Abstract: Magnifica
humanitas enciclica
15MAG26 – del papa Leone 14° - capitolo secondo Fondamenti
e principi della dottrina sociale della Chiesa - Noi, la Chiesa, il mondo, la dottrina sociale, il principio
di sussidiarietà
Link al
podcast: https://youtu.be/KyQ8R7IBeVQ
Nell’immagine,
il professore di economia Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna: , fu uno dei principali consulenti coinvolti nella
preparazione della parte economico-sociale dell’enciclica La carità nella
verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009
Negli ultimi giorni il numero delle persone interessate a questo blog è aumentato un po’, da quando ho iniziato a occuparmi dell’enciclica La magnifica umanità. Esso, però, rimane dedicato al nostro piccolo gruppo di Azione Cattolica e alle amiche e agli amici della parrocchia: siamo persone che si conoscono bene da anni e si vogliono bene. La nostra amicizia ha solide basi religiose, in particolare nella partecipazione alla liturgia e nell’ascolto dei nostri pastori. Per questo non sento il bisogno di ricorrere a tecniche per catturare l’attenzione del pubblico. Posso permettermi di essere un po’ noioso, secondo la mia natura. Sono infatti convinto che, più che puntare ad avere migliaia di lettori, sia preferibile far nascere migliaia di piccole iniziative nelle realtà di base, coinvolgendo piccoli gruppi di persone che si stimano e si vogliono bene.
Continuo ad esaminare in dettaglio
l’enciclica sociale La magnifica umanità, dello scorso maggio.
In questo intervento vi parlo di una delle
novità più importanti in essa contenuta, che mi è parsa veramente epocale,
anche se non la vedo in genere molto evidenziata nei primi commenti al
documento: l’applicazione del principio
di sussidiarietà, finora raccomandato dalla dottrina sociale per
l’organizzazione degli stati e delle organizzazioni internazionali sovrastatali
e, cautamente, nella strutturazione degli organismi della gerarchia
ecclesiastica, come modalità di attuazione in tutta la vita ecclesiale della
sinodalità come la si sta pensando
durante i processi sinodali sulla sinodalità iniziati nell’ottobre del 2021 e
ancora in corso nel mondo e in Italia, quindi con ampio coinvolgimento anche delle
persone cosiddette laiche, perché libere da vincoli di vita relativi al
loro ministero o comunque stato ecclesiale, e perciò, più semplicemente, più
libere e per questo non di rado sospettate di indisciplina.
Se ne tratta nel capitolo secondo, Fondamenti e
principi della dottrina sociale della Chiesa, il cuore pulsante
dell'enciclica, nei numeri 86 e 87, in riferimento a quanto scritto nei
precedenti numeri 68 e 69 nel richiamare il principio di sussidiarietà.
Se ben inteso, e soprattutto se
realmente applicato a tutti i livelli nelle nostre comunità ecclesiali
quell’insegnamento avrà un rilievo di portata storica.
La
sussidiarietà è un principio molto importante elaborato in ambito cattolico
negli anni Venti e trasfuso nell’enciclica Il Quarantennale – Quadragesimo
anno, diffusa nel
1931 sotto l’autorità del papa Pio 11°, della quale è riconosciuto redattore il
gesuita tedesco Oswald von Nell-Breuning [pronuncia Òsvalt fon Nel Bròining], morto nel 1991, allievo di
Wilhelm Emmanuel von
Ketteler, vescovo di Magonza, teologo e parlamentare tedesco
vissuto nell’Ottocento, pensatore di riferimento in particolare nella
riflessione sulla difesa dei corpi organici intermedi. Importante viene
ritenuta anche l’influenza della scuola solidarista di Heinrich Pesch, gesuita, economista e sociologo
tedesco, vissuto tra Ottocento e Novecento, il quale teorizzava
una "terza via" fra individualismo e collettivismo fondata
sull'articolazione organica della società in ceti professionali. Gustav
Gundlach, gesuita e sociologo tedesco, della scuola di Pesh, collaborò nella
preparazione dell’enciclica. L’origine della teoria della sussidiarietà come criterio organizzativo delle istituzioni
pubbliche viene riconosciuta nel cattolicesimo sociale tedesco che si sviluppò
in parallelo con quello italiano, con ampio coinvolgimento dei rispettivi
laicati, che li animarono e incarnarono.
Si ricorda che il termine sussidiaretà, in quel senso, in tedesco
Subsidiarität [pronuncia zub-zidiaritàt] circolava in quel mondo sociale già prima del
1931. E’ interessante notare che, prima della Costituzione democratica
repubblicana italiana del 1948, il cattolicesimo sociale aveva ispirato la
Costituzione tedesca detta di Weimar, del 1919. Entrambe le Costituzioni,
repubblicane e deliberate da assemblee costituenti, sono dette lunghe,
perché piene di diritti sociali fondamentali.
Il principio di sussidiarietà è descritto
così al n.68 dell’enciclica La magnifica umanità:
68. Il principio di sussidiarietà nasce
dallo stesso sguardo sulla persona che ha guidato la nostra riflessione sulla
dignità e sul bene comune. Se ogni donna e ogni uomo sono chiamati a diventare
protagonisti della propria vita e a partecipare alla costruzione della società,
allora anche l’organizzazione sociale deve rispettare e favorire questa
responsabilità. La Dottrina sociale della Chiesa chiama “sussidiarietà” il
principio secondo il quale ciò che possono fare persone, famiglie, comunità
locali e corpi intermedi non deve essere assorbito da istanze superiori. Le
istituzioni di livello superiore devono riconoscere, proteggere e promuovere la
libertà e la creatività dei livelli inferiori, coordinandone i contributi
perché cooperino efficacemente al bene comune.
Per
azione determinante dei cattolici democratici, il principio di sussidiarietà
venne inserito come principio organizzativo fondamentale dell’Unione Europea
mediante il Trattato di Maastricht, del 1992, entrato in vigore il 1 novembre
1993, nell’art.5 del Trattato sull’Unione Europea:
Articolo 5 (ex articolo
5 del TCE)
1. La delimitazione
delle competenze dell'Unione si fonda sul principio di attribuzione.
L'esercizio delle competenze dell'Unione si fonda sui principi di sussidiarietà
e proporzionalità.
2. In virtù del
principio di attribuzione, l'Unione agisce esclusivamente nei limiti delle
competenze che le sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per
realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non
attribuita all'Unione nei trattati appartiene agli Stati membri.
3. In
virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua
competenza esclusiva l'Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi
dell'azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli
Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma
possono, a motivo della portata o degli effetti dell'azione in questione,
essere conseguiti meglio a livello di Unione. Le istituzioni dell'Unione
applicano il principio di sussidiarietà conformemente al protocollo
sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità. I
parlamenti nazionali vigilano sul rispetto del principio di sussidiarietà
secondo la procedura prevista in detto protocollo.
4. In virtù del
principio di proporzionalità, il contenuto e la forma dell'azione dell'Unione
si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei
trattati. Le istituzioni dell'Unione applicano il principio di proporzionalità
conformemente al protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e
di proporzionalità.
Con una
legge Costituzionale del 2001, il principio di sussidiarietà venne inserito nel
primo comma dell’art.118 della Costituzione, nel Titolo 5, sulle autonomie
locali:
art.118
Le funzioni amministrative sono attribuite ai
Comuni salvo che, per assicurarne l'esercizio unitario, siano conferite a
Province, Città metropolitane, Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di
sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza.
Gli
storici della Chiesa cattolica ricordano
che l’idea di applicare il
principio di sussidiarietà all’organizzazione ecclesiastica fu espressa
dal papa Pio 12° nel discorso La elevatezza e la
nobiltà dei sentimenti ai
nuovi cardinali del 20 febbraio 1946:
Così la Chiesa: essa agisce nel più
intimo dell'uomo, dell'uomo nella sua dignità personale di creatura libera,
nella sua dignità infinitamente più alta di figlio di Dio. Questo uomo la
Chiesa forma ed educa, perché egli solo, completo nell'armonia della sua vita
naturale e soprannaturale, nell'ordinato sviluppo dei suoi istinti e delle sue
inclinazioni, delle sue ricche qualità e delle sue svariate attitudini;
è al tempo stesso l'origine e lo scopo della vita sociale, e con ciò anche
il principio del suo equilibrio.
Ecco perché
l'Apostolo delle Genti, parlando dei cristiani, proclama che essi non sono più
come « bambini vacillanti », dall'andatura incerta in mezzo alla società umana.
Il Nostro Predecessore di felice memoria Pio XI, nella sua Enciclica
sull'ordine sociale «Quadragesimo anno», traeva da questo stesso pensiero
una conclusione pratica, allorché enunciava un principio di generale valore,
vale a dire: ciò che gli uomini singoli possono fare da sé e con le proprie
forze, non deve essere loro tolto e rimesso alla comunità; principio che vale
egualmente per le comunità minori e di ordine inferiore di fronte alle maggiori
e più alte. Poiché — così proseguiva il sapiente Pontefice — ogni attività
sociale è per natura sua sussidiaria; essa deve servire di sostegno
per i membri del corpo sociale, e non mai distruggerli e assorbirli. Parole
veramente luminose; che valgono per la vita sociale in tutti i suoi gradi, ed
anche per la vita della Chiesa, senza pregiudizio della sua struttura - gerarchica.
Si era
ancora abbastanza lontani dalla teologia sulle persone laiche che venne
sviluppata vent’anni dopo durante il Concilio Vaticano 2°, ma il proposito
venne annunciato: il principio di sussidiarietà doveva valere anche per la vita
della Chiesa.
Bisogna
ricordare che il tema della partecipazione all’interno della Chiesa è quello
che ha avuto maggiori difficoltà di attuazione nelle nostre
comunità ecclesiali, anche per l’impostazione assolutistica che la gerarchia
ecclesiastica cattolica ha recepito dai secoli passati e che si fa sentire non
solo nelle questioni dottrinali, ma un po’ nel governo di ogni comunità
ecclesiale, nel ruolo che vi ha la gerarchia.
A questo
punto, va ricordato che un grandioso
progetto di umanizzazione del mondo secondo il vangelo, per obbedire al comando
evangelico di costruirvi l'agàpe insegnata da Gesù di Nazaret, il Cristo dei
cristiani, è iniziato con la dottrina sociale diffusa a partire dai documenti
del Concilio Vaticano 2° e dall'enciclica La pace in Terra – Pacem in terris,
del 1963, diffusa sotto l'autorità del papa Giovanni 23°. Esso è proseguito poi
mediante l'enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, del
1967, e la lettera apostolica l'Ottantesimo anniversario – Octogesima
adveniens, del 1971, diffuse sotto l'autorità del papa Paolo 6°. È
proseguito quindi mediante l'enciclica Il Centenario – Centesimus annus,
diffusa nel 1991 sotto l'autorità del papa Giovanni Paolo 2°, e l'enciclica La
carità nella verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto
l'autorità del papa Benedetto 16°. È continuato con le encicliche Laudato
si' e Fratelli tutti, diffuse nel 2015 e nel 2020 sotto l'autorità
del papa Francesco, e infine con l'enciclica La magnifica umanità, di
cui vi sto parlando.
Esso richiede la collaborazione attiva di
tutte le componenti ecclesiali, secondo gli auspici indicati nei documenti del
Concilio Vaticano 2° e dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum
progressio del 1967, diffusa sotto l’autorità del papa Paolo 6°, che si
concluse con una serie di coinvolgenti appelli all’azione: ai cattolici, ai
cristiani credenti, agli uomini di buona volontà, agli uomini di stato, agli
uomini di pensiero, tutti all’opera!
Riflettiamo: quale deve essere il nostro
atteggiamento nei confronti di un’enciclica sociale?
E’ facile poterla leggere. Tutti i documenti
dei Papi, a partire da papa Benedetto 14°, regnante dal 1740, sono disponibili
sul portale www.vatican.va . Dall’11 giugno scorso la rivista Famiglia
Cristiana ha regalato il testo dell’enciclica La magnifica umanità.
Bisogna poi trovare la voglia e il tempo di
leggere il documento. E poi di intenderlo bene, e questo significa un impegno
aggiuntivo. Ma anche di tenerne a mente gli insegnamenti e di situarli nella
storia della dottrina sociale, e questo è molto più impegnativo.
Ma non è tutto.
La dottrina sociale è diffusa per metterla in
pratica. Bisogna darsi da fare per questo. E’ la missione fondamentale
dell’Azione Cattolica.
In Italia è stato fatto e con risultati molto
importanti, anche se non mi pare che ai tempi nostri ve ne sia sempre
sufficiente consapevolezza.
La nuova democrazia italiana costruita dopo
la caduta del regime fascista mussoliniano reca evidentissima, per chi la sa
vedere, l’impronta della dottrina sociale cattolica. Non c’è da stupirsene
perché generazioni del laicato cattolico hanno svolto ruoli importantissimi
nell’edificare e mantenere vitale la nostra Repubblica. E ancor oggi è così.
In altri due stati europei è andata così: in
Germania e in Polonia. La democrazia italiana deve moltissimo all’opera di
Giovanni Battista Montini, ma anche per il
ruolo svolto molto prima che divenisse papa Paolo 6°. Gran parte della
classe dirigente cattolico-democratica italiana si è formata dagli anni Trenta
del secolo scorso alla sua scuola. La
nascita della democrazia polacca deve altrettanto al papa Giovanni Paolo 2°.
Troviamo
l’esortazione a darsi da fare anche ai numeri 46 e 47 dell’enciclica La
magnifica umanità, all’inizio del
secondo capitolo. Vi si esortano
tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a partire dalle persone di fede, comprese quelle libere da
particolare legami di stato ecclesiastico relativi al loro ministero e
posizione ecclesiale
a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano, nei rapporti
familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale, i principi richiamati
nell’enciclica, lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio
nella trama concreta della storia. Una esortazione particolare all’impegno
viene poi rivolta alle accademie e alle università
perché ridiano slancio a tali principi, ripensandoli in modo aderente all’oggi
ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale. In questo modo, si legge
nell’enciclica, la ricerca teologica e
filosofica potrà approfondire e sostenere il cammino pastorale della Chiesa, contribuendo
al compito del Magistero di illuminare la coscienza dei credenti e di
orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre
società.
Per
quanto riguarda specificamente la vita interna della Chiesa, il problema è la
cornice giuridica e istituzionale perché anche le persone laiche, la grande
maggioranza della popolazione di fede, possano dare nelle comunità ecclesiali
un proprio apporto nel quadro di una effettiva partecipazione. La questione è
viva anche per le altre componenti ecclesiali, naturalmente, ma per quanto
riguarda il laicato è molto seria, perché in genere gli spazi per partecipare realmente
non sono molto ampi e gli organismi di partecipazione previsti dal diritto
canonico spesso non funzionano bene o affatto.
Eppure
i documenti pontifici in materia di dottrina sociale sempre più si sono valsi
di riferimenti al pensiero di persone laiche particolarmente competenti, come
anni fa papa Francesco riconobbe francamente.
Ricordo
in particolare due figure:
Jacques Maritain, filosofo francese vissuto tra Ottocento e Novecento, amico di
Giovanni Battista Montini: sul suo pensiero, in particolare espresso nel libro Umanesimo
integrale, si formarono dagli anni Trenta generazioni di cattolici
democratici italiani. La dottrina sociale ne dipende sui temi del personalismo, dignità della persona,
fondazione dei diritti umani, democrazia. Il suo pensiero influì
sull’elaborazione della Dichiarazione sulla dignità umana Della dignità
umana - Dignitatis Humanae, del Concilio Vaticano
2°, e dell’enciclica Lo
sviluppo dei popoli - Populorum
Progressio e tale influenza è ancora viva. Il papa Paolo 6° lo
scelse per ricevere, al termine del Concilio Vaticano 2°, il messaggio del
Concilio agli uomini di pensiero;
Stefano Zamagni professore di economia all’Università Alma
mater studiorum di Bologna, già consultore del Pontificio Consiglio Giustizia
e pace e presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali, fu
uno dei principali consulenti coinvolti nella
preparazione della parte economico-sociale dell’enciclica La carità nella
verità – Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l’autorità del papa
Benedetto 16°, con la quale venne affrontata la questione della globalizzazione,
che è al centro anche dell’enciclica del papa Leone 14°. Il suo contributo è riconosciuto in particolare nel capitolo 3°,
sui temi della gratuità, della logica
del dono, della reciprocità e dell'economia civile, con l’idea che il mercato
non sia di per sé luogo eticamente neutro e che la fraternità possa entrare dentro
l'attività economica ordinaria — non solo come correttivo.
I processi sinodali avviati per impulso di
papa Francesco nell’ottobre 2021 e ancora in corso nel mondo e anche in Italia,
anche se non ne vedo molta consapevolezza nelle realtà di prossimità, cercano
di creare l’ambiente perché questa collaborazione estesa, anche dei laici,
nella Chiesa possa esprimersi.
Scrisse mio zio Achille Ardigò, sociologo
bolognese, nel libro Toniolo: il
primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile, Cappelli 1978:
«Nella visione […] della
Gaudium et spes [Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo
contemporaneo, La gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2°] che
è quella di una chiesa che “si sente realmente e intimamente solidale con il
genere umano e con la sua storia” [così nel paragrafo primo della
Costituzione] la distinzione tra gerarchia e laici deve essere integrata
dalle relazioni interpersonali nella comunità ecclesiale. E’ nella comunità di
Chiesa locale che l’unità nell’essenziale e il pluralismo di partecipazioni
politiche e sociali debbono convivere se non integrarsi nella tensione talora,
mai nella dialettica profana, nella dialogicità spesso, che non esclude, anzi
fa crescere la funzione di guida e di
autorità dottrinale e pastorale della gerarchia con la partecipazione
all’ufficio sacerdotale, profetico e regale dei laici, nella Chiesa e nella
storia.
[…]
E’ proprio dal far crescere la comunità di Chiesa locale, attorno al Vescovo, come
luogo di riferimento e di confronto per fini storici di bene comune, che può
nascere, lo sappiamo anche per esperienza, il superamento della più che
secolare separazione tra gerarchia e laici, e cioè anche il crescere dello
spazio ecclesiale proprio ai laici, spazio ecclesiale che, al limite, deve
essere tanto maggiormente richiesto ed esteso quanto maggiore sarà la
disperione di opzioni politiche dei laici credenti.
Sugli obiettivi indicati da mio zio Achille
Ardigò vi furono difficoltà a sviluppare i processi avviati con il Concilio
Vaticano 2° per vari motivi, connessi con lo sviluppo delle situazioni storiche
nel mondo, e in particolare in Europa, con varie dinamiche ecclesiali
manifestatesi durante il lungo regno del papa Giovanni Paolo 2° (dal 1978 al
2005) e con problemi specificamente teologici posti in particolare nella
teologia di Joseph Ratzinger, diventata molto influente nel corso del papato di
Giovanni Paolo 2°, quando fu, dal 1981 e fino al 2005, quando fu eletto Papa,
Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. In particolare,
all’esito della 2° Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi del 1985,
intitolata Il
ventesimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano 2°: verifica,
celebrazione e promozione del Concilio Vaticano 2°, convocata per
celebrare l’anniversario del Concilio Vaticano 2°, che si era chiuso nel 1965, si
ritenne che, nel quadro
dell’ecclesiologia di comunione, promossa dal Papa e da Ratzinger, occorresse riflettere ancora se e in che misura
il principio di sussidiarietà fosse applicabile alla vita ecclesiale.
Il tema
ritornò di attualità con l’accentuazione del tema della sinodalità ecclesiale
sotto il Papato del papa Francesco, in particolare dopo che nel 2018 venne
acquisito il parere La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa della
Commissione teologica internazionale.
Tuttavia
il papa Francesco non sviluppò il criterio di sussidiarietà come principio
organizzativo generale della sinodalità ecclesiale se non, viene ricordato, in
un discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2016, nel quale elencò tra i
criteri guida per la riforma curiale attuata con la Costituzione apostolica Praedicate
evangelium anche il principio di sussidiarietà, quindi nel quadro di
innovazioni di organismi della gerarchia ecclesiastica. Leggo il passo del discorso del Papa in cui se
ne parla.
Tutto questo sta a dire che la
riforma della Curia è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà
all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con
ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo
silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera - tanta preghiera! -, con
profonda umiltà, con chiara lungimiranza, con concreti passi in avanti e –
quando risulta necessario – anche con passi indietro, con determinata volontà,
con vivace vitalità, con responsabile potestà, con incondizionata obbedienza;
ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo,
confidando nel Suo necessario sostegno. E, per questo, preghiera, preghiera e
preghiera.
ALCUNI CRITERI GUIDA DELLA RIFORMA:
Sono principalmente dodici:
individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità;
modernità; sobrietà; sussidiarietà;
sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità.
Ora però l’enciclica La magnifica umanità interviene con decisione per indicare nel
principio di sussidiarietà un «criterio generale di governo e di
vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei
corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni
paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la
partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità
nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non
nominali». Quindi come elemento caratterizzante di quello stile
sinodale della Chiesa come «soggetto comunitario e storico della
sinodalità e della missione», come si legge nel Documento
Finale della Seconda Sessione
della 16° Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, del 25 ottobre
2024.
Leggiamo nei n.86 e 87
dell’enciclica La magnifica umanità:
86. In conclusione, desidero toccare un punto che mi sta particolarmente a cuore. La Dottrina sociale non è soltanto una parola rivolta alla società: è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti anzitutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, prende il volto di uno stile sinodale per la missione a servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è il «soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione». Ciò richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo identifica, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, del rendiconto e della valutazione.
87.
In questa prospettiva, la sussidiarietà diventa un criterio di governo e di
vita pastorale, che riconosce e sostiene la responsabilità dei fedeli e dei
corpi intermedi ecclesiali, valorizzando carismi e competenze ed evitando ogni
paternalismo che soffoca la libertà evangelica. Concretamente, la
partecipazione dei battezzati ai processi decisionali e la corresponsabilità
nella missione passano attraverso organismi di partecipazione reali, non
nominali.
Pensate
che cosa potrebbe comportare, in una parrocchia come la nostra, mettere
in pratica l’insegnamento dell’enciclica in materia di sussidiarietà! Ma anche
quale maggiore impegno e assunzione di responsabilità sarebbero richiesti anche
alle persone laiche, che invece oggi stanno un po’ a ricasco del clero, in
ruoli al massimo ausiliari.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
della parrocchia di San Clemente papa -
Roma, Monte Sacro, Valli – indirizzo del blog del gruppo:
acvivearomavalli.blogspot.com

