INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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sabato 8 dicembre 2018

Sabato 2 dicembre 2018 – Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria - Letture e sintesi dell’omelia delle Messa delle nove - avvisi del parroco e di A.C.


Sabato 2 dicembre 2018 – Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria -   Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità –  colore liturgico: bianco – salterio: proprio del Tempo -   Letture e sintesi dell’omelia delle  Messa delle nove - avvisi  del parroco e di   A.C.

Osservazioni ambientali: cielo sereno, temperatura ambientale 18 °C.

Canti: ingresso,;  Offertorio, Giovane donna; Comunione, Maria, tu che hai atteso nel silenzio; finale Tota Pulchra.

 Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. era nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.

Nel corso della Messa  è stata letta la preghiera con il rinnova degli impegni associativi del gruppo di Azione Cattolica. Al termine della Messa, in sala rossa sono state distribuite le nuove tessere di AC per l’anno liturgico 2018/2019.


La figura sulla facciata della tessera si riferisce all'episodio evangelico di Marta e Maria (Luca 10,38-42): «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».



 Buona solennità dell’Immacolata a tutti i lettori!  

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Dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti - Lumen Gentium, traiamo la spiegazione teologica del significato del dogma cattolico (enunciato fondamentale e vincolante) dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, che non riguarda, come a volte si sente dire, la concezione verginale  di Maria:

«n.56.Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da parte della predestinata madre precedesse l'incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura.  Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall'angelo dell'annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco l'ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola » (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l'animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente.»

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Pillola di Concilio
Dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti - Lumen Gentium  del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)

CAPITOLO VIII
LA BEATA MARIA VERGINE MADRE DI DIO
NEL MISTERO DI CRISTO E DELLA CHIESA
I. Proemio
52. Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, « quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, nato da una donna... per fare di noi dei figli adottivi» (Gal 4,4-5), « Egli per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si è incarnato per opera dello Spirito Santo da Maria vergine ». Questo divino mistero di salvezza ci è rivelato e si continua nella Chiesa, che il Signore ha costituita quale suo corpo e nella quale i fedeli, aderendo a Cristo capo e in comunione con tutti i suoi santi, devono pure venerare la memoria «innanzi tutto della gloriosa sempre vergine Maria, madre del Dio e Signore nostro Gesù Cristo ».
Maria e la Chiesa
53. Infatti Maria vergine, la quale all'annunzio dell'angelo accolse nel cuore e nel corpo il Verbo di Dio e portò la vita al mondo, è riconosciuta e onorata come vera madre di Dio e Redentore. Redenta in modo eminente in vista dei meriti del Figlio suo e a lui unita da uno stretto e indissolubile vincolo, è insignita del sommo ufficio e dignità di madre del Figlio di Dio, ed è perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo; per il quale dono di grazia eccezionale precede di gran lunga tutte le altre creature, celesti e terrestri. Insieme però, quale discendente di Adamo, è congiunta con tutti gli uomini bisognosi di salvezza; anzi, è « veramente madre delle membra (di Cristo)... perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra ». Per questo è anche riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro della Chiesa, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità; e la Chiesa cattolica, istruita dallo Spirito Santo, con affetto di pietà filiale la venera come madre amatissima.
L'intenzione del Concilio
54. Perciò il santo Concilio, mentre espone la dottrina riguardante la Chiesa, nella quale il divino Redentore opera la salvezza, intende illustrare attentamente da una parte, la funzione della beata Vergine nel mistero del Verbo incarnato e del corpo mistico, dall'altra i doveri degli uomini, e i doveri dei credenti in primo luogo. Il Concilio tuttavia non ha in animo di proporre una dottrina esauriente su Maria, né di dirimere le questioni che il lavoro dei teologi non ha ancora condotto a una luce totale. Permangono quindi nel loro diritto le sentenze, che nelle scuole cattoliche vengono liberamente proposte circa colei, che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto più alto e il più vicino a noi.
II. Funzione della beata Vergine nell'economia della salvezza
La madre del Messia nell'Antico Testamento
55. I libri del Vecchio e Nuovo Testamento e la veneranda tradizione mostrano in modo sempre più chiaro la funzione della madre del Salvatore nella economia della salvezza e la propongono per così dire alla nostra contemplazione. I libri del Vecchio Testamento descrivono la storia della salvezza, nella quale lentamente viene preparandosi la venuta di Cristo nel mondo. Questi documenti primitivi, come sono letti nella Chiesa e sono capiti alla luce dell'ulteriore e piena rivelazione, passo passo mettono sempre più chiaramente in luce la figura di una donna: la madre del Redentore. Sotto questa luce essa viene già profeticamente adombrata nella promessa, fatta ai progenitori caduti in peccato, circa la vittoria sul serpente (cfr. Gen 3,15). Parimenti, è lei, la Vergine, che concepirà e partorirà un Figlio, il cui nome sarà Emanuele (cfr. Is 7, 14; Mt 1,22-23). Essa primeggia tra quegli umili e quei poveri del Signore che con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza. E infine con lei, la figlia di Sion per eccellenza, dopo la lunga attesa della promessa, si compiono i tempi e si instaura la nuova « economia », quando il Figlio di Dio assunse da lei la natura umana per liberare l'uomo dal peccato coi misteri della sua carne.
Maria nell'annunciazione
56. Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da parte della predestinata madre precedesse l'incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita. Ciò vale in modo straordinario della madre di Gesù, la quale ha dato al mondo la vita stessa che tutto rinnova e da Dio è stata arricchita di doni consoni a tanto ufficio. Nessuna meraviglia quindi se presso i santi Padri invalse l'uso di chiamare la madre di Dio la tutta santa e immune da ogni macchia di peccato, quasi plasmata dallo Spirito Santo e resa nuova creatura.  Adornata fin dal primo istante della sua concezione dagli splendori di una santità del tutto singolare, la Vergine di Nazaret è salutata dall'angelo dell'annunciazione, che parla per ordine di Dio, quale « piena di grazia » (cfr. Lc 1,28) e al celeste messaggero essa risponde « Ecco l'ancella del Signore: si faccia in me secondo la tua parola » (Lc 1,38). Così Maria, figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando con tutto l'animo, senza che alcun peccato la trattenesse, la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente. Giustamente quindi i santi Padri ritengono che Maria non fu strumento meramente passivo nelle mani di Dio, ma che cooperò alla salvezza dell'uomo con libera fede e obbedienza. Infatti, come dice Sant'Ireneo, essa «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano ». Per cui non pochi antichi Padri nella loro predicazione volentieri affermano con Ireneo che «il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione coll'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la sua fede» e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria «madre dei viventi e affermano spesso: « la morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria ».
Maria e l'infanzia di Gesù
57. Questa unione della madre col figlio nell'opera della redenzione si manifesta dal momento della concezione verginale di Cristo fino alla morte di lui; e prima di tutto quando Maria, partendo in fretta per visitare Elisabetta, è da questa proclamata beata per la sua fede nella salvezza promessa, mentre il precursore esultava nel seno della madre (cfr. Lc 1,41-45); nella natività, poi, quando la madre di Dio mostrò lieta ai pastori e ai magi il Figlio suo primogenito, il quale non diminuì la sua verginale integrità, ma la consacrò Quando poi lo presentò al Signore nel tempio con l'offerta del dono proprio dei poveri, udì Simeone profetizzare che il Figlio sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitto l'anima della madre, perché fossero svelati i pensieri di molti cuori (cfr. Lc 2,34-35). Infine, dopo avere perduto il fanciullo Gesù e averlo cercato con angoscia, i suoi genitori lo trovarono nel tempio occupato nelle cose del Padre suo, e non compresero le sue parole. E la madre sua conservava tutte queste cose in cuor suo e le meditava (cfr. Lc 2,41-51).
Maria e la vita pubblica di Gesù
58. Nella vita pubblica di Gesù la madre sua appare distintamente fin da principio, quando alle nozze in Cana di Galilea, mossa a compassione, indusse con la sua intercessione Gesù Messia a dar inizio ai miracoli (cfr. Gv 2 1-11). Durante la predicazione di lui raccolse le parole con le quali egli, mettendo il Regno al di sopra delle considerazioni e dei vincoli della carne e del sangue, proclamò beati quelli che ascoltano e custodiscono la parola di Dio (cfr Mc 3,35; Lc 11,27-28), come ella stessa fedelmente faceva (cfr. Lc 2,19 e 51). Così anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cfr. Gv 19,25), soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al suo sacrifico, amorosamente consenziente all'immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data quale madre al discepolo con queste parole: Donna, ecco tuo figlio (cfr. Gv 19,26-27).
Maria dopo l'ascensione
59. Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste « perseveranti d'un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli» (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all'annunciazione, l'aveva presa sotto la sua ombra. Infine la Vergine immacolata, preservata immune da ogni macchia di colpa originale finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla celeste gloria in anima e corpo e dal Signore esaltata quale regina dell'universo per essere così più pienamente conforme al figlio suo, Signore dei signori (cfr. Ap 19,16) e vincitore del peccato e della morte.
III. La beata Vergine e la Chiesa
Maria e Cristo unico mediatore
60. Uno solo è il nostro mediatore, secondo le parole dell'Apostolo: « Poiché non vi è che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che per tutti ha dato se stesso in riscatto » (1 Tm 2,5-6). La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Dio, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo; pertanto si fonda sulla mediazione di questi, da essa assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia, e non impedisce minimamente l'unione immediata dei credenti con Cristo, anzi la facilita.
Cooperazione alla redenzione
61. La beata Vergine, predestinata fino dall'eternità, all'interno del disegno d'incarnazione del Verbo, per essere la madre di Dio, per disposizione della divina Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, generosamente associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore, coll'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo ella è diventata per noi madre nell'ordine della grazia.
Funzione salvifíca subordinata
62. E questa maternità di Maria nell'economia della grazia perdura senza soste dal momento del consenso fedelmente prestato nell'Annunciazione e mantenuto senza esitazioni sotto la croce, fino al perpetuo coronamento di tutti gli eletti. Difatti anche dopo la sua assunzione in cielo non ha interrotto questa funzione salvifica, ma con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni che ci assicurano la nostra salvezza eterna. Con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata. Per questo la beata Vergine è invocata nella Chiesa con i titoli di avvocata, ausiliatrice, soccorritrice, Mediatrice. Ciò però va inteso in modo che nulla sia detratto o aggiunto alla dignità e alla efficacia di Cristo, unico Mediatore.
Nessuna creatura infatti può mai essere paragonata col Verbo incarnato e redentore. Ma come il sacerdozio di Cristo è in vari modi partecipato, tanto dai sacri ministri, quanto dal popolo fedele, e come l'unica bontà di Dio è realmente diffusa in vari modi nelle creature, così anche l'unica mediazione del Redentore non esclude, bensì suscita nelle creature una varia cooperazione partecipata da un'unica fonte. La Chiesa non dubita di riconoscere questa funzione subordinata a Maria, non cessa di farne l'esperienza e di raccomandarla al cuore dei fedeli, perché, sostenuti da questa materna protezione, aderiscano più intimamente al Mediatore e Salvatore.
Maria vergine e madre, modello della Chiesa
63. La beata Vergine, per il dono e l'ufficio della divina maternità che la unisce col Figlio redentore e per le sue singolari grazie e funzioni, è pure intimamente congiunta con la Chiesa: la madre di Dio è figura della Chiesa, come già insegnava sant'Ambrogio, nell'ordine cioè della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo. Infatti nel mistero della Chiesa, la quale pure è giustamente chiamata madre e vergine, la beata vergine Maria occupa il primo posto, presentandosi in modo eminente e singolare quale vergine e quale madre. Ciò perché per la sua fede ed obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio di Dio, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo, come una nuova Eva credendo non all'antico serpente, ma, senza alcuna esitazione, al messaggero di Dio. Diede poi alla luce il Figlio, che Dio ha posto quale primogenito tra i molti fratelli (cfr. Rm 8,29), cioè tra i credenti, alla rigenerazione e formazione dei quali essa coopera con amore di madre.
La Chiesa vergine e madre
64. Orbene, la Chiesa contemplando la santità misteriosa della Vergine, imitandone la carità e adempiendo fedelmente la volontà del Padre, per mezzo della parola di Dio accolta con fedeltà diventa essa pure madre, poiché con la predicazione e il battesimo genera a una vita nuova e immortale i figli, concepiti ad opera dello Spirito Santo e nati da Dio. Essa pure è vergine, che custodisce integra e pura la fede data allo sposo; imitando la madre del suo Signore, con la virtù dello Spirito Santo conserva verginalmente integra la fede, salda la speranza, sincera la carità.
La Chiesa deve imitare la virtù di Maria
65. Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine quella perfezione, che la rende senza macchia e senza ruga (cfr. Ef 5,27), i fedeli del Cristo si sforzano ancora di crescere nella santità per la vittoria sul peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria, la quale rifulge come modello di virtù davanti a tutta la comunità degli eletti. La Chiesa, raccogliendosi con pietà nel pensiero di Maria, che contempla alla luce del Verbo fatto uomo, con venerazione penetra più profondamente nel supremo mistero dell'incarnazione e si va ognor più conformando col suo sposo. Maria infatti, la quale, per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per cosi dire e riverbera le esigenze supreme della fede, quando è fatta oggetto della predicazione e della venerazione chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all'amore del Padre. A sua volta la Chiesa, mentre ricerca la gloria di Cristo, diventa più simile al suo grande modello, progredendo continuamente nella fede, speranza e carità e in ogni cosa cercando e compiendo la divina volontà. Onde anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò il Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell'amore materno da cui devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini.
IV. Il culto della beata Vergine nella Chiesa
Natura e fondamento del culto
66. Maria, perché madre santissima di Dio presente ai misteri di Cristo, per grazia di Dio esaltata, al di sotto del Figlio, sopra tutti gli angeli e gli uomini, viene dalla Chiesa giustamente onorata con culto speciale. E di fatto, già fino dai tempi più antichi, la beata Vergine è venerata col titolo di « madre di Dio » e i fedeli si rifugiano sotto la sua protezione, implorandola in tutti i loro pericoli e le loro necessità. Soprattutto a partire dal Concilio di Efeso il culto del popolo di Dio verso Maria crebbe mirabilmente in venerazione e amore, in preghiera e imitazione, secondo le sue stesse parole profetiche: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata, perché grandi cose mi ha fatto l'Onnipotente» (Lc 1,48). Questo culto, quale sempre è esistito nella Chiesa sebbene del tutto singolare, differisce essenzialmente dal culto di adorazione reso al Verbo incarnato cosi come al Padre e allo Spirito Santo, ed è eminentemente adatto a promuoverlo. Infatti le varie forme di devozione verso la madre di Dio, che la Chiesa ha approvato, mantenendole entro i limiti di una dottrina sana e ortodossa e rispettando le circostanze di tempo e di luogo, il temperamento e il genio proprio dei fedeli, fanno si che, mentre è onorata la madre, il Figlio, al quale sono volte tutte le cose (cfr Col 1,15-16) e nel quale «piacque all'eterno Padre di far risiedere tutta la pienezza » (Col 1,19), sia debitamente conosciuto, amato, glorificato, e siano osservati i suoi comandamenti.
Norme pastorali
67. Il santo Concilio formalmente insegna questa dottrina cattolica. Allo stesso tempo esorta tutti i figli della Chiesa a promuovere generosamente il culto, specialmente liturgico, verso la beata Vergine, ad avere in grande stima le pratiche e gli esercizi di pietà verso di lei, raccomandati lungo i secoli dal magistero della Chiesa; raccomanda di osservare religiosamente quanto in passato è stato sancito circa il culto delle immagini di Cristo, della beata Vergine e dei Santi. Esorta inoltre caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure da una eccessiva grettezza di spirito, nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio. Con lo studio della sacra Scrittura, dei santi Padri, dei dottori e delle liturgie della Chiesa, condotto sotto la guida del magistero, illustrino rettamente gli uffici e i privilegi della beata Vergine, i quali sempre sono orientati verso il Cristo, origine della verità totale, della santità e della pietà. Sia nelle parole che nei fatti evitino diligentemente ogni cosa che possa indurre in errore i fratelli separati o qualunque altra persona, circa la vera dottrina della Chiesa. I fedeli a loro volta si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa qual vana credulità, bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la madre nostra e all'imitazione delle sue virtù.
V. Maria, segno di certa speranza e di consolazione per il peregrinante popolo di Dio
Maria, segno del popolo di Dio
68. La madre di Gesù, come in cielo, in cui è già glorificata nel corpo e nell'anima, costituisce l'immagine e l'inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore (cfr. 2 Pt 3,10).
Maria interceda per l'unione dei cristiani
69. Per questo santo Concilio è di grande gioia e consolazione il fatto che vi siano anche tra i fratelli separati di quelli che tributano il debito onore alla madre del Signore e Salvatore, specialmente presso gli Orientali, i quali vanno, con ardente slancio ed anima devota, verso la madre di Dio sempre vergine per renderle il loro culto. Tutti i fedeli effondano insistenti preghiere alla madre di Dio e madre degli uomini, perché, dopo aver assistito con le sue preghiere la Chiesa nascente, anche ora, esaltata in cielo sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione dei santi interceda presso il Figlio suo, fin tanto che tutte le famiglie di popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, in pace e concordia siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità.

Prima lettura
Dal libro della Genesi  (Gen 3,9-15.20)
[Dopo che l'uomo ebbe mangiato del frutto dell'albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell'albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l'uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell'albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato».
 Allora il Signore Dio disse al serpente:
«Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici!
Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno».
 L'uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.


Salmo responsoriale
Dal salmo 97

Ritornello: Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. 
 
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d'Israele. 
 
Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! 

Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini (Ef 1,3-6.11-12)

  Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
  In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d'amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
   In lui siamo stati fatti anche eredi,
predestinati - secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà -
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
Acclamazione al Vangelo


Alleluia, alleluia.

Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te,
benedetta tu fra le donne. (Cfr. Lc 1, 28)
Alleluia.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

  In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
  A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.
Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
  Allora Maria disse all'angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
  Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l'angelo si allontanò da lei.

Sintesi dell’omelia della Messa delle nove

 Celebriamo oggi la solennità dell’Immacolata, molto importante.
  Gli esseri umani sono travagliati dalla paura, paura degli altri ma anche di Dio.
 Dio ha preparato Maria ad accogliere Gesù, Dio.  Maria è il modello della Chiesa e di ogni cristiano.
 A chi viene la Chiesa non dirà mai “vattene!”. Così, insegnerà sempre ad accogliere e preservare la vita.

Sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, per come ha  compreso le parole del celebrante.


Avvisi del parroco:
- stasera, alle ore 16, nella chiesa parrocchiale si terrà un ritiro per l’Avvento;
Avvisi di A.C.
/


La cerimonia della consegna delle tessere di Azione Cattolica

Oggi in parrocchia, dopo la Messa delle nove, si svolgerà la cerimonia della consegna delle tessere di Azione Cattolica. 
 L'adesione all'Azione Cattolica non è solo un fatto di chiesa, ma comporta un impegno all'azione sociale. 
 Di seguito propongo un commento giornalistico ad un fatto della cronaca romana:



 Leggiamo l'episodio come una parabola.
 C'è la donna che ha tentato di rubare, e vicino una bambina che è con lei.
 C'è l'uomo che ha subito il tentativo di furto, descritto come di dimensioni considerevoli, che si vendica sulla donna, picchiandola. La donna ha la peggio, non riesce a difendersi e nessuno riesce o vuole difenderla. 
 Ci sono le guardie giurate in servizio nella stazione della metropolitana che non riescono a impedire il pestaggio e non chiamano la polizia (erano stati commessi tre reati: un tentativo di furto aggravato dalla destrezza, una violenza privata, vale a dire la sottrazione dell'indiziata del furto alla custodia delle guardie giurata e lesioni personali volontarie, i primi due perseguibili l'ufficio, senza necessità che l'offeso lo richieda). 
 Ci sono i passeggeri intorno che solidarizzano con l'omone.
 C'è la giornalista della RAI che si scandalizza e protesta e (l'ha scritto su un altra testata) se ne esce poi piangendo dalla stazione. 
 Con il Vangelo in mano, da che parte stare?
 Chi si è fatto prossimo?
 Chi ha sentito e ha usato pietà, legge sociale suprema della nostra fede?
  In un gruppo di Azione Cattolica si ragiona su episodi come questi, per decidere che fare. Che avrebbe dovuto fare una persona tesserata di Azione Cattolica in quel frangente? Quale sarebbe stato il suo dovere?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli 

venerdì 7 dicembre 2018

Totalitarismi


Totalitarismi

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[dal romanzo 1984, di George Orwell, pubblicato per la prima volta nel 1948]

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Winston è un funzionario del Ministero della Verità, che decide che cosa la gente deve pensare e ricordare e altera i documenti del passato in modo da farli corrispondere alla versione dei fatti che corrisponde all’ideologia imposta nel presente. In coscienza, ha deviato, dissente. Il suo dissenso si è manifestato solo con una storia di vero amore con una collega d'ufficio. Viene scoperto,  catturato e rinchiuso nel  carcere del Ministero dell’Amore, l'istituzione che  individua ed elimina i dissenzienti non solo sulla base di ciò che hanno fatto, ma anche solo di ciò che hanno pensato. E’ condotto in una camera di tortura, legato a un tavolo e collegato ad una macchina che può infliggergli dolore. Lo interroga O’Brien, un suo ex collega di lavoro. Manovra quella macchina mediante un quadrante, graduato fino a cento, secondo l’intensità del dolore provocato.
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 O’Brien lo stava scrutando in volto con aria pensosa, ricordando più che mai un maestro che si dia da fare con un bambino capriccioso ma promettente.
  «Vi è uno slogan del Partito che si riferisce al controllo del passato. Ripetilo, per cortesia.»
«”Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”» ripeté Winston obbediente.
«”Chi controlla il presente controlla il passato”» disse O’ Brien, annuendo lentamente con il capo. «Tu, pensi, Winston, che il passato abbia un’esistenza concreta?»
 Winston si sentì nuovamente sopraffare  dalla sensazione d’impotenza. Gli occhi corsero per un attimo al quadrante. Non solo non sapeva se la risposta che gli avrebbe evitato il dolore fosse “sì” o “no”; ma non sapeva neanche quale fosse veramente, per lui, la risposta giusta.
  O’Brien sorrise debolmente. «Non sei un metafisico, caro Winston» disse. «Fino a questo momento non hai mai riflettuto su che cosa si intenda per esistenza. Mi esprimerò quindi in termini più precisi. Il passato esiste concretamente, entro lo spazio? Esiste da qualche parte, in qualche luogo, un mondo di  oggetti solidi nel quale il passato stia ancora accadendo?».
«No.»
«E allora dov’è che il passato esiste, ammesso che esista?»
«Nei documenti. Sta scritto.»
«Nei documenti. E poi?»
«Nella mente, nella memoria degli uomini.»
«Nella memoria. Noi, il Partito, controlliamo tutti i documenti e la memoria di ogni singolo individuo, pertanto controlliamo il passato. Non è così?»
«Ma come potete impedire alle persone di ricordare le cose?» gridò Winston, dimenticandosi per un attimo del quadrante. «E’ un atto involontario che non dipende dal nostro controllo. Come potete controllare la memoria? La mia non l’avete controllata!»
  I modi di O’Brien si fecero di nuovo bruschi. Appoggiò la mano sul quadrante. «E’ proprio il contrario» disse. «Sei tu che non l’hai controllata, ed è per questo che ora sei qui. Tu sei qui perché non sei stato capace di essere umile, d disciplinare  te stesso. Non hai voluto compiere quell’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità mentale. Hai preferito essere un pazzo, fare parte per te stesso. Solo una mente disciplinata può davvero discernere la realtà, Winston. Tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. Quando inganni e stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo. Non nella mente individuale, che è soggetta a errare ed è comunque peritura, ma bensì in quella del Partito, che è collettiva e immortale. La verità è solo quello che il Partito ritiene vero. Non è possibile discernere la realtà se non attraverso gli occhi del Partito. E’ questo che devi imparare da capo, Winston, e per ottenere un simile scopo è necessario un atto di annientamento, uno sforzo della volontà. Per diventare sano di mente devi umiliare te stesso.»
 Tacque per qualche  momento, come per dare a Winston il tempo di afferrare fino in fondo  quanto aveva detto.
  «Ricordi» riprese a dire «di aver scritto nel tuo diario: “ la libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro”».
«Sì» rispose Winston.
 O’Brien gli voltò le spalle, quindi sollevò la mano sinistra, tenendo il pollice nascosto e le quattro dita tese.
«Quante sono le dita che tengo alzate, Winston?»
«Quattro.»
«E se il Partito dice che le dita non sono quattro ma cinque, quante sono?»
«Quattro.»
 La parola terminò in un rantolo di dolore. L’ago del quadrante era balzato a cinquantacinque.
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 Lessi per la prima volta 1984  all’inizio degli anni Settanta, avevo appena iniziato le scuole superiori, in un mondo molto diverso da quello di adesso. Mi era molto chiaro che, come del resto spiegato nell’introduzione al libro, l’autore polemizzava con il regime comunista sovietico. Esso dominava l’immenso territorio, in Europa e in Asia, che, in una rivoluzione nel 1917,   aveva strappato alla dinastia degli Zar Romanov, i sovrani assoluti dell’Impero russo. Ma leggendo, mi resi conto che l’ideologia che veniva criticata corrispondeva anche a quella di altri totalitarismi, ai quali del resto nel romanzo si accennava: quello della Chiesa cattolica, con il suo sistema di polizia del pensiero costituito dall’Inquisizione e quelli fascisti. Quello della Chiesa costituiva un grosso problema, perché mi ci trovavo immerso. Mi era stato fatta imparare a memoria una preghiera, l’Atto di fede, che contiene le parole «Credo tutto quello che tu hai rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere.», interpretate nel senso dell’ideologia proposta da O’Brien nel brano che ho sopra trascritto. Era superbia peccaminosa, mi avevano spiegato, obiettare a ciò che la Chiesa proponeva a credere. Nelle procedure giudiziarie dell’Inquisizione spagnola, la più dura dei lunghi secoli, dal Duecento agli inizi dell’Ottocento, di quell’istituzione, autodafè, che in spagnolo significa atto di fede,  era la solenne proclamazione della sentenza dell’Inquisitore ecclesiastico, che nel condannare un eretico riconosciuto come tale,   un dissenziente dalle verità proclamate come obbligatorie dalla Chiesa cattolica, lo consegnava allo stato perché fosse punito duramente, anche con la morte. Il sistema dell’Inquisizione cattolica era dominato da un ministero centrale, alle dipendenze del Papato, la Suprema Congregazione del Sant’Uffizio, che svolgeva sostanzialmente il lavoro che nel romanzo 1984   faceva il Ministero della Verità, in particolare cercando di sopprimere i documenti che testimoniavano versioni alternative della verità. E’ un’istituzione che, riformata nel 1965, sulla base dei deliberati del Concilio Vaticano 2°, sussiste tuttora, anche se travaglia prevalentemente la vita del clero e dei religiosi e gli stati non eseguono più le sue condanne. Il Concilio Vaticano 2° ci  liberò da quella tirannia, anche se vi sono coloro che rimpiangono i tempi di prima. Per la mia vita religiosa, quella storia e quell’ideologia ecclesiastica furono un serio problema, che alla fine del liceo risolsi a favore della fede e contro il clericalismo totalitario, quello che pretende di violare le coscienze per imporre una sua verità.  I tempi erano cambiati. Lieto fine? No.
  Il totalitarismo sta risorgendo con manifestazioni molto più subdole. La pressione sulle coscienze non è più esercitata da apparati polizieschi: sono le masse che, in questo contesto, diventano i carnefici dei dissenzienti. Sostenere che “due più due fanno quattro” sta diventando nuovamente pericoloso. Questo deriva da una forma molto pericolosa di degenerazione della democrazia, individuata fin dall’antichità dagli antichi greci, i quali elaborarono le prime teorizzazioni in merito: la demagogia, l’azione degli agitatori sociali per fascinare le masse a fini di potere, che ai tempi nostri possono valersi di nuovi potenti strumenti informatici di controllo sociale.  
  La potenza dell’umanità sta nell’azione di massa. Chi mira al potere vuole quindi dominare le masse,  perché se non lo fa il suo non è vero potere. Lo può fare da tiranno, ed è stata la via dei regimi totalitari comunisti, fascisti e quella dell’Inquisizione cattolica; ma lo può fare anche da demagogo, da agitatore sociale. In quest’ultimo caso le masse cadono nelle mani del potente volontariamente, ingannandosi sulle sue intenzioni e sull’affidabilità delle soluzioni che propone. Sono l’emotività che governa le nostre decisioni di individui e l’insufficienza delle nostre personali conoscenze della realtà che ci spingono nelle mani del demagogo. Il timore di questo risultato portò gli antichi greci a preferire, come regime ideale, quello dominato dai sapienti, dai filosofi. Questi ultimi non avrebbero avuto bisogno del sistema di limiti nel quale consiste la democrazia, come potere condiviso tra molti, perché avrebbero riconosciuto in coscienza il limite del vero e del giusto. Ma il potere assoluto, anche quello dei sapienti, corrompe sempre: è l’esperienza umana. Nella pratica, solo la costante manutenzione della democrazia, attraverso il dialogo, vale a dire il confronto razionale tra le logiche che ciascuno propone e sull’affidabilità degli elementi di prova a sostegno della ricostruzione della realtà, salva dalla tirannia del potere degenerato. Ed è appunto il problema dei nostri tempi, la causa dei problemi che le democrazie contemporanee incontrano.
  Un modello economico che dagli anni ’90 si è esteso a tutto il mondo, per il processo della  globalizzazione, è entrato in crisi  nel 2008, manifestando problemi seri dopo aver prodotto molte opportunità positive, tra le quali la collaborazione globale nella produzione di beni e servizi e la più libera circolazione della gente, con l’elevazione dei redditi di coloro che nel mondo stavano peggio e l’abbassamento dei prezzi dei beni di consumo negli stati di quelli che stavano meglio. Quel modello privilegiava alcuni a scapito di altri e la situazione è peggiorata velocemente in Occidente, dove vivono ancora i dominatori del mondo eredi dell’egemonia globale degli europei. Occorrerebbe una redistribuzione equitativa delle risorse disponibili del mondo, ma su questo fanno resistenza i ceti privilegiati. Si è arrivati al paradosso che, negli stati più ricchi del mondo, mancano le risorse per assicurare un livello accettabile dei servizi pubblici, ad esempio la manutenzione delle strade pubbliche, i trasporti, la raccolta dei rifiuti, la sanità. E chi domina l’economia ha accreditato la versione che i problemi non sono derivati dalle diseguaglianze sociali, ma dalla pretesa di riequilibrare la situazione, con il sistema fiscale, per migliorare quei servizi pubblici. Le risorse sempre più scarse che si vogliono dedicare a quei servizi hanno creato crescenti difficoltà a fronteggiare adeguatamente un fenomeno che è strettamente connesso con la globalizzazione, vale a dire lo spostamento di gente da un posto all’altro alla ricerca di sistemazioni migliori. Si pensa che ciò che va per i servizi pubblici sia sprecato, e in particolare quello che si spende per chi viene da lontano da casa sua a casa nostra. Lo slogan che ha avuto fortuna da qualche decennio è  “Meno tasse!”: esso corrisponde agli interessi dei privilegiati sociali. La demagogia dominante l’ha accreditato tra le masse come soluzione giusta facendo leva su tre elementi: la paura e il senso di insicurezza per il futuro, l’alterazione della rappresentazione della realtà quale essa veramente è e il controllo delle reti di relazioni sociali di massa in passato create attraverso la televisione e ora mediante sistemi telematici controllati da programmi di intelligenza artificiale, ai quali moltissimi spontaneamente rimangono a lungo connessi. Questo processo sta producendo un nuovo totalitarismo, che però non è più avvertito come tale, e questo è uno dei suoi maggiori effetti di distorsione della rappresentazione della realtà.
  La manutenzione della democrazia è sempre la via giusta per rimediare ai problemi che la demagogia di privilegiati sociali sta creando. Ma come e dove farla? Non è cosa che possa essere decisa e attuata da un qualche vertice. La via giusta  è riprendere il tirocinio di dialogo nei corpi intermedi, quelli che stabiliscono relazioni di prossimità e che si situano tra chi domina al vertice  e il singolo, costituendo il mondo vitale  delle persone, i gruppi dai quali si traggono le motivazioni fondamentali per la vita in società. Non è vero dialogo però quello che si attua mediante le reti sociali telematiche, perché esse sono controllate da sistemi di intelligenza artificiale, servono più a influire che a far veramente dialogare,  e per questo non possono essere la soluzione essendo sempre più parte del problema. Esse infatti confinano il singolo in un bolla  cognitiva creata mettendo insieme solo coloro che la pensano in un certo modo e così rafforzano a vicenda, nell’interazione telematica, la forza di convinzione del pensiero comune, scambiandosi slogan coerenti con quell’impostazione dominante. Occorre pazientemente convincersi, ricercando fonti affidabili del pensiero, in un lavoro di approfondimento culturale in cui non si dà nulla per scontato ma si è ancora capaci di discernere il valore di quelle fonti, che due più due fa quattro, liberandosi dalla tirannia del senso comune indotto dai demagoghi, secondo la quale che  due più due faccia quattro   è solo  un'opinione che vale quanto quella che  due più due fa cinque,  e tra le due si sceglie come conviene a chi riesce a prevalere nelle masse fascinandole emotivamente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 6 dicembre 2018

Distopia


Distopia

  Nel Cinquecento il politico inglese Thomas More scrisse un libretto dal titolo Utopia  nel quale progettava un nuovo modello di società su basi razionali. Inventò la parola  utopia  utilizzando quelle del greco antico che significano  non e luogo, a significare che quell’organizzazione sociale non era uno sviluppo di civiltà effettivamente esistite o esistenti, ma qualcosa di totalmente nuovo, ideato per via di ragione, e, in quel senso,  non c’era  da nessuna parte. Era implicito che, essendo un prodotto della ragione, quella nuova società fosse pensata come migliore  di quelle esistenti. Perché mai un sapiente avrebbe perso tempo per pensarla peggiore?
 Nell’ultimi anni è entrato in uso il termine distopia, preso dalla medicina dove indica la condizione di un organo che è in posizione anomala, a significare sviluppi temuti, o in peggio, dell’evoluzione sociale. Ad esempio, se si considera desiderabile una condizione di uguaglianza sociale degli esseri umani per quanto riguarda diritti e doveri fondamentali, è una distopia il prevedere sviluppi sociali del presente che portino ad una condizione di generale diseguaglianza. Distopia  non  è quindi il contrario  dell’utopia: infatti quest’ultima è un progetto, mentre la prima è una previsione. Descrivere una possibile distopia  serve a cercare di impedirla, progettare un’utopia  serve a migliore la società. Per prevenire le distopie, i futuri temuti, non basta tuttavia il pensiero utopico, che, per definizione, è rivoluzionario in quanto totalmente ed esclusivamente basato sulla ragione e immagina di poter cancellare le società reali come effettivamente sono per costruirne di nuove. L’esperienza sociale insegna che non si possono costruire le società così come si edificano gli edifici in muratura. La costruzione sociale deve partire proprio dalle società reali, così come sono, quindi dalla rete di relazioni umane che le caratterizzano e che sono le uniche forze sulle quali si può realizzare il nuovo. Questo perché le società rimangono fatte di quelle relazioni anche se pensate come  nuove,  e anche molto diverse da quelle esistenti; relazioni che hanno una  storia, una tradizione,   e non sono del tutto modificabili secondo il volere e la forza dell’utopista, oppongono una resistenza al cambiamento che può essere ottenuto essenzialmente solo per via culturale, di modifica degli usi e costumi condivisi mediante l’assimilazione e condivisione di altri usi e costumi.
  Si tratta di un problema, e di una corrispondente difficoltà, in cui ci si imbatte anche nelle realtà sociali di prossimità come sono quelle di parrocchia o circolo. Non si riesce mai ad aggregare senza partire dalla situazione sociale così com’è, che il riformatore o il fondatore deve innanzi tutto conoscere bene.
  Un modello utopico è stato tentato nella nostra parrocchia per oltre trent’anni, dall’inizio degli anni ’80 al 2015: realizzare comunità fraterne, chiuse agli influssi negativi della società intorno, nelle quali differenze e dissenso fossero progressivamente annullati, in un lungo cammino di crescita personale e sociale. Con il senno del poi naturalmente, si venne però a creare una situazione  distopica, di piccole comunità essenzialmente composte da gente di fuori, isolate in un contesto sociale che diveniva sempre più estraneo a quelle comunità, ricambiato.
  Un modello utopico può essere considerato il regime comunista leninista sovietico attuato tra i popoli un tempo sottomessi all’Impero russo tra il 1917 e il 1991, poi esteso dal 1945 a stati dell’Europa orientale caduti nell’egemonia dei sovietici. Esso si è risolto in una distopia  totalitaria.
 Ma fu un modello utopico anche il grandioso progetto di riforma sociale e politica pensato dal Papato nel secondo millennio, anch’esso basato sulla repressione del dissenso e tendenzialmente totalitario: quel Papato imperiale  che dagli scorsi anni Sessanta si sta cercando di cambiare per via sostanzialmente democratica, non utopica. Quella utopia religiosa produsse storicamente una distopia, che fu molto chiara a grande anime dal Cinquecento in poi, che è sostanzialmente analoga a quella sovietica e simile a quelle dei vari totalitarismi tentati nell’era moderna. Va detto che una distopia  è tale in quanto previsione  di un futuro temuto: se quest’ultimo si realizza e si fa presente, la riflessione su di esso è semplice sociologia, studio della società così com’è. Previsioni distopiche hanno indotto i saggi del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)  a progettare il cambiamento in religione.
  Quanto alla società sovietica, una visione distopica  su di essa è contenuta nel romanzo 1984  dello scrittore inglese George Orwell, un romanzo scritto nel 1948, al tempo dell’espansionismo sovietico in Europa orientale, al termine della Seconda Guerra mondiale. E’ un libro che consiglio a tutti coloro che, su scala grande o piccola, si vogliono dedicare alla costruzione di nuove società. E’ edito in traduzione italiana da Mondadori, in e-book. Lo scrittore ambienta la sua distopia in una Inghilterra del futuro, rispetto al tempo in cui il libro fu scritto. Immaginava una società egemonizzato da un ristretto numero di associati ad un Partito unico di funzionari e ad un 85% di gente, chiamata prolet, senza alcun ruolo politico che quello di acclamare e di obbedire. Una delle funzioni principali del Governo, nella distopia del romanzo, è quella di cambiare la memoria del passato, distruggendo e riscrivendo i testi, libri, giornali, documenti d’archivio, secondo le esigenze del presente, in modo da rendere evidente, quindi senza che si senta bisogno di approfondimenti, che il Partito ha sempre ragione. Un’altra è quella del costante controllo sociale dei membri del Partito, attraverso una rete di televisori che sono anche telecamere, in modo da rilevare addirittura, attraverso osservazioni psicologiche, i moti inconsci di dissenso, prevenendo qualsiasi opposizione. Nel romanzo questo è una funzione svolta da una psico-polizia. I dissenzienti vengono poi eliminati, vaporizzati, cancellando le tracce della loro esistenza. Questa distopia, pensata come critica al modello sovietico, corrisponde in gran parte anche alle politiche attuate dal Papato dall’inizio del secondo  millennio al Settecento, detto anche perché in esso cominciò a svilupparsi una critica sociale e politica su basi razionali. Nella visione distopica del romanzo, la violenza sociale ha un ruolo determinante nell’ottenere il controllo sociale, sia all’interno che all’esterno: Orwell ci presenta un mondo diviso in tre grandi imperi politici sempre in guerra tra loro, ma non per prevalere effettivamente, risultato impossibile  e anche inutili, ma per ottenere, con il pretesto dello stato di emergenza determinato dalla guerra, un più efficiente e totale controllo sociale all’interno, in particolare una  condizione costante di penuria di beni primari che impedisca alla gente di emanciparsi dal Governo e di acquisire una certa autonomia, sviluppando una capacità critica.
   Lo psico-controllo è stato l’utopia  di ogni totalitarismo contemporaneo. La Chiesa cattolica cercò di ottenerlo sfruttando le possibilità offerte dalla liturgia della Confessione, ma anche con un’estesa rete di polizia inquisitoria che travagliò le società dominate dagli europei fino, più  o meno, a tutto il Settecento, e che ancora è attiva in ambito religioso. I regimi comunisti egemonizzati dai sovietici seguirono prevalentemente quest’ultima via, così come quelli fascisti che si svilupparono nel Novecento. In tutti i casi il controllo sociale fu affidato anche ad un’intensa opera di propaganda, che comprendeva anche l’alterazione della memoria del passato, secondo le esigenze del presente.
  E’ stato osservato che ciò che si tentò di ottenere con la violenza, nei totalitarismi, ai tempi nostri si ottiene in  modo molto più facile e indolore per la fascinazione esercitata sulle menti degli utilizzatori dei nuovi e sempre più potenti dispositivi smartphone  il cui uso è dilagato in tutto il mondo. Si tratta di terminali di sistemi di intelligenza artificiale (come tali sono smart, parola che significa  intelligente), vale a dire di programmi che sono in grado di capire  le abitudini e gli orientamenti di ogni singolo utente, ma anche di influire  sui suoi comportamenti e convinzioni fornendogli, tramite smartphone il materiale informativo in grado di produrli, e questo sulla base di ciò che dell’utente si è appreso mediante una sempre più prolungata  connessione  con lui. Un sistema di intelligenza artificiale progettato per il controllo sociale, ad esempio a fini di pubblicità commerciale o di propaganda politica,  è tanto più potente quanto più sono gli utenti connessi e tanti più a lungo sono connessi. Chi controlla quei sistemi rende gratuita la connessione e invoca connessioni più estese e prolungate. “Connettiti  e vivrai meglio!”, questa è la promessa; “Se sei disconnesso non sei nessuno”, questa la minaccia.  La connessione si ottiene essenzialmente per fascinazione, per le caratteristiche dell’interfaccia con l’utenza sui terminali smart, che è in grado di generare  dipendenza  dal sistema. Il controllo sociale è completato da una situazione artificiale di penuria, per la quale in  società sempre più ricche, sono sempre di più quelli che non riescono ad arrivare alla fine del mese. La capacità di critica sociale di questa condizione, un tempo il campo privilegiato dei movimenti socialisti, è depressa mediante un’egemonia culturale che la presenta come  naturale, e quindi come tale immodificabile o difficilmente modificabile, corrispondendo alla situazione di lotta per la sopravvivenza del più adatto che si osserva nel mondo animale. Si parla a questo proposito di darwinismo sociale, riferendosi al naturalista inglese Charles Darwin (1809-1882) che teorizzò l’evoluzione biologica dei viventi sulla base di selezione naturale, determinata dalla sopravvivenza del più adatto in un contesto di lotta fra organismi per lo sfruttamento di risorse scarse. Tuttavia il Darwin, persona religiosa,  non fu certamente un darwinista sociale, nel senso che non pensava che le società dovessero essere organizzate come il mondo animale, per migliorarle. In una concezione di darwinismo sociale chi in società scapita, chi ha la peggio, è colpevolizzato: ha la peggio perché non si è adattato bene e non lo ha fatto per insufficienza o pigrizia, non ha  meritato. Insomma, si induce nella gente la convinzione che ci in società ci rimette ha avuto ciò che ha meritato. Questa riflessione è stata al centro del pensiero sviluppato negli ultimi trent’anni dal sociologo di origini polacche, ma inglese d’adozione, Zygmunt Bauman (1925-2017). Ha scritto diversi libri interessanti, ma consiglio  agli aspiranti riformatori sociali di partire da quello più famoso, Modernità liquida, scritto nel 2000 ed edito in traduzione italiana da Laterza, anche in e-book.
 Se dovessi pensare a libri di testo per un gruppo parrocchiale di approfondimento culturale, proporrei:
- il libro di testo di storia dell’ultimo anno delle superiori o, se non conservato, l’ultima edizione del  volume 3 di Nuovi profili storici  di Giardina, Sabbatucci e Vidotto, edito da Laterza;
-l’enciclica Laudato si’, di papa Francesco, scritto nel 2015 e contenente il disegno di riforma sociale globale dell’attuale Papato;
- Utopia  di Tommaso Moro;
- 1984  di George Orwell;
- Modernità Liquida  di Zygmunt Bauman;
-il quotidiano Avvenire  fresco di stampa.
  Un’ultima notazione: Tommaso Moro, George Orwell, Charles Darwin, inglesi, e Zygmunt Bauman, inglese d’adozione. Capite perché la Brexit  è una grave perdita per l’Unione Europea?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


mercoledì 5 dicembre 2018

Nazionalismo, intransigentismo ed integralismo


Nazionalismo, intransigentismo ed integralismo

  L’unità nazionale italiana si fece contro il Papato, in particolare abbattendo il piccolo regno che aveva nell’Italia centrale, con capitale Roma. La conquista militare della città, attuata nel 1870 dal nuovo Regno d’Italia, fu preceduta, nel 1849, dalla breve rivoluzione attuata dai repubblicani mazziniani, che costrinse alla fuga il Papa regnante, Pio 9°, Giovanni Maria Mastai Ferretti e portò a nuove istituzioni politiche, in particolare all’instaurazione di un governo di triumviri, tre esponenti politici di vertice, vale a dire Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini e Aurelio Saffi. Alla difesa della Repubblica romana  mazziniana combatterono Giuseppe Garibaldi e  i suoi, e vi perse la vita Goffredo Mameli, l’autore del testo del nostro inno nazionale Fratelli d’Italia, vibrante di nazionalismo mazziniano. Questo spiega perché il nostro nazionalismo, benché animato dalle idealità religiose mazziniane, non abbia inglobato la religione cattolica nella sua ideologia politica, nella sua cultura fondativa, e sia stato marcatamente anticlericale, ricambiato da parte clericale da analoga avversione.
  Quando il Papato, sviluppando una  politica antinazionalista e antiliberale, assecondò un movimento politico reazionario, quest’ultimo ebbe carattere di intransigentismo e di integralismo, rifiutando qualsiasi dialettica con la controparte, anche nel quadro istituzionale della nuova democrazia. Ai cattolici italiani fu vietato di partecipare alla democrazia nazionale. E questo anche quando nel movimentismo cattolico si svilupparono correnti di riforma sociale su modello di quelle socialiste e il Papato diede loro quell’ideologia che venne definita dottrina sociale. Le masse dovevano servire solo come forza di pressione in favore delle rivendicazioni papali, ma non le si doveva elevare alla politica democratica: il Papato, in particolare negli anni più bui della persecuzione antimodernista nei primi quindici anni del Novecento, temeva di perderne il controllo.
  La dura sconfessione dei propositi di realizzare politiche democratiche cristiane venne dal Papa che aveva inaugurato nel 1891, con l’enciclica Le novità - Rerum Novarum, la moderna dottrina sociale, Leone 13° - Vincenzo Gioacchino Pecci, con l’enciclica Le gravi dispute sopra l’economia sociale - Graves de communi re, del 1901, nella quale si legge:

«Così dunque, sotto gli auspici della Chiesa  iniziò fra i cattolici una comunanza d’azione e sollecitudine d’istituzioni in aiuto alla plebe, che tanto spesso lotta non meno con le insidie e i pericoli che con la povertà e le sventure. Questa specie di previdenza popolare non si usò da prima contraddistinguerla con denominazioni particolari; perché quelle di socialismo cristiano, e di socialisti cristiani introdotte da alcuni, caddero meritamente in disuso. Dipoi parve bene a parecchi di dirla azione popolare cristiana; in qualche luogo quelli che metton mano a siffatte opere si chiamano sociali cristiani; altrove si prendono il titolo di democrazia cristiana, dicendo democratici cristiani quelli che se ne occupano; per contrapporla alla democrazia sociale, propugnata dai socialisti.
Di queste due ultime denominazioni, se non la prima di sociali cristiani, certo l’altra, di democrazia cristiana, suona male a molti tra i buoni, perché vi veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso. Ne temono per più di una ragione: cioè perché credono che così si possa coprire un fine politico per portar al potere il popolo, promovendo questa forma di governo in luogo di altre; che per tal modo, mirando al bene della plebe, e mettendo in disparte gl’interessi delle altre classi, sembri rimpicciolirsi l’azione della Religione cristiana; e che finalmente sotto la speciosità del nome si voglia in certo modo nascondere il proposito di sottrarsi alle legittime autorità nell’ordine civile ed ecclesiastico. Ora considerando che qua e là si eccede in tali dispute fino all’acrimonia, sentiamo il dovere di imporre un limite alla presente controversia, e di regolare il pensiero dei Cattolici sopra un tale argomento: intendiamo inoltre dettare alcune norme che rendano la loro azione più larga e assai più salutare alla società.
Non può sorgere alcun dubbio intorno agl’intenti della democrazia sociale e intorno a quelli a cui convien che miri la democrazia cristiana. Infatti la prima, sia pur che non tutti trascorrano ai medesimi eccessi, da molti è portata a tanta malvagità da non tenere in alcun conto l’ordine soprannaturale, cercando esclusivamente i beni corporali e terreni, e collocando tutta la felicità umana in tale acquisto e in tale godimento. Vuol quindi che il governo venga in mano della plebe, affinché livellando quant’è possibile le classi, le torni facile il passo all’eguaglianza economica; tende perciò a sopprimere ogni diritto di proprietà, e a mettere tutto in comune, il patrimonio dei privati e perfino gli strumenti per guadagnarsi la vita. Al contrario la democrazia cristiana, per ciò stesso che si dice cristiana, ha necessariamente per sua base i principi della Fede; e provvede al vantaggio dei ceti inferiori, ma sempre in ordine ai beni eterni per cui son fatti. Per essa adunque nulla deve essere più inviolabile della giustizia; il diritto di acquisto e di possesso deve volerlo integro, e tutelare le diverse classi, membra necessarie di una società ben costituita; esige in una parola che l’umano consorzio ritragga quella forma e quel temperamento che le diede il suo autore Iddio. Resta dunque non esservi tra la democrazia sociale e la cristiana nulla in comune, e correre tra loro tal differenza quale è tra la setta del socialismo e la professione del cristianesimo.
Non sia poi lecito di dare un senso politico alla democrazia cristiana. Perché, sebbene la parola democrazia, chi guardi alla etimologia e all’uso dei filosofi, serva ad indicare una forma di governo popolare, tuttavia nel caso nostro, smesso ogni senso politico, non deve significare se non una benefica azione cristiana a favore del popolo. I precetti della natura e del Vangelo, in quanto trascendono di proprio diritto i fatti umani, è necessario che non dipendano da alcuna forma di governo civile, ma possano convenire con tutti, sempre inteso che non ripugnino all’onestà e alla giustizia. Essi pertanto sono e restano fuori dei partiti e della mutabilità degli eventi, di guisa che, in qualunque modo la società si regga, i cittadini possano e debbano tenersi agli stessi precetti, secondo i quali ci è ingiunto di amar Dio sopra tutte le cose e il prossimo come noi stessi. Questa è la disciplina costante della Chiesa; così gli Stati, indipendentemente dal governo lor proprio. Ciò posto, l’intendimento e l’azione dei Cattolici che mirano a promuovere il bene dei proletari non deve punto proporsi di preferire e preparar con ciò una forma di governo invece d’un’altra.
In somigliante modo bisogna rimuovere dal concetto della democrazia cristiana l’altro inconveniente, cioè che, mentre essa mette ogni impegno nel cercare il vantaggio delle classi più basse, non sembri trascurare le superiori, che pure non valgono meno alla conservazione e al perfezionamento della società. Al che provvede quella legge di carità cristiana, di cui abbiam ora ragionato, e che comanda di abbracciare indistintamente tutti gli uomini in quanto sono parte di una sola e medesima famiglia e figli di un solo benignissimo Padre, e redenti dallo stesso Salvatore e chiamati alla medesima eredità eterna. Appunto come ne ammaestra e ammonisce l’Apostolo: "Un solo corpo e un solo spirito, come siete ancora stati chiamati ad una sola speranza della vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti e per tutte le cose e in tutti noi". (Eph. IV, 4-6). Quindi per l’unione naturale della plebe con le altre classi, resa anche più stretta dallo spirito di fratellanza cristiana, tutto ciò che di bene si fa per sollevare la plebe, ridonda anche a vantaggio di quelle; tanto più che per raggiungere l’intento è conveniente e necessario il loro concorso, come diremo appresso.
Guardisi parimenti ognuno dal ricoprire sotto la denominazione di democrazia cristiana il proposito d’insubordinazione o di opposizione alle legittime autorità. Già la legge, tanto naturale che cristiana, ingiunge il rispetto ai diversi poteri civili e l’obbedienza ai loro giusti comandi. Il che conviene fare sinceramente e per sentimento di dovere, cioè per coscienza, come ben s’addice ad uomo e cristiano; come insegna lo stesso Apostolo là dove dice: "Ogni anima sia soggetta alle potestà superiori" (Rom. XIII 1-5). Si comporta poi tutt’altro che cristianamente chi ricusa di sottostare a coloro che sono rivestiti di autorità nella Chiesa; e da prima ai Vescovi, che salva l’universale autorità del Pontefice Romano, "lo Spirito Santo pose a pascere la Chiesa di Dio, acquistata da lui col proprio sangue" (Act. XX, 28). Chi pensa ed opera diversamente mostra di aver dimenticato quel solenne precetto dello stesso Apostolo: "Siate obbedienti ai vostri prelati, e siate ad essi soggetti. Imperocché vegliano essi, come dovendo render conto delle anime vostre" (Hebr. XIII, 17). Parole queste che tutti i fedeli devono profondamente imprimere nel cuore e cercar di mettere in pratica nella loro condotta; più che mai i sacerdoti, considerandole con ogni diligenza, non cessino di inculcarle agli altri, non solo con la predicazione, ma più ancora con l’esempio.
Ora, dopo aver richiamato questi punti di dottrina che altre volte all’uopo abbiamo più dichiaratamente e di proposito trattato Ci ripromettiamo che cessi qualsiasi discordia sul nome di democrazia cristiana e ogni sospetto di pericolo sul suo significato. E ce lo ripromettiamo a buon diritto. Perché, prescindendo da quelle opinioni, sulla natura e sugli effetti della democrazia cristiana, che non mancano di qualche esagerazione o errore, nessuno certo troverà di riprovar un’azione che mira, come vuole la natura e la divina legge, a quest’unico fine di ricondurre a condizioni men dure quelli che campano del lavoro manuale, sì che riescano gradatamente a provvedere alle necessità della vita. Possano quindi in famiglia e in pubblico liberamente soddisfare ai doveri morali e religiosi; sentano di non esser bestie ma uomini, non pagani ma cristiani; quindi e più facilmente e con più ardore si volgano a ciò che solo è necessario, vale a dire al sommo bene per cui siamo nati. Tale vuoi essere il programma, tale lo scopo di coloro che desiderano con animo veramente cristiano arrecare un opportuno sollievo alla plebe e salvarla dalla peste del socialismo.»

  Quando, dopo la fondazione della moderna Azione Cattolica Italiana, nel 1906 in esecuzione di un’enciclica dell’anno precedente, il Papato decise di cogliere le opportunità politiche date dall’istituzione, nel 1912, del suffragio universale maschile, vietò ai politici di orientamento cattolico sociale la denominazione religiosa, riservando a sé l’autorità di dettare la linea politico-sociale, nel quadro del Magistero di dottrina sociale.
  L’unica epoca in cui il nazionalismo italiano fu assecondato dal Papato fu nel decennio della  conciliazione, tra il 1929, anno della stipula dei Patti Lateranensi  tra il Papato e il Regno d’Italia, e il 1939, anno in cui fu eletto Papa  Eugenio Pacelli con ll nome di Pio 12°. Quella conciliazione  apparve presto problematica su due temi: il programma delle guerre di regime e il razzismo anti-ebraico, che finiva per screditare l’ambiente sociale dal quale si era sviluppato il cristianesimo e le stesse figure del Fondatore  e degli apostoli. La conciliazione fu possibile solo in quanto assentita  dal Papato nel quadro del Patti Lateranensi.  A seguire, nel 1931, con l’enciclica Il Quarantennale ­ - Quadragesimo anno  (nei quarant’anni dall’enciclica Le Novità - Rerum novarum), l’ideologia corporativa fascista, parte importante del disegno di riforma sociale mussoliniana, venne inglobata nella dottrina sociale. Ma la commistione tra ideologia religiosa e quella fascista fu molto più profonda e fa sentire i suoi effetti tutt’ora, anche se in genere se ne è inconsapevoli. I fedeli cattolici divennero il modello del cittadino nazionalista. Questa breve, ma intensa, stagione di conciliazione fu seguita da una rottura frontale, inaspritasi durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945) e manifestatasi, in particolare, con il patto di collaborazione tra il Papato e i cattolici democratici di Alcide De Gasperi, all’inizio degli anni ’40.  L'ideologia fondativa di quel patto fu definita dal Papato, regnante papa Pio 12° - Eugenio Pacelli, in una serie di radiomessaggi tra il 1939 e il 1945 ed ebbe forte impostazione anti-nazionalista e antitotalitaria, in particolare accettando il metodo e i valori democratici come base per progettare nuove istituzioni politiche statali e internazionali per promuovere e garantire un nuovo ordine pacifico a livello mondiale. Si predicò la necessità dell’unione politica dei cattolici nel nuovo partito della Democrazia Cristiana  per sostenere in Italia l'attuazione di  quelle nuove idealità. Questa strategia politica ebbe grande successo da noi, alla caduta del fascismo, e determinò, tra il 1946 e il 1994 la lunga egemonia politica dei cattolici democratici, in unione con il Papato, sulla democrazia italiana. Le masse cattoliche, in particolare quelle femminili, a lungo educate alla politica nelle organizzazioni di Azione Cattolica, vi ebbero un ruolo determinante. 
 Dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) si osservò che l’obbligo di unione politica partitica poteva avere effetti controproducenti per l’evangelizzazione, vincolandola in definitiva ad un partito di moderata riforma sociale ma piuttosto legato agli sviluppi dell’economia capitalista, fronteggiata dalle correnti socialiste a fini di più intensa riforma sociale, di elevazione delle masse in ogni campo  e addirittura di rivoluzione. D’altra parte, sfruttando le libertà sancite da quel Concilio, si svilupparono anche movimenti fondamentalisti che, come all’inizio del Novecento aveva fatto il Papato, tacciarono sostanzialmente di eresia ogni disegno politico di riforma sociale, proponendosi di limitare l’azione sociale, e in particolare l’autonomia dei laici, all’ambito strettamente ecclesiale. Negli scorsi anni ’80, per gli sviluppi di queste forze, si finì per considerare superato l’obbligo di unità politica dei cattolici in un partito cristiano e presto terminò anche l’esperienza politica della Democrazia Cristiana. Chi ha vissuto quel decennio, sa bene che ciò che si produsse formalmente solo all’inizio degli anni ’90, in particolare per la metamorfosi dei socialismi europei e la  rapida caduta dei regimi comunisti dell’Europa Orientale, tra il 1989 e il 1991, era già sostanzialmente compiuto dalla metà degli anni ’80, dopo un infruttuoso tentativo di ricomposizione  all’inizio di quel decennio.
 Lo sviluppo storico-ideologico che ho sintetizzato pesa sui nostri tempi. In Italia il neo-nazionalismo che si sta sviluppando da noi non può contare su altre basi ideologiche di  conciliazione con la religione cattolica  che quelle costruite negli anni del compromesso tra il fascismo mussoliniano e il Papato, negli anni ’30 del secolo scorso, e non ha il tempo, per l’incalzare degli eventi politici, né la capacità, per la poca dimestichezza con la cultura religiosa, di costruirne altre. Ha tuttavia necessità di inglobare in qualche modo la religione nelle sua cultura fondativa, per la grande rilevanza politica che ancora hanno le masse dei fedeli, intesi come coloro che, nelle scelte della vita, sono ancora in qualche modo influenzati dall’etica religiosa. Questo, quindi, lo porterà fatalmente verso l’orizzonte culturale della  conciliazione  degli anni ’30, ma non sarà veramente la religione che verrà ad assimilare, ma un orientamento religioso che inglobò parte importante dell’ideologia del fascismo storico. Da qui l’evidente riemergere ai nostri giorni di temi del fascismo storico, in particolare l’intolleranza verso il dissenso politico e il cesarismo o bonapartismo di esponenti dell’esecutivo.
  Per vari motivi questa tendenza non è validamente contrastata negli ambienti di fede, in particolare dall’attuale Papato, pure tanto diverso da quelli che l’hanno preceduto. Questo, in particolare, perché non vi è mai stata una vera revisione critica della politica del papato che, negli anni Venti, portò alla  conciliazione  con il fascismo storico italiano  e, nel decennio successivo, alla collaborazione attiva con quel regime.  Quella conciliazione  non è stata tra le colpe delle quali si è fatta ammenda durante il Grande Giubileo dell’Anno 2000, nella Giornata del perdono.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


martedì 4 dicembre 2018

La costruzione della società: andando avanti o indietro?


La costruzione della società: andando avanti o indietro?

  La società è integralmente un fatto culturale, una creazione sociale. L'organizzazione della società dipende dalla cultura del gruppo che l'esprime, ma quella cultura è a sua volta un fatto sociale, dipende dalle dinamiche delle relazioni umane in quel gruppo di riferimento. Dalla natura abbiamo invece la nostra biologia, in particolare un cervello che risale a circa 200.000 anni fa. Dal cervello si è sviluppata la nostra mente, che è alla base della nostra evoluzione culturale, vale a dire degli usi, costumi e concezioni che caratterizzano e ordinano le società umane, e che fanno tutt’uno con esse. Su com’erano le società umane prima di circa seimila anni fa, in quella che definiamo  preistoria perché non ci ha lasciato cronache scritte,  abbiamo informazioni congetturali, imprecise, derivate dalle tracce che lasciarono e che siamo riusciti a rinvenire. Immaginiamo che siano state simili alle società meno evolute che ancora osserviamo tra gli attuali umani e che, per essere meno progredite, chiamiamo  primitive. Con le prime tracce scritte ci sono venute informazioni più precise, anche se i documenti che le contenevano  ci sono giunti in modo spesso frammentario, perché danneggiati nel corso di disastri naturali o sociali, in particolare dalle distruzioni belliche degli archivi o dal loro danneggiamento a seguito di abbandono. In Europa è solo dal Medioevo, vale a dire dal Quinto secolo della nostra era, che cominciano ad essere tenuti sistematicamente, in particolare da organizzazioni ecclesiastiche, degli archivi di documenti con cronache affidabili che ci sono giunti con una certa integrità. La nostra Bibbia, che contiene informazioni su società molto antiche, le prime risalenti a circa cinquemila anni addietro, ci può dare un’idea dell’evoluzione delle società umane, anche se le culture più antiche di cui ci tramanda la memoria non possono essere definite primitive  e, anzi, furono piuttosto evolute. Le cronache  bibliche partono infatti da una delle antiche civiltà della Mesopotamia, vissuta nei luoghi oggi dominati dallo stato dell’Iraq, molto progredita.
  Pensiamo alle prime società umane, ancora in epoca preistorica, come piccoli gruppi organizzati intorno a maschi, al modo come si osserva nelle società degli attuali primati, i parenti più prossimi che abbiamo tra gli animali, e che le relazioni di forza tra quei maschi dettassero la linea sociale. Nelle società primitive studiate dagli antropologi si hanno però tracce anche di ordinamenti  organizzati intorno a  madri dominanti. Quanto a quell'umanità primitiva, si immagina essersi trattato  inizialmente di gruppi nomadi che si spostavano alla ricerca delle risorse naturali necessarie per sopravvivere. La caratteristica degli umani di avere una lunga infanzia e di dover imparare  quasi tutto dagli altri, in società,  a parte il succhiare che ci è innato, diede un ruolo importante agli anziani, che trasmettevano  la sapienza collettiva in una tradizione culturale. Formandosi le prime civiltà, le possiamo immaginare dirette da un ceto dirigente formato da guerrieri e da anziani e che, progressivamente, le esigenze di ordine sociale per una più sicura sopravvivenza, abbiano fatto sorgere da esso la figura di un re-padre, ma anche di una  regina-madre, assistiti da un consiglio di anziani. Le prime concezioni politiche  avevano probabilmente carattere religioso, per cui il re era anche un sacerdote, il tramite tra le potenze superne e l’umanità, le prime immaginate come personificazione delle forze della natura. Una importante funzione delle prime organizzazioni sociali fu quindi il creare pace tra Cielo, le potenze incontrollabili della natura, e Terra. Da qui, con metamorfosi via via più evolute e complesse,  le varie sacralizzazioni  del potere che si sono osservate nelle società umane fino all’Ottocento, secondo le quali il dissenso politico era anche eresia, empietà religiosa, e poneva in pericolo la sopravvivenza sociale guastando il rapporto con la divinità.
  Non c’è quindi un modello  naturale  di società: le società si sono strutturate ed evolute secondo le culture che storicamente si sono formate nell'umanità. In particolare non lo è quello basato sull’idea di nazione, vale a dire di stirpe etnica caratterizzata da ben definiti usi e costumi, e in particolare da lingue e religione. Questo perché l’etnia  delle nazioni  è piuttosto problematica, per i rimescolamenti familiari che si sono sempre prodotti nell’interazione tra le società umane, e la cultura  è sempre solo occasionalmente collegata ad una certa etnia perché è semplicemente un sistema di relazioni sociali, che tra gruppi etnici si può avere più occasione di sviluppare per la più intensa e lunga convivenza.  Di fatto, negli stati contemporanei si osservano varie nazioni, nel senso che ho indicato,  e la nazione-stato, uno stato che governi una nazione in senso etnico e culturale, con confini geografici definiti quasi come per natura, dalle coste marittime, dai fiumi e dalle maggiori catene montane,  è quindi sempre solo  una concezione politica,  normativa e, prima di questo, una costruzione culturale con finalità politiche. Anzi, il nazionalismo politico  contemporaneo, che risale solo all’Ottocento, si  è sviluppato contrastando il pluralismo delle nazioni in senso etnico-culturale: è stato il caso del nazionalismo italiano, che ha abbattuto diversi ordinamenti che potevano essere considerati stati nazionali. Dal punto di vista culturale, i nostri nazionalisti ottocenteschi avevano ben chiaro che occorreva fare  l’Italia, ma anche  fare  gli italiani, costruirli quindi come popolo intorno a una  nuova  idea di nazione, benché fossero ancora molto distanti come culture e lingue. Contro questo nazionalismo politico, storicamente il Papato usò,  a sostegno delle proprie rivendicazioni politiche verso il nuovo Regno unitario,  l’arma culturale del nazionalismo popolare, contrapponendo il popolo,  inteso come masse caratterizzate da certi costumi culturali tradizionali  tra i quali quelli religiosi, alla nuova classe dirigente nazionalista del Regno d’Italia, che ancora doveva fare  i suoi italiani, ed  effettivamente cominciò  a riuscirci solo dopo essersi conciliata  con il Papato. In questo conflitto si scontrarono due idee di civiltà, entrambe in fase recessiva ai tempi nostri.
  I nazionalismi che stanno prendendo piede in Europa, nel tentativo di recuperare la cultura degli stati-nazione contro quella delle comunità pluri-nazionali per sottrarsi agli obblighi di solidarietà che queste ultime comportano, hanno seri problemi nel definire i fattori culturali caratterizzanti le neo-nazioni da loro immaginate e idealizzate. Si tratta in genere di nazionalismi incolti, in particolare poco attenti alla storia delle civiltà europee, e vorrebbero affermare superficialmente un primato del noi, del proprio gruppo nazionale, senza definirne con chiarezza i contorni, dando per scontati molti aspetti e, in particolare, l’esistenza di una civiltà nazionale  con caratteristiche proprie. In Italia lo si fa con particolare disinvoltura, ad esempio  transitando dal nazionalismo regionalistico sviluppato tra gli anni ’80 del secolo scorso e il primo decennio del nuovo millennio al nazionalismo  unitario sul modello ottocentesco, con gli stessi esponenti politici che adottano l’ideologia e gli argomenti del secondo che avevano vivacemente contrastato, con toni molto accesi, quando sostenevano il primo proponendosi la secessione. Si tratta di un fenomeno europeo e che ha origine fondamentalmente nella grave crisi recessiva iniziata nel 2008 e ancora in atto, che le istituzioni dell’Unione Europea non hanno saputo fronteggiare tempestivamente e più efficacemente in quanto non (più) sufficientemente pervase da  culture solidariste. Questo perché l’Unione Europea è stata investita dalla crisi nel bel mezzo di un delicatissimo processo di ristrutturazione e di estensione nel quale non si metteva in conto un disastro economico di quelle proporzioni e, anzi, si confidava in una continua crescita sorretta dalle dinamiche di una libera economia capitalista resa efficiente dalla competizione degli attori economici.
 Per quanto i neo-nazionalisti vagheggino un ritorno  al passato, per via di disgregazione degli accordi internazionali, non c’è alcun passato a cui ritornare: si tratta di costruire  nuove  società adatte ai tempi. Purtroppo la cultura, e in particolare quella popolare, fa difetto e troviamo riproposto, in varie forme, il modello di organizzazione sociale primitivo strutturato su maschi dominanti, nel quale sembra potercisi raccapezzare più facilmente. E’ appunto questo il senso delle organizzazioni basate su un leader  prevalente. Queste ultime sono state accreditate da norme del 2013 (decreto legge n.149 del 2013, convertito in legge con legge n.13 del 2014) che prescrivono di indicare negli statuti dei partiti politici l'organo  o comunque il soggetto investito della rappresentanza legale, espressione che viene intesa (erroneamente dal punto giuridico) equivalente a quella di capo politico. Giuridicamente, infatti, il rappresentante legale  è solo colui che è autorizzato a manifestare all'esterno la volontà di un corpo collettivo, non necessariamente colui che decide,  o addirittura decide da solo come demiurgo, al modo di un  duce. In democrazia, anzi, si cerca di affidare le decisioni più importanti ad assemblee elettive, quindi a corpi collegiali.
 La creazione di un nuova società può essere il frutto di una conquista o di un regresso culturale, a seconda che ci si evolva o si ritorni indietro. Al centro dell’attuale dottrina sociale c’è l’esortazione a far evolvere le società umane organizzandole su scala planetaria secondo principi di solidarietà e giustizia che ne garantiscano la pacifica sopravvivenza, quelli che concepiscono l’umanità come un’unica famiglia; la cultura politica dei neo-nazionalismi recupera invece ideologie tribali primitive a fini di controllo sociale, ma comunque si trova a dover interagire in un mondo globalizzato che di tribale non ha più nulla, un po’ come se un antico re-sacerdote potesse progettare un impresa spaziale su Marte, invece che limitarsi ad invocare quel pianeta come un dio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli