INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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lunedì 3 dicembre 2018

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO ALL'ASSOCIAZIONE "RONDINE CITTADELLA-DELLA PACE" - Sala Clementina - Lunedì, 3 dicembre 2018


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALL'ASSOCIAZIONE "RONDINE CITTADELLA-DELLA PACE"
Sala Clementina
Lunedì, 3 dicembre 2018
dal WEB:
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/december/documents/papa-francesco_20181203_rondine-cittadella-dellapace.html


Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: un leader che non si sforza di andare incontro al “nemico”, di sedersi con lui a tavola come fate voi, non può condurre il proprio popolo verso la pace. Per far questo occorre umiltà, non arroganza. L'ecologia integrale, che è alla base delle argomentazioni esposte nell'enciclica Laudato si', offre la prospettiva perché l’umanità si concepisca come unica famiglia e consideri la Terra come casa comune. 

Cari fratelli e sorelle,
  vi accolgo con gioia nel 20° anniversario dell’Associazione Rondine – Cittadella della Pace. Saluto il Presidente, Signor Franco Vaccari, e lo ringrazio per la sua introduzione. Saluto il Cardinale Gualtiero Bassetti, che fin dagli inizi ha sostenuto questa realtà sentendo in essa il “profumo” del venerabile Giorgio La Pira, e l’Arcivescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, Riccardo Fontana. In modo speciale saluto voi giovani, che venite da Paesi teatro di conflitti degenerati in varie forme di violenza e di guerra, e che vivete a Rondine l’esperienza dello Studentato Internazionale. E voi, ragazzi di tutte le regioni italiane, con i vostri docenti del Quarto Anno Liceale. E anche voi, ex studenti, soci, sostenitori e amici. Benvenuti!
    Il vostro impegno educativo è ospitare giovani che, in varie parti del mondo, vivono bloccati in culture avvelenate dal dolore e dall’odio e offrire loro una sfida audace: verificare di persona se l’altro, colui o colei che sta al di là di un confine chiuso, di reticolati o muri invalicabili, sia davvero quello che tutti affermano: un nemico. In questi vent’anni avete messo a punto un metodo capace di trasformare i conflitti, facendo uscire i giovani da questo inganno e riconsegnandoli ai loro popoli per un pieno sviluppo spirituale, morale, culturale e civile: giovani generosi che, incolpevoli, sono nati col peso dei fallimenti delle precedenti generazioni.
  Quest’opera l’avete fondata su due grandi radici spirituali della vostra terra: san Francesco di Assisi, stimmatizzato a La Verna, e san Romualdo, fondatore di Camaldoli. Avete scelto bene!
  Anch’io quando ho scelto il nome di Francesco pensavo ai poveri e alla pace. La povertà – in senso negativo – e la guerra sono collegate in un circolo vizioso che uccide le persone, alimenta sofferenze indicibili e sparge un odio che non si ferma. Scegliendo di dedicarvi ai giovani, voi vi impegnate anche a combattere la povertà e costruire la pace, come opera di giustizia e di amore. Un’azione che alimenta la speranza e pone la fiducia nell’uomo, soprattutto nei giovani.
  La Pira scriveva che La Verna è «il trampolino di lancio per le imprese di pace». Su quel monte è custodito un mistero di dolore e di amore trasfigurante e voi, che avete elaborato il Metodo Rondine per la trasformazione creativa dei conflitti, lassù ricevete continua ispirazione per progredire a servizio del bene comune. E così avete il privilegio di cogliere dei germogli di una fioritura di pace per tutta l’umanità.
  Ho ascoltato l’Appello che avete scritto e che presenterete il prossimo 10 dicembre all’ONU, in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Ascoltare una giovane palestinese e un giovane israeliano che insiemechiedono ai governi del mondo di fare un passo che possa riaprire il futuro, trasferendo il costo di un’arma dal bilancio della difesa al bilancio dell’educazione per formare un leader di pace, è una cosa rara, è una cosa luminosa! Come si potrebbe non essere d’accordo? Ma noi adulti non possiamo cavarcela con un “bravi ragazzi!”, no. Sento di dovervi dare tutto il mio appoggio, la mia simpatia e la mia benedizione.
Infatti, il vostro Appello contiene e propone una visione concreta. Nel Messaggio per la prossima Giornata Mondiale della Pace, il 1° gennaio 2019, che ha per tema La buona politica è al servizio della pace, ribadisco che la responsabilità politica appartiene ad ogni cittadino, in particolare a chi ha ricevuto il mandato di proteggere e governare. Questa missione consiste nel salvaguardare il diritto e nell’incoraggiare il dialogo tra gli attori della società, tra le generazioni e tra le culture. Ascoltandovi aggiungo: tra le parti in conflitto. Perché solo nel dialogo si crea fiducia.
  Quando l’essere umano è rispettato nei suoi diritti fondamentali – come ricordava San Giovanni 23° nell’Enciclica Pacem in terris  (1963) – germoglia in lui il senso del dovere di rispettare i diritti altrui. I diritti e i doveri accrescono la coscienza di appartenere a una stessa comunità, con gli altri e con Dio (cfr ivi, 45). Siamo pertanto chiamati a portare e ad annunciare la pace come la buona notizia di un futuro dove ogni vivente verrà considerato nella sua dignità e nei suoi diritti.
  Voi, cari giovani, avete scelto di incontravi quando tutto intorno a voi e dentro di voi diceva: ma perché? A cosa serve? Sarà giusto? E, dopo i due anni di formazione a Rondine, avete rovesciato i vostri sentimenti, i vostri pensieri, avete fatto nascere la fiducia reciproca e ora siete pronti a prendervi responsabilità professionali, civili e politiche per il bene dei vostri popoli. Siete già voi quei giovani leaders che nell’Appello chiedete agli Stati e ai popoli di impegnarsi a formare insieme!
  Ci chiedete di aderire al vostro Appello. Da parte mia, lo farò, e domando ai Capi di Stato e di Governo di fare altrettanto. La vostra voce – debole, ma forte della speranza e del coraggio della giovinezza – possa essere ascoltata il prossimo 10 dicembre alle Nazioni Unite. Servono leader con una nuova mentalità. Non sono leader di pace quei politici che non sanno dialogare e confrontarsi: un leader che non si sforza di andare incontro al “nemico”, di sedersi con lui a tavola come fate voi, non può condurre il proprio popolo verso la pace. Per far questo occorre umiltà, non arroganza: san Francesco vi aiuti a seguire questa strada, con coraggio. Ascoltando i giovani, anche nel recente Sinodo in cui erano protagonisti, ho imparato molto da loro. Spero che i vostri leader vengano a Rondine, e vedano come i loro giovani preparano la pace.
  Mi rallegro che abbiate scelto l’Enciclica Laudato si’ come testo fondamentale per la vostra scuola: in effetti, l’ecologia integrale offre la prospettiva perché l’umanità si concepisca come unica famiglia e consideri la Terra come casa comune. È buona cosa che col vostro metodo vogliate raggiungere contemporaneamente i cittadini e i leader politici, i rappresentanti delle istituzioni nazionali e internazionali. La pace infatti è responsabilità di ciascuno. Per questo, insieme al Cardinale Segretario di Stato, avete incontrato il Corpo Diplomatico presso la Santa Sede. Con gli sforzi di tutti dobbiamo togliere definitivamente la guerra dal pianeta e dalla storia dell’umanità.
  Cari amici, questo ventennale della vostra Associazione rinnovi lo slancio per diffondere nel mondo la vostra semplice e forte testimonianza, il vostro metodo, la vostra voglia di cambiamento, che partendo dalle relazioni pervade ogni aspetto dalla vita. Possiate contribuire ad abbattere i muri più alti, a costruire ponti e a spazzare via i confini invalicabili, retaggio di un mondo che sta finendo. Avete superato le barriere più dure, quelle interne a ciascuno di voi, dissolvendo l’inganno del nemico, e vi siete stupiti di voi stessi quando avete riaperto i confini bloccati dalle guerre. Per favore, non perdete mai lo stupore e l’umiltà. Custodite, cari giovani di Rondine, la fiducia che avete maturato tra voi e trasformatela in un compito generoso di servizio al bene comune. Che possa andare avanti, Signor Presidente, l’opera iniziata! Per questo benedico tutti voi, di cuore, e i vostri cari e vi assicuro la mia preghiera. Anche voi, per favore, ricordatevi di pregare per me. Grazie.





Il presepe vivente. Da "Avvenire.it" di oggi


da Avvenire.it 3-12-18
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/il-presepe-vivente-norma-cattiva
di Marco Tarquinio

  Il presepe di cui qui si parla è vivente. Loro sono giovanissimi: Giuseppe (Yousuf), Fede (Faith) e la loro creatura. Che è già nata, è una bimba e ha appena cinque mesi. Giuseppe viene dal Ghana, Fede è nigeriana, entrambi godono – è questo il verbo tecnico – della «protezione umanitaria» accordata dalla Repubblica Italiana. Ora ne stanno godendo in mezzo a una strada. Una strada che comincia appena fuori di un Cara calabrese e che, senza passare da nessuna casa, porta dritto sino al Natale. Il Natale di Gesù: Uno che se ne intende di povertà e grandezza, di folle adoranti e masse furenti, di ascolto e di rifiuto, del "sì" che tutto accoglie e tutti salva e dei "no" che si fanno prima porte sbattute in faccia e poi chiodi di croce.
  Giuseppe e Fede solo stati abbandonati, con la loro creatura, sulla strada che porta al Natale e, poi, non si sa dove. Sono parte di un nuovo popolo di "scartati", che sta andando a cercare riparo ai bordi delle vie e delle piazze, delle città e dell’ordine costituito, ingrossando le file dei senza niente.
  Sono i senza più niente. Avevano trovato timbri ufficiali e un "luogo" che si chiama Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) su cui contare per essere inclusi legalmente nella società italiana, apprendendo la nostra lingua, valorizzando le proprie competenze, studiando per imparare cose nuove e utili a se stessi e al Paese che li stava accogliendo. Adesso quel luogo non li riguarda più. I "rifugiati" sì, i "protetti" no. E a loro non resta che la strada, una strada senza libertà vera, e gli incontri che la strada sempre offre e qualche volta impone: persone perbene e persone permale, mani tese a dare e a carezzare e mani tese a prendere e a picchiare, indifferenza o solidarietà.
  Si può essere certi che [chi ha deliberato le nuove norme] non ce l’avesse con Giuseppe, Fede e la loro bimba di cinque mesi. Ma è un fatto: tutti insieme se la sono presa anche con loro tre, e con tutti gli altri che il Sistema sta scaricando fuori dalla porta. Viene voglia di chiamarla "la Legge della strada". Che come si sa è dura, persino feroce, non sopporta i deboli e, darwinianamente, li elimina. È un fatto: la nuova "Legge della strada" già comanda sulla vita di centinaia di persone che diverranno migliaia e poi decine di migliaia. Proprio come avevamo avvertito che sarebbe accaduto, passando – ça va sans dire – per buonisti e allarmisti.
 Eccolo, allora, davanti ai nostri occhi il presepe vivente del Natale 2018. Allestito in una fabbrica dell’illegalità costruita a suon di norme e di commi. Campane senza gioia, fatte suonare per persone, e famiglie, alle quali resta per tetto e per letto un misero foglio di carta, che ironicamente e ormai vuotamente le definisce meritevoli di «protezione umanitaria». Ma quelle campane tristi suonano anche per noi.
P.S. Per favore, chi ha votato la "Legge della strada" ci risparmi almeno parole al vento e ai social sullo spirito del Natale, sul presepe e sul nome di Gesù. Prima di nominarlo, Lui, bisogna riconoscerlo


Concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune



[…]
164. Dalla metà del secolo scorso, superando molte difficoltà, si è andata affermando la tendenza a concepire il pianeta come patria e l’umanità come popolo che abita una casa comune. Un mondo interdipendente non significa unicamente capire che le conseguenze dannose degli stili di vita, di produzione e di consumo colpiscono tutti, bensì, principalmente, fare in modo che le soluzioni siano proposte a partire da una prospettiva globale e non solo in difesa degli interessi di alcuni Paesi. L’interdipendenza ci obbliga a pensare a un solo mondo, ad un progetto comune. Ma lo stesso ingegno utilizzato per un enorme sviluppo tecnologico, non riesce a trovare forme efficaci di gestione internazionale in ordine a risolvere le gravi difficoltà ambientali e sociali. Per affrontare i problemi di fondo, che non possono essere risolti da azioni di singoli Paesi, si rende indispensabile un consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile.
177. Dinanzi alla possibilità di un utilizzo irresponsabile delle capacità umane, sono funzioni improrogabili di ogni Stato quelle di pianificare, coordinare, vigilare e sanzionare all’interno del proprio territorio. La società, in che modo ordina e custodisce il proprio divenire in un contesto di costanti innovazioni tecnologiche? Un fattore che agisce come moderatore effettivo è il diritto, che stabilisce le regole per le condotte consentite alla luce del bene comune. I limiti che deve imporre una società sana, matura e sovrana sono attinenti a previsione e precauzione, regolamenti adeguati, vigilanza sull’applicazione delle norme, contrasto della corruzione, azioni di controllo operativo sull’emergere di effetti non desiderati dei processi produttivi, e intervento opportuno di fronte a rischi indeterminati o potenziali. Esiste una crescente giurisprudenza orientata a ridurre gli effetti inquinanti delle attività imprenditoriali. Ma la struttura politica e istituzionale non esiste solo per evitare le cattive pratiche, bensì per incoraggiare le buone pratiche, per stimolare la creatività che cerca nuove strade, per facilitare iniziative personali e collettive.
178. Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così che «il tempo è superiore allo spazio, che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di  nazione. Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi. Molte volte la stessa politica è responsabile del proprio discredito, a causa della corruzione e della mancanza di buone politiche pubbliche. Se lo Stato non adempie il proprio ruolo in una regione, alcuni gruppi economici possono apparire come benefattori e detenere il potere reale, sentendosi autorizzati a non osservare certe norme, fino a dar luogo a diverse forme di criminalità organizzata, tratta delle persone, narcotraffico e violenza molto difficili da sradicare. Se la politica non è capace di rompere una logica perversa, e inoltre resta inglobata in discorsi inconsistenti, continueremo a non affrontare i grandi problemi dell’umanità. Una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale. Una politica sana dovrebbe essere capace di assumere questa sfida.
[…]
198. La politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Ma quello che ci si attende è che riconoscano i propri errori e trovino forme di interazione orientate al bene comune. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli. Anche qui vale il principio che «l’unità è superiore al conflitto».


*****************************Commento****************************

 La parola italiana patria viene dalla lingua latina, nella quale significava terra dei padri, luogo abitato dalla propria etnia di origine. Solo dal Settecento la si intende come sinonimo di nazione, quindi come di popolo  caratterizzato da  una comune  cultura,  in particolare lingua e religione,  e da una lunga storia  di relazioni più intense al suo interno, oltre che da una comune etnia.   L’idea di stato-nazione, vale a dire un popolo nazionale con un governo centralizzato, precisi confini e simboli identitari, quali la bandiera nazionale, è stata sviluppata dall’Ottocento. Ha guidato l’azione politica del nazionalismo italiano per la costruzione di uno stato unitario in Italia. In realtà gli stati del mondo, e anche l’Italia, comprendono al loro interno diverse nazioni  e diverse  patrie.  Su questa base fu motivata in Italia la politica del secessionismo padano, dagli anni ’80 al primo decennio del nuovo millennio, ma anche quella dell’irredentismo sud-tirolese. L’idea di una patria universale, proposta con l'autorità del Magistero dalla dottrina sociale dagli anni Sessanta del secolo scorso, recupera il significato originario di patria, estendendolo a tutto il pianeta. In effetti, considerando la Terra  nel mezzo dell’universo cosmico, essa è effettivamente la nostra  patria. E tuttavia quell’idea di patria, richiamando quella di paternità comune, contrasta con le ideologie nazionaliste correnti dall’Ottocento che sono di tipo esclusivo, vale a dire che includono, quelli che vengono riconosciuti come dotati dei caratteri nazionali indispensabili, mentre escludono tutto gli altri. Una comune paternità  è proclamata dalla nostra fede, ma, in quella prospettiva, il Padre  non è di questo mondo, e la patria è quella Celeste. Sviluppando la teologia dell’Incarnazione, che ci ha reso  molto intima la divinità, si può effettivamente arrivare a pensare a una patria  comune anche qui ed ora, partendo però da una comune fraternità, che corrisponda all'interdipendenza globale che già ci lega per la sopravvivenza. Il problema risiede nella grande diversità culturale tra i gruppi umani, che da un lato, nell’era della globalizzazione, si sta riducendo, ma dall’altro, per esigenze sostanzialmente politiche, di appropriazione delle risorse terrestri, si viene intensificando. Vale a dire che, nel mentre si sta costruendo culturalmente una patria  universale, se ne stanno edificando, restaurando o ristrutturando di particolari. Sono, ad esempio, le dinamiche in atto nella storia recente dell’Unione Europea.
  E’ la ragione per cui si vanno recuperando o immaginando patrie particolari  a costituire un fattore di crisi per le relazioni, e la sopravvivenza, dell’umanità: in quel modo si cerca infatti di motivare l’appropriazione e lo sfruttamento privilegiato delle risorse terrestri a favore di alcuni gruppi umani. In passato questo movente era ricoperto di motivazioni più nobili, relative all’estensione della libertà  o della giustizia sociale, e, prima ancora, della nostra fede  religiosa. Oggi non più. I nazionalismi correnti, recuperati o costruiti nuovi, sono più rozzi e, in particolare, non si propongono, come quelli del passato, una missione civilizzatrice  nel mondo, trovando in questo la ragione delle loro politiche imperialiste, di potenza. I nuovi nazionalismi spingono gli stati a ritirarsi dagli accordi internazionali, per non dover condividere globalmente risorse a fini solidali. In una situazione di effettiva interdipendenza dei gruppi umani a livello globale, da cui dipende il benessere di tutti, e non riuscendo gli stati più grandi e potenti ad esercitare di fatto una egemonia globale, se si eccettua ancora quella culturale degli europei, questo porta fatalmente al pericolo di  conflitti regionali e, in prospettiva, globali. Fino ad oggi questi ultimi sono stati prevenuti per gli  accordi autolimitativi tra gli  stati maggiori, mediati nelle Nazioni Unite, l’organizzazione internazionale costituita proprio a quel fine. Si pensava infatti che un nuovo conflitto globale, dopo i due del Novecento, avrebbe posto in pericolo la sopravvivenza dell'intera umanità, per l'eccessiva potenza distruttiva delle armi in dotazione agli eserciti più forti.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 2 dicembre 2018

Domenica 2-12-18 – 1° Domenica di Avvento - Letture e sintesi dell’omelia delle Messa delle nove - avvisi del parroco e di A.C.

Domenica 2-12-18 – 1° Domenica di Avvento -   Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità –  colore liturgico: viola – salterio: 1° settimana -   Letture e sintesi dell’omelia delle  Messa  delle nove - avvisi  del parroco e di   A.C.

Osservazioni ambientali: sereno, temperatura ambientale  14° C.

Canti: ingresso, O cieli piovete dall’alto;  Offertorio, Se m’accogli; Comunione, Eccomi!; finali, Tota pulchra es Maria, Giovane donna.
Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. si siede nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.

 Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. era nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.

 Buona domenica a tutti i lettori!  


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Pillola di Concilio
Dalla Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo  Lumen Gentium - Luce per le genti,  del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)

19. Forme e radici dell'ateismo.
  L'aspetto più sublime della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio.
  Se l'uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l'esistenza; e l'uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore. Molti nostri contemporanei, tuttavia, non percepiscono affatto o esplicitamente rigettano questo intimo e vitale legame con Dio: a tal punto che l'ateismo va annoverato fra le realtà più gravi del nostro tempo e va esaminato con diligenza ancor maggiore. Con il termine « ateismo » vengono designati fenomeni assai diversi tra loro.
  Alcuni atei, infatti, negano esplicitamente Dio; altri ritengono che l'uomo non possa dir niente di lui; altri poi prendono in esame i problemi relativi a Dio con un metodo tale che questi sembrano non aver senso. Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze positive, o pretendono di spiegare tutto solo da questo punto di vista scientifico, oppure al contrario non ammettono ormai più alcuna verità assoluta. Alcuni tanto esaltano l'uomo, che la fede in Dio ne risulta quasi snervata, inclini come sono, a quanto sembra, ad affermare l'uomo più che a negare Dio.
  Altri si creano una tale rappresentazione di Dio che, respingendolo, rifiutano un Dio che non è affatto quello del Vangelo. Altri nemmeno si pongono il problema di Dio: non sembrano sentire alcuna inquietudine religiosa, né riescono a capire perché dovrebbero interessarsi di religione. L'ateismo inoltre ha origine sovente, o dalla protesta violenta contro il male nel mondo, o dall'aver attribuito indebitamente i caratteri propri dell'assoluto a qualche valore umano, così che questo prende il posto di Dio. Perfino la civiltà moderna, non per sua essenza, ma in quanto troppo irretita nella realtà terrena, può rendere spesso più difficile l'accesso a Dio.
  Senza dubbio coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l'imperativo della loro coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità.
  Infatti l'ateismo, considerato nel suo insieme, non è qualcosa di originario, bensì deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione critica contro le religioni, anzi in alcune regioni, specialmente contro la religione cristiana.
Per questo nella genesi dell'ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione.


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Prima lettura
Dal libro del profeta Geramia (Ger 33,14-16)
 
 Ecco, verranno giorni - oràcolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d'Israele e alla casa di Giuda.

In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra.
  In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.



Salmo responsoriale
Dal salmo  24

Ritornello: A te, Signore, innalzo l'anima mia, in te confido.

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.
 
Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.
 
Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà
per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti.
Il Signore si confida con chi lo teme:
gli fa conoscere la sua alleanza. 



Seconda lettura
Dalla prima  lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicesi (1Ts 3,12-4,2)
 
  Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell'amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.
   Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio - e così già vi comportate -, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza. (Sal 84,8)

Alleluia.


Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l'attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
  Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
  Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
  State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo».


Sintesi dell’omelia

Oggi inizia il Tempo liturgico dell’Avvento, uno dei Tempi forti  dell’anno liturgico, nei quali si è esortati a fare il punto della propria vita. In particolare si medita sull’attesa.
 Nel Tempo di Natale lo si fa sull’Incarnazione, in quello di Pasqua sulla Passione, Morte e Resurrezione del Signore. Ma anche mediare sull’attesa  è importante.
  Già da qualche settimana si vendono nei negozi di alimentari e nei supermercati i panettoni. Il commercio si sta preparando al tempo delle festività natalizie. Ha delle aspettative su di esso: aspettative di guadagni. Ha imparato dalla religione questo atteggiamento, ma poi l’ha piegato ai propri fini.
 Anche in religione l’attesa del Tempo di Avvento ha delle aspettative: la nostra risurrezione, la fine dei tempi, la seconda venuta del Signore, la vita eterna. Si medita sulle attese degli antichi per la prima venuta del Signore, per prepararci al secondo sua Avvento.
  Questo mondo in cui viviamo finirà: è la visione che viene proposta nel Vangelo. E anche la nostra vita personale su questa terra finirà. Non dobbiamo temere questi eventi perché, se rimaniamo uniti al Signore, avremo la vita eterna. Ci si deve preparare  cercando di rimanere uniti a lui.
  I preparativi che si fanno per le feste tradizionali del Natale non sono l’essenziale. Lo è il rimanere uniti al Signore, per avere la vita eterna. Dunque, ogni mattina, in questo tempo, dovremmo pregare così: “Signore, oggi voglio rimanere attaccato a te!”.
  La fine, quella del mondo e la nostra, è  un evento sconvolgente come può esserlo l’esplosione di una bomba atomica. In quest’ultimo caso si salva chi è rimane più lontano dal centro dell’evento catastrofico. Invece, per la fine nostra e del mondo, si salverà chi rimarrà attaccato al Signore, innanzi tutto attendendolo fedelmente.
  Spesso le lusinghe e gli affanni della vita ci distraggono da quell’attesa. Questo tempo liturgico è proposto per rientrare in noi stessi.

Sintesi di Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa, per come ha  compreso le parole del celebrante.


Avvisi del parroco:
- Sabato 8 dicembre prossimo, solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, alle ore 16, nella chiesa parrocchiale, si svolgerà un ritiro dedicato ai fedeli della parrocchia, al quale seguirà la Messa vespertina. 



Avvisi di A.C.
- Sabato 8 dicembre prossimo, dopo la Messa delle nove si svolgerà la cerimonia della consegna delle tessere di Azione Cattolica.


Contro gli atteggiamenti ostili sul WEB - il manifesto di paroleostili.it


Anch'io aderisco al decalogo del Manifesto,  di www.paroleostili.it ,  qui sopra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

Motivazione all’impegno sociale

Giuseppe Toniolo, teorico dell'azione sociale ispirata dalla fede

Gorilla in fase d'attacco: teorico dell'azione sociale naturale

Motivazione all’impegno sociale

   Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.
  Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali,  sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche  nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.
   Ognuno contribuisce a come la società è e a quello che fa. Dal punto di vista dell’etica religiosa questo comporta che ne  è responsabile, anche se, in quasi tutto, si limita a farsi trascinare dagli altri, assume atteggiamenti conformistici, o pensa di rimanere semplicemente in attesa. Per farne capire il senso, nella predicazione ci si serve anche di una parabola evangelica, che si trova nel Vangelo secondo Matteo, 25, 14-30 (riportata anche in quello secondo Luca, 19,11-27):
[14] Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. [15] A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 
[16] Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. [17] Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. [18] Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
[19] Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. [20] Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque.
[21] Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 
[22] Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due.
[23] Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
[24] Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; [25] per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 
[26] Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; [27] avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. [28] Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. [29] Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. [30] E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. 
[trad.it. CEI 2008]
 Uno degli insegnamenti contenuti in quel testo  è che non si deve rimanere inerti, perché l’inerzia non salva. In effetti questo si sperimenta anche nella vita sociale ai nostri giorni. Spesso si è bloccati dalla paura, in particolare dal senso della nostra inadeguatezza. O si preferisce adottare una strategia opportunistica, in modo da trovarsi nella parte che ha la meglio. Ma essa può avere successo fino ad un certo punto: se il nostro benessere, o addirittura la nostra sopravvivenza, dipende da come va la società nel suo complesso, ed è questo il caso delle società contemporanee nell’era della globalizzazione, alla fine ci si può accorgere di averci rimesso pur avendo prevalso in certi campi del conflitto sociale. Nel crollo di una società, anche i ricchi ci scapitano. E’ come nel naufragio di una grande nave passeggeri, se ne può avere un’idea vedendo il film Titanic,  del 1997, quando affogano anche i passeggeri della prima classe.
  Come descrivere questa interdipendenza gli uni dagli altri negli affari sociali? In realtà ci troviamo immersi in società nascendo e crescendo. La prima società dalla quale dipendiamo per la sopravvivenza è la famiglia, composta dai nostri genitori e dagli altri parenti. E’ caratterizzata da particolari relazioni sociali, diversa da quelle che si hanno in politica e sul mercato. Non si dà per equivalente e non si cerca di prevalere a danno degli altri. C’è dedizione e altruismo: si può arrivare all’estremo sacrificio di sé per salvare gli altri. Questo tipo di relazioni è stato molto idealizzato nella nostra fede religiosa e lo si ritiene la base dell’etica che serve per salvare il mondo. Nel Concilio Vaticano 2° si è espresso questo orientamento dando la direttiva di fare dell’umanità una sola famiglia, o meglio, di prendere consapevolezza che l’umanità, per natura e per le dinamiche sociali che la caratterizzano, è già una sola famiglia, per cui occorre recuperare i dispersi e costruire l’unità. Quando, nelle relazioni di politica internazionali, ci si propone di fare buoni affari  innanzi tutto, ci si  muove in una prospettiva molto diversa. E così quando ci si vuole condurre secondo il principio “Prima noi”,  dove quel noi  può essere qualsiasi gruppo sociale che, in tutto o in parte, rifiuti l’etica della famiglia umana: un ceto sociale, un’etnia, una qualche nazionalità, ma, di particolarismo in particolarismo, anche una città, regione, gruppo di regioni e via dicendo.
  Gli affetti familiari sono tra i principali moventi dell’azione sociale e, in particolare, di quella disinteressata. Pensare all’umanità come ad una sola famiglia significa cercare di estenderli molto. Ma questa è una conquista culturale, perché della famiglia abbiamo un’esperienza che di solito la limita ai parenti prossimi. La famiglia delimita uno spazio sociale di relazioni più forti, che esclude chi gli è esterno nel momento stesso in cui include chi si trova ad esservi ammesso. E’ stato osservato che i gruppi sociali si definiscono escludendo, in particolare costruendo avversari. Questo è appunto ciò che accade in natura, tra gli animali non umani. Fare dell’umanità una sola famiglia, e innanzi tutto riconoscerla  come tale, significa quindi proporsi un traguardo  soprannaturale. Questo appunto è il campo della fede religiosa. Irrealistico? Se fossimo rimasti solo natura, non saremmo diventati umani, vivremmo ancora più o meno come lo si fa nelle comunità degli altri primati, nostri lontani parenti per via biologica. In un certo senso, chi propone la chiusura sociale come via di salvezza va a ritroso nella storia dell’evoluzione culturale umana, ed in effetti, in certi toni, atteggiamenti, espressioni manifestati dai capipopolo di quella tendenza, si tende ad assume carattere animalesco: si grida, si ringhia, si inscenano atteggiamenti d’attacco al modo dei gorilla.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

sabato 1 dicembre 2018

Fede


Fede

  La fede è un  orientamento nel vivere secondo il quale la vita ha un senso al di là della nostra biologia, del nascere  e del morire, e, tra la vita e la morte, del crescere trasformandosi in adulti, dell’alimentarsi e del difendersi, del ricercarsi per riprodursi e del far crescere e proteggere la prole. Quella vita biologica è la natura, il resto è l’al di là, il  soprannaturale. La fede è integralmente un prodotto culturale, vale a dire del vivere da animali sociali che l’evoluzione biologica ha dotato di una mente. La fede va infatti  pensata, prima di essere vissuta, ma, prima di questo, deve essere  recepita  in una società alla quale si è ammessi. Nessuno crea  da solo la propria fede, la incontra  in una società e vi dà il suo apporto. La nostra esperienza ci dice che, a parte il succhiare, tutto ciò che sappiamo  lo impariamo  ed è dunque frutto di una  rivelazione. E’ la nostra mente che ci spinge, nell’esperienza sociale, a cercare  una fede, vale a dire a dare un senso  all’esistenza biologica. Poiché non siamo i primi umani sulla Terra e nasciamo in società già fatte, incontriamo la fede in tradizioni culturali.
  La religione è il vivere  collettivamente la fede, ritenendosi obbligati gli uni verso gli altri a seguire certi riti e stili di vita. Fa parte della cultura di una società ed è essenziale per sorreggere una tradizione. E’ azione sociale che consiste nell’accogliere, sorreggere e tramandare la fede. Come tale è essenziale per la fede. Si arricchisce e modifica sulla base dell’esperienza sociale, in particolare reagendo all’evoluzione culturale. Ha al centro delle narrazioni, che descrivono quel senso della vita al di là della nostra biologia che è al centro delle concezioni di fede. L’antropologia ci descrive le religioni primitive e in esse troviamo narrazioni di carattere mitico, vale a dire immaginifico, non agganciato  a come vanno le cose nel mondo che si osserva. L’acquisizione sociale della capacità di una narrazione storica, vale a dire di un tradizione  di racconti affidabili degli eventi sociali, caratterizza le religioni più evolute, che tuttavia mantengono in genere elementi mitici in quanto parte della loro tradizione culturale fondativa, vale a dire di ciò che della fede si ritiene di aver imparato dagli antenati, dai più antichi precursori. Questo è il caso delle narrazioni bibliche. La parte di quelle originate dalle nostre prime comunità è caratterizzata da marcate connotazioni storiche. Un esempio è dato dall’inizio del Vangelo secondo Luca:
«[1] Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi, [2] come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, [3] così ho deciso anch'io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo, [4] perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.»
[Luca 1,1-4 - trad. it. CEI 2008]
Il Fondatore è presentato come una persona realmente nata e vissuta tra noi in un certo periodo storico. Ancora, nel Vangelo secondo Luca, leggiamo:
«[1] In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 
[2] Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. 
[3] Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. [4] Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, [5] per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. 
[6] Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 
[7] Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.
»
[Luca 2,1-7 - trad.it. CEI 2008]
  Le tradizioni religiose correnti, sia quelle a carattere mitico che quello a carattere storico,  hanno ormai origini molto antiche e queste origini ne accreditano l’autorità sociale. Tuttavia esse, nell’antichità, vennero rimaneggiate con una certa libertà, per vari motivi e innanzi tutto per adattarle alle teologie che si andavano costruendo e alle esigenze di azione sociale proprie delle religioni. All'epoca non ci si vedeva nulla di male, ma in fondo questo accade oggi, quando riteniamo di scoprire  significati nuovi del senso religioso della vita, ai quali non si era mai pensato prima. Nelle tradizioni, coloro che tramandano non rimangono infatti solo strumenti della trasmissione ma lasciano propri apporti. Una parte importante del lavoro delle scienze bibliche contemporanee è quello di riconoscerli e di ricostruire in modo affidabile le più antiche tradizioni, ritenute in genere più autorevoli per la loro antichità.
 La teologia è il ragionamento su una fede religiosa. Oggi è un complesso di scienze, vale a dire di discipline che si propongono coerenza, metodo e ricerca affidabile delle fonti. Il valore di una scienza sta nella validità del suo  metodo e nell’affidabilità delle sue fonti. Un metodo è affidabile quando prescrive la coerenza con le premesse e uno sviluppo logico, vale a dire rispettoso del principio di non contraddizione. La nostra teologia alle origini fu espressa da capi religiosi e filosofi che ragionavano secondo la cultura ellenistica, quindi di origine greca. Per i primi era molto importante la coerenza sociale, nel costruire e organizzare le nostre prime collettività, per i secondi la coerenza concettuale. Con il tempo si sviluppò una tradizione teologica che fu formalizzata in documenti normativi molto importanti che vennero deliberati nei Concili ecumenici del Primo millennio sotto l’autorità dei sovrani dell’Impero romano al tempo in cui il suo centro si era spostato a Costantinopoli - Bisanzio, in Grecia, e anche, verso la fine del Millennio, del Papato romano, ma sempre in cooperazione con quegli imperatori. In sostanza, la nostra prima teologia, quella che oggi si ritiene fondativa e come tale molto autorevole, fu costruita con categorie culturali dell’antica filosofia greca tra il Quarto (primo Concilio di Nicea, vicino a Costantinopoli - Bisanzio) e l’Ottavo secolo (ultimo Concilio di Nicea). Un esempio che ci è molto vicino è costituito dal Credo più lungo che recitiamo la domenica a Messa, detto niceno-costantinopolitano, perché deliberato nel Quarto secolo nel primo Concilio di Nicea e modificato nel primo Concilio di Costantinopoli nello stesso secolo. Il nucleo fondamentale e fondativo della nostra teologia risale dunque a quell’epoca e a quella cultura. Ma la nostra teologia divenne propriamente scienza  nel Secondo Millennio, con lo sviluppo di una tradizione universitaria. Lo sviluppo delle teologie incise sulla tradizione religiosa, in particolare nella lotta alle tradizioni ritenute non affidabili o inammissibili, le eresie. Questi conflitti culturali risalgono alle origini, tanto che ve n’è traccia nel Nuovo Testamento, la parte della nostra Bibbia derivata dalle tradizioni espresse dalle nostre prima comunità.
  Nell’ultimo secolo la teologia ha molto accentuato il suo carattere scientifico, per cui non è più ritenuto indispensabile, per praticarla, avere una fede religiosa: basta avere un interesse per quel tema, saper utilizzare il metodo della disciplina, saper ricercare fonti affidabili ed avere consapevolezza del dibattito culturale nel  settore di interesse. Per essere scienziato, oltre a praticare un certo metodo, occorre infatti elevarsi al livello di conoscenza proprio della comunità degli scienziati  in un certo tempo e in un certo campo, vale a dire sapere tutto ciò che c’è da sapere.
  Il catechismo,  come attività di formazione religiosa, non è teologia, anche se utilizza concetti teologici: è introduzione alla vita religiosa. Fa parte del suo lavoro la motivazione  alla fede. Per svolgerlo non è indispensabile essere teologi,  lo è essere persone di fede. La fede si trasmette infatti tra persone di fede e da persone di fede. In questa prospettiva il vissuto è molto importante. La fede si trasmette di vita in vita, innanzi tutto da madre a figli. La nostra Chiesa è anche detta madre in quel senso, perché genera alla fede. Dall’Ottocento, quando si cercò di dare al popolo una più adeguata formazione catechistica per reagire all’influsso di correnti culturali irreligiose che si venivano diffondendo, si diede all’attività catechistica un carattere scolastico, che la connotava quasi come un’introduzione alla teologia. Catechismo  venne allora inteso principalmente come il libretto che serviva a imparare, come nelle scuole primarie, i principi di base della religione, secondo la prospettazione della teologia seguita dal Magistero. Dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), dagli anni Settanta in Italia fu deliberato un rinnovamento della catechesi, riportandola alle origini della tradizione di fede da vita a vita in comunità di credenti. I libretti che si adoperano oggi nell’attività catechistica per i  più giovani non hanno più quel carattere di schematismo dottrinario, in particolare a domande e risposte da mandare a memoria, dei catechismi  su cui si sono formati gli ultrasessantenni di oggi. Sono sussidi ad un vissuto, da sperimentare in comunità, ricchi di figure e di riferimenti biblici. Quelli per i ragazzi più grandi e gli adulti sono molto più estesi e trattano anche di come affrontare i problemi sociali contemporanei, che sono problemi anche per la fede. Si cerca di formare le persone anche per l’azione richiesta dalla moderna dottrina sociale.
  Fino agli anni Sessanta, la formazione religiosa faceva parte della formazione civile, per l’importante ruolo politico che la religione aveva nel governo della società. Questo spiega l’inserimento dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Progredendo il processo di secolarizzazione della politica che rientra nelle concezioni democratiche contemporanee, è venuta meno la pressione politica a sostegno della religione e, quindi, il movente conformistico delle abitudini religiose, per il quale ci si manifestava religiosi temendo la riprovazione sociale e delle autorità. Si è reso allora necessario sviluppare molto il campo della motivazione alla fede, come premessa per la vita religiosa. Non è più scontato infatti, in società, avere la nostra  fede religiosa, anche se, in genere, ogni essere umano sviluppa, nelle sue relazioni sociali, una qualche fede, perché nessuno limita sé stesso alla propria esistenza biologica. E’ stato infatti osservato che ciò che caratterizza l’era nostra non è l’ateismo, che è fede nel non avere fede teistica, vale a dire dipendente da una relazione con un dio, un essere soprannaturale distinto da noi, ma la pluralità  di fedi, e in particolare di fedi religiose, mentre un tempo prevalevano, e ancora in certe parti del mondo prevalgono, le religioni di Stato. Va ricordato che, in Italia, solo con la revisione del Concordato lateranense stipulata tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede nel 1984 si convenne che fosse da ritenersi superato il principio che la religione cattolica fosse  la sola  religione dello Stato:
«art.1 del Protocollo addizionale . In relazione all'Art. 1
Si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano.»
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli