Conversazione
sul tema dei principi e della pratica della sinodalità alla luce del documento
di sintesi Lievito di pace e di speranza, approvato il 25 ottobre 2025 dall’Assemblea sinodale delle Chiese in
Italia e recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza
episcopale italiana svoltasi al 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi – 1. Il Discorso tenuto
da papa Francesco a Firenze ai rappresentanti del Convegno nazionale della
Chiesa Italiana del 10 novembre 2015
Link al podcast:
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1. Buongiorno care amiche e care amici del gruppo parrocchiale di Azione
Cattolica della parrocchia di san Clemente papa, in Roma, Monte Sacro, Valli. Saluto anche tutte le altre persone, partecipi
della nostra comunità parrocchiale ma anche di altre comunità di fede, che numerose
ci seguono mediante il blog acvivearomavalli.
Continuo a parlare della sinodalità
ecclesiale, accogliendo le esortazioni dei nostri vescovi che pressantemente ci invitano a studiarne e comprenderne fondamenti e principi, a cercare di organizzarla e a farne tirocinio per imparare a praticarla con costanza
in ogni aspetto della nostra vita comunitaria.
Dall’ottobre 2021 iniziarono i cammini
sinodali sulla sinodalità ecclesiale del Sinodo dei vescovi, rendendovi presenti
tutte le Chiese del mondo, e delle Chiese in Italia. Il primo si è concluso il
26 ottobre 2024: ne venne diffuso un Documento finale approvato quel
giorno e diffuso immediatamente, su autorizzazione di papa Francesco. Il
secondo si è concluso il 25 ottobre 2025: ne venne diffuso un Documento di
sintesi recepito nel corso della 81° Assemblea generale della Conferenza
episcopale italiana svoltasi dal 10 al 17 novembre 2025 ad Assisi.
La durata programmata del sinodo delle Chiese
in Italia era di cinque anni: era quindi più lunga di quella del Sinodo dei
vescovi sulla sinodalità. Tuttavia si pensava di concludere nell’aprile 2025.
Sorsero però difficoltà nella condivisione del Documento di sintesi e,
su mozione dell’Assemblea sinodale, la Presidenza del cammino ripensò
integralmente il testo alla luce delle osservazioni presentate, ed esso infine
fu approvato il 25 ottobre successivo.
I processi sinodali non sono tuttavia
conclusi: sia il Documento finale del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità che il
Documento di sintesi del cammino sinodale delle Chiese italiane sulla
sinodalità prevedono infatti che si continui a lavorare sulla sinodalità
ecclesiale alla luce dei risultati delle assemblee sinodali celebrate. La
finalità è di dare alle nostre Chiese una caratterizzazione sinodale ad ogni
livello, in modo da rendere più efficace la missione dell’evangelizzazione facendovi
partecipare tutte le persone di fede, naturalmente con modalità diverse a
seconda dei ruoli ecclesiali, degli altri incarichi assunti, delle situazioni
concrete, delle età e condizioni di vita, delle capacità e competenze, degli
impegni concreti presi. La sinodalità vissuta nell’infanzia e nella prima
giovinezza non sarà la medesima di quella vissuta da persone anziane, ma la
sinodalità metterà comunque in relazione giovani e anziani, come anche preti, persone
consacrate e quelle impegnate nell’animare cristianamente le società in cui
vivono in altri ruoli. Attualmente, come possiamo personalmente sperimentare,
si vive di solito entro confini sociali
ecclesiali piuttosto rigidi e, avendo poca dimestichezza con chi ne sta al di
fuori, siamo portati a diffidarne. Nella prima riunione del nuovo anno
associativo del nostro gruppo di Azione Cattolica 2026-2027 il parroco ha
iniziato esortandoci a non rimanere chiusi tra noi: è una richiesta che
va presa sul serio, anche perché poi siamo stati invitati a fare la nostra
parte per la parrocchia tutta. Questo è stato un chiaro appello alla
sinodalità ecclesiale che consiste proprio in quello, detto benissimo, in
termini semplici e chiari.
Anni fa ho provato a calcolare quante potessero
essere le persone che fanno riferimento alla nostra parrocchia per la loro fede
cristiana.
Ricordo che la parrocchia, in Italia, è
ancora un’istituzione molto importante, che
riscuote grande credito tra la gente, nonostante che siano più di un tempo le
persone che si sono allontanate dalla vita secondo l’etica religiosa e che non
lo nascondono. Che cosa sarebbe il nostro quartiere delle Valli senza la cara
chiesa parrocchiale ad uno dei capi di viale Val Padana? Il suono della sua
campana ci raggiunge e ci conforta e la
grande croce illuminata che abbiamo installato in alto accanto al
campanile ci dice che, anche alle Valli, non siamo soli, non siamo abbandonati, il
Signore è sempre tra noi e ci sono ancora persone impegnate a praticare il suo
vangelo.
Dunque di quante persone ci dobbiamo occupare?
Ci sono i dati dell’ultimo censimento, si può
avere un’idea approssimativa di quanta gente abita in ciascuno dei palazzoni di
cui è fatto il nostro quartiere, sono stati tracciati precisi confini al
territorio della nostra parrocchia, ma bisogna tener conto che la gente che
vive a ridosso delle linee di demarcazione tra le parrocchie non di rado
gravita intorno all’altra parrocchia rispetto a quella di appartenenza
territoriale, e questo per varie ragioni, non ultima la maggiore vicinanza,
come può avvenire per le case dell’ultimo tratto di via Conca d’oro verso
piazza Sempione, che sarebbero nel territorio della parrocchia degli Angeli
Custodi, a piazza Sempione, ma la cui gente spesso frequenta la nostra
parrocchia.
Bisogna poi tener conto degli indici di
pratica religiosa in Italia, distinti tra quella saltuaria, quella più assidua
di chi va abitualmente a messa di domenica e nelle altre solennità, quella che
comporta anche la partecipazione a movimenti e associazione insediati nella
parrocchia e, infine, quella in cui si collabora attivamente ai servizi
religiosi.
Ho stimato in circa tra ottomila e diecimila
le persone che per le loro esigenze religiose fanno riferimento principale alla
nostra parrocchia, in un migliaio quelle che partecipano abitualmente alle
nostre messe domenicali, in circa quattrocento quelle che partecipano alle
attività di movimenti e associazioni
insediati nelle parrocchia, il maggiore dei quali è costituito dalle comunità
neocatecumenali, che radunano però anche gente che vive fuori della parrocchia
e che viene da noi più che altro per seguire quella particolare spiritualità, e in non più di una cinquantina, al più, le persone impegnate a vario titolo nei
servizi parrocchiali. I preti che si occupano di noi si contano sulle dita di
una mano. Ci possiamo poi valere del magistero del vescovo emerito mons. Apicella,
che, formatosi da giovane nella nostra
parrocchia, è tornato a vivere tra noi nel quartiere dopo aver concluso per
limiti d’età il suo alto ministero nella Diocesi di Velletri.
Capite bene che se, gradualmente, si
riuscisse a coinvolgere almeno quel
migliaio di persone che viene regolarmente a messa da noi nella sinodalità
ecclesiale come è stata proposta nei
cammini sinodali finora svolti, da un lato si riuscirebbe a fare di più, anzi
molto di più, dall’altro si libererebbe progressivamente il clero da incombenze
molto onerose, che prendono molto tempo e che però non rientrano
necessariamente solo nel suo specifico ministero. E poi va tenuto conto che la
sinodalità ecclesiale non riguarda solo gli spazi dove si svolgono le
attività liturgiche e di formazione specificamente religiosa, ad esempio
ciò che si fa nella chiesa parrocchiale e negli annessi edifici. Di questo non
vedo sufficiente consapevolezza nei preti e anche nell’altra gente.
Leggiamo nel n.31 della Costituzione dogmatica sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo Luce per le genti, deliberata durante il Concilio Vaticano
secondo:
Per loro
vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti
i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita
familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio
chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta
di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente
legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e
siano di lode al Creatore e Redentore.
Chi
anima e governa le nostre società, le loro istituzioni pubbliche, gli enti
privati, le relazioni economiche e via dicendo? Clero e persone consacrate in
minima parte, non fosse altro perché sono pochi. In realtà per la
massima parte tutto quello che si muove al di fuori degli spazi specificamente
ecclesiastici, a cominciare dalle famiglie dove si mettono al mondo e allevano le nuovi generazioni, è nelle mani
delle persone cosiddette laiche, vale a dire di coloro che, pur costituendo
la maggior parte del Popolo di Dio, sono
considerati semplicemente popolo e che, per cause complesse da spiegare
qui e nel corso di una lunga storia protrattasi in particolare nel Secondo
millennio, sono stati relegati in ruoli ecclesiali considerati minori,
rispetto a quelli svolti dalle componenti minoritarie della Chiesa, appunto
clero e persone consacrate. E’ lì che, in particolare, sarebbe necessario
intensificare la presenza evangelizzatrice del popolo cristiano, quello il cui
tempo è preso dalla cura della famiglia, dal lavoro in tutti i campi dell’economia
e delle istituzioni pubbliche, dalla partecipazione politica e sociale in tutte
le sedi in cui le relazioni umane in cui consiste la società civile si
sviluppano. Dell’importanza di questa presenza nella società le stesse persone laiche non si rendono sempre
conto e, a volte, entrano in chiesa un
po’ come straniere, sentendosi rimproverare, magari, di non aver ancora insegnato
ai bimbi il segno della croce o le preghiere di base, mentre però ce li portano
perché siano iniziati alla fede, e questa è già una bella prova di fiducia e propriamente
di fede, e comunque li stanno evangelizzando con il loro esempio di vita, che è
fatto, in famiglia, del prendersi reciprocamente cura, in un costante esercizio
di tutte le opere di misericordia, e poi cercano di vivere da persone cristiane nel mondo in tutto ciò
che d’altro fanno manifestandovi il vangelo. Si pensa, insomma, a volte, che
l’essenziale per la missione evangelizzatrice si faccia solo dentro gli
spazi ecclesiastici, vissuti più che altro come le case di preti e persone
consacrate, e non anche fuori di essi, lì dove si forma e si agita ciò
che deve essere trasformato secondo il vangelo. E’ ciò di cui papa Francesco
spesso si rammaricava, esortandoci ad essere Chiesa in uscita, in genere
però inascoltato. E’ stato scritto che spesso siamo disposti a onorare i nostri
Papi, ma poi molto meno ad ascoltarne e, soprattutto a seguirne, il Magistero.
In questo lavoro di trasformazione della
società secondo il vangelo non si dovrebbe andare in ordine sparso, ciascuna
persona da sola o al più legata a propri gruppi di elezione, ma come parti vive
dell’intera Chiesa e quindi in unione sinodale con tutta l’altra gente che
l’anima, il che significa uniti nella fede e nella pratica di quel vangelo che
si vuole diffondere e che si esprime in quell’agàpe evangelica della quale la
sinodalità è manifestazione. Non si trasmette e diffonde se non ciò che si
porta e si manifesta con la propria vita.
Però, per essere utili, occorre capire bene
la sinodalità, per non travisarne forme e finalità sulla base di concezioni
personali, e questo richiede impegno. E poi la cosa più impegnativa: fare
concreto tirocinio di sinodalità, avendo a che fare con le altre persone come
realmente sono, non come vorremmo che fossero.
Ci sono documenti da studiare, una storia di
cui essere consapevoli, e poi bisogna essere disposti a fare tirocinio anche tenendo
conto di quello che si apprende dall’esperienza
pratica, pronti a correggersi dove quello che si fa non va nella direzione
giusta, soprattutto disponendosi all’ascolto, che è uno dei principali
atteggiamenti propedeutici all’organizzazione della sinodalità.
C’è da capire bene, ad esempio, in che cosa la sinodalità ecclesiale
differisce dalla democrazia politica: la sinodalità è molto di più della
democrazia politica e, va precisato, se oggi noi, parlando di democrazia,
l’associamo, ad esempio, allo spirito di pace, di servizio, di ascolto, è
perché nella democrazia come la si concepisce tra noi nell’Unione Europea sono
stati trasfusi molti e importanti elementi caratteristici della sinodalità
ecclesiale cristiana, appunto lo spirito di pace, servizio e ascolto. Infatti, raggiungendo
una certa consapevolezza storica, si capisce bene che la democrazia, in sé, non
è pacifica, tutt’altro, e, poiché vi si fanno prevalere le maggioranze,
esse sono poi portate ad abusare in danno di chi ha la peggio: è successo tante
volte, infinite volte. Nelle assemblee democratiche si dibatte, ma non è detto
che ci si ascolti e, quando si compete per il governo della cosa pubblica, può
essere anche che si abbia di mira l’interesse generale, ma non è detto che lo
si faccia per spirito di servizio, e anzi spesso si agisce spinti anche dal
proprio interesse particolare e dalle proprie ambizioni. L’obbiettivo
principale della democrazia è quello di evitare che prevalgano con la violenza
e la frode delle minoranze e quindi di limitare con la forza del numero ogni
potere delle minoranze che abusino; poi, poiché ciò, nelle fasi di
consolidamento della democrazia dopo quelle rivoluzionarie di rovesciamento dei
precedenti poteri che abusavano, si fa costruendo un sistema giuridico, secondo
il quale ogni potere deve essere esercitato nei limiti e secondo precise norme
che lo riguardano, anche le minoranze ricevono una certa tutela dagli abusi
delle maggioranze, almeno nei diritti fondamentali, in particolare con l’istituzione dei sistemi giudiziari
basati sul principio dello stato di diritto. La sinodalità si basa invece sull’agàpe
evangelica, in cui chi comanda sta
come colui che serve e tutti si è come un’unica famiglia, solidale,
misericordiosa, sollecita, pronta ad accogliere anche chi, pur avendo fatto il
male, si pente, torna sui suoi passi, e si converte al vangelo, come il figlio della parabola del
padre misericordioso. Include il debole, l’isolato, chi è considerato uno
scarto sociale e, come tale, ha meno forza in democrazia, dove conta il numero
e nelle sue procedure decisionali prevalgono le maggioranze. Ci si prende cura
anche della pecora perduta, come nella parabola evangelica, mentre la massa
delle altre, la maggioranza, se ne
rimane al sicuro nell’ ovile. Un ordine di idee completamente diverso, come
vedete, secondo il quale però si vorrebbe trasformare l’intera società intorno,
ed anche le democrazie, come appunto in parte è avvenuto, ad opera anche dei
cristiano-democratici europei, nell’attuale diritto europeo. I riferimenti della sinodalità ecclesiale sono
anzitutto il vangelo di Gesù, il Cristo, e la vita della Trinità, come insegna
il Magistero.
2. Nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia
si parte menzionando il discorso che papa Francesco tenne il 10 novembre 2015 a
Firenze, nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, durante il quinto Convegno ecclesiale
nazionale celebrato tra il 9 e il 13 novembre di quell’anno sul tema In Gesù
Cristo il nuovo umanesimo.
Nel disegno alle mie spalle, è rappresentato
appunto il Papa mentre svolge quel discorso.
Il
primo Convegno ecclesiale nazionale si tenne a Roma nel 1976 sul tema Evangelizzazione
e promozione umana. I Convegni ecclesiali nazionali sono assemblee in cui
ci si parla e ci si ascolta, tra tutte le componenti delle Chiese in Italia, su
come vivere la missione dell’evangelizzazione. Sono convocati ogni dieci anni
dalla Conferenza episcopale italiana e sono organizzati da un comitato
preparatorio da essa nominato. Vi partecipano delegati delle Diocesi e
rappresentanti di associazioni e movimenti. La loro funzione è strettamente
legata alle concezioni sulla vita e missione della Chiesa che emersero nei
documenti del Concilio Vaticano secondo. Sebbene la loro preparazione e
organizzazione in definitiva faccia riferimento alla Conferenza episcopale
italiana, e quindi siano decise dall’alto, possono essere considerati, quando
poi ci si incontra e si dialoga, manifestazione di sinodalità ecclesiale, anche
se solo per il tempo limitato della loro celebrazione. Hanno funzione
consultiva, ma anche così hanno avuto una importante influenza ecclesiale
perché coinvolgono tutte le componenti delle nostre Chiese, e anche perché il Papa
vi tiene un discorso diretto specificamente alle Chiese italiane dando
indicazioni operative su metodi e finalità.
Il discorso di papa Francesco del novembre
2015 a quel Convegno ecclesiale nazionale era stato preceduto da un altro suo importante
discorso del 17 ottobre, tenuto in
Vaticano commemorando i cinquant’anni dall’istituzione del Sinodo dei vescovi secondo
i principi del Concilio Vaticano secondo, in cui aveva parlato di Chiesa costitutivamente
sinodale.
Ne cito
di seguito degli ampi stralci, perché contiene
una spiegazione, termini chiari e semplici, di che cosa è la sinodalità
ecclesiale e a che cosa serve:
Fin
dall'inizio del mio ministero come Vescovo di Roma ho inteso valorizzare il
Sinodo, che costituisce una delle eredità più preziose dell'ultima assise
conciliare.
[…]
Il mondo in
cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue
contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli
ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il
cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio.
Quello che il
Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola
"Sinodo". Camminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un
concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in
pratica.
[…]
anche il
Gregge possiede un proprio "fiuto" per discernere le nuove strade che
il Signore dischiude alla Chiesa.
È stata questa
convinzione a guidarmi quando ho auspicato che il Popolo di Dio venisse
consultato nella preparazione del duplice appuntamento sinodale sulla famiglia
[…] come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza interpellare le
famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro
angosce. Attraverso le risposte ai due questionari inviati alle Chiese
particolari, abbiamo avuto la possibilità di ascoltare almeno alcune di esse
intorno a delle questioni che le toccano da vicino e su cui hanno tanto da
dire.
Una Chiesa
sinodale è una Chiesa dell'ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «è più
che sentire». È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare.
Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l'uno in ascolto degli
altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità»
(Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli «dice alle Chiese» (Ap 2,7).
Il Sinodo dei
Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a
tutti i livelli della vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando
il Popolo, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo», secondo un principio caro alla
Chiesa del primo millennio: «Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet» [traduzione in italiano corrente: “Ciò che riguarda tutti deve essere discusso e deciso
da tutti”]. Il cammino del Sinodo prosegue ascoltando i Pastori.
Attraverso i Padri sinodali, i Vescovi agiscono come autentici custodi,
interpreti e testimoni della fede di tutta la Chiesa, che devono saper
attentamente distinguere dai flussi spesso mutevoli dell'opinione pubblica.
[…]
Infine, il cammino sinodale culmina
nell'ascolto del Vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e
Dottore di tutti i cristiani»: non a partire dalle sue personali convinzioni,
ma come supremo testimone della fides totius Ecclesiae [traduzione in italiano corrente: “fede di
tutta la Chiesa], «garante dell'ubbidienza e della conformità della
Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della
Chiesa». [Ciò] non è una
limitazione della libertà, ma una garanzia dell'unità. Infatti il Papa è, per
volontà del Signore, «il perpetuo e visibile principio e fondamento dell'unità
tanto dei Vescovi quanto della moltitudine dei Fedeli».
[…
]
La sinodalità, come dimensione
costitutiva della Chiesa, ci offre la cornice interpretativa più adeguata per
comprendere lo stesso ministero gerarchico. Se capiamo che, come dice san
Giovanni Crisostomo, «Chiesa e Sinodo sono sinonimi»- perché la Chiesa non è
altro che il "camminare insieme" del Gregge di Dio sui sentieri della
storia incontro a Cristo Signore - capiamo pure che al suo interno nessuno può
essere "elevato" al di sopra degli altri. Al contrario, nella Chiesa
è necessario che qualcuno "si abbassi" per mettersi al servizio dei
fratelli lungo il cammino.
Sono persuaso che, in una Chiesa sinodale,
anche l'esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non
sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come Battezzato tra i
Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato
al contempo – come Successore dell'apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di
Roma che presiede nell'amore tutte le Chiese.
[…]
Il nostro
sguardo si allarga anche all'umanità. Una Chiesa sinodale è come vessillo
innalzato tra le nazioni (cfr Is 11,12) in un mondo che – pur
invocando partecipazione, solidarietà e trasparenza nell'amministrazione della
cosa pubblica – consegna spesso il destino di intere popolazioni nelle mani
avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa che "cammina
insieme" agli uomini, partecipe dei travagli della storia, coltiviamo il
sogno che la riscoperta della dignità inviolabile dei popoli e della funzione
di servizio dell'autorità potranno aiutare anche la società civile a edificarsi
nella giustizia e nella fraternità, generando un mondo
più bello e più degno dell'uomo per le generazioni che verranno dopo di noi.
Nel discorso del 10 novembre 2015 ai partecipanti
del Convegno ecclesiale nazionale di Firenze sul tema Il nuovo umanesimo in
Cristo Gesù, quel Papa riprese il discorso sulla sinodalità, ma senza
esplicitarne i fondamenti teologici nei termini in cui l’aveva fatto nel
discorso del precedente ottobre, bensì legandolo all’esigenza di riformare la
Chiesa per conformarla ai sentimenti di Cristo Gesù, dando conseguenti
indicazioni operative ed invitando a svilupparle in stile sinodale.
Disse
che, celebrando quel convegno, la Chiesa italiana si era riunita per camminare
insieme in un esempio di
sinodalità e la invitò, «in ogni comunità, in ogni parrocchia e
istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, [a cercare]
di avviare, in modo sinodale, un approfondimento dell[‘esortazione
apostolica Evangelii Gaudiium - La gioia del Vangelo, documento del 2013
considerato il programma del nuovo pontificato], per trarre da essa criteri
pratici e per attuare le sue disposizioni, specialmente sulle tre o quattro
priorità che avrete individuato in questo convegno».
Riporto di seguito ampi
stralci del discorso del 2015:
Non voglio qui disegnare in
astratto un «nuovo umanesimo», una certa idea dell’uomo, ma presentare con
semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei «sentimenti
di Cristo Gesù» ( come si legge nella letta di san Paolo apostolo ai Filippesi,
capitolo 2, versetto 5 - Fil 2,5). Essi non sono astratte sensazioni
provvisorie dell’animo, ma rappresentano la calda forza interiore che ci rende
capaci di vivere e di prendere decisioni.
Quali sono questi sentimenti? Vorrei oggi presentarvene almeno tre.
Il primo sentimento è l’umiltà.
[…] L’ossessione di preservare la propria gloria, la propria “dignità”, la
propria influenza non deve far parte dei nostri sentimenti.
Un altro sentimento di Gesù che dà
forma all’umanesimo cristiano è il disinteresse. «Ciascuno non cerchi
l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,4), chiede […] san Paolo. Dunque, più che il disinteresse,
dobbiamo cercare la felicità di chi ci sta accanto. L’umanità del cristiano è
sempre in uscita. […] Evitiamo, per favore, di rinchiuderci nelle strutture che
ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici
implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli. Il nostro dovere è
lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. […]
Un ulteriore sentimento di Cristo
Gesù è quello della beatitudine. Il cristiano è un beato, ha in sé la
gioia del Vangelo.
Per essere «beati», per gustare la
consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, è necessario avere il cuore aperto.
La beatitudine è una scommessa laboriosa, fatta di rinunce, ascolto e
apprendimento, i cui frutti si raccolgono nel tempo, regalandoci una pace
incomparabile: «Gustate e vedete com’è buono il Signore» (Sal 34,9)!
Umiltà, disinteresse, beatitudine:
questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione
sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio. E questi
tratti dicono qualcosa anche alla Chiesa italiana che oggi si riunisce per
camminare insieme in un esempio di sinodalità. Questi tratti ci dicono che
non dobbiamo essere ossessionati dal “potere”, anche quando questo prende il
volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa. Se la
Chiesa non assume i sentimenti di Gesù, si disorienta, perde il senso. Se li
assume, invece, sa essere all’altezza della sua missione. I sentimenti di Gesù
ci dicono che una Chiesa che pensa a sé stessa e ai propri interessi sarebbe
triste. Le beatitudini, infine, sono lo specchio in cui guardarci, quello che
ci permette di sapere se stiamo camminando sul sentiero giusto: è uno specchio
che non mente.
Una Chiesa che presenta questi tre
tratti – umiltà, disinteresse, beatitudine – è una Chiesa che sa riconoscere
l’azione del Signore nel mondo, nella cultura, nella vita quotidiana della
gente. L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: preferisco
una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade,
piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi
alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e
che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti.
[…]
Davanti ai mali o ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in
conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme
superate che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative. La
dottrina cristiana non è un sistema chiuso incapace di generare domande, dubbi,
interrogativi, ma è viva, sa inquietare, sa animare. Ha volto non rigido, ha
corpo che si muove e si sviluppa, ha carne tenera: la dottrina cristiana si
chiama Gesù Cristo.
La riforma della Chiesa poi – e la Chiesa è semper reformanda [traduzione
in italiano corrente: “è sempre da riformare] […]non si esaurisce nell’ennesimo
piano per cambiare le strutture. Significa invece innestarsi e radicarsi in
Cristo lasciandosi condurre dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con
genio e creatività.
La Chiesa italiana si lasci portare dal suo soffio potente e per questo, a
volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che
sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non
spaventati dalle frontiere e delle tempeste. Sia una Chiesa libera e aperta
alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Mai
in difensiva per timore di perdere qualcosa.
Una […] seconda tentazione da sconfiggere è quella [che] porta a
confidare nel ragionamento logico e chiaro, il quale però perde la tenerezza
della carne del fratello. [E’] una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove
interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e
conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto
in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi
sentimenti.
Non mettere in pratica, non condurre la Parola alla realtà, significa
costruire sulla sabbia, rimanere nella pura idea e degenerare in intimismi che
non danno frutto, che rendono sterile il suo dinamismo.
Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Che cosa ci sta
chiedendo il Papa?
Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme.
[…]
Ai vescovi chiedo di essere pastori. Niente di più: pastori. Sia questa la
vostra gioia: “Sono pastore”. Sarà la gente, il vostro gregge, a sostenervi. Di
recente ho letto di un vescovo che raccontava che era in metrò all’ora di punta
e c’era talmente tanta gente che non sapeva più dove mettere la mano per
reggersi. Spinto a destra e a sinistra, si appoggiava alle persone per non
cadere. E così ha pensato che, oltre la preghiera, quello che fa stare in piedi
un vescovo, è la sua gente.
Che niente e nessuno vi tolga la gioia di essere sostenuti dal vostro
popolo. Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma
annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi. Puntate all’essenziale, al
kerygma. Non c’è nulla di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma
sia tutto il popolo di Dio ad annunciare il Vangelo, popolo e pastori, intendo. […]
A tutta la Chiesa italiana raccomando ciò che ho indicato in quella
Esortazione: l’inclusione sociale dei poveri, che hanno un posto privilegiato
nel popolo di Dio, e la capacità di incontro e di dialogo per favorire
l’amicizia sociale nel vostro Paese, cercando il bene comune.
[…]
Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere,
d’immagine, di denaro. La povertà evangelica è creativa, accoglie, sostiene ed
è ricca di speranza.
[…]
Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di
incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria
“fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene
comune per tutti. Discutere insieme, oserei dire arrabbiarsi insieme,
pensare alle soluzioni migliori per tutti. Molte volte l’incontro si trova
coinvolto nel conflitto. Nel dialogo si dà il conflitto: è logico e prevedibile
che sia così. E non dobbiamo temerlo né ignorarlo ma accettarlo. Accettare di
sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento
di un nuovo processo […]
.Ma dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non
contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura
interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda
la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la
società civile.
[…]
La Chiesa sia fermento di dialogo, di
incontro, di unità. Del resto, le nostre stesse formulazioni di fede sono
frutto di un dialogo e di un incontro tra culture, comunità e istanze
differenti. Non dobbiamo aver paura del dialogo: anzi è proprio il confronto e
la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.
Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di
parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme,
di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che
hanno buona volontà.
E senza paura di compiere l’esodo necessario ad ogni autentico dialogo.
Altrimenti non è possibile comprendere le ragioni dell’altro, né capire fino in
fondo che il fratello conta più delle posizioni che giudichiamo lontane dalle
nostre pur autentiche certezze. È fratello.
Ma la Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che
emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del
contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I
credenti sono cittadini.
[…] La nazione non è un museo, ma è
un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune
proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o
religiose.
Mi piace una Chiesa italiana
inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti.
Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna,
accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con
libertà. […]
Sebbene non tocchi a me dire come
realizzare oggi questo sogno, permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione per
i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni
Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo
sinodale, un approfondimento dell[‘esortazione apostolica Evangelii Gaudiium (
La gioia del Vangelo)], per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue
disposizioni, specialmente sulle tre o quattro priorità che avrete
individuato in questo convegno. Sono sicuro della vostra capacità di mettervi
in movimento creativo per concretizzare questo studio. Ne sono sicuro perché
siete una Chiesa adulta, antichissima nella fede, solida nelle radici e ampia
nei frutti. Perciò siate creativi nell’esprimere quel genio che i vostri
grandi, da Dante a Michelangelo, hanno espresso in maniera ineguagliabile.
Credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli
né di una élite, ma della comunità, del popolo di questo straordinario Paese.
Si scrisse
poi che noi, Chiese in Italia, non eravamo riusciti a recepire le esortazioni
di Papa Francesco, il quale, infine, in un altro importante discorso del 30 gennaio
2021 all’Ufficio catechistico nazionale dispose poi d’autorità l’avvio di un
processo sinodale di riforma. Disse:
Come
ho detto al Convegno ecclesiale di Firenze, desidero una Chiesa «sempre più
vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. […] Una Chiesa lieta
col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». Quanto riferivo
allora all’umanesimo cristiano vale anche per la catechesi: essa «afferma
radicalmente la dignità di ogni persona come Figlio di Dio, stabilisce tra ogni
essere umano una fondamentale fraternità, insegna a comprendere il lavoro, ad
abitare il creato come casa comune, fornisce ragioni per l’allegria,
l’umorismo, anche nel mezzo di una vita tante volte molto dura».
Ho menzionato il Convegno di Firenze. Dopo cinque anni, la Chiesa italiana
deve tornare al Convegno di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo
nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo
sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della
strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E
incominciare a camminare.
In
Italia siamo abituati da un lato ad attendere sempre specifiche indicazioni del
Papa su tutto, dall’altro a considerare pericolosi i cambiamenti sviluppati con
una certa autonomia, temendo che possano poi essere disapprovati in sede
gerarchica. Inoltre abbiamo poca dimestichezza a dialogare in stile sinodale,
innanzi tutto perché a questo non si viene formati, né da giovani né da adulti,
così da anziani si è ormai abituati ad attendere l’iniziativa di clero e religiosi
e, da parte di questi ultimi, quella dei superiori gerarchici. Ogni persona
rimane poi ancorata al proprio modo di vedere le cose, alla propria esperienza,
e tende a diffidare di ciò che viene dall’altra gente e delle novità. Il clero
è abituato a dirigere senza fare troppo conto di come la pensano le comunità di
cui deve occuparsi nel proprio ministero pastorale, anche perché, facendo
diversamente, teme di perderne il controllo. Si tratta di costumi che si sono
formati in altre epoche della storia delle nostre Chiese, quando la gerarchia e
il clero ragionavano diversamente da oggi e le altre persone vi si adattavano.
Dunque i cambiamenti potranno avvenire, ritengo, ma con gradualità, a seconda
degli ambienti sociali e della capacità delle persone di assimilare i
fondamenti e principi della sinodalità, ma soprattutto iniziando a praticarla,
per farne tirocinio. E’ importante essere consapevoli di un principio che è
emerso chiaramente nel corso dei cammini sinodali svolti dal 2021: non vi è
un unico modello di sinodalità, adatto ad ogni tipo di comunità, ad ogni
materia di cui occuparsi e ad ogni decisione da prendere. Organizzare la
sinodalità stimola e richiede, pertanto, sia la creatività di chi l’anima sia
la duttilità del lasciarsi ammaestrare anche dall’esperienza pratica. La
sinodalità è una conquista culturale che può rivelarsi assai faticosa e la
capacità di correggersi in corso d’opera, tenendo conto dei risultati in
relazione alle finalità a cui si mirava viene spesso vissuta come un’umiliazione
sgradita, una sorta di sconfessione, perché non si è riusciti a produrre quello
che si voleva come si voleva. Ci si mette di mezzo l’orgoglio personale e si
cerca di persistere dove sarebbe bene cambiare. Andrebbe fatto tesoro
dell’esperienza maturata nelle scienze fisiche, ingegneristiche e della natura,
dove, come disse, il premio Nobel Carlo Rubbia il miglior scienziato è quello
che ha individuato o fatto tutti gli errori possibili nel suo campo sapendosi
però correggere per non ripeterli.
La via consigliata dal Magistero è,
infine, quella di organizzare la sinodalità ecclesiale secondo il principio di
sussidiarietà, per il quale non deve essere soffocata la vita sociale della
gente imponendo dall’alto soluzioni rigide. Leggiamo al numero 87
dell’enciclica La magnifica umanità, del maggio 2026:
[…]
la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di vita pastorale, che
riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei corpi intermedi
ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni paternalismo che
soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la partecipazione dei battezzati
ai processi decisionali e la corresponsabilità nella missione passano
attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali.
Questo permette di agire rispettando la
dignità altrui, ma ha anche un altro importante effetto: induce ad accettare di
correggersi in base alle esperienze fatte insieme alle altre persone, superando
l’ostinazione nelle vie improduttive e inefficaci indotta dall’orgoglio
personale.
Noi dell’Azione Cattolica, che della
sinodalità ecclesiale abbiamo una lunga esperienza, possiamo dare una mano.
Concludo augurando a tutte e tutti di
riuscire ad aprirsi con creatività e intelligenza alla sinodalità ecclesiale, come forma di
sequela di Gesù, nella costruzione dell’agàpe evangelica.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Vallo – blog: acvivearomavalli@blogspot.com.

