INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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domenica 6 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - conclusioni

Rinnovarsi per rinnovare - conclusioni

   Ci è toccato vivere collettivamente la fede nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione, perché questa è la portata, al di là di ciò che si è disposti ad ammettere, delle decisioni dei saggi dell’ultimo Concilio. Ne ha cominciato a parlare esplicitamente il nostro vescovo e padre universale.
  In politica si fa una distinzione tra riforma e rivoluzione. La differenza si coglie sia nella maggiore gradualità dei cambiamenti indotti dalla prima, sia nella quantità di elementi del passato che si è disposti a mantenere, che è minore nella seconda.
   Nella fede si è indotti ad una vera e propria rivoluzione interiore, a impersonare un nuovo  essere umano in quell’incisivo processo di cambiamento di mentalità e di condotte di vita che definiamo conversione. Quest’ultima parola traduce il termine del greco antico metànoia, che all’idea di mutamento associa quella di pentimento, ad esempi nelle frasi:
poièsate un carpòn àxios ten metanòias (Vangelo sec. Matteo 3,8), che significa date frutti che siano significativi di conversione;
e      
tùton o Teòs archegòn cai sotèra ùpsosen te dexià autù tu dùnai metànoian to  Israèl cai àfesin amartiòn (Atti degli apostoli 5,31), che significa proprio Dio  capo e salvatore lo ha innalzato alla destra sua per rendere capace di conversione Israele e il perdono dei peccati.
(ai ragazzi che stanno finendo le scuole medie inferiori: uno dei vantaggi del liceo classico è quello di consentire di leggere un po’ di greco antico, la lingua in cui furono scritti i documenti biblici provenienti dalle nostre prime collettività di fede).
 Quando però si tratta di  fatti organizzativi, allora, oggi, si preferisce pensare a una riforma, più che a una rivoluzione. Fino ad un recente passato, anche parlare solo di riforma poteva costare la scomunica, specialmente quando si criticava l’assetto imperiale a base feudale che ancora impronta la struttura di potere delle nostre collettività religiose.
  La novità del pensiero manifestato dal Bergoglio è che egli inizia a parlare di rivoluzione anche in quest’ultimo contesto. Ma tra il dire  e il fare c’è una bella distanza da colmare, addirittura il proverbiale oceano. Soprattutto quando mancano del tutto regole per cambiare profondamente le nostre organizzazioni, come invece vi sono negli stati democratici contemporanei, le cui costituzioni infatti cambiano costantemente, in modo più o meno profondo.
 Si dice che l’attuale organizzazione della nostra confessione religiosa non può cambiare perché è stata definita dal Fondatore. Non è vero. Storicamente non è vero. Poi, naturalmente, si possono anche costruire ideologie per alterare la memoria storica. Questa però non è purificazione  della memoria, ma falsificazione  di essa. La struttura giuridica delle nostre collettività di fede, centrata su papa-imperatore e vescovi feudatari e su un corpo di funzionari locali responsabili di uffici territoriali si è formata tra il Settimo e l’Undicesimo secolo. E’ appunto questa struttura ad essere interessata dall’attuale processo rivoluzionario. Essa non comprende regole di cambiamento costituzionale perché è improntata ad antichi modelli di sovranità imperiale, secondo i quali l’imperatore era, per diritto divino, padrone  dei popoli a lui assoggettati, persone e cose, gente e città. E’ espressione di un potere politico-religioso che riuscì ad ammantarsi di sacro appunto per garantirsi l’immutabilità. Come conciliare questa ideologia con quella del costante rinnovamento interiore, della conversione, che è alla base della nostra esperienza di fede? E’ un bel problema. Quando il Wojtyla, da supremo capo religioso e nel corso del triennio di preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000,  manifestò di voler esprimere conversione-pentimento  anche per il molto male prodotto dalle  nostre collettività di fede nel nostro tragico passato,  molte autorevoli voci insorsero, sconsigliandolo di farlo, innanzi tutto uno dei più importanti teologi dell’ultimo concilio, il Ratzinger. Alla fine, con molti distinguo, ottenne il via libera. Giuridicamente non era tenuto ad attenderlo, ma volle farlo, consapevole delle tensioni che stava creando nei vertici di potere della nostra organizzazione religiosa. Penso che egli colmò, con la sua affascinante personalità, le distanze tra la sua ideologia e quella di potere dominante, consacrata soprattutto dai giuristi-teologi,  che non coincidevano. Celebrò, così, la Giornata del perdono, nella grande liturgia celebrata il 12 marzo 2000, in cui chiese perdono per le colpe passate delle nostre collettività religiose, senza escludere nessuno, senza distinzione tra pastori e greggi, e offrì il perdono per i torti subiti. Ma questo aspetto del suo supremo magistero ha poco attecchito.
  Ho indicato le linee di cambiamento che caratterizzano il moto rivoluzionario che stiamo vivendo in religione: democrazia, questione femminile, giustizia sociale. Si tratta di temi di cui in genere non si parla nelle parrocchie, perché subito si accendono controversie abbastanza accese tra tradizionalisti, riformatori  e  rivoluzionari  e tra diversi tipi di riformatori/rivoluzionari.  Non dialogando sui temi controversi non si fa tirocinio di democrazia e quindi già si comincia male per quanto riguarda il primo dei grandi temi del cambiamento. Dove le donne sono zittite, silenziate, invitate a rientrare nei ranghi di spose/madri/nonne  o di zie-madri di supporto (un’istituzione romana di grande importanza sociale), si continua peggio. il disastro è completo se si sorvola anche sulla giustizia sociale, riducendo tutto al fare la carità,  senza voler sapere altro, senza voler approfondire, senza curarsi minimamente della cause sociali delle povertà e delle soluzioni  sociali per contrastarle.
  Il Fondatore non ha dato esplicite disposizioni su come fondare e reggere gli stati e anche una organizzazione religiosa, come la nostra, che storicamente si è strutturata come un impero religioso di tipo feudale. Negli scritti biblici più  antichi, formatisi in epoche in cui i processi democratici erano sconosciuti, in cui si trattano anche temi propriamente politici, troviamo più che altro l’esposizione dei tragici problemi che l’esercizio sconsiderato del potere può provocare, con i sovrani che perseguitano i profeti.
  L’unica istruzione esplicita che, per quanto mi appaia, il nostro Primo Maestro ci ha dato nelle questione di potere è quello di relativizzare  ogni dominio terreno, perché noi dobbiamo sempre tenere gli occhi al Cielo. E’ uno degli insegnamenti che è stato storicamente più disatteso nella nostra confessione religiosa, dominata da imperatori religiosi, autoproclamatisi suoi Vicari, vale a dire suoi plenipotenziari sulla Terra (ideologia congegnata tra l’Undicesimo e il Tredicesimo secolo, su base teologica più antica ma essenzialmente sulla scorta del modello di sovranità degli imperatori bizantini).
  Le costituzioni democratiche contemporanee hanno relativizzato  il potere politico dei nostri sovrani religiosi e questo ha reso meno drammatici i moti di riforma/rivoluzione  religiosa. E, oggi, anche i nostri capi religiosi si sono convinti che è immorale uccidere per ragioni religiose. Non l’hanno sempre pensata così. Per quasi mille anni hanno espresso un’istituzione di polizia ideologica mortifera che ha represso duramente  ogni dissenso per motivi religiosi con pene atroci. Di solito in religione si tende a minimizzare il fenomeno cercando di fare la conta degli uccisi, calcolo che riesce impossibile concludere in modo affidabile per l’insufficienza delle fonti, e confrontandolo con i grandi stragisti del Novecento, le cui opere di rovina hanno un riscontro per così dire anagrafico  molto più preciso. Fatto sta che i dissenzienti recidivi venivano bruciati sulla pubblica piazza. Tra di loro vi fu anche quello che viene considerato il fondatore del moderno metodo scientifico, Galileo Galilei, il quale, nel Seicento, salvò la vita solo abiurando, accettando di riconoscere pubblicamente le assurdità scientifiche che venivano proposte come verità di fede dai nostri capi religiosi di allora. La cupa ombra della repressione teologica ha oscurato gran parte del secondo millennio della nostra era, che pure presenta tante preziose individualità ed esperienze religiose, diciamo molti santi buoni (perché ve ne sono stati, paradossalmente, anche di meno buoni, in tutto o in parte). A tutto questo orrore hanno posto fine le democrazie contemporanee, fondate sul principio di laicità  dello stato, che significa anche che non si devono attuare repressioni pubbliche di ideologie ed esperienze di fede considerate devianti, erronee.
  Difficile tenere insieme tutto il nostro tremendo passato e pensarlo coerente alle nostre attuali buone intenzioni, con ciò che oggi vorremmo diventare. Il Wojtyla, in ciò che mi appare più grande nel suo supremo ministero, in quello  che a mio parere gli vale effettivamente l’appellativo di santo buono  e di grande   della fede, ci ha esentati dal tentare di farlo. Ci ha guidati infatti sulla via della purificazione della memoria, che significa riconoscere di non poter prendere più esempio da tanti esempi negativi del passato, anche se si tratta di espressioni al massimo livello della nostra confessione religiosa.
  Può sembrare che tutto ciò di cui ho parlato debba svolgersi ai massimi sistemi e non possa e debba riguardare una realtà locale come la parrocchia. E’ sbagliato pensarlo. La nostra parrocchia, nel bene e nel male, è stata attraversata dal moto di riforma/rivoluzione post-conciliare. Dalla sua costituzione fino all’inizio degli anni ’80, diciamo l’era da don Nino a don Franco, ha vissuto nell’ottica della riforma, successivamente, in modo sempre più marcato, in quella della reazione. Nella prima epoca fu molto frequentata dalla gente del quartiere, nella seconda sempre meno. Il cambio di passo è stato corrispondente a ciò che avveniva più in generale nelle nostre collettività di fede, in Italia, ma anche nel mondo. Da noi il processo ha avuto toni più fondamentalisti.
 Si dice che il post-concilio è stato il campo dei movimenti, mentre le istituzioni religiose recedevano. In parte è vero e in parte no. Il post- concilio è stato caratterizzato da una viva effervescenza sociale che ha portato a riformare, prima per via sperimentale, di prassi, e poi dal punto di vista istituzionale, il tradizionale associazionismo laicale. I moti di riforma vennero sostenuti essenzialmente dal fenomeno dei gruppi,  esperienze associative limitate e su scala locale, spesso caratterizzate da uno o più preti giovani e dai loro seguaci: dei cenacoli locali. Lì si attuavano varie forme di sperimentazione religiosa, ad esempio nella liturgia, come nelle  Messe dei giovani. L’Azione cattolica, nel processo di auto-riforma concluso nel 1969 e successivamente consolidato, ha aderito a questo moto destrutturandosi sostanzialmente su base parrocchiale e diocesana, da istituzione molto centralizzata e soggetta al diretto dominio dei papi  che era (così era stata costituita all’inizio del Novecento). Altri nuovi movimenti sono originati da questa vivace e vasta esperienza di base, dandosi poi una configurazione più coesa a livelli più estesi. Ma i movimenti  a cui in genere ci si riferisce per contrapporli alle realtà istituzionali  parrocchiali e diocesane sono sorti in genere con finalità reazionarie. Quindi, in sintesi: moto di riforma sperimentato per piccoli gruppi e moto di reazione che procede per grandi movimenti. La caratterizzazione reazionaria di un movimento è chiaramente definibile in base all’atteggiamento sui tre grandi temi sottostanti al moto di riforma religiosa innescato dall’ultimo concilio: democrazia, questione femminile e giustizia sociale. Sotto questo profilo sicuramente l’Azione Cattolica si situa nel campo riformatore. Il movimento a cui, sostanzialmente, la parrocchia venne affidata all’inizio degli anni ’80 si situa, mi pare di aver capito  esaminandolo dall’esterno, nel campo opposto.  Poiché in parrocchia era rimasta prevalentemente gente sua, appare problematico, ma non impossibile, attuare quel cambiamento che la diocesi ci richiede per riconnetterci nuovamente alla gente del quartiere.
  Io, credo che si sia capito, appartengo al campo dei riformatori e credo nel valore religioso della democrazia, che comporta il saper dialogare con chi la pensa diversamente. Ecco che, allora, la situazione della parrocchia di oggi non mi deprime, ma mi appare una sfida affascinante, proprio per sostenere quel che vado proclamando, vale a dire che democrazia e fede religiosa possono, e anzi debbono, conciliarsi, perché la prima ha, in fondo, assorbito valori fondamentali della seconda. parlano quindi la stessa lingua.
  Sì, lo riconosco, in parrocchia nell’era che quest’anno si è conclusa c’è stato poco dialogo. Ma ne do la colpa anche a me stesso. Quando mai ho tentato di dialogare con quegli altri? Nemmeno loro ci hanno provato? Ma loro non credono nel dialogo. Sono io quello che ci crede e che, soprattutto, in un’estesa opera di formazione sono stato dotato degli strumenti culturali per sostenerlo. A che è valsa, allora, tutta quella fatica dei miei formatori?
 Come dialogare? Ecco che se ci mettiamo intorno a un tavolo a discutere di tutto ciò che ho trattato in questo post le cose andrebbero subito a finire male. Bisogna prima creare un terreno comune per il dialogo, fatto di umanità, di condivisione, di conoscenza reciproca e di familiarizzazione con gli altri. Lo dico sempre: non riesco mai a litigare veramente con chi non conosco bene, ma quando lo conosco meglio non mi riesce più di litigare.
 La via giusta è semplice ed è stata indicata, con grande saggezza, dal nostro vescovo Vallini, nella sua recente visita pastorale: i gruppi di ascolto del Vangelo nella case. I Vangeli non sono scritti di ideologia o di teologia: lo fossero stati sarebbero diventati presto inattuali. Essi sono stati scritti  per sostenere un’umanità redenta e di nuovo affratellata. Riportano la voce del Primo Maestro e la rendono presente. Si rivive l’esperienza umana dei discepoli di Emmaus e di Pentecoste. E, mentre ci si lascia ammaestrare, si impara  a conoscersi meglio,  e conoscendosi meglio diviene impossibile continuare a litigare. Si impara a sostenersi gli uni gli altri, così che diventa poi difficile rinunciare a uno qualunque degli altri per una qualche ripicca ideologica.
 La pensiamo in modo diverso, certo, ma riprendiamo a frequentarci con in mano i Vangeli. Arriviamo al dialogo senza preconcetti o pregiudizi sugli altri, liberandoci da ogni precomprensione dottrinaria che ci viene dalle reciproche appartenenze. Abbandoniamo la teologia in pillole che spesso superficialmente brandeggiamo gli uni contro gli altri. E, infine, mangiamo insieme qualche volta: l’esperienza di convivialità sorregge, rimane. E la via di Cana, dove si compì il primo miracolo della nostra era.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.



sabato 5 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 5

Rinnovarsi per rinnovare - 5

 I saggi del Concilio Vaticano 2° non si occuparono direttamente della catechesi, eppure dopo quel concilio il movimento per il rinnovamento della catechesi ebbe un forte rilancio. Perché?
 Era stato progettato un nuovo modello per vivere collettivamente l’esperienza di fede e quindi si voleva preparare la gente a impersonarlo e attuarlo. Come sempre si fa in teologia, lo si presentò come la riscoperta di idee e prassi antiche, che erano state ricoperte dalle incrostazioni della storia e dimenticate. In realtà, al di là della terminologia e di un richiamo formale al passato, si trattava di una strada mai percorsa prima di allora. L’antichità non aveva risorse per il mondo contemporaneo, ma più che altro problemi. Però il metodo che si segue in religione prevede che si debba tenere insieme tutta la storia di fede, dalle origini, in modo da dimostrare di essere fedeli a ciò che si è ricevuto dal Fondatore.  In effetti, naturalmente, non si rinunciò a nulla dei suoi insegnamenti, ma si iniziarono a ripudiare anche alcuni atteggiamenti che erano stati condivisi dalle nostre più antiche collettività di fede, che in molti casi erano state vivacemente intolleranti. Si trattò di una vera e propria riforma, anche si tese  a non sottolineare la portata epocale dei cambiamenti stabiliti; in particolare si mise in risalto, contro l’evidenza, l’intento prevalentemente pastorale  dei saggi dell’ultimo Concilio, come se essi si fossero voluti occupare prevalentemente di come suscitare e organizzare la vita collettiva di fede senza revisionarne i fondamenti.
  Le nostre collettività di fede vennero presentate come un popolo,  tutto  coinvolto, anche nella sua componente laica, nell’attività di formazione religiosa. In precedenza quest’ultima era ritenuta cosa da preti e da frati. C’erano il clero e i religiosi e, attaccata a loro, tutta l’altra gente. A quest’ultima si pensava che bastasse spiegare l’essenziale per partecipare convenientemente alle liturgie e per riprodurre  fisiologicamente  persone da formare alla fede. Nelle cose di fede la gente doveva obbedire  al clero, senza porsi troppi problemi. Il clero, poi, promulgava la dottrina, aggiornandola secondo i tempi e le situazioni, e la diffondeva in pillole per quelli che dovevano solo obbedire. In società la nostra gerarchia del clero aveva raggiunto un compromesso di reciproco sostegno con i poteri pubblici. La  moralità pubblica era improntata alla nostra fede, così che era addirittura ritenuto sconveniente, strano, non praticarla. La grandissima maggioranza della gente di fede era tenuta nello stato di gregge, di massa docile  ai pastori, alle guide religiose. Era mantenuta sottomessa con molti effetti speciali che evocavano un soprannaturale spesso  minaccioso e affascinandola con la magnificenza delle liturgie, che accreditavano l’alto clero come voce del Cielo. Ci si accorse però che questo modo di procedere aveva prodotto una massa di docili analfabeti religiosi. Essi, in particolare, erano incapaci di interagire con la società del loro tempo per influire su di essa, nella politica democratica, per infonderle i valori di fede. Dopo la catastrofe dell’ultima guerra mondiale si riconobbe che, se fossero stati diversi, meno docili e più consapevoli di ciò che la fede comportava, certe tragedie collettive, forse, si sarebbero potute evitare. Il punto di svolta fu un celebre radiomessaggio natalizio del 1944 del papa Eugenio Pacelli, dedicato esplicitamente alla democrazia. Lo trovate sul Web all’indirizzo:
https://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html
Ecco il passo centrale:
[…] sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.
Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.
  Un modo sicuro per riconoscere le tendenze reazionarie nelle nostre collettività religiose è quello di cogliere gli accenni all’obbedienza  e alla  docilità.  Quando invece si accentua l’idea di rinnovamento  e  riforma  si va in direzione contraria. In un’ottica di fede l’obbedienza e la docilità al fondamento soprannaturale di tutto comportano quella penetrante opera di rinnovamento che definiamo  conversione. Ma quando si parla di obbedienza, docilità  e rinnovamento  nelle questioni per così dire organizzative si è in un diverso contesto.
  Se si vuole interagire con le società democratiche contemporanee occorre essere consapevoli, responsabili, autonomi e creativi. Non si tratta più, quindi, di eseguire  comandi di capi religiosi, non basta più. In democrazia il potere di governo è diffuso. Si dice, talvolta, che la nostre collettività di fede non sono una democrazia: male, dovrebbero esserlo. Perché è la democrazia, nella versione contemporanea che non è solo la regola per cui decidono maggioranze più o meno ampie ma anche un insieme molto esteso di valori che limita molto il potere delle stesse maggioranze, che consente di esercitare il potere, anche quello religioso, in modo non letale.
  La caratteristica del lavoro di iniziazione religiosa che si vuole fare oggi è di fornire ai fedeli una formazione molto più estesa di quella che si dava anche nel recente passato. In particolare, i laici devono essere messi in condizione di interagire in una società democratica, con potere di governo diffuso, ciò che, in gergo teologico, è detto  agire nelle cose  temporali, che significa operare nel proprio tempo nella società in cui si vive. Lo si deve fare per ordinarla secondo i principi di fede, hanno detto i saggi del concilio nella Costituzione dogmatica Luce per le genti:
[31] ….Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.
   Quando cominciare questo lavoro di formazione?
  Subito. Dai bambini piccoli.
  Lo si sa bene tra gli scout. Lo aveva capito il fondatore degli scout Baden Powell.
  Fin dalle elementari i bambini fanno esperienza della società intorno a loro e devono essere formati a interagirvi. Non è solo questo: ne hanno bisogno e ce lo chiedono. Devono farne tirocinio. Certe cose si scoprono sperimentandole. Il bene e il male, la lealtà e la slealtà e via dicendo. Si inizia nei giochi collettivi e si continua nella vita adulta. E nell’adulto rimarrà sempre il bambino che è stato. Questo ce lo dicono gli psicologi.
  Non si viene più a catechismo per imparare a memoria pillole di dottrina, ma per imparare come vivere insieme la fede. E’ centrale il confronto sociale con gli altri. La collettività è dunque molto importante e, in un certo, senso il catechista la rappresenta e la induce.
  Le collettività possono essere dispotiche. Lo sono, ad esempio, quelle criminali. Ci sono società buone e società cattive. Il rinnovamento indotto dai saggi del Concilio comportò anche il ripudio di molte condotte sociali cattive espresse dalle nostre collettività di fede.
  Qual è il metro per distinguere le collettività buone da quelle cattive? Sono i valori della nostra fede, e in particolare il principio molto importante della dignità infinita della persona umana. Storicamente, nelle nostre collettività di fede è accaduto che non fosse rispettato. Questo fu al fondo di molte tragedie umane.
 Della dignità delle persone occorre fare tirocinio nelle nostre collettività, innanzi tutto nei gruppi di catechismo, fin da piccoli. Ognuno abbia un ruolo, un compito, una responsabilità. Ognuno sia riconosciuto nella sua dignità sociale. Nessuno sia umiliato, offeso, escluso o costretto sempre a fare ciò che dicono altri. Ci si abitui a prendere decisioni insieme e a dimostrare di essere solidali. Si insegni il coraggio contro le ingiustizie, a prendere le difese dei più deboli. E ad essere amici leali.  Tutto questo ha anche un significato religioso, perché è pratica di varie virtù e prepara il discorso esplicito di fede.
 Non pensiamo che un bambino delle elementari sia troppo piccolo per questo. Se facciamo memoria della nostra infanzia, ci rendiamo bene conto che non lo è. Fin da piccoli, dalle prime esperienza scolastiche, si fa esperienza del bene e del male che c’è in società. Fin da molto piccoli i ragazzi organizzano società tra loro, per regolare i giochi collettivi. Vi ricordate il romanzo I ragazzi della via Pal, che una volta era un classico per i più giovani? Si racconta di società di bambini che si strutturano spontaneamente secondo quella degli adulti e si fanno guerra.  E’ così che accade, anche se ai tempi nostri i bambini hanno meno occasioni di organizzarsi spontaneamente. Io in terza e quarta elementare giravo da solo per il quartiere, oggi un bambino di quell’età non può più farlo: troppi pericoli, innanzi tutto quelli del traffico. Questo priva  i più giovani della possibilità di fare precocemente tirocinio sociale. Se ne dia loro occasione in parrocchia: non lo dimenticheranno per tutta la vita, li radicherà da noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


   

venerdì 4 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 4

Rinnovarsi per rinnovare - 4




 Questi miei interventi non sono fine a sé stessi, dialoghi interiori o, peggio, con l’universo mondo in una specie di esibizionismo personale. E quando accenno a temi di cultura generale o religiosa non ho alcuna originalità: si tratta di sintesi del pensiero altrui. Infine, quando propongo mie esperienze personali bisogna tener conto che esse sono state comuni alla mia generazione: c’è chi ne ha trattato meglio, in termini più profondi, in modo più sapiente e completo.
 Scrivo per la gente della mia parrocchia, in particolare per i giovani, i catechisti e per tutti coloro che attualmente sono impegnati nel processo di cambiamento che è iniziato da poco. Faccio per loro il lavoro per cui in religione sono stato formato fin da giovane, quello della mediazione culturale: vorrei essere un facilitatore. Si è impegnati, attivi, sul campo e non si ha tempo di approfondire. Forse però venti minuti al giorno si trovano per farlo. Ma a che servono venti minuti? E’ il tempo che, più o meno, occorre per leggere  e rileggere una seconda volta un mio post. Ecco che, allora, se io riesco a diffondere, venti minuti alla volta, sintetizzandolo e  traducendolo nel linguaggio comune, comprensibile con immediatezza, ciò che io ho ricevuto in una vita, penso di poter essere utile a coloro per cui scrivo. E poi c’è il fatto che io sono uno di loro, vicino a loro: mi possono incontrare e parlare personalmente ogni giorno, se vogliono. Io li voglio sostenere da vicino e loro possono contare su di me.
 Rinnovarsi per rinnovare: questo sforzo ha riguardato anche la catechesi. Si  è partiti nel 1970, quando i vescovi italiani diffusero il Documento di base intitolato Il rinnovamento della catechesi.  Il processo è ancora in corso.
 Sulla catechesi faccio riferimento a un libro di un professore della vicina università dei salesiani, Emilio Alberich, La catechesi oggi - Manuale di catechetica fondamentale, LDC, 2001, tuttora in commercio.
  Qui sopra potete vedere le prime pagine del mio catechismo per la prima Comunione, che negli anni Sessanta si faceva in quarta elementare insieme alla Cresima (oggi la Cresima si riceve più tardi dopo una formazione più approfondita). Venne pubblicato nel 1958 e veniva ancora utilizzato per i bambini della mia età quasi dieci anni dopo. Potete subito rilevare la differenza con i  sussidi per il catechismo che si usano oggi per i bambini di quell’età. C’è una differenza tra il libretto che un tempo veniva chiamato  catechismo e veniva messo tra le mani dei bimbi perché lo imparassero a memoria e i sussidi per il catechismo  di oggi ed essa sta nella quantità di dottrina,  di esplicita teologia in pillole, che c’è.  Ai tempi nostri “fare catechismo” non significa più far imparare a memoria pillole di dottrina, ma alimentare, sostenere e sviluppare la fede in un processo più complesso.
 Ancora degli anni Sessanta si supponeva che i bambini vivessero in un contesto sociale che li avrebbe obbligati a manifestarsi religiosi e che quindi bastasse, per iniziarli  alla fede, far loro imparare a memoria qualche pillola di dottrina. Questo perché la religione era inglobata nell’ideologia sociale dominante, quella che ti dice come vestirti alle diverse età della vita e come circolare per strada. Per molti versi la fede faceva anche parte dell’ideologia politica, sia per il costante e penetrante influsso politico del papato e della gerarchia della nostra confessione religiosa, sia per il fatto che dal 1948 era egemone un partito politico la cui ideologia si ispirava alla dottrina sociale diffusa dai nostri capi religiosi. Poi c’era il fatto che l’etica religiosa veniva presa come riferimento sociale del bene e del male: e questo, come ci dicono le indagini demoscopiche, accade anche oggi, anche se poi non si seguono in tutto i comandamenti  della fede, ma con una certa discrezionalità, come del resto si è sempre fatto, fin da quando la nostra fede si è fatta anche cultura sociale, in un processo durato circa quattro secoli, a partire dalle origini.
  Oggi inizia  ad essere diverso, ma non dobbiamo dolercene. L’essere obbligati  socialmente a manifestarsi religiosi significava infatti che la fede era stata inglobata in una ideologia politica e che quindi era stata deformata, aveva perso la sua capacità di  relativizzare  ogni potere terreno, era stata catturata  e, quindi,  fortemente depotenziata, tanto da avere bisogno, come dire?, della forza pubblica per sostenersi.
  Chi, come me, si avvicina ormai ai sessant’anni, vede bene che il mondo è diventato diverso: ma in molti aspetti è diventato migliore. Questo, in particolare, nel liberare  la nostra fede dalle strumentalizzazioni politiche e sociali.
 C’è chi ha nostalgia del passato e, addirittura, cerca di ricrearlo. Lo si fa, in genere per due vie, non potendo più contare sulla forza della legge, che invece oggi impone la laicità  di ogni forma di potere pubblico, quindi che le istituzioni pubbliche non catturino la fede religiosa nella loro ideologia e non la strumentalizzino per dominare la gente.
  La prima è quella di cercare di esercitare una pressione sociale con l’azione di massa, concentrandosi su alcuni specifici principi religiosi manifestati apertamente in forma collettiva secondo la tradizione storica, per sovrastare i dissenzienti con la forza dei numeri e della coesione: è la via del fondamentalismo  religioso.
 La seconda è quella di creare gruppi più limitati, ma fortissimamente coesi e determinati a seguire veramente tutti  i principi religiosi ed etici proposti dai capi religiosi, in modo da esercitare una pressione individuale  per attirare e inglobare le persone che come atomi dispersi vagano senza orientamento nel panorama sociale pluralistico dei nostri tempi. Questa è la via dell’integrismo religioso.
  In entrambi i casi, la strategia è quella della pressione come via per indurre alla fede.   Essa non è rispettosa dell’infinita dignità che compete alla persone umane, in un’ottica di fede. E si è dimostrata anche fallimentare, ai tempi nostri. Finché si aveva la  forza della legge dalla nostra parte, è stato diverso. Ma alla base di quella coercizione c’era un compromesso che costava molto caro. La gente infatti era  catturata  alla religione, ma anche quest’ultima lo era. L’esperienza delle democrazie di popolo contemporanee è stata di un liberazione sia della gente che della religione. Liberazione della gente da poteri politici che si ammantavano di sacro pretendendo acritico ossequio e della religione da chi la strumentalizzava per fini politici. Si è trattato, sembra, di una difficile libertà, del resto come ogni esperienza liberante è, comportando anche maggiori responsabilità. Ecco che, allora, come si narra degli antichi israeliti quando furono liberati dal servaggio al Faraone, si vorrebbe tornare indietro, all’antica servitù, ai vecchi compromessi, a quel tipo di cultura sociale che, certo, ci asserviva la gente, ma che produsse tutte le grandi tragedie  a sfondo religioso del passato.
 Scrive Alberich, nel testo che ho citato:
“…la nostra epoca  non è migliore o peggiore delle altre, ma è semplicemente diversa. Non ha senso pensare che il mondo attuale, con la sua cultura, i suoi problemi, sia più lontano dal Vangelo di quello di altre epoche”.
  E consiglia nella catechesi: simpatia  e  apertura,   coraggio  e volontà di dialogo, inculturazione e contestualizzazione,  evangelizzazione come opzione prioritaria e, soprattutto, catechesi rinnovata,  secondo un nuovo stile di vita collettiva di fede, in un progetto di socialità religiosa rinnovato.
 Concordo, con la seguente precisazione: alcuni valori del nostro nuovo mondo sono una conquista culturale epocale rispetto al nostro tremendo passato e, in questo senso, la nostra epoca è veramente migliore delle altre della nostra storia.
 Il problema è che anche noi, individualmente e collettivamente, dobbiamo fare uno sforzo per interiorizzare e manifestare quei progressi culturali, ciò che ci riesce ancora difficile e per questo, talvolta, sentiamo nostalgia del passato. Poi però non dobbiamo stupirci se la nostra religione sa un po’ di muffa e i giovani scappano. Così, osserva Alberich, paradossalmente la catechesi di iniziazione spesso  non “inizia”,  ma “conclude” la vita di fede delle persone. Il processo di “iniziazione” cristiana è diventato  un processo di “conclusione” della vita cristiana.
  Una delle ragioni di tutto questo può essere vista nel fatto che talvolta abbiamo fatto dell’esperienza di fede una sorta di museo  o, peggio, di  cimitero, dove si vanno a trovare, senza possibilità di vero dialogo, i  trapassati.  Dov’è allora la fede dell’apertura infinita, dell’agàpe universale, quella che è alla base, in fondo, di gran parte dei principi fondamentali delle democrazie di popolo contemporanee, che hanno cambiato il mondo  con l’ideale della pace e della cittadinanza universali, oltre ogni divisione e frontiera?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


giovedì 3 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 3

Rinnovarsi per rinnovare - 3

    In genere, quando una ragazza o un ragazzo sui quindici anni lasciano la parrocchia e, spesso, con essa anche la religione, quindi la pratica collettiva della fede, hanno buoni motivi per farlo. Hanno incontrato la religione in una delle tante versioni in cui può essere deformata.
  Non sto riferendomi ad eresie e all’ossessione dell’ortodossia, la quale appunto, e questo fin dalle origini, è stata uno dei modi, tra i più brutti e letali, in cui la nostra fede può essere deformata, ma fondamentalmente alla strumentalizzazione  della religione a fini di potere.
  Iniziano i genitori, spesso assecondati da preti e catechisti: cercano di puntellare la loro sempre più traballante autorità facendo balenare le spade infuocate degli angeli contro i giovani renitenti. Proseguono poi altre autorità, civili  e  religiose come si suole dire, che prospettano l’inferno a chi non accetta di dar loro acritico ossequio. In passato era tutto l’impianto dello stato che era costruito con questo criterio: per millenni la nostra fede fu parte dell’ideologia politica dominante. Quando, nell’Ottocento, in Europa si iniziò a mettere nero su bianco, nelle costituzioni  e statuti, le norme fondamentali degli stati, per segnare un limite all’arbitrio delle dinastie sovrane che fino ad allora avevano signoreggiato incondizionatamente i popoli che erano riuscite ad assoggettare con la violenza politica e militare, tutto questo emerse platealmente. Lo Statuto  del Regno sabaudo, da cui nel 1861 derivò il Regno d’Italia, fu promulgato nel 1848 e al primo articolo ordinava: “La Religione Cattolica, Apostolica, Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi”.
  Nel Trattato concluso l’11 febbraio 1929 tra il papato, all’epoca era papa regnante  Achille Ratti (Pio 11°), e il dittatore Benito Mussolini, fondatore e Duce del fascismo italiano, documento che fa parte dei Patti Lateranensi  e dal quale deriva il simulacro di stato di quartiere in cui appare come arroccato il vertice della nostra confessione religiosa, si apre con questo articolo: “L’Italia e riafferma il principio consacrato nell’art.1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1844, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato”.
  Il principio della religione cattolica come unica religione dello stato fu superato il 1 gennaio 1948, con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana fondata sul principio supremo della laicità dello stato, ma se ne riuscì a prendere formalmente atto solo molto più tardi, nel 1984, con l’accordo di revisione del Concordato Lateranense che faceva parte di quei Patti del 1929 di cui dicevo.
 Ancora oggi l’idea che la religione cattolica sia religione di stato  si riaffaccia in politica, di fatto o addirittura esplicitamente. Ad esempio: se la nostra fede non è più religione  di stato,  e soprattutto l’unica religione dello stato, perché nella scuola pubblica si dovrebbe celebrare il Natale in uno dei tanti modi in cui si può farlo? La scuola educa, c’è un insegnamento della nostra religione ma non è più obbligatorio e, soprattutto, l’insegnamento scolastico impartito in istituzioni pubbliche non è più, e non deve essere, improntato ad una ideologia religiosa basata sulla nostra fede, che non è più unica religione di stato. Se si fa rientrare  la celebrazione di una nostra festa religiosa nell’attività educativa di una scuola pubblica, al di fuori dell’insegnamento della  religione che si fa in certe ore e che può esser rifiutato, allora è un po’ come se quell’attività educativa  venisse strumentalizzata a fini di proselitismo religioso, ma, in realtà, la cosa può essere considerata anche all’inverso, ad esempio come una strumentalizzazione della nostra fede a fini identitari, per sostenere politiche di discriminazione.  Così poi si finisce con il brandire bambinelli  del presepe ringhiando contumelie e minacce contro i non credenti o i credenti in altre fedi:  “si difende il presepe e si ripudia il Vangelo”, ha osservato un prete l’altro giorno, “un atteggiamento schizofrenico”. Lo ripeto ancora: la nostra fede non può divenire strumento di potere se non deformandola.
   La gran parte di ciò che comunemente viene chiamata civiltà cristiana  contiene molte deformazioni della nostra fede. Prenderne atto è stato molto difficile ed è di solito costato molto  caro a coloro che  provarono a farlo e ciò fino ad epoca molto recente, fino all’era delle democrazie di popolo contemporanee. Sul finire dello scorso millennio anche un papa, il Wojtyla, ha avuto problemi su questa via: per quanto giuridicamente non fosse tenuto a farlo, preferì attendere il via libera della Commissione teologica internazionale, organismo di consulenza ad alto livello, in particolare per la struttura che esercita un po’ il ruolo di polizia ideologica nelle strutture centrali della nostra organizzazione confessionale.
   A partire dal quarto secolo della nostra era, la nostra fede fu inglobata nell’ideologia politica dell’impero mediterraneo in cui essa si era spettacolarmente espansa. Questo processo si svolse lontano da Roma, a Bisanzio/Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, ciò che poi fu chiamato Impero Bizantino. E’ in quel contesto culturale e politico che vennero definiti i principi fondamentali della nostra fede, i suoi principali dogmi, il Credo che recitiamo a Messa. Gli imperatori bizantini furono il modello a cui tutti gli imperatori europei, anche i papi, si ispirarono, fino all’Ottocento, non solo nell’ideologia ma anche sotto l’aspetto cerimoniale,  dell’apparato spettacolare, della magnificenza  sovrana. Nel Sesto secolo l’imperatore bizantino Giustiniano I promosse una grande codificazione, raccogliendo documenti legislativi e di dottrina giuridica prodotti da circa mille anni di storia romana, che rimase diritto vigente in Europa fino agli inizi dell’Ottocento. Questo produsse il consolidamento della nostra fede come ideologia politica. Da quel momento ogni scostamento dai dogmi religiosi, da quei principi fondamentali elaborati e sanciti in concilio tutti convocati dagli imperatori romani nel primo millennio, divenne anche un delitto politico, con ciò che ne conseguiva. E l’autorità di quegli antichi imperatori greci, perché tali erano effettivamente, si prolunga ancora fino a noi, non solo in quei dogmi  di cui dicevo, ma anche in altre cose: ad esempio la dottrina giuridico/religiosa dell’indissolubilità  del matrimonio consacrato  dall'autorità politica/religiosa, per cui si vuole che una volta che i coniugi hanno concluso il contratto matrimoniale rimangano legati anche contro la loro concorde successiva volontà,  deriva sostanzialmente dall'ideologia di quegli antichi sovrani bizantini. Ciò era molto chiaro ancora all’inizio degli anni ’70, nelle vivaci polemiche in occasione del referendum promosso da gente della nostra fede per abrogare la legge che aveva introdotto il divorzio nel codice civile italiano: si fece osservare che l’indissolubilità matrimoniale era un principio della grande civiltà europea e si fece esplicito riferimento alla codificazione di Giustiniano.
  La fede religiosa  può risultare utile al consolidamento del potere politico perché, in certe sue versioni, favorisce l’acritico farsi sudditi  della gente, rende incontestabile e indiscutibile il potere che riesca ad ammantarsi di un alone sacro. Ma, appunto, questa è una delle possibili deformazioni della  nostra fede. Perché la nostra fede comporta anche la critica e la relativizzazione di ogni potere terreno.
  Nell'ottica della nostra fede, il sacro  non ha ragione di esistere, anche se ancora, in religione, parliamo  correntemente di cose  e persone sacre.  Questo perché il sacro ingloba il soprannaturale, lo separa e lo definisce da ciò che gli è intorno, in qualche modo  lo cattura  rendendolo visibile. Invece la nostra fede non può essere catturata  se non deformandola. Ecco che, ad esempio, uno di quelli che vengono considerati luoghi sacri per eccellenza, la basilica Vaticana, sul frontone ha una scritta che urla l’orgoglio principesco di colui che dopo aver messo mano alla sua edificazione  volle farvi incidere  a lettere colossali “Io, principe romano, l’ho fatto”, come appunto facevano gli antichi imperatori romani: “IN HONOREM PRINCIPIS APOST PAVLVS V BVRGHESIVS ROMANVS PONT MAX AN MDCXII PONT VII » epigrafe che si traduce con “« In onore del principe degli apostoli [=l’apostolo Pietro]; Paolo 5° Borghese Pontefice Massimo Romano anno 1612 settimo anno del pontificato ». “Il mio regno è  di questo mondo” così pare che abbia voluto celebrarsi il principe romano Camillo Borghese, sovrano religioso con il nome di Paolo 5°,  nel Seicento. “Il mio regno non è di questo mondo”, si narra che nel primo secolo abbia risposto il Fondatore all’alto funzionario romano che lo stava processando.
  La nostra fede è  apertura infinita, supera ogni potere terreno e lo relativizza. Crea comunità universali, senza dogane e ponti levatoi, fortezze e mura, complicati rituali di selezione e iniziazione. Per questo, in ogni epoca della sua bimillenaria storia, c’è sempre stata gente di fede che ha contestato ogni deformazione politica  della nostra religione. Uno di questi moti di ribellione alla fede inglobata  nelle ideologie politiche è stato il processo di rifondazione dell’Azione Cattolica negli anni ’60, dopo il Concilio Vaticano 2°, che portò al nuovo statuto del 1969 e alla cosiddetta scelta religiosa. Esso non significò ripudiare la politica come realtà incompatibile con la fede, ma il rifiuto di ogni strumentalizzazione politica della fede religiosa e, in particolare, relativizzare  il valore religioso dell’agire politico. Perché, bisogna sempre averne consapevolezza, ogni pensiero e azione degli esseri umani ha sempre un valore religioso. Ma, appunto, nessun pensiero e nessuna azione  esaurisce  la nostra fede. Relativizzare, quindi. Ogni assetto politico, ogni cultura, ogni filosofia, ogni teologia, non esauriscono  la nostra fede, possono essere superati.  E questo perché la nostra fede è apertura infinita. Questa è la ragione per cui un giovane che voglia essere religioso non è assolutamente obbligato  a replicare il passato. Spesso invece si pensa che lo sia. E allora, dal punto di vista di noi anziani, si ritiene che l’attività diretta a trattenere e mantenere  i giovani in chiesa consista in un attirarli per poi  catturarli e inglobarli  nelle strutture del passato. Una specie di trappola. Così viene vissuta, e allora rifiutata, dai più giovani. Così la vissi anch'io da ragazzo. Ma compito dei giovani è appunto quello di non cadere in certe trappole. Come potrebbe altrimenti rinnovarsi il mondo?
  Riscoprii la fede quando mi fu prospettata la possibilità di una diversa realtà.
 Rinnovarsi per rinnovare: il moto di conversione  non è un ritorno al passato e la nostra fede spera ardentemente che tutte le cose siano fatte nuove  e che  il mondo di prima, finalmente, scompaia per sempre. Così è scritto. Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

  

mercoledì 2 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare - 2 -

Rinnovarsi per rinnovare  - 2 -

  E’ stato notato,  ad esempio dal filosofo Ernst Bloch (1885-1977), che la nostra fede non può diventare strumento di potere senza essere deformata. Questo la distingue da molte altre fedi coeve ed estinte. Quale ne è la ragione? Essa risiede nell’apertura al futuro, in un  anelito di costante rinnovamento. Non solo nello sforzo di costruire realtà nuove, ma soprattutto nell’attesa del nuovo che non deriva dai propri progetti e dal proprio lavoro e quindi nell’apertura   radicale ad esso e, conseguentemente, nel distacco radicale dall'esistente, con i suoi limiti, compresi quelli che riguardano le proprie capacità, fisiche e mentali, individuali e collettive, culturali e organizzative. E’ per questo che la speranza è ritenuta virtù soprannaturale per una persona di fede.
  Il passato e il presente ci rimandano l’immagine di una storia di tremendi conflitti, di stragi immani, dell’asservimento degli esseri umani a varie forme di potere che sono loro indispensabili per organizzare la loro complessa vita collettiva ma che, nello stesso tempo, limitano in maniera più o meno grande la loro dignità, riducendoli a strumenti, come ci appaiono gli individui nel mondo delle formiche o delle api.   L’obiezione radicale a questa realtà la si trova in un episodio del Fondatore narrato nelle Scritture originate dalle prime nostre collettività nel quale, in una Palestina asservita ai dominatori del grande impero mediterraneo che all’epoca aveva come capitale la nostra città, a chi gli chiedeva se si dovessero pagare le tasse all’occupante straniero, egli rispose di  dare all'imperatore ciò che era dell'imperatore, indicando l’effigie dell’imperatore dell’epoca su una moneta coniata dalla zecca imperiale. Successivamente, al tempo in cui la nostra fede divenne anche ideologia politica e soprattutto quando, nel secondo millennio, il nostro clero espresse un potere religioso conformato al modo di quello imperiale bizantino, questo detto fu interpretato nel senso che ogni persona era soggetta a due imperatori, a due poteri, uno civile e uno religioso, e che ad ognuno doveva sottomettersi e pagare un tributo. Ci fu invece chi lo intese nel senso che ogni potere politico dovesse avere dei limiti invalicabili a ciò che poteva pretendere da una persona  e che un essere umano, quindi, non potesse mai finire totalmente nelle mani di qualsiasi potente della Terra e ciò per ragioni che riguardavano le sue relazioni con il soprannaturale fondamento di tutto, e perciò assolute.
  Assoluto: è un termine che deriva dall’italiano più antico, vale a dire il latino, e, in particolare da due altre parole che insieme significano sciolto, slegato. Nell’ottica della nostra fede, più di tanto il potere politico non può pretendere da chi gli è soggetto: ci sono infatti valori costitutivi della persona che non possono essere lesi. Non si è obbligati ad obbedire ad un potere che pretenda di farlo; ma di più: non si deve. Bisogna resistergli, anche a costo della vita. Non perché ci sia un altro imperatore, questa volta religioso, a cui essere asserviti, di modo che tutto si risolva in una sorta di controversia condominiale, tra due imperatori che in fondo dominano nello stesso modo, con gli stessi metodi e anche con gli stessi obiettivi, ma perché il fondamento di tutto non sta in alcun potere terreno e solo mantenendo sempre, in ogni condizione, in qualsiasi organizzazione sociale sia coinvolto, lo sguardo rivolto al Cielo l’essere umano riesce a mantenere la sua infinita dignità. Questa è stata la ragione del costante conflitto, aperto o  comunque sempre latente, della nostra fede con ogni esperienza culturale e politica che pretendesse di essere totalitaria,  comprese quelle espresse dalle stesse organizzazioni religiose.  L’ideologia democratica contemporanea condivide con la nostra fede quella convinzione e ciò mostra quello che è storicamente vero, ma non più sempre evidente: che essa deriva culturalmente dal pensiero sociale delle nostre genti di fede.
  Le democrazie di popolo contemporanee, sono, infatti, nella loro principale ideologia, poteri che riconoscono dei limiti assoluti nei confronti delle persone, non superabili neppure da maggioranze più o meno ampie. Esse sono fondate, in particolare, sul principio di laicità, che significa la rinuncia a inglobare, a strumentalizzare,  la fede religiosa come strumento di potere. Perché esso è stato a lungo contrastato e, comunque, visto con sospetto in ambito religioso? La ragione è che, molto, molto a lungo, la religione è stata strumentalizzata dalla politica, e questo anche ad opera dei capi della nostra confessione.
  Lo ripeto: la nostra fede non può diventare strumento di potere senza essere deformata, e ciò anche se a strumentalizzarla è un papa o un qualsiasi altro gruppo di gente di fede che esprima una forma di potere, a qualsiasi livello.
  Quando, nel 1969, sotto la guida del suo presidente Vittorio Bachelet (1926-1980), l’Azione Cattolica, a conclusione e mediante un processo democratico di ampio respiro, decise di fare, dandosi un nuovo statuto, quella che poi fu chiamata scelta religiosa, essa si assunse l’impegno di opporsi ad ogni strumentalizzazione della religione per fini di potere, a partire da sé medesima. Di solito si evidenzia che ciò la portò a distanziarsi da  quello che un famoso politologo italiano, e anche persona di grande e vivissima fede che io potei conoscere da vicino da ragazzo, Gianni Baget Bozzo, definì il partito cristiano, vale a dire la Democrazia Cristiana, fondata da Alcide De Gasperi ed altri cattolici democratici durante la Seconda guerra mondiale. Ma in realtà, il primo conflitto che, sulla via della scelta religiosa, essa subì, veramente subì non ricercò, non fu con la Democrazia Cristiana né con altri partiti di diversa impostazione religiosa, ma con i nostri capi religiosi. Avvenne negli anni ’70, sulla questione dell’impegno politico nel corso della campagna referendaria per cercare di abrogare la legge che aveva introdotto il divorzio in Italia, in cui si voleva che l’Azione Cattolica si schierasse apertamente per l’abrogazione, vincolando i propri associati, mentre in Azione Cattolica si sarebbe preferito adottare un profilo più basso, lasciando la scelta ultima alla coscienza e alla responsabilità del fedele in quanto cittadino. Il referendum confermò la legge e subito all’Azione Cattolica fu addebitato uno scarso impegno politico contro di essa. Ciò mise in questione la sua stessa esistenza. A Milano sorse un movimento, Comunione e Liberazione,  che subito si presentò come alternativo all’Azione Cattolica come movimento laicale per influire sulla società del suo tempo: essenzialmente una scelta politica contrapposta  a quella  religiosa  fatta dall’Azione Cattolica.
  Rinnovarsi per rinnovare: è un’espressione che ho ripreso dal titolo di un articolo di L.Zappulla pubblicato nel 1963 su una delle riviste dell’Azione Cattolica, Iniziativa, dopo la diffusione dell’enciclica  La Pace in terra (11-4-63), del papa Angelo Roncalli, in cui si faceva un accenno alla coscienza sempre più chiara  e  operante che le donne avevano raggiunto della propria dignità. La nostra confessione religiosa aveva espresso un secolare e inveterato maschilismo, che ancora adesso traspare talvolta nella vita delle nostre collettività. Uno dei campi in cui la strumentalizzazione politica  della nostra fede era stata più evidente era quello di ciò  che da metà Ottocento venne definito come questione femminile. Sembrava infatti, anche nei ragionamenti che i teologi venivano facendo, che la società non potesse reggersi se non confinando la donna al ruolo di sposa sottomessa al marito e di madre. L’imponente partecipazione delle donne, in particolare delle più giovani, all’Azione Cattolica, dal primo dopoguerra, aveva consentito loro di fare tirocinio che la realtà poteva essere diversa. All’inizio degli anni Sessanta le donne cattoliche furono quindi protagoniste del processo culturale di promozione della dignità femminile nella società civile e in religione innescato dal Concilio Vaticano 2°. Per rinnovare  occorreva però cominciare con il rinnovarsi, con l’essere diversi da come si era stati: fare tirocinio del nuovo e, soprattutto, darsi una formazione adeguata.
  L’associazionismo religioso femminile era stato promosso inizialmente dai nostri capi del clero con intenti fondamentalmente reazionari, per reagire ai moti di liberazione della donna che andavano diffondendosi in società, in particolare ad opera delle correnti culturali liberali e socialiste.  Ma, nel corso di un processo durato diversi decenni, diventò qualcosa di diverso proprio per il contesto di partecipazione democratica in cui si svolse. Al centro del lavoro dell’associazionismo femminile di Azione Cattolica non vi fu tanto la propaganda reazionaria, ma la formazione delle giovani donne, che le portò a sentire l’esigenza di essere, nel lavoro di apostolato, coraggiose e dinamiche e ad osare di rompere gli schemi tradizionali di asservimento maschilista. Il frutto di questo lavoro si colse poi nel processo di costruzione della nuova democrazia italiana, che, per la prima volta in Italia, concesse il voto politico alla donne.
 Rinnovarsi per rinnovare: direi che dovrebbe essere anche il nostro motto, in parrocchia, in questi tempi di cambiamenti.
  Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





martedì 1 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare

Rinnovarsi per rinnovare


Paul Klee (1879-1940) Angelus Novus


Dal Libro dell’Apocalisse (Ap 21,1,5)
Allora io vidi  un nuovo cielo e una nuova terra -ll primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non c’era più- e vidi venire dal cielo, da parte di Dio, la santa città, la nuova Gerusalemme, ornata come una sposa pronta per andare incontro allo sposo. Una voce forte che veniva dal trono  esclamò: “Ecco l’abitazione di Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà «Dio con loro». Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi. La morte non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima è scomparso per sempre”. Allora Dio dal suo trono disse: “Ora faccio nuova ogni cosa”. Poi mi disse “Scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere creduto”.
[ Da: Parola del Signore - Il Nuovo Testamento -  traduzione interconfessionale dal testo greco in lingua corrente - Elle Di Ci  / ABU - 1976]

  Divenni adulto nella fede quando, in famiglia, mi spiegarono i molti sensi del brano biblico che ho sopra trascritto.
 Il rinnovamento costante è parte costitutiva e fondamentale dell’impegno di fede. Nelle nostre collettività di fede lo si è sempre saputo. E’ una verità che si riscoprì nel Cinquecento e che da allora è sempre presente nella riflessione religiosa. I processi di rinnovamento divennero sempre più veloci, in religione, a partire dalla fine del Settecento, in modo corrispondente a tanti altri cambiamenti sociali che andavano allora producendosi in Europa, che allora era  in tutto il centro della  nostra esperienza di fede, culturale e organizzativo. Da allora i capi della nostra confessione assunsero però, sempre più marcatamente, atteggiamenti conservatori e, producendosi in società i cambiamenti che erano maturati, francamente reazionari. Questo, in particolare, riguardo ai tre temi che caratterizzavano quello che chiamerei  il Nuovo mondo, e che è appunto quello in cui stiamo vivendo: la democrazia di popolo, la questione femminile, la giustizia sociale. Ad essi, in Italia, si aggiunse la questione nazionale. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che la nostra unità nazionale fu costruita contro  il volere dei nostri capi religiosi, anche se non contro la volontà dell’intera nostra gente di fede, che anzi vi collaborò attivamente in molte sue componenti.
  E, insomma, la parola riforma cominciò ad essere considerata sconveniente nelle nostre collettività di fede, soprattutto se in bocca a laici e al clero di base. La riscoprirono i saggi del Concilio:

[dal decreto  Unitatis Redintegratio (=Il ristabilimento dell’unità), del Concilio Vaticano 2° - 1962-1965]

La riforma della Chiesa

6. Siccome ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l'unità. La Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica ed anche nel modo di enunziare la dottrina - che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede - sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze,  siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine.
  Questo rinnovamento ha quindi una importanza ecumenica singolare. I vari modi poi attraverso i quali tale rinnovazione della vita della Chiesa già è in atto - come sono il movimento biblico e liturgico, la predicazione della parola di Dio e la catechesi, l'apostolato dei laici, le nuove forme di vita religiosa, la spiritualità del matrimonio, la dottrina e l'attività della Chiesa in campo sociale -  vanno considerati come garanzie e auspici che felicemente preannunziano i futuri progressi dell'ecumenismo.
  Poi, a lungo, tornò ad essere sconveniente.
  Ed ora la si sente di nuovo.
  Parlo di come divenni adulto perché, come ieri, voglio rivolgermi ai giovani adulti che sono nati negli anni ’90  o poco prima. Si tratta di persone colte, che hanno avuto un’istruzione superiore. Spesso noi, più anziani, lo dimentichiamo.  Un diciottenne di oggi ha, ad esempio, dei ricordi degli insegnamenti di storia molto più vivi dei miei e, soprattutto, ha ricevuto insegnamenti più estesi, in ogni campo. Io, però, a differenza dei giovani a cui mi rivolgo, sono stato personalmente testimone di una parte di storia, molto importante, che si è svolta prima che loro nascessero. Questo può rendere il mio punto di vista più interessante, anche se va sempre integrato con i punti di vista di altri testimoni. Come insegnava la filosofa, giornalista e scrittrice Hannah Arendt, nessuno da solo, senza compagni, può avere un panorama realistico della realtà: lo si ha solo confrontando memorie ed esperienze.
  Non sempre la cultura religiosa viene affrontata come merita nell'insegnamento scolastico. Spesso lo si fa distrattamente, svogliatamente o addirittura si soprassiede. Sono ancora vive molte questione controverse. Ci sono anche molti pregiudizi. E, infine, sembra che serva a poco, un po’ come certe lingue morte, il greco o il latino.
 In particolare, in religione non si ha sempre il senso dello sviluppo storico, e spesso proprio non lo si conosce. Le nostre collettività di fede hanno avuto una lunga storia, secondo i tempi dell’umanità naturalmente, perché paragonata ai tempi dell’Universo è meno di un battito di ciglia. E addirittura i fisici sono convinti che il tempo non esista veramente, che sia una nostra illusione cognitiva. Dobbiamo arrivare a convincerci di questa realtà paradossale che ci viene spiegata dalle scienze contemporanee; ma anche se il tempo non esiste realmente,  sicuramente la storia esiste: infatti la nostra umanità non è stata sempre la stessa. Non solo perché è cambiata la gente, nella successione delle generazioni (la nostra è una specie a vita breve, come ricorda  Carlo Rovelli nell’interessante libretto divulgativo Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, che ho citato l’altro giorno), ma perché è cambiata la cultura dell’umanità, intesa come: un insieme complesso che include la conoscenza, le    credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e         abitudine acquisita dall'uomo come membro della società" (così secondo E.B.Taylor in "Primitive Culture" -la cultura dei primitivi-, Murray, Londra, 1871, citato da Bruno Secondin, Messaggio evangelico e culture - Problemi e dinamiche della mediazione culturale, Edizioni Paoline, 1982).
 A volte, invece, quando ci si riferisce alla nostra storia di fede, sembra che si sia arrivati in un battito di ciglia ai nostri giorni. Ma non è stato così. La ragione per cui spesso, ad esempio a catechismo, si sorvola su duemila anni di storia è che sembra essere imbarazzante fare i conti con i cambiamenti che ci sono stati, in tutto, ed anche nelle questioni centrali della nostra fede. Si vuole sostenere che si è stati fedeli al passato non cambiando nulla dell’essenziale e allora si sorvola anche su ciò che non è considerato tale. In fondo, se non è essenziale, perché perderci tempo sopra? Lasciamo certe cose agli specialisti.
 Eppure, tenetene conto, cose come la democrazia, la questione femminile e la giustizia sociale hanno strette relazioni con l’essenziale. Basti pensare, quanto al primo tema, che il primo moto democratico moderno fu quello dei rivoluzionari nordamericani che presentarono la loro Dichiarazione di indipendenza da una monarchia europea, che esprimeva un’autorità sia civile che religiosa, come la conseguenza del fatto che gli essere umani fossero creati uguali.
  Se consideriamo l’evoluzione del nostro modo di vivere collettivamente la fede dal primo secolo della nostra era ad oggi, vediamo che una svolta importante si ebbe nel quarto secolo, quando la nostra fede divenne questione di stato e in particolare la cultura ispiratrice dell’ideologia politica del tempo. Da quel momento la politica fu sempre strettamente collegata alla nostra esperienza religiosa e, per certi versi, lo è tuttora. Parallelamente si svilupparono varie correnti propriamente di spiritualità, che accentuavano ora l’uno ora l’altro aspetto dei tanti modi in cui la fede può essere vissuta, impersonata. Spesso entrarono in conflitto con la religione come cultura politica, come questione di stato.  In Italia questo accadde in modo spettacolare nell’Ottocento, al tempo in cui fu realizzata, in un processo culturale, politico, sociale e militare, l’unità nazionale, che ebbe compimento con l’abolizione del regno pontificio nel centro  della Penisola. Ma problemi del genere si ebbero anche in un periodo storico a noi più vicino e che possiamo inquadrare tra l’inizio del Concilio Vaticano 2°, nel 1962, all’elezione del Wojtyla a papa, nel 1978, quindi all’epoca del Concilio e del primo post-Concilio.
 In quell’arco temporale era vivissimo l’interesse, ma erano anche accese le controversie, su come l’esperienza collettiva di fede dovesse influire nelle questioni politiche.  A quei tempi, nel 1969, l’Azione Cattolica, al termine di un impegnativo processo democratico (ed era sostanzialmente la prima volta che accadeva a questo livello, nel configurare come l’istituzione laicale doveva essere, in una sorta di rifondazione) fece quella che venne definita scelta religiosa, che sostanzialmente significò il rifiuto di essere il docile strumento dell’azione politica del papato.  In quel momento vennero al pettine, come si dice, nodi culturali millenari, perché, voi giovani ne avete una memoria più viva della mia perché questa storia l’avete studiata da poco, il papato, dall’Undicesimo secolo, era stato un protagonista della politica europea e, aggiungo, voleva rimanerlo almeno per ciò che riguardava gli affari italiani.
  Ancora oggi è ostico per molti nostri capi religiosi accettare che, nelle questioni politiche e sociali, i fedeli compiano le loro scelte con autonomia, formandosi un’opinione anche imparando e dialogando tra loro nelle nostre collettività di fede, ad esempio nelle parrocchie: questo era stato l’auspicio dei saggi del Concilio. Ma questo era stato appunto uno dei punti centrali del lungo moto di rinnovamento che infine, con l’ultimo Concilio, divenne propriamente di riforma.
 In un certo senso invece, gli ultimi trent’anni della storia religiosa italiana possono essere interpretati come un tentativo, riuscito, di sopire ogni moto di rinnovamento. E’ un’epoca in cui in molte cose l’imperativo è parso essere quello della restaurazione. Ma, in realtà, si è trattato di qualcosa di più complesso, soprattutto nel magistero del Wojtyla. Si aveva orrore del passato e si cercò di riprodurlo depurato dal tanto male che c’era stato. Ma questo non è mai possibile nelle cose dell’umanità, perché il male del passato non è  veramente separabile dal contesto culturale che lo ha prodotto.  Il rinnovamento per essere efficace deve essere veramente tale, deve quindi, sempre,  superare il passato. In un libro del sociologo Zygmunt Bauman che vi  consiglio di leggere,  Voglia di comunità,  Laterza, 2001, attualmente in commercio, ho trovato questa citazione di un celebre pensiero del filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940):
  C’è un quadro di Paul Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. i suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Il suo sguardo è rivolto al passato. Laddove noi percepiamo una catena di eventi, egli vede un’unica catastrofe che continua a provocare distruzione su distruzione le cui macerie ricadono ai suoi piedi. L’angelo vorrebbe restare, ridestare i morti e ricostruire quanto è andato distrutto. Ma dal Paradiso si scatena una tempesta, il vento gli gonfia le ali con violenza tale da impedirgli di richiuderle. La tempesta lo spinge con forza irresistibile nel futuro cui egli volge le spalle, mentre il cumulo di macerie ai suoi piedi raggiunge dimensioni stratosferiche. [da W.Benjamin, Tesi di filosofia della storia - Angelus Novus].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli