INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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venerdì 22 dicembre 2023

Parrocchia e territorio

 

Parrocchia e territorio

 

 Secondo il Codice di diritto canonico la parrocchia è un ente territoriale.

 

Canone (=articolo) 518 - Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda tutti i fedeli di un determinato territorio; […] 

 

 La definizione è legata all’esercizio dei poteri gerarchici del parroco sulla popolazione di un certo territorio come espressione di sovranità. Si cade in quel dominio per il fatto di abitare stabilmente nel suo territorio, senza necessità di aderirvi. Il fine della territorialità è il governo della popolazione del territorio. E’ come per lo stato.

  Gli enti territoriali sono in genere organismi a fini generali: si occupano di tutto ciò che riguarda la popolazione soggetta a loro potere.  Una ASL o la filiale di una banca, pur istituiti per la gente in un certo territorio, non sono enti territoriali né enti a fini generali.

 Vista sotto l’aspetto di comunità  la parrocchia  è solo soggetta a quel potere gerarchico. Allo stato, la comunità parrocchiale non può parteciparvi in nessun modo, né direttamente né attraverso organismi rappresentativi. Considerata in base alla sua forma di governo, la parrocchia è ancora una monarchia assoluta.

  Poi c’è la pastorale, che è definita tale per distinguerla dal lavoro di definizione degli enunciati relativi alla nostra fede la cui accettazione è condizione per l’appartenenza alla Chiesa. Riguarda non tanto i servizi,  per quanto venga praticata anche come tale, ma il lavoro di costruzione di comunità organizzate secondo il vangelo, che si fa in primo luogo seguendo gli insegnamenti di vita del Maestro: facendo formazione e assistenza solidale e misericordiosa. Poi viene quello che si è imparato in seguito, per così dire strada facendo: liturgia e animazione sociale, in essa compresa quella politica. Al centro dell’esperienza di vita cristiana, intesa come quella al seguito  del Maestro, vi è la conversione, intesa come cambiamento profondo di mentalità riguardo al Fondamento soprannaturale, al senso della propria vita e alle relazioni nelle società in cui si è immersi, non tanto e comunque non solo come adesione a una religione formalizzata, in particolare a quella nostra. La pastorale, nel complesso, si propone di crearle un contesto psicologico e sociale favorevole, sorreggendo le persone nelle difficoltà che incontrano su quella via e aiutandole a ritrovarla quando la smarriscono. Un tempo anche da questa missione la comunità parrocchiale era sostanzialmente esclusa, perché la si vedeva strettamente legata al potere gerarchico. Da dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) questo è cambiato e tutte le persone di fede sono esortate a collaborare, quale che siano il loro stato di vita e i loro legami gerarchici. E’ in questo quadro che avvenne l’istituzione dei Consigli pastorali largamente partecipati, e quindi anche quella dei Consigli pastorali parrocchiali.

  Storicamente la comunità precedette la gerarchia, e di solito nell’edificazione delle società è così che accade. Più precisamente una gerarchia sociale emerge sempre da un contesto comunitario e ne dipende nella sua evoluzione.  Gerarchia  nel senso originario è un potere pubblico sacralizzato, nel senso di voluto da una divinità. Un potere, dunque, che scende dall’alto e che può dispiegarsi in più posizioni in una scala discendente, nella quale ogni grado ha l’autonomia che gli concede quello superiore, al quale deve rispondere. Un potere che è strutturato per resistere alla spinta comunitaria per il cambiamento, e questo per dare stabile coerenza alle relazioni sociali. In questo senso, deprivato di elementi propriamente sacrali, la parola viene utilizzata nelle scienze del diritto pubblico e, nella pratica ecclesiastica, si segue la loro cultura, come descrizione dei fenomeni organizzativi e delle relazioni tra diversi uffici. Rimane sempre una certa tensione tra le comunità e le gerarchie che vi si sono insediate. Più precisamente le comunità tendono a cambiare le loro gerarchie, nello stesso modo in cui dalle loro consuetudini e concezioni emergono il diritto (che non è mai  solo un atto dell’autorità) e le stesse gerarchie.

  Parlo di certi fatti che riguardano anche la società ecclesiastica e le sue gerarchie senza mettere di mezzo la teologia, perché  non sono un teologo. Mi limito a descrivere le dinamiche gerarchiche e comunitarie per come mi è dato di osservarle. Questo è il modo corretto di procedere nel progettare e costruire ordinamenti sociali a sfondo comunitario, quindi volti ad ottenere una condizione di benessere sociale mediante una diffusa collaborazione della gente. Nel caso invece che si voglia progettare un’azienda, si dovrà fare diversamente.

   Le gerarchie originano da comunità e queste ultime, a loro volta, si formano nelle popolazioni per via culturale. La cultura, in questa accezione, è l’insieme delle consuetudini, concezioni, tecnologie, riti, elementi linguistici, che si affermano in una popolazione in modo tale che i suoi membri se ne sentano obbligati e vengano a costituire una tradizione con caratteri di costanza di generazione in generazione. Le religioni, in questo senso, rientrano nella cultura delle comunità. Queste ultime assumono i connotati di società quando nella loro tradizione  si affermano gli ordinamenti, vale a dire regole sufficientemente condivise per stabilire chi e come comanda. Gli esseri umani, ad un certo punto della loro evoluzione, in quanto  viventi  sociali  hanno preso a costituire, animare e governare società sempre più complesse. 

  Gerarchie sono sempre presenti negli ordinamenti sociali. Quando riconoscono ed esplicitano la loro origine comunitaria, mediante miti, riti, procedure e, in particolare, riconoscano e ammettano limiti al loro potere per via partecipativa, assumono carattere democratico. Caratteristica principale degli ordinamenti democratici  è di non ammettere nessun potere senza limiti, in particolare derivanti da procedure partecipative. In democrazia non può esistere nessun potere sacralizzato, nel senso di intangibile perché derivato dalla volontà soprannaturale. Le è quindi indispensabile la secolarizzazione, che non significa ateismo o agnosticismo o materialismo, ma solo la consapevolezza dell’origine reale di ogni potere sociale. Tuttavia anche in regimi democratici continua la produzione dei miti sociali, i quali, anzi, dalla metà del secolo scorso hanno acquisito grandissima rilevanza quali ulteriori limiti agli stessi poteri partecipativi. Il sistema dei diritti umani fondamentali si basa su miti sociali. E questo, tuttavia,  senza comportare sacralizzazione, perché a loro fondamento non viene posta alcuna divinità. A presidio di quei diritti, che costituiscono un limite allo stesso potere democratico, negli ordinamenti politico istituzionali delle democrazie avanzate dell’Occidente, come è ancora quella italiana, vi sono le Corti costituzionali, che, a ben vedere, svolgono nei regimi democratici lo stesso ruolo dell’Ordine sacro nella nostra Chiesa. Lo stesso potere di revisione costituzionale risulta esserne limitato: la nostra Corte Costituzionale, ad esempio, ritiene che in nessun modo, con nessuna procedura e maggioranza, potrebbe essere abrogato il principio di uguaglianza tra le persone.

  Nella nostra Chiesa, per un complesso di ragioni delle quali qui non mi occupo, si ritiene essenziale la presenza di poteri sacralizzati, che sono espressi dai chierici legati all’Ordine sacro e investiti mediante riti sacramentali. Dunque una democrazia in senso proprio non è al momento realizzabile in tutto in questo ambito, per quanto in linea di principio non sia incompatibile con la vita comunitaria cristiana, come dimostrato dalle Chiese cristiane storiche che la praticano, e tenendo conto che anche nella democrazia, come ai tempi nostri la si concepisce, non tutto è nelle mani delle maggioranze. Si parla tuttavia di sinodalità per delimitare meglio gli ambiti di quel potere sacralizzato, che è definito potestà perché esercitato per una funzione sacra e al servizio di una missione data dal Cielo e non nell’interesse di chi ne è investito o della sua cerchia, distinguendo degli spazi di maggiore condivisione nei quali possa esprimersi l’elemento comunitario che anche nelle Chiese è sempre  generativo delle forme di esercizio del potere, anche se  storicamente ad un certo punto se ne perse consapevolezza.  A quell’epoca, quindi, per Chiesa  si intesero solo i chierici, quindi i membri dell’Ordine sacro, e i religiosi, quindi monaci e frati, mentre tutta l’altra gente stava come appiccicata ad essi, come elemento non essenziale. Sotto questo profilo, durante il Concilio Vaticano 2° si tornò alle più antiche concezioni delle origini (la gerarchia ecclesiastica cominciò ad emergere solo verso la fine del Primo secolo, il monachesimo dal Terzo secolo e non vi furono frati prima del Dodicesimo).

   Negli organismi ecclesiastici sinodali, gerarchie ecclesiastiche e comunità entrano in relazioni collaborative riconoscendo di non poter fare a meno le une delle altre, applicando il principio “Non solo da noi, ma non senza di noi”. L’inclusione è essenziale nella sinodalità, anche se purtroppo storicamente molto raramente è stata praticata così e allora si è fatto ricorso a molta violenza.

 Lo sviluppo della sinodalità ecclesiale contemporanea, a differenza dei secoli passati, è senz’altro legato allo sviluppo della cultura democratica, in particolare nell’Europa occidentale. Le autocrazie totalitarie sacralizzate sono diventate molto ostiche per gli europei occidentali, che se ne sentono umiliati non vedendovi l’espressione della volontà superna.  In questo la teologia del Popolo di Dio seguita dai saggi del Concilio Vaticano 2° è invecchiata presto: ha segnato indubbiamente lo sforzo di mutare la precedente ideologia totalitaria, ma, nel tentativo di ottenere il più ampio consenso nelle assemblee conciliari, ha accostato elementi che si sono rivelati incompatibili, mantenendo un diritto sostanzialmente totalitario e non in linea con la nuova teologia comunitaria. Il processo sinodale attualmente in corso, che coinvolge tutte le Chiese cattoliche del  mondo e anche la Chiesa italiana al suo interno, è il tentativo di arrivare a una sintesi più sostenibile, senza intervenire sulla dogmatica promulgata negli anni Sessanta dall’ultimo Concilio Vaticano.

 Si vuole partire da tirocini pratici, per fare esperienza di nuove relazioni ecclesiali prima di tracciare programmi e ordinamenti. Si dovrà sicuramente proseguire a lungo, e la seconda sessione dell’Assemblea del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità, programmata per l’ottobre del prossimo anno, sicuramente si rivelerà solo una tappa, sia pure importante, di questo processo.

  Papa Francesco vuole che le parrocchie romane siano profondamente coinvolte in quello che si sta sperimentando, svolgendo il ruolo di apripista: questo il senso del nuovo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali  della Diocesi di Roma, che lui stesso ha firmato lo scorso 8 settembre (mentre nel nuovo ordinamento del Vicariato di Roma, l’organismo di vertice della Diocesi, è scritto che ordinariamente deve essere emesso dal Cardinal Vicario, con il consenso del Consiglio episcopale, che ora  è presieduto dal Papa).  Ne deriva una grande responsabilità per noi fedeli romani.

  Dunque è importante capire bene di che si tratta, anche se per la gran parte di noi si tratta di cose nuove.

  Suscitare nel territorio della nostra parrocchia una vera comunità, anche se articolata in tante componenti (giovani, adulti, anziani, legati a varie tradizioni di spiritualità e culturali ecc.), nella quale tuttavia si riconosce di non voler fare a meno degli altri e ci si dà da fare, non si viene solo come spettatori: questo il vero scopo della sinodalità che si vorrebbe praticare. Quindi non il governo della popolazione del nostro territorio, né l’amministrazione dei beni parrocchiali.

  Questo comporta coinvolgere, includere, avvicinare: un compito che può non risultare facile, perché non siamo formiche o api, ma esseri umani, ciascuna persona con mente e volontà propri. Il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale  dovrebbe fungere da catalizzatore del processo.

Mario Ardigò – Azione  Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli

 

 

 

 

giovedì 21 dicembre 2023

Fare comunità parrocchiale

Fare comunità parrocchiale

 

   Secondo il Codice di diritto canonico, al canone (è l’equivalente degli articoli dei nostri codici) 515, la parrocchia

  […] è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell'àmbito di una Chiesa particolare, la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore.

  Definiamo comunità una popolazione con relazioni sociali più forti ed elementi culturali condivisi, in essi compresi miti sociali. Un mito è sociale quando è volto ad organizzare la vita collettiva dandole ordine, prevedibilità e gerarchia.

  Fino al 1983, anno in cui entrò in vigore l’attuale Codice di diritto canonico, la parrocchia era considerata solo la circoscrizione territoriale del potere gerarchico del parroco. Se ne cambiò la definizione per adeguarla alla teologia ecclesiologica seguita dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti – Lumen gentium del Concilio Vaticano 2º (1963-1965), basata sulla concezione della Chiesa come «comunità di fede, di speranza e di carità, quale organismo visibile, attraverso il quale diffonde per tutti la verità e la grazia» [si veda al n.8 di quella Costituzione:

https://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_const_19641121_lumen-gentium_it.html

  Nella Costituzione apostolica Nella comunione delle Chiese – In ecclesiarum comunione, promulgata da papa Francesco il 6 gennaio 2023 e riguardante la riforma della struttura della Diocesi di Roma, si riecheggia quella definizione:

 

Art. 24

Ove non fosse ancora costituito, ogni parrocchia dovrà dotarsi obbligatoriamente del Consiglio Pastorale Parrocchiale, organismo ordinario della comunione ecclesiale, del discernimento comunitario e della corresponsabilità. Esso, nella sua varietà di membri, ministeri e carismi, ha il compito di progettare, accompagnare, sostenere e verificare l’attività pastorale della comunità parrocchiale. Inoltre, si costituiscano, con le medesime finalità allargate, i Consigli Pastorali di Prefettura e di Settore, assicurandosi di dare voce a tutte le rappresentanze del popolo di Dio. Il Consiglio Pastorale Parrocchiale sarà presieduto dal Parroco, quello di Prefettura dal Prefetto, e quello di Settore dal Vescovo Ausiliare. I consigli pastorali sono composti da membri d’ufficio, membri eletti e membri cooptati che operano nella pastorale parrocchiale, di Prefettura e di Settore, secondo quanto stabilito nei rispettivi Statuti, approvati dal Cardinale Vicario col consenso del Consiglio Episcopale. Si abbia cura di convocarli almeno due volte l’anno.

 

 Nella terminologia giuridica, ma anche sociologica e teologica, l’organismo è una struttura sociale formata da più parti tra loro coordinate ed interdipendenti che ha come scopo una   certa funzione pubblica, vale a dire non nell’interesse esclusivo suo o delle persone che vi collaborano. Il termine richiama l’analogia con gli organismi biologici, ma essa può essere fuorviante, perché gli organismi sociali sono strutture sociali formati da persone, con proprie menti e volontà. Gli organismi viventi inevitabilmente muoiono, mentre gli organismi sociali sono fatti per superare il limite della morte dei viventi, rendendo stabili di generazione in generazione certe caratteristiche delle società di riferimento.

 

  La parrocchia è comunità od organismo?

  È una questione teologica molto delicata, sulla quale non mi soffermo.

   Le sue strutture istituzionali sono ora certamente configurate come organismi, in particolare il suo Consiglio pastorale parrocchiale. Anche come comunità lo è, però in relazione alla missione di diffondere la verità e la grazia. Ma,  considerata  nelle relazioni di vita sociale della sua popolazione non lo è perché non ha uno scopo fuori di sé: sotto quell’aspetto è comunità perché siamo viventi e sentiamo il bisogno di costruire comunità; è dunque comunità per fare comunità.

  Naturalmente la realtà della parrocchia, come la possiamo osservare accostandola più da vicino, è quella di un organismo che tende a trasformarsi in comunità, ma che, per ora, è più che altro una struttura relazionale tra diverse comunità, in particolare di quelle che l’abitano. In relazione alla finalità di fare della parrocchia una comunità il Consiglio pastorale parrocchiale è l’organismo per cercare di raggiungerla. Per questo nel nuovo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali della Diocesi di Roma il Consiglio è definito «strumento di comunione e corresponsabilità», quindi strumento per fare comunità (e mantenerla tale dopo averla costituita).

  La parrocchia come espressione del potere ecclesiastico gerarchico risente dell’idea, trasfusa anche nella Costituzione della Repubblica italiana, all’art.7,  che la Chiesa italiana eserciti una propria sovranità sugli italiani, che quindi sia un potere pubblico al quale si è soggetti che lo si voglia o non. Questa fu la situazione reale fino agli scorsi anni Sessanta. Ora non più. Più che altro la parrocchia appare da tempo come un’azienda per vari servizi religiosi, liturgici, formativi, assistenziali. Non centro di potere, salvo che nel disporre del proprio patrimonio come altri soggetti privati, e neanche comunità in senso effettivo. Un’azienda con pochi addetti, sia dipendenti che volontari, forse una trentina di persone. Sotto questo profilo il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale, i cui membri,  venticinque,  secondo lo Statuto dell’8 settembre 2023 devono essere stabilmente operanti in parrocchia (art.11), potrebbe esaurire, almeno nella nostra parrocchia tutte le persone in essa stabilmente operanti: ce ne sono poche oltre quel numero.

  Il principale scopo del nuovo Consiglio non è il governo della parrocchia ma il suscitare in essa una comunità, che oggi non c’è. Spingere, insomma, la gente ad aderire, dove oggi semplicemente ricade nel territorio della parrocchia perché vi dimora stabilmente e si serve dei suoi servizi pastorali per ragioni di comodità, perché è il tempio di prossimità.

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

  

 

 

 

 

 

mercoledì 20 dicembre 2023

Consiglio pastorale parrocchiale: idee per iniziare in concreto

Consiglio pastorale parrocchiale: idee per iniziare in concreto

 

 L'applicazione di un nuovo Statuto, dato a una comunità dall'alto e da fuori, richiede sempre una certa dose di creatività, soprattutto quando molte cose non sono precisate, come accade con quello del settembre scorso per i Consigli pastorali parrocchiali della Diocesi di Roma.

  Nel caso della nostra parrocchia le difficoltà sorgono proprio al principio, sulla via da seguire per cominciare.  Infatti da anni il nostro Consiglio pastorale parrocchiale non si riunisce più ed è possibile anche che, per varie ragioni, chi ne faceva parte non sia più disponibile. Riesumarlo o partire da zero? 
 Nel primo caso il problema è che è possibile che non ci sia più chiara memoria di chi lo componeva. A ciò che ho saputo, c'era un po' di confusione nelle riunioni, alle quali partecipavano i nominati ma anche altre persone. Non è sbagliato in linea di principio consentire la presenza di altra gente oltre ai membri nella fase in cui ci si informa e si fa il punto della situazione, ma quando si discute per deliberare e al momento in cui si decide è consigliabile che prendano la parola e votino solo i nominati.  Nello nuovo Statuto è prevista la tenuta di un registro dei verbali e la verbalizzazione delle sedute, affidate al Segretario. All'inizio del verbale è buona norma menzionare chi tra consiglieri è presente e l'eventuale partecipazione di invitati o di un pubblico di altri fedeli. Gli invitati possono parlare nei limiti in cui la presidenza lo consenta, il pubblico può solo assistere.

 Secondo il vecchio Statuto del 1994 il Consiglio durava tre anni (ora quattro), dunque il vecchio Consiglio è ormai scaduto. Poiché non è stato rinnovato alla scadenza triennale, potrebbe considerarsi che si trovi in regime di proroga tacita, che è in genere il principio che regola la rinnovazione degli organi degli enti, quando non si provveda tempestivamente a nominarne i titolari. In questo caso il vecchio Consiglio potrebbe curare le procedure per la scelta dei nuovi membri elettivi, che richiede la convocazione di assemblee generali, quelle per la scelta dei rappresentanti di tutti i fedeli, o settoriali quelle per la scelta delle altre rappresentanze elettive. Altrimenti deve provvedere a tutto  il parroco. Nello spirito di sinodalitá sarebbe preferibile riesumare il vecchio Consiglio, anche per stabilire una sorta di continuità tra il vecchi e il nuovo organismo. Il Consiglio uscente potrebbe anche approvare un documento in cui si fa memoria della storia passata e della fase di transizione alla nuova consiliatura, esplicitando i criteri ai quali ci si è attenuti per organizzarla.

 Tuttavia il vecchio Consiglio, costituito in un’altra era della parrocchia si era rivelato ingestibile. Allora si potrebbe pensare all’altra via.

 Nel caso provveda il parroco, potrebbe iniziare nominando i membri di diritto, il Segretario e gli altri, in misura inferiore al terzo del totale, la cui scelta compete a lui solo. In questa composizione ridotta il Consiglio potrebbe organizzare le procedure per la scelta dei membri elettivi.

  Il nuovo Statuto per la scelta dei membri elettivi richiede assemblee settoriali dei preti e degli istituti religiosi presenti nella parrocchia, dei rappresentanti dei servizi pastorali parrocchiali, dei rappresentanti dei gruppi ecclesiali e dei giovani e, infine un’assemblea generale dei fedeli.

  Le assemblee dei giovani e dei fedeli presentano problemi perché nello Statuto non è precisato chi ha titolo a parteciparvi.

 Il Direttorio per i Consigli di Comunità pastorale [unità pastorale composta da più parrocchie] e parrocchiali della Diocesi di Milano del 2019, https://www.chiesadimilano.it/wp-content/uploads/sites/83/2019/04/Direttorio-per-i-Consigli-parrocchiali-e-di-Comunit%C3%A0-pastorali-2019.pdf un documento molto completo è tecnicamente preciso, stabilisce che siano elettrici le persone battezzate maggiorenni [per il Codice di diritto canonico si diventa maggiorenni a 14 anni] domiciliate nel territorio della parrocchia o stabilmente operanti in essa [dando così rilievo ai parrocchiani d’elezione]. In altre Diocesi si è consentito il voto anche alle persone battezzate che abbiano compiuto quattordici anni. A Milano è prevista in dettaglio una procedura elettorale (per i membri elettivi) per liste contrapposte, mediante schede elettorali. Nel nuovo Statuto questo non è previsto: ci si dovrebbe riunire in assemblea dove ci si può candidare e i fedeli esprimono le loro adesioni [art.8]. Per la scelta dei rappresentanti di preti, religiosi, servizi, pastorali e gruppi [due consiglieri per ciascun settore] non vedo problema a procedere in quel modo, in quanto si sceglie in pochi. Problemi possono sorgere per l’elezione dei di rappresentanti dei giovani e dei tre rappresentanti della  comunità dei fedeli [e sembra che la si intenda composta escludendo  preti e religiosi e giovani] perché in teoria potrebbero presentarsi in molti. In base all’ultimo censimento e alle percentuali dei praticanti tempo fa ho calcolato in circa un migliaio le persone parrocchiane che potrebbero voler prendere parte alle procedure. In realtà, poi, dobbiamo aspettarci che vengano più che altro quelle sollecitate dai gruppi, a meno di non lavorare qualche mese per cercare di coinvolgerne anche  altre.

  Agli incontri sinodali che abbiamo svolto nella primavera dell’anno passato si sono presentate, almeno ai primi, una quarantina di persone e neanche tutte le persone laiche coinvolte nella pastorale. Fino a un centinaio di persone si può decidere in assemblea senza schede.

  Non abbiamo un registro dei parrocchiani, analogo a quelli dei battezzati e dei matrimoni.

  Si potrebbe pensare a una fase in cui ai parrocchiani che intendano partecipare alle lezioni si chieda di registrarsi in modo da poter vedere chi sono e valutare se possono farlo. E poi bisogna stabilire quando si diventa giovani e fino a quando lo si rimane e se i giovani possono partecipare anche alla scelta dei rappresentanti della comunità dei fedeli e viceversa.

  A Milano di questi problemi si occupa la Commissione elettorale del Consiglio uscente, organi che rimane in carica fino all’insediamento dei nuovi Consigli. Nel nostro passato Consiglio, che più che uscente si è dissolto, non c’era una commissione elettorale perché non prevista dallo Statuto Ruini del 1994 (e non lo è nemmeno in quello nuovo). Nell’ipotesi che si inizi con i consiglieri nominati dal parroco, essi potrebbero costituire una commissione per l’organizzazione delle assemblee per la scelta dei membri elettivi, per risolvere tutte le questioni di cui sopra.

  I passati Consigli aveva il potere di approvare un regolamento in materia,  che doveva essere approvato dal vescovo ausiliare di settore. La disposizione non è stata riprodotta nell’ nuovo Statuto, ma dal fatto che agli articoli 8 e 26 si prevede l’organizzazione di assemblee parrocchiali, difficilmente lo si potrà fare senza mettersi d’accordo sulle relative regole. In mancanza di consiglieri deve provvedervi il parroco, mentre nel caso che il Consiglio inizi con i soli membri scelti dal parroco, sarà esso a provvedere.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

  

   

 

lunedì 18 dicembre 2023

Prendere sul serio,la sinodalità

 Prendere sul serio la sinodalità

 

     Gli organismi biologici nascono e muoiono, così è la vita. Le società umane sono costruite per superare questo limite. Per riuscirci, però, devono trasformarsi. Se non lo fanno muoiono anch’esse. Però quelle più evolute e popolate in genere vanno incontro a metamorfosi radicali e permangono in diversi ambienti culturali. Così senz’altro elementi degli antichi culti mediterranei sopravvivono nelle nostre pratiche religiose. Ma le trasformazioni delle culture e delle società dell’Europa occidentale sono state così vertiginose che difficilmente quel processo di spontaneo adattamento si ripeterà. Le persone più avvedute se ne sono rese ben conto, e tra esse i gesuiti, e ci avvertono che il voler fare come s’è sempre fatto è una scelta miope, anche se può confortare le psicologie delle persone più anziane. Ma nella nostra parrocchia abbiamo qualche difficoltà a capirlo. Per questo a chi vorrebbe cominciare a lavorare sulla sinodalità si risponde “vedremo… parliamone”, e poi tutto finisce lì.

  Non è colpa dei preti, che fanno quello che possono e sanno. Sono pochi, specialmente in un contesto di quartiere in cui si sono stabilite tra noi molte nuove famiglie con bambini che premono per dare ai figli una formazione etica di base, per cui c’è molto da fare. Mi pare che sbaglino nel voler fare e controllare tutto loro: è chiaro che così non arrivano.  Ma evidentemente sono stati formati così, e ho letto e sentito molte critiche a come si lavora nei seminari sui giovani chierici. E’ tutt’altro rispetto a com’era negli anni ’70 in cui i giovani erano entusiasti sperimentatori, e a noi ragazzi piaceva così.

  I nuovi preti hanno poca familiarità con l’altra gente e tendono a diffidarne. Come fare sinodalità in un contesto simile? La sinodalità significa appunto fare spazio anche alle altre persone. È quello che si raccomanda nel nuovo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali della Diocesi di Roma. Dipende dalla riforma delle strutture diocesane disposta con la Costituzione apostolica Nella comunione delle Chiese- In ecclesiarum comunione dello scorso 6 gennaio,  che ci vuole sinodali a tutti i livelli.

  In parrocchia si parte da una situazione non sinodale, in cui tra i vari gruppi ci si guarda in cagnesco. Ogni fazione vorrebbe fare la parrocchia a modo suo. Intanto le persone giovani ci lasciano ancor prima della Cresima e allora si vorrebbe anticiparla più a ridosso della Prima Comunione, con il rischio che molte cose non si radichino in personalità ancora poco mature.

  Naturalmente quasi tutti gli sforzi, a parte la liturgia e i sacramenti, sono concentrati su bambini e ragazzi, perché con loro non si può aspettare, crescono velocemente. Però in materia di sinodalità bisognerebbe aprire un cantiere coinvolgendo  trentenni e quarantenni, esattamente l’età dei genitori  che ci portano i figli per il catechismo. L’altr’anno si è tentato di fare qualcosa tra loro,  ma, a cose fatte, mi pare che si sia incorsi in un clamoroso errore strategico, organizzando incontri per insegnar loro a fare i genitori. Così poi la cosa non mi pare aver avuto seguito. 

  “Ma tu, che mi fai tanto il grillo parlante, che contributo hai dato?”, mi si potrebbe chiedere. È una buona domanda, e concerne appunto, la sinodalità come ne parla Francesco. Non è così facile partecipare, nella nostra parrocchia, anche volendolo e dando quindi la propria disponibilità. Sono tutti molto cortesi, ma tant’è, si rimane fuori. In questo su scala ridotta  condivido, mi pare, la situazione in cui si trovò mio zio Achille, negli ultimi anni della sua vita, dopo che per tanti anni era stato ascoltato profeta e maestro nella nostra Chiesa. Insomma si va in direzione contraria alle linee guida in materia.

  Non dico che la sinodalità sia, in genere, cosa facile da realizzare, in particolare poi nella nostra parrocchia, dove è attiva una componente fondamentalista animata da molta gente che non abita tra noi e che, quindi, secondo il diritto canonico, non potrebbe essere annoverata tra i parrocchiani. Ma su questo è il Codice di diritto canonico ad essere obsoleto: non conosce i parrocchiani d’elezione, legati a una parrocchia diversa da quella di residenza, né la multiparrocchialità di chi frequenta più parrocchie. Ed è anche uno dei limiti del nuovo Statuto dei nostri Consigli pastorali parrocchiali.

  Il principio fondamentale che dovrebbe guidare la sinodalità parrocchiale penso dovrebbe essere quello per il quale la parrocchia è la casa di tutte le persone cristiane, quindi anche dei fondamentalisti e dei tradizionalisti, come degli spiritualisti estatici, dei  conciliari e, addirittura, dei cattolici democratici. Da esso consegue il ripudio dell’esclusione di una qualche componente, gruppo o persona solo sulla base di qualche caratteristica peculiare sgradita, se rimane l’adesione ai fondamentali sintetizzati nel Credo niceno-costantinopolitano che di solito si recita a messa. Ce l’abbiamo dal Quarto secolo è ancora può fare bene il lavoro per cui è stato pensato. Nella catechesi, invece, bisogna seguire gli orientamenti diocesani, non quelli del proprio gruppo o quelli ai quali si è legati nella propria spiritualità, perché il vescovo c’è proprio per questo. Tutto il resto è campo sinodale, in cui, innanzi tutto, bisogna cercare un modo non solo di coesistere, come si fa in un condominio in cui a parte le litigate in assemblea si sta ognuno per conto proprio, ma anche di rimanere vicini e solidali con spirito fraterno. Bisogna provarci e riprovarci, correggendosi sulla base dell’esperienza, senza desistere. Non è detto, naturalmente, che ci si riesca e che ciò che esce, anche quando qualcosa esce bene, sia frutto dello Spirito come dicono.  Volerei più basso, rispettando Colui  che soffia dove vuole e non è nelle nostre mani. Ci si può appassionare ed emozionare, ma non bisogna confondere questo,  che scaturisce dal nostro organismo come la fame, la sete e l’amore,  con il Fondamento.  Cerchiamo di non sopravvalutare mai l’opera delle nostre mani, che scopriremo sempre perfettibile.

  Negli incontri sinodali che abbiamo tenuto in parrocchia nella primavera dello scorso anno in genere abbiamo tenuto a dire che non sentivamo la necessità degli altri. Eppure ricordo bene che ogni  volta c’è stato anche chi ha proposto di continuare a vederci. È stato un peccato non aver colto quell’occasione…

Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

Discernimento comunitario

Discernimento comunitario

19-10-23

 

    L’altro ieri ho pubblicato il testo del discorso del cardinal Vicario dello scorso 29 giugno con la sintesi del lavoro sinodale sulla pastorale (l’azione sociale delle e nelle comunità di fede) svolto dal 2017 ed il programma per la prosecuzione della partecipazione della Diocesi di Roma ai processi sinodali iniziati nell’ottobre del 2021 che, destinati a trovare una sintesi a livello mondiale nella seconda sessione dell’Assemblea generale ordinaria sulla sinodalità del prossimo ottobre, nelle intenzioni di papa Francesco dovrebbero durare anche molto oltre. Bisogna dire che il Papa è molto anziano e quindi ci si può aspettare una sua successione nel giro di alcuni anni. È stato un legislatore prudente, per cui in genere di questa attività si è consapevoli solo tra gli addetti ai lavori, ma molto produttivo e creativo. Quest’anno, con la Costituzione apostolica Nella comunione delle Chiese – In ecclesiarum communione, promulgata lo scorso 6 gennaio ha rivoluzionato l’ordinamento giuridico della Dicesi di Roma, incidendo anche, da ultimo con il nuovo Statuto dei Consigli pastorali parrocchiali dello scorso 8 settembre, in quella delle parrocchie. Ha voluto che la sua Diocesi fosse all’avanguardia nel processo di riforma sinodale, ed oggi non mi pare che lo sia.

  L’autorità ecclesiale di un Papa verso la fine del suo ministero tende fatalmente a calare e quindi non penso che nelle parrocchie Roma e si assisterà a una vera effervescenza sinodale, in particolare per cercare di attivare i Consigli pastorali parrocchiali secondo il nuovo Statuto. I preti, anche i più giovani, alla sinodalità non sono stati formati, ma nemmeno l’altra gente di fede lo è stata e per i più mi pare che la vita religiosa consista essenzialmente nell’ andare a messa nei giorni festivi, anche se poi vi partecipa il 22% (dati 2017 da Roberto Cipriani, L’incerta fede, FrancoAngeli 2020). Quindi probabilmente non vedrò il nuovo Consiglio pastorale parrocchiale da noi a San Clemente. Quando qualche settimana fa il vescovo ausiliare di Settore,  venuto tra noi in visita pastorale, ne ha sollecitato l’istituzione, mi dicono che gli è stato risposto che senza un aiuto dalla Diocesi non ce la facciamo. La gente che frequenta la parrocchia è profondamente divisa nelle idee sulla religione, chi ha tempo e voglia di partecipare in parrocchia lo vuole fare secondo le proprie concezioni e quelle del proprio gruppo di riferimento e diffida di quelle delle altre persone. Mi raccontano che quando ci si riuniva in Consiglio pastorale si finiva per litigare. Del resto questo problema non è di oggi e, anzi, se ne trova menzione già negli scritti neotestamentari attribuiti a Paolo di Tarso, i più antichi di quelli raccolti nel Nuovo Testamento.

  Negli ultimi anni ha poi preso piede  vivere le consuetudini religiose come sostegno alla psicologia personale, nell’ottica della fede come medicina dell’anima. E questo anche se la nostra religione è sotto questo aspetto molto meno efficace di altre, perché molto centrata su colpevolizzazione e rimorso. In questo quadro chi cura la formazione è tentato ad improvvisarsi psicologo, ma l’improvvisazione in questo delicato campo non è mai consigliabile e può anche fare male, nonostante le buone intenzioni. È ciò che si constata nei movimenti di orientamento fondamentalista organizzati al modo di sette.

  Vediamo che il vangelo ha sempre meno credito in società: lo stiamo constatando, ad esempio, sul tema della costruzione della pace. Dipende dalla scarsa efficacia della nostra azione sociale, che è parte di quel campo che in gergo viene definito pastorale e che comprende anche liturgia, formazione e spiritualità, assistenza ai  bisognosi, relazioni interreligiose, cultura, sport, spettacolo. L’azione sociale comprende la partecipazione politica e quella all’animazione sociale. I problemi essenzialmente derivano dall’invecchiamento delle persone che praticano, dall’allontanamento delle persone più giovani che nella religione non trovano più  nulla di veramente utile per la loro vita, da una teologia comunitaria povera e irrealistica e infine dalla tendenza di clero e religiosi di fare tutto da sé e a considerare tutte le altre persone di fede più che altro come un gregge (mentre in Italia si è in genere insofferenti ad essere trattati come tali).

 I legami comunitari si sono molto allentati e in genere, a parte le persone che sono vincolate come chierici o religiosi, sono più che altro con gruppi particolari. Non si è abituati a vivere la parrocchia con spirito comunitario. Non ci si conosce, non ci si incontra veramente e non si sente nemmeno il bisogno di farlo. Non si è pratici di questo è quando ci si trova con persone diverse da quelle del proprio ambiente consueto non si sa che dire. Sono difficoltà che non vanno sottovalutate.

  Nella nostra fantasiosa teologia comunitaria, la via sarebbe quella, incontrandosi, innanzi tutto di pregare e fare silenzio, per ascoltare lo Spirito. Ma questo in realtà non basta, in particolare a costruire una mentalità e orientamenti condivisi, 

lavoro che viene anche chiamato discernimento comunitario. Che sarebbe poi capire la volontà superna e obbedirle.

  Questo è puro mito, e certamente di miti c’è bisogno per la costruzione delle società umane, non se ne può fare a meno, ma in società non ci determina con quelle dinamiche, ma con quelle proprie di tutte le società umane, in particolare secondo il contesto sociale e culturale di riferimento. Solo a posteriori in una certa azione sociale si può riconosce l’azione dello Spirito. È senz’altro non può essere considerato elemento decisivo la decisione dell’autorità gerarchica, tenuto conto del fatto che a posteriori essa è risultato non di rado assai poco spirituale e anche che, nell’ultimo Concilio, si è riconosciuto l’importanza del contributo anche dell’altra gente, in particolare in campo sociale. Piuttosto, un indice di sinodalità può essere visto nell’ampio e pacificato consenso comunitario, tenendo conto tuttavia che l’obiettivo dell’unanimità non è mai realistico, perché non siamo la società delle formiche. Bisogna accettare serenamente l’inevitabile pluralismo delle società umane, e quindi  anche della nostra Chiesa. Le concezioni organicistiche, che concepiscono la Chiesa come un corpo biologico, indubbiamente presenti nella Bibbia e che considerano il dissenso una malattia, presentano questo problema, come ci ha spiegato all’ultimo incontro del Meic Lazio un amico che è biologo ma anche professore di filosofia: in natura gli organismi muoiono. 

  Le società umane non funzionano come organismi biologici perché sono fatte per durare nonostante la brevità delle vite delle persone che le compongono. Mediante mito e diritto integrano le nuove generazioni e le contaminazioni culturali. Per fare società non basta far forza sulla psicologia personale e nemmeno sulla gerarchia nei poteri pubblici. Le società umane sono le risultanti di relazioni sociali tra gruppi e strati di popolazioni connotate da rapporti di forza e rese intelligibili da prassi dialogiche, sulle quali si costruiscono narrazioni. Si può osservare che il consenso comunitario produce sempre narrazioni, che poi, entrando in consuetudini comunitarie producono miti e diritto.

Mario Ardigó- Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 17 dicembre 2023

Perseverare nel tirocinio di sinodalità

 

Perseverare nel tirocinio di sinodalità

 

  Una riforma sinodale del modo di vivere nella nostra Chiesa ci è necessaria per svolgere bene la nostra missione che è quella di trasformare le società in cui siamo immersi o, detto con le parole del Concilio Vaticano 2°, ordinarle secondo Dio  [“Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio.” - dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti – Lumen gentium  n.31]. Da questo compito sono esclusi chierici e religiosi? Naturalmente no. In quel documento non si riuscì a superare l’idea,  non corrispondente alla realtà dei fatti, dei campi diversi di impegno, smentita comunque in altre parti di quello stesso documento e da altri documenti conciliari. In Italia, in particolare, abbiamo una grande tradizione di chierici impegnati nel sociale, tanto che il primo partito politico italiano di ispirazione cristiana, il Partito popolare italiano,  ebbe tra i fondatori e come primo segretario politico il prete Luigi Sturzo. L’idea di una democrazia cristiana  ebbe tra i primi teorici il prete Romolo Murri. Tra il 1942 e 1947 la Democrazia Cristiana, succeduta al Partito popolare italiano nel corso della caduta del regime mussoliniano, ebbe tra soci fondatori occulti, ma nemmeno poi tanto. la Segreteria di stato della Santa Sede, al tempo in cui vi lavorava Giovanni Battista Montini, poi divenuto papa Paolo 6° dal 1963. Quel partito egemonizzò il governo italiano fino al 1994 (dal 1993 riprendendo la precedente denominazione di Partito popolare).

  Di sinodalità si parla poco nella nostra parrocchia e, soprattutto, non la si pratica.

  Sinodalità significa un modo più partecipato, meno intimistico, di vivere la religione. Significa anche non chiudersi nel proprio piccolo mondo di persone amiche che la pensano tutti più o meno nello stesso modo.

  Andare d’accordo stando vicini non è mai facile, ma in particolare in religione, dove sono in questione i propri fondamenti esistenziali. In parrocchia di solito ci si ignora al di fuori delle proprie cerchie ristrette. A tenere tutto insieme sono i preti. E’ questo che va cambiato. L’età media dei fedeli è cresciuta molto e per gli anziani cambiare è più difficile. Così però accade che poi le persone giovani si allontano, perché la religione diventa inutile per loro.

  Ci sono ancora molte persone cristiane nei posti che contano in società, ma la capacità di influenzarla secondo il vangelo si è molto ridotta. Certo, è vero che c’è anche meno gente acculturata alla religione, ma c’è anche che la missione si è fatta poco efficace per il modo in cui si vive la fede.

  L’Azione Cattolica parrocchiale è uno dei luoghi in cui si vive realmente la sinodalità. Possiamo allora pensare di rendere un servizio ai parrocchiani aiutandoli a capirla e a farne tirocinio.

  Possiamo iniziare da ciò che il cardinal Vicario ha detto nel giugno scorso, riassumendo ciò che s’è fatto negli ultimi anni. Noterete che, nel corso del 2021, è intervenuto il Papa per imprimere un’accelerazione al processo. Nell’ottobre di quell’anno è stato iniziato il  cammino sinodale che vedrà un momento decisivo nel prossimo ottobre, alla vigilia dell’Anno Santo del 2025.

   De Donatis ha cercato di spiegare che cosa significa discernimento comunitario, un lavoro fondamentale nel vivere la sinodalità: significa cercare di intendersi alla luce del Vangelo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

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Linee guida per il Cammino Sinodale – Fase Sapienziale

2023-2024

 

Di seguito l’intervento del cardinale vicario Angelo De Donatis del 29 giugno 2023

 

“Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.” (Lc 24,31)


Carissimi,
 sento la necessità di ripercorrere con voi in modo breve alcuni dei passaggi vissuti come Chiesa di Roma negli ultimi anni, per poter meglio collocarci nel presente e per aiutarci a dare l’avvio all’anno pastorale che ci aspetta.

 Fare questo esercizio di memoria, far riaffiorare al cuore il ricordo di ciò che si è vissuto, non è dettato da un intento apologetico rispetto alle scelte compiute o dal bisogno di evidenziare una linea coerente e consequenziale. Al contrario, ciò che conta è il cammino effettivamente vissuto, con tutto il suo bagaglio di passaggi imprevisti, di ripensamenti ed arretramenti, di esperienze di crescita comunitaria ma anche di situazioni di disorientamento, di frattura e di conflitto. È comunque il cammino del Popolo di Dio che è in Roma, e questo cammino è un luogo teologico, direi, in cui si rivelano, come nella storia di Israele e della prima Chiesa, la fedeltà di Dio e insieme anche le miserie degli uomini.

 In accordo con quello che ci ha sempre detto Papa Francesco, abbiamo superato fin dall’inizio la logica dei piani pastorali annuali e dei convegni. È stata una decisione coraggiosa. Bisognava mettere in evidenza che al centro della missione della Chiesa c’è lo Spirito Santo e non la capacità umana di saper pianificare. È lo Spirito Santo la sorgente e il segreto motore dell’evangelizzazione, non la Chiesa, non noi. Sembra un’affermazione evidente, o addirittura scontata, ma non lo è affatto. Cambia tutto, se la prendiamo sul serio: implica uno sguardo radicalmente diverso sulla nostra vita pastorale e sulla realtà intera, e soprattutto esige e chiede alle nostre comunità uno stile e dei ritmi di cammino molto dlversi da quelli a cui siamo abituati, più centrati sulle tappe di maturazione a cui il Signore ci vuole portare e meno preoccupati delle iniziative da realizzare. Ciò che è fondamentale è sperimentare la sinodalità del Popolo di Dio, che cammina insieme aprendosi a tutte quelle situazioni, volti, voci che contengono un’ispirazione dello Spirito.

 Provo a riassumere quanto abbiamo vissuto.

 L’obiettivo del primo anno (2017-2018) è stato quello di verificare le malattie spirituali delle nostre comunità parrocchiali (grazie al secondo capitolo di Evangelii Gaudium, nella parte dedicata a “le tentazioni degli operatori pastorali”); la verifica è stata realizzata dal 70% delle parrocchie e si è conclusa con l’assemblea del 14 maggio 2018 nella Basilica di San Giovanni in Laterano. In quell’occasione abbiamo presentato a Papa Francesco la sintesi delle riflessioni emerse (l’autoreferenzialità, il pessimismo sterile e la guerra tra noi, sono state le malattie più segnalate) e il Papa ci invitò ad adottare un paradigma biblico, quello dell’Esodo, per il percorso dei sette anni, spiegandoci il senso e la bellezza di farsi illuminare da un paradigma biblico per il cammino.

 L’anno successivo le comunità parrocchiali hanno fatto memoria di come il Signore le ha guidate e fatte maturare nel tempo, attraverso i diversi passaggi della stagione postconciliare e lo hanno raccontato in assemblee parrocchiali e di Prefettura.

 Vi ricordate? Sull’esempio del Deuteronomio (Ricordati di tutto il cammino…) abbiamo cercato non di scrivere una “cronaca” storica, ma di sviluppare insieme, comunitariamente, uno sguardo contemplativo sull’opera che Dio ha compiuto nella Chiesa di Roma. Era un obiettivo ambizioso, se volete, ma alla portata delle nostre comunità, che venivano così aiutate non a raccontare fatti ma a discernere l’opera di Dio, a constatare che l’aiuto del Signore non era venuto meno nel tempo e che aveva senso continuare a confidare nella sua guida, a riconoscere nella fede le mille situazioni e anche le persone attraverso le quali Egli aveva parlato. In tantissime comunità, lo ricordo anche personalmente, abbiamo vissuto momenti intensi e ricchi. Inoltre nella Quaresima del 2019 abbiamo vissuto un forte momento di riconciliazione comunitaria, una richiesta reciproca di perdono, non solo tra le persone ma anche tra gruppi e associazioni ecclesiali, in modo tale che il riconoscimento reciproco della comune debolezza aprisse uno spazio maggiore all’azione della Grazia.

 Il 9 maggio 2019 Papa Francesco ha lanciato nella Basilica di San Giovanni in Laterano il cammino dei due anni successivi (2019-2021): abitare con il cuore la città, mettendosi in ascolto del grido dei giovani, delle famiglie, delle persone povere e fragili, un ascolto contemplativo che permettesse di cogliere la presenza di Dio nella città e nella vita delle persone. Il riferimento nel paradigma dell’Esodo era al terzo capitolo, quando Dio dice a Mosè nel roveto ardente di aver ascoltato il grido degli Ebrei e di voler inviare lui a liberare il Popolo.

 Richiamandoci il discorso di Firenze 2015, Papa Francesco ci raccomandò lo stile di questo ascolto e dialogo con tutti: umiltà, disinteresse e testimonianza della beatitudine dell’incontro con Gesù. In quell’occasione il Papa ci disse che la conversione missionaria non punta a creare una Diocesi più efficiente, ma a renderci più capaci di ascoltare lo Spirito, e questo significa accettare di essere “squilibrati” in vista di una nuova armonia realizzata dallo Spirito. Nella Veglia di Pentecoste 2019 a Piazza San Pietro il Papa affidò a tutti i cristiani di Roma il “mandato dell’ascolto”.

 Nel frattempo, sulla scorta delle parole del Papa, invitammo tutte le parrocchie a costituire un’équipe pastorale formata da dodici “squilibrati” per animare questa tappa e per raccogliere le indicazioni pastorali che da questo ascolto sarebbero scaturite: queste équipe hanno ricevuto da lui uno specifico mandato il 9 novembre dello stesso anno nella Basilica di San Giovanni in Laterano. La scelta dell’équipe, lo ricorderete, puntava a coinvolgere nei processi di discernimento persone diverse dalle “solite”, persone più “santamente intraprendenti”, in modo da integrarle in un secondo momento negli abituali organismi di partecipazione, nei consigli pastorali.

 Di per sé questa tappa non doveva durare due anni; ma il Covid 19 ci ha costretto tutti ad arrestarci e a riflettere, riscoprendo una prossimità con gli abitanti della nostra città fatta di ascolto, di cura delle relazioni, di solidarietà concreta. Non c’era altro modo di attraversare la dura esperienza della pandemia se non continuando a stare vicini gli uni agli altri, a custodirci, ad aspettarci a vicenda evitando che qualcuno si isolasse o rimanesse indietro.

 Il dilagare della malattia, la proibizione di uscire e le relazioni vissute solo attraverso la rete online, la Pasqua celebrata nella case, ci hanno fatto sperimentare una situazione misteriosamente simile a quella vissuta dal Popolo in Egitto: le dieci piaghe, la notte di Pasqua in casa per evitare l’angelo distruttore, e finalmente la partenza verso il passaggio del Mar Rosso, in vista di un nuovo cammino e di una rigenerazione (l’attraversamento del Mar Rosso allude alla rinascita battesimale…). Avevamo la consapevolezza credente di un tempo totalmente affidato al Signore, in cui a noi era chiesto di rimanere nell’unica realtà essenziale, che è l’appartenenza a Lui e alla comunità umana. Privati dei mezzi abituali con cui si esprime e si nutre la nostra fede, privati persino della celebrazione dei sacramenti, ci siamo aggrappati al Signore e da Lui siamo stati guidati a farci vicini e solidali a tutti gli uomini, condividendone la vita, la percezione di incertezza, la fatica di aspettare ogni giorno qualche buona notizia che alimentasse la speranza. Questa situazione così inedita, che ci ha messo “tutti nella stessa barca”, ci ha insegnato anche l’atteggiamento profondo con cui vivere il dialogo con tutti e l’ascolto: l’amore di amicizia. L’abbiamo sottolineato nelle linee pastorali 2020-21: è necessario approcciare gli altri senza la pretesa di essere superiori a nessuno, in uno stato di povertà del cuore che permetta di essere presenti tra gli altri senza arroganza, di annunciare il Vangelo senza esibirlo come un proprio merito, di aiutare i poveri senza umiliarli. L’amore di amicizia disattiva il meccanismo perverso dell’affermazione di sé e del proprio gruppo favorendo un dialogo e un confronto senza “inquinamenti”, condizione necessaria per l’evangelizzazione; è il frutto più bello, a livello delle relazioni con gli altri, di un cammino personale e comunitario di conversione umile al primato dello Spirito, che opera tutto in tutti e attraverso di tutti.

 Nel giugno 2021, lo ricorderete, avevamo immaginato, durante una “due giorni” con il Consiglio dei Prefetti e i Direttori degli Uffici Pastorali del Vicariato, di puntare per l’anno pastorale 2021-22 sull’esperienza del kerigma (in generale, il terzo capitolo di Evangelii Gaudium) per ripartire tutti insieme dal cuore dell’esperienza di fede, l’incontro con il Risorto, incontro da cui inizia ogni rinascita battesimale personale e comunitaria. Il cammino formativo delle équipe pastorali sul libro del Papa “Senza di me non potete far nulla”, dedicato al tema della missione della Chiesa, aveva posto le premesse per un linguaggio comune sull’evangelizzazione, individuandone gli elementi fondamentali, le dimensioni costitutive.

 Ma ad un certo punto, durante l’estate, in Papa Francesco matura la convinzione che fosse preferibile, per la Chiesa di Roma, allinearsi sul cammino sinodale della Chiesa Universale e della Chiesa italiana, anche se questo significava concretamente ritornare sull’esperienza dell’ascolto reciproco e dell’ascolto di tutti per riconoscere la voce dello Spirito. A molti sembrò di ritornare indietro. Eppure, alla luce dei due anni trascorsi, dobbiamo riconoscere che abbiamo vissuto altri passaggi importanti e decisivi per il nostro cammino ecclesiale.

 Prima di tutto il Papa ci ha regalato il discorso più bello sul senso del cammino sinodale, quello del 18 settembre 2021, rivolto proprio a noi, fedeli di Roma. L’inseparabilità dell’ascolto della Scrittura e dell’ascolto di tutti, in vista di un’apertura del cuore capace di intercettare le ispirazioni dello Spirito, sono dimensioni da coltivare permanentemente. Ci ha fatto molto bene vivere l’esperienza dei gruppi di ascolto tra di noi attraverso il metodo della conversazione spirituale, a partire dai brani delle Beatitudini: ci ha spinto a vivere incontri comunitari non centrati sul dibattito tra posizioni diverse, ma sull’ascolto reciproco e sul discernimento comunitario della voce dello Spirito. Così il cammino sinodale non è stato né un processo contro qualcuno né tantomeno la semplice sagra delle lamentele, bensì un cammino in cui la ferita dell’altro è la mia ferita, un aspetto critico e debole della comunità è il mio punto debole, etc. Abbiamo vissuto un ascolto di Popolo di Dio, effettuato dal Popolo di Dio, battezzati e pastori insieme. È stato un bel modo di “celebrare” i sessant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano Il (1962-2022), di vivere nella concretezza l’ecclesiologia conciliare di comunione.

 Il frutto di questo ascolto è stato fissato poi nella sintesi diocesana che abbiamo restituito a tutti a fine giugno dell’anno scorso, alla vigilia della festa dei Santi Pietro e Paolo. Una sintesi in cui sono confluite le voci, le vite, le parole di tante persone, di tante situazioni.

Nell’economia del cammino sinodale, per come è stata poi declinata dalla CEI, la fase narrativa della durata di due anni prevedeva la partenza di “cantieri pastorali”, emersi dal confronto delle sintesi di tutte le diocesi italiane. Ispirati dal brano biblico della visita di Gesù nella casa di Marta e Maria a Betania, i quattro cantieri rappresentano i “luoghi” in cui le comunità cristiane continuano il loro ascolto reciproco, la loro riflessione sui nodi fondamentali della vita ecclesiale (la corresponsabilità dei laici, la formazione spirituale, i sacerdoti…), ma anche il dialogo e l’ascolto di tutti. Vero è il fatto che per noi è stato un anno atipico, o meglio, il nostro cantiere principale ad un certo punto è diventata la Costituzione In Ecclesiarum Communione, con la conseguente riforma del Vicariato, e gli organi sinodali di partecipazione che siamo stati invitati a creare a tutti i livelli della Chiesa Diocesana.

 Quando abbiamo iniziato il cammino, nel 2017, l’intenzione che ci ha esplicitamente guidato era “far funzionare” Evangelii Gaudium come testo di riferimento per l’attivazione di tutto il processo ecclesiale, come richiesto da Papa Francesco nell’Esortazione stessa (EG 25). Di fatto abbiamo utilizzato i primi due capitoli dell’Esortazione, insieme all’ultimo, dedicato alla spiritualità degli evangelizzatori. A dieci anni dall’uscita di Evangelii Gaudium, nel novembre 2023, ci piacerebbe fare una verifica della nostra “receptio”, non soltanto per confermare la bontà e la fecondità dell’itinerario compiuto, ma soprattutto per rilanciarla come bussola per la prosecuzione del nostro cammino ecclesiale.

 

FASE SAPIENZIALE

 Dopo la fase narrativa, con il nuovo anno pastorale il Cammino Sinodale entra nella sua fase sapienziale. Che significa?

 Abbiamo vissuto quattro anni molto intensi, dedicati all’ascolto della Parola di Dio unito all’ascolto tra di noi e all’ascolto di tutti. Il desiderio di allinearci al Cammino Sinodale della Chiesa universale e della Chiesa italiana ci ha spinto a rimanere per un tempo prolungato nella dinamica spirituale dell’ascolto contemplativo, quasi un tempo di ricerca e di attesa, in modo da creare quello spazio aperto, quell’allargamento della mente e del cuore, necessario perché lo Spirito Santo possa parlare. Le narrazioni di vita, ascoltate soprattutto dalle labbra di chi si sente lontano dalla Chiesa e dalle labbra dei poveri, sono state fondamentali per realizzare in noi questo “allargamento”. Ci siamo resi conto che non aveva senso continuare a girare intorno alle solite dinamiche e ai soliti problemi ecclesiali, mentre insieme con i nostri contemporanei stiamo vivendo un cambiamento d’epoca. Vi invito a meditare la memoria del cammino fin qui compiuto perché aiuta a ricollocarci nel pellegrinaggio che ci porta fino al Giubileo 2025.

 Inaugurare quest’anno la fase sapienziale significa decidere con coraggio di affrontare la sfida del discernimento comunitario della voce dello Spirito.

 È un passaggio importante. Potremmo infatti pensare che, alla luce degli ascolti fatti, non ci rimanga che tirare le fila e prendere conseguentemente delle decisioni, magari a “maggioranza qualificata”. Sarebbe un errore! Dobbiamo evitare una certa fretta decisionistica, e rimanere nel solco della vita spirituale, altrimenti rischiamo di fare un semplice “maquillage” ecclesiale, sulla base soltanto delle informazioni ed impressioni raccolte. In questa fase, come e forse più della precedente, è indispensabile rafforzare la vita nello Spirito, la preghiera individuale e comunitaria, e solo lentamente riusciremo a capire dove ci sta portando il Signore.

Se poi pensate alla sintesi diocesana che abbiamo inviato alla CEI, buona parte dei contenuti sono sottolineature di criticità, difficoltà, aspetti problematici, cioè un insieme di elementi che spingono ad un certo rinnovamento ecclesiale. Attenzione però, perché non basta questo per creare le condizioni per un buon discernimento spirituale! Dibattere sul “negativo”, discutere tra di noi a partire dai nodi irrisolti e dai passi falsi compiuti, prendere di conseguenza le decisioni che sembrano più necessarie per evitare il fallimento e recuperare “terreno” con le persone… mi sembra una modalità di discernimento troppo “umano” o, per dirla con San Paolo, molto “carnale”.

 Per spiegare cosa sia il discernimento a cui siamo chiamati, vi invito a contemplare un’icona evangelica che tutti conosciamo e che abbiamo già incontrato nel nostro cammino pastorale di questi anni: i discepoli di Emmaus.

 Sottolineerò tre passaggi:

1) Cleopa e il suo compagno (o si tratta di una donna? Che i due discepoli siano in realtà una coppia di sposi è un’ipotesi esegetica realistica e… interessante!) stanno andando via da Gerusalemme e discutono animatamente tra di loro di tutto ciò che era accaduto. Sono in grado di raccontare ciò che è successo, per filo e per segno, anche allo straniero che sta camminando con loro e che sembra non sappia nulla degli eventi recenti. Sanno mettere tutto in fila, ma solo per sottolineare la loro delusione, la loro sofferenza: “noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele!”, e invece è finito sulla croce. Raccontano del fallimento del Maestro, della sua morte, del sepolcro vuoto e delle donne visionarie che dicono di aver ricevuto un annuncio da parte degli angeli.

 I due hanno fatto discernimento e la loro conclusione è molto chiara: il fallimento di Gesù è il nostro fallimento; non c’è niente da fare, non c’è futuro, e per quanto doloroso, questa è la realtà da accettare. Invece le donne, che pure lo hanno visto morire sulla croce, non si sono rassegnate e quindi è iniziata la follia, il delirio di chi ritiene di averlo visto vivo. Ormai la comunità dei discepoli è impazzita e divisa: meglio allora allontanarsi da questo gruppo di discepoli resi ciechi e pazzi dal loro dolore, meglio ritornare a casa e alla vita di prima.

 Ecco, questo è il frutto del discernimento dei due discepoli. Un discernimento senza Gesù, senza lo Spirito, all’apparenza pieno di realismo, di intelligenza e di umano buon senso. Un discernimento nato dall’ascolto reciproco di due discepoli che hanno conosciuto il Signore ma che non ricordano più il cammino fatto insieme al Maestro verso Gerusalemme. In quel viaggio, raccontato dall’evangelista Luca a partire dal capitolo 9, Gesù annuncia per tre volte che a Gerusalemme lo attende la passione, l’ingresso nel regno promesso dal Padre attraverso la croce. Egli non si rivolge quasi più alle folle per dedicarsi all’insegnamento impartito ai discepoli (quelli rimasti) e che, convinti che Gesù non parli “sul serio”, lo seguono nonostante tutto, nonostante gli annunci profetici della sua morte. I due discepoli di Emmaus non hanno custodito nella memoria nulla di questa istruzione prepasquale sul Messia sofferente. Eppure sono stati con il Signore, hanno camminato con Lui e lo hanno ascoltato, ma senza capire il senso profondo della rivelazione contenuta nelle parole pronunciate durante il viaggio verso Gerusalemme.

 “Ma i loro occhi erano impediti di vederlo…”  Non lo riconoscono, non distinguono nel forestiero la presenza del Risorto. Per poter vedere hanno bisogno di occhi nuovi (solo chi rinasce dall’alto può vedere il regno di Dio, dice Gesù a Nicodemo) ma questi occhi nuovi, capaci di cogliere la presenza di Dio nella storia umana, ce li consegna solo la Pasqua di Gesù, lo Spirito del Risorto.

 Comprendiamo allora che c’è una grande differenza tra il ragionamento umano, dove al massimo regna la logica e il “buon senso”, e la rivelazione della volontà di Dio che lo Spirito ci vuole donare. Forse non ci prestiamo molta attenzione, ma questa è davvero la domanda da farsi: cosa ci guida, quando nelle nostre comunità ci ritroviamo insieme per riflettere e decidere? Perché talvolta la volontà di Dio va in una direzione opposta al realismo troppo umano! Lo Spirito ribalta i tavoli, ci ha detto Papa Francesco, e crea scompiglio per creare una nuova armonia. Lo Spirito dona quella fede soprannaturale che ci fa credere che Gesù è risorto, che è presente in mezzo a noi e che è il Signore della storia umana, al di là di ogni evento che fa piombare nell’avvilimento o nella disperazione.

 Per questo il discernimento comunitario non è una discussione di gruppo, ma si realizza in un contesto di preghiera, dove ci mettiamo ai piedi del Signore, in ascolto della Parola di Dio, nella ricerca della sua volontà e non della nostra. Ognuno di noi deve accettare la possibilità che anche i suoi occhi siano incapaci di vedere e che la strada indicata dal Signore sia un’altra rispetto a quella che ha ipotizzato. Ho bisogno di ascoltare gli altri e di scrutare la Scrittura per permettere al Signore di comunicarsi il suo punto di vista. È la rinuncia alla volontà propria perché possa convertirmi alla volontà di Dio e non sentirmi dire dal Signore “Stolto e lento di cuore a credere alla Parola…”.

2) Un secondo aspetto: se leggiamo il racconto evangelico “dalla parte” di Gesù Risorto, comprendiamo meglio quali siano le intenzioni del Signore. Egli non blocca la fuga dei discepoli, ma va loro incontro nelle vesti di un viandante sconosciuto, cammina con loro, si mette in ascolto delle loro delusioni, prova ad interagire nella discussione riaprendo il loro discernimento e proponendo una prospettiva “altra”, diversa… la prospettiva donata dalla Parola di Dio, testimoniata dalla parola dei profeti. Il Signore non può sopportare che la sua piccola comunità, con una missione storica così importante, perda la fede, si divida e si disperda, ma come Buon Pastore va in cerca di tutti i suoi fratelli per riportarli nel Cenacolo di Gerusalemme. Egli conosce il cuore dei discepoli di Emmaus: sa che può ancora ardere a contatto con la Parola di Dio. Egli è convinto che i suoi due amici non si ripiegheranno nel loro scetticismo triste e senza prospettiva, anche se in questo momento sono poco disposti a dare credibilità alle fantasie delle donne e alle parole di uno straniero. Hanno solo bisogno di fare ancora un pezzo di strada con Lui, di ascoltarlo ancora mentre mostra il filo rosso che lega Isacco, il servo sofferente di Jhwh cantato da Isaia, Geremia e il suo dolore solitario, i profeti perseguitati e messi a morte, fino a Lui e alla sua croce, Lui che è il Messia e Figlio dell’uomo che viene sulle nubi del Cielo.

 Vedete quanto è importante per noi ascoltare il Signore, nella Scrittura e in ogni sconosciuto con cui entriamo in contatto nelle strade dei quartieri della nostra città? È solo la nostra stupidità spirituale che ci fa ritenere di non averne bisogno, l’indurimento del nostro cuore dovuto ad una sorta di superbia fatta di senso di superiorità e di autosufficienza. Il Signore vuole davvero che il nostro Cammino Sinodale sia fatto di ascolto della Parola e di disponibilità al dialogo con tutti, oppure come ha detto Papa Francesco per due volte nel suo discorso all’assemblea della CEI di maggio scorso: con “tutti, tutti, tutti”.

 In effetti, noi saremmo tentati di affidare il discernimento comunitario ad un gruppo di persone qualificate e ben formate: prendiamo “i migliori” e chiediamo loro di dirci cosa vuole da noi il Signore. Ma non funziona. Il Padre rivela i misteri del Regno non ai sapienti e ai dotti, ma a chi si fa piccolo, così piccolo da fare spazio agli altri e a Dio, così umile e mansueto da essere come un bue che si fa mettere al collo il giogo della Parola di Dio per farsi guidare (Mt 11,25-30). Per Gesù questo “altro” con cui Egli cammina può essere “pagano e idolatra”, come la donna sirofenicia, o persino “nemico”, come il centurione romano: egli scopre con gioia che la loro piccolezza nasconde una statura grande di fede. Anche una persona lontana dalla comunità o a noi sconosciuta, può essere la finestra attraverso cui arriva tanta luce perché ci rendiamo conto che lo Spirito accompagna non solo la vita dei credenti, ma anche la ricerca inquieta di tanti nostri contemporanei, e che spesso è anche la nostra. Ecco che può succedere che un viandante inatteso ci ponga le domande giuste, quelle dell’uomo di oggi, con le quali scrutare la Scrittura; o ci testimoni, sorprendendoci, una sapienza di vita permeata di Vangelo; o persino che ci faccia ardere il cuore, perché ci rivela che quel brano biblico, tante volte letto distrattamente, contiene il fuoco dello Spirito, la risposta che cercavamo. La Chiesa cammina con tutti, non allontana nessuno, perché ogni uomo può essere il Signore Risorto che si avvicina: anche questo è a fondamento di ogni discernimento comunitario. Perché porti frutto, è necessario che la comunità cristiana rinunci ad ogni mentalità elitaria, ma custodisca la consapevolezza di essere Popolo di Dio e si ponga sempre in un atteggiamento di apertura verso tutti, soprattutto verso i piccoli e i poveri.

3) In ultimo, vorrei farvi notare che gli occhi dei discepoli sono guariti e si aprono per la Parola di Gesù e per il segno dello spezzare il Pane, manifestazioni della presenza del Risorto. L’Eucarestia che celebriamo ha il potere di aprirci gli occhi. In questo senso, come scrive Mons. Erio Castellucci, “non c’è solo un’analogia, ad unire le due celebrazioni (sia l’Eucarestia che il Sinodo si celebrano) ma è una co- implicazione tale, che si potrebbe definire la Sinassi Eucaristica un Sinodo concentrato e il Cammino Sinodale, un’Eucarestia dilatata”. È proprio così: quando la Chiesa ha il coraggio di vivere e camminare in maniera sinodale, non fa che prolungare, “dilatare” l’Eucarestia. Non solo perché l’assemblea eucaristica, di cui fanno parte tutti i battezzati, si riunisce per discernere e decidere, in dialogo con tutti gli uomini; ma perché al centro del discernimento della Chiesa c’è il Signore Crocifisso e Risorto: gli occhi nuovi, capaci di cogliere la presenza di Dio nella storia umana, ce li consegna solo la Pasqua di Gesù.

 I due discepoli di Emmaus hanno udito le parole dei profeti che annunciano la realizzazione delle promesse di Dio grazie alle sofferenze dell’inviato di Dio: “non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua Gloria?”, e hanno sentito che il loro cuore “ardeva”; ma solo nel momento in cui il viandante accolto nella loro casa spezza il Pane, essi comprendono il senso profondo del gesto del Maestro durante l’ultima cena, un gesto in cui egli ha voluto concentrare tutta la sua vita consegnata e donata, il memoriale dell’amore di Dio che fa della croce l’Albero della Vita. Il fallimento di Gesù è spiegato dall’Eucarestia: non è la fine di tutto, ma la pienezza della manifestazione dell’amore di Dio e la realizzazione della salvezza per tutti gli uomini.

 In sostanza, ogni discernimento che prescinda dal fatto che il Signore realizza il Regno in ciò che dal punto di vista umano sembra un fallimento, è un discernimento che non coglie l’opera di Dio. Chi non vive nella luce del Crocifisso Risorto non è capace di uno sguardo contemplativo, non coglie la presenza e l’opera di Dio nella storia umana, i suoi occhi vedono solo i fatti negativi, senza riuscire a realizzare che proprio attraverso questi eventi all’apparenza incomprensibili e spiazzanti, nei quali emerge tutta la debolezza della comunità cristiana, il Signore sta preparando novità che sanno di Resurrezione!

 Vorrei che fissassimo nel cuore questo terzo punto della nostra riflessione sui discepoli di Emmaus. Siamo chiamati a riprendere in mano la sintesi, che sia quella diocesana o della nostra comunità parrocchiale, sempre e comunque partendo da un brano della Scrittura, e rileggere i racconti e le condivisioni, il frutto del nostro ascolto reciproco e dei nostri dialoghi con tutti, con una chiave spirituale chiara: la Pasqua di Gesù, il suo Mistero di Crocifisso Risorto, di cui siamo tutti resi partecipi attraverso il Battesimo e l’Eucarestia e con il quale sono messi in contatto dallo Spirito Santo tutti gli uomini (Gaudium et spes 22).

 È proprio nel momento in cui il Signore spezza il Pane che si realizza un’irruzione dello Spirito Santo nel cuore dei discepoli, una Pentecoste che apre gli occhi e li spinge a ritornare di notte (una corsa “folle” …) nel Cenacolo di Gerusalemme per confermare agli apostoli la Resurrezione del Signore. L’annuncio delle donne non suona più assurdo e incredibile: davvero il Signore è risorto ed è apparso anche a noi! La missione della Chiesa nasce da questa sovrabbondanza di Spirito Santo, dall’incontro con il Signore che riempie di gioia e di entusiasmo. Qui non c’è bisogno di un lungo lavoro di discernimento… È talmente tanto evidente che dall’Eucarestia nasce la missione!

 Dopo aver meditato il brano evangelico, ritorniamo con più chiarezza alla fase sapienziale. Alla luce del brano dei discepoli di Emmaus, che significa “discernimento comunitario”? Non è una “tecnica pastorale”, ma una dimensione essenziale e permanente della vita della Chiesa e di ogni comunità ecclesiale: è l’assemblea eucaristica che, in ascolto della Parola e sentendosi in cammino e in dialogo con tutti gli uomini, cerca la volontà di Dio qui e ora alla luce della Pasqua di Gesù, permettendo allo Spirito Santo di irrompere nella sua vita, di guidarla nelle scelte, di convertirla alla missione. Già lo scorso anno, utilizzando il metodo della “conversazione spirituale” nei gruppi sinodali, abbiamo di fatto vissuto in germe l’esperienza del discernimento comunitario. In tutte le Chiese d’Italia è stata confermata la bellezza e l’efficacia di questo metodo, e quest’anno potremo viverlo con più consapevolezza.  Nessuno di noi si illude che il discernimento comunitario sia un’esperienza semplice; non è semplice nemmeno il discernimento individuale, con il quale abbiamo una certa dimestichezza, come potrebbe esserlo quello comunitario?

 Tuttavia sarebbe insensato metterlo da parte. Dobbiamo invece creare le condizioni perché possiamo viverlo.

 Per favorire la riflessione comune, vorrei sintetizzarvi in un elenco alcune attenzioni da avere. Sono frutto del lavoro comune compiuto con gli altri Vescovi ausiliari, i parroci prefetti e i direttori degli Uffici della Diocesi e l’Équipe pastorale Diocesana:

1. Il soggetto che discese è la comunità che si riunisce in ascolto della Parola ed intorno all’Eucarestia e che si “mette in discussione”, in stato di conversione pastorale e di riforma, perché vuole davvero ascoltare lo Spirito per aderire con tutta sé stessa alla volontà di Dio. Non demanda ad alcuni il discernimento, ma coinvolge tutti i battezzati, sentendosi in cammino e in dialogo costante con gli uomini del nostro tempo, abitando i villaggi e le strade della città.
2. Quanto all’oggetto del discernimento: in ogni riunione di gruppi o di comunità che vogliano discernere insieme la volontà di Dio, è importante circoscrivere e precisare quale sia l’oggetto del discernimento e verificare che tutti abbiano le informazioni necessarie per poter valutare e decidere.

3. Fare discernimento significa entrare in un processo di preghiera, che permetta a tutti di mettersi davanti al Signore con lo scopo di ascoltare la sua volontà e ridimensionare la propria. In sostanza, viene proposto a tutti di assumere l’atteggiamento della conversione: un atteggiamento contrario all’individualismo e all’autosufficienza, per ribadire la necessità di comprendere insieme agli altri cosa ci chieda il Signore, di lasciarsi inspirare dallo Spirito che può parlare attraverso tutti, anche i più deboli.

4. Mettersi in ascolto della Parola di Dio: interpretare la situazione presente alla luce della Parola di Dio, fare memoria di alcuni brani della Scrittura che sono particolarmente significativi perché indicano come Dio “vede” la realtà e come agisce nella storia.
5. Ricercare un tempo lungo e sereno per ascoltare la Parola di Dio e per ascoltare tutti.

6. Condividere con gli atri, in un dialogo aperto e sincero, i pensieri e i sentimenti che ciascuno prova. Non aver paura di esprimere anche il proprio senso di delusione o di frustrazione o l’insicurezza che ci ha lasciato nel cuore la memoria di alcuni momenti bui vissuti. Nello stesso tempo, far presente le proprie speranze, i desideri, le attese, soprattutto se si pensa che dietro vi sia un’ispirazione dello Spirito.
7. Oltre al proprio mondo interiore, è bene raccontare le tradizioni da cui veniamo, le prassi consolidate, le esperienze vissute, le indicazioni magisteriali che ci hanno guidato nel passato; a questo punto è importante condividere anche le intuizioni che sembrano orientarci per il presente e il futuro, per verificare insieme agli altri se vengono dallo Spirito.

8. Provare ad individuare tra le cose dette e ascoltate quelle che contengono l’indicazione della volontà di Dio. Convergere su una direzione comune che ci sembra sia inspirata dallo Spirito, e che accolga la verità di ciò che è stato condiviso. Il pastore, che fino adesso si è limitato a favorire il processo del discernimento (custodendo il clima della comunione, garantendo l’ascolto di tutti, ecc.) conferma o corregge le conclusioni, riconoscendo nel processo compiuto l’azione di Dio. Ognuno è chiamato ad accogliere le decisioni frutto del discernimento comune e della conferma del pastore.

 Sono personalmente convinto che, se nelle nostre comunità, sapremo custodire questo clima di preghiera e di apertura all’azione di Dio, sperimenteremo una grande ricchezza. Nel discorso, a cui ho già fatto riferimento, di Papa Francesco all’Assemblea CEI egli ci ha lasciato quattro importanti consegne: continuate a camminare; continuate a fare Chiesa insieme; ad essere una Chiesa aperta a tutti; ad essere una Chiesa inquieta nelle inquietudini del nostro tempo. Soprattutto egli ci ha invitato a non aver paura di essere una Chiesa “vulnerabile”, che rifugge da ogni autoreferenzialità e da ogni clericalismo, e ad avere grande fiducia nell’opera che lo Spirito Santo va realizzando. Vi leggo un bel passaggio: “È Lui il protagonista del processo sinodale, Lui, non noi! È Lui che apre i singoli e le comunità all’ascolto; è Lui che rende autentico e fecondo il dialogo; è Lui che illumina il discernimento; è Lui che orienta le scelte e le decisioni. È Lui soprattutto che crea l’armonia, la comunione nella Chiesa, l’armonia”.

 Con questa fiducia nel cuore, possiamo affrontare il prossimo anno pastorale. Vorrei presentare, insieme agli altri Vescovi, alcune concrete linee, facendo riferimento alle tre parole del Sinodo dei Vescovi di ottobre: comunione, partecipazione, missione. A breve usciranno poi le linee guida della CEI, per cui rimaniamo aperti ad eventuali altri suggerimenti e nuove indicazioni.

COMUNIONE:

 Alla base del Cammino Sinodale, ciò che lo rende possibile, è che lo Spirito custodisce la Chiesa nella Comunione, come il succo tiene insieme i chicchi del melograno. Unità nella pluralità dei ministeri e dei carismi, per cui è lo stesso Spirito che diversifica i doni rendendo ricca e poliedrica la Comunione.

 Per questo, facendo nostra e attuale l’esortazione di San Paolo, è davvero importante “conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace” (Ef 4,3), vale a dire custodire il primato dello Spirito Santo in tutto quello che faremo. Mi riferisco al fatto che, conformemente alla Costituzione Apostolica In Ecclesiarum Communione, porteremo avanti il processo di conversione sinodale delle strutture e degli organismi della nostra Chiesa locale, a partire dai consigli pastorali parrocchiali, per poi arrivare al livello di Prefettura, di Settore e Diocesano. Questa conversione sinodale, come sapete, riguarda anche il Consiglio Episcopale stesso e gli uffici del Vicariato. Questa riforma potrà funzionare solo se questi organismi di partecipazione, di discernimento e di decisione nella Chiesa, saranno davvero luoghi in cui abitualmente ci metteremo in ascolto dello Spirito e non solo di esercizio di “buon senso umano”. Altrimenti scadranno immediatamente in “riunioni di condominio”! Nel cammino che abbiamo compiuto, per evitare fin dall’inizio questo rischio, abbiamo puntato sulle équipe pastorali, realtà più “carismatiche” che istituzionali. Ora è tempo di far confluire le équipe negli organismi ordinari, che sono i Consigli Pastorali; il metodo della “conversazione spirituale” ci ha aiutato e ci aiuterà ad evitare ogni deriva negativa, ogni ritorno alla condizione dei discepoli di Emmaus prima dell’incontro con il Risorto.

 Ma soprattutto è necessario che in ogni momento possiate “misurare la temperatura” del clima e dello stile delle vostre comunità e dei suoi organismi di partecipazione. Quando non si mette al centro la Parola di Dio e l’Eucarestia, quando salta la comunione, bisogna fare molta attenzione e ripartire dalla conversione al Signore.

 C’è un brano che cito spesso, per spiegare come si manifesta la comunione suscitata dallo Spirito. Lo racconterò ancora. È preso dal Colloquio con Motovilov, di San Serafino di Sarov (+1833), un grande santo russo. San Serafino riceve un giorno la visita del giovane Nikolaj. Nasce un dialogo, che inizia con la domanda del giovane:

“Come posso scorgere in me la manifestazione dello Spirito Santo?”. “Ti ho già detto che è molto semplice. Cosa vuoi ancora?”. “Ho bisogno di capirlo ancora meglio”, rispose Nikolaj. Allora padre Serafino mi prese per le spalle, mi abbracciò e mi disse. “Siamo entrambi nella pienezza dello Spirito Santo. Perché non mi guardi?”. “Non posso, padre, dei lampi brillano nei suoi occhi e il suo volto è diventato più luminoso del solito. Mi fanno male gli occhi”. Non aver paura, amico di Dio, anche tu sei diventato luminoso come me, anche tu adesso sei nella pienezza dello Spirito Santo. Altrimenti non avresti potuto vedermi”.

 Dopo l’esperienza della trasfigurazione dei volti il colloquio tra Serafino e Nikolaj continua così:

“Come ti senti adesso?”, chiese Padre Serafino. Stavano sulla neve e c’era molto freddo. “Eccezionalmente bene, sento un tepore nel cuore”. “Come bene? Cosa intendi con bene?’. “La mia anima è colma di un silenzio e di una pace inesprimibili”. “Amico di Dio, è quella pace di cui il Signore parlava quando diceva ai suoi discepoli “vi do la mia pace, non come la dà il mondo”.

quando ne siamo coinvolti come persone e come comunità. E a sua volta “lo Spirito cresce quando rimaniamo nella pace, quando c’è lo sguardo di benevolenza verso gli altri. Lo Spirito c’è quando siamo nell’uTYliltà, quando siamo nel gusto delle cose create, quando siamo nell’amicizia con la nostra fragilità, quando siamo nella pazienza verso noi stessi e verso gli altri, quando siamo nella gratitudine silenziosa, a volte fino alle lacrime. Lì lo Spirito c’è. Questi sono segnali dello Spirito Santo” (Giuseppe Forlai, Vestirsi di luce. Introduzione pratica alla vita dello Spirito, ed. Paoline, 2018, p. 142).

PARTECIPAZIONE:

 Un processo sinodale riesce se coinvolge tutti, se permette a tutti di partecipare, di esercitare la propria corresponsabilità. Sarà davvero importante fare in modo che ogni consiglio, a tutti i livelli, sia “uno spazio aperto a tutti, dove ciascuno trovi posto, abbla la possibilità di prendere la parola, sentendosi ascoltato e imparando ad ascoltare” (Proemio, §6), dove i sogni e le inquietudini delle persone possano essere espressi e diventare oggetto di discernimento. Quando si dà alla vita delle persone la possibilità di “venire allo scoperto”, si accendono mille “fuochi dello Spirito”, che dovremo aver cura di non spegnere con le nostre paure. La corresponsabilità chiede senso di appartenenza reciproca, poiché siamo un unico corpo, percezione del bisogno dell’altro rinunciando a fare da soli, premura e cura gli uni degli altri perché si è accomunati dalla vulnerabilità e dalla debolezza. In questa maniera il senso della fede di cui ogni battezzato è munito, il fiuto o il gusto delle cose di Dio, converge insieme con gli altri in un consenso di fede di tutti i fedeli, segno che lo Spirito ha parlato.

 I “luoghi” in cui eserciteremo il discernimento comunitario sono prima di tutto i cantieri sinodali che abbiamo già fatto partire e che rappresentano alcuni snodi fondamentali della vita della Diocesi: la Chiesa in uscita che incontra e ascolta tutti con amore di amicizia (come abbiamo detto altre volte, è già l’inizio della missione!), la formazione di tutti (il cantiere delle diaconie e della formazione spirituale), i ministri ordinati (il quarto cantiere che abbiamo scelto come Diocesi di Roma), la forma sinodale della vita della Chiesa e lo snellimento delle strutture (il cantiere della casa) e gli altri cantieri che avete attivato nelle vostre comunità.

 Con l’aiuto di alcune schede (saranno sei), ogni realtà ecclesiale vivrà il discernimento comunitario su altrettante questioni fondamentali della nostra vita pastorale. Ogni scheda partirà da un brano della Parola di Dio e inviterà a procedere secondo il metodo della “conversazione spirituale”. Cercheremo di fare in modo che questi incontri sinodali siano momenti intensi di preghiera e di ascolto dello Spirito. Non scoraggiamoci, se all’inizio incontreremo qualche difficoltà, se cadremo nei due pericoli di cui parla il Papa: “le polarizzazioni”, quando ci blocchiamo in una posizione per motivi ideologici, o il “falso irenismo”, quando non affrontiamo le questioni più complesse per evitare il conflitto e custodire una pace solo “di facciata”. Cercheremo invece di vivere il “traboccamento”. Ascoltiamo questo bellissimo passaggio del Papa, in cui spiega che cosa intende con “traboccamento”: “questo progresso avviene come un dono nel dialogo, quando le persone si fidano a vicenda e cercano umilmente il bene insieme, e nel farlo sono disposti ad imparare l’una dall’altra in uno scambio reciproco di doni. In momenti del genere, la soluzione a un problema inestricabile arriva in modi inattesi e imprevisti, come risultato di una nuova e maggiore creatività liberata, per così dire, dall’esterno. Lo chiamo “traboccamento”, perchè rompe gli argini che confinavano il nostro pensiero e fa sgorgare, come da una fonte traboccante, le risposte che prima la contrapposizione non ci permetteva di vedere. Riconosciamo in questo processo un dono di Dio perché è l’azione dello Spirito stesso, descritta nella Scrittura ed evidente nella storia. […] La mia preoccupazione come Papa è stata quella di incoraggiare traboccamenti del genere all’interno della Chiesa, ridando vigore all’antica pratica della sinodalità. Ho voluto ravvivare questo antico processo non solo per il bene della Chiesa, ma come servizio a un’umanità che è così spesso bloccata da discordie paralizzanti” (Papa Francesco, Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore, ed. Piemme, 2020).

Ci aiuteremo ad avviare delle Scuole di Preghiera.

MISSIONE:

 Lo Spirito ci mette in stato di permanente conversione in vista della missione. Come abbiamo ascoltato nel brano dei discepoli di Emmaus, la missione nasce dalla gioia e dall’entusiasmo dell’incontro con il Risorto, grazie agli occhi che si aprono per l’irruzione dello Spirito.

 Vi invito a fare memoria di questo incontro con il Signore e a celebrarlo vivendo un pellegrinaggio quaresimale alla Cattedrale e al Battistero di San Giovanni. Il Capitolo dei Canonici della Cattedrale si è reso disponibile a facilitare e accompagnare le comunità in questo pellegrinaggio alla vigilia del Giubileo, che ci permette di riscoprire le radici della nostra identità più profonda: siamo battezzati, figli di Dio immersi nel corpo di Cristo Risorto, membra gli uni degli altri, discepoli missionari inviati per l’annuncio del Vangelo e la trasformazione del mondo nel regno di Dio. Si può organizzare questo pellegrinaggio sotto forma di una “Statio” quaresimale, anche a livello di Prefettura, per vivere questo momento celebrativo in una dimensione più esplicitamente comunionale ed ecclesiale.

 Il 25 novembre, poi, è il decennale della pubblicazione di Evangelii Gaudium, il testo programmatico del pontificato di Papa Francesco, bussola che ha orientato il nostro cammino dei sette anni in vista del Giubileo. Vorremmo in quell’occasione verificare i passi compiuti nella direzione della nostra conversione pastorale, verificare cioè la nostra “recezione” dell’Esortazione apostolica.

Basilica di San Giovanni in Laterano, 23 giugno 2023