INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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venerdì 31 luglio 2026

Il vangelo della pace dell’Unione europea alla luce della dottrina sociale cattolica riformata secondo l’enciclica La magnifica umanità [15 maggio 2026]

Il vangelo della pace dell’Unione europea alla luce della dottrina sociale cattolica riformata secondo l’enciclica La magnifica umanità  [15 maggio 2026]

 

Link al podcast video:

 

https://youtu.be/VVurXNpM2sE

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In tema di vangelo della pace:

μακάριοι οἱ εἰρηνοποιοί, ὅτι αὐτοὶ υἱοὶ θεοῦ κληθήσονται

Trascrizione fonetica by ChatGPT:

Makàrioi hoi eirenopoiòi, hóti autoì huiòi Theoû klethèsontai.

Davvero felici agli occhi di Dio coloro che costruiscono la pace, perché essi saranno riconosciuti figli di Dio [traduzione mia]

 

dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, versetto 9

 

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In tema di vangelo della resistenza

 

μακάριοί ἐστε ὅταν ὀνειδίσωσιν ὑμᾶς καὶ διώξωσιν καὶ εἴπωσιν πᾶν πονηρὸν καθ’ ὑμῶν ψευδόμενοι ἕνεκεν ἐμοῦ. χαίρετε καὶ ἀγαλλιᾶσθε, ὅτι ὁ μισθὸς ὑμῶν πολὺς ἐν τοῖς οὐρανοῖς· οὕτως γὰρ ἐδίωξαν τοὺς προφήτας τοὺς πρὸ ὑμῶν. 

 

Trascrizione fonetica by ChatGPT:

 

Makàrioi èste hótan oneidìsosin hymàs kaì diòxosin kaì èiposin pàn poneròn kath' hymôn pseudòmenoi hèneken emù.

Chàirete kaì agalliàsthe, hóti ho misthòs hymôn polýs en tois uranòis; hòutos gàr edìoxan tous prophètas tous prò hymôn.

 

 

Beati [davvero felici agli occhi di Dio] voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi [trad. CEI 2008]

 

Dal Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, versetti 11 e 12

 

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Sintesi ottenuta mediante il LLM chatbot Claude mod. 5 [28LUG26]

L'idea portante del testo è che l'Unione Europea costituisce il contesto di plausibilità della dottrina sociale cattolica contemporanea sulla pace. L'Europa unita possiede un proprio "vangelo" della pace: la costruzione politica di una pace internazionale di tipo comunitario è possibile attraverso l'interdipendenza, l'integrazione culturale, economica, giuridica e giudiziaria, e la condivisione della funzione di governo tra gli Stati. Non si tratta di un'utopia nel senso di More: la pace tra le nazioni europee esiste dal 1945, tra popoli che si erano combattuti fin dall'antichità, ed è uno dei periodi di pace più lunghi della storia del continente. Ne sono testimonianze emblematiche le parole e i gesti di David Sassoli — il commiato fraterno al Regno Unito nella seduta sulla Brexit del gennaio 2020, il discorso di insediamento sul rifiuto dell'Europa come "incidente della Storia" — e il Nobel per la pace conferito all'UE nel 2012. Questa costruzione, realizzata con l'apporto determinante dei cristiani democratici europei, ha seguito le esortazioni dei radiomessaggi natalizi della Santa Sede del 1942-44, documenti fondamentali ma quasi dimenticati fuori dalla cerchia degli specialisti. Senza la realtà della pace europea, la dottrina sociale sulla pace dagli anni Sessanta in poi — dalla Pacem in terris fino alla Centesimus annus, che guidò Prodi nell'allargamento a Est del 2004 — sarebbe apparsa non plausibile, come nei secoli precedenti.

Su questo sfondo il testo propone una chiarificazione concettuale del disarmo, tema centrale del Magistero da Pacem in terris al Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2026 e alla Magnifica Humanitas (nn. 201-208). Il disarmo non va inteso anzitutto come rinuncia a produrre o possedere armamenti, ma come abbandono di politiche che prevedono e progettano la guerra. Gli Stati dell'Unione, che mantengono circa un milione e quattrocentomila militari in servizio attivo, hanno tuttavia praticato un disarmo multilaterale interno: nessuno progetta, neppure ipoteticamente, di difendersi da un altro Stato membro — cosa che nel 1913, ai tempi della Triplice Alleanza, sarebbe apparsa follia. Il disarmo è in genere relativo (bilaterale o multilaterale); quasi assoluto è solo quello vaticano. Simmetricamente, il riarmo è il segno di politiche che contemplano la guerra, comunque presentata — difensiva, o addirittura "preventiva" secondo la dottrina elaborata nel 2002 sotto l'amministrazione Bush. L'UE è oggi coinvolta in politiche di riarmo (rapporto Draghi, 2024) originate dal conflitto russo-ucraino: una situazione analoga a quella dell'estate 1939, quando il radiomessaggio della Santa Sede del 13 agosto non riuscì a fermare il meccanismo delle alleanze progettate per la guerra. Il disarmo comunitario ha però mostrato caratteri notevoli: è centrifugo — attrae altri Stati nell'ambiente disarmato e disarmante, e fino al primo decennio del Duemila coinvolgeva la stessa Russia — ed è solido, come dimostra la sua tenuta dopo la Brexit. Le politiche di disarmo hanno inoltre prodotto un'effettiva riduzione degli armamenti e degli effettivi, con la sospensione della leva dal 2005.

Il terzo nucleo è la civiltà dell'amore, tema centrale della Magnifica Humanitas (nn. 210-211), che il testo riconduce a un disegno quasi centenario: la linea Populorum progressio (sviluppo integrale) → Sollicitudo rei socialisCaritas in veritate (critica dell'autosufficienza della tecnica) → Laudato si' (ecologia integrale), radicata nella Gaudium et spes. Il metodo di attuazione prevede oggi una vasta partecipazione popolare nel quadro della sinodalità avviata nel 2021: non ci si rivolge solo ai governanti, ma a tutto il popolo di Dio. Le radici stanno nella nouvelle théologie e nella teologia dei poveri (Congar, Per una Chiesa serva e povera; la "Chiesa dei poveri" al Concilio, il Patto delle Catacombe), sviluppata in America Latina da Medellín ad Aparecida fino a Bergoglio e all'Evangelii gaudium. Il nodo teologico: Cristo si fece servo e povero; il povero, figura di Cristo, non è oggetto di carità ma soggetto che evangelizza. Scendere ad ascoltarlo trasforma il povero, chi lo ascolta e la società stessa: è insieme riforma sociale e riforma ecclesiale centrata sulla sinodalità. Le ricorrenze lessicali ("poveri/opzione preferenziale": 36 occorrenze) confermano la continuità con il magistero di Francesco.

Infine, la resistenza al male. L'enciclica chiama tutti all'azione contro il falso "realismo" che presenta la guerra come inevitabile dato antropologico: ognuno, nel proprio ambito, sceglie se alimentare la logica della forza o custodire quella della pace. Davanti agli scandali che feriscono l'umanità non è lecita la neutralità; occorre "toccare la carne" di chi soffre. Cinque le piste indicate: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare dialogo e multilateralismo (ONU). Il testo si chiude con la domanda decisiva per i gruppi di impegno culturale come il nostro: restare "consiglieri dei principi", o scendere sinodalmente tra la gente per diffondere la dottrina sociale come resistenza popolare al riarmo? E sapremo prendere sul serio l'appello alla pace disarmata e disarmante, o lo liquideremo — come nel 1917 davanti alla nota sull'"inutile strage" — come esortazione spirituale senza rilievo politico?

 

 

 

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οἱ εἰρηνοποιοί

0. La realtà dell’Unione Europea come contesto di plausibilità delle dottrina sociale cattolica contemporanea sulla pace. L'Unione europea, e noi italiani in essa, ha un suo vangelo sulla pace ed è questo: la costruzione politica di una pace internazionale di tipo comunitario  è possibile attraverso l'interdipendenza, la profonda integrazione culturale ed economica, giuridica e giudiziaria e la condivisione della funzione di governo tra gli stati, e soprattutto perseguendo la costruzione politica della pace a livello continentale. Non è un'utopia, il neologismo ideato da Thomas More nel Cinquecento: vale a dire un modello sociale che non esiste nella realtà, ma solo a livello ideale. Vi invito a focalizzare l’attenzione su questo! La pace tra le nazioni europee oggi unite esiste dal 1945 a oggi, tra popolazioni che fin dall'antichità si erano accanitamente combattuti: uno dei periodi di pace più lunghi mai conosciuti nella storia politica del continente europeo e probabilmente nella storia dell’intera umanità, da quando si ha memoria storica. Una pace pervicacemente estesa a tutto il continente, senza perdersi d’animo per le battute d’arresto ma riprendendo a lavorare accanitamente sul processo di integrazione.

 Infatti nel primo comma dell’art.1 del Trattato sull’Unione Europa si legge:

 

L'Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli.

 

 Nell’assemblea del Parlamento europeo in cui si prese atto che si compiva il distacco della Gran Bretagna, l’allora presidente David Maria Sassoli, grande anima del cattolicesimo democratico italiano ed europeo, nel corso della seduta plenaria del 29 gennaio 2020 a Strasburgo, in cui l'Europarlamento approvò, con 621 voti favorevoli su 683 voti validi l'accordo di recesso del Regno Unito, lungamente negoziato perché ci si allontanasse rimanendo tuttavia vicini, disse:

 

Cari amici britannici, addio è una parola troppo definitiva, ed é per questo che insieme a tutti i colleghi vi dico soltanto arrivederci. E voglio salutarvi con le parole che diceva Jo Cox, la deputata britannica uccisa durante una campagna elettorale [assassinata  nel 2016 durante la campagna referendaria al grido di "Britain first"].: Abbiamo molto di più in comune di quanto ci divide»

 

  E poi vi furono lacrime e abbracci, e spontaneamente fu intonato  il canto scozzese Auld Lang Syne [pronuncia Old laeng sain, Bei tempi andati] che inizia con il verso “Si dovrebbero dimenticare le vecchie amicizie
e non ricordarle mai più?
”. Una corrente di sentimenti di fratellanza, da parte di un’assemblea che in fin dei conti aveva dovuto prendere atto dell’allontanamento, e che travolse il rancoroso compiacimento della pattuglia dei suoi fautori presenti.

 

 Le immagini di quel giorno memorabile le potete recuperare a questi indirizzi sul Web:

 

·  "Brexit: MEPs sing Auld Lang Syne"https://www.youtube.com/watch?v=uoNUBqXRvbY

·  "MEPs sing Auld Lang Syne after EU Parliament approves Brexit Withdrawal Bill" (ITV News)https://www.youtube.com/watch?v=1vZS1HxzNGw

·  "EU Parliament comes together to sing Auld Lang Syne"https://www.youtube.com/watch?v=EfvmSdpIFgs

·  "MEPs sing Auld Lang Syne after approving Withdrawal Agreement"https://www.youtube.com/watch?v=uA8TaMpC-R4

·  "MEPs sing Auld Lang Syne after approving Brexit deal" (Guardian News)https://www.youtube.com/watch?v=m8ki1Earlvo

 

 

 Nella seduta del 13 luglio 2020, nel suo discorso di insediamento come Presidente davanti all’assemblea del Parlamento europeo, Sassoli aveva detto:

 

L’Unione europea non è un incidente della Storia.

Io sono figlio di un uomo che a 20 anni ha combattuto contro altri europei, e di una mamma che, anche lei ventenne, ha lasciato la propria casa e ha trovato rifugio presso altre famiglie.

Io so che questa è la storia anche di tante vostre famiglie... e so anche che se mettessimo in comune le nostre storie e ce le raccontassimo davanti ad un bicchiere di birra o di vino, non diremmo mai che siamo figli o nipoti di un incidente della Storia.

Ma diremmo che la nostra storia è scritta sul dolore, sul sangue dei giovani britannici sterminati sulle spiagge della Normandia, sul desiderio di libertà di Sophie e Hans Scholl, sull’ansia di giustizia degli eroi del Ghetto di Varsavia, sulle primavere represse con i carri armati nei nostri paesi dell’Est, sul desiderio di fraternità che ritroviamo ogni qual volta la coscienza morale impone di non rinunciare alla propria umanità e l’obbedienza non può considerarsi virtù.

Non siamo un incidente della Storia, ma i figli e i nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l’antidoto a quella degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia. Se siamo europei è anche perché siamo innamorati dei nostri Paesi. Ma il nazionalismo che diventa ideologia e idolatria produce virus che stimolano istinti di superiorità e producono conflitti distruttivi.

Colleghe e colleghi, abbiamo bisogno di visione e per questo serve la politica. Sono necessari partiti europei sempre più capaci di essere l’architrave della nostra democrazia. Ma dobbiamo dare loro nuovi strumenti. Quelli che abbiamo sono insufficienti. Questa legislatura dovrà rafforzare le procedure per rendere il Parlamento protagonista di una completa democrazia europea.

Ma non partiamo da zero, non nasciamo dal nulla. L’Europa si fonda sulle sue Istituzioni, che seppur imperfette e da riformare, ci hanno garantito le nostre libertà e la nostra indipendenza. Con le nostre Istituzioni saremo in grado di rispondere a tutti coloro che sono impegnati a dividerci. E allora diciamo in quest’Aula, oggi, che il Parlamento sarà garante dell’indipendenza dei cittadini europei. E che solo loro sono abilitati a scrivere il proprio destino: nessuno per loro, nessuno al posto nostro.

 

Nel 2012 all’Unione Europea venne assegnato il premio Nobel per la pace. Leggiamo il relativo comunicato ufficiale:

 

  Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso che il Premio Nobel per la Pace 2012 sia assegnato all'Unione Europea (UE). L'Unione e le sue organizzazioni predecessori hanno, per oltre sei decenni, contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa.

  Negli anni tra le due guerre, il Comitato norvegese per il Nobel aveva assegnato diversi premi a personalità impegnate nella ricerca di una riconciliazione tra Germania e Francia. Dal 1945, quella riconciliazione è diventata realtà. Le terribili sofferenze della Seconda guerra mondiale dimostrarono la necessità di un'Europa nuova. Nell'arco di settant'anni, Germania e Francia avevano combattuto tre guerre. Oggi una guerra tra Germania e Francia è impensabile. Ciò dimostra come, attraverso sforzi mirati e la costruzione di una fiducia reciproca, nemici storici possano diventare partner stretti.

  Negli anni Ottanta, Grecia, Spagna e Portogallo entrarono a far parte dell'UE. L'introduzione della democrazia era condizione per la loro adesione. La caduta del Muro di Berlino rese possibile l'adesione all'UE di diversi paesi dell'Europa centrale e orientale, aprendo così una nuova epoca nella storia europea. La divisione tra Est e Ovest è stata in larga misura superata; la democrazia è stata rafforzata; molti conflitti nazionali su base etnica sono stati risolti.

  L'ammissione della Croazia come membro il prossimo anno, l'apertura dei negoziati di adesione con il Montenegro e la concessione dello status di paese candidato alla Serbia rafforzano tutti il processo di riconciliazione nei Balcani. Nell'ultimo decennio, anche la prospettiva di un'adesione della Turchia all'UE ha favorito il progresso della democrazia e dei diritti umani in quel paese.

L'UE sta attualmente attraversando gravi difficoltà economiche e notevoli tensioni sociali. Il Comitato norvegese per il Nobel intende porre l'accento su quello che considera il risultato più importante dell'UE: il successo della lotta per la pace e la riconciliazione, e per la democrazia e i diritti umani. Il ruolo stabilizzatore svolto dall'UE ha contribuito a trasformare gran parte dell'Europa da un continente di guerra a un continente di pace.

  L'opera dell'UE rappresenta una "fratellanza tra le nazioni", e costituisce una forma di quei "congressi per la pace" ai quali Alfred Nobel fa riferimento come criterio per il Premio per la Pace nel suo testamento del 1895.

Oslo, 12 ottobre 2012

[traduzione dall’inglese by Claude mod. Fable 5]

 

 

  La costruzione della pace comunitaria contienentale s’è fatta, con l’apporto determinante dei cristiani democratici europei, seguendo le esortazioni della dottrina sociale espressa negli storici radiomessaggi natalizi diffusi dalla Santa Sede tra il 1942 e il 1944, documenti della dottrina sociale fondamentali ma dei quali si ha in genere nessuna o superficiale memoria al di fuori della cerchia degli specialisti.

 Leggiamo in quello del 1944:

 

IV. Pensieri di pace

Nulla senza dubbio Noi più ardentemente desideriamo che di vedere quanto prima splendere il giorno in cui, cessato il fragore delle armi, saranno ridate a tanta parte della umanità torturata, e quasi all’estremo limite delle sue forze fisiche e morali, pace, sicurezza e prosperità.

Innumerevoli cuori sospirano questo giorno, come i naufraghi il sorgere della stella mattutina. Molti nondimeno avvertono fin da ora che il passaggio dalla tempesta violenta alla grande tranquillità della pace può essere ancora penoso ed amaro; comprendono che le tappe del cammino dalla cessazione delle ostilità allo stabilimento di condizioni normali di vita possono nascondere più gravi difficoltà che non si pensi. È perciò tanto più necessario che un forte sentimento di solidarietà risorga fra i popoli, al fine di rendere più rapido e duraturo il risanamento del mondo.

Già nel Nostro discorso natalizio del 1939 Noi auspicavamo la creazione di organizzazioni internazionali che, evitando le lacune e le deficienze del passato, fossero realmente atte a preservare la pace, secondo i princìpi della giustizia e della equità, contro ogni possibile minaccia per il futuro. Poiché oggi alla luce di tante terribili esperienze l’aspirazione verso un simile nuovo istituto universale di pace richiama sempre più l’attenzione e le cure degli uomini di Stato e dei popoli, Noi volentieri esprimiamo il Nostro compiacimento e formiamo l’augurio che la sua concreta attuazione corrisponda veramente nella più larga misura all’altezza del fine, che è il mantenimento, a vantaggio di tutti, della tranquillità e della sicurezza nel mondo.

 

 

    E’ molto importante tener presente questa realtà della pace europea costruita nel processo di unificazione continentale  comunitaria, dal 1 novembre 1993 con l’entrata in vigore del Trattato sull'Unione europea firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992 governato come Unione Europea, perché esso costituisce il contesto di plausibilità della dottrina sociale contemporanea sulla pace dagli scorsi anni Sessanta. Insomma, senza quella realtà, non vi sarebbe stata la dottrina sociale sulla pace come la conosciamo perché essa sarebbe stata avvertita come non plausibile, come era avvenuto nei secoli passati. Impossibile, ad esempio, senza la realtà  del processo comunitario all’epoca in atto,  pensare al grandioso disegno di ricostruzione dell’ordinamento continentale europeo esposto nell’enciclica Il Centenario – Centesimus annus, del 1991, che guidò Romano Prodi, al tempo della sua presidenza della Commissione europea, dal 1999 al 2004, a spendersi, contro i molti che consigliavano di differirlo, per l’allargamento dell’Unione Europea a diversi stati usciti dal comunismo di matrice marxista-leninista \ staliniana, che nel 2004 entrarono nell’Unione: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria

  E’ in questo contesto che occorre collocare la dottrina sul disarmo che dall’enciclica La pace in terra – Pacem in terris del 1963 è sempre più al centro delle esortazioni del Magistero cattolico sulla costruzione della pace, in particolare di quello attuale.

 

Leggiamo nell’enciclica  La pace in terra:

 

[testo condensato da LLM chatbot Claude mod. Opus 5: Giustizia, saggezza e umanità esigono che si arresti la corsa agli armamenti, che le dotazioni esistenti siano ridotte in modo simultaneo e reciproco, che le armi nucleari siano messe al bando e che si giunga a un disarmo assistito da controlli efficaci:, non si deve permettere che una terza guerra mondiale, con le sue rovine economiche e sociali e i suoi sconvolgimenti morali, si abbatta sull'umanità. Tali misure restano però quasi impraticabili senza un disarmo integrale, che smonti anche gli spiriti e dissolva la psicosi bellica, sostituendo al criterio dell'equilibrio degli armamenti il principio che la vera pace si costruisce solo nella fiducia reciproca. È un obiettivo conseguibile, perché reclamato dalla retta ragione, vivamente desiderato e di somma utilità.]

 

60.[…] giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettano al bando le armi nucleari; e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci. "Non si deve permettere — proclama Pio dodicesimo  — che la sciagura di una guerra mondiale con le sue rovine economiche e sociali e le sue aberrazioni e perturbamenti morali si rovesci per la terza volta sull’umanità" [Dal radiomessaggio natalizio 1941 diffuso dalla Santa Sede].

61. Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità.

[dall’enciclica La pace in terra – Pacem in terris – 1963, nn.60-61 – Sezione Disarmo]

 

 Leggiamo nel Messaggio per la 59 Giornata mondiale della pace – 2026 diffuso dalla Santa Sede:

 

[Testo condensato dal LLM chatbot Claude mod. Opus 5: La pace di Gesù risorto è disarmata  e di questa novità i cristiani devono farsi insieme testimoni profetici, memori delle tragedie di cui furono complici, agendo con la misericordia del giudizio universale accanto a quanti, per vie diverse, si sono liberati dall'inganno della violenza. Trattare la pace come ideale lontano rende non scandaloso negarla e persino fare la guerra per raggiungerla: se non è realtà sperimentata, custodita e coltivata, l'aggressività dilaga nella vita domestica e pubblica, fino a considerare colpa il non prepararsi abbastanza alla guerra. Ben oltre la legittima difesa, questa logica contrappositiva alimenta una destabilizzazione planetaria sempre più drammatica, in cui il riarmo è giustificato con la pericolosità altrui e la deterrenza, anche nucleare, sostituisce diritto, giustizia e fiducia con la paura e il dominio della forza.]

 

La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (come si legge nel Vangelo secondo Giovanni, capitolo 18, versetto 11 -Gv 18,11; e nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 26, versetto 52  - Mt 26,52). La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (come si legge nel Vangelo secondo Matteo, capitolo 25, versetti da 31 a 46 Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.

[…]

Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza.

 

Nell’enciclica La magnifica umanità, dello scorso 15 maggio, quelle idee vengono ribadite ai numeri da 201 a 208. Si critica il multipolarismo disordinato e conflittuale, privo di architettura politica. Da qui è conseguita la ripresa di politiche di potenza e delle loro logiche. E poi l’abbandono delle politiche per il disarmo e la prevenzione dei conflitti in un quadro di fiducia reciproca e per la cooperazione allo sviluppo. Va notato che questi mali sono l’esatta antitesi di ciò che si  è invece realizzato nell’Unione europea, la quale quindi costituisce di fatto il modello di riferimento di quella dottrina sociale.

  Le politiche di pace,  mediante integrazione, collaborazione e dialogo sono squalificate, si lamenta nell’enciclica La magnifica umanità,  come irrealistiche, delle utopie appunto, se non addirittura forme di cedimento codardo o di connivenza con il nemico,  e si diffonde la convinzione antropologica dell’inevitabilità della guerra  e quindi del riarmo, cercando di indurre le coscienze a rassegnarsi allo scontro.

 Data l’importanza data al disarmo nella dottrina sociale contemporanea sulla costruzione della pace  è bene approfondirne il concetto, perché su di esso in genere sorgono diversi equivoci.

2. Disarmo

  Il disarmo, quando si tratta delle questioni politiche interne e internazionali, non va inteso principalmente come rinuncia a produrre, commerciare e acquistare armamenti, ma come modifica o abbandono di politiche che prevedano e progettino la guerra, della quale gli armamenti sono gli strumenti e i contingenti militari gli attori. Da politiche di disarmo può conseguire anche la riduzione degli armamenti tenuti da disposizione per scopi bellici, ma anche no.

  Ad esempio, gli stati membri dell’Unione Europea non hanno mai cessato di armarsi e di dotarsi di contingenti militari. Attualmente il numero complessivo degli uomini e donne in servizio militare attivo nei 27 stati membri dell’Unione Europea ammonta a circa un milione e quattrocentomila. Però hanno praticato un disarmo multilaterale all’interno dello spazio dell’Unione Europea, non prevedendo, neanche come progetto, di doversi difendere da un altro stato dell’Unione.

  Se ci riportiamo alla situazione del 1913, quando si svolsero nel Regno d’Italia le prime elezioni politiche a suffragio universale maschile, sarebbe sicuramente apparso una follia, ad esempio, sguarnire le frontiere con l’Impero austriaco, al quale l’Italia era legata dal 1882 da un trattato internazionale che in teoria la metteva al sicura da attacchi da quella frontiera, la Triplice Alleanza. La pace derivante da quel trattato non era quindi sicuramente disarmata.  Nel 1915, durante la Prima guerra mondiale, il Regno d’Italia si liberò rapidamente da quell’alleanza, legandosi all’opposta alleanza e uscendo dalla neutralità che aveva  tenuto dall’inizio del conflitto, avendo ottenuto la promessa di compensazioni territoriali. In Italia si dibatté accanitamente sull’opportunità dell’entrata in guerra. I socialisti italiani si spaccarono. Anche tra i cattolici vi furono interventisti, come Romolo Murri.  Però dopo l’entrata in guerra del Regno d’Italia, il mondo cattolico italiano si mobilitò  in massa. Nel 1917 l’esercito italiano fu consacrato al Sacro Cuore: una iniziativa promossa in particolare da Armida Barelli, dell’Azione Cattolica,  e da Agostino Gemelli, con l'approvazione del Papa e la collaborazione dell'Ordinariato Militare. La Nota ai Capi dei popoli belligeranti  di quello stesso anno, diffusa dalla Santa Sede,  in cui la guerra in corso veniva definita inutile strage, non modificò quell’orientamento del laicato: si disse che era stata manifestazione di un magistero morale e spirituale e che non vincolava politicamente i sudditi del Regno d’Italia.

  Del resto la dottrina cattolica sulla guerra — che ora nel magistero recente si  preferisce formulare in termini di legittima difesa — riserva la valutazione delle condizioni di liceità del ricorso alle armi al giudizio prudenziale di coloro che hanno la responsabilità del bene comune, cioè alle autorità legittime degli Stati. I cittadini sono tenuti ad obbedire a a tali autorità, fermo restando il riconoscimento dell'obiezione di coscienza. La tradizione teologica consolidatasi dal Cinquecento non ritiene colpevoli i militari che partecipino in buona fede a una guerra oggettivamente ingiusta, salvo che siano stati comandati crimini contro il diritto delle genti e principi morali universali, quindi di ingiustizia manifesta.

  Il disarmo è in genere relativo, quindi nel contesto di specifiche relazioni internazionali. Può essere bilaterale, quando coinvolge due stati o multilaterale, quando coinvolge più stati, come accade nell’Unione Europea contemporanea.

  Il disarmo multilaterale nell’Unione Europea  è conseguito allo sviluppo del processo comunitario, dagli scorsi anni Cinquanta. Ne è derivata nel 1995, con l’entrata in vigore della Convenzione di Schengen, anche  l’abolizione dei presidi militari e doganali delle frontiere, interne all’Unione Europea, tra alcuni degli stati membri dell’Unione Europea, in particolare della frontiere tra Austria e Italia.

 Un disarmo assoluto può essere considerato quello attuato dalla Santa Sede nell’entità territoriale sovrana che possiede a seguito di Patti Lateranensi del 1929 con il Regno d’Italia, la Città del Vaticano. La Santa Sede non progetta la guerra nei confronti di alcuni degli stati del mondo, e in particolare verso l’Italia, che ne invase e abbatté lo stato nel corso di una breve guerra nel 1870. Tuttavia la Santa Sede mantiene tuttora una piccolissima forza militare, la Guardia svizzera, di poche decine di militari, dotati per altro di armi personali potenti, in linea con l’armamento dei soldati degli altri eserciti europei. Le stesse alabarde, armamento cerimoniale della Guardia svizzera,  sono in mani addestrate armi micidiali, fatte per disarcionare e fare a pezzi cavalieri che attaccano protetti da armature.

  Le politiche belliche determinano le necessità di approvvigionamento militare. Politiche estese di disarmo ridurranno l’entità degli stanziamenti per la produzione e l’acquisto di armamenti. L’aumento dell’entità degli stanziamenti per produzione e acquisto di armamenti sono invece indicative di politiche belliche di riarmo, che sono quello in cui si progettano le guerre contro altre entità. Non importa se tali guerre siano presentate come aggressive  o difensive, sempre di guerra si tratta. Di solito, ai tempi nostri, in ambienti democratici, la necessità di assicurarsi un vasto consenso tra le popolazione, porta a presentare le proprie guerre come difensive, anche se, approfondendo, non sarebbe appropriate qualificarle tali.

  Inoltre, nel 2002, sotto l’amministrazione del presidente George Walker Bush venne elaborata la strategia della difesa preventiva, che ha fatto scuola nel  mondo, quindi dell’attacco militare a prescindere da una effettiva precedente aggressione, quando si valuti la presenza di minacce gravi, anche se non imminenti ma in via di maturazione, quindi solo potenziali, e si ritenga di non poter lasciare al nemico il vantaggio del primo colpo.

 Esplosa una guerra, essa viene condotta oggi con le medesime modalità, sia che la sua origine, dal punto di vista di uno dei belligeranti, sia stata difensiva sia che sia conseguita a una aggressione decisa da quello stato contro uno o più altri stati.

 L’Unione Europea è attualmente coinvolta in politiche di riarmo, di cui si tratta nel rapporto Draghi  presentato nel settembre 2024 alla Commissione europea, e il conflitto del quale esse originano è quello già in corso dal 2014 in Ucraina, tra tale stato e la Russia, a seguito di una situazione di tensione manifestatasi dal 2004. Nel 2022 il governo federale russo ordinò l’invasione militare dell’Ucraina, che dal canto suo si era potentemente armata con l’assistenza della Gran Bretagna e degli Stati Uniti  d’America e che riuscì a resistere all’aggressione. Da allora l’Unione Europea e i suoi stati membri assistono militarmente l’Ucraina, in particolare con ingenti forniture militari. La situazione non si è risolta e il conflitto è proseguito con letalità crescente.

  La situazione in cui ci si trova nell’Europa di oggi è in fondo analoga a quella che si visse nell’estate del 1939, quando la santa sede, il 13 agosto di quell’anno,  diffuse un famoso  radiomessaggio rivolto ai governanti ed ai popoli
nell'imminente pericolo della guerra, per dissuaderli dall’iniziare una nuova guerra europea, con queste nobili parole:

 

 EccoCi con voi, condottieri di popoli, uomini della politica e delle armi, scrittori, oratori della radio e della tribuna, e quanti altri avete autorità sul pensiero e l’azione dei fratelli, responsabilità delle loro sorti.

 Noi, non d’altro armati che della parola di Verità, al disopra delle pubbliche competizioni e passioni, vi parliamo nel nome di Dio, da cui ogni paternità in cielo ed in terra prende nome (come si legge nella lettera di san Paolo apostolo agli efesini, capitolo terzo, versetto 15), — di Gesù Cristo, Signore Nostro, che tutti gli uomini ha voluto fratelli, — dello Spirito Santo, dono di Dio altissimo, fonte inesausta di amore nei cuori.

 Oggi che, nonostante le Nostre ripetute esortazioni e il Nostro particolare interessamento, più assillanti si fanno i timori di un sanguinoso conflitto internazionale; oggi che la tensione degli spiriti sembra giunta a tal segno da far giudicare imminente lo scatenarsi del tremendo turbine della guerra, rivolgiamo con animo paterno un nuovo e più caldo appello ai Governanti e ai popoli: a quelli, perché, deposte le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza, tentino di risolvere le attuali divergenze coll’unico mezzo a ciò adatto, cioè con comuni e leali intese: a questi, perché, nella calma e nella serenità, senza incomposte agitazioni, incoraggino i tentativi pacifici di chi li governa.

 È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada. E gl’imperi non fondati sulla Giustizia non sono benedetti da Dio. La politica emancipata dalla morale tradisce quelli stessi che così la vogliono.

 Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo.

 Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. Trattando con buona volontà e con rispetto dei reciproci diritti si accorgeranno che ai sinceri e fattivi negoziati non è mai precluso un onorevole successo.

 E si sentiranno grandi — della vera grandezza — se imponendo silenzio alle voci della passione, sia collettiva che privata, e lasciando alla ragione il suo impero, avranno risparmiato il sangue dei fratelli e alla patria rovine.

 

 Sappiamo come andò. Come già al tempo della Prima guerra mondiale, e come potrebbe accadere ora, un micidiale sistema di alleanze progettate per la guerra scattò quando l’esercito tedesco il 1 settembre 1939 invase la Polonia. La situazione di pace che sembrava essere stata mantenuta dopo la conferenza di Monaco del 1938 non era sicuramente disarmata.

  Caratterista del disarmo multilaterale dell’Unione Europea è quello di avere la tendenza ad estendersi verso l’esterno delle frontiere comunitarie, portando al coinvolgimento di altri stati nel processo comunitario. Ha quindi carattere centripeto: attira  altri stati nell’ambiente disarmato  e  disarmante. E’ molto solido. Lo dimostra l’esperienza dell’uscita del Regno Unito dall’Unione: il disarmo   è stato mantenuto. Questa capacità centripeta della forza disarmante  è condizionata però a che non si proceda al riarmo, quindi che non si facciano piani di guerra nella direzione di altri stati. Fino al primo decennio del nuovo Millennio, la stessa Federazione russa fu coinvolta in quel processo, attirata dall’ambiente disarmante.

  Ora che si fanno progetti di riarmo verso la Federazione Russia, vale a dire si progetta di entrare in guerra con quello stato (si contempla la possibilità di quella guerra), ci si accorge che le politiche di disarmo a lungo perseguite hanno avuto come effetto l’effettiva riduzione degli armamenti, in particolare della vastissima e costosissima forza di mezzi corazzati che veniva mantenuta quando si metteva nel campo delle possibilità un conflitto con l’Unione Sovietica. Il numero dei militari in servizio attivo fu ridotto di circa centomila unità. Dal 2005 fu sospeso il servizio militare obbligatorio maschile.

3. La costruzione della civiltà dell’amore

 Uno dei temi centrali dell’enciclica La magnifica umanità  è la costruzione di una civiltà dell’amore.

  Se ne tratta ai numeri 210 e 211, nella sezione intitolata, appunto, “Costruire la civiltà dell’amore”.

 La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male, si legge. Si aggiunge che la prospettiva cristiana, però, non si esaurisce nel denunciare il male. Non dobbiamo interpretare  il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. Infatti, anche nelle notti più buie, il Signore suscita uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene: persone che proteggono i fragili e aprono varchi di riconciliazione. I cristiani, scrivono i redattori dell’enciclica sociale (che fin dalla prima del 1891 è un lavoro di equipe) vedono le tenebre e le chiamano per nome, ma non restano fermi a contemplarle.

  La costruzione della civiltà dell’amore  corrisponde a un grandioso disegno della dottrina sociale che può farsi risalire all’enciclica Lo sviluppo dei popoli  - Populorum progressio del 1967.

  A questo proposito richiamo ciò che ne ho scritto nel quadro dei podcast che ho diffuso per il mio gruppo parrocchiale di Azione Cattolica.

  Nell’enciclica La magnifica umanità, al capitolo primo, Un pensiero dinamico e fedele al Vangelo, si fa memoria viva di tre documenti del Magistero molto importanti e tra loro collegati, nel senso che gli ultimi due si riferirono espressamente al primo:

-      L’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, diffusa nel 1967 sotto l’autorità del papa Paolo 6°;

-      L’enciclica La sollecitudine sociale – Sollicitudo rei socialis, diffusa nel 1987 sotto l’autorità del papa Giovanni Paolo 2°;

-      L’enciclica La carità nella verità  - Caritas in veritate, diffusa nel 2009 sotto l’autorità del papa Benedetto 16°.

 Al centro delle tre encicliche c’è lo sviluppo integrale degli esseri umani, così definito al n.14 dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio:

 

 Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. Com’è stato giustamente sottolineato da un eminente esperto: "noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera".

 

 

 La matrice delle argomentazioni svolte nell’enciclica è individuata nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo La gioia e la speranza – Gaudium et spes, che si apre in modo grandioso così:

 

  Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.

  La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.

  Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.

 

 Nell’enciclica La sollecitudine sociale – Sollicitudo rei socialis, dopo aver ampiamente richiamato gli insegnamenti dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, si argomenta al n.33:

 

Per essere tale, lo sviluppo deve realizzarsi nel quadro della solidarietà e della libertà, senza sacrificare mai l'una e l'altra per nessun pretesto. Il carattere morale dello sviluppo e la sua necessaria promozione sono esaltati quando c'è il più rigoroso rispetto di tutte le esigenze derivanti dall'ordine della verità e del bene, propri della creatura umana. Il cristiano, inoltre, educato a vedere nell'uomo l'immagine di Dio, chiamato alla partecipazione della verità e del bene, che è Dio stesso, non comprende l'impegno per lo sviluppo e la sua attuazione fuori dell'osservanza e del rispetto della dignità unica di questa «immagine». In altre parole, il vero sviluppo deve fondarsi sull'amore di Dio e del prossimo, e contribuire a favorire i rapporti tra individui e società. Ecco la «civiltà dell'amore», di cui parlava spesso il Papa Paolo sesto.

 

 Nell’enciclica La carità nella verità – Caritas in veritate, collegandosi espressamente all’enciclica Lo sviluppo dei popoli  - Populorum progressio,  si propone al n.70, nel capitolo 6°, Lo sviluppo dei popoli e la tecnica,  un insegnamento che è centrale anche nell’enciclica La magnifica umanità:

 

 Lo sviluppo tecnologico può indurre l'idea dell'autosufficienza della tecnica stessa quando l'uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire. È per questo che la tecnica assume un volto ambiguo.

[…]

Quando l'unico criterio della verità è l'efficienza e l'utilità, lo sviluppo viene automaticamente negato. Infatti, il vero sviluppo non consiste primariamente nel fare. Chiave dello sviluppo è un'intelligenza in grado di pensare la tecnica e di cogliere il senso pienamente umano del fare dell'uomo, nell'orizzonte di senso della persona presa nella globalità del suo essere.

 

 Nell’enciclica Laudato si’, diffusa nel 2015 sotto l’autorità di papa Francesco, gli insegnamenti dei suoi predecessori vennero infine ulteriormente articolati portando al concetto di ecologia integrale con riferimento all’ambiente e alle società che l’abitano, constatando che, nel mondo globalizzato, tutto è connesso. Nel 2016, un anno prima del cinquantesimo anniversario dell’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, papa Francesco istituì il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

  Il metodo proposto per l’attuazione di quel disegno sociale per una civiltà dell’amore prevede una vasta partecipazione popolare, ora nel quadro della nuova sinodalità totale che si sta organizzando e progettando dall’ottobre 2021:  non ci si limita quindi a riferirsi ai governi e ai loro apparati diplomatici, vale a dire a ciò che, nel lessico del Magistero, in genere si individua come governanti, ma ci rivolgere, per coinvolgerlo nell’attività di riforma sociale,   a tutto il popolo di Dio, nel quadro di uno straordinario processo di riforma ecclesiale, in vista dell'edificazione di quella che Paolo sesto definì «civiltà dell'amore», nel senso evangelico dell'agàpe. È un processo che affonda le radici nel rinnovamento teologico maturato in Francia e in Belgio negli anni Trenta — la cosiddetta nouvelle théologie [nuova teologia]— come teologia dei poveri, all'interno di un cattolicesimo profondamente segnato dall'impegno sociale, con le esperienze dei preti operai; un processo che trovò terreno fertile nei lavori e nei documenti del Concilio Vaticano secondo, sostenuto dal pensiero di teologi di quel filone — Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, Jean Daniélou, Henri de Lubac, Hans Urs von Balthasar —, in particolare nella teologia del Popolo di Dio,   da vescovi come l’italiano Giacomo Lercaro e il Brasiliano Helder Càmara, e dalla sensibilità per la «Chiesa dei poveri»  incarnata da figure come il sacerdote Paul Gauthier (condotto al Concilio dal vescovo di San Giovanni d’Acri,  in Palestina, fu animatore, a margine dei lavori, del gruppo della “Chiesa dei poveri”, promotore di un patto di riforma dello stile ecclesiale tra vescovi denominato “Patto delle Catacombe). Di lì, catalizzato dai vescovi latinoamericani al ritorno dai lavori del Concilio Vaticano secondo, questo orientamento teologico e pastorale attecchì e si sviluppò in America Latina, in particolare nella vita delle comunità ecclesiali di base,  in contesti segnati da una disperata povertà di massa, attraverso la straordinaria esperienza di sinodalità ecclesiale continentale delle conferenze del Consiglio Episcopale Latinoamericano: da quella di Medellín, in Colombia, nel 1968, a quella di Aparecida, in Brasile, nel 2007, della quale fu protagonista, come cardinale arcivescovo di Buenos Aires, l'argentino Jorge Mario Bergoglio. L'esortazione apostolica La gioia del Vangelo – Evangelii gaudium, del 2013, considerata una sorta di manifesto programmatico del pontificato di papa Francesco, è radicata nel documento finale della Conferenza di Aparecida, redatto da una commissione da lui presieduta. E l’enciclica La magnifica umanità si inserisce in questa evoluzione durata ormai quasi un secolo.

  Il nodo teologico della teologia dei poveri sta in questo: Gesù di Nazaret, il Cristo a cui i cristiani si affidano, si fece servo e povero [se ne parla in diversi brani del Nuovo Testamento, come nella Seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi, capitolo 8, versetto 9: «Voi conoscete la generosità del Signore nostro Gesù Cristo: per amor vostro, lui che era ricco, si è fatto povero per farvi diventare ricchi con la sua povertà» -Traduzione interconfessionale in lingua corrente]. Ne segue che incontrare e ascoltare il povero è incontrare e ascoltare il Cristo servo; e che chi ci sta davanti come povero non sta soltanto ricevendo carità, ma ci rivela qualcosa. Per avvicinare questo ordine di idee si può leggere Yves Congar, Per una Chiesa serva e povera (originale francese del 1963, all'inizio del Concilio Vaticano II; edizione italiana Qiqajon, Magnano 2014). È questa teologia che fonda il primo momento del discorso, quello discendente: il Cristo che si abbassa, e la Chiesa anche, alla sua sequela. Su quella stessa premessa cristologica, per altra via, gli sviluppi latinoamericani della teologia dei poveri hanno tratto la conclusione ulteriore: il povero, figura di Cristo, può evangelizzare proprio nella sua condizione. La cristologia dell’abbassamento di Cristo a servo e povero di Congar è la premessa; la conclusione che il povero evangelizza è stata tratta negli sviluppi del movimento: papa Francesco, nel suo magistero,  ne trasse le conseguenze per la vita della Chiesa tutta, sul che cosa fare come Chiesa e come persone di buona volontà, ad esempio esortando a una Chiesa in uscita. Non si tratta solo, anche nella costruzione della pace nel quadro di un umanesimo integrale,  di programmare riforme sociali dall'esterno, ma di ascoltare i poveri e i sofferenti e — per farlo veramente — di scendere in mezzo a loro: è di lì, e non da un progetto calato dall'alto, che nasce anche la riforma giusta. Così facendo, non si cambia solo la condizione del povero: cambiano anche la condizione e la mentalità di chi scende verso di lui per ascoltarlo, facendosi come lui. E la società ne risulta trasformata. Papa Francesco, da vescovo, e poi da Papa, praticò personalmente questo orientamento di vita religiosa. Vivendo in tal modo, come Chiesa, l'agàpe evangelica alla sequela di Cristo, anche la Chiesa — nella sua dimensione storica — ne risulta purificata: è quindi anche un vero e proprio moto di riforma ecclesiale centrato sulla sinodalità come ambiente dell’ascolto e della vicinanza umana ai poveri della Terra. In questa prospettiva, il povero, inteso in senso ampio come quella parte della popolazione che, in un determinato assetto sociale, sopporta il peso maggiore delle disuguaglianze, non è lo scarto da recuperare di un sistema che non cambia, né un effetto collaterale indesiderato da sanare per rafforzare la legittimazione di quell’assetto sociale. È, piuttosto, una persona da avvicinare e da ascoltare, riconoscendone pienamente la dignità morale e sociale e rendendola partecipe di ciò che le è dovuto in quanto essere umano. In questo incontro e in questo ascolto, non è solo il povero a ritrovare il proprio posto nella comunità: anche chi gli si accosta riscopre e approfondisce la propria umanità. Ciò vale anche nelle questioni della pace e della guerra. La gente anela la pace, ma rimane inascoltata quando i governi decidono altrimenti.

 Si legge nel radiomessaggio natalizio diffuso dalla Santa Sede nel 1944:

 

Sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un'amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richieggono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini.

Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l'attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l'avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.

In tale disposizione degli animi, vi è forse da meravigliarsi se la tendenza democratica investe i popoli e ottiene largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirano a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società?

 

 Ho fatto eseguire ad LLM chatbot ricerche per individuare nell’enciclica La magnifica umanità  le parole chiave riconducibili al magistero del papa precedente. Quelle riconducibile alla teologia dei poveri, “poveri \ opzione preferenziale” sono al primo posto con 36 ricorrenze in 31 numeri, le unità minori di testo dell’enciclica.

 

hótan oneidìsosin hymàs

 

4. Resistere al male

  Nel solco del grande appello alle persone di buona volontà che concludeva l’enciclica Lo sviluppo dei popoli – Populorum progressio, anche l’enciclica La magnifica umanità chiama all’azione le gente di fede. Esorta tutte le donne e gli uomini di buona volontà a riscoprire il proprio compito di portare nel quotidiano, nei rapporti familiari, nel lavoro e nella partecipazione sociale, i principi della dottrina sociale,  lasciandosi animare dall’intento di incarnare l’amore di Dio nella trama concreta della storia. Si  propone di illuminarne la coscienza e di orientarne l’impegno a rendere più giusta e fraterna la vita delle nostre società.

  Occorrono persone uomini e donne capaci di non rassegnarsi e di perseverare nel bene, di generare una resistenza operosa al male e una sorprendente creatività nel bene. Non bisogna pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla – si legge nell’enciclica. Questa è una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà, naturalmente, si osserva nell’enciclicac: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura).

  Occorre resistere – esorta l’enciclica – alla pressione per accettare il falso “realismo”, fondato non solo sull’invalsa logica della forza, ma anche su una convinzione culturale e antropologica  che  la guerra sia inevitabilmente parte della natura umana. Pensando che è sempre stato così, salvo brevi parentesi, e  che dunque così sempre sarà! Così, a quel punto,  il problema non è più la pace, smarrita come riferimento nell’orizzonte internazionale, ma come e quando agire militarmente, mentre si sostiene che sarebbe irresponsabile non prepararsi allo scontro.

  Alcune sezioni  dell’enciclica, nei numeri da 210 e 226, aperta da quella intitolata Costruire la civiltà dell’amore, trattano di come opporre quella resistenza, rigettando le accuse di codardia e di intelligenza con il nemico, con le quali i costruttori di pace sono oggi diffamati.

  Ci sono situazioni nelle quali  - si osserva - per rimanere umani, dobbiamo abbandonare le esitazioni e prendere posizione. Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di “non essere complici”, si legge poi al n.216.  Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa, si scrive nell’enciclica. Per questo non possiamo restare a livello di analisi astratte. Dobbiamo “toccare la carne” di chi soffre:  guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite. Ecco l’infliusso della teologia del povero! Gli eventi dolorosi hanno bisogno sia di storia che di memoria, l’una per cercare di raccontare i fatti, l’altra per testimoniare i vissuti. La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Bisogna considerare come ciascuno, nel proprio ambito, possa collaborare alla sua costruzione.

  Nell’enciclica vengono cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.

 Siamo esortati a fare attenzione alle nostre parole, perché, disarmando le parole si contribuisce a disarmare la Terra. La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra.

Tutti, poi a qualsiasi livello, possiamo contribuire a quel fondamento della pace  che è la giustizia.

  Siamo esortati a dare spazio, nell’informazione e nell’educazione, allo sguardo e alla voce delle vittime:  ciò aiuta a diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza; a non accettare come normale la logica del conflitto; a non volgere lo sguardo altrove quando avviene un oltraggio alla dignità umana; e a restituire alle persone colpite la dignità di essere riconosciute e ascoltate.

 Abbiamo bisogno di un “sano” realismo – si osserva nell’enciclica- che non rinunci a cambiare il mondo,  ma consideri con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Esso non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili.

 Dobbiamo esercitare il dialogo, che è lo strumento principale della convivenza tra le persone e tra i popoli, ed è l’alternativa al conflitto aperto. Esso è una dimensione ordinaria della vita umana, e non riguarda soltanto le relazioni tra gli Stati. Si tratta di acquisire un’attitudine a costruire legami di fraternità, fatti di ascolto, di sguardi sinceri, di tempo dedicato, persino di tempo perso insieme. A livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”. Nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia.

  La guerra non è mai inevitabile – si scrive nell’enciclica,  le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi ma li aumentano; perché passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani: non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare.

Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, - conclude l’enciclica -  restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore, sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato.

 In questo lavoro, noi, popolazioni affratellate nell’Unione Europa, non partiamo da zero, come a volte pare che si ritenga, quando, ad esempio, del grandioso processo di unificazione comunitaria a livello comunitario attuato dagli scorsi anni Cinquanta,  in cui i cattolici democratici europei hanno avuto un ruolo fondamentale, sembra non volersi o sapersi rendere conto. Da un lato, ad esempio,  progettando una riforma dell’ordine europeo senza tenere in considerazione ciò che già c’è, in particolare un effettivo sistema di diritti fondamentali delle persone e delle formazioni sociali, presidiato dal principio di sussidiarietà, originato dalla dottrina sociale cattolica,  e dall’esercizio della giurisdizione europea e nazionale: quei diritti sono realmente diritti, non solo dichiarazioni di valore etico, perché possono essere fatti valere, come diritto vigente davanti ai giudici istituiti nell’Unione Europea. D’altro lato proponendo di imitare il modello di governo degli stati federali, come sono gli Stati Uniti d’America e la Federazione russa, senza considerare che esso ha portato al dominio imperiale  di oligarchie antipopolari e belliciste, mentre la pace attuata nel quadro del processo comunitario europeo è un realtà, e una realtà in cui la popolazione mantiene la propria dignità,  e per di più una realtà che attrae le popolazioni intorno.

  Chiediamo quale possa e debba essere in questo quadro, di uno stato di guerra continentale già in atto e suscettibile di estensione tanto che si è invertito il corso delle passate politiche di disarmo, il ruolo dei gruppi di impegno culturale come il nostro.

  Essere solo, come nel passato, i consiglieri dei principi?

  O, rispondendo all’esortazione alla sinodalità anche nell’azione sociale  che ci viene dalla dottrina sociale, quello di scendere tra la gente, nelle realtà di base, per ascoltare le persone e parlar loro di questi temi, diffondendo la dottrina sociale e trasformandola il pensiero sociale. Ma anche infiammandole nella costruzione della pace, come oggi si cerca invece di infiammarle alla guerra.

  La dottrina sociale è parte della teologia, ma nella teologia mi pare un po’ la sorella povera, la cenerentola. La si considera suscettibile di contaminazioni, perché è in dialogo con gli altri filoni del pensiero. E’ aperta, effettivamente, al contributo delle altre discipline, in particolare di quelle in campo sociale. Dialoga non solo con gli specialisti di materie affini, ma con il tempo che si vive. E’ un pensiero dinamico anche se fedele al vangelo, si scrive nell’enciclica La magnifica umanità. E’ una realtà viva,  non il frutto di un progetto elaborato a tavolino  - si legge nell’enciclica - , ma il risultato di una trama paziente, tessuta alla luce delle “cose nuove” del proprio tempo,  in dialogo con la storia, le culture e le scienze, e nello stesso tempo custodisce un nucleo di verità che non tramonta. E la pastorale, della quale la dottrina sociale è il principale sostegno, non si limita alla cura delle comunità di persone di fede, ma è nientedimeno che il rapporto concreto con la storia per «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio», secondo la celebre espressione contenuta al n.31 della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti – Lumen gentium del Concilio Vaticano secondo. 

  La costruzione della pace è divenuta realtà nell’Unione Europea, che nel mondo è organismo unico, la perla rara,  e per questo tanto più prezioso. Ed è, in fondo, il gioiello splendido del cristianesimo democratico europeo, che per essa si è speso senza riserve vincendo le resistenze, ad esempio, di liberali e socialisti.

 Ai tempi nostri, finalmente, il Magistero ne segue il progetto di pace, e  non è stato sempre così. E’ una grande opportunità, per costruire una resistenza popolare contro i progetti di trascinare l’Unione Europea in guerra, mediante politiche di riarmo. In democrazia le masse dovrebbero avere la meglio, ma la storia dimostra che, purtroppo, non sempre è stato così. Perché si è riusciti a dividerle. Ad esempio suscitando il terrore di nemici, di volta in volta costruiti, e trascinandole nei conflitti.

  Sapremo prendere sul serio l’appello al disarmo e a una pace disarmante, cioè attiva, in particolare mediante tecniche di lotta nonviolenta, che ci viene dall’attuale Magistero o, come nel 1917, davanti alla nota sull’inutile strage  del Papa di allora, risponderemo che, in definitiva, si tratta solo di esortazioni morali,  spirituali, che non devono e non possono avere rilievo politico?

Mario Ardigò – per il MEIC Lazio – incontro in Zoom del 31 luglio 2026