INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

*************************

L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

**********************************

Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

Chi voglia pubblicare un contenuto, può inviarlo a Mario Ardigò all'indirizzo di posta elettronica ardigo.mario@virgilio.it all'interno di una e-mail o come allegato Word a una e-email.

I contenuti pubblicati su questo blog possono essere visualizzati senza restrizioni da utenti di tutto il mondo e possono essere elaborati da motori di ricerca; dato il tema del blog essi potrebbero anche rivelare un'appartenenza religiosa. Nel richiederne e autorizzarne la pubblicazione si rifletta bene se inserirvi dati che consentano un'identificazione personale o, comunque, dati di contatto, come indirizzo email o numeri telefonici.

Non è necessario, per leggere i contenuti pubblicati sul blog, iscriversi ai "lettori fissi".

L'elenco dei contenuti pubblicati si trova sulla destra dello schermo, nel settore archivio blog, in ordine cronologico. Per visualizzare un contenuto pubblicato basta cliccare sul titolo del contenuto. Per visualizzare i post archiviati nelle cartelle per mese o per anno, si deve cliccare prima sul triangolino a sinistra dell'indicazione del mese o dell'anno.

Da quando, nel gennaio del 2012, questo blog è stato aperto sono stati pubblicati oltre 3.400 interventi (post) su vari argomenti. Per ricercare quelli su un determinato tema, impostare su GOOGLE una ricerca inserendo "acvivearomavalli.blogspot.it" + una parola chiave che riguarda il tema di interesse (ad esempio "democrazia").

GOOGLE INSERISCE DEI COOKIE NEL CORSO DELLA VISUALIZZAZIONE DEL BLOG. SI TRATTA DI PROGRAMMI COMUNEMENTE UTILIZZATI PER MIGLIORARE E RENDERE PIU' VELOCE LA LETTURA. INTERAGENDO CON IL BLOG LI SI ACCETTA. I BROWSER DI NAVIGAZIONE SUL WEB POSSONO ESSERE IMPOSTATI PER NON AMMETTERLI: IN TAL CASO, PERO', POTREBBE ESSERE IMPOSSIBILE VISUALIZZARE I CONTENUTI DEL BLOG.

Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

PER EVENTUALI COMUNICAZIONI AL BLOG, SCRIVERE UNA EMAIL A ardigo.mario@virgilio.it

```

sabato 26 maggio 2018

Pratica di azione sociale

Pratica di azione sociale

  La dottrina sociale è un settore del pensiero sociale ispirato alla fede. Si tratta di teologia e di teologia orientata alla pratica, all’azione sociale. E’ stata diffusa storicamente, in gran parte, dal Papato, ma anche da singoli vescovi e, più recentemente, da Conferenze episcopali nazionali o da organismi religiosi internazionali come il CELAM, il Consiglio episcopale latino-americano. Nell’età contemporanea, più o meno da metà Ottocento, l’influenza del pensiero cattolico nel mondo, e in particolare nelle nazioni europee e in quelle  extraeuropee con la maggiore  presenza di cattolici, è stata fondamentalmente legata all’azione sociale ispirata e promossa dalla dottrina sociale. Questa situazione  è progressivamente mutata a partire dai passati anni ’90, ai quali risale l’ultima enciclica  sociale  del Papato  nel Secondo millennio, la  Il Centenario – Centesimus Annus, del papa Karol Wojtyla – Giovanni Paolo 2°, del 1991. E’ bisognato attendere fino al 2009 per una nuova enciclica papale di quel tipo, la Carità nella verità – Caritas in veritate  del papa Joseph Ratzinger – Benedetto 16°. Diciotto anni, nel corso dei quali il mondo è profondamente cambiato. In questo lungo periodo sono stati i vescovi ad intervenire in materia, come emerge, ad esempio, dalle numerose citazioni di documenti di Conferenze episcopali contenute nell’enciclica Laudato si’, l'ultima enciclica sociale, diffusa nel 2015 da papa Bergoglio – Francesco.
  Storicamente l’impulso determinante all’azione sociale dei cattolici era venuto dal Papato. Il lungo silenzio di quest’ultimo per quasi un ventennio ha influito negativamente su di essa. Questo perché non è stata stimolata, nel contempo, l’autonomia in materia dei fedeli laici, secondo le indicazioni del Concilio Vaticano 2°. Anzi, la si è contrastata. Sul tema può essere interessante rileggere il libro di Fulvio De Giorgi, Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano, Paoline Editoriale Libri, 2008, ancora disponibile in commercio anche in e-book.
  L’attuale Papato ha inteso promuovere una ripresa dell’azione sociale, ma non trova in Italia un agente politico disposto ad occuparsene, e capace di farlo. E’ mancata a lungo una formazione specifica, in particolare nelle parrocchie, la più capillare rete oggi esistente per occuparsi (anche) di questioni sociali.
  Si sono riaperti spazi dottrinari, ha osservato qualche giorno fa il cardinale Gualtiero Bassetti, parlando ai vescovi riuniti nell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, ma restano vuoti.
  Probabilmente a lungo si è pensato che, in definitiva, l’azione sociale avesse controindicazioni tali da non compensare gli effetti positivi. Essa infatti stimolava l’autonomia e la creatività del laicato e questo era considerato potenzialmente pericoloso per l’integrità del corpo sociale ecclesiale, ancora diretto con crescenti difficoltà mediante un anacronistico apparato feudale che dimostra per intero i suoi oltre mille anni di vita.
  La carenza di azione sociale ha avuto effetti molto gravi in Italia, che dall’inizio della Repubblica, oltre settant’anni fa, aveva avuto un sistema politico democratico organizzato ispirandosi anche alla dottrina sociale, con l’apporto determinante di un partito di massa cattolico. E’ anche per questo che il cardinale Gualtiero Bassetti, nello scorso settembre, parlò di responsabilità altissima  dei cattolici verso il Paese. Questa responsabilità è stata disattesa.
  Al prodursi di una gravissima crisi della politica nazionale, la voce dei cattolici italiani è stata debole o addirittura inesistente. E’ totalmente mancato, ed è un fatto unico nella storia nazionale, dall’unità d’Italia, l’apporto del Papato. Quest’ultimo ha certamente parlato al mondo, ma non all’Italia in particolare. E’ mancato anche l’apporto dei vescovi, in particolare della Conferenza Episcopale Italiana. Quello dell’altro giorno è tardivo. Ma più di tutto è mancata l’iniziativa di noi laici di fede, dai quali, nell’Ottocento, era venuto quel protagonismo sociale che poi era stato assentito dalla dottrina sociale contemporanea. Si tratta di un insieme di carenze che si sono intrecciate, condizionandosi a vicenda. Il clero ha temuto di non avere dietro di sé un laicato capace e quest’ultimo non ha sentito l’appoggio del clero. Per come sono organizzate oggi le cose nella Chiesa, ad ogni livello, a partire da quello parrocchiale,  il laicato non può fare a meno dell’appoggio del clero e quest’ultimo di quello del laicato. Probabilmente la soluzione sta nell’impegnarsi di più nel creare questa collaborazione, un nuovo attivismo sociale, a partire dalle realtà di base, dalle parrocchie, correggendone la deriva meramente catechistica e riprendendo la formazione e il tirocinio all’azione sociale.
  Parlando qualche giorno fa al nostro gruppo parrocchiale dell’Azione Cattolica ho chiesto ai presenti se sapessero chi aveva fatto  l’Unione Europea, questa grande potenza di pace che ci ha effettivamente garantito la pace per oltre settant’anni, un fatto unico nella storia dell’umanità. Mi hanno guardato titubanti. “L’abbiamo fatta noi cattolici!”, ho ricordato, ed è vero, anche se se ne è persa consapevolezza. Dell’Unione Europea si considerano in genere, per criticarli, gli obblighi, che in essa abbiamo contribuito a deliberare nell’interesse comune e  dai quali oggi ci sentiamo oppressi, e gli errori che si sono fatti nelle politiche monetarie, non promuovendo a sufficienza lo sviluppo sociale ed economico di aree che stavano avendo la peggio nell’economia globalizzata in cui siamo immersi. Non si considerano invece nel giusto rilievo la pace, la stabilità, la solidarietà, l’unificazione delle normative verso alti principi sociali, che hanno pure caratterizzato le politiche europee. E, soprattutto, non si ha coscienza che abbiamo costruito una potenza molto diversa da quella che volevano realizzare altri che miravano all’unità europea. La volevano simile agli Stati Uniti d’America, uno stato federale alquanto bellicoso. Invece l’unità si è fatta secondo il principio di sussidiarietà, escogitato dalla dottrina sociale e applicato per l’influenza determinante dei cattolici, a partire dalla prima fase del processo di unificazione negli scorsi anni Cinquanta. Questo ha permesso un’unità pacificante, mantenendo vive le culture particolari delle nazioni dell’Unione, ciascuna con una propria lingua e alcune con più lingue, comprese le culture religiose. Altro che  dispotismo  europeo! 
 Il processo di unificazione europea, dal quale è dipesa la lunga pace di cui abbiamo beneficiato, si è organizzato intorno a tre nazioni: la Francia, la Germania e l’Italia. Si parla di treppiede  della vita a proposito dell’encefalo, del cuore e dei polmoni: la crisi di uno di questi organi mette in pericolo la vita. Francia, Germania e Italia sono il treppiede  dell’Unione Europea: la defezione di uno di questi attori politici metterebbe in crisi terminale il processo di unificazione europea, e, con esso, la pace europea. Noi, Chiesa, non ci siamo spesi a sufficienza per impedirla, in particolare in Italia. Al fondo, perché negarlo?, c’è  stata anche una crescente irritazione che si è avvertita nella gerarchia per certe decisioni europee, non tanto dell’Unione Europea quanto del Consiglio d’Europa,  in materia di valori, e quindi una crescente distanza  e disaffezione dal processo di unificazione europea.
  Fatto sta che il Papato rischia ora di ritrovarsi, in Italia, nelle stesse condizioni in cui era durante il fascismo mussoliniano, vale a dire in una nazione che progressivamente si chiude ed entra in polemica con gli altri europei, e questo non solo su questioni economiche e monetarie, ma sui grandi valori che hanno caratterizzato il processo di unificazione europea, quelli che riguardano la promozione della dignità umana universale. In un contesto, per di più, nel quale la nuova politica egemone non ha alcun interesse ad una conciliazione  con il Papato, essendo altamente laicizzata.
  E' possibile ancora incidere per impedire che le cose si mettano peggio di come stanno ora? E' possibile. Però non servono tanto ulteriori pronunce della gerarchia in materia di dottrina sociale, perché già ci sono e abbondanti, e gli spazi sono stati aperti come ha detto il cardinale Bassetti, quanto la ripresa dell'organizzazione pratica dell'azione sociale, con la collaborazione di clero e laici, la formazione capillare e continua in quel campo, il tirocinio concreto  a partire dalle parrocchie e fin dall'età del primo catechismo in ogni settore, gruppo, associazione, movimento, e infine la promozione dell'impegno sociale in tutti i settori in cui esso può avvenire sollecitando e sostenendo l'iniziativa laicale.
 E' la pratica di azione sociale che dobbiamo impegnarci a migliorare. 
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli.





La teologia di papa Francesco - Il sogno di una Chiesa evangelica - 2 -


La teologia di papa Francesco - Il sogno di una Chiesa evangelica - 2 -

   Una collana di libri divulgativi dedicata alla La teologia di papa Francesco. è stata pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana.
  Si tratta di libretti, nel senso di volumi di piccolo formato, tascabili.  Una persona se li può portare con sé durante il giorno e leggerli nei ritagli di tempo, ad esempio in metropolitana.
  Parlano della teologia di papa Francesco, ma non sono libri di teologia. Non sono rivolti agli studiosi di teologia, ma ad un pubblico colto di non specialisti. Possono essere compresi da chi ha fatto le superiori o, comunque, si sente in grado di leggere tutte le parti di un quotidiano.
 Che cos’è la teologia?
  Può essere intesa come disciplina scientifica: la riflessione con metodo rigoroso, quindi sistematico e conseguente alla premesse, sulla fede della Chiesa. Si è riconosciuti come teologi dopo aver seguito un percorso di formazione specifico ed aver dimostrato di saper ragionare con quel metodo. Un teologo deve innanzi tutto essere istruito sulle Scritture, conoscere tutto il pensiero di fede espresso sul settore specialistico a cui si è dedicato ed essere sufficientemente informato su pensiero espresso negli altri settori. Questo modo di procedere non è diverso da quello di altri campi della scienza.
 Può essere però essere  intesa anche come il complesso delle convinzioni di fede di una persona o di un determinato gruppo di fedeli. Allora esprime il modo in cui quella persona o quel gruppo dicono e vivono la loro fede religiosa. Ogni credente ha quindi una propria teologia. Quando si parla di teologia di un  Papa  è questo il senso che si utilizza.
  Nel presentare la collana, il teologo Roberto Repole ha ricordato che i Papi in maggioranza non sono stati teologi di professione, vale a dire scienziati della teologia. Tuttavia essi, come tutti i preti, hanno avuto una formazione teologica approfondita. Hanno saputo esprimere la loro fede in termini teologici, che troviamo utilizzati nei loro documenti ufficiali, ad esempio nelle encicliche, che contengono leggi per la Chiesa. I Papi si avvalgono della collaborazione di teologi di professione, come di altri scienziati di varie discipline, ma hanno una loro teologia, nel senso di concezioni e progetti di fede.
     Ci sono, nella teologia espressa da papa Francesco, elementi di novità. Alcuni li apprezzano, altri lei temono.  Conoscendo meglio la teologia di papa Francesco si può arrivare a capire che i timori sono ingiustificati. La novità, infatti,  è l’accentuazione e lo sviluppo del tema del Vangelo della misericordia, come fonte e criterio di riforma ecclesiale.  Ma vi è anche la ripresa dell’immagine della Chiesa come popolo di Dio proposta in modo innovativo dal Concilio Vaticano 2°.
  Propongo una sintesi dei volumi della collana, a partire da quello sull’ecclesiologia, vale a dire su come il Papa pensa la Chiesa, le sue prospettive, le riforme necessarie. Questo per invogliare ad approfondire mediante la lettura integrale dei testi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
*******************************************************

Roberto Repole, Il sogno di una Chiesa evangelica. L’ecclesiologia di papa Francesco, Libreria editrice Vaticana, 2017, €12.00
Sintesi
nota: il testo è tratto dal volume. Gli elementi di raccordo tra parentesi quadre sono inseriti da chi ha estratto la sintesi.
Sintesi di Mario Ardigò

Capitolo 2°
Il “santo popolo fedele di Dio”
parte prima

  Se ci si domanda a chi si riferisca Francesco quando parla di Chiesa, la risposta appare nitida: al santo popolo di Dio.
  La categoria più importante con cui li [Concilio] Vaticano 2°  ha parlato della Chiesa è stata quella del popolo di Dio.
  Con l’intenzione di arginare un’interpretazione sociologica e democratizzante del popolo di Dio, il Sinodo dei Vescovi del 1985 affermò che idea centrale e fondamentale dei documenti conciliari  è stata l’ecclesiologia di comunione (1). [Ciò] servì a chiarificare che quanto sta a fondamento della Chiesa è la comunione con Dio.
  Uno degli effetti di questa nuova fase di recezione e di interpretazione  del Concilio fu, però, anche quello di far cadere il sospetto sulla categoria [di popolo di Dio], con il pericoloso conseguente di mettere in primo piano una visione di Chiesa nella quale l’idea di comunione può facilmente indurre o a una eccessiva spiritualizzazione o a un eccessivo giuridicismo.

L’immagine della Chiesa che mi piace - ha affermato - è quella del santo popolo fedele di Dio. Non c’è identità piena senza appartenere a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato. Il popolo  è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioia e dolori.
[da A. Spadaro, Intervista a papa Francesco, pubblicata su Civiltà Cattolica, 19-8-2013]

  Nell’insegnamento di Francesco vengono nuovamente valorizzati, occorre menzionare, anzitutto il fatto che con la Chiesa si manifesta l’intenzione di Dio di salvare  gli uomini non individualmente  ma in quanto appartenenti al suo popolo.  In un mondo occidentale come quello contemporaneo, l’individuo si percepisce [invece] sganciato da ogni vincolo o legame e quale soggetto di diritti infiniti.
 Considerare la Chiesa quale popolo di Dio  permette, poi, di mettere maggiore evidenza la sua destinazione universale. Una delle preoccupazioni più vive di Francesco  è che la Chiesa rimanga aperta a tutti, che chiunque vi si possa sentire chiamato, che ciascuno vi si possa sentire a casa. Questa universalità [è] connessa con l’idea di una Chiesa misericordiosa, dove tutti possano trovare ospitalità. Esiste, infatti, un nesso intrinseco tra questa universalità e la misericordia - di Dio prima e della Chiesa di conseguenza - che permette di mettere in primo piano i più lontani, i poveri e i peccatori; soltanto quando siano raggiunti anche loro, si può realizzare una reale universalità; quest’ultima non si può mai costituire, al contrario, partendo dai “più vicini”.  Egli è il primo papa proveniente dall’America Latina e con lui le periferie  del sud del mondo vengono collocate al centro della Chiesa. L’America Latina è, infatti, «il subcontinente più diseguale e segnato dall’inequità - dice il teologo argentino Galli -, il che interpella la coscienza cristiana. In esso si sovrappongono la povertà e il cristianesimo: molti vivono la povertà a partire dalla propria fede e tutti dobbiamo vivere la fede per superare la povertà ingiusta. L’opzione per i poveri e la religione cattolica popolare segnano la fisionomia di una Chiesa dei poveri».
  L’aspetto inequivocabilmente più importane consegnato da un’ecclesiologia del popolo di Dio è, però quello della pari dignità e della corresponsabilità di tutti i cristiani. Il soggetto evangelizzatore non può essere solo qualcuno, ma tutti il popolo di Dio e, dunque, tutti i cristiani.
 Dice Francesco:
«Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa da laici. Il primo sacramento è il Battesimo. Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è un’elite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formiamo il santo popolo fedele di Dio».
 Ciò non toglie né sminuisce, naturalmente, il senso e l’importanza dei ministri ordinati, [ma] essi sono dentro la Chiesa , a servizio del suo esistere: «Un pastore non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire. Il pastore è pastore di un popolo, e il popolo lo serve dal di dentro».
  Francesco dichiara di apprezzare la «santità quotidiana» di questo popolo, quella riscontrabile in ogni soggetto ecclesiale in qualunque situazione di vita. Dalla visione della Chiesa quale popolo di Dio, Francesco [desume] una concezione “popolare” della Chiesa, per la quale la voce e l’apporto di ciascuno sono realmente indispensabili e nessun gruppo - né di chierici, né di laici -  può avanzare la pretesa di essere tutto o di sostituire gli altri. Tale prospettiva si traduce nella visione di un popolo di Dio che è tale in forza di legami tra i cristiani, come qualcosa di dato e al tempo stesso di perseguito, nella forza dello Spirito Santo.  Il Papa rintraccia nella fraternità mistica  la vera medicina contro la malattia dell’individualismo:
«dal momento che il modo di relazionarci con gli altri, che realmente ci risana invece di farci ammalare, è una fraternità mistica, contemplativa, che sa guardare  alla grandezza sacra del prossimo, che sa scoprire Dio in ogni essere umano, che sa sopportare le molestie del vivere insieme aggrappandosi all’amore di Dio, che sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono».

note:
(1) Assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi del dicembre 1985 sul tema "20° anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II".

Osservazioni mie

  Un teologo si interesserà a rintracciare le vicende storiche della teologia del popolo di Dio per cercare di fondarle rigorosamente nelle origini. Una persona che voglia semplicemente rendere ragione della propria fede, una volta acquisita consapevolezza dei riferimenti alle Scritture di tale pensiero, noterà i suoi elementi pratici di novità rispetto ad un’immagine di Chiesa che è ancora piuttosto radicata nella gente, quella che la presenta essenzialmente come gente radunata intorno ai chierici e ai religiosi consacrati, Papa e vescovi innanzi a tutti, gli elementi veramente caratterizzanti. Sempre nell’esperienza pratica si renderà conto della difficoltà di costruire una Chiesa di popolo sfrondata di tutti gli elementi culturali che di solito definiscono dal punto di vista antropologico e sociologico il popolo, salvo che di quello di origine teologica individuato nella misericordia reciproca. Un’unità  di popolo di tipo spirituale, mistica, quindi,  mentre solitamente ci si riconosce in un popolo in base alla condivisione di una certa cultura storicamente data. Ma la visione universalistica del popolo di Dio, destinato a comprendere nell’unità misericordiosa tutti i popoli della Terra, porta anche a superare, relativizzandole, anche se non annullandole, tutte le culture che caratterizzano quei popoli. E ciò mentre la  religione popolare, quella ad esempio centrata su certi santuari e feste locali, è fortemente legata a specifici elementi culturali locali, spesso con una storia di commistioni tra elementi religiosi e non e tra elementi religiosi di diversa origine, anche non cristiana.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

giovedì 24 maggio 2018

Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 4


Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 4

1. «Ricordiamo a tutti come non basti nemmeno avere un governo per poter guidare il Paese. Occorre – questo Paese – conoscerlo davvero, conoscerne e rispettarne la storia e l’identità»  ha detto l’altro ieri il cardinale Gualtiero Bassetti nella sua relazione a vescovi italiani riuniti nell’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Si era nel mezzo delle procedure istituzionali per scegliere una guida degli italiani. L’esortazione suona anche come un monito. In sostanza: aver avuto un maggior numero di voti alle elezioni, e quindi avere la legittimazione giuridica al governo, non basta. Perché? Capirlo è essenziale per fare tirocinio di democrazia. Ce lo insegna ora il capo dei vescovi, ma rientra nell’ABC  della politica. Dovrebbe poter essere appreso nelle scuole di politica democratica, delle quali però la politica sembra non occuparsi. Lo si fa invece nella Chiesa cattolica, in particolare nelle università religiose e in istituzioni come la nostra Azione cattolica. Questo perché le une e le altre non hanno di mira solo il  sapere, né il potere per il potere,  ma anche la trasformazione in meglio  della società nel senso della giustizia insegnata dalla fede.
  Anni fa il filosofo Karl Popper (1902-1994), nel libro Cattiva maestra televisione (allegato nel 1994 alla rivista  Reset) [tuttora in commercio dal 2002 in traduzione italiana, edito da Marsilio, €8,50], sostenne che, visto l’influsso dei programmi televisivi sulla cultura popolare, sarebbe stato necessario che chi faceva televisione ottenesse una patente. Non sarebbe opportuno qualcosa di simile anche per chi fa politica, specialmente in ruoli importanti, nazionali? In fin dei conti la vita di tutti noi dipende in parte rilevante da ciò che si comanda ai vertici dello stato. Eppure, è stato osservato da molti commentatori politici, ai tempi nostri non si ritiene più necessaria una particolare formazione alla politica. “Tutto è politica”, si cominciò a sostenere negli anni ’70, l’epoca della mia adolescenza. Da questo consegue che  tutti sanno fare politica? In effetti ciascuno di noi è un attore politico, nel senso che con tutto ciò che fa influenza la politica e, in questo senso fa  politica. Si esce di casa in massa tra le sette e le otto del mattino, ciascuno in base ad una sua decisione che però dipende anche dall’orario fissato per lui per l’inizio del lavoro, e si crea un problema politico: il traffico cittadino. Esso condiziona la vita di tutti, e non solo per il tempo in più che si perde per arrivare, ma, ad esempio, per la minaccia alla salute costituita da certi componenti nocivi microscopici che si sprigionano dalla massa dei veicoli in movimento. Risolverlo richiede una programmazione, decisioni politiche, da imporre con autorità: anche questa è politica. Però, per decidere bene, occorre più sapienza.  Ma deliberare non basta. Occorre anche suscitare un consenso di massa per certe decisioni. A Roma i più si fermano quando il semaforo è rosso, ma potrebbero anche passare impunemente perché non c’è un vigile ad ogni incrocio. Ci si ferma perché si pensa che sia giusto così, per non rimanere ferito e per non fare male agli altri. Si è creato un consenso molto vasto su questa regola. Non dappertutto è così. E non sempre è così, nella stessa nostra città. A certe ore della notte le violazioni sono di più. C’è poco traffico. Perché fermarsi, quando ci si è accertati che non passa nessuno? Accade lo stesso, certe volte, ai semafori solo pedonali. Se non si rischia lo scontro con altri veicoli si è meno cauti. E i pedoni? Si pensa che si fermeranno per non essere investiti. Ma ci sono in giro gli anziani, i disabili, i bambini, gente che è meno pronta ad avvertire e scansare il pericolo. Si cerca allora di convincere gli automobilisti a rispettare sempre gli ordini impartiti automaticamente dai semaforo, ad dare quindi un consenso più intenso. Ma anche di fare lo stesso con i pedoni e altri utenti della strada, ad esempio i ciclisti. Anche questa è politica. Ma per suscitare questo consenso occorre conoscere  la gente, in un senso che però significa più del sapere come  è fatta, come la pensa e che cosa fa in genere. Non si tratta di osservarla come farebbe un antropologo. Si tratta di sapere avere con essa delle relazioni sociali per cui si sia effettivamente accreditati di una certa autorità e, in definitiva, si riesca ad essere obbediti anche senza la minaccia imminente di una sanzione e un poliziotto a vigilare da ogni parte. I sociologi definiscono questo effetto come una  legittimazione  sociale, distinguendola da quella giuridica, che consegue a certe procedure istituzionali per le quali uno riesce ad essere nominato ad un certo incarico che comporti autorità. Negli anni ’80  i sociologi osservarono che il sistema politico italiano era in piena crisi di legittimazione sociale. Fu il decennio in cui fiorirono intensamente  scuole di politica. Era la via giusta per recuperarla, ma, mi pare, con si ebbe sufficiente perseveranza. Ad un certo punto si seguirono altre strade. Io per qualche tempo,  da universitario, partecipai ad una di quelle scuole di politica, animata dal giornalista romano Paolo Giuntella (1946-2008). Una delle più note scuole di politica dell’epoca fu quella organizzata a Palermo dai padri gesuiti padre Bartolomeo Sorge ed Ennio Pintacuda, che produsse effetti rilevanti per la città, che ancora si avvertono. Ancora una volta: la Chiesa maestra di politica.
   Se un’autorità politica non ha la capacità di suscitare intorno alle sue decisioni una legittimazione sociale, l’istituzione che essa controlla non ha presa tra la gente e il settore della società che giuridicamente le è affidato va per fatti suoi, si sfalda e, se non riesce spontaneamente a trovare un ordine diverso, crolla. Per farsi una sensazione emotiva di una situazione simile, consiglio di acquistare il dvd con il film Titanic, del 1997, diretto dal regista James Cameron, con Leonardo Di Caprio e Kate Winslet. E’ basato su un naufragio realmente avvenuto nel 1912, nell’Oceano Atlantico, al largo di Terranova. Ma il film racconta che cosa succede quando affonda una società e non si riesce a recuperare un ordine diverso per salvarla. C’è un evento traumatico. Per un po’ sembra non essere avvenuto nulla. Poi tutto comincia a cambiare, e le cose vanno sottosopra. Ma questo, da punto di vista sociale, potrebbe non essere il peggio. Potrebbe subentrare un ordine violento e oppressivo, come accade dove una mafia riesce a dominare. E’ storicamente accaduto e potrebbe succedere ancora.
  A volte, quando non si hanno né la pazienza né la voglia di conoscere, si va per le spicce e si cerca di dominare. Questo è più facile con le tecnologie di cui oggi  disponiamo. La gente crea reti sociali sul WEB e pensa di interloquirvi liberamente. Invece ci sono agenzie che, con raffinate tecniche di psicologia sociale, riescono a influirvi, cambiando le opinioni della gente. Lo scandalo Facebook  recentemente divenuto di pubblico dominio consiste sostanzialmente in questo. E chi controlla quella rete sociale ha ammesso il peggio, vale a dire che effettivamente  dati immessi in quella rete sono stati sfruttati a quei fini. Si è impegnato a fare in modo che questo non si ripeta. La  democrazia telematica  corre il rischio di essere inquinata, di non  essere vera democrazia, ma una forma di manipolazione di massa. Questo accade perché il senso critico della gente nell’interagire sul WEB sembra affievolirsi.
  Sento dire talvolta:  “peggio di così non può andare”.  Chi ricorda la storia studiata a scuola, sa che non si può fare affidamento su questa convinzione. Del resto il detto popolare non dice “il peggio non è mai morto”? Realisticamente bisogna invece riconoscere che, sicuramente, peggio di così può andare. Ad esempio va peggio nella Turchia di oggi, afflitta da una crescente e inarrestabile inflazione. I soldi della gente sembrano svanire prima di essere spesi. Lì non ci sono le autorità monetarie dell’Unione Europea a correggere ciò che non va. La Turchia non è riuscita ad ottenere l’adesione all’Unione, che pure aveva richiesto pressantemente. L’Italia ha vissuto un periodo così negli anni ’70. Al termine del decennio l’inflazione raggiunse il 21%. In quegli anni mio padre andò in pensione da un impiego statale con un ottimo trattamento. Ma in pochi anni fu costretto a riprendere a lavorare come commercialista perché l’inflazione se lo era tutto mangiato. Chi non riusciva a integrare in qualche modo la pensione, era costretto a ridurre, anche di molto, il tenore di vita. Nel 2017 l’inflazione è stata calcolata allo 0,90 %. I soldi, in Euro, non svaniscono più. Un italiano che, come me, è vissuto negli anni ’70 dovrebbe apprezzarlo e parlarne ai più giovani, come appunto sto facendo ora.
2. Di che cosa è fatto un Paese? E’ fatto di un popolo, quindi di gente, stanziato in un certo ambiente naturale, che per noi è l’Italia  geografica, con una certa cultura, che comprende anche le istituzioni.
  Con cultura non si intende sono la sapienza intellettuale, quella che si impara sui libri. Ogni tanto lo ricordo. Secondo la definizione di Edward Burnett Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871):
         "Cultura o civiltà è un insieme complesso che include la conoscenza, le          credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e          abitudine acquisita dall'uomo come membro della società".
Se ne trova un'altra definizione al n.53 della costituzione   La gioia e la speranza -  Gaudium et spes, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965):
"Con il termine generico di «cultura» si vogliono indicare tutti quei mezzi          con i quali l'uomo affina ed esplicita le molteplici sue doti di anima e          corpo;        procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la          conoscenza ed il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella          famiglia che nella società    civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l'andare del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi   esperienze ed aspirazioni spirituali, affinché     possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano. Di conseguenza la cultura presenta       necessariamente un aspetto     storico e sociale, e la voce «cultura»          esprime spesso un significato         sociologico ed etnologico. In questo        senso si parla di pluralità delle         culture. Infatti  dal diverso modo di far uso delle cose, di lavorare, di     esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi, di   creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere     di organizzare i beni della vita. Così pure si costruisce l'ambiente          storicamente  definito, in cui ogni uomo, di qualsiasi stirpe ed epoca, si          inserisce, e da cui attinge i beni che gli consentono di promuovere la civiltà."
 La cultura si impara anche,  ma non solo, a scuola. C’è una scuola di vita. Quella cultura che  è importante conoscere per ottenere una legittimazione sociale si impara vivendo tra la propria gente,  conoscendola veramente. Ma, è questo è molto importante, non si  conosce  in quel senso se non ciò che si ama. Una guida del popolo, insegnano i nostri vescovi, dovrebbero accostarlo con animo di genitore, materno/paterno. Ma, aggiungo, e questo forse non sempre lo può dire esplicitamente un vescovo per i suoi doveri di stato, occorre anche una relazione d’amore analoga a quella che si sperimenta tra i sessi: si conosce il popolo di cui ci si innamora. Nelle Scritture c’è un libro, il Cantico dei Cantici, che tratta appunto di questo. I nostri vescovi vorrebbero essere tra noi guide fatte così, padri-pastori  innamorati di noi. Il Buon Pastore, sul modello evangelico, dà la vita per il gregge. E, è scritto, non c’è amore più grande di questo: dare la vita per chi si ama. La  buona  politica è fatta anche, ed essenzialmente, di questo.
  Di questi tempi si sente molta gente importante che parla a nome del popolo:  “Il popolo vuole questo”, “Il popolo vuole quello”. Il popolo siamo tutti noi, che idealmente viaggiamo tutti insieme su questa grande nave che si trova in acque agitate e pericolose è  che è l’Italia. Non viaggiamo tutti in prima classe. Sul Titanic, di cui dicevo prima, c’erano i signori della prima classe e i migranti dell’ultima classe, con le cabine nella stiva. Nel film, al manifestarsi del disastro, sono i primi che l’equipaggio tenta subito  di mettere in salvo, i signori della prima classe. Poi gli altri riescono a liberarsi e ad andare sul ponte e allora si cerca di dare priorità a donne e bambini, secondo criteri umanitari. Ma la folla preme, ad un certo punto è il caos. Si scopre che le scialuppe di salvataggio non bastano. Per il gran disordine non si riesce a calarle in acqua. Mentre il vascello si spacca e inizia ad inabissarsi, e il mondo va sottosopra, un’esperienza tragica vissuta in Italia nel naufragio della nave Concordia nel 2012, vicino all’isola del Giglio, tutti cercano di rimanere fuori dell’acqua aggrappandosi alle strutture della nave ormai persa, quella dalla quale dipende la loro sopravvivenza, che però alla fine va sotto, in una rovina sempre più veloce con il procedere del disastro. Così accade anche quando crolla uno stato. Gli italiani vissero un’esperienza simile tra il 1943 e il 1945.
  Diversi rivoluzionari, come fu in India Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1946), detto Mahatma, “grande anima”, iniziarono la loro epopea politica con un lungo viaggio tra la propria gente. Non bastano conoscenze  virtuali  fatte sul WEB. In quel mondo finto nessuno in genere non ci si mostra come realmente si è. Non ci si incontra veramente.  E non si riesca ad amare chi si incontra in quel modo. E quindi non lo si conosce, nel modo in cui serve in politica.
 Tuttavia per quanto si viaggi non è alla nostra portata conoscere tutti. Ce se ne può fare solo un’idea schematica, realistica in quanto tratta da esperienze di relazioni reali e nei limiti in cui lo è. Ma quelle relazioni saranno sempre parziali, per quanto numerose siano. Non siamo dei. Siamo esseri viventi limitati. La religione ci insegna a contare i nostri giorni e a imparare così l’umiltà nel vivere.  I sociologi e gli economisti sondano continuamente, con l’aiuto di metodi statistici, le relazioni tra la gente, delle quali è fatta la società. Cercano di averne un’immagine affidabile, ma essa muta sempre e nessuna autorità riesce ad averne il pieno dominio, per quanta legittimazione sociale riesca ad aggiungere a quella giuridica. Ogni autorità pubblica è solo uno degli attori di questo sistema molto complesso di relazioni sociali. Lo si scopre presto, dal primo giorno in cui si incaricati di qualche potere pubblico. Il tempo e le forze non bastano per fare quello che ci si era proposti. A quel punto, se non si  ama  a sufficienza, ci si concentra su ciò che è di immediato proprio interesse: il mantenimento del potere per il benessere proprio e di quelli della proprio cerchia. Ogni autorità tende a questo se non corretta da un sistema di  limiti-valore,  si corrompe. Se però si comincia già  senza dare sufficiente importanza ai valori, la degenerazione è molto più veloce.
  La nostra vita, ai nostri tempi più che in ogni altra epoca, dipende da questo gigantesco e in gran parte oscuro sistema di relazioni sociali, sul quale, per le sue dimensioni e la sua complessità, le autorità pubbliche riescono ad intervenire solo in parte. Nessun vero totalitarismo è più possibile.  Ma certamente i poteri pubblici possono influenzare significativamente, nel bene o nel male, la vita di una società. Le cose vanno senz’altro male quando se ne ha un’immagine non affidabile e allora le  decisioni della politica possono fare molto danno, come quando, in acque pericolose, non ci si dà tanta pena per le montagne di ghiaccio che vengono segnalate.
 Da ciò che dicono alcuni politici, essi sembrano talvolta poco consapevoli di ciò che ho osservato. Pensano a  nuovi inizi, come se si potesse veramente ripartire da zero, in uno spazio vuoto. Ricominciare da capo non è mai possibile. Ci si avvicenda al timone. Ma che competenza ha il  comandante? Per alcuni chiederselo non è più importante. Si taglia, si modifica, qualcosa cambia, ma se poi si interferisce imprudentemente, per insufficiente conoscenza,  con elementi strutturali, quelle relazioni sociali più forti e importanti che tengono in piedi l’insieme, come un muro portante o la gabbia di travi in cemento armato negli edifici più recenti? Certi disastri nel corso di lavori di ristrutturazione edilizia sono causati da questo.
  Non c’è in giro sufficiente consapevolezza che il popolo  non è una realtà unitaria, come se tutti fossero nella società nella stessa condizioni, nelle stesse relazioni. Ci sono, ad esempio, gli sfruttati e gli sfruttatori, questi ultimi una minoranza privilegiata, i primi una maggioranza che subisce per vari motivi una condizione ingiusta. Storicamente i privilegiati tendono a prevalere tra la gente di governo. Non è sempre stato cosi nella nostra democrazia repubblicana. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei,  si dice. E’ un buon metodo. Per giudicare una persona e per sapere da che parte sta in società è consigliabile vedere con chi si è accompagnato. Che tipo di pastore  è: è uno che mira a sfruttare economicamente il gregge, o si sforza di essere come il Buon Pastore evangelico, che dà la vita per il gregge? Chi  ama  veramente? Con chi sta, con gli sfruttatori o con gli sfruttati?
  Non  è detto che chi comanda riesca ad ottenere ciò che vuole. Ma se riesce a mettere le mani  sui poteri dello stato ha molti strumenti per farlo. Uno stato come l’Italia ha potenti strumenti di coercizione di massa, le Forze Armate,  le Forze di polizia. In Italia storicamente sono rimaste sempre, in genere, fedeli alle istituzioni. Ma in altre parti del mondo, e anche vicino a noi, ad esempio in Grecia a cavallo tra gli anni ’60 e ’70,  è andata diversamente. La degenerazione è sempre possibile. Si produsse in parte durante il regime fascista mussoliniano, dagli anni Venti agli anni Quaranta del secolo scorso.
 Nessun essere umano è un’isola, lo scrisse il mistico statunitense Thomas Merton, in un libro che vi consiglio di leggere [edito da Garzanti, €11,90]. Nasciamo e ci formiamo in uno strato della società e da quello possiamo elevarci al governo di tutti solo superando visioni di  parte e facendoci carico dei problemi di tutti, anche se, ad esempio, ci siamo trovati in società tra  i privilegiati. Ci si può riuscire solo  amando,  come ci esortano a fare i nostri vescovi e come anche loro cercano di fare. A volte, così, ci si può immedesimare nella condizione di chi sta peggio, provare  empatia, e quindi poi decidere anche tenendo conto quel punto di vista, quelle vite. E’ diverso il caso della politica che si proponga di risolvere i problemi della società allontanando o discriminando  quelli che manifestano problemi.
 Devo dire che in certa politica brutale di oggi, quella che minaccia sfracelli in particolare verso i più bisognosi, non mi riesce a riconoscere gente innamorata del suo popolo, ma al più persone che cercano complici. Non amici, complici. Si  è complici solo per fare il  male. Un cristiano il male lo ripudia: né è tentato, ma cerca di allontanarsene. Non uccidere!, il comandamento di sempre, fa parte della legge santa, ma oggi non sembra avere più la stessa forza in società. Questo male che circola minaccia l’integrità sociale e le istituzioni. Il violento  non conosce, detesta, odia. E la società che guida viene poi su male. Accadde  nel fascismo storico, che guidò gli italiani nella catastrofe di una guerra ingiusta, in cui si fu dalla parte degli aggressori. Facciamolo noi, prima che altri lo facciano a noi, sostanzialmente si disse, come anche oggi si riprende a dire. Ignorare la storia porta a essere condannati a ripeterla, sostenne lo scrittore Primo Levi.
 La politica più bellicosa sembra fare meno paura perché prende di mira da un lato gli stranieri bisognosi che sono arrivati da noi, gente diversa da noi,  e dall’altro l’Europa, vale a dire gli altri Europei. Dunque gli italiani non se ne sentono minacciati. Si sentono tutti da un stessa parte, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati. Si sentono  legati  dalle regole europee, che anche l’Italia ha contribuito a deliberare nell’interesse di tutti, e, in particolare, costretti a prendersi cura di migranti poveri che da noi sono indesiderati, e poi impediti dal manovrare la moneta come si fece negli anni ’70 (con le conseguenze che ho ricordato). Sospettano un imbroglio dietro le parole di chi dice che occorre essere più virtuosi, per non fare crollare tutto. Che, per creare ricchezza, la moneta va governata virtuosamente: non basta stamparla.  Pensano  che l’Italia, da sola, come è sola oggi  la Turchia, potrebbe fare meglio. Mio zio Achille, sociologo all’epoca piuttosto ascoltato, negli anni 70, parlò,  a proposito di opinioni simili, come di un  degrado levantino, di un’Italia spinta verso, appunto, il vicino Oriente. Non lo riteneva positivo.
  Si cercano in  Europa, intendendo quella fuori dei nostri confini, le origini di mali che in realtà vanno individuate proprio nella  nostra Europa, in Italia, fondamentalmente causati da  squilibri creati da una politica dei redditi  che ha privilegiato chi già aveva di più. E’ il tema delle  diseguaglianze  crescenti, che in genere sociologi ed economisti richiamano con preoccupazione, poco ascoltati, come il grillo parlante  della favola di  Pinocchio. Rimanendo da soli, facendoci isola da penisola che siamo, staccandoci dall’Europa solidale, rimarrebbero  tra noi, senza possibilità di correzione, tutti i problemi che hanno generato ciò che ci affligge.
  Sono i  propositi di violenza contro chi sta peggio in società che dovrebbero urtare maggiormente l’animo nostro, di gente di fede.
  Trascrivo di seguito l’accorato insegnamento di Joseph Ratzinger - Benedetto 16°, che ho trovato nell’antologia  Liberare la libertà - Fede e politica nel Terzo Millennio, Cantagalli, 2018, €18, a pag.20,  nel capitolo   Il Venerdì Santo della storia: uno sguardo sul Ventesimo secolo:
«Non è un caso che la fede in Dio parta da un capo ricoperto di sangue e ferite, da un Crocifisso; e che invece l’ateismo abbia per padre Epicuro, il mondo dello spettatore sazio.
 D’improvviso balena l’inquietante, minacciosa serietà di quelle parole di Gesù che abbiamo spesso accantonato perché le ritenevamo sconvenienti: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel Regno dei Cieli. Ricco vuol dire uno che ‘sta bene’, uno cioè che è sazio di benessere materiale e conosce la sofferenza solo dalla televisione. Proprio di Venerdì Santo non vogliamo prendere alla leggera quelle parole che ci interpellano ammonitrici. Di sicuro non vogliamo e non dobbiamo procurarsi dolore e sofferenza da noi stessi. E’ Dio che infligge il Venerdì santo, quando e come vuole. Ma dobbiamo imparare sempre più -e non solo a livello teorico, ma anche nella pratica della nostra vita- che tutto in buono è un prestito che viene da Lui e ne dovremo rispondere davanti a Lui. E dobbiamo imparare -ancora una volta, non solo a livello teorico, ma nel modo di pensare e di agire- che accanto alla presenza reale di Gesù nella Chiesa e nel Sacramento, esiste quell’altra presenza reale di Gesù nei più piccoli, nei calpestati di questo mondo, negli ultimi, nei quali egli vuole essere trovato da noi. E, anno dopo anno, il Venerdì Santo ci esorta in modo decisivo ad accogliere questo nuovamente in noi.»
  Per un credente, ogni atto di discriminazione, di esclusione, di abbandono è un atto empio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
   

Dalla relazione del card. Gualtiero Bassetti, svolta il 22 maggio 2018 in apertura della seconda giornata dell’Assemblea generale della Cei (Roma, 21- 24 maggio 2018),


  Dalla relazione del card. Gualtiero Bassetti, svolta il 22 maggio 2018  in apertura della seconda giornata dell’Assemblea generale della Cei (Roma, 21- 24 maggio 2018), sul tema Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo e in preparazione del Sinodo dei Vescovi del prossimo ottobre, dedicato a I giovani, la fede e il discernimento vocazionale.

[…]
 
 
  A questo nostro convenire di pastori, che amano il popolo in mezzo al quale sono stati posti, guarda sicuramente con attenzione l’intero Paese, specie in una fase delicata come l’attuale.
  Non sarebbe difficile, probabilmente, dar fiato a una serie di preoccupazioni, a fronte delle difficoltà in cui si dibatte la nostra gente, a causa di una crisi economica decennale che ha profondamente inciso sulla stessa tenuta sociale.
  Non sarebbe difficile nemmeno osservare come a tale stato di prostrazione sia venuto associandosi un clima di smarrimento culturale e morale, che ha prodotto un sentimento di rancore diffuso, di indifferenza alle sorti dell’altro, di tensioni e proteste neanche troppo larvate.
  Non sarebbe, infine, difficile riconoscere pure che un simile disagio sociale ha avuto effetti pesanti anche in politica, effetti visibili nella situazione di stallo e di confusione di ruoli che ha segnato l’avvio di questa Legislatura.
  Ma non credete, cari Confratelli, che anche nel contesto attuale ci siano ragioni fondate per dire che la partita non è persa?  Non credete che le radici siano buone e il Paese più sano di come spesso lo si dipinga? Non credete che, non solo non siamo semplicemente allo sbando o alla deriva, ma ci sia ancora tanta disponibilità per il bene comune?
  Tra pochi mesi celebreremo il centenario dell’appello ai Liberi e Forti, lanciato da un gruppo di tenaci democratici, riuniti intorno a don Luigi Sturzo. Fu l’inizio di una storia, quella del cattolicesimo politico italiano, che ha segnato la nostra democrazia e che ci ha dato una galleria di esempi alti di dedizione, di umiltà, di intelligenza. Abbiamo vissuto momenti gloriosi e momenti dolorosi, sperimentato la forza ma anche la debolezza, la meschineria, il tradimento, la diaspora. Vecchi partiti si sono sgretolati, nuovi soggetti sono venuti sulla scena, ma nessuno può negare che nelle migliaia di Comuni italiani ci sono persone che senza alcuna visibilità e senza guadagno reggono le sorti della nostra fragile democrazia. Chi si impegna nell’amministrare la cosa pubblica deve ritornare ad essere un nostro figlio prediletto: dobbiamo mettere tutta la forza che ci resta al servizio di chi fa il bene ed è davvero esperto del mondo della sofferenza, del lavoro, dell’educazione. Quello che ha sempre guidato i cattolici italiani – penso, ad esempio, al beato Giuseppe Toniolo – è stato un grande bisogno di distinguersi e di portare alta la divisa evangelica pure in politica. La storia della Chiesa italiana è stata una storia importante anche per la particolare sensibilità per l’aspetto politico dell’evangelizzazione: nessuna Conferenza episcopale come la nostra possiede un tesoro così ricco di documenti e di testimonianze. Dobbiamo esserne fieri, ma soprattutto è venuto il momento di interrogarci se siamo davvero eredi di quella nobile tradizione o se ci limitiamo soltanto a custodirla, come talvolta si rischia che avvenga perfino per il Vangelo.
  Dove sono le nostre intelligenze, dove sono le nostre passioni?  Perché il dibattito tra noi è così stentato? Di che cosa abbiamo timore? Gli spazi che la dottrina e il magistero papale ci hanno aperti sono enormi – come ribadiva ieri sera il Santo Padre – ma sono spazi vuoti se non li abitiamo. E spazi dottrinali vuoti o pieni di pia retorica non sono sufficienti a contenere le tragedie di questa umanità in mezzo alla quale la misericordia del Signore ci ha posto.
  Cari amici, la fede non può essere fumo, ma fuoco nel cuore delle nostre comunità. Credo che, con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana per fare un esame di coscienza e, soprattutto, per rinnovare la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che sentono che la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti, sono pochi? Ancora una volta, non è questione di numero, ma di luce, lievito e sale: ogni società vive e progredisce se minoranze attive ne animano la vita spirituale e si mettono al servizio di chi nemmeno spera più.
  In questo momento cruciale della nostra storia, esprimiamo con convinzione la nostra stima al Presidente della Repubblica per la guida saggia e paziente con cui sta facendo di tutto per dare un governo all’Italia.
  Nel contempo, ricordiamo a tutti come non basti nemmeno avere un governo per poter guidare il Paese. Occorre – questo Paese – conoscerlo davvero, conoscerne e rispettarne la storia e l’identità; bisogna conoscere il mondo di cui siamo parte e nel quale la nostra Repubblica – cofondatrice dell’Europa unita – è desiderosa di ritornare a svolgere la sua responsabilità di Paese libero, democratico e solidale. Anche la nostra Chiesa è attraversata da un respiro europeo e chi frequenta i nostri confratelli sa quanto le Chiese del Continente siano alla ricerca di idee e di entusiasmi per educare e favorire la crescita di un’etica pubblica.
  Questi principi fanno parte integrante della nostra cultura. A questi principi intendiamo dare un contributo reale, convinti che – come dicevo a inizio d’anno – questo sia un tempo in cui «occorre ricostruire la speranza, ricucire il Paese, pacificare la società».
  Prendiamo, dunque, le distanze dal disincanto, dalla prepotenza e dalla sciatteria morale che ci circondano. Prendiamo le distanze dalle nostre stesse paure. Facciamolo in nome del Vangelo e sempre con il sorriso e a voce bassa. Ci troveremo a condividere la strada con tante persone buone, sincere e oneste.



mercoledì 23 maggio 2018

Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 3 -


Cose da sapere per iniziare a praticare la democrazia - 3 -


8 dicembre 1965 - Papa Paolo 6° consegna il Messaggio del Concilio alle persone di cultura e agli scienziati  al filosofo francese Jacques Maritain


1.  Di fronte alla brutalità semplificatrice che si osserva in alcune manifestazioni della politica italiana di oggi, la fatica di accostarsi agli ultimi due millenni di storia europea, per capire il nostro mondo,  può sembrare inutile. Eppure è proprio da essa che cominciò, negli anni ’30, la formazione, nel Movimento Laureati Cattolici, all’epoca componente dell’Azione Cattolica, di una nuova classe politica democratica, e questo negli anni del trionfo del regime fascista storico, che di una brutalità analoga a quella di oggi aveva fatto una propria connotazione. Ciò si fece, ad esempio, accostando il libro del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), Umanesimo Integrale, del 1936, che fu tradotto in quegli anni da Giovanni Battista Montini, dal 1963 papa con il nome di Paolo 6°. Un libro di non facile lettura, impegnativo. Progettando una rigenerazione della politica europea, minacciata all’epoca dagli opposti totalitarismi fascista e comunista, e diffidente verso le manifestazioni religiose nell’altra parte, Maritain pose al centro della sua riflessione l’umanesimo, inteso in senso largo come orientamento diretto a riconoscere la dignità dell’essere umano. Scriveva nell’introduzione:
“[…] l’umanesimo  occidentale ha sorgenti religiose e ‘trascendenti’ senza le quali è incomprensibile a se stesso - chiamo ‘trascendenti’ tutte le forme di pensiero, comunque possano essere diverse sotto altri aspetti, le quali pongono al principio del mondo uno spirito superiore all’uomo; nell’uomo uno spirito il cui destino va al di là dei tempi; e una pietà  naturale e sovrannaturale al centro della vita morale”.
[pag.60 dell’edizione in traduzione italiana edita da Borla, 2009, tuttora in commercio].
   Maritain, l’8 dicembre 1965, ricevette dal papa Montini il messaggio del Concilio Vaticano 2° alle persone di cultura e agli scienziati.

  Un saluto tutto speciale a voi, ricercatori della verità, a voi, uomini di pensiero e di scienza, esploratori dell’uomo, dell’universo e della storia, a voi tutti, pellegrini in marcia verso la luce, e anche a quelli che si sono fermati nel cammino, affaticati e delusi da una vana ricerca.
  Perché un saluto speciale per voi? Perché qui tutti noi, Vescovi, Padri del Concilio, siamo in ascolto della verità. Che cosa è stato il nostro sforzo durante questi quattro anni, se non una ricerca più attenta e un approfondimento del messaggio di verità affidato alla Chiesa, se non uno sforzo di docilità più perfetta allo Spirito di verità?
Noi dunque non potevamo non incontrarci con voi. Il vostro cammino è il nostro. I vostri sentieri non sono mai estranei ai nostri. Noi siamo gli amici della vostra vocazione di ricercatori, gli alleati delle vostre fatiche, gli ammiratori delle vostre conquiste e, se occorre, i consolatori dei vostri scoraggiamenti e dei vostri insuccessi.
  Anche per voi abbiamo dunque un messaggio, ed è questo: continuate a cercare, senza stancarvi, senza mai disperare della verità! Ricordate le parole di uno dei vostri grandi amici, sant’Agostino: “Cerchiamo con il desiderio di trovare, e troviamo con il desiderio di cercare ancora”. Felici coloro che, possedendo la verità, la continuano a cercare per rinnovarla, per approfondirla, per donarla agli altri. Felici coloro che, non avendola trovata, camminano verso essa con cuore sincero: che essi cerchino la luce del domani con la luce d’oggi, fino alla pienezza della luce!
  Ma non dimenticatelo: se il pensare è una grande cosa, pensare è innanzitutto un dovere; guai a chi chiude volontariamente gli occhi alla luce! Pensare è anche una responsabilità: guai a coloro che oscurano lo spirito con i mille artifici che lo deprimono, l’inorgogliscono, l’ingannano, lo deformano! Qual è il principio di base per uomini di scienza, se non sforzarsi di pensare giustamente?
  Per questo, senza turbare i vostri passi, senza accecare i vostri sguardi, noi vogliamo offrirvi la luce della nostra lampada misteriosa: la fede. Colui che ce l’ha affidata è il Maestro sovrano del pensiero, colui di cui noi siamo gli umili discepoli, il solo che abbia detto e potuto dire: “Io sono la luce del mondo, io sono la via, la verità e la vita”.
  Questa parola vi riguarda. Forse mai, grazie a Dio, è apparsa così bene come oggi la possibilità d’un accordo profondo fra la vera scienza e la vera fede, l’una e l’altra a servizio dell’unica verità. Non impedite questo prezioso incontro! Abbiate fiducia nella fede, questa grande amica dell’intelligenza! Rischiaratevi alla sua luce per afferrare la verità, tutta la verità! Questo è l’augurio, l’incoraggiamento, la speranza che vi esprimono, prima di separarsi, i Padri del mondo intero, riuniti in Concilio a Roma.

  La politica brutale che oggi infesta quella buona come la zizzania il buon grano nella parabola evangelica è ancora ingenuamente fascinata dalla cultura. Ingenuamente  perché non l’apprezza veramente e non l’apprezza perché non la capisce, e soprattutto non ne capisce il valore e l’utilità. Se ne vorrebbe servire al più come di un marchio d’impresa, per dare lustro ad una confezione che rimane quella che è, creata con l’apporto determinante di incolti brutali. Era fatta sostanzialmente di questo l’ideologia del fascismo storico, che pure riuscì a coinvolgere anche persone di vero valore intellettuale, come il filosofo Giovanni Gentile. Quest’ultimo aderì fondamentalmente perché disperava che la guida delle masse incolte potesse farsi altro che con il metodo politico brutale del fascismo. Pensava inoltre alla religione come ad una forma di filosofia di basso livello destinata agli incolti. Montini e Maritain la pensavano all’opposto. Così come tutti gli autentici democratici.
  Per imparare la democrazia e farne tirocinio occorre dunque iniziare dall’umanesimo, dai valori: dal capire quale modello di essere umano c’è dietro ogni politica. E’ ciò che insegnò Maritain in Umanesimo integrale.
  Quanto disprezzo per gli esseri umani c’è dietro le politiche brutali che sembrano oggi affascinare gli italiani, compresi i cattolici! Un  umanesimo inumano  lo definì Montini nel 1967 in uno dei più emozionanti documenti della dottrina sociale, l’enciclica  Lo sviluppo dei popoli - Populorum progressio:

42. È un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò, se non lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini? Un umanesimo chiuso, insensibile ai valori dello spirito e a Dio che ne è la fonte, potrebbe apparentemente avere maggiori possibilità di trionfare. Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma "senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano" (1). Non v’è dunque umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana. Lungi dall’essere la norma ultima dei valori, l’uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l’espressione così giusta di Pascal: "L’uomo supera infinitamente l’uomo".
(1) citazione dal libro del filosofo francese Henri-Marie de Lubac, Il dramma dell’umanesimo ateo, del 1945.

2. Sembra  naturale  sgomitare tra gli altri e discriminare i deboli che chiedono aiuto giungendo da noi dagli inferni del mondo che noi, per il nostro benessere, abbiamo contribuito a creare e depredare. Non è così che è organizzata la natura, dove il grosso prevale sul piccolo e se lo mangia? Che male c’è?,  si dice in giro. Tutti fanno così, si aggiunge. Se non facciamo così, gli altri ci si mangiano, ci si giustifica. Facciamolo noi, prima che altri lo facciano a noi. Questo ragionamento, terra terra, che sembra alla portata di tutti, che pare rispondere meglio di ogni altro all’animo nostro, nasconde appunto l’umanesimo inumano,  ateo, empio. Ci si può cadere dentro quando si rifiuta la fatica del pensiero e l’insegnamento dei veri maestri, quelli con curricoli che resistono ad ogni verifica, come sono stati storicamente i papi, pur con tutte le loro miserie umane che condividono con ciascuno di noi. Essi si sforzarono di  superarle, questo significa  trascendere, fissando gli occhi su ciò che non passa, verso il Cielo. Alla scuola dei papi un cattolico dovrebbe essere in grado di riconoscere le idee malvagie,  frutto di un umanesimo inumano, ateo, ribelle al Cielo, quando con esse lo si tenta al male.
   E noi?
   Noi abbiamo molto sbagliato di questi tempi. Abbiamo disertato, abbiamo seguito cattivi maestri. Non abbiamo fatto ciò che da noi ci si attendeva. Abbiamo ignorato gli insegnamenti del Papa, dei vescovi e dei nostri preti.
   Questo il senso delle parole pronunciate ieri dal cardinal Gualtiero Bassetti ai vescovi riuniti nell’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana:

Dove sono le nostre intelligenze, dove sono le nostre passioni?  Perché il dibattito tra noi è così stentato? Di che cosa abbiamo timore? Gli spazi che la dottrina e il magistero papale ci hanno aperti sono enormi – come ribadiva ieri sera il Santo Padre – ma sono spazi vuoti se non li abitiamo. E spazi dottrinali vuoti o pieni di pia retorica non sono sufficienti a contenere le tragedie di questa umanità in mezzo alla quale la misericordia del Signore ci ha posto.
Cari amici, la fede non può essere fumo, ma fuoco nel cuore delle nostre comunità. Credo che, con lo spirito critico di sempre, sia giunto il momento di cogliere la sfida del nuovo che avanza nella politica italiana per fare un esame di coscienza e, soprattutto, per rinnovare la nostra pedagogia politica e aiutare coloro che sentono che la loro fede, senza l’impegno pubblico, non è piena. Sono molti, sono pochi? Ancora una volta, non è questione di numero, ma di luce, lievito e sale: ogni società vive e progredisce se minoranze attive ne animano la vita spirituale e si mettono al servizio di chi nemmeno spera più.
  Abbiamo mancato molto proprio noi cattolici, che, per le lunghe vicende della storia nazionale, abbiamo una responsabilità altissima verso il Paese, come aveva ricordato lo stesso cardinal Bassetti l’anno scorso:

I cattolici hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla. Occorre difendere e valorizzare il sistema-Paese con carità e responsabilità. Perché il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità.
[prolusione ai lavori del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana del 25-9-17]

 Che fare ora? Ciò che ogni volta si deve, quando si cade. Pentimento e conversione. Allontanarsi dal male e dai malvagi. Rinunciare a tutte le loro opere, alle loro seduzioni, al loro disumano umanesimo,  come preghiamo nella liturgia battesimale.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli