INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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sabato 18 giugno 2022

Includere

 

Includere

 

  Tempo fa ho letto un articolo di un noto e colto opinionista che, dopo aver osservato che la Chiesa in Italia va svanendo, rivalutava i costumi dei tradizionalisti, i cui seminari sono pieni e che praticano tanta pietà rituale, i preti con la tonaca ecc., e insomma appagano la nostalgia di chi ha conosciuto ciò che c’era una volta. E, allora, concludeva, perché demonizzarli, perché non lasciar loro campo libero tra noi? Rimuoviamo ogni divieto, che celebrino la messa come pare loro e via dicendo.

  Personalmente non sono contrario a liberalizzare il tradizionalismo, come qualsiasi altra nostra tendenza religiosa che mantenga una certa relazione con l’essenziale della nostra fede, che sia riconoscibile come cristiana. Sono fortemente insofferente  della pesante polizia ideologica che ancora opprime clero e religiosi e di conseguenza limita gli ambienti religiosi a loro affidati, coinvolgendo anche i laici. Che ognuno preghi come sa e sente. Purché non neghi alle altre persone la possibilità di fare altrettanto. Ed è proprio questo il problema del cosiddetto tradizionalismo. Che vorrebbe imporre la sua uniformità  a chi vorrebbe vivere la fede diversamente. Escludono. Hanno nostalgia della Chiesa di una volta, che era molto più autoritaria è intollerante di quella di adesso.

  Vediamo che in chiesa viene sempre meno gente, a parte certe occasioni di festa, personale o comunitaria. Non è tanto perché non crede, penso, ma perché siamo diventati sempre meno inclusivi e noi che siamo rimasti dentro nemmeno ce ne accorgiamo più. Non vengono più in chiesa quelli che noi non vogliamo più tra noi. La schiera degli esclusi è sempre più lunga e per i motivi più vari. Basta, ad esempio, manifestare un certo spirito di iniziativa per non essere più bene accetti.  Così poi la gente si è disabituata a praticare la religione e, quando questo accade, è sempre più difficile tornare indietro. Soprattutto quando la formazione religiosa è più o meno limitata alle poche cose imparate (male) per la Prima Comunione.

 La sinodalità viene proposta come rimedio. Significa partecipare attivamente e con spirito di iniziativa alla costruzione della Chiesa.

  Si comincia del piccolo, dal proprio piccolo gruppo di frequentazione, per poi proseguire cercando di creare una rete. Questo fu il metodo seguito alle origini, quando non c’erano preti e monaci, vescovi e papi, chiese e chiesoni, una teologia molto sviluppata, e si dovette fronteggiare il colpo della morte del Maestro, apparentemente una sconfitta. Anche a quell’epoca tutto sembrò svanire. Che cosa fece la differenza e cambiò le prospettive?

  La pratica religiosa che in genere si propone a tutti è modellata su quella degli anziani di una volta. Come si può pretendere che coinvolga  le altre persone?

  Si viene  in chiesa e si trovano quelli, preti e non, che vorrebbero cambiarti e sono sempre insoddisfatti degli sforzi che si fanno in quella direzione. Più o meno si vorrebbe cambiare la gente facendola come quella di una volta. Io penso che si abbiano tutte le ragioni quelli che rifiutano la proposta. Sebbene qualcuno la accolga, e per me va bene che prosegua per quella via. Ma io quella strada non la imboccherò mai. Perché conosco un po’ la storia e la Chiesa di una volta in genere, purtroppo, mi fa orrore. Non sono rimasto cristiano per difendere la Chiesa di una volta. Mi ha affascinato il vangelo.

  Sinodalità è essenzialmente praticare il vangelo, cominciando con lo sforzarsi di rimanere insieme da amici. “Vi ho chiamato amici”, sono le parole del Maestro narrate nei Vangeli [nel Vangelo secondo  Giovanni, capitolo 15, versetto 15 - Gv 15, 15]. Per alcuni è troppo poco, perché non c’è intorno tutto il paranormale che spesso si accompagna alla religiosità, ma in realtà non lo è. Abbiamo pochi grandi amici, si stima che ciascuno ne abbia più o meno cinque. Allargando le cerchie delle conoscenze si arriva a una trentina: le dimensioni di un piccolo gruppo, in cui ci si può ancora tutti conoscersi di persona. Farsi degli amici è impegnativo e richiede tempo. Ma la Chiesa è molto più grande! Certo, ma può essere considerata una rete di circoli di quella dimensione. Così se, nella nostra sinodalità, riusciamo a tenere insieme un gruppetto di una trentina di amici, siamo un bel po’ avanti.

  Si parla di Chiesa universale, ma gli stessi teologi non sono d’accordo nel definirla. Io non la riesco nemmeno a pensare. E, certo, quando ci troviamo la domenica nella messa che abitualmente frequentiamo, ci troviamo insieme a molte  persone che ci vengono da tempo insieme a noi e che però non conosciamo veramente. Sinodalità è, per cominciare,  approfondire le relazioni con loro, veramente il nostro prossimo.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli

 

 

 

 

 

 

venerdì 17 giugno 2022

Pluralità

 Pluralità


   Vi sono animali che vivono tutta la vita o parte di essa in gruppi di individui della loro stessa specie. Ad un osservatore disattento appaiono indistiguibili dai loro simili, se non per il sesso o l’accrescimento. Quindi vediamo che ci sono maschi e femmine, piccoli e adulti. Eppure, accostandoli per più tempo, come accade agli allevatori (da ragazzo fui allevatore di polli) ci si accorge che ciascuno ha una sua propria individualità. Si somigliano, ma non sono uguali: nessuno è la copia identica dell’altro. Per gli esseri umani è lo stesso, ma le differenze diventano più marcate perché si esprimono in molti aspetti culturali e sociali. Per essi i gruppi umani si manifestano come società, che possono diventare molto complesse perché le maggiori capacità cognitive degli individui rendono possibili forme di collaborazione estese e raffinate. Così la cultura, intesa in senso antropologico, come l’insieme delle concezioni e dei costumi di riferimento, insieme divide e unisce. Questo accade anche in religione.

  Pretendere una intensa uniformità tra le persone in tutto, e in particolare nelle cose che nella vita sono più importanti, e l’amore è tra esse, è, quindi, disumano. Però ciclicamente essa viene considerata un valore. Lo si vede, ad esempio, nelle vesti di chi appartiene a certi ordini religiosi, nelle tonache dei preti di una volta e dei sedicenti tradizionalisti contemporanei, nelle divise militari. Ma finché questo riguarda l’esteriorità o, al più, certi momenti della vita, non disturba, o non tanto. Se invece si vogliono uniformare  addirittura le coscienze, cominciano i problemi, perché la persona umana ne soffre. Talvolta sembra, però, che la formazione religiosa punti proprio a quello.

  I guai si fanno più grossi quando si pretende di cucire addosso alle altre persone un abito sociale e individuale insostenibile, caricandole di pesi insopportabili. Accade spesso, nella nostra Chiesa, sulle questioni di moralità sessuale, dove un ceto di celibi per scelta vorrebbe imporre alle persone che invece accettano di amarsi obblighi insensati. Non lo si fa per cattiveria, naturalmente. Ma si fa tanto soffrire, in particolare proprio i coniugi cristiani, che si amano più intensamente e a lungo. 

  Ecco che, ad esempio, l’altro giorno si è detto che la formazione al matrimonio dovrebbe essere molto lunga e complicata, alla pari di quella dei preti cattolici (che comunque, alla prova dei fatti, manifesta gravi carenze, in particolare nelle attitudini relazionali verso le persone laiche), durare molti anni, e praticamente tutta la vita (senza poter imparare nulla dall’esperienza, ma avendo sempre di mezza il teologo morale). Nel frattempo bisognerebbe mantenersi casti, nel senso di vietarsi la tenerezza, fino alla stipula del matrimonio canonico. Chiunque ama e ha amato sa quanto questa pretesa sia crudele e insensata. Tanto più in una società come quella italiana, in cui ci si sposa tardi, da trentenni. Su questo penso che la maggioranza delle persone laiche si attenga ad altri criteri, non certo banalizzando il sesso, ma nemmeno demonizzandolo. E’ facile, per chi predica da celibe per scelta, ribadire la dottrina tradizionale, come si suol dire, senza tener conto del male che fa, anzi credendo in buona fede, per deliberata o anche solo inconsapevole ignoranza,  di far bene. D’altra parte, l’efferata polizia ideologica che ancora viene praticata nella nostra Chiesa stronca la vita dei predicatori che non parlano così. E loro, poveretti, lo devono fare: non sono persone libere, uno dei più gravi loro problemi. Le persone laiche ascoltano, ma loro e i predicatori sanno che le cose non andranno secondo quelle prediche. Chi si ama ha, così, preso, sinodalmente, una decisione su quella questione, senza però farne un dramma. E nemmeno i pastori ragionano diversamente, nell’accostarsi a chi la pensa in quel modo. I teologi morali sanno che poche persone praticheranno la via da loro insegnata, e in genere non per molto tempo, e, anche loro, però,  non si stracciano le vesti e non colpevolizzano più di tanto. Ci si intende tutti sul principio morale di non banalizzare le relazioni sessuali, che possono anche avere aspetti giocosi, ma non sono un gioco. Una volta andava molto peggio, c’era una dura pressione sociale, per cui certe cose si facevano di nascosto, ma si facevano comunque, in una complessiva qual ipocrisia. La repressione sociale si abbatteva in particolare, molto duramente, sulle donne, in genere la parte debole di quelle relazioni, e ancora oggi, in definitiva, le rampogne che si fanno su quei temi mirano essenzialmente a colpire le donne, certe volte definite spregiudicatamente addirittura  come criminali. Un costume che, in una riforma sinodale, andrebbe decisamente cambiato e che personalmente non ho mai praticato. Possiamo stupirci, allora, nel leggere che le indagini demoscopiche segnalano una progressiva disaffezione delle donne alle nostre liturgie (e di solito erano rimaste più o meno solo loro a frequentarle con continuità)?

  Ma anche su altri temi ci facciamo del male, in religione, idealizzando l’uniformità.  Nelle parrocchie, e in altri ambienti di prossimità, ci si accapiglia e ci si scomunica (arbitrariamente). Chi la vuole in un modo non tollera che altre persone facciano o pensino diversamente. E magari si tratta di partiti presi poco informati, basati su una formazione religiosa approssimativa. 

  Un rimedio ci sarebbe e si chiama aggiornamento, una delle parole chiave del Concilio Vaticano 2°, usata al posto di riforma, che evocava antiche paure. 

  Ad esempio, l’Ufficio catechistico della nostra  Diocesi organizza, a richiesta, corsi presso le parrocchie per contribuire a diffondere una cultura catechistica al passo con i tempi. Ai tempi in cui le mie figlie andarono a catechismo nella nostra parrocchia certamente non lo era.  Rimediammo noi genitori, che avevamo ricevuto una formazione più completa, ma non sempre può andare così, e gli errori educativi rimangono tali e poi disamorano i giovani alla fede. 

  Mi parve sensata, allora, la linea della Diocesi di Milano in tema di fatti d’amore di un po’ di tempo fa, di lasciare certe cose alla spiritualità e alla responsabilità personali di chi si ama, puntando a far emergere religiosamente l’amore dove il consumismo corrente celebra una sorta di ginnastica del sesso.  

  In una vita ecclesiale capace di sinodalità bisognere puntare piuttosto a sapersi parlare ed intendere fin dove si riesce e a lasciare le cose come stanno dove non ci si riesce, in attesa di intendersi meglio in futuro, rimanendo però vicini e in relazione. Spesso, invece, di fronte alle difficoltà si preferirebbe separarsi o non incontrarsi, ognuno per sé. Quest’ultimo modello, se vissuto in parrocchia, è quello che ho definito condominiale, per cui si cerca di intendersi più che altro per concordare una fruizione degli spazi comuni in modo tale da non doversi avvicinare troppo. Un po’ come, nelle piscine, ci sono i giorni per gli uomini e quelli per le donne. 

  Così, certo, personalmente non seguo la spiritalità dei santi, santuari e relativi eventi miracolanti, ma non vorrei che chi la pratica fosse additato come una persona che sbaglia. Ci sono vissuto in mezzo fino ad ora senza problemi e vorrei continuare così. Non mi arrogo il diritto di rampognare chi non fa come me. Attacco solo la violenza, l’arbitrio, la pretesa di imporre la propria verità e di escludere i dissenzienti, di prendersi tutto. Quando mai il Maestro insegnò  a fare così?

  Ma non è che così ci troveremmo tante persone strane intorno?, si teme. Può accadere e del resto è sempre accaduto. Molto di ciò che diciamo di credere ha l’apparenza di vaneggiamenti. Visioni, sogni, esperienze che definiremmo paranormali ci sono sempre stati e sono narrati anche nella Bibbia. Le persone umane funzionano anche così. Siamo organismi viventi e la nostra è una mente emotiva, dicono gli specialisti. Molte delle esperienze mistiche rivelano psicologie alterate,  certo, con relativa circolazione di endorfine e dopamina: di questo appunto è fatta la nostra emotività, di qualcosa (che per noi talvolta è percepita come qualcuno) dentro che ci spinge ancor prima che riusciamo a razionalizzarne il perché. Il canto, il mangiare insieme, anche ritualmente nella nostra Cena, certi gesti compiuti insieme, generano quelle emozioni, che sono strettamente implicate in ciò che intendiamo per felicità. Ad esempio l’atteggiamento orante che assumiamo recitando il Padre nostro, con le braccia aperte, o la lavanda dei piedi, il Giovedì santo, il segno della Croce sono esempi di gesti che uniscono emotivamente, e danno indubbiamente gioia. Li facciamo e ci avviciniamo, pur rimanendo differenti gli uni dagli altri.

  Imparare a convivere amichevolmente pur se diversi è alla base di ciò che con il greco neotestamentario viene definito agàpe e che è al centro della nostra fede. E’ anche al centro di ciò che chiamiamo sinodalità ecclesiale.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


  

  


Libertà

                                   Libertà     

  Non c’è un solo modo di essere cristiani e nemmeno un solo modo giusto. Ma anche i moventi sono i più diversi. Molti di quelli correnti corrispondono all’antico teismo, secondo il quale ci sono potenze celesti che governano il mondo e le stelle e noi dobbiamo supplicarle per accattivarcene il favore. 

 Nonostante la brutale violenza politica che, tra il Quarto e il Quinto secolo, realizzò l’imposizione di un cristianesimo politico nel bacino del Mediterraneo e oltre a popoli che avevano vissuto e praticato gli antichi teismi, questi ultimi, come sempre accade nelle svolge culturali delle società umane, non scomparvero, ma furono inglobati nel nuovo culto. Questa dinamica, poi, si ripetè sempre anche nelle svolte successive.

  Anche ora è così. Si parla di mancato recepimento dei principi deliberati durante il Concilio Vaticano 2º, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, ma, in realtà si è ancora in una fase di passaggio, in cui quei principi vanno inculturandosi nelle società cristianizzate che seguono la via cattolica. Nel frattempo, però, ne sono andati maturando altri: le società umane si muovono e cambiano e ogni riformatore dovrebbe essere consapevole che il loro futuro non è rigidamente programmabile  e attuabile. 

  Nella nostra Chiesa, in Italia, vi è poi il problema del permanere di un ingombrante passato, espresso in istituzioni, riti e templi, che per non pochi sono tra i principali moventi dell’adesione religiosa. Le esigenze di amministrazione ordinaria di tutto questo sfiancano. Storicamente la nostra Chiesa è divenuta proprietaria anche di una specie di stato, qui a Roma. Lo ha addirittura preteso e ora, nonostante i molti problemi che dà, non riesce a liberarsene, a tagliare ciò che dà scandalo, secondo le raccomandazioni evangeliche.

  L’idea di continuità con il passato che quelle reliquie del passato cercano di indurre è però fallace. La nostra Chiesa non è rimasta la stessa nei duemila anni e oltre della sua travagliata storia, e certo è tanto cambiata nel corso della mia stessa  vita che io posso pensare di aver cominciato in una Chiesa e di finire in un’altra.

  Una cosa è importante capire: nelle dinamiche sociali, comprese quelle ecclesiali, indietro non si torna. In un certo senso ogni cambiamento è dunque irreversibile. Il nuovo che, in un processo reazionario, si cerchi di abrogare, lascerà comunque una traccia culturale. Questo dimostra l’insensatezza dell’efferata violenza usata in religione, e non solo nella nostra confessione, per far arretrare il tempo o per cercare almeno di fermarlo.

  Tra le caratteristiche della nostra religiosità di oggi c’è quella che si ragiona senza troppi problemi di libertà. I teologi ne hanno in genere una concezione negativa, legata al peccato, per cui si sarebbe liberi di peccare per grazia divina, questo costituirebbe la base della nostra dignità, libertà alla quale però, se vogliamo praticare la via della virtù dovremmo liberamente rinunciare. Il pensiero sociale cristiano contemporaneo ha però assimilato meglio l’idea di libertà legata alla dignità, facendone uno dei più forti moventi alla fede.

 Libertà significa aver parte nelle decisioni che ci riguardano, assumendocene le relative responsabilità. Può essere facilmente dimostrato che questa è la via evangelica delle origini, quella insegnata dal Maestro, il quale si dimostrò piuttosto critico verso i poteri sociali del suo tempo, esortando a scegliere tra il fare il bene agli altri e l’obbedienza alle autorità costituite che vi mettevano delle condizioni. Questo tema, nei travagliati anni che seguirono la sua morte, fu al centro delle controversie sul da farsi che divisero in particolare i suoi seguaci che volevano continuare a vivere nell’antico giudaismo e quelli di cultura e stili di vita ellenistici, che poi prevalsero.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


















mercoledì 15 giugno 2022

L’essenza della nostra fede

 

L’essenza della nostra fede

 

 Sto leggendo un libro di qualche anno fa nel quale si cerca di individuare l’essenza della nostra fede, vale a dire quello che non muta con il passare dei secoli e nel contatto con società di culture diverse.

  E’ diventato importante di questi tempi chiarirsi su quel tema, perché si sta pensando a una riforma della nostra Chiesa e si vuole, appunto, che non cambi l’essenza della nostra fede.

  L’essenza è qualcosa di diverso dall’essenziale, che sarebbe quel minimo che rende riconoscibile la nostra fede come tale. L’essenza colora di sé tutto, non solo quel minimo.

  L’autore del libro avverte che cercare quell’essenza è un lavoro concettuale, ma che nella realtà essa non è distinta da ciò che varia, le forme storiche che la nostra fede ha assunto nel tempo e nelle diverse società che l’hanno recepita in qualche modo.

 Cercare l’essenza è un lavoro da teologi, i quali, appunto, lavorano sui concetti, con metodo e secondo criteri di razionalità. A noi può essere utile averne l’idea per spiegare la nostra fede a chi non la conosce o non la conosce abbastanza.

  Bisogna dire che, in genere, si vive una forma storica che la nostra fede ha assunto. Proprio lo studio della storia e delle società contemporanee rende chiaro, però, che non è l’unico praticato. Un tempo l’uniformità era molto più importante di oggi e, a lungo, hanno predominato le forme storiche delle società europee.

 Una risposta che sento dare spesso è che l’essenza della nostra fede è Gesù di Nazaret, il Cristo dei cristiani, in particolare nel rapporto personale con lui. Questo distinguerebbe la nostra fede da altre religioni a sfondo mistico o basate su un sistema etico. La nostra fede non sarebbe l’accettazione di un sistema di definizioni e di norme di comportamento, ma l’incontro con Gesù. Questo  è molto bello a dirsi e può effettivamente orientare la spiritualità personale e comunitaria. Ma a me non soddisfa, per il motivo che non posso dire di conoscere veramente Gesù, a prescindere da ciò che saltuariamente penso di sentire verso di lui  a  livello emotivo. E tuttavia il suo vangelo,  il suo insegnamento, ci è stato tramandato mediante narrazioni sulla sua vita. L’incontro con lui è visto, quindi, come una sequela, un seguirlo. Il problema, certo, è che i racconti su Gesù derivano da un accostamento di tradizioni che non costituiscono sempre una narrazione coerente.

  Molte delle convinzioni e quasi tutti i riti a cui siamo abituati andando in chiesa non possono essere considerati l’essenza della nostra fede. Lo stesso può dirsi di gran parte delle funzioni che riteniamo sacre. Ma, anche, molto di ciò che intendiamo parlando di “Cristo” a proposito di Gesù di Nazaret deriva da una complessa storia di idee che è durata fino ad oggi e che ha visto un’epoca fondamentale tra il Quarto e l’Ottavo secolo.

  Difficile andare oltre, anche se ciascuno lo fa. Pochi hanno una adeguata consapevolezza della sofisticata cultura nella quale la nostra fede è stata storicamente articolata. Per quanto non rientri né nell’essenza né nell’essenziale della nostra fede è importante in quel complicato lavoro di mettere in relazione vita personale, società e fede.

  Dal principale comandamento di Gesù di Nazaret, riportato nei Vangeli, possiamo tuttavia intuire l’essenza della nostra fede: è il comandamento dell’agàpe, che traduciamo con amore, anche se in italiano questa parole ha una prevalente valenza sentimentale che nel greco evangelico non è tutto. Agàpe significa vivere le relazioni in società prendendosi cura delle altre persone, in uno spirito di salvezza. Lo possiamo considerare soprannaturale perché indubbiamente non corrisponde alla spietata legge di natura, dove conta solo la forza e pesce grosso mangia pesce piccolo. L’agàpe  è anche alla base dello sinodalità, secondo la quale si vorrebbe riformare la nostra Chiesa.  L’agàpe è un modo molto radicale di trasformare il modo di vivere. E’ il motivo che rende inquieti gli spiriti cristiani ed anche una forza che destabilizza ogni assetto istituzionale raggiunto dalla e nella Chiesa.

  Spesso al centro della nostra fede viene messa la Chiesa, in particolare con la sua antica gerarchia. Negli scritti neotestamentari, dai quali si ricavano  le consuetudini del Maestro e dei suoi discepoli alle origini, si capisce bene, però,  che a quell’epoca quello che c’è adesso non c’era, anche se si cerca di collegarlo a quei tempi. Non è quindi l’essenza che stiamo cercando. E, certo, l’atteggiamento del Maestro e dei suoi primi discepoli nei confronti delle autorità religiose del giudaismo della sua epoca era piuttosto libero, tanto che veniva criticato per questo.

 A molti vivere volendosi e facendosi bene non basta. Ci aggiungono allora modi di vedere la divinità che appaiono la riproposizione di costumi più antichi, quando il Cielo era popolato di tanti dei. Questo teismo, però, al dunque lascia il tempo che trova, semplicemente perché non funziona, e tutti lo possono constatare, quando non preferiscono farsi illudere.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma Monte Sacro, Valli

lunedì 13 giugno 2022

La pazienza della relazione

 

La pazienza della relazione

 

 Paradossalmente, è più semplice progettare in grande che realizzare in piccola scala. Questo perché nel primo caso le particolarità, quelle che rendono ogni situazione diversa dall’altra, vengono tralasciate, come quando si guarda una città da molto lontano, e allora non si vedono le persone che l’abitano. Nell’altro caso le specificità emergono, salvo che ci si accontenti di relazioni molto superficiali e veloci, come quando si passa dal giornalaio e si compra il quotidiano. Eppure, anche in questo caso, dopo poco si viene riconosciuti, segno che si va costituendo un rapporto personale.

 Nella progettazione sociale è bene  lasciare sempre molto tempo al tirocinio del nuovo, per vedere come va. Tenendo conto che cambiare le persone è molto difficile, richiede molto  tempo e impegno. Questo è vero anche in religione. Non ci si illuda del contrario.

  In particolare, la vera evangelizzazione si fa lavorando sulle e con le persone, che vanno prese una per una, con tanta pazienza. L’evangelizzazione, nella mia esperienza, corre attraverso le relazioni forti della vita, ad esempio quella tra genitori e figli. Ed anche, ad esempio, attraverso le amicizie più significative. Questo spiega perché la cristianizzazione  delle società europee richiese tanta, ed efferata, violenza politica. Non c’era tempo per fare diversamente e della cristianizzazione si aveva bisogno perché la religione era divenuta parte dell’ideologia politica che reggeva le società. Il potere politico era stato sacralizzato. Ai tempi nostri questa sacralizzazione non serve più, almeno in Europa occidentale, per cui anche le strutture religiose, in particolare quelle volte all’evangelizzazione, si vanno modificando. La proposta di una riforma in senso sinodale va in questo senso.

  Del  resto la fede religiosa è ancora importante nella vita personale e comunitaria, anche se non è più utilizzata per decidere chi è un buon cittadino e chi non lo è. Uno degli scopi dell’evangelizzazione è spiegare il perché sia così importante.

  Definiamo vangelo un modo di vivere caratterizzato da un certo generale ottimismo. Si tratta di cosa che va sperimentata, prima di essere descritta, perché altrimenti non c’è nulla da descrivere. Qualche persona, probabilmente, sarà delusa nel sentirne parlare così, perché abituata ad una certa cornice soprannaturale. Eppure chi ha un’esperienza di vita un po’ più lunga facilmente si rende conto che non è poi cosa da poco, anche messa così.

  Io non ho mai avuto esperienze soprannaturali e, probabilmente, al punto in cui sono non ne avrò più. Del resto non le ho mai cercate, anche perché so bene che lasciano il tempo che trovano. Una persona le può sempre attribuire ad una propria  fisiologia alterata. A traveggole. Non a caso dopo l’esperienza di Pentecoste i discepoli vennero scambiati per gente ubriaca. Tuttavia, anche così, senza effetti speciali diciamo così, sono rimasto una persona religiosa.  In che cosa si esprime la mia religiosità? Non tanto nei riti, ad esempio, che spesso mi annoiano. Piuttosto, appunto, in un modo di vivere le relazioni forti in cui sono coinvolto. E poi nell’accostarmi spesso alla Bibbia, che è il modo in cui entro in contatto con le generazioni religiose che mi hanno preceduto. Su base biblica metto in questione il modo in cui vivo quelle relazioni. E, naturalmente, in questo è molto importante quel complesso di libri che viene definito Nuovo Testamento e che origina dall’esperienza di vita delle prime comunità cristiane. Poiché da ragazzo ho fatto il liceo classico e ho studiato un po’ di greco antico, riesco a comprendere i testi del Nuovo Testamento che furono scritti in quella lingua e che sono letteratura piuttosto semplice, almeno da intendere parola per parola. Se si mira al senso profondo è tutt’altra cosa.

  Quando parliamo di riforma sinodale della nostra Chiesa e, in quest’ambito, della nostra parrocchia, dobbiamo tener conto che non si tratta di riorganizzare un’azienda o un servizio, cosa che sappiamo fare piuttosto bene in genere, ma di modificare le nostre più profonde relazioni, quelle dalle quali traiamo il senso della vita, facendolo su base di ispirazione biblica. Questo complica le cose, ma le rende anche più appassionanti.

  In ogni campo si tratta di restaurare o di costituire amicizie. L’amicizia è tendenzialmente totalizzante, tanto che non se ne possono avere molte, ciò va oltre la possibilità della nostra fisiologia. L’antropologo Robin Dunbar, sulla base di molti esperimenti sociali, ha stimato in sole cinque le amicizie forti  che possiamo intrattenere contemporaneamente. Ma le persone che sono legate alla nostra stessa fede, in qualche modo,  sono veramente molte di più, oltre due miliardi sembra. Una gran parte di esse sono cattoliche. Come si fa, allora, a farsele amiche? Per pensare a questo facciamo riferimento a potenze spirituali, al soprannaturale, ne parliamo nelle preghiere, nella liturgia. In effetti funziona, come sa bene chiunque l’abbia praticato. Il vangelo è un modo di vivere in cui si amplia molto l’attitudine all’amicizia.

  Certo, poi, quando si cerca di cambiare qualcosa nel modo in cui, ad esempio, facciamo parrocchia ecco che ci si scontra, si hanno idee diverse, e si finisce con il diffidare gli uni degli altri. E’ del tutto normale, perché si parte sempre da un livello maggiore di inimicizia per cercare di ovviarvi. Ci si accosta e si litiga, ma più si rimane vicini, più si impara ad andare d’accordo. Questo accade, su scala molto maggiore, anche quando due culture si mischiano, per migrazioni o invasioni. L’Italia e la nostra Chiesa ne sono stati un laboratorio molto interessante. Nella nostra religione possiamo avvertire tracce di molte culture che hanno imparato a coesistere, a partire da riti. Ad esempio, quando, a proposito del Papa, parliamo di Pontefice massimo, ecco che usiamo il titolo del capo del maggior collegio sacerdotale dell’antichità romana, poi passato agli imperatori romani.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 11 giugno 2022

Sinodalità è codecisione

 

Sinodalità è codecisione

 

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da: Gianfranco Calabrese, Il ruolo del vescovo e del presbiterio nei processi decisionali ecclesiastici,  in Riccardo Battocchio – Livio Tonello (a cura di), Sinodalità. Dinamiche della Chiesa, pratiche nella Chiesa, Edizioni Messaggero Padova, 2020, anche i e-book e Kindle

 

 Lo stile ecclesiale nella via della Chiesa e nell’agire ministeriale dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi si fonda su una forma ecclesiale presente nella rivelazione cristiana. Essa rimanda al mistero di Dio e al ministero della Chiesa, alla comunione trinitaria, al mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo, Unigenito del Padre e Primogenito della nuova umanità al dono dello Spirito Santo, anima dell’unità e della comunione in Dio e sorgente di unità e di pace per l’intera umanità. Questo stile ecclesiale che in-forma, con-forma e per-forma ogni realtà e ogni azione ministeriale della Chiesa, si manifesta nelle sue diverse istituzioni e strutture e deve animare soprattutto i processi decisionali oltre che la prassi pastorale, missionaria ed evangelizzatrice, secondo lo Spirito del Signore risorto, che agisce nella Chiesa e nel mondo. Non si tratta, infatti, semplicemente di decidere, ma di conformare le decisioni all’identità originaria e singolare della Chiesa, alla sua sorgente divina e trinitaria.

[…]

  Il riferimento sacramentale ed ecclesiale al mistero di Dio e di Cristo deve caratterizzare il soggetto chiamato, per vocazione e per mandato, a decidere di agire secondo lo stile comunionale. In questa prospettiva non può prescindere, nel processo decisionale, dall’ascolto della Chiesa, per cercare il consenso della fede. Egli, come soggetto ecclesiale, deve decidere in ragione della sua singolarità nella comunione e non può prescindere da essa, che non è data dalla somma delle decisioni individuali né necessariamente dalla maggioranza delle opinioni, ma dall’ascolto dello Spirito che agisce nella comunione d’amore, nella verità condivisa, nell’armonia della carità e dell’unità ricercata. Esso conduce la comunità a discernere la volontà di Dio e i segni dei tempi, a cogliere i percorsi più opportuni e veri, per realizzare nella storia il bene dell’umanità. L’ascolto deve essere attivo mai passivo, reale non ideologico, religioso e non solo amministrativo, per determinare una decisione che richiede l’assenso religioso e il  consenso nella fede dell’intera comunità ecclesiale. I processi decisionali nella Chiesa non possono seguire un semplice stile individualistico o tecnico-operativo, non possono conformarsi e regolarsi a partire da processi, leggi e metodi secolari, ma si devono caratterizzare per la loro modalità evangelica, comunionale e profetica nell’ascolto degli ultimi e di coloro che non hanno voce nel presbiterio diocesano. La comunità primitiva, di fatto, ha scelto questo stile nel prendere decisioni fondamentali per la propria vita e la propria missione. Questo stesso percorso decisionale ha caratterizzato i primi secoli della Chiesa anche se tra difficoltà e ambivalenze […]

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  Ho trascritto questo lungo brano del saggio di Calabrese per rendere l’idea dei problemi che la teologia crea nell’affrontare la progettazione e il tirocinio sulla sinodalità ecclesiale. Semplicemente, i teologi pretendono troppo da noi. La Chiesa su cui fantasticano non è fatta di esseri umani, ma di  puri spiriti, che in natura non esistono. Di fatto, al dunque, finiscono con il legittimare l’esistente, vale a dire il dispotismo monocratico episcopale e, a seguire, quello del prete, lì dove è preposto a una comunità. Ciò dovrebbe essere temperato dall’esigenza dell’ascolto, innanzi tutto del vescovo rispetto ai preti e poi anche a tutti gli altri. Ma che poi questo si realizzi effettivamente e, soprattutto, che serva a qualcosa,  è un’altra fantasia teologica, anche se qualche volta effettivamente può aver influito.

  Che le Chiese cristiane, fin dalle origini, abbiano deciso in quel modo non mi è molto evidente, tutt’altro. Mi pare invece che agli inizi ci fossero tanti modi di decidere, alcuni più partecipati, altri meno. Poi, sviluppandosi l’episcopato monarchico dal Secondo secolo, la cosa sempre più divenne appannaggio di gerarchi. Tuttavia per la scelta di questi ultimi a lungo fu necessario un consenso popolare, oltre che l’imposizione delle mani da parte degli altri vescovi. Di solito si ricorda il caso eclatante di Ambrogio di Milano, il quale, nel Quarto secolo, fu scelto a furor di popolo, ancor prima di essere battezzato, essendosi già distinto e fatto apprezzare come funzionario pubblico.

  Se si vuole rendere la Chiesa, reale, non quella fantasticata dai teologi, uno specchio della Trinità divina si punta ad un obiettivo irraggiungibile. Così come quando si vorrebbe ottenere sulle decisioni il consenso plenario: impossibile. Sia che si pretenda di convergere, con esortazioni spirituali, sulla volontà del gerarca, sia che si voglia un accordo generalizzato di base. Non sarà mai possibile ottenerlo, perché mai  lo si è ottenuto storicamente. In questo la storia dei sinodi e dei concili mi appare più che altro un sequela di tragiche prevaricazioni e di precari compromessi, dove questi ultimi erano sacralizzati mediante gli anatemi che venivano lanciati contro i dissenzienti. Dovremmo prendere esempio da questa poco commendevole esperienza? Di solito si ricorda che il primo concilio ecumenico  in cui non furono lanciati anatemi è il Vaticano 2°.

  Certo, in religione abbiamo a che fare con lo Spirito e con la sofisticata teologia trinitaria. Lo leggeremo nel brano evangelico di domenica prossima: ci è stato promesso uno spirito - pnèuma che ci spiegherà ogni cosa, prendendola del Maestro e dal Padre. Ma ogni persona di fede, poi, lo intende come vuole: questa è la situazione. E spesso ciò che intendiamo in noi come azione dello spirito, è fatto più che altro di  moti emotivi, governati dalla nostra biochimica. La nostra vita relazionale ne dipende, come spiegato in termini convincenti da Robin Dunbar, nel suo Amici, Einaudi 2022 (anche in e-book e Kindle). Ciascuna persona di fede può credere  di intendere la voce dello spirito, ma convincerne altre persone  è piuttosto difficile, convincerle tutte impossibile, nonostante le belle fantasticherie dei teologi.

  Di fronte all’ovvia realtà umana del dissenso, e tuttavia considerando l’utilità pratica del consenso, perché agendo collettivamente si ottiene di più, la teologia diventa efferata, condanna. Anche questo fa parte della tradizione, una assai triste tradizione. Diffidano delle procedure e dei diritti, vorrebbero lasciar fare allo spirito, ma così facendo, poi, si lascia in realtà spazio a chi prevarica.

  Se chi comanda non è  costretto  ad ascoltare, ascolta chi vuole e, se può, non ascolta o fa solo finta. E’ appunto su questo che è naufragata finora la fase dell’ascolto  dei cammini sinodali voluti da papa Francesco (e praticamente solo da lui tra i nostri gerarchi). Questo è un dato di esperienza.

  La sinodalità che si affida all’ascolto da parte dei  gerarchi non parte nemmeno.

  Di fatto la sinodalità è divenuta plausibile da poco anche in una Chiesa tristemente obsoleta come la nostra perché le persone laiche, negli scorsi decenni e a partire dagli anni Sessanta, si sono presa la libertà di decidere delle cose che le riguardavano, e anche in quelle di rilevanza religiosa,  e ciò profittando anche degli spazi di partecipazione consentiti dalla democrazia e comunque delle libertà democratiche. La prima occasione in cui questo avvenne su larga scala fu, in Italia, in occasione del referendum del 1974 promosso dai clericali sulla legge che aveva introdotto il divorzio (e lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio cattolico  concordatario). All’epoca si manifestò nella campagna referendaria un ampio fronte del “NO” (per il mantenimento della legge) tra i cattolici, che poi risultò maggioritario al voto, in una nazione che le statistiche davano ancora per cattolica in larga maggioranza.

  Se questa possibilità di co-decidere non troverà spazio in procedure formali nella nostra Chiesa, quest’ultima progressivamente svanirà, almeno in Italia, come si va scrivendo di questi tempi (ad esempio Andrea Riccardi nel suo La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Laterza 2021, anche in e-book e Kindle).

  Co-decidere significa anche limitare il potere di chi finora ha avuto, almeno sulla carta, il potere di decidere ogni cosa. E’ inevitabile. I teologi, poi, potranno trovarne le ragioni teologiche, integrando le loro attuali idee. L’ascolto dei gerarchi non basta! Naturalmente, come è stato osservato, ogni procedura dovrà essere calibrata sul tipo di decisione da prendere, come accade in ogni campo delle società contemporanee. Perché qui non si tratta semplicemente di votare, ma di co-decidere ragionando, quindi dialogando, e questo indubbiamente serve ad allargare il consenso costruendo una decisione condivisibile. Ma, e di questo bisognerà sempre prendere atto, non sarà mai possibile ottenere un consenso plenario, perché così funzionano  le società umane e gli esseri umani, e non ci sarà mai nessuna potenza celeste che potrà cambiare le cose, e infatti finora non c’è stata. Se ci fosse stata non sarebbe stata necessaria tutta l’intensissima ed estesa violenza politica che, in certe fasi storiche,  è stata praticata per imporre certe decisioni e per tappare la bocca ai dissenzienti. Bisogna prendere atto che è così che le cose vanno in materia di fede: si può solo accettarlo pacificamente o passare a vie di fatto, come in genere è accaduto. Se si sceglie la via della pace, però, anche le differenze pian piano  si stemperano e si può riuscire a costruire una pace più intensa, come è accaduto tra noi e i protestanti sulla travagliata e storicamente mortifera questione della dottrina sulla giustificazione.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

  

venerdì 10 giugno 2022

Sacralizzazione e sacramentalità

 

Sacralizzazione e sacramentalità

 

  La distinzione tra sacralizzazione e sacramentalità è molto importante nelle nostre questioni sulla sinodalità. Il secondo concetto è strettamente legato alla teologia cristiana, il primo è caratteristico di tutte le culture umane note ed è studiato dall’ antropologia, dalla sociologia e anche da vari rami delle discipline giuridiche.

  È sacralizzato ciò che in una cultura umana viene considerato immodificabile perché voluto da una divinità o ad essa comunque legato. Quando si parla di un regnante come di una persona sacra è questo che si vuole intendere.

  La sacramentalità è considerata comunemente un attributo di un’azione, di una procedura o di un’istituzione che producono un effetto salvifico in senso cristiano, per virtù della Grazia divina.

  La sacramentalizzazione è stato un processo storico nelle Chiese cristiane, che la riconoscono in misura più o meno ampia. Comune a tutte è quella del Battesimo. Il matrimonio, per ciò che so, è stata la procedura di più recente sacramentalizzazione nella nostra Chiesa, risalente al Quattrocento.

  Durante  il Concilio Vaticano 2º, svoltosi a Roma tra il 1962 e il 1965, fu approvata un’importante costituzione dogmatica, vale a dire sulle definizioni essenziali per la nostra fede, denominata dalle sue prime parole in latino Luce per le genti -Lumen gentium, nella quale la stessa Chiesa viene definita sacramento:

 

1. Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura (cfr. Mc 16,15), illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa. E siccome la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano, continuando il tema dei precedenti Concili, intende con maggiore chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la propria natura e la propria missione universale. Le presenti condizioni del mondo rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo.

 

  A questa sacramentalità totale della Chiesa viene collegato lo sviluppo della sinodalità estesa che si vorrebbe porre a fondamento di una riforma ecclesiale. Essa comporta necessariamente anche un cambiamento delle forme di esercizio del potere ecclesiale, a tutti i livelli. Infatti l’attuale modello congegnato a partire dall’Undicesimo secolo ad imitazione di quelli feudali all’epoca corrente, quindi su livelli gerarchicamente ordinati di autocrati monocratici, è incompatibile con l’idea di sinodalità diffusa, nel quale, al posto del coordinamento gerarchico tra feudatari  dovrebbe vivere quello basato sull’agápe, vale a dire sull’intesa solidale e sollecita, nella quale, dove non si riesce a trovare l’accordo, si tollerano le differenze.

  Ma come può riuscire? Come riesce nella società in cui viviamo? Le democrazie avanzate contemporanee, tra le quali vi è ancora quella italiana, funzionano così, e funzionano. Rispetto ad esse l’organizzazione della nostra Chiesa è obsoleta - c’è chi autorevolmente osservò che era in ritardo di due secoli -, e non funziona, se non, e da ciò che si sente non tanto bene, nell’amministrazione di beni e personale.

 La Chiesa non è una democrazia, ripetono taluni. E perché non dovrebbe esserlo? Perché, così com’è, è stata voluta dal Maestro, rispondono. Questo è, appunto, sacralizzazione del potere ecclesiastico. Non sono un teologo, quindi non mi azzardo a sostenere, con la pretesa di dire una  verità, che non è così. Dico solo che spero caldamente che non sia così e che la cosa comunque non mi pare tanto evidente. Gli elementi sui quali i teologi di solito fantasticano in merito mi sembrano assai scarni, poche frasi buttate lì nei Vangeli e dal senso non proprio chiaro. La prassi delle Chiese delle origini non andò certo in quel senso, per quello che se ne sa. Poi, certo, c’è la tradizione, anzi “la” Tradizione. Ce n’è una letteraria, indubbiamente affascinante, che coinvolge emotivamente. Come scrivevano bene, in genere, e tanto, quegli antichi autori, i Padri! Ma come erano anche bellicosi, loro e le loro Chiese! C’è anche questo in quella tradizione, ma noi in genere oggi non pensiamo di trarne esempio. E che dire del loro feroce antigiudaismo?

  La storia della sinodalitá ecclesiastica, dalle origini fino a quasi alle soglie dell’epoca nostra, fu una tragica sequela di compromessi e condanne, e ad ogni accordo si lanciava anche  un anatema contro qualcun altro. E non solo in ambito cattolico (tra i cattolici la si piantò solo con il Concilio Vaticano 2º). Nel Cinquecento dopo una disputa risolta sinodalmente tra protestanti riformati a Zurigo, gli anabattisti che continuavano a dissentire furono fatti annegare nel fiume Limmat. Ora, in genere, riteniamo di non dover seguire quella orrida tradizione, pur giustificata da una teologia notevole. Questo significa che ne ripudiamo la sacralizzazione: non possiamo sostenere che quelle stragi fossero state volute  dal Maestro. Forse dovremmo cominciare a pensarla così anche con la nostra incongrua gerarchia.

  Nel conflitto russo-ucraino-statunitense, che ci sta impoverendo e incattivendo tutti, vediamo all’opera, come un tempo, poteri ecclesiastici sacralizzati, i quali, facendosi scudo del Maestro, incitano alla guerra e benedicono le armate. Ecco di che è fatta la tradizione che si vorrebbe ancora sacralizzata. Personalmente, nonostante le belle fantasticherie di certi teologi, la ripudio e la condanno, in me stesso anzitutto. Non è sacramentale, ma solo, abusivamente, sacralizzata. Non è sacramentale perché non ci parla del Maestro, che era mite e umile di cuore, salvava le persone e non ammazzò nessuno, e non si comportò nemmeno come un gerarca, pur dicendosi re. Re sì, ma non come quelli di questo mondo.

Mario Ardigó-  Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli