INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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martedì 22 marzo 2022

Sessualità: una Chiesa nemica

 

Sessualità: una Chiesa nemica

 

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Da: Hervé Legrand – Michel Camdessus, Una Chiesa trasformata dal popolo, Paoline 2021

 

[…] la morale ancor oggi insegnata  dal magistero cattolico si caratterizza per il suo grande rigore. […] Questo rigore dottrinale ha conseguenze pesanti che superano il semplice vissuto delle famiglie. [Pesa] sulla nostra Chiesa l’immagine di una istituzione che difende, contro tutto e contro tutti, una visione distorta della sessualità, affrontata troppo spesso in termini di divieti. […] Un atteggiamento cristiano più adeguato in materia di sessualità dovrebbe riflettersi nella catechesi dei giovani che si preparano al matrimonio. Questo dovrebbe essere presentato – da laici sposati, ben formati – come una vocazione profondamente cristiana, nella quale l’amore si vive  con tenerezza e rispetto.

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  Parlando di rigore  a proposito dell’atteggiamento della gerarchia in materia di sessualità lo si nobilita senza fondamento. Si tratta semplicemente di una linea insensata e non sostenibile sulla  pratica delle relazioni d’amore. I cristiani che amano o hanno amato lo sanno bene. Lo sanno anche i veri pastori. I teologi cattolici lo sanno anche loro, ma non lo possono scrivere se non con molta cautela e non di rado con una certa ipocrisia. La nostra Chiesa non è ancora, purtroppo, una società libera.

  E’ scioccante l’importanza che si dà in religione a questi argomenti, che travagliano gravemente in particolare i coniugi che vogliono essere cristiani, considerati  gli accenni solo di sfuggita nelle parole del Maestro, e per di più in genere diretti a significare cose che andavano oltre le relazioni d’amore tra i sessi.

  Inutile attendersi qualcosa di diverso, però, finché non si uscirà dal pesante clericalismo che imprigiona la riflessione  e finché non saranno i laici che praticano l’amore a dirigere la discussione. Ora in genere insegna solo chi non pratica e, anzi, considera per sé un grave peccato praticare. Una cosa, appunto, senza senso, anche se risale ai primi secoli.

  Poiché non si può cambiare, a me non interessa occuparmi di queste cose in religione. La democrazia mi dà la libertà di pensarla e di praticare secondo coscienza nella società in cui vivo e, in queste cose, è la coscienza che conta, non sono certe assurdità della teologia morale in tema.

  Ho condiviso profondamente l’idea di Carlo Maria Martini che ognuno nell’amore debba rimanere affidato alla propria coscienza, orientata dalla legge evangelica dell’agàpe. Francamente l’idea che in Cielo esista una specie di ufficio dello stato civile, sensibile alle procedure burocratiche ecclesiastiche sui rapporti sessuali, mi è parsa sempre ridicola. E questo anche se la mia è stata una vita coniugale di lungo corso, che dura tuttora, grazie a circostanze favorevoli, alla  mia coscienza e a quella di mia moglie, e, penso, anche a ciò che chiamiamo Grazia. Non a tutti  è andata così. Per loro la Chiesa su questi importanti temi è  una nemica, che umilia ed esclude.

 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli

 

lunedì 21 marzo 2022

Trasformarci come popolo

 

Trasformarci come popolo


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Da: Hervé Legrand – Michel Camdessus, Una Chiesa trasformata dal popolo, Paoline 2021

 

[San Paolo scriveva al discepolo Timoteo]: «Bisogna che il vescovo sia sposo di una sola donna … che sappia dirigere bene la propria famiglia … perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come poterà aver cura della Chiesa di Dio? E’ necessario che quelli di fuori [i non cristiani] gli rendano una buona testimonianza» (1Tm 3,2-7) [v. sotto una citazione più ampia].

[…]

  Al di là dei consigli di san Paolo, è importante ricordare che i primi papi e i vescovi dell’antichità erano sposati. Non è la Chiesa ma l’imperatore Giustiniano che “nel 535” rende obbligatorio il celibato dei soli vescovi, allo scopo dichiarato di custodire i beni della Chiesa al servizio dei poveri, invece di disperderli per successione tra i loro figli [gli autori richiamano le Costituzioni latine di Giustiniano, Novella 6].

 Da quel momento, questa ragione divenne determinante per eleggere dei monaci (senza famiglia) come vescovi, cosa che la Chiesa aveva cominciato a fare prima che la legislazione imperiale lo imponesse.

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   La storicità della regola del celibato sacerdotale, vale a dire che non rientri nei costumi delle comunità cristiane delle origini né negli insegnamenti evangelici, non è generalmente contestata. Ciò posto, essa, tuttavia, non è al centro dei problemi delle nostre Chiese. E’ considerata tale nella Chiesa cattolica per il pesante clericalismo che la caratterizza.

  Nel libro di Hervé Legrand – Michel Camdessus che sto utilizzando come traccia per le mie riflessioni, il primo capitolo si intitola Uscire dal clericalismo  e il gruppo di amici del quale gli autori riportano le conclusioni prese spunto per affrontare questo tema dagli abusi sessuali, in particolare su minori, compiuti dal clero.

  Tuttavia, da ciò che ho letto altrove, non vi sono forti argomenti per sostenere che la causa di quegli abusi, in danno delle persone e tra loro dei fanciulli che frequentano gli ambienti ecclesiali, sia stata il celibato sacerdotale del clero cattolico latino (il clero cattolico di rito bizantino può sposarsi), per cui ripristinando tra i cattolici di rito latino l’antica regola che ammetteva il matrimonio dei consacrati, essi cesserebbero o diminuirebbero in modo consistente. La statistica giudiziaria a livello mondiale dimostra che abusi del genere sono praticati anche da persone che intrattengono relazioni sessuali stabili con partner maturi, liberi e consapevoli. Mi pare significativa in questo senso sia l’esperienza giudiziaria italiana, che conosco meglio, sia la notizia che, ad esempio, abusi analoghi a quelli emersi  negli Stati Uniti d’America  nel clero cattolico statunitense sono stati scoperti in organizzazioni scoutistiche, dunque al di fuori di ambienti religiosi (cfr . https://en.wikipedia.org/wiki/Boy_Scouts_of_America_sex_abuse_cases ).

  Non è detto, poi, che abolendo il celibato sacerdotale ne conseguirebbe anche la fine del clericalismo, perché è pensabile, ed in effetti esistente, anche un clericalismo in Chiese nelle quali servono sacerdoti sposati, come mi pare di osservare nel mondo dell’ortodossia orientale e, in genere, nelle Chiese cristiane diverse da quella cattolica che hanno mantenuto un ministero propriamente sacerdotale pur consentendo il matrimonio del clero.

  Tenendo presenti le fermissime pronunzie dei Papi degli ultimi secoli, in particolare, da ultimo, quelle del papa Giovanni Paolo 2°, che si è voluto santo proprio per cercare di vincolare anche per il futuro la Chiesa cattolica al suo insegnamento, legare il superamento del clericalismo a quello del celibato sacerdotale imprime una estrema drammatizzazione alla questione che poi finisce per rafforzare, per reazione, il clericalismo. Del resto gli storici osservano che proprio questo fu l’intento della gerarchia nell’imporre strenuamente il celibato al clero cattolico latino: separare  il clero dal resto del popolo per legarlo strettamente a sé, rendendolo dipendente per la propria condizione di vita solo dal vincolo gerarchico.

   Ciò che invece verrà superato nel giro di qualche decina d’anni nella Chiesa cattolica europea, un periodo di tempo troppo lungo perché un sessantacinquenne come me possa prevedere realisticamente di vederne gli sviluppi conclusivi, non sarà, credo, il celibato sacerdotale del clero cattolico latino, ma proprio il sacerdozio come ancora oggi lo si concepisce, strettamente legato, esso sì, al clericalismo ecclesiale. Accadrà semplicemente per naturale consunzione di quel ceto di preti, già oggi assai anziano, senza possibilità di ricambio. Dunque i preti-sacerdoti  come oggi li vediamo ancora tra noi saranno sempre meno e finiranno per essere assimilati a monaci e frati, dei quali anche il clero diocesano, quindi non consacrato in ordini religiosi, condivide gran parte degli impegni di vita. Emergeranno nuovi ministeri, come ad esempio è accaduto con quello del Catechista, istituito con la Lettera apostolica in forma di «motu proprio» Antiquum minsterium – Un antico ministero il 10 maggio 2021 da papa Francesco, sulla base di una prassi diffusa e consolidata risalente in Europa agli anni Sessanta. Questi nuovi ministeri saranno sicuramente aperti anche alle donne. Anche nel governo ecclesiale emergeranno, accanto al ministero consacrato dei vescovi, altri uffici o ministeri ecclesiali di direzione o coordinamento, più caratterizzati in senso sinodale e partecipativo. I teologi poi rifletteranno su queste nuove organizzative e sicuramente ne scopriranno il radicamento evangelico, in particolare nei costumi delle nostre comunità più antiche.

  Personalmente, quindi, non mi propongo assolutamente, in questa fase entusiasmante di riforma ecclesiale di sinodalità popolare dal basso, di chiedere o di proporre di superare il celibato del clero e anche solo di prendere la parola su questo tema. Sarà lo stesso clero a dover ragionare, e anche decidere, come vorrà essere in futuro, tenendo presente che la vera minaccia alla sua missione non è il celibato, ma il clericalismo, che è divenuto ormai intollerabile e che, volente o nolente la gerarchia, verrà sicuramente superato in tempi non lunghi, almeno in Europa.

   Certamente non verrà invece superato il ministero del pastore che è essenziale nella vita delle nostre comunità di fede e, aggiungo, non sinodalizzabile, perché, implicando anche il dovere personale della profezia, deve potersi svolgere anche contro  le comunità di riferimento.  Quello che non è essenziale è che chi fa il pastore abbia un diritto assoluto ed esclusivo di amministrare i  beni ecclesiali e di dirigere le attività ecclesiali, sia a livello di una parrocchia, sia a livello di una diocesi o a livelli superiori. In tutti questi campi occorre creare forme di sinodalità popolare e di larga partecipazione, in modo che tutti  possano aver voce in tutto  ciò che li riguarda, secondo forme organizzative che, seguendo l’idea del prof. Ramellini che ieri ho sintetizzato dal suo articolo apparso su Pax Romana – Journal - 2021, devono essere adattate a seconda dei temi e degli ambiti (locale di prossimità, diocesano, nazionale, continentale, generale).

 Questa nuova ministerialità dovrà emergere da noi popolo di fede. Anche noi, come il clero cattolico latino, dovremo riflettere in modo molto approfondito e insieme su come vogliamo essere Chiesa in aderenza alla missione evangelica. Dobbiamo uscire dal comodo espediente di delegare  tutta l’ecclesialità al clero, facendone non un’accolita di pastori ma, in qualche modo, di teatranti ai quali affidare di inscenare  la Chiesa negli eventi rilevanti della vita personale e comunitaria. Dobbiamo imparare ad agire nella Chiesa con lo stesso senso di responsabilità condivisa che mettiamo nella nostra condizione di cittadinanza attiva nelle altre faccende pubbliche.

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 Questa parola è degna di fede: se uno aspira all'episcopato, desidera un nobile lavoro.  Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un convertito da poco tempo, perché, accecato dall'orgoglio, non cada nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona stima presso quelli che sono fuori della comunità, per non cadere in discredito e nelle insidie del demonio.

 Allo stesso modo i diaconi siano persone degne e sincere nel parlare, moderati nell'uso del vino e non avidi di guadagni disonesti, 9e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. Allo stesso modo le donne siano persone degne, non maldicenti, sobrie, fedeli in tutto. I diaconi siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie. Coloro infatti che avranno esercitato bene il loro ministero, si acquisteranno un grado degno di onore e un grande coraggio nella fede in Cristo Gesù.

[Dalla prima lettera di Paolo di Tarso a Timoteo, capitolo 3, versetti da 1 a 13 – 1Tm 3, 1-13 - versione CEI 2008]

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Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli, per acvivearomavalli@blogspot.com

   

 

domenica 20 marzo 2022

Il prof. Pietro Ramellini su "democrazia ecclesiale" [La prima decisione è quella sul metodo di decisione – un metodo di decisione per ogni tipo (teologica, liturgica, amministrativa ecc.) e scala (locale di prossimità, locale regionale, generale) di decisione]

 

Il prof. Pietro Ramellini su democrazia ecclesiale

 

[La prima decisione è quella sul metodo di decisione – un metodo di decisione per ogni tipo (teologica, liturgica, amministrativa ecc.) e scala (locale di prossimità, locale regionale, generale) di decisione]

 

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 Su Pax Romana – Journal – 2021  è stato pubblicato un articolo del prof. Pietro Ramellini sul tema della democrazia ecclesiale.

 La richiesta di maggiore democrazia nei processi decisionali  ecclesiali è legato, ha scritto l’autore, al formarsi di una classe media riflessiva, teologicamente preparata e impegnato nelle comunità.

  Come risolvere questo problema di democrazia ecclesiale?

  La democrazia è una forma di governo delle comunità politiche, ma include anche valori, emozioni, aspirazioni, ricordi, che variano molto nel tempo e nelle società di riferimento. Le Chiese, però, non sono principalmente comunità politiche, con risvolti giuridici, ma fraternità di persone che sperano e credono nel Dio di Gesù di Nazaret.

  Quando parliamo di democrazia ecclesiale pensiamo ad un ordinamento politico, a una società ideale, ad un’etica di convivenza di persone libere e uguali, o a  una miscela di tutto questo?

 Politica  è il processo collettivo umano mediante il quale decisioni vincolanti per tutti su questioni rilevanti per una società generalista [=che comprende tutti  su un certo territorio e ogni questione pubblica] sono prese e attuate.

  La comunità ecclesiale, però, non è un sistema umano generalista. Quindi non si potrà parlare di una forma politica  per le comunità ecclesiali, né democratica, né monarchica, né oligarchica.

  Però ci si può chiedere quali siano i modi per prendere e attuare nel modo migliore le decisioni vincolanti nella Chiesa. Nei Vangeli ci viene presentato il modo di Gesù di decidere e l’evangelista Luca ci presenta quello delle nostre comunità primitive.  Si può anche prendere in considerazione come si fece nelle diverse Chiese cristiane nei tempi storici, o come si decide in altre comunità religiose. Si può, però, partire  chiedendosi come si debbano prendere decisioni in una comunità fondata sulla carità cristiana e sull’agàpe, nonché sull’assenso libero e adulto dei suoi membri.

  Ramellini propone un’altra strada. Bisognerebbe porsi periodicamente, come comunità di credenti, davanti al Dio di Gesù di Nazaret chiedendosi e chiedendoGli, in spirito di preghiera e mediazione, come si può elaborare, prendere e attuare decisioni vincolanti nella situazione concreta, qui ed ora, della nostra comunità. E’ possibile farlo senza dimenticare la storia millenaria del Cristianesimo, ma neanche senza lasciarsene imprigionare?

  L’autore è convinto che, sotto quel profilo, occorra più democrazia nelle cose ecclesiali, ma anche che non esista un modo unico praticabile per decidere. La richiesta di democratizzazione può essere accettata con riserva.

  Bisogna distinguere tra la fase di elaborazione della decisione, il processo decisionale, e quella di deliberazione della decisione. Alcune decisioni possono essere meglio ponderate e prese in piccoli gruppi (commissioni liturgiche, consigli pastorali), altre da grandi assemblee (concili, sinodi), altre ancora facendo affidamento al sensus fidelium (l’intuizione della verità) universale. A volta conviene prendere decisioni a maggioranza, altra richiedere su di esse l’unanimità, in altri casi addirittura tirando a dadi. E’ necessario un pluralismo metodologico per gestire la diversità ed eterogeneità delle problematiche su cui è necessario decidere: enunciare il principio è semplice, praticarlo molto meno. Che accadrebbe al ministero del Papa: l’autore ritiene che è questione che riguarda solo la Chiesa cattolica romana e che quindi, in un primo approccio, possa essere messa da parte.

  Non si tratta solo di distinguere il metodo a seconda della materia del decidere (ambito teologico, liturgico, amministrativo ecc.), ma anche di stabilire chi  debba decidere (uno, alcuni o tutti, secondo una nota divisione tripartita che si fa in filosofia politica) e come  si debba deliberare.

  La questione democratica riguarda principalmente l’esercizio del potere (kràtos nel greco antico), che implica anche dominio e violenza: dopo tutto, osserva l’autore, il potere politico risiede in definitiva nel monopolio della forza, anche come coercizione fisica. Però al centro dell’insegnamento di Gesù in merito all’esercizio dei poteri specifici dati agli apostoli e a Pietro c’è al centro il servizio non il potere. Trattando di organizzazione ecclesiale non dovremmo allora porre l’accento sulla diaconia/servizio più che sul kratos-potere? Chi  serve chi, oggi? C’è nella questione una tensione tra la dimensione kerigmàtica-carismatica e quella gerarchico-giuridica della Chiesa. Non si dovrebbe rafforzare la diaconia  piuttosto che democratizzare la Chiesa?

  Bisogna chiedersi, scrive l’autore, che tipo di governo debba avere la Chiesa. Si tratta di una forma fissata una volta per tutte, per sempre, o si tratta di una forma dinamica, capace di metamorfosi? Secondo l’antico principio ecclèsia semper reformanda la Chiesa ha bisogno di costante riforma la soluzione migliore è la seconda.

 Nella questione del governo ecclesiale la Bibbia ci presenta due metafore.

  Una è quella pastorale, che presenta il governo come l’azione del pastore di un gregge di pecore, che nutre e accudisce gli animali: può essere svolta conducendo il gregge  dove può rinfrescarsi e riposare o tenerlo nascosto gelosamente o per paure nell’ovile.  L’altra è quella del nocchiere di una nave (in greco antico kibernetes,  da cui deriva la parola che significa  governatore), abbastanza coraggioso da partire per mare alla ricerca di posti pescosi, fino quasi a romper le reti; in caso contrario la navigazione si riduce a navigare sotto costa o peggio a rimanere ancorati in un porto sicuro.

  Di solito si conviene che lo scopo del governo ecclesiale non è il blocco, la chiusura, la difesa, ma piuttosto l’abbondanza del pascolo, della pesca, del rigoglio della vita: il nutrimento e la crescita costante del Popolo di Dio.

  Che rapporto ci dovrebbe essere tra ambito locale  e universale, si chiede Ramellini? Il metodo dovrebbe essere lo stesso? Sì e no, risponde.

   I processi decisionali di un municipio come dell’Unione Europea si basano, ad esempio, su principi comuni: isegoria (libertà di parola per ogni persona), votazioni, maggioranze. la democrazia formale è la stessa. Ma poi ci sono delle differenze.

 Spesso si sente dire: “alle elezioni politiche nazionali voto per il partito, ma a livello locale la persona”. Gli elettori avvertono la differenza tra particolare e generale.

  A livello teorico vari filosofi della politica, ricorda l’autore, hanno proposto diverse forma di governo per comunità politiche diverse. Ad esempio in Cina si sono proposti totalitarismo e autocrazie per i grandi stati, la monarchia per quelli di mezzo  e perfino l’anarchia per i più piccoli. Nella teoria della decisione si distingue tra comitati, in cui si interagisce personalmente sui tempi di affrontare, e i gruppi più grandi, con interazione personale minima. Infine l’iter legislativo nazionale è diverso da quello regionale e locale.

   Trattando di Chiese, è giusto che le decisioni si prendano nello stesso modo per la Chiesa universale e per la parrocchia vicino a casa. Evidentemente, su questo tema, non si considera tanto la forma di governo (ad esempio democrazia contro autocrazia), ma ci si concentra piuttosto sulla scala locale, regionale o globale, che nella Chiesa cattolica corrisponde più o meno alle dimensioni della parrocchie, delle diocesi, alle Conferenze episcopali, agli organismi continentali e a quelli con competenza mondiale.

  Attualmente la disciplina del governo delle parrocchie è la stessa di quella che vale per il governo dell’intera Chiesa, perché l’ordinamento gerarchico comporta un trasferimento di metodi dall’alto verso il basso, ed anche perché la Chiesa locale, nell’urbe, è, ecclesiologicamente parlando, la Chiesa di Cristo quando la Chiesa globale, diffusa nell’orbe; e questo anche se nella prassi si può pensare che a livello locale i rapporti umani contino più che nella Curia Roma (pur consapevoli di quanto siano importanti certe entrature in Vaticano).

    Il prof. Ramellini immagina due modi di procedere, in una parrocchia. Il primo dall’alto verso il basso: il pastore convoca un incontro aperto e informale in cui i partecipanti si pongono davanti a Dio, interrogandosi e chiedendoGli come si possa decidere nella comunità ecclesiale a seconda del tipo e delle dimensioni di ciò di cui si deve trattare. Potrebbero poi seguire incontri più strutturati, nei quali esaminare le questioni rilevanti e decidere con le modalità scelte. Un secondo metodo è quello di cui sono i singoli cristiani, o gruppi spontanei di cristiani, che porteranno avanti la riflessione sul metodo, per poi esporre alla comunità i risultati raggiunti proponendone l’adozione. I due metodi, osserva l’autore, possono andare di pari passo e possono essere adottati per quanto riguarda la ekklesio-diakonia, chiedendosi come si può servire meglio la comunità.

  Può sembrare che quei modi di procedere indeboliscano il ruolo ministeriale del pastore, scrive il prof. Ramellini, ma non è necessariamente così. Nell’azione top-down, dall’alto verso il basso, l’azione parte dal parroco, e quindi l’ordine gerarchico è pienamente rispettato; allo stesso modo, nella procedura dal basso verso l’alto, l’azione culmina nel parroco, il quale fa sintesi dei vari contributi. Quindi l’elaborazione di nuovi metodi decisionali avviene attraverso i pastori e la gerarchia.

  Ovviamente la possibilità di evoluzioni e sviluppi più radicali, al di fuori della gerarchia, resta aperta, come nel caso delle Chiese coreane sorte indipendentemente da Roma, o, in attesa della gerarchia, come è accaduto per tante figure profetiche a lungo avversate e poi riconosciute in tutta la loro grandezza; ma anche contro la gerarchia, come accade per i movimenti ritenuti eretici e scismatici, che poi si esaurirono, o si distaccarono e eventualmente ritornarono. Ma, osserva il prof. Ramellini, se avessimo seguito la Regola d’oro di Cipriano nihil sine episcopo, nihil sine consilio vestro, nihil sine consensu plebis meae [=niente senza il vescovo, niente senza il vostro parere, niente senza il consenso del mio  popolo] molti conflitti – e non solo locali avrebbero potuto essere risolti. L’autore nota che l’attuale riscoperta dell’antico principi giustinianeo, e poi canonico, del “quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet” (ciò che interessa a tutti, deve essere affrontato e approvato da tutti) va nella stessa direzione, anche se spesso la sua ultima parte viene dimenticata.

  In conclusione, l’autore ritiene che i problemi più urgenti delle Chiese (locali o non, cattoliche o meno) siano quelli ad extra, vale a dire quelli delle società in cui le Chiese sono immerse, e non quelli ab intra, vale a dire interni delle Chiese, e, più in generale, quelli del Regno di Dio piuttosto che quelli delle Chiesa. Tuttavia, osserva, se è bene affrontare le grandi questioni legate al giudizio e all’amore di Dio, non è necessario, nell’occuparsene, trascurare quelle relative alle decime sulle erbe aromatiche (richiama Lc 11,42).

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – per acvivearomavalli.blogspot.com

sabato 19 marzo 2022

L’inutilità della religione e il clericalismo

 

L’inutilità della religione e il clericalismo

 

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Da: Hervé Legrand – Michel Camdessus, Una Chiesa trasformata dal popolo, Paoline  2021, pag. 28

 

 Il clericalismo ha origine, in buona parte, nel fatto che, lungo il corso della storia, il ministero sacerdotale si è a poco a poco sottratto al suo inserimento nell’assemblea  celebrante  - come era nei primi tempi della Chiesa -, al punto che oggi un prete può celebrare la “sua” mensa da solo. Dal 13° secolo, e soprattutto dopo il concilio di Trento (1542), il sacerdozio comune dei fedeli è divenuto sempre più una parola vuota. I preti sono ormai chiamati “sacerdoti” e si vedono attribuire un potere intrinseco alla loro persona, poco compreso come un servizio al popolo di Dio tutto sacerdotale, come nel primo millennio.

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   Nel brano che ho sopra trascritto vi sono diverse affermazioni che trovo problematiche.

 La prima è che, alle origini, vale a dire nelle prime comunità che in Palestina, poi in Siria e in Asia Minore, iniziarono  a vivere insieme la nostra fede e a dirsi cristiane, fosse praticato un ministero sacerdotale. La seconda è che, nel primo millennio, tutto il popolo sia stato sacerdotale. La terza è che il clericalismo, inteso come male  ecclesiastico,   si sia sviluppato a causa  della formazione di un clero, vale a dire di un ceto che accentrò il potere basato sul sacro. La quarta è il riferire il clericalismo  alla Chiesa, senza specificazioni, e non solo alle Chiese cristiane che ebbero e ancora hanno un clero, che sono solo una parte del totale, ma anche le più antiche.

  Certamente  potere del sacro è una  forma di governo  sociale, e più precisamente delle Chiese. Nel linguaggio giuridico ecclesiastico viene definito potestà, perché esercitato per interessi e finalità pubblici. Storicamente, tra la fine del Primo secolo e l’inizio del Secondo, fu dall’esercizio del potere ecclesiastico basato sul sacro, in particolare da parte dei vescovi che iniziò a svilupparsi un clero. E bisogna rendersi consapevoli di una circostanza molto importante: la sinodalità,  che probabilmente cominciò ad essere praticata verso la fine del Secondo secolo (il primo sinodo storicamente documentato in modo ritenuto affidabile venne celebrato a Cartagine, in Africa, nel 225), fu lo strumento organizzativo fondamentale per lo sviluppo del potere sacro episcopale e quindi di un clero. Oggi invece la si immagina come via di riforma della Chiesa per contrastarne il modo di governo basato sull’accentramento in un ceto, il clero, del potere sacro.

  Nel Quarto e Quinto secolo, quando la stupefacente riforma dell’impero romano ideata e prodotta sotto l’autorità di Costantino 1° inglobò rapidamente cristianesimi, potere sacro e clero ormai organizzato in una gerarchia nell’organizzazione dello stato, nel corso di una serie di sinodi generali denominati  concili, convocati e presieduti da imperatori romani ormai trasferitisi a Costantinopoli in Tracia, o sotto la loro autorità, venne definito lo statuto  fondamentale della nostra fede, o, detto nel gergo clericale, il sistema di verità  che occorre non solo proclamare  ritualmente e pubblicamente, ma credere  interiormente, per essere considerati parte di una Chiesa. Una verità  in quel senso è una definizione religiosa. Una definizione religiosa  diventa  verità quando è condizione per l’appartenenza ecclesiale. La gerarchia ecclesiastica è una verità  per la Chiesa cattolica, ma non fa parte dello statuto di cui dicevo, se non molto alla lontana, dove si deve dichiarare di credere  nella Chiesa apostolica: infatti l’assetto gerarchico della nostra Chiesa è molto cambiato nei due millenni della sua storia, lasciando più o meno invariato il nucleo centrale della nostra fede, che è la cristologia  come definita dal Quarto al Settimo secolo in una serie di concili.

  Ciò non toglie che, almeno fino al Cinquecento, il potere sacro sia stato esercitato tra i cristiani mediante un clero gerarchizzato  e che questa sia ancora oggi la condizione della Chiesa cattolica: si tratta quindi di un costume assai radicato.

  Il moto sinodale aperto lo scorso ottobre da papa Francesco ha un significato nettamente diverso dalla sinodalità vissuta in precedenza nella Chiesa cattolica. Esso vuole partire, infatti, dal Popolo di Dio, nel quale sono compresi clero e gerarchi ecclesiastici, ma non solo essi. Si vorrebbe che tutti  avessero un ruolo attivo. Naturalmente sono subito scoccate scintille e gli inizi, dove ci sono stati, sono  stati molto difficoltosi.

  Ma Gesù come voleva la sua comunità? E’ il titolo di un interessante libro del biblista Gerhard Lohfink, che mi è stato consigliato (Gerhard Lohfink, Gesù come voleva la sua comunità? La chiesa quale dovrebbe essere, Edizioni San Paolo 1987, ancora in commercio). Lohfink ha insegnato  nell’Università di Tubinga, in Germania,   Baden-Württemberg. I teologi sviluppano appassionate considerazioni in merito e mi pare che l’impostazione dei teologi dogmatici differisca un po’ dai biblisti. Io penso che non sia possibile  ricostruire in modo realmente  affidabile come Gesù pensava la sua Chiesa, posto che il dato evangelico ci dice che sicuramente volle associare gente alla sua missione. Questo perché non rinvengo nelle sue parole, tramandate dai Vangeli ritenuti come normativi per la nostra fede, il disegno di un impianto organizzativo preciso.

  Sulla base della storia delle nostre Chiese, mi pare di capire che lo stimolo fondamentale per le innovazioni in materia di organizzazione ecclesiastica sia stato costituito dai problemi sociali   e politici che, in spirito di fede, ci si trovò ad affrontare nei secoli.

  Fare affidamento su un ceto specializzato di gerarchi ai quali tutti gli altri si dovevano sottomettere fu una via per fare ordine. Il problema del potere basato sul sacro, al pari di ogni potere, è che esso punta anzitutto al proprio mantenimento: tramanda innanzi tutto se stesso. Da qui, poi, l’ideologia clericale  che, ad un certo punto, considerò la parte essenziale della Chiesa il clero, e tutto il resto del popolo come parte accessoria ed eventuale. Una virata da questa concezione si ebbe nel corso del Concilio Vaticano 2°, che fu sostanzialmente un grande sinodo sulla Chiesa, prima che della Chiesa.

  Ciò che chiamiamo clericalismo  si presenta tra i cattolici come un orientamento politico e religioso che ha vari aspetti.

  Il primo è quando si ritiene che il potere del sacro debba prevalere su ogni altro potere pubblico e che, quindi, non vi siano ambiti nei quali la gerarchia ecclesiastica cattolica, oggi appannaggio esclusivo del clero, non possa intervenire d’autorità, pretendendo di essere obbedita dai fedeli.

 Poi c’è la concezione secondo la quale nella Chiesa possa partecipare a qualsiasi  decisione solo chi abbia il potere sacro, quindi il clero. Speculare è quella di chi rifiuti ogni partecipazione a decisioni ecclesiastiche nel presupposto che competano solo al clero, quale detentore del potere sacro.

 Paradossalmente, poi, talvolta il clero accusa i fedeli di clericalismo  quando pretendono di aver qualche parte nelle attività e decisioni specificamente ecclesiali: si vorrebbe, allora, rimandarli nel secolo, o nel mondo come si dice, perché quello sarebbe il solo ambito loro e non dovrebbero impicciarsi d’altro.

  Il clericalismo  storicamente non dipese dalla formazione di un clero per l’esercizio di poteri sacri, ma da quella di un gerarchia basata sull’episcopato monarchico, del quale il papato romano è uno sviluppo. Anzi, sempre considerando storicamente, i ministeri ecclesiastici furono clericalizzati proprio ad opera della gerarchia episcopale, che poi indusse il clericalismo per consolidare il suo potere, anzi l’accentramento  su se stessa del potere sacro. Alle origini i ministeri, per ciò che sappiamo e da ciò che risulta già nel Nuovo Testamento, negli Atti degli Apostoli ad esempio, i ministeri scaturivano dal basso, vale a dire da una comunità riunita, in progresso di tempo conquistò sempre più spazio l’investitura dall’alto, fino ad oggi in cui nella Chiesa cattolica è rimasta solo quest’ultima e i preti sono stati ridotti a collaboratori  dei vescovi. E, naturalmente, come è stato giustamente osservato da un amico qualche giorno fa, la distinzione tra  l’alto e il basso, che poi sarebbe la stragrande maggioranza del Popolo di Dio è la prima cosa che dovrebbe essere superata nel costruire una nuova sinodalità popolare, come sembra immaginarla papa Francesco.

  Se consideriamo gli eventi di questi giorni, una guerra europea tra stati in cui prevalgono i cristiani e che anche strumentalizzano i loro cristianesimi a fini bellici, come è apparso evidente dalle incredibili dichiarazioni di un gerarca ecclesiastico di una delle parti in lotta (con il quale sarebbe bene troncare immediatamente ogni ecumenismo per non esserne contagiati), un  dato appare evidente: la religione controllata dai poteri sacri, quindi dai gerarchi religiosi e dal clero loro sottoposto, si è rivelata inutile.

  Come nei millenni passati, i cristiani stanno praticando una guerra feroce assistiti e benedetti dai loro rispettivi cleri.

  Il problema principale del mondo di oggi, globalizzato  e quindi estremamente  connesso, è sicuramente il mantenimento della pace, ormai condizione di sopravvivenza per tutta l’umanità: su questo le gerarchie ecclesiastiche, la nostra, come le altre dei popoli in guerra (l’Europa occidentale, quindi anche l’Italia, di fatto è già in guerra), non hanno saputo, né voluto, esercitare il potere sacro che si attribuiscono nell’unico modo in cui doveva  essere fatto, cioè vietando la guerra come prescrizione religiosa, su base evangelica. Sono venuti solo i consueti, rituali, inani, appelli alla pace, per dovere d’ufficio come si suol dire. Questo ha fatto risaltare tutta l’obsolescenza di un potere sacro che si vorrebbe esercitare come si faceva più o meno dal Quarto secolo e la necessità di costruire una nuova sinodalità popolare,  qualcosa che storicamente non è mai esistita tra i cattolici, basata non sul ritorno ad immaginifiche, quanto irrealistiche, origini, ma sulla scoperta di come il vangelo possa, e quindi debba,  essere attuato nel mondo di oggi.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli, per acvivearomavalli@blogspot.com   

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giovedì 17 marzo 2022

Le vie della pace. Il Magistero

 

Le vie della pace. Il Magistero


 Dagli scorsi anni Cinquanta si è cominciato a prendere consapevolezza, anche in religione, della dimensione politica del problema della pace. La pace, quindi, non dipende solo da impostazioni etiche ma da assetti sociali che possono essere modificati e possono esserlo piuttosto velocemente con gli strumenti della democrazia. La svolta si era prodotta già nel corso dell’ultima guerra mondiale e trovò espressione in un famoso radiomessaggio del papa Pio 12° per il Natale del ’44, dedicato proprio al tema pace e democrazia. Ritengo necessario riportarne di seguito un ampio stralcio. Potete trovare il testo integrale all’indirizzo

http://w2.vatican.va/content/pius-xii/it/speeches/1944/documents/hf_p-xii_spe_19441224_natale.html

 

I. CARATTERI PROPRI DEI CITTADINI
IN REGIME DEMOCRATICO

Esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti; non essere costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato: ecco due diritti del cittadino, che trovano nella democrazia, come indica il suo nome stesso, la loro espressione. Dalla solidità, dall'armonia, dai buoni frutti di questo contatto tra i cittadini e il governo dello Stato, si può riconoscere se una democrazia è veramente sana ed equilibrata, e quale sia la sua forza di vita e di sviluppo. Per quello poi che tocca l'estensione e la natura dei sacrifici richiesti a tutti i cittadini, — al tempo nostro in cui così vasta e decisiva è l'attività dello Stato, la forma democratica di governo apparisce a molti come un postulato naturale imposto dalla stessa ragione. Quando però si reclama « più democrazia e migliore democrazia », una tale esigenza non può avere altro significato che di mettere il cittadino sempre più in condizione di avere la propria opinione personale, e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune.

Popolo e « massa »

Da ciò deriva una prima conclusione necessaria, con la sua conseguenza pratica. Lo Stato non contiene in sé e non aduna meccanicamente in un dato territorio un'agglomerazione amorfa d'individui. Esso è, e deve essere in realtà, l'unità organica e organizzatrice di un vero popolo.

Popolo e moltitudine amorfa o, come suol dirsi, « massa » sono due concetti diversi. Il popolo vive e si muove per vita propria; la massa è per sé inerte, e non può essere mossa che dal di fuori. Il popolo vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali — al proprio posto e nel proprio modo — è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni. La massa, invece, aspetta l'impulso dal di fuori, facile trastullo nelle mani di chiunque ne sfrutti gl'istinti o le impressioni, pronta a seguire, a volta a volta, oggi questa, domani quell'altra bandiera. Dalla esuberanza di vita d'un vero popolo la vita si effonde, abbondante, ricca, nello Stato e in tutti i suoi organi, infondendo in essi, con vigore incessantemente rinnovato, la consapevolezza della propria responsabilità, il vero senso del bene comune. Della forza elementare della massa, abilmente maneggiata ed usata, può pure servirsi lo Stato: nelle mani ambiziose d'un solo o di più, che le tendenze egoistiche abbiano artificialmente raggruppati, lo Stato stesso può, con l'appoggio della massa, ridotta a non essere più che una semplice macchina, imporre il suo arbitrio alla parte migliore del vero popolo: l'interesse comune ne resta gravemente e per lungo tempo colpito e la ferita è bene spesso difficilmente guaribile.

Da ciò appare chiara un'altra conclusione : la massa — quale Noi abbiamo or ora definita — è la nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza.

In un popolo degno di tal nome, il cittadino sente in se stesso la coscienza della sua personalità, dei suoi doveri e dei suoi diritti, della propria libertà congiunta col rispetto della libertà e della dignità altrui. In un popolo degno di tal nome, tutte le ineguaglianze, derivanti non dall'arbitrio, ma dalla natura stessa delle cose, ineguaglianze di cultura, di averi, di posizione sociale — senza pregiudizio, ben inteso, della giustizia e della mutua carità — non sono affatto un ostacolo all'esistenza ed al predominio di un autentico spirito di comunità e di fratellanza. Che anzi esse, lungi dal ledere in alcun modo l'uguaglianza civile, le conferiscono il suo legittimo significato, che cioè, di fronte allo Stato, ciascuno ha il diritto di vivere onoratamente la propria vita personale, nel posto e nelle condizioni in cui i disegni e le disposizioni della Provvidenza l'hanno collocato.

In contrasto con questo quadro dell'ideale democratico di libertà e d'uguaglianza in un popolo governato da mani oneste e provvide, quale spettacolo offre uno Stato democratico lasciato all'arbitrio della massa! La libertà, in quanto dovere morale della persona, si trasforma in una pretensione tirannica di dare libero sfogo agl'impulsi e agli appetiti umani a danno degli altri. L'uguaglianza degenera in un livellamento meccanico, in una uniformità monocroma: sentimento del vero onore, attività personale, rispetto della tradizione, dignità, in una parola, tutto quanto dà alla vita il suo valore, a poco a poco, sprofonda e dispare. E sopravvivono soltanto, da una parte, le vittime illuse del fascino appariscente della democrazia, confuso ingenuamente con lo spirito stesso della democrazia, con la libertà e l'uguaglianza; e, dall'altra parte, i profittatori più o meno numerosi che hanno saputo, mediante la forza del danaro o quella dell'organizzazione, assicurarsi sugli altri una condizione privilegiata e lo stesso potere.

II. CARATTERI DEGLI UOMINI
CHE NELLA DEMOCRAZIA TENGONO IL PUBBLICO POTERE

Lo Stato democratico, sia esso monarchico o repubblicano, deve, come qualsiasi altra forma di governo, essere investito del potere di comandare con una autorità vera ed effettiva. Lo stesso ordine assoluto degli esseri e dei fini, che mostra l'uomo come persona autonoma, vale a dire soggetto di doveri e di diritti inviolabili, radice e termine della sua vita sociale, abbraccia anche lo Stato come società necessaria, rivestita dell'autorità, senza la quale non potrebbe né esistere né vivere. Che se gli uomini, prevalendosi della libertà personale, negassero ogni dipendenza da una superiore autorità munita del diritto di coazione, essi scalzerebbero con ciò stesso il fondamento della loro propria dignità e libertà, vale a dire quell'ordine assoluto degli esseri e dei fini.

Stabiliti su questa medesima base, la persona, lo Stato, il pubblico potere, con i loro rispettivi diritti, sono stretti e connessi in tal modo che o stanno o rovinano insieme.

E poiché quell'ordine assoluto, alla luce della sana ragione, e segnatamente della fede cristiana, non può avere altra origine che in un Dio personale, nostro Creatore, consegue che la dignità dell'uomo è la dignità dell'immagine di Dio, la dignità, dello Stato è la dignità della comunità morale voluta da Dio, la dignità dell'autorità politica la dignità della sua partecipazione all'autorità di Dio.

Nessuna forma di Stato può non tener conto di questa intima e indissolubile connessione; meno di ogni altra la democrazia. Pertanto, se chi ha il pubblico potere non la vede o più o meno la trascura, scuote nelle sue basi la sua propria autorità. Parimente, se egli non terrà abbastanza in conto questa relazione, e non vedrà nella sua carica la missione di attuare l'ordine voluto da Dio, sorgerà il pericolo che l'egoismo del dominio o degli interessi prevalga sulle esigenze essenziali della morale politica e sociale, e che le vane apparenze di una democrazia di pura forma servano spesso come di maschera a quanto vi è in realtà di meno democratico.

Soltanto la chiara intelligenza dei fini assegnati da Dio ad ogni società umana, congiunta col sentimento profondo dei sublimi doveri dell'opera sociale, può mettere quelli, a cui è affidato il potere, in condizione di adempire i propri obblighi di ordine sia legislativo, sia giudiziario od esecutivo, con quella coscienza della propria responsabilità., con quella oggettività, con quella imparzialità, con quella lealtà, con quella generosità, con quella incorruttibilità, senza le quali un governo democratico difficilmente riuscirebbe ad ottenere il rispetto, la fiducia e l'adesione della parte migliore del popolo.

Il sentimento profondo dei principi di un ordine politico e sociale, sano e conforme alle norme del diritto e della giustizia, è di particolare importanza in coloro che, in qualsiasi forma di regime democratico, hanno come rappresentanti del popolo, in tutto o in parte, il potere legislativo. E poiché il centro di gravità di una democrazia normalmente costituita risiede in questa rappresentanza popolare, da cui le correnti politiche s'irradiano in tutti i campi della vita pubblica — così per il bene come per il male —, la questione della elevatezza morale, della idoneità pratica, della capacità intellettuale dei deputati al parlamento, è per ogni popolo in regime democratico una questione di vita o di morte, di prosperità o di decadenza, di risanamento o di perpetuo malessere.

Per compiere un'azione feconda, per conciliare la stima e la fiducia, qualsiasi corpo legislativo deve - come attestano indubitabili esperienze - raccogliere nel suo seno una eletta di uomini, spiritualmente eminenti e di fermo carattere, che si considerino come i rappresentanti dell'intero popolo e non già come i mandatari di una folla, ai cui particolari interessi spesso purtroppo sono sacrificati i veri bisogni e le vere esigenze del bene comune. Una eletta di uomini, che non sia ristretta ad alcuna professione o condizione, bensì che sia l'immagine della molteplice vita di tutto il popolo. Una eletta di uomini di solida convinzione cristiana, di giudizio giusto e sicuro, di senso pratico ed equo, coerente con se stesso in tutte le circostanze; uomini di dottrina chiara e sana, di propositi saldi e rettilinei, uomini soprattutto capaci, in virtù dell'autorità che emana dalla loro pura coscienza e largamente s'irradia intorno ad essi, di essere guide e capi specialmente nei tempi in cui le incalzanti necessità sovreccitano la impressionabilità del popolo, e lo rendono più facile ad essere traviato e a smarrirsi; uomini che nei periodi di transizione, generalmente travagliati e lacerati dalle passioni, dalle divergenze delle opinioni e dalle opposizioni dei programmi, si sentono doppiamente in dovere di far circolare nelle vene del popolo e dello Stato, arse da mille febbri, l'antidoto spirituale delle vedute chiare, della bontà premurosa, della giustizia ugualmente favorevole a tutti, e la tendenza della volontà verso l'unione e la concordia nazionale in uno spirito di sincera fratellanza.

I popoli, il cui temperamento spirituale e morale è bastantemente sano e fecondo, trovano in se stessi e possono dare al mondo gli araldi e gli strumenti della democrazia, che vivono in quelle disposizioni e le sanno mettere realmente in atto. Dove invece mancano tali uomini, altri vengono ad occupare il loro posto, per far dell'attività politica l'arena della loro ambizione, una corsa ai guadagni per se stessi, per la loro casta o per la loro classe, mentre la caccia agl'interessi particolari fa perdere di vista e mette in pericolo il vero bene comune.

L'assolutismo di Stato

Una sana democrazia, fondata sugl'immutabili principi della legge naturale e delle verità rivelate, sarà risolutamente contraria a quella corruzione, che attribuisce alla legislazione dello Stato un potere senza freni né limiti, e che fa anche del regime democratico, nonostante le contrarie ma vane apparenze, un puro e semplice sistema di assolutismo.

L'assolutismo di Stato (da non confondersi, in quanto tale, con la monarchia assoluta, di cui qui non si tratta) consiste infatti nell'erroneo principio che l'autorità dello Stato è illimitata, e che di fronte ad essa — anche quando dà libero corso alle sue mire dispotiche, oltrepassando i confini del bene e del male, — non è ammesso alcun appello ad una legge superiore e moralmente obbligante.

Un uomo compreso da rette idee intorno allo Stato e all'autorità e al potere di cui è rivestito, in quanto custode dell'ordine sociale, non penserà mai di offendere la maestà della legge positiva nell'ambito della sua naturale competenza. Ma questa maestà del diritto positivo umano allora soltanto è inappellabile, se si conforma — o almeno non si oppone — all'ordine assoluto, stabilito dal Creatore e messo in una nuova luce dalla rivelazione del Vangelo. Essa non può sussistere, se non in quanto rispetta il fondamento, sul quale si appoggia la persona umana, non meno che lo Stato e il pubblico potere. È questo il criterio fondamentale di ogni sana forma di governo, compresa la democrazia; criterio col quale deve essere giudicato il valore morale di ogni legge particolare.

III. NATURA E CONDIZIONI
DI UNA EFFICACE ORGANIZZAZIONE PER LA PACE

La unità del genere umano e la società dei popoli

Noi abbiamo voluto, diletti figli e figlie, cogliere l'occasione della festa natalizia per indicare su quali vie una democrazia, che corrisponda alla dignità umana, possa, in armonia con la legge naturale e coi disegni di Dio manifestati nella rivelazione, pervenire a benefici risultati. Noi infatti profondamente sentiamo la somma importanza di questo problema per il pacifico progresso della famiglia umana; ma al tempo stesso siamo consapevoli delle alte esigenze che questa forma di governo impone alla maturità morale dei singoli cittadini; una maturità morale, alla quale invano si potrebbe sperar di giungere pienamente e sicuramente, se la luce della grotta di Betlemme non rischiarasse l'oscuro sentiero, per il quale i popoli dal tempestoso presente s'incamminano verso un avvenire che sperano più sereno.

Fino a qual punto però i rappresentanti e i pionieri della democrazia saranno compresi nelle loro deliberazioni dalla convinzione che l'ordine assoluto degli esseri e dei fini, da Noi ripetutamente ricordato, include anche, come esigenza morale e quale coronamento dello sviluppo sociale, la unità del genere umano e della famiglia dei popoli? Dal riconoscimento di questo principio dipende l'avvenire della pace. Nessuna riforma mondiale, nessuna garanzia di pace può fare da esso astrazione, senza indebolirsi e rinnegare se stessa. Se invece quella medesima esigenza morale trovasse la sua attuazione in una società dei popoli, che sapesse evitare i difetti di struttura e le manchevolezze di precedenti soluzioni, allora la maestà di quell'ordine regolerebbe e dominerebbe egualmente le deliberazioni di questa società e l'applicazione dei suoi mezzi di sanzione.

Per lo stesso motivo si comprende come l'autorità di una tale società dei popoli dovrà essere vera ed effettiva sugli Stati, che ne sono membri, in guisa però che ognuno di essi conservi un eguale diritto alla sua relativa sovranità. Soltanto in tal modo lo spirito di una sana democrazia potrà penetrare anche nel vasto e scabroso campo della politica estera.

Contro la guerra di aggressione come soluzione delle controversie internazionali

Un dovere, del resto, obbliga tutti, un dovere che non tollera alcun ritardo, alcun differimento, alcuna esitazione, alcuna tergiversazione: di fare cioè tutto quanto possibile per proscrivere e bandire una volta per sempre la guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali e come strumento di aspirazioni nazionali. Si son veduti nel passato molti tentativi intrapresi a tale scopo. Tutti sono falliti. E falliranno tutti sempre, fino a quando la parte più sana del genere umano non avrà volontà ferma, santamente ostinata, come un obbligo di coscienza, di compire la missione che i tempi passati avevano iniziata con non sufficiente serietà e risolutezza.

Se mai una generazione ha dovuto sentire nel fondo della coscienza il grido: « Guerra alla guerra! », essa certamente la presente. Passata com'è attraverso un oceano di sangue e di lagrime, quale forse i tempi passati mai non conobbero, essa ne ha vissuto le indicibili atrocità cosi intensamente, che il ricordo di tanti orrori dovrà restarle impresso nella memoria e fino nel più profondo dell'anima, come l'immagine di un inferno, in cui chiunque nutre nel cuore sentimenti di umanità non potrà mai avere più ardente brama che di chiudere per sempre le porte.

Formazione di un organo comune per il mantenimento della pace

Le risoluzioni finora note delle Commissioni internazionali permettono di concludere che un punto essenziale d'ogni futuro assetto mondiale sarebbe la formazione di un organo per il mantenimento della pace, organo investito per comune consenso di suprema autorità., e il cui ufficio dovrebbe essere anche quello di soffocare in germe qualsiasi minaccia di aggressione isolata o collettiva. Nessuno potrebbe salutare questa evoluzione con maggior gaudio di chi già da lungo tempo ha difeso il principio che la teoria della guerra, come mezzo adatto e proporzionato per risolvere i conflitti internazionali, è ormai sorpassata. Nessuno potrebbe augurare a questa comune collaborazione, da attuare con una serietà d'intenti prima non conosciuta, pieno e felice successo con maggior ardore di chi si è coscienziosamente adoperato per condurre la mentalità cristiana e religiosa a riprovare la guerra moderna coi suoi mostruosi mezzi di lotta.

Mostruosi mezzi di lotta! Senza dubbio il progresso delle umane invenzioni, che doveva segnare l'avveramento di un maggiore benessere per tutta l'umanità, è stato invece volto a distruggere ciò che i secoli avevano edificato. Ma con ciò stesso, si è resa sempre più evidente l'immoralità di quella guerra di aggressione. E se ora al riconoscimento di questa immoralità si aggiungerà la minaccia di un intervento giuridico delle Nazioni e di un castigo inflitto all'aggressore dalla società degli Stati, cosicché la guerra si senta sempre sotto il colpo della proscrizione, sempre sorvegliata da un'azione preventiva; allora l'umanità, uscendo dalla notte oscura in cui è stata per tanto tempo sommersa, potrà salutare l'aurora di una nuova e migliore epoca della sua storia.

Suo statuto escludente ogni ingiusta imposizione

A una condizione però : e cioè che l'organizzazione della pace, cui le mutue garanzie, e ove occorre le sanzioni economiche e perfino l'intervento armato dovrebbero dare vigore e stabilità, non consacri definitivamente alcuna ingiustizia, non comporti alcuna lesione di alcun diritto a detrimento di alcun popolo (sia che appartenga al gruppo dei vincitori, o dei vinti o dei neutrali), non perpetui alcuna imposizione o gravezza, che può essere permessa soltanto temporaneamente come riparazione dei danni di guerra.

Che alcuni popoli, ai cui governi — o forse anche in parte a loro stessi — si attribuisce la responsabilità della guerra, abbiano a sopportare per qualche tempo i rigori dei provvedimenti di sicurezza, fino a quando i vincoli di mutua fiducia violentemente infranti non siano a poco a poco riannodati, cosa, per quanto gravosa, altrettanto difficilmente evitabile. Nondimeno, questi stessi popoli dovranno avere anch'essi la ben fondata speranza — nella misura della loro leale ed effettiva cooperazione agli sforzi per la futura restaurazione — di poter essere, insieme con gli altri Stati e con la medesima considerazione e i medesimi diritti, associati alla grande comunità delle nazioni. Rifiutare loro questa speranza sarebbe il contrario di una previdente saggezza, sarebbe assumere la grave responsabilità di sbarrare il sentiero ad una liberazione generale da tutte le disastrose conseguenze materiali, morali, politiche del gigantesco cataclisma, che ha scosso fin nelle ultime profondità la povera famiglia umana, ma che le ha al tempo stesso additata la via verso nuove mète.

Le austere lezioni del dolore

Noi non vogliamo rinunziare alla fiducia che i popoli, i quali tutti sono passati per la scuola del dolore, avranno saputo ritenerne le austere lezioni. E in questa speranza Ci confortano le parole di uomini che hanno maggiormente provato le sofferenze della guerra e hanno trovato accenti generosi, per esprimere, insieme con l'affermazione delle proprie esigenze di sicurezza contro ogni futura aggressione, il loro rispetto dei diritti vitali degli altri popoli e la loro avversione contro ogni usurpazione dei diritti medesimi. Sarebbe vano l'attendere che questo saggio giudizio, dettato dall'esperienza della storia e da un alto senso politico, venga — mentre gli animi sono ancora incandescenti — generalmente accettato dalla pubblica opinione, od anche soltanto dalla maggioranza. L'odio, l'incapacità di comprendersi vicendevolmente, ha fatto sorgere, tra i popoli che hanno combattuto gli uni contro gli altri, una nebbia troppo densa da poter sperare che l'ora sia già venuta in cui un fascio di luce spunti a rischiarare il tragico panorama ai due lati dell'oscura muraglia. Ma una cosa sappiamo: ed è che il momento verrà, forse prima che non si pensi, quando gli uni e gli altri riconosceranno come, tutto considerato, non vi è che una via per uscire dall'irretimento, in cui la lotta e l'odio hanno avvolto il mondo, vale a dire il ritorno a una solidarietà da troppo tempo dimenticata, solidarietà non ristretta a questi o a quei popoli, ma universale, fondata sulla intima connessione delle loro sorti e sui diritti in egual modo loro spettanti.

La punizione dei delitti

Nessuno certamente pensa di disarmare la giustizia nei riguardi di chi ha profittato della guerra per commettere veri e provati delitti di diritto comune, ai quali le supposte necessità militari potevano al più offrire un pretesto, non mai una giustificazione. Ma se essa presumesse di giudicare e punire, non più singoli individui, bensì collettivamente intere comunità, chi potrebbe non vedere in simile procedimento una violazione delle norme, che presiedono a qualsiasi giudizio umano?

 

  Quanta strada si era percorsa da quando, nel 1902, il papa Leone XIII aveva, come dire, scomunicato  la democrazia nell’enciclica Graves de communi re (=le dure divergenze sulle questioni sociali), reagendo all’idea, proposta da Romolo Murri,  che ci potesse essere una democrazia cristiana, quindi un’azione politica ispirata ai valori di fede!

Nella nazioni più coinvolte in questa materia  [la questione sociale] ci sono alcuni noti come «cristiani sociali». Il movimento è anche descritto come «democrazia cristiana»  e i suoi fautori  «democratici   cristiani», in opposizione a quella che i socialisti chiamano democrazia social. Non ci sono obiezioni alla prima di queste denominazioni,  quella di «cristiani sociali», mentre molte persone eccellenti ne trovano sul termine  «democrazia cristiana». Lo trovano molto ambiguo per due ragioni. Sembra loro che esso implica un cedimento all’idea di favorire un governo del popolo, a scapito di altri metodi di governo. In secondo luogo sembra loro che implichi una umiliazione della religione restringendo le sue finalità alla lotta alle povertà, di cui altre componenti sociali non si occupano

[traduzione mia, dal testo inglese, l’unico che ho trovato pubblicata su vatican.va

http://w2.vatican.va/content/leo-xiii/en/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_18011901_graves-de-communi-re.html

 

  Con il senno del poi, dobbiamo riconoscere che la dura opposizione del nostro massimo magistero alla democrazia politica è stata in Italia una tragedia che ha, nel primo dopoguerra, aperto le porte al fascismo storico, con cui il papato concluse, nel 1929, in compromesso da molti, cattolici e non, ritenuto disonorevole.

  Il mutamento culturale che in religione si ebbe sul tema della democrazia fu indotto, come scritto molto bene nel radiomessaggio del papa Pio 12°, dalla  austere lezioni del dolore  ricevute durante la Seconda guerra mondiale.

 Esso fu sviluppato durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e negli anni successivi, dell’attuazione dei  principi conciliari, fino al suo sviluppo più avanzato, costituito dagli argomenti contenuti nell’enciclica Centesimus Annus (=il centesimo anno), diffusa nel 1991 da san Karol Wojtyla, all’epoca regnante come Giovanni Paolo 2°) in occasione del centenario dell’enciclica Rerum Novarum (=sulle novità) del papa Leone 13°. Come nel 1944, anche nel 1991 la svolta venne indotta da eventi storici drammatici, che alla metà degli anni Quaranta del secolo scorso erano costituiti dal crollo dei regimi nazifascisti e dalla necessità di ricostruire l’Europa, e negli scorsi anni Novanta dal crollo dei regimi comunisti europei e dalla necessità di dare un volto nuovo ad un’Europa unita.

 Collegare il tema della pace a quello della democrazia significa non farne un compito solo per i governanti, ma  di tutti. Infatti, nella concezione contemporanea della democrazia di popolo contemporanea (che differisce in questo da ogni altra concezione democratica del passato), democrazia è un lavoro che coinvolte tutti, senza alcuna discriminazione sociale. Se poi a questo lavoro si dà anche un significato propriamente religioso, come si è cominciato a fare dagli scorsi anni Cinquanta e come confermato anche dal nostro magistero, e lo si ritiene qualcosa in cui i laici di fede devono sentirsi profondamente coinvolti, ne consegue che una parte importante della formazione religiosa dovrebbe occuparsi di quel tema, dando gli strumenti culturale religiosi per influire democraticamente nella società per realizzare la pace secondo principi di fede, i cosiddetti valori.

 Da noi, in Italia e in particolare nella nostra parrocchia, si è particolarmente carenti in questo campo. Nel nostro quartiere è un lavoro che semplicemente non viene fatto. Allora poi la gente, e in particolare i più giovani, non vede come la fede possa cambiare effettivamente la sua vita e il mondo in cui vive. Se si ritiene che al laico competa solo di assoggettarsi a un’incredibile serie di bigotterie sessuali, venendo addirittura portati ad esempio gli adepti di altre fedi che appaiono ossessionati da questi problemi, ho l’impressione che poi la presa sociale della religione in società venga molto a diminuire. Ma è proprio questa la radicalità evangelica che ancora può infiammare il cuore della gente? In realtà però, mi pare che si continui a centrare tutta la formazione religiosa degli adolescenti su quei temi lì. E, a seguire, si passa poi ad analogo orientamento quando si tratta di impartire un’ulteriore formazione religiosa alle coppie che vogliono sposarsi, che, come francamente riconosciuto durante l’ultimo incontro con il vescovo di settore, poi scappano a gambe levate, rinunciando a sposarsi in chiesa, o, per lo meno, nella  nostra chiesa.

 

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli