici solidali non è più soltanto un ideale ma una condizione di
sopravvivenza, e in questo senso va inteso l’insegnamento, ripetuto da papa
Francesco durante la pandemia della malattia virale Covid 19 [dal dicembre
2019], che nessuno si salva da solo.
Leggiamo nell’enciclica Fratelli tutti, del
2020:
Le
pandemie e altri flagelli della storia
32. Una tragedia globale
come la pandemia del Covid-19 ha effettivamente suscitato per un certo tempo la
consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca,
dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si
salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme. Per questo ho detto
che «la tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle
false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i
nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. […] Con la tempesta, è caduto
il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre
preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta,
quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci:
l’appartenenza come fratelli».
[…]
Speranza
54. Malgrado queste dense ombre, che non vanno ignorate,
nelle pagine seguenti desidero dare voce a tanti percorsi di speranza. Dio
infatti continua a seminare nell’umanità semi di bene. La recente pandemia ci
ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio
che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di
riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone
ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra
storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai
supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne
che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti,
religiose,… hanno capito che nessuno si salva da solo.
Il fecondo interscambio
137. L’aiuto reciproco tra Paesi in definitiva va a
beneficio di tutti. Un Paese che progredisce sulla base del proprio originale
substrato culturale è un tesoro per tutta l’umanità. Abbiamo bisogno di far
crescere la consapevolezza che oggi o ci salviamo tutti o nessuno si salva. La
povertà, il degrado, le sofferenze di una zona della terra sono un tacito
terreno di coltura di problemi che alla fine toccheranno tutto il pianeta. Se
ci preoccupa l’estinzione di alcune specie, dovrebbe assillarci il pensiero che
dovunque ci sono persone e popoli che non sviluppano il loro potenziale e la
loro bellezza a causa della povertà o di altri limiti strutturali. Perché
questo finisce per impoverirci tutti.
138. Se ciò è stato sempre
certo, oggi lo è più che mai a motivo della realtà di un mondo così
interconnesso per la globalizzazione. Abbiamo bisogno che un ordinamento
mondiale giuridico, politico ed economico «incrementi e orienti la
collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli»
[citazione dall’enciclica Carità nella verità n.67, del 2009]. Questo alla fine andrà a vantaggio di tutto
il pianeta, perché «l’aiuto allo sviluppo dei Paesi poveri» implica «creazione
di ricchezza per tutti» (citazione dalla stesse enciclica, n. 60]. Dal punto di vista dello sviluppo
integrale, questo presuppone che si conceda «anche alle Nazioni più povere una
voce efficace nelle decisioni comuni»
[citazione dalla stessa enciclica n.67] e che ci si adoperi per
«incentivare l’accesso al mercato internazionale dei Paesi segnati da povertà e
sottosviluppo» [citazione dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa n.447].
Leggendo l’enciclica La magnifica
umanità - Magnifica humanitas troviamo
la sintesi di quello sviluppo del
pensiero sociale cristiano sulla solidarietà.
Si insegna, al n.73, che
«il principio di solidarietà nasce dalla visione della persona che la fede genera: ogni
essere umano è creato a immagine di Dio e inserito in una rete di relazioni che
lo legano agli altri, ai popoli, al creato
[…] La fraternità non è soltanto un’aspirazione interiore di chi crede,
ma una forma sociale e politica da incarnare in scelte e percorsi condivisi. La
solidarietà, allora, è il riconoscimento concreto che il destino di ciascuno è
legato al destino di tutti: davvero «nessuno si salva da solo» [citazione
dall’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, numeri 32 e 54]. Appare
così evidente lo stretto legame tra sussidiarietà e solidarietà. Quando la
sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in
semplice tutela di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta
dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo che non promuove la
responsabilità».
Si insegna inoltre che la solidarietà deve
esprimersi anche nel sentirsi personalmente responsabili di ciò che accade e si
fa nella società in cui si vive e nel prendere parte alla vita della
comunità, informandosi, associandosi, facendo sentire la
propria voce, contribuendo alle decisioni e alle scelte pubbliche,
quindi assumendosi responsabilità nella costruzione del bene comune.
Questo insegnamento acquista anche un
particolare valore ecclesiale, perché al n.86 dell’enciclica, verso la fine del
capitolo secondo, nella sezione Una verifica per la Chiesa, tutti i principi
della dottrina sociale sono dichiarati applicabili anche nei contesti
ecclesiali, in particolare per organizzarli d viverli con stile sinodale.
Leggiamo:
86. In conclusione, desidero
toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è
soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la
Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi
esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene
comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la
missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e
storico della sinodalità e della missione» [questa è una citazione testuale dal numero 17 del
Documento finale della seconda sessione
della sedicesima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei
vescovi sulla sinodalità, approvato nell’ottobre 2024].. Ciò richiede attenzione al modo di prendere
decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del
Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria,
la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione.
Di questo non avverto in genere consapevolezza
nelle comunità ecclesiali alle quali partecipo, in particolare nella nostra
parrocchia. Di solito gli accenni alla sinodalità vengono accolti con scarso
interesse e anche, talvolta, con un certo fastidio, come se ci si volesse
intestardire su temi non essenziali negli ambienti di prossimità, dove ci si
dovrebbe concentrare sulla frequenza alle liturgie e sulle pratiche
devozionali, riservando il resto alla burocrazia ecclesiastica e ai teologi. Ma perché considerare alternative a quelle la
pratica della solidarietà, della sinodalità e delle altre virtù sociali? È
proprio il contrario della pressante esortazione alla sinodalità realmente responsabile
e perciò realmente partecipata e
solidale che ci viene dall’enciclica La magnifica umanità.
Chiediamoci, ad esempio, in quali
modi in parrocchia si prende parte parte alla vita della comunità, informandosi,
associandosi, facendo sentire la propria voce, contribuendo
alle decisioni e alle scelte pubbliche, che sono quelle che si fanno
perché valgano per tutta la comunità, quindi assumendosi responsabilità nella
costruzione del bene comune. In realtà non ci sono spazi per farlo, dato
che ad esempio il Consiglio pastorale parrocchiale non è stato costituito
secondo il nuovo Statuto firmato da Papa Francesco nel 2023 e non si riunisce,
il Consiglio parrocchiale per gli affari economici non rende note le sue
valutazioni sulla gestione economica della parrocchia e non pubblica alcun tipo
di bilancio contabile, e infine ogni esperienza associativa e di movimento
agisce chiusa nel suo ristretto ambito senza aprirsi, nel dialogo sinodale,
alle altre esperienze.
Sento spesso confondere la sinodalità con la
democrazia nelle attività di governo e ripetere che “la Chiesa non è una
democrazia”, senza aggiungere che è molto di più, perché, appunto, è
costitutivamente sinodale. Leggiamo nel Documento preparatorio della
sedicesima Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi sulla
sinodalità ecclesiale, pubblicato il 7 settembre 2021
II. Una
Chiesa costitutivamente sinodale
10. «Quello che
il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola
“Sinodo”» [citazione dal n.3 del documento della Commissione teologica
internazionale La sinodalità nella vita
e nella missione della Chiesa, pubblicato il 2 marzo
2018] che «è parola antica e veneranda nella Tradizione della Chiesa,
il cui significato richiama i contenuti più profondi della Rivelazione» [altra citazione dal medesimo numero del citato
documento della Commissione teologica internazionale]. È il «Signore Gesù
che presenta se stesso come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6)», e «i cristiani, alla sua
sequela, sono in origine chiamati “i discepoli della via” (cfr At 9,2;
19,9.23; 22,4; 24,14.22)» [altra
citazione dal medesimo numero del citato documento della Commissione
teologica internazionale] La sinodalità in questa prospettiva è ben più
che la celebrazione di incontri ecclesiali e assemblee di Vescovi, o una
questione di semplice amministrazione interna alla Chiesa; essa «indica lo
specifico modus vivendi et
operandi della Chiesa Popolo di
Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare
insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i
suoi membri alla sua missione evangelizzatrice» [citazione dal n.6 del documento della Commissione teologica
internazionale La sinodalità nella vita
e nella missione della Chiesa, pubblicato il 2
marzo 2018].
La sinodalità ecclesiale è presentata
nell’enciclica La magnifica umanità come realizzazione nella vita
comunitaria cristiana di quel principio di solidarietà che discende dal fondamento
dell’essere stati creati da Dio per essere un’unica famiglia umana, legata
dalla fraternità. Ne deriva il dovere di costruirla in concreto e di
prendervi parte, che non grava solo su chi esercita ministeri o altri
incarichi, ma su tutte le persone di fede.
Questo naturalmente riguarda ogni aspetto
della vita sociale, compreso quello della partecipazione politica. È
scritto tra i principi fondamentali della nostra Costituzione,
nell’elaborazione dei quali i cattolici democratici italiani ebbero un ruolo
molto importante, Leggiamo all’articolo 2:
La Repubblica riconosce e
garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle
formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento
dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
Il Papa dà l’esempio. Egli è ancora anche
cittadino statunitense. Ieri è stata diffusa la notizia che voterà alle
elezioni di medio termine per il rinnovo della Camera dei rappresentanti statunitense e
di un terzo del Senato. Eppure sia negli Stati Uniti che in Italia
l’astensionismo elettorale è diventato molto elevato.
La Costituzione italiana all’art.48 definisce
il voto un dovere civico, ma molte persone non lo sentono più tale e
tanto meno come dovere religioso, entrambi espressione del principio di solidarietà.
Le vite degli esseri
umani sono talmente intrecciate a livello globale che, si osserva
nell’enciclica, si vive una sorta di solidarietà di fatto. Basta gettare
uno sguardo alle etichette dei prodotti di uso comune per avvedersi, ad
esempio, che provengono da parti del molto lontane, spesso dall’altra parte del
globo. Ma, si osserva ancora nell’enciclica, «questa trama di relazioni, però, non è ancora
solidarietà in senso pieno se non diventa una scelta consapevole».
Siamo affidati gli uni agli altri e non dobbiamo rimanere indifferenti
davanti a ciò che accade
al nostro prossimo, ma, si aggiunge nell’enciclica, dobbiamo trasformare t quei legami inevitabili – economici,
culturali, tecnologici – in percorsi di condivisione, di cooperazione e di cura
reciproca, imparando a pensare e agire in termini di comunità.
La solidarietà,
si insegna nell’enciclica è un principio ma anche una virtù, vale a dire una regola
di convivenza ma anche un modo di essere delle persone. Bisogna
acquisire consapevolezza dell’interdipendenza tra le persone, per cui il bene
delle une passa attraverso il bene delle
altre, ma anche avere una determinazione ferma e perseverante a lavorare
per il bene comune. Così, come insegnava Papa Francesco, da masse di persone si
costruiscono i popoli. Per realizzare la solidarietà occorrono, si insegna nell’enciclica
«stili di vita sobri e condivisi, capacità di rinunciare a vantaggi
immediati per aprire spazi di futuro ad altri, disponibilità a mettere in
discussione abitudini e privilegi – compresi quelli legati al consumo digitale
e all’uso delle tecnologie – quando impediscono agli altri di vivere con
dignità».
Nell’enciclica il tema della solidarietà viene esteso,
richiamando il magistero del papa Benedetto sedicesimo, alla solidarietà tra
generazioni che si susseguono, per cui occorre sentirsi responsabili anche
verso le generazioni future, lavorando per lasciar loro un mondo vivibile, con
particolare riferimento alla tutela dell’ambiente. Questo richiede di
partecipare alle decisioni pubbliche che lasceranno conseguenze per le nuove
generazioni e di assumere quegli stili di vita sobri e condivisi di cui
sopra si è detto.
Ai tempi nostri,
questa responsabilità solidale comunitaria assume nuovi aspetti perché, si
legge nell’enciclica, «si estende anche alle infrastrutture digitali e
informative: come l’ambiente naturale, anche l’“ecosistema digitale” può essere
custodito o sfruttato, condiviso o monopolizzato. La solidarietà chiede che le
scelte in materia di dati, algoritmi, piattaforme e intelligenza artificiale
tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto
sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno». Non si tratta
solo di influire sulle politiche pubbliche, ma di orientare i nostri stessi
stili di vita che riguardano l’utilizzo dei sistemi informatici in modo che non
risulti dannoso per altre persone e non aderisca a forme di sfruttamento
monopolistico. Cosa che, bisogna riconoscerlo, risulta in genere difficile,
perché i prodotti di quelle tecnologie esercita una sorta di fascinazione sulle
persone, che finiscono per dipendervi anche emotivamente.
Concludo
augurando a tutte e tutti di riuscire a scoprire, vivere e soprattutto riconoscere in ogni aspetto della vita,
compresa quella ecclesiale, la bellezza della solidarietà umana, in particolare
nella consapevolezza del suo profondo legame con la fede cristiana, seguendo
fino in fondo gli insegnamenti e le esortazioni dell’enciclica La magnifica
umanità.
Non di rado noi persone laiche ci sentiamo un poco
fuori posto e quasi estranee in chiesa perché siamo un po’ impacciate nelle
liturgie, a volte non sappiamo rispondere a tono e come comportarci in quelle
occasioni, non abbiamo quella consuetudine con le Scritture e la dottrina che
ci si aspetta da preti e persone consacrate, ma, in realtà, nella vita in
famiglia, che è tutta un esercizio di opere di misericordia, nel lavoro, in cui facciamo la nostra parte per
consentire alla società in cui viviamo di tirare avanti, e in ogni altra nostra
positiva interazione sociale in cui costruiamo l’amicizia, la cooperazione
nell’interesse comune, la bellezza, come nelle espressioni artistiche e nella
cura e custodia dell’ambiente naturale, noi realizziamo in concreto, con i
fatti, il principio di solidarietà e ne
esprimiamo la virtù, solidarietà che altro non è che manifestazione dell’amore
agàpico, il grande comandamento evangelico.
Mario Ardigò, per il gruppo parrocchiale di Azione
Cattolica in San Clemente papa e per il gruppo del MEIC – Movimento
ecclesiale di impegno culturale Uniroma Sapienza – blog:
accivearomavalli.blogspot.com
