INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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martedì 23 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea - 13

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 13


  L’altro giorno, dopo il fallito al candidato alle elezioni presidenziali statunitensi Donald John Trump, sul giornale ho letto che nel 1968, dopo l’assassinio del pastore battista nero Martin Luther King Junior, il presidente statunitense di allora, John Fitzgerald Kennedy osservò che la società statunitense era profondamente permeata di violenza, che, oltre ad essere praticata, veniva anche mitizzata. La situazione non mi pare essere cambiata, anche perché da allora gli Stati Uniti d’America sono stati sempre in guerra o in procinto di entrarvi e hanno organizzato la più potente forza militare del Pianeta, l’unica in grado di essere impegnata in più fronti bellici. Ma non è solo questo: quello dell’uomo armato, che fronteggia da sé con la propria violenza quella altrui, è un mito costitutivo dell’identità civile americana, ed è per questo che ci si arma ben oltre le effettive necessità di difesa cittadina, ad esempio con fucili d’assalto come quello utilizzato contro Trump.

  La tendenza alla violenza, spinta da potenti e ancestrali emozioni aggressive o reattive, è innata nella nostra specie, ci è connaturata quali organismi viventi e, per questo, non può essere rimossa, ma solo contenuta socialmente. Ma una cosa è questa violenza individuale, altra è quella organizzata socialmente e che per essere tale deve fare riferimento a miti, come sempre quando si costruiscono strutture sociali.

  Il mito è una narrazione semplificata e ricca di elementi emotivi che  serve a orientare l’azione sociale creando il senso degli eventi correnti.

 I miti riguardano principalmente la società ma assegnano anche dei ruoli alle persone che ne fanno parte.

  I miti sono elementi culturali, non fenomeni naturali. È molto importante saperli distinguere da questi ultimi. La natura ci oppone una resistenza che il mito non esprime. Questo significa che i miti possono essere rapidamente mutati, adattati o abbandonati a seconda delle esigenze sociali. Contengono un senso che la natura non ha, anche se cerchiamo di darglielo appunto costruendovi sopra dei miti, per cui la si personifica e le si attribuisce una volontà, ad esempio dicendo che si vendica  quando la maltrattiamo.

  Nelle mitologie che servono ad organizzare la violenza sociale si costruisce anzitutto la figura del nemico, al quale si attribuisce una volontà malvagia che richiede di essere contrastata con la violenza, perché non finisca per prevalere. Poi si attribuisce al proprio gruppo una superiorità di stirpe rispetto agli altri, per la quale ci si ritiene legittimati a decidere quando e in che misura usare la violenza sociale. Si costruisce anche la figura dei primitivi,  vale a dire delle popolazioni talmente arretrate dal punto di vista dei costumi e della tecnologia, quindi della cultura, da dover essere cambiate, nel loro interesse, con la violenza, come si fa con i bambini, invadendole e appropriandosi di ciò che hanno. Questa violenza mitizzata può essere anche sacralizzata quando si immagina di esercitarla per volere di un dio. Un complesso di miti di questo tipo è al fondo delle idee dell’antico giudaismo per rivendicare il possesso della terra di Canaan, l’attuale Palestina e dintorni. È un mito che è ancora chiaramente percepibile nel Sionismo, ma che fu alla base, durante il Medioevo europeo, dell’organizzazione di efferate, prolungate ed estese operazioni belliche nelle guerre di Crociata, nei primi tre secoli del Secondo Millennio.

  Le Scritture sacre che assimilammo dall’antico giudaismo sono piene di  violenza mitizzata e sacralizzata e la lettura di quella parte della Bibbia cristiana che chiamiamo Antico Testamento può risultare a tratti sconvolgente per un cittadino europeo di oggi, perché l’ideologia fondativa dell’Unione Europea si basa su ripudio della violenza sociale all’interno degli spazi comunitari e per questo abbiamo vissuto un lunghissimo periodo di pace, disabituandoci agli inferni bellici. Un’esperienza unica nella storia dell’umanità.

Mario Ardigo – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro,Valli

 

 


domenica 21 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea 12. Il contesto civile

 

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea

 12.

Il contesto civile

 

  E’ molto importante nella formazione democratica saper distinguere tra natura  e cultura.

  Definiamo natura tutto ciò che non è cultura.

  Cultura sono le narrazioni socialmente condivise su ciò che percepiamo in noi e intorno a noi.

  Abbiamo un accesso limitato alla natura per insuperabili limiti conoscitivi dei nostri organismi: ne percepiamo ciò che ci appare che quindi possiamo definire fenomeno. Con degli artefatti tecnologici possiamo saperne di più. Le neuroscienze, che studiano anche il nostro cervello, ci avvertono che il fenomeno (nota 1) è un costruzione della nostra mente, e che quest’ultima è una produzione del nostro organismo, in particolare del sistema nervoso nelle sue relazioni con le altre parti del corpo, e, in particolare è frutto di processi organici.

 La nostra mente cerca di individuare nella realtà fenomenica dei processi causali, secondo i quali un fenomeno deriva da altri che lo precedono. Tuttavia altre scienze ci avvertono che le dinamiche della natura superano le nostre capacità cognitive e non possono essere concepite in modo affidabile secondo processi causali.

  Anche la cultura  è una nostra costruzione mentale, che si crea nell’interazione sociale. Le religioni, il diritto e le relative mitologie ne fanno parte. Ci serviamo della cultura per ovviare ai nostri limiti cognitivi di organismi. Anche nei processi di elaborazione culturale costruiamo delle relazioni causali che tuttavia possono  fare riferimento  o non a fenomeni naturale e che convincono  in quanto inserite in narrazioni.

 Nelle nostre menti e nelle relazioni sociali da esse consentite e mediate, fenomeni naturali e narrazioni culturali interagiscono influenzandosi reciprocamente, ma, in fin dei conti, per il governo delle società ciò che conta è la cultura.

  Questo ci semplifica le cose e ci consente di creare società molto complesse, capaci di prospettive a lungo termine.

  Un esempio di ciò che ho descritto lo abbiamo nelle narrazioni bibliche delle origini della natura, spiegate come Creazione (nel libro della Genesi, capitolo 1 e versetti da 1 a 4° del capitolo 2 – Gen 1 – 2, 1-4a).

  Il problema di distinguere natura  e cultura  è complicato perché tutto è mediato dalla  nostra mente, frutto dei nostri organismi, che hanno insuperabili limiti cognitivi. 

 Il criterio per individuarli tenendoli separati è, per i più, empirico, basato sulla resistenza che la natura ci oppone, a differenza della cultura, che è alla mercé della nostra immaginazione. Ad esempio possiamo una narrazione di una persona che appare prodigiosamente senza passare dalla porta può convincerci sotto il profilo della cultura religiosa (vedi nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 20, versetti da 19 a 29 – Gv 20,19-29), ma poi quando cerchiamo di passare attraverso un muro senza abbatterlo esso ci resiste e ci sbattiamo contro.  

  Ora, in base alla resistenza che ci oppone la natura, per come ci appare e possiamo sperimentare, la violenza degli esseri umani non potrà mai  rimossa, come tendenza istintiva e innata, che può essere contenuta ma che ciclicamente può esplodere. Questo deriva dalla nostra natura di organismi viventi e dalla nostra storia evolutiva, che riguarda anche le nostre dinamiche sociali. Nessuna persona, nemmeno le più nobili, appaiono esenti da questa tendenza, perché sono organismi (v. ad esempio   Mt 21,12-13; Mc 11,15-18; Lc 19,45-46; Gv 2,13-16, la cacciata di mercanti e cambiavalute, anche se i teologi biblico cercano di ricondurre l’episodio ad una sorta di rito, per non attribuirlo a sentimento incontenibile di ira). La mente degli organismi è influenzata dalle emozioni, quindi anche da processi reattivi che inducono alla violenza, e, comunque, ci si convincere che, in una certa situazione, la violenza convenga. Da ciò anche l’elevatissimo livello di violenza espresso storicamente dai cristianesimi fino ad epoca molto recente.

  Questo problema è stato ed è affrontato socialmente costituendo istituzioni che esercitano una violenza pubblica, vale a dire finalizzato al mantenimento di un certo assetto sociale rispetto al potere prevalente, quindi  giudici  e polizie. Fin dalle prime esperienze storiche di cui abbiano notizia, da quando con l’invenzione delle scrittura si cominciò a tramandare narrazioni di cronache della vita sociale, circa cinquemila anni fa, troviamo queste istituzioni.

  Di solito ci si trova immersi in questo contesto, nascendo in un certo ambiente sociale organizzato da tempo.

  E’ stato molto raro nell’era contemporanea costituire da zero un sistema politico, ma quando ciò è avvenuto, ad esempio nell’istituzione dello Stato di Israele tra il 1947 e il 1948, si crearono anche istituzioni del genere. L’Italia, nel passaggio tra Regno e Repubblica, nel 1946, mantenne quelle che erano state in precedenza istituite.

 E, tuttavia, senza una larga adesione della popolazione ad un sistema di norme organizzato nell’interesse di tutti, vale a dire pubblico, la violenza pubblica non basterebbe a sedare la violenza privata.

  Nella (ormai di fatto dissolta) Repubblica di Haiti, nei Caraibi, e nella Repubblica Democratica Somala abbiamo esempi di ciò che accade quando quell’adesione viene a mancare e quindi nella popolazione ci si arma e si inizia a cercare di prevalere con la forza privata.

  Definiamo contesto civile l’ambiente sociale che si mantiene generalmente pacifico, in adesione a norme sociali ampiamente condivise e con l’esercizio di una violenza pubblica minima o moderata. Altrimenti si passa ad un contesto di sommossa civile  o di vera e propria guerra civile.

  In un contesto civile la gente trova convenienza a rimanere pacifica.

  In una bella predicazione svolta domenica 14 luglio 2024 nella trasmissione radiofonica Culto evangelico (in onda alle 6:35 e alle 9:05 su Radio Rai 1) il pastore valdese Luca Baratto, commentando  questo brano biblico, tratto dal 1° Libro dei Re, versetto 45 (traduzione in italiano della Bibbia Nuova Riveduta -  2006):

Gli abitanti di Giuda e Israele, da Dan fino a Beer Sceba, vissero al sicuro, ognuno all’ombra della sua vite e del suo fico, tutto il tempo che regnò Salomone.

ha detto:

Ogni tanto, quando il discorso lo permette, mi capita di porre questa domanda a chi mi ascolta: quali sono i frutti della pace? Lo faccio perché la risposta è un po’ buffa. C’è chi pensa che siano la concordia, l’accoglienza, la comprensione reciproca. Invece no! La risposta giusta è quest’altro: i frutti della pace  sono … il fico e l’uva!

  «Tutto il tempo del regno di Salomone gli abitanti di Giuda e di Israele vissero al sicuro, ognuno all’ombra della sua vite  e del suo fico.  Così viene descritto un lungo periodo di pace sperimentato dagli israeliti sotto Salomone. Ed è un’espressione che  ricorre più di una volt nell’Antico Testamento, nel profeta Michea, per esempio, che la prende tale e quale da 1Re, ma anche nel profeta Zaccaria (3,10) che descrive la gioia futura di Gerusalemme, città ricostruita per la pace, in questo modo «vi inviterete gli uni gli altri sotto la vite e il fico». Come «contro prova», ecco come il profeta Geremia dipinge la scorreria dell’esercito babilonese:  come un fuoco verrà e «divorerà i tuoi raccolti e il tuo pane, divorerà i tuoi figli e le tue figlie … divorerà le tue vigne e i tuoi fichi» (Geremia 5, 17).

  Il fico e l’uva sono i veri frutti della pace! E’ starsene sdraiati ad oziare sotto le fronte del fico e delle vite – sebbene sia un’immagine quasi banale o addirittura disimpegnata – è la migliore descrizione della pace! Intanto perché, se puoi assopirti sotto un albero,  allora significa che non devi stare all’erta, non ci sono pericoli o nemici.

  La principale prospettiva che ha attirato e attira popolazioni verso l’Unione Europea non è tanto il benessere diffuso, che purtroppo per i nuovi arrivati viene conquistato a prezzo di duri sacrifici e dopo un tempo più o meno lungo, ma proprio questa prospettiva di sicurezza per cui ci si può godere ciò che si riesce ad avere, anche il poco che si riesce ad avere, liberi dalla violenza di strada e anche dalla violenza pubblica, che come vediamo in alcuni sistemi politici del mondo, può fare paura tanto e anche più della prima. Nella maggior parte del  mondo è una situazione che non è stata ancora raggiunta.

  Questa situazione di pace non è solo un’immaginazione culturale: la si può constatare come fenomeno. In questo senso fa parte della natura. Ma è anche una conquista culturale, per la verità molto recente.

  Si dice che sono in ripresa i nazionalismi  europei, sotto specie di sovranismi, espressi da movimenti che immaginano che le loro popolazioni siano danneggiate dal processo comunitario europeo (per la verità contro l’evidenza dei dati economici  e finanziari, perché sono proprio le popolazioni meno ricche ad averne beneficiato maggiormente), ma, anche in questo contesto, non ci si odia più tra (presunte) nazioni. Addirittura i sovranismi nazionali formano nel Parlamento Europeo un gruppo parlamentare con altri sovranismi, a dimostrazione che, in fondo, si ritiene che l’interesse nazionale possa essere meglio promosso unendosi a movimenti di analoga impostazione ma di altre nazioni.  Un paradosso, certo, ma un felice paradosso.

  E a questo che mi sono riferito quando ne ho parlato come di una conquista culturale.

  Che centra questo con la democrazia?

Abbiamo visto che la democrazia è un sistema politico di limiti ad ogni potere pubblico o privato ed è in quest’ordine di idee che la gente ha accettato di rinunciare alla violenza per sostenere le proprie ragioni o per rapinare i beni e le persone altrui. Una situazione sociale ampiamente condivisa e basata sulla rinuncia alla violenza è democratica. La gente vi trova la propria convenienza e decide di perseverarvi. Questa decisione collettiva è democratica anche se non si basa su una votazione formale. Ed è democrazia diretta, perché ogni persona decide ed attua, senza delegare.

 Per decidere se un sistema politico è democratico o non e il suo livello di democraticità bisogna indagare su come appare il suo contesto civile, a prescindere dai suoi miti religiosi o politici.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

 

Note:

1)    La parola "fenomeno" deriva dal termine greco "φαινόμενον" (phainómenon), che è il participio medio-passivo del verbo "φαίνεσθαι" (phainesthai), che significa "apparire" o "manifestarsi". Il verbo "φαίνεσθαι" è a sua volta derivato da "φαίνειν" (phaínein), che significa "mostrare" o "far apparire".

Quindi, etimologicamente, "fenomeno" indica qualcosa che appare o si manifesta, qualcosa che può essere osservato o percepito. Nel contesto filosofico, il termine è stato usato per riferirsi a qualsiasi evento o oggetto che si manifesta ai sensi o alla mente.

In italiano, il termine "fenomeno" è stato adottato con questo significato generale di "evento osservabile", ma può anche assumere connotazioni specifiche a seconda del contesto in cui è utilizzato, come nella scienza, nella filosofia o nel linguaggio comune.

(risultato da interrogazione del sistema di IA Chatgpt  di OpenAI)

 

 

giovedì 18 luglio 2024

 

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 11

 

   Democrazia è un regime politico nel quale a nessun potere sociale è riconosciuta la sovranità, vale a dire la pretesa di non riconoscere nulla sopra di sé.

  Quando si dice, e nelle costituzioni si scrive, che la sovranità appartiene al popolo, si esprime quello stesso principio, perché il popolo, nessun popolo, ha esistenza reale, è solo una figura mitologica, così come, di conseguenza la sua sovranità.

  Un regime politico nel quale, ad esempio, un parlamento  elettivo fosse configurato come potere sovrano non sarebbe democratico.

  Quando nella nostra Costituzione, all’art.7, si è deliberato che lo Stato  e la Chiesa cattolica sono sovrani, ciascuno nel proprio ordine, in realtà si è affermato che nessuna delle due entità istituzionali lo è, perché la sovranità, se è veramente tale, non tollera limitazioni. Con la riforma costituzionale del 2001, che ha riformato il Titolo  5° della Costituzione, dedicato alle autonomie degli enti territoriali a fini generali si è esplicitato che lo Stato  è solo una di quelle:

Art. 114

La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato.

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.

Roma è la capitale della Repubblica. La legge dello Stato disciplina il suo ordinamento.

  Altri attributi che in Europa attribuiamo alla democrazia, l’essere fonte di giustizia, pacifica, solidale, rispettosa di libertà civili e diritti fondamentali delle persone, laica, ad esempio, sono esterni al concetto di democrazia, perché storicamente ci furono (e ancora vi sono) democrazie che non praticarono quelle che oggi, in Europa, riteniamo virtù, o le  praticarono in diversa misura, in genere minore.

 Così, quando ci si definisce democratici, bisogna aggiungere qualcos’altro per far capire che tipo di democratici si è.

  In Europa sono stati storicamente molto importanti per l’edificazione di una comunità di popolazioni, poi sfociata nell’Unione Europea i democratici cristiani. La pretesa di essere democratici cristiani in senso politico fu però addirittura scomunicata nel 1901 dal Papato con l’enciclica Le gravi dispute sugli affari sociali – Graves de communi re [agitationes]. La democrazia cristiana  non ha radici culturali nella dottrina sociale, ma è una autonoma elaborazione dei movimenti cristiano democratici, che in iniziarono a svilupparsi in Europa a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il Papato, anzi, e la gerarchia ecclesiastica che da esso dipendono sono sempre stati, e sono tuttora, non solo non democratici, ma anche antidemocratici. L’antidemocraticità del Papato consiste nel fatto che esso rivendica sovranità.

   I cristiani democratici hanno inculturato nell’ideologia delle democrazie dell’Unione Europa l’obiettivo storico politico concreto della pace, che nella dottrina sociale è puramente religioso. Ma vi hanno inculturato anche l’obiettivo storico politico concreto della funzione sociale della proprietà e delle attività economiche, e del diritto ad un equo salario per i proletari, quelli che dipendono da altri per vivere, e ciò sulla base di un pensiero sociale cristiano molto antico, strutturato con molta precisione durante la Scolastica medievale. E, infine, il principi di sussidiarietà, che limita gli interventi degli organismi superiori quando e dove la società civile riesce a lavorare con organismi di prossimità. Questi principi politici sono stati ampiamente e profondamente condivisi dalle popolazioni ora integrate nell’Unione Europea, tanto più profondamente quanto più avanzava il processo comunitario.

  Ancora negli anni ’70 del secolo scorso, al tempo della mia adolescenza, si era molto più violenti di oggi, anche nelle relazioni sindacali. E nelle altre democrazie del mondo lo si è più intensamente.

 Nonostante gli incitamenti alla violenza che vengono in tutta Europa da movimenti politici di orientamento fascista, le popolazioni rimangono in grande maggioranza tranquille e pacifiche. Delle recenti elezioni per il Parlamento europeo si è segnalato l’aumento del consenso verso formazioni sovraniste, come tali di ispirazione antidemocratica  pur se ancora partecipi della democrazia europea. Ma il dato che mi pare più eclatante è che sono stati puniti, con cali di consenso elettorale marcati, i governi che nei mesi precedenti avevano manifestato di voler promuovere un intervento diretto degli eserciti europei nella guerra in Ucraina.

  Negli ambienti ecclesiali in genere non si fa formazione alla democrazia cristiana. Mi pare che essa non rientri nella formazione, per altri versi  molto approfondita, dei preti. Che dunque, in genere, non ne sanno parlare alla gente.

  Ma più che la teoria, è fondamentale la pratica  di una democrazia ispirati a valori cristiani, che, in fin dei conti, a ben vedere sono anche universali. Perché le democrazie europee devono essere consolidate dal basso, nelle relazioni di prossimità, e anche quando si è molto  piccoli, nei giochi dei fanciulli.

 Ci siamo dati delle regole, ma esse esprimono un certo assetto storico tra i poteri sociali, e sono destinata ad essere superate, nel progredire delle virtù democratiche: così, domani, possiamo diventare più democratici di oggi. Le norme, anche quelle fondamentali, vivono prima nelle popolazioni poi vengono formalizzate in testi scritti.

 E’ ciò che è accaduto nella costruzione della democrazia italiana, ma anche di quella europea. Negli anni ’90, questo grandioso processo ha intercettato le popolazioni dell’Europa orientale che stavano uscendo dai regimi comunisti di stampo staliniano, e anche la Federazione russa. Finché il processo è stato governato dall’Unione Europea, si è proceduto per via negoziale, poi sono venuti gli ultimi anni in cui pervicacemente sulla questione ucraina la si è rifiutata e la parola è passata alle armi, ben prima dell’invasione russa del febbraio 2022.

  L’attuale guerra in Ucraina, della quale non si riesce ancora a vedere e concepire la fine, trova la sua radice nel fallito incontro tra il presidente statunitense Biden e quello russo Putin a Ginevra, nel giugno 2021, programmato principalmente per trovare un accordo sulla questione ucraina. Un fallimento riconducibile essenzialmente alla politica estera del presidente Biden, in quanto il presidente Putin sollecitava negoziati.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro Valli.

 

mercoledì 17 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 10

 

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 10

 

 L’essenziale della democrazia non è in un sistema di regole, anche se le procedure ne sono parte importante. Non è necessariamente pacifica. Non è necessariamente solidale. Non è necessariamente inclusiva. Questo si ricava dalla storia delle democrazia del passato e di quelle attuali.

 Ogni democrazia è tale in modo diverso. Dipende dal tipo di relazioni sociali intrattenute nella relativa popolazione.

  La democrazia dell’Unione Europea tende ad estendersi a tutte le popolazioni che abitano il suo territorio, coinvolgendo progressivamente anche le persone residenti che non hanno acquisito ancora la sua cittadinanza. Ma questa non è stata e non è la regola per tutte le democrazie. La storia degli Stati Uniti d’America lo dimostra in modo eclatante. Il movimento per i diritti civili che vi si sviluppò negli anni ’50 e ’60 del Novecento, e che ebbe anche fasi molto violente, di rivolta di massa, era teso appunto ad includere in condizione di eguaglianza nella vita pubblica i neri, ma si estese anche ai nativi americani e poi alla contestazione della guerra americana in Indocina. La repressione fu molto dura, come lo era stata verso i movimenti socialisti e, in genere, contro il sindacalismo.

  Nei sistemi politici coinvolti nel moto comunitario sfociato nel 1993 nell’Unione Europea la democrazia fu arricchita di diritti sociali, ma in altre democrazie questo non è avvenuto e quei diritti sono l’essenziale per riconoscere una democrazia, perché possono manifestarsi anche in sistemi politici non democratici.

  Una vita pubblica pacificata non è una caratteristica essenziale dei sistemi democratici, che, anzi, storicamente si sono dimostrati anche piuttosto turbolenti.

  Di solito, all’origine di un processo democratico ci fu una guerra civile. Fece eccezione il trapasso a democrazie di tipo europeo occidentale dei sistemi politici usciti dai regimi comunisti di tipo staliniano, e questo fondamentalmente per attrazione ideologia verso l’Unione Europea, che fu protagonista di quel processo, in particolare sotto la Presidenza della Commissione di Romano Prodi, tra il 1999 e il 2004. Estremamente violenti furono, nel Risorgimento italiano, sviluppatosi tra gli anni Venti e gli anni Settanta dell’Ottocento, i democratici mazziniani.

  Regimi democratici europei furono spietati colonizzatori, in particolare il regime dell’Impero britannico, che si può considerare cessato con l’indipendenza dell’India nel 1947 e con la nuova organizzazione del Commonwealth delle nazioni, dal 1949.

  Regimi che si definiscono democratici, come quello israeliano, lo sono in modo molto diverso da come si concepisce e si vive la democrazia nell’Unione Europea.

  Il principale problema è quello di governare con criteri democratici popolazioni molto vaste ed eterogenee che la storia ha tuttavia collocato in sistemi di relazioni sociali molto intense, divenendo interdipendenti. E’ il caso della Federazione Russa, ma anche della Repubblica popolare di Cina, una democrazia profondamente diversa da quelle dell’Unione Europea, ma comunque una democrazia, perché masse vastissime sono coinvolte realmente nella vita pubblica e hanno per questo conquistato un benessere diffuso e una certa libertà in economia.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 15 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell'Unione Europea - 9

       Introduzione alla democrazia dell'Unione Europea - 9

  Parlare di democrazia non è semplice negli ambienti cattolici perché la nostra gerarchia ecclesiastica rivendica orgogliosamente l'ordinamento antidemocratico della nostra Chiesa immaginando che risalga alla volontà del Maestro. Quest'ultimo, però, non diede un'organizzazione alla comunità che lo seguiva nelle sue peregrinazioni in Palestina e dintorni e nemmeno a quelle che (possiamo immaginare) si andavano costituendo nei luoghi dove egli aveva insegnato e risanato. È stato tramandato un suo detto in cui si definiva "re" ma di un regno "non di questo mondo" e lo disse al funzionario del re del mondo in cui viveva,  Pilato, evidentemente per chiarirgli le idee sul tema.  Gli era stato domandato "se fosse re". Quindi, in definitiva, l'organizzazione della nostra Chiesa, che ebbe molte configurazioni nei secoli, e senz'altro alle origini e almeno fino al Cinquecento fu molto diversa da com'è ora, ci appare obiettivamente, dal punto di vista sociologico e antropologico, come un elemento culturale che ha rispecchiato l'assetto storico  dei poteri implicati nel governo ecclesiastico, con la correlativa mitologia, che nello sviluppo delle istituzioni pubbliche non manca mai.E la tradizione, anzi la Tradizione? In teologia le si attribuisce una forza normativa, ma io non sono nè voglio essere un teologo, e mi limito a dire in merito che spero che certi elementi che vi sono ricondotti non siano realmente espressione di una volontà divina, perché sono stati parte delle cause dei molti orrori della nostra tremenda storia ecclesiastica. Ma, ad esempio, l'autorità papale come viene configurata nell'attuale normativa canonica non può farsi rientrare, con solidi argomenti, nella tradizione che si vorrebbe normativa per la fede, perchè, semplicemente, l'assolutismo papale dei nostri giorni è una forma organizzativa molto recente,  che iniziò ad essere costruita più o meno dal Seicento.
  Nell'attuale magistero la democrazia è spesso presentata come una forma di amicizia e le sue manifestazioni come espressione di carità-agàpe, in questo modo travisandone il senso e generando aspettative infondate. Al centro della democrazia vi è l'idea della limitazione dei poteri sociali pubblici e privati mediante procedure partecipative. La partecipazione, per essere effettiva, richiede l'istituzione di spazi di libertà e di autodeterminazione e una certa condivisione alle ricchezze prodotte, quindi una condizione di benessere diffuso, perché l'indigenza, sia quella materiale ma anche quella morale, vale a dire l'ignoranza, è la causa principale dell'asservimento ai poteri altrui. Nelle società di massa, che in Europa si sono prodotte grosso modo dalla seconda metà dell'Ottocento, la partecipazione democratica, quella efficace per limitare i poteri sociali, si è fatta organizzandosi in partiti, nei quali si praticavano la formazione e il tirocinio democratici. In questo scenario è cruciale l'affermazione universale dell'uguaglianza,intesa come uguaglianza in dignità e quindi tale che l'individuo non possa essere in totale dominio altrui e debba essere coinvolto in procedure formali in grado di costituire un limite ad ogni potere pubblico o privato, senza che possano esservi di ostacolo il censo, l'istruzione o la condizione sociale. Una democrazia di questo tipo si dice anche popolare per l'ampio coinvolgimento delle popolazioni. Non erano tali le democrazie liberali, che invece limitavano la partecipazione della gente a quelle procedure sulla base di censo, istruzione e condizione sociale. In Italia solo la Repubblica postfascista, istituita dal 1946, fu organizzata come una democrazia popolare, quando alle elezioni poterono partecipare anche le donne.
  In democrazia si può essere amici o non. In democrazia si cerca di mantenere i conflitti sociali nel quadro di procedure, non di eliminarli, in modo che dai conflitti non emergano poteri dispotici, quelli che rifiutano limiti e quindi rivendicano sovranità. La democrazia viene mantenuta in una condizione di costante instabilità, e pertanto  vi si manifesta anche l'inimicizia, quel tanto che serve perché nessun potere sociale finisca per prevalere senza limiti. Lo scopo della democrazia non è il consenso totalitario, e anzi si tende a tenere sempre aperta la possibilità di dissentire e resistere. Questo richiede un'ampia cooperazione ed è alla base dell'intesa democratica. Si conviene che nessun potere debba ottenere sovranità e su questo si fa blocco. Sul resto ci si divide.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 12 luglio 2024

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea - 8

Introduzione alla democrazia dell’Unione Europea – 8

  Dunque, stiamo cercando di capire perché in Europa ci si è spietatamente combattuti per duemila anni e poi dagli scorsi anni ’50 la situazione è iniziata a cambiare, in concomitanza con il processo di unificazione europea, e, fino ad oggi, tra i sistemi politici coinvolti in quel processo non è più scoppiata  nessuna guerra.

  La risposta non è semplice perché la domanda riguarda realtà sociali e politiche molto complesse.

  Non può essere dipeso solo dall’assetto democratico di quei sistemi politici, perché le democrazie si sono sempre dimostrate storicamente molto bellicose. Né, ad esempio, per il prevalere di orientamenti religiosi ispirati ai cristianesimi, perché anche questi ultimi lo sono sempre stati. In particolare la dottrina sociale della nostra Chiesa sulla guerra giusta non è sostanzialmente cambiata da quando, nel Medioevo europeo, i Papi indissero Crociate” per riappropriarsi della cosiddetta “Terra santa”. E, in politica, non è cessata la mitizzazione delle epopee militari dei rispettivi eserciti, ragione per la quale, fin dalle medie, mi insegnarono a empatizzare con i soldati italiani inviati a combattere contro l’Unione Sovietica, durante la Seconda guerra mondiale, non mettendo in risalto che si partecipò a una guerra di invasione. Così come mi  educarono a fare memoria del nostro Risorgimento senza mettere in risalto che si trattò di un movimento politico nazionalista che animò sanguinose guerre di aggressione, non solo contro l’occupante austriaco nel Nord, ma anche contro italiani nel Meridione e nel regno dei Papi nel Centro Italia. Mi ha sempre meravigliato, poi, come, con riferimento alla presa di Roma, a scapito del Papato che la possedeva dall’alto Medioevo, noi cattolici potessimo empatizzare contemporaneamente con il Papa, il cui regno era stato indubbiamente invaso,  e con gli italiani invasori. E si potrebbe continuare a lungo, riferendoci anche alla storia dell’antica Roma, un sistema politico estremamente aggressivo a scapito anche degli altri europei.

  Insomma, a mitologie sostanzialmente invariate, comprese quelle a sfondo religioso, non ci si è più combattuti.

  Può apparire frustante non avere bella e pronta la soluzione del problema, ma è bene accettare la fatica di fare i conti con la complessità, invece di accontentarsi di semplificazioni superficiali, spesso condite arbitrariamente con la mitologia. Un disegno “Provvidenziale”? Io, in realtà, non ve ne vedo traccia, tenendo conto che ci si è continuati a combattere oltre le frontiere delle Comunità europee e poi dell’Unione Europea, quando quest’ultima fu costituita a partire da quelle nel 1993, con il Trattato di Maastricht. E che gli stessi sistemi politici federati nel processo di unificazione europea hanno continuato a combattere guerre, anche se non fra loro, oltre le frontiere delle Comunità europee.

  Va ricordato, in particolare, che noi europei occidentali  combattemmo, guidati dagli statunitensi e nel quadro dell’alleanza nella N.A.T.O, una lunghissima e sanguinosa guerra di invasione in Afghanistan dal 2001, conclusasi con una disastrosa e precipitosa ritirata nel 2021. E che, prima di allora, nel 1999, la N.A.T.O. aveva aggredito la Serbia, senza mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con pochi scrupoli.

  Uno degli elementi che mi paiono aver caratterizzato la situazione europea dalla metà degli anni ’40 e che non si riscontrano nella storia precedente fu l’affermarsi dell’egemonia dell’Unione Sovietica, con istituzioni ed economia orientate dal comunismo marxista-leninista rivisitato sotto il regime autocratico di Iosif Stalin (nato a Gori, in Georgia, nel 1878, e morto a Mosca, in Russia, nel 1953), in Europa orientale, secondo gli  accordi presi da statunitensi, sovietici e britannici nella conferenza di Yalta, in Crimea, che all’epoca faceva parte della Repubblica Socialista Federativa Russa (fu ceduta alla Repubblica Ucraina nel 1954), nel febbraio del 1945.

  La necessità di organizzarsi per difendersi da un’invasione sovietica mi pare che abbia portato i governi europei a cercare intese sempre più strette.

  Vi fu anche l’esigenza di ricostruire le economie dell’Europa occidentale devastate dalla guerra mondiale conclusasi in Europa nel maggio 1945, anche in questo caso tenendo conto della proposta concorrenziale costituita dai regimi comunisti europei orientali, che promettevano di liberare i proletari (i lavoratori che dipendono dai capitalisti per vivere) dall’asservimento alle dure condizioni di lavoro imposte dai capitalisti. Da qui lo sviluppo di politiche sociali per aumentare il benessere generalizzato delle popolazioni in condizioni però di libertà civili molto più ampie di quelle minime e non garantite riconosciute dai regimi comunisti.

  E poi un elemento molto importante: i partiti comunisti che controllavano le istituzioni dei regimi comunisti dell’Europa orientale vennero considerati nemici, ma non così le popolazioni da essi governate, considerate  invece come vittime di quei partiti. Questo consentì una rapida integrazione di gran parte di quelle  popolazioni nell’Unione Europea, alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, dal 1991.

  Si produsse un confronto\scontro di civiltà tra regimi di democrazia capitalista e regimi di (almeno formale) democrazia comunista, dove nell’impossibilità di una guerra in una condizione nella quale l’impiego delle bombe nucleari avrebbe assicurato la reciproca distruzione totale (il cosiddetto equilibrio del terrore), divenne un fattore cruciale il convincere le masse, con i fatti, della superiorità dei regimi democratici capitalisti, in modo da esercitare una forza di attrazione anche verso le masse cadute nel dominio dei regimi comunisti.

  La polarizzazione della tensione europea nei due schieramenti Occidentale  e Orientale  costituì un potente fattore di risoluzione delle tensioni all’interno dei due schieramenti, in una situazione in cui, né a Occidente né ad Oriente, si era ideologicamente spinti ad odiare le popolazioni della parte opposta, considerate cadute sotto il dispotismo dei rispettivi regimi, e dunque da liberare. In linea con questo modo di pensare fu il magistero politico del papa Karol Wojtyla, regnante tra il 1978 e il 2005 come Giovanni Paolo 2º, che fu molto importante nell’evoluzione degli eventi politici europei degli anni ’80, Quel Papa, profondo conoscitore dell’Europa orientale e dei regimi comunisti che la governavano, predicava la riunificazione europea nello spirito della riscoperta delle radici cristiane del continente.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli


Introduzione alla democrazia dell'Unione Europea - 7

Introduzione alla democrazia dell'Unione Europea - 7

  Il risultato del lunghissimo periodo di pace che si è vissuto all'interno dello spazio dell'Unione Europea, tra sistemi politici che si erano ininterrottamente combattuti da duemila anni circa è un risultato eccezionale, epocale, del quale mi pare che non si sia in genere consapevoli nemmeno tra molte delle persone che rivestono ruolo politici di vertice. Ribadisco: nella storia dell'umanità non si ha memoria di un periodo di pace così lungo e, soprattutto, intenso. I sistemi politici e le popolazioni integrati nell'Unione Europea non si sono infatti limitati a sospendere i conflitti, ma hanno costruito processi politici e culturali di integrazione, consolidando le reciproche relazioni e l'interdipendenza, in particolare con imponenti movimenti di migrazione interna, non vissuti tuttavia come tali. Ci si muove nell'Unione Eurooea come suoi cittadini.
  Abbiamo visto che questo risultato non può essere ascritto )solo)!all'ordinamenfo democratico che i sistemi politici federali e le stesse istituzioni dell'Unione Europea si sono dati e si sono impegnati a mantenere, e questo per il motivo che le democrazie si sono dimostrare storicamente, in tutte le loro conformazioni, molto bellicose, salvo quelle integrate nell'Unione Europea. 
  Del resto la democrazia è un sistema politico che è intenzionalmente tenuto in una condizione di instabilità, per impedire il consolidamento al vertice di poteri che rinvendichino sovranità cercando di liberarsi di qualsiasi limite: i conseguenti mutamenti al vertice rendono necessaria la rinegoziazione sistematica delle relazioni con gli altri sistemi politici, ciò che causa frizioni, tensioni, che fatalmente possono sfociare in conflitti combattuti,. Vi è stata una situazione di questo tipo dietro la deflagrazione della guerra in Ucraina. Dalla democrazia della Repubblica Ucraina è sorto un vertice politico che ha cercato di liberarsi delle precedenti alleanze internazionali (all'abolizione dell'Unione sovietica e riacquistata l'indipendenza che aveva avuto limitata aderendovi, la Repubblica Ucraina fu tra gli Stati fondatori della Comunità degli Stati Indipendenti, con la Federazione Russa e la Repubblica di Bielorussia). D'altra parte, nella Federazione Russa si è avuto il consolidamenfo di una diversa organizzazione di vertice politico, che, richiamandosi immaginificamenfe ai miti zaristi e staliniani, ha riscosso un certo ampio consenso in una popolazione che aveva molto sofferto dell'instabilità e dell'impoverimento prodotto da riforme economiche brutali guidate negli anni '90 da teorici statunitensi. Il movimento ucraino è stato analogo a quello sfociato nella Brexit, l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea, ma, a differenza di quest'ultimo, è degenerato presto prima nella guerra  civile e poi con la guerra con la Federazione Russa, che non ha accettato il cambio di alleanze e ha invaso militarmente il vicino.
  Neanche può dirsi che la lunga pace europea sia stata dovuta all'affermarsi della giustizia sociale, intesa come giustizia commutativa e come giustizia distributiva, perché le tensioni di classe, quelle che si generano tra i diversi ruoli nella produzione, sono rimaste, così come condizioni di povertà anche estreme e la concentrazione delle ricchezze in poche mani, mentre le prestazioni sociali pubbliche andavano inaridendosi e scadendo di qualità e i lavoratori dipendenti, una massa maggioritaria, avevano la peggio nelle relazioni sindacali. 
 Dunque che cos'è che ha fatto la differenza (ed è stata una differenza molto rilevante)?
 Mario Ardigò - Azione Carttolica in San Clemenfe papa -Roma, Monte Sacro, Valli.