INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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giovedì 9 giugno 2022

Cambiare mentalità consapevoli dei problemi

 

Cambiare mentalità consapevoli dei problemi



   Il lavoro che vi propongo sulla sinodalità non è per tutti, ma solo per un piccolo circolo di persone interessate a farlo leggendo e discutendo. Per progettare e cominciare a fare esperienza del nuovo bisogna cominciare da qui, perché siamo esseri viventi limitati e non lo dobbiamo mai dimenticare.

 Non dobbiamo aspettarci la soluzione dal clero e dai religiosi, perché loro sono parte del problema. Né dalla teologia, per lo stesso motivo.

  Dobbiamo renderci conto che, quando trattiamo di Chiesa, dovremmo fare i conti con una letteratura immensa, in gran parte non scritta nell’italiano corrente.  Dunque, inevitabilmente, dobbiamo servirci di sintesi, mantenendo comunque la consapevolezza che sono tali e che dunque la maggior parte delle cose ci sfuggirà nei dettagli. In quest’ottica, ho trovato molto interessante il libro di Giuseppe Ruggieri Chiesa sinodale, edito nel 2017 da Laterza e disponibile anche in e-book, in particolare per il linguaggio accessibile anche ai non specialisti e per gli estesi riferimenti storici. In questo momento sto affrontando il libro Sinodalità, a cura di Riccardo Battocchio e Livio Tonello, pubblicato da Edizioni Messaggero Padova, che è un raccolta di saggi basata su studi organizzati dalla Facoltà teologia del Trivento, anche questo disponibile in e-book.

  Affrontando la lettura del saggio di Gianfranco Calabrese dal titolo Il ruolo del vescovo e del presbiterio nei processi decisionali ecclesiali nel libro da ultimo citato, ci si rende conto dell’impatto che la teologia cattolica corrente ha sulla costruzione di una reale sinodalità. C’è una fortissima sacralizzazione del potere ecclesiastico, per cui, in definitiva riesce difficile pensare di poter cambiare anche le minime cose.

  La sacralizzazione risale fondamentalmente alla cristologia costruita a partire dal Quarto secolo proprio allo scopo di organizzare un nuovo sistema di potere sacralizzato, che all’epoca si volle a presidio del ruolo dell’imperatore romano visto come vicario  di Cristo. Una teologia affascinante perché congiunge Cielo e Terra. Il suo limite è di essere solo una teologia.

  Sto anche leggendo due saggi sui cristianesimi primitivi. La storia dei cristianesimi delle origini mi ha sempre molto coinvolto, tanto che ho sposato una laureata in quella disciplina. Si tratta di una materia in cui la teologia non la fa da padrona e che adotta i criteri scientifici della storiografia corrente, basati fondamentalmente sul ragionamento su fonti fededegne. Bene, io non sono un teologo naturalmente, ma mi pare di capire a) che il Maestro, prima di concludere la sua vita tra noi come uomo tra le altre persone, non costituì un sistema di potere territoriale e che b) si dichiarò re  precisando tuttavia che il suo regno non era di questo mondo. Tantomeno volle fondare una nuova religione. Questo rende assai problematica la teologia correntemente impiegata per sacralizzare l’organizzazione ecclesiastica. Quest’ultima sembra che abbia iniziato ad essere costruita molti decenni dopo la morte del Maestro senza un progetto unitario.

  La marcata clericalizzazione della nostra Chiesa e il suo assolutismo risalgono fondamentalmente al secondo Millennio. L’assolutismo del Papato romano è molto più recente: risale al Concilio Vaticano 1°, sospeso nel 1870 e mai più ripreso.

  Da questo processo è risultato che il sacerdozio  dei preti è ritenuto inferiore a quello del vescovi, i quali  ne avrebbero la pienezza. Pensando ad una figura di prete come Lorenzo Milani non riesco veramente a  credere che il suo sacerdozio sia stato in qualche cosa inferiore a quello del vescovo che lo perseguitò. Ma, appunto, non sono un teologo. Accostandomi al problema usando gli strumenti della logica giuridica, mi pare che ciò che differenzia il sacerdozio del vescovo da quello del prete sia l’attribuzione al primo di un potere autocratico, per cui nelle norme canoniche il vescovo è definito pomposamente unico legislatore (canone 466 del Codice di diritto canonico del 1983). Naturalmente questa qualifica di unico legislatore è incompatibile con qualsiasi forma di sinodalità, che significa co-decisione. Essa è stata sacralizzata, vale a dire resa teologicamente intangibile legandola alla volontà del Maestro. Di fatto è obsoleta e non funziona più: in genere il vescovo unico legislatore è anche un pessimo legislatore. Come fare a risolvere il problema da punto di vista teologico è compito dei teologi, in ciò frenati dall’efferato sistema di polizia ideologica ancora mantenuto nella nostra Chiesa, triste retaggio di tempi orrendi. Da questa autocrazia noi persone laiche che vivono in Italia, nell’Occidente democratico, ci siamo da tempo affrancati e ci riserviamo di decidere che cosa, della legislazione episcopale, meriti di essere obbedito e che cosa invece non lo meriti. Ciò ha di fatto modificato il modo in cui l’autocrazia episcopale viene esercitata in Italia. Per cui dai vescovi vengono dichiarazioni più concilianti in materia di co-decisione, ma rimane il fatto che, finché loro rimangono unici legislatori, di sinodalità non si può parlare.

  Ma poi, l’essere legislatore, rientra realmente nell’essenziale dell’episcopato? Su questo si può discutere, e quindi si deve.

  Di solito si richiama l’idea che il Maestro fu re, sacerdote e profeta, per dire che ogni cristiano dovrebbe esserlo, ma qualcuno di più perché ci vuole chi agisca al posto  di Gesù. Questa concezione risale al riformatore francese Giovanni Calvino, vissuto nel Cinquecento, il quale, in particolare, oltre a occuparsi di teologia, fu riorganizzatore ecclesiale nella città svizzera di Ginevra, con esiti tutto sommato non dissimili, quando a crudeltà nell'esercizio della repressione, a quelli realizzati dai cattolici coevi. L’idea del re-sacerdote-profeta, recepita anche dai cattolici,   è la base del potere sacralizzato degli odierni gerarchi ecclesiali, in particolare di quelli che ritengono di avere il sacerdozio nella sua pienezza. Mi pare che manchi del tutto un’opera che sicuramente il Maestro svolse in questo mondo che è quella del medico-guaritore. Essa è in linea con il suo insegnamento del potere come servizio. Quando papa Francesco parla di una Chiesa sinodale che esca dagli spazi liturgici per costruire ospedali da campo, qualunque idea poi si abbia di questa ospedalizzazione d’emergenza, mi sembra che faccia riferimento a quello. Re-sacerdote-profeta  è una persona che guida le altre e questo fa capire perché quella concezione è stata tanto importante nella costruzione del potere episcopale. Le democrazie contemporanee hanno spezzato il nesso tra potere regio e sacerdozio: questa è la desacralizzazione, altrimenti detta anche secolarizzazione del potere. Non ci sarà vera sinodalità se non ci si muove su quella strada: nella consapevolezza che l’essenziale non verrà toccato.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 8 giugno 2022

Cambiare per durare

                                       Cambiare per durare

  Il Papa ha capito bene che la sinodalitá è ora questione di vita o di morte per la nostra Chiesa. Questo è particolarmente sensibile in Europa occidentale, e quindi anche in Italia, dove la nostra fantasiosa mitologia spiritistica non fa più tanto breccia. Dipende fondamentalmente dal più elevato livello di istruzione popolare e dall'abitudine a confrontarsi, ragionando, sulle decisioni collettive. Naturalmente, però, si è ancora trascinati dalle emozioni in certe altre cose, dove le tecniche di influenza psicologica del marketing si sono dimostrate molto efficaci, ma li, nel "consumismo" (anche politico), si è in un campo nel quale la soddisfazione è più immediata, non tutta campata in aria come talvolta accade in religione.
  Non si riuscirà, comunque, a "sinodalizzare" tanto presto. Clero e religiosi, che dalla sinodalizzazione uscirebbero fortemente ridimensionati, non sono in genere preparati, diffidano e anche temono di spingersi troppo in là. Per ora è quasi tutto in mano loro. Bisognerà procedere con pazienza, a partire da piccoli circoli che poi potrebbero espandersi o riprodursi per imitazione. Del resto è proprio in questo modo che alle origini si procedette, quando non c'era ancora "la" Chiesa, ma diverse piccole Chiese in Palestina, Siria, Asia minore, con caratteristiche molto diverse tra loro, ma con la convinzione di doversi coordinare e intendere con le altre. All'epoca non c'era ancora una vera e propria "dottrina": il processo per condensarne alcune che fecero più presa richiese diversi secoli e decisioni fondamentali in merito vennero prese tra il Quarto e l'Ottavo secolo, quando la gerarchia ecclesiastica venne integrata nel complesso dei pubblici poteri. A quei tempi la sinodalitá popolare delle origini si andò consolidando come sinodalitá dei gerarchi ecclesiastici e dei capi civili. La nostra Chiesa, infine, venne riorganizzata come impero religioso dall'Undicesimo secolo, ma almeno fino al Quattrocento, il potere imperiale rivendicato dal Papato romano non fu indiscusso, venendo invece ciclicamente riaffermato il predominio del Concilio, anche perché, in certi periodi, regnarono contemporaneamente diversi Papi e furono dei Concili, influenzati dai sovrani civili, a risolvere il problema. 
  Nella nostra Chiesa Concili e Sinodi come luoghi di Co-decisione iniziarono a decadere dal Cinquecento e dopo il Concilio Vaticano 1º (1870) il Papato romano divenne una autocrazia assolutistica, in particolare come reazione alle correnti liberali e socialiste europee. Di sinodalitá non si tratta nei documenti del Concilio Vaticano 2º (1962-1965), ma vi si ragiona di Popolo di Dio e di fedeli laici sostenendo che debbano essere consultati dai gerarchi e che debbano svolgere un ruolo nelle cose temporali, vale a dire nelle società civili, supponendo eterne le cose ecclesiastiche, che, secondo un'interpretazione ora piuttosto contestarta, in genere si ritenevano riservate, in eterno appunto, a clero e religiosi. La svolta è venuta dal 2013, con il regno di papa Francesco, che ha proposto una riforma sinodale sulla base della sua esperienza nel Consiglio episcopale latino americani - CELAM, che riunisce tutti i vescovi dell'America Latina, in particolare a partire dalla Conferenza generale tenuta a Medellín (Colombia) nel 1968. Tra i cattolici latinoamericani cominciarono a sperimentarsi nuove forme di aggregazioni popolari, che comportavano anche co-decisione, le "comunità di base".
  La nostra Chiesa non è preparata ad una sinodalitá popolare, vivamente osteggiata dai papi Giovanni Paolo 2º e Benedetto 16º. La si vive nei movimenti ed associazioni che però non coinvolgono la struttura istituzionale della Chiesa, composta da parrocchie e diocesi. Trasferirla in una parrocchia è una sfida interessante. La cosa va preparata e ne va programmato un tirocinio progressivo. Bisognerebbe iniziare con il rivitalizzare quell'istituzione sinodale che già è prevista a livello parrocchiale e che è il Consiglio pastorale parrocchiale, che può comprendere anche membri eletti dai parrocchiani. Da noi da anni non si riunisce e ciò in aperta violazione del decreto del Cardinal Vicario che lo previde come obbligatorio a Roma.
  Bisogna poi fare cultura popolare sinodale a partire da circoli limitati e con costanza. Di solito si sa troppo poco di religione e ciò che si sa lo si sa spesso a un livello bambinesco. Non c'è da stupirsi poi che la religione risulti noiosa per molte persone, in particolare per i più giovani. Questi ultimi sono molto istruiti, ma è come se questo non servisse a nulla varcando le soglie della parrocchia, nella quale si è accettati solo facendosi come bambini, ma non in senso evangelico. Essere cristiani non richiede di farsi deficienti, tutt'altro.
Mario Ardigo - Azione Cattolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro, Valli
  
  
   

martedì 7 giugno 2022

CULTURA RELIGIOSA

 

CULTURA RELIGIOSA

 

 Sinodalità  significa partecipare, anche nella nostra Chiesa, alle decisioni che ci riguardano. Alla base c’è il valore della libertà, che significa, appunto, poter avere parte nelle decisioni che ci riguardano.

  Nessuna persona, in società, decide tutto  quello che la riguarda e, in quello che può decidere, decide da sola. Questo perché la società intorno influenza tutto ciò che facciamo e anche come ci presentiamo alle altre persone. Definisce, in particolare, le scelte plausibili e, in genere, si decide solo tra quelle. Per conquistare spazi più ampi di libertà, occorre trasferirsi in un’altra società o estraniarsi, nella misura in cui è possibile, da quella in cui si vive.

  Decidere  richiede di capire. Capire  al fine di decidere  è la cultura. Quest’ultima è sempre un risultato collettivo e non è solo erudizione, vale a dire un sapere delle cose. Il sapere diventa cultura quando riesce a dare un orientamento per decidere, cioè, in base a quello che ho osservato, per partecipare alla decisione.

  Da quando papa Francesco ha spinto per una trasformazione sinodale delle nostre Chiese, e tra esse anche di quelle in Italia, gli esperti in varie discipline religiose e gli antropologi e i sociologi che si occupavano della religiosità popolare hanno prodotto vari lavori sul tema della sinodalità. In genere sono d’accordo nell’osservare che le nostre Chiese non sono organizzate sinodalmente: in particolare non sono libere, nel senso che ho sopra definito. Non vi è nemmeno riconosciuta la libertà di espressione, che è alla base di ogni cultura: in quanto risultato collettivo la cultura si basa infatti sul dialogo, che non può esservi se non si può parlare liberamente. Clero e religiosi stanno peggio delle persone laiche, le quali si valgono degli spazi di libertà consentiti, almeno in Europa, dalle democrazie avanzate. Clero e religiosi sono soggetti alle bizzarrie di un organismo di polizia teologica che oggi è definito Dicastero e che ha la funzione di rovinare la vita ai teologi cattolici di tutto il mondo, mediante una procedura opaca, in cui i diritti di libertà e la dignità della persona sono umiliati. E’ la metamorfosi di un’istituzione criminale denominata Inquisizione, che, dal Duecento all’inizio del secolo scorso ha insozzato il potere dei Papi. Con la soppressione, per conquista militare da parte del Regno d’Italia, essa perse il potere di ammazzare, infierire sui corpi e incarcerare. Conservò il potere, come detto, di cancellare il pensiero dei teologi appartenenti al clero e agli ordini religiosi, che ancora ha. E certamente l’atto di pentimento collettivo a cui papa Giovanni Paolo 2° ci guidò nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000 e che riguardò anche quel dispotismo non fu sufficiente: mancò qualsiasi autocritica del Papato, ed essa ancora manca.

  In Italia le persone laiche di fede, dagli scorsi anni ’70, hanno preso ad esprimersi anche su temi religiosi con gli strumenti della democrazia. E’ stata un’importante scelta di libertà, di tipo sinodale in quanto espressione anche di una cultura religiosa, ma la gerarchia ecclesiastica la criminalizza, anche se non può più colpire i disobbedienti. All’interno delle nostre comunità religiose, però, non è consentito di esprimersi. Questo le ha progressivamente impoverite e, in particolare, ha contribuito ad allontanare le persone giovani, che, almeno in Italia, vivono in una società democratica e non sanno che farsene della sciocca autocrazia ancora praticata in religione. La religione diventa inutile per loro e addirittura controproducente. Non posso dar loro torto.

  La vita in parrocchia è tutta centrata sulle liturgie, vale a dire su ciò che il clero può controllare. La cultura religiosa è di assai bassa qualità ed è ridotta in sostanza a favole bambinesche. Le persone più giovani, però, ad un certo punto non tollerano più di essere trattate come i bambini e se ne vanno. Da diversi anni i sociologi avvertono che sta accadendo anche alle donne, oggetto nelle nostre Chiese di odiose discriminazioni.

  Circoli di cultura religiosa esistono, ma fuori delle parrocchie o da altre istituzioni ecclesiastiche simili. Ci sono nell’associazionismo di impronta religiosa, come nella nostra Azione  Cattolica  e nel MEIC - Movimento ecclesiale di impegno culturale.

  Realizzarne uno in parrocchia potrebbe essere un importante obiettivo di sinodalità: lo si potrebbe fare utilizzando le possibilità di dialogo consentito dalle videoconferenza, di cui, in tempi di COVID, alcune persone hanno potuto fare esperienza.

  Innanzi tutto bisogna ricominciare a leggere e a confrontarsi su ciò che si è letto. Di solito siamo abituati a dipendere in tutto dal clero, ma da esso non ci verrà nulla di utile per la sinodalità perché essa è palestra di libertà e clero e religiosi, per ciò che s’è detto prima, non sono persone libere.

  Per i più anziani si tratta forse di un obiettivo irraggiungibile perché la persona anziana ha di solito difficoltà a cambiare e finora religione tra le persone cattoliche ha significato più che altro liturgia, vale a dire attività in cui non è richiesto di confrontarsi. Si sta a sentire e si risponde come indicato nelle formule stampate sul  foglietto. Ma molte persone anziane nella loro vita hanno fatto esperienza di cultura e potrebbero addirittura esserci di guida nella costruzione di una vera sinodalità.

  Per il resto, bisogna considerare che, per ragioni fisiologiche insuperabili, il dialogo è possibile realmente solo tra persone della stessa fascia d’età, altrimenti non attira, e non ci si può fare nulla. Senza l’emotività coinvolta nelle relazioni personali tra coetanei o quasi non si fa realmente cultura. Quindi bisognerebbe pensare un sistema di circoli per classi d’età, con momenti condivisi.

 Tutto questo può sembrare irrealistico, in un momento in cui la sinodalità sembra stare per essere messa in archivio: in parrocchia da noi, ad esempio, non se ne parla più. Si è ricominciato come se nulla fosse accaduto. Del resto il Papa, si vede, non sta bene, e probabilmente tra quelli che avranno voce nella sua successione c’è chi pensa che non è il momento di spingere sulla sinodalità, perché tra non molto potrebbe passare di moda. In un sistema di potere di autocrazia assolutistica come quello del Papato romano in effetti è così: il nuovo gerarca religioso potrebbe cancellare con pochi tratti di penna tutto ciò che era stato disposto dal suo predecessore. Cambiare le nostre Chiesa nella loro componente di popolo sarebbe però molto più difficile. E’ appunto questo il problema al quale papa Francesco vorrebbe rimediare: gerarchia e popolo che vanno ciascuno per la propria strada, sostanzialmente ignorandosi e diffidando reciprocamente, con il popolo che, duramente umiliato negli ambienti religiosi, trova la sua rivalsa nella società democratica in cui le libertà civili sono riconosciute e protette.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 6 giugno 2022

da Avvenire on line: Vaticano. La «riforma» diventa effettiva. Così cambia la Curia Romana

 

Vaticano. La «riforma» diventa effettiva. Così cambia la Curia Romana

da Avvenire on line

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/cambia-la-curia-romana-riforma-diventa-effettiva

 "Gli unici due incarichi per cui è esplicitamente stabilito che siano presieduti da un porporato sono il prefetto della Segnatura apostolica e il coordinatore del Consiglio per l’economia. Per il resto viene stabilito che «qualunque fedele può presiedere un Dicastero o un organismo, attesa la peculiare competenza, potestà di governo e funzione di questi ultimi». E questo in virtù del principio che la «potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’ordine, ma dalla missione canonica» ricevuta dal Papa con il conferimento dell’ufficio.

Nel testo si parla di “Segreteria generale del Sinodo” e non di “Segreteria generale del Sinodo dei vescovi” come tuttora si chiama questo organismo extra-curiale. Segno forse che quel “dei vescovi” è destinato a dissolversi."


Gianni Cardinale sabato 4 giugno 2022

 

Entra in vigore oggi la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium che ridefinisce ordini e compiti dei dicasteri istituendone di nuovi

 

Nella solennità di Pentecoste, questa domenica, entra in vigore la Costituzione apostolica Praedicate Evangelium, uno degli atti qualificanti l’attuale pontificato. Con questo documento, promulgato (finora solo in lingua italiana) il 19 marzo e poi in editio typica il 31 marzo, papa Francesco ridisegna la Curia Romana e introduce un principio in qualche modo “rivoluzionario” che potrà avere ripercussioni a livello di Chiese particolari. Numerosi i cambiamenti nella struttura curiale. Spariscono le vecchie denominazioni (Congregazioni, Pontifici Consigli) e i 16 dipartimenti della Santa Sede vengono chiamati Dicasteri.

Rimane la Segreteria di Stato ma perde molte delle sua attribuzioni e non sarà più l’architrave della Curia, come aveva voluto Paolo VI e confermato Giovanni Paolo II. Cambia anche l’ordine di precedenza. Al primo posto ci sarà il Dicastero per l’Evangelizzazione (direttamente presieduto dal Papa con due pro-prefetti nelle sezioni in cui è diviso) e solo dopo quello per la Dottrina della fede (che storicamente aveva sempre la prima posizione tra le vecchie Congregazioni). Segue il nuovo Dicastero per il Servizio della carità, che precedentemente era un semplice Ufficio, quello dell’Elemosineria apostolica.

Piccola ma significativa novità: nel testo si parla di “Segreteria generale del Sinodo” e non di “Segreteria generale del Sinodo dei vescovi” come tuttora si chiama questo organismo extra-curiale. Segno forse che quel “dei vescovi” è destinato a dissolversi.
Nei vecchi ordinamenti della Curia Romana era previsto che il segretario di Stato e i prefetti delle Congregazioni fossero cardinali. Tutto questo sparisce.

Gli unici due incarichi per cui è esplicitamente stabilito che siano presieduti da un porporato sono il prefetto della Segnatura apostolica e il coordinatore del Consiglio per l’economia. Per il resto viene stabilito che «qualunque fedele può presiedere un Dicastero o un organismo, attesa la peculiare competenza, potestà di governo e funzione di questi ultimi». E questo in virtù del principio che la «potestà di governo nella Chiesa non viene dal sacramento dell’ordine, ma dalla missione canonica» ricevuta dal Papa con il conferimento dell’ufficio.

Un principio in qualche modo “rivoluzionario” che potrà avere importanti ripercussioni nel futuro della vita ecclesiale, anche a livello diocesano (con le figure dei vicari generali ed episcopali, ma prima bisognerà emendare il Codice di diritto canonico).

Finora l’opinione prevalente e la prassi consolidata postconciliare era quella che vedeva la potestà di governo essere connessa al sacramento dell’Ordine, con la conseguenza che nei ruoli apicali della Curia potevano sedere solo sacerdoti o vescovi, con o senza la dignità cardinalizia. Così prevedeva la precedente Costituzione apostolica che regolava la Curia, la Pastor Bonus del 1988.

Presentando la nuova Costituzione apostolica il gesuita Gianfranco Ghirlanda (preconizzato cardinale da papa Francesco domenica scorsa), ha ricordato però che la questione – «molto complessa» e che «divide gli autori» – fu dibattuta «ripetutamente nel Concilio Vaticano II, ma alla fine questo non l’ha voluta dirimere nel senso dell’origine dal sacramento dell’Ordine».

Tanto che già in alcune norme canoniche postconciliari, sottolinea Ghirlanda, viene fatto valere il principio che la potestà di governo deriva dalla missione canonica conferita dal Papa. In attesa di vedere quali incarichi saranno affidati a laici e laiche, Francesco domenica ha comunque annunciato che farà cardinali i due prefetti delle Congregazioni per il culto divino e per il clero, che prevedibilmente rimarranno alla guida dei rispettivi nuovi Dicasteri.

Dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione apostolica si attende anche la nomina dei nuovi vertici dei Dicasteri. Di per sé hanno già superato i 75 anni i prefetti delle vecchie Congregazioni (ora Dicasteri) per la Dottrina della fede, per le Chiese orientali, per i Consacrati, per l’Educazione cattolica, per il Servizio umano integrale, nonché il Penitenziere maggiore. Nel corso dell’anno raggiungeranno poi l’età pensionabile i prefetti del Dicasteri per i Laici e di quello delle Cause dei santi. Il Papa comunque può sempre derogare dai limiti di età.

Soprattutto però, dopo la Praedicate Evangelium sarà necessario approvare un nuovo Regolamento generale della Curia Romana, nonché quelli interni alle istituzioni vaticane. Non solo. Alcune novità introdotte, come ad esempio la sparizione della Camera apostolica, vanno anche ad intaccare le norme per il Conclave, quindi sarà necessario emendare anche la Universi Dominici Gregis. Senza contare poi che, secondo il cardinale Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, coordinatore del Consiglio di cardinali che più da vicino ha collaborato col Papa per la nuova Costituzione apostolica, sarà ora necessario mettere mano alla revisione dell’intero Codice di diritto canonico.

 

domenica 5 giugno 2022

Nuovi inizi

 

Nuovi inizi

 

 Pentecoste ci ricorda gli inizi delle nostre Chiese. A differenza di ora, non c’era una tradizione di cui tener conto. Oggi costituisce un grosso problema sulla via della rinascita.

  La storia di quegli inizi non appare completa e contiene molti elementi che gli storici dicono “congetturali”: si pensa che sia andata in un certo modo, ma non è sicuro. I buchi sono stati tappati dalla teologia.

  Il passaggio dall’originario ambiente palestinese, dove si parlava aramaico e si intendeva l’ebraico, a quello ellenistico, in cui si parlava greco, non  è del tutto chiaro. Fu sostanzialmente un nuovo inizio. Paolo veniva da Tarso, in Cilicia, nel meridione dell’antica Asia minore, che alla sua epoca era ancora una città ellenistica. Fu un elemento di raccordo tra l’antico giudaismo e la cultura ellenistica. Tutto il resto è assai problematico. Ebbe sicuramente molta importanza l’ambiente ellenistico che c’era in Antiochia di Siria. E’ in larga parte congetturale l’identità degli autori dei Vangeli, degli Atti degli apostoli, delle lettere neotestamentarie non attribuite a Paolo e dell’Apocalisse. Così come si sa poco di come fossero organizzate le prime koinonìe – comunità che facevano riferimento al vangelo di Gesù di Nazaret. Notizie più affidabili cominciano ad aversi verso la metà del Primo secolo. Un personaggio molto importante di quest’epoca fu Ignazio vescovo di Antiochia, uno dei primi fautori conosciuti dell’episcopato detto “monarchico”, in cui tutti i poteri erano accentrati in una sola persona. A lui sono attribuite sette lettere  scritte in greco, una indirizzata ai Romani. Un’altra figura molto importante di quei tempi fu il nostro Clemente, papa a Roma dall’88 al 97. A lui è attribuita una lettera  ai Corinzi, scritta in greco.

  Poi ci fu l’inculturazione nelle società latine, sotto molti aspetti un ulteriore nuovo  inizio. Tra greci  e latini  vi fu storicamente sempre un certo attrito, che ancor’oggi si manifesta tra la Chiesa di Roma, latina e quella governata dal patriarcato di Mosca, erede alla lontana dei greci.

  Nuovi inizi furono le inculturazioni dei cristianesimi spagnoli, portoghesi e inglesi, che furono alla base della diffusione planetaria della nostra fede, mentre grandi teologie si svilupparono nelle culture francesi e germaniche, molto coinvolte nelle vicende italiane e in quelle del papato romano. Fino a metà Ottocento la lingua delle scienze rimase il latino e questa fu anche una delle lingue principali della teologia in Occidente.

  E ora a che punto siamo?

  Siamo nel mezzo di un ulteriore nuovo inizio. Questo anche se non è veramente nuovo   nel senso di recente. Risale agli scorsi anni Cinquanta, quindi ha più o meno la mia età. A quell’epoca cominciò a finire l’egemonia dei cristianesimi veicolati dagli europei. Ogni cristianesimo ha sempre fatto riferimento a un ambiente sociale, e anche ad un sistema di potere, e allora l’assetto del mondo iniziò a cambiare.

  Ma c’è ancora necessità di cristianesimo, in particolare nella nostra società? Questo è  il punto.

  La tradizione schiaccia i cristianesimi che oggi pratichiamo in forme obsolete che li rendono in gran parte inutili. Non si sa più che farne, se non per abbellire certe feste della vita. E’ ciò che accade a certi chiesoni del centro cittadino di Roma.

  D’altra parte si constata che, staccandosi dalla tradizione, poi prendono piede certe fantasiose costruzioni religiose che appaiono inutili in altro senso. Deve esserci sempre un limite all’immaginazione, per mantenere un qualche collegamento con la realtà, senza il quale la religione diventa solo sogno.

  Il processo sinodale che siamo chiamati a vivere è un modo per organizzare il cambiamento in modo che rimanga utile, praticabile. Però vi sono difficoltà a coinvolgervi le persone, lo sperimentiamo bene. Anche perché i più hanno perso dimestichezza con la cultura religiosa.

 Quindi si riesce ad ottenere qualche risultato prevalentemente animando piccoli circoli di coetanei, con una qualche acculturazione religiosa di base. Del resto, nei tempi più antichi i cristianesimi partirono proprio da questo. Ottenere risultati su larga scala richiederà molto più tempo. E se nel frattempo tutto ciò che c’è finisse per dissolversi? Non sarebbe meglio puntellare il processo sfruttando il sacro, come s’è fatto nei secoli passati? Sarebbe certamente possibile, ma disonesto, immorale. Storicamente il sacro è stato un rivestimento rigido che ha incatenato l’essenziale dei cristianesimo, vale a dire il vangelo. E la sinodalità significa anche desacralizzare  il potere religioso, per farlo condiviso.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 3 giugno 2022

Vigilia di Pentecoste

 

Vigilia di Pentecoste


  Pentecoste mi ha sempre molto coinvolto. Non per come di solito viene spiegata. E’ il ricordo di un nuovo inizio e, insieme, l’insegnamento sapienziale che un nuovo inizio può, e anzi deve,  realmente accadere nella nostra vita.

 

Quando venne il giorno della Pentecoste, i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo. All’improvviso si sentì un rumore dal cielo, come quando tira un forte vento, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Allora videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e si posavano sopra ciascuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo concedeva loro di esprimersi.

  A Gerusalemme c’erano Ebrei, uomini molto religiosi, venuti da tutte le parti del mondo. Appena si sentì quel rumore, si radunò una gran folla e non sapevano che cosa pensare. Ciascuno infatti li sentiva parlare nella propria lingua. Erano pieni di meraviglia e di stupore e dicevano: «Questi uomini che parlano non sono tutti Galilei? Come mai allora ciascuno di noi li sente parlare nella sua lingua nativa? Noi apparteniamo a popoli diversi: Parti, Medi e Elamiti. Alcuni di noi vengono dalla Mesopotamia, dalla Giudea e dalla Cappadòcia, dal Ponto e dall’Asia, dalla Frigia e dalla Panfilia, dall’Egitto e dalla Cirenaica, da Creta e dall’Arabia. C’è gente che viene perfino da Roma: alcuni sono nati ebrei, altri invece si sono convertiti alla religione ebraica. Eppure tutti li sentiamo annunziare, ciascuno nella sua lingua, le grandi cose che Dio ha fatto».

Dagli Atti degli apostoli, capitolo 2, versetti 1-10 – At 2,2-10 - Versione TILC – Traduzione interconfessionale in lingua corrente

 

  Una volta faticosamente liberata dalle desolanti catene mitologiche e concettuali con cui la teologia dei secoli passati l’ha strumentalizzata, la nostra fede è quello: una Pentecoste. Fa ardere il cuore. Un linguaggio universale. Un’esperienza collettiva, che si raggiunge quando  ci si  riunisce insieme e che è capace di radunare. Nell’ebraismo Pentecoste celebra il dono della Legge: per i cristiani è tutt’altro. Spesso si sottovaluta la distanza tra i due culti. Condividono solo un importante patrimonio culturale.

  Pentecoste non è avere le traveggole. Il dubbio  può sorgere. Ne parla il seguito del brano neotestamentario che ho sopra trascritto:

 

Se ne stavano lì pieni di meraviglia e non sapevano che cosa pensare. Dicevano gli uni agli altri: «Che significato avrà tutto questo?». Altri invece ridevano e dicevano: «Sono completamente ubriachi».

[At 2, 12-13]

 

  In effetti certe esperienze religiose si manifestano con un’emotività stralunata che non lascia ben sperare. Per certi guru  la religione dovrebbe essere un’esperienza paranormale: su questo si basa la religiosità dei santuari e delle persone miracolanti. Niente di nuovo: è qualcosa che c’è sempre stata e che è testimoniata fin da quando l’umanità è stata capace di lasciare narrazioni di sé. Non è caratteristica dei cristiani.

  L’effetto di Pentecoste è collettivo:

ἦσαν δὲ προσκαρτεροῦντες τῇ διδαχῇ τῶν ἀποστόλων καὶ τῇ ⸀κοινωνίᾳ, τῇ κλάσει τοῦ ἄρτου καὶ ταῖς προσευχαῖς. [ si legge: èsan de proskarterùntes te didaché ton apostòlon  kai te coinonìa te plàsei tu artu dai tàis proseucàis]  [At 2, 42]

ἦσαν stavano δὲ dunque  προσκαρτεροῦντες continuando sempre a praticare τῇ διδαχῇ l’insegnamento τῶν ἀποστόλων degli apostoli  καὶ τῇ ⸀κοινωνίᾳ e lo stare insieme da compagni, τῇ κλάσει la frazione τοῦ ἄρτου del pane καὶ e ταῖς προσευχαῖς.la preghiera 

TILC traduce: Essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme. – CEI 2008 traduce: Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. – Diodati traduce: Essi erano perseveranti nel seguire l’insegnamento degli apostoli, nella comunione, nel rompere il pane e nelle preghiere

   Si tratta in definitiva di un nuovo modo di stare insieme,  da compagni – koinonòi da koiné, che significa unione, anche nel senso di lingua o cultura comune. E i primi cristiani impegnati nella predicazione si chiamavano tra loro koinonòi.

  Naturalmente le scienze bibliche hanno trovato nel brano che ho citato moltissimi altri significati rilevanti in religione e ci si sono costruite su molte varianti teologiche.

 Al contrario di quello che di solito si pensa, la nostra religione ha espresso sofisticate culture, cercando di dare una risposta a tutti i problemi della vita, da quelli più semplici a quelli più complessi. Per molti, tuttavia, essa viene vissuta sempre a livello bambinesco, anche perché non di rado l’istruzione religiosa che si è avuta da molto piccoli  è l’unica della vita.

  A Pentecoste, tuttavia, non venne infusa dall’alto una sapienza o una dottrina. Piuttosto sembra che si sia avuta conferma di un’idea che era al centro dell’insegnamento del Maestro: la possibilità reale e insieme l’esigenza della conversione da un modo di vivere ad un altro, senza che si fosse condannati a vivere quello di prima,  e il dono dello Spirito Santo [ἁγίοs santo πνεύματος spirito  -  agìos pnèumatos]. L’effetto  è la koinonìa, il vivere insieme da compagni, quindi da persone che condividono una cultura, un impegno, una missione verso il mondo intorno (non semplicemente il vivere insieme pacificamente). La cultura  e la lingua comuni sono quelle dell’agàpe, della solidale e amorevole sollecitudine. La missione è quella di trasformare tutte le società intorno secondo quel modo di convivenza. Per alcuni è troppo poco, senza l’immaginifico teismo delle teologie del passato, in realtà, mentre è piuttosto semplice per i dotti costruire una qualche fantasiosa teologia con cui tiranneggiare i semplici, rendere reale l’agàpe, sebbene alla portata di tutti, dotti e semplici,  è molto più arduo costruire, tessendo legami buoni tra le persone, perché richiede la conversione.

  Tutto questo viene utile nel travagliato processo sinodale in cui siamo (o dovremmo sentirci) impegnati, con scarso frutto almeno per ora, a ciò che posso constatare.  

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

giovedì 2 giugno 2022

Repubblica nel 2022

 

Repubblica nel 2022

 

 Oggi è la festa civile della Repubblica. In Italia ha anche un significato religioso, perché la Repubblica democratica italiana è stata fatta con il contributo determinante dei cristiani, in particolare dei cattolici.

  Non si trattò solo del passaggio da una monarchia, quella della dinastia Savoia, a una repubblica, quella di tutti gli italiani, quindi in questo senso “popolare”, ma della costruzione di una nuova democrazia, come prima non c’era mai stata.

  La democrazia è un sistema di governo nel quale si vuole ottenere una larga partecipazione dei governati alle decisioni che li riguardano, secondo il principio medievale, enunciato dai teorici del diritto dei cristiani, che ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. Per ottenerla, nessun potere, pubblico o privato deve essere senza limiti e, in particolare, insindacabile. Questo è uno dei principi fondamentali di ciò che definiamo “giustizia”. L’altro, strettamente correlato, è l’equità, che significa tra ciò che una persona dà e ciò che riceve in società ci deve essere una ragionevole proporzione, vale a dire che non ci si possa approfittare del più debole, e che in società nessuna persona debba mancare di ciò che è considerato necessario per vivere con dignità. Va precisato che non è possibile costruire una democrazia se chi è chiamato a parteciparvi manca di quello. Chi non lo ha è spinto ai margini.

 La nostra non è solo una repubblica democratica, ma anche popolare, perché vi si vuole produrre la più larga partecipazione. Questo ha richiesto importanti riforme sociali, per realizzare  quell’equità che la rende  effettiva.

  Infine, la partecipazione democratica richiede che la società riconosca ad ogni persona la libertà di esprimersi. La società democratica è infatti una società libera.

  La nostra Chiesa è stata storicamente tra i principali avversari dei processi democratici moderni. Attualmente è una monarchia assoluta di tipo feudale, secondo un ordinamento che è stato progettato e costruito circa mille anni fa e che storicamente ha richiesto incredibili violenze per essere mantenuto. Si tratta di un sistema obsoleto, ingiusto e umiliante, a cui si sta cercando di porre rimedio, con scarso successo sinora, con i processi sinodali che sono in corso e che in gran parte si ispirano ai principi delle democrazie avanzate contemporanee. Eppure non di rado si sente ancora dire la sciocca frase: “La Chiesa non è un democrazia”. In quanto società politica, che quindi deve essere governata, la Chiesa dovrebbe esserlo, perché, nella misura in cui non lo è, è ingiusta e va contro il comandamento dell’agàpe cristiana, quindi è anche ingiusta in senso propriamente religioso.

  Di fatto, i cristiani italiani hanno contribuito a progettare la nostra nuova democrazia tenendo presente i principi evangelici, contribuendo in questo modo a formare un pensiero sociale cristiano, che è molto più esteso della dottrina, che è enunciata dal Papa e dai vescovi. Le persone laiche di fede hanno contribuito alla dottrina  molto più di ciò che in genere si è portati da ammettere.

  La sinodalità di cui oggi si parla e che si vorrebbe sperimentare mette in questione un potere religioso esercitato in modo opaco, essenzialmente per difendersi dal popolo. La prima esigenza di chi comanda in modo ingiusto è di continuare a legittimare il proprio potere.

  E’ stato incredibile che il primo atto del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana sia stato quello di delimitare temporalmente l’inchiesta conoscitiva sugli abusi sessuali di clero e religiosi. Qui è in questione l’esercizio del potere episcopale, perché, come dimostrano analoghi inchieste condotte in altri stati, in particolare negli Stati Uniti d’America e in Germania, dietro gli abusi, che spesso sono seriali, c’è stato il tentativo di sopire le vicende da parte di chi governava l’apparato ecclesiastico. E’ in questione, quindi, un potere che si vuole mantenere così com’è, nonostante le sofferenze che ha prodotto e tollerato che si producesse. In realtà, giustizia vorrebbe che, finché vive una persona che nella sua vita è stata abusata dal clero e dai religiosi essa sia ascoltata, anche se dal punto di vista della giustizia penale dello stato i colpevoli non possono più essere perseguiti: deve essere ascoltata per capire che cosa è successo e ciò che non ha funzionato nella prevenzione e repressione.

  Eppure i temi all’ordine del giorno nella nostra società erano altri, ad esempio la guerra e la conseguente crisi economica, che mettono in pericolo quel sistema di giustizia sociale che è essenziale per mantenere un regime democratico. Ma si tratta di argomenti che non mettono in questione il sistema di potere feudale che governa la nostra Chiesa.

  In oltre dieci anni, su questo blog, in migliaia di post, sono state pubblicate le informazioni di base sul cristianesimo democratico, quindi anche su repubblica e democrazia. Sono sempre a disposizione di tutte le persone interessate, in particolare di quelle realmente coinvolte nei processi sinodali.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli