INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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mercoledì 7 giugno 2017

Trascrizione dell'omelia svolta da S.E. monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, nel corso della Messa di Pentecoste, l'8-6-14, presso il Centro dello Spirito Santo - Palestrina - testo trascritto da fonoregistrazione e non rivisto dal celebrante - trascrizione di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante da fonoregistrazione

Trascrizione dell'omelia svolta da S.E. monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina, nel corso della Messa di Pentecoste, l'8-6-14, presso il Centro dello Spirito Santo - Palestrina -  testo trascritto da fonoregistrazione e non rivisto dal celebrante - trascrizione di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante da fonoregistrazione


 Ci riportiamo a quel cenacolo, che era diventato la casa dei ricordi, la casa delle recriminazioni, riguardo ai tradimenti che ciascuno, in maniera più o meno grave ed evidente, aveva fatto. Ma che era diventato finalmente la casa dell'attesa, da quando Gesù, non una volta soltanto, si era fatto vedere vivo, risorto, e aveva detto esplicitamente "Ricevete lo Spirito Santo". Solo che rischiava di diventare la casa della paura, questo cenacolo, della disfatta conclamata, del rifugio comodo o della consolazione tra pochi. La grande sofferenza e la grande sconfitta della Croce pesavano ancora molto. Il popolo aveva intentato un processo a Gesù  e gli aveva preferito Barabba, l'aveva mandato a morte. I primi sconfitti erano loro, gli apostoli.
 Gesù era risorto, ma la fonte nuova per affrontare la vita da soli ancora non si manifestava e Gesù la promette e la manda loro.  Verrà il Paràclito, la forza, il conforto, l'energia vera, la Grazia, la nuova presenza intima di Dio in ogni esistenza.  E lui ci aiuterà a cambiare testa; è proprio lui che ci aiuterà a misuraci con verità su ogni parola di Gesù, a sentirlo dentro come fuoco d'amore, è proprio lo Spirito.
 Il peggio non è ancora passato, perché "ora", dice Gesù, "quello che hanno fatto a me lo faranno anche a voi. Anche voi sarete messi a morte nella condizione di fare piacere a Dio mio padre. Vi isoleranno, vi cacceranno, vi scardineranno dalla vostra stessa identità. Ma io non vi lascio soli. Con voi ci sarà sempre lo Spirito".
 E la storia dei cristiani non è una storia di kamikaze, ma di martiri, di testimoni, che rispondono con il sorriso ad ogni sorta di tormenti con cui i carnefici si divertono, rispondono con il perdono, con la preghiera, senza rabbia. Hanno avuto una vita interiore che non si sarebbero mai immaginati di poter avere. Per qualche Padre della Chiesa è la prova più evidente della resurrezione di Gesù.  Come avrebbero potuto, questa massa di impauriti, conquistare il mondo alla fede di Gesù, se Gesù non si fosse fatto vivo, con il suo corpo martoriato e reso vivo dallo Spirito Santo? Dio ama i suoi figli e non li lascia soli. Con lo Spirito nasce la speranza, che è la prima cura contro la depressione spirituale e contro lo scoraggiamento. E' un dono di Dio guardare la vita, ogni giorno che ti alzi, con desiderio di vivere, con la gioia di ricominciare, con lo sguardo buono su quelli che incontriamo, con l'atteggiamento di accoglienza verso tutti. D'ora in avanti è lo Spirito che costruisce la nostra vita interiore, che ci ricarica le batterie, per poter comunicare con tutti. Il nostro cellulare è scarico, la nostra comunicazione non raggiunge nessuno, perché è soltanto mostra di noi stessi, non è ascolto, attenzione, amicizia, ma spesso diventa sopraffazione.
 E' lo Spirito che ci fa capire che scelte fondamentali fare nella vita. E con lui che dobbiamo fare discernimento, è lui che ci condurrà alla verità intera, non permetterà che siate schegge impazzite di qualche fissazione. E' lo Spirito che ci convincerà di peccato, ci aiuterà a leggere nei nostri comportamenti la grande distanza dall'amore di Dio, dal suo Vangelo, che ci aiuterà a leggerlo, a capirlo, a meravigliarci della sua bellezza, ad accogliere la sua luce che ci dona.
 E' lo Spirito la nuova legge, non più scritta su tavole di pietra, ma definita nel cuore di ciascuno, nella nostra coscienza.
 Se ricordate, nell'Antico Testamento, dopo la liberazione attraverso il Mar Rosso, quel popolo ha vagato per quarant'anni e, finalmente, da un'orda di schiavi fuggiti diventano un popolo, perché Mosè dal Sinai portò loro le leggi, la Costituzione.
 Abbiamo ricordato in Cattedrale, il giorno prima di giugno, il settantesimo anniversario del bombardamento che è stato fatto sulla nostra città, quando non c'era alcun tedesco, però  i nostri alleati sono sempre molto intuitivi … Hanno ammazzato tutte le nostre suore che avevamo al monastero delle Clarisse. Se ne è salvata una, la mandataria, quella meno dotata, perché veniva mandata a fare le spese soltanto, e quella ha rimesso in piedi tutto il convento. Per cui il Signore fa quello che vuole.  Ebbene, dicevo, anche chi è, non dico della  mia generazione, ma quasi, ricorderà di aver sentito dai genitori o dai nonni che anche quando qui è finita la guerra e c'è stata la liberazione, si sono scatenate tutte le vendette possibili e immaginabili, perché non c'era legge. Quello mi ha fatto un torto? Lo faccio fuori. Quello mi ha rubato? Gli porto via la casa. Non c'era legge. Capite quindi quanto è importante avere una Costituzione, per poter vivere da liberi.
 Sul Sinai è stata data la Legge e nel Nuovo Testamento qualcuno, con poca fantasia, dice che sono le Beatitudini la nuova legge. Non sono le Beatitudini. Non avremo più una "legge": abbiamo lo Spirito Santo. Le Beatitudini sono un cammino bellissimo, ma se non ci fosse lo Spirito Santo che ci permette di seguirle, non ce la faremmo. Anziché le leggi, abbiamo lo Spirito Santo: questo ci dà una grande libertà, ma anche una grande responsabilità, perché nessuno ha la soluzione della vita in tasca, ma ha la luce e la forza per cercarla continuamente.
I comportamenti giusti non sono standard, ma lo Spirito ci aiuta a trovarli ogni volta che siamo chiamati ad esprimerci da uomini e donne di fede, da comunità dei credenti, da Chiesa domestica, anche da comunità parrocchiali, da comunità di frati e di suore, da famiglie cristiane.
 Non è scritto per nessun cristiano il Libro delle Giovani Marmotte. Non so se avete letto Paperino. Quando mancava Paperino, non sapevano che fare quelle oche lì; allora c'era un libro nel quale andavano a leggersi come fare un uovo fritto, lo prendi così, lo spacchi cosà, come fanno i vostri mariti quando non ci siete voi a casa. Telefonano "Come faccio a fare questo?", eh?  Il Libro delle Giovani Marmotte, dove c'è scritto tutto quello che devi fare quando manca il capo. Non abbiamo il Libro delle Giovani Marmotte perché manca Gesù, dove c'è scritto tutto, già definito, tutto quello che si deve fare. Quante volte voi mamme e papà avete dovuto tribolare per decidere cosa fare nella vostra famiglia, pur essendo cristiani, pur sapendo il Vangelo, pur sapendo tutti i Comandamenti! Perché la nostra vita non è mai all'altezza del Vangelo, se non c'è lo Spirito Santo che ci illumina. "Prendi questa decisione!", "Prendi quest'altra". Siamo sempre aperti, non abbiate in tasca nessuno la verità! La verità è sempre Gesù ed è lo Spirito Santo, che ci aiuta ad essere più docili. C'è solo lo Spirito Santo. La nostra docilità e la nostra umanità, affidata tutta a Dio e soltanto a Dio.


martedì 6 giugno 2017

Passare il tempo

Passare il tempo

   Sto leggendo un libretto del fisico Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, edito da Adelphi: è disponibile anche in e-book. Racconta tante cose sullo scorrere del tempo che la fisica contemporanea ha scoperto. E’ scritto per farle capire anche a chi non ha studiato. Leggendolo si comprende che ognuno, e ogni posto, ha il suo proprio tempo. Siamo veramente contemporanei solo di noi stessi e di nessun altro. 
  Che il tempo scorra più o meno velocemente  a seconda delle situazioni  e delle età è una sensazione comune.  In particolare, da anziani sembra che il tempo scorra velocissimo. Si pensa di avere tanto tempo,  da pensionati, per fare ciò che non si è potuto da giovani e si scopre che non è così. Bisogna sempre sbrigarsi. Il tempo è sempre poco.
  Da giovani, quando sembra di avere più tempo, non si sa che fare. Ma anche da anziani spesso  è lo stesso. Si va nei centri anziani e si finisce per passare il tempo  giocando a carte. Uno come Lorenzo Milani si arrabbiava contro questa abitudine, che considerava come uno sprecare il tempo.
  Se uno è religioso pensa di dover impiegare bene il tempo. Il ciclo dell’anno liturgico lo sollecita a questo. Però spesso, in questo, si diventa dipendenti dai preti, si ha sempre bisogno di qualcuno di loro che presieda e dica  che fare e spieghi perché  lo si fa. Questa abitudine viene mantenuta anche nelle cose che spetterebbero primariamente ai laici. E anche lì dove i laici cercano di essere autonomi, finisce per prevalere il modello di presidenza attuato dal prete, per cui i laici cercano di fare come  i preti e si clericalizzano.
 Se si vuole intervenire nelle cose della società  da laici animati dalla fede, come ora ci viene richiesto, bisogna imparare  un diverso modo di impegno, molto più autonomo, ma anche costante e intenso. E deve essere un lavoro collettivo. Non ci si limita, infatti, ad assistere,  ma si deve partecipare. Non è che, quando non c’è il prete che si occupa di noi, si sia fatto quello che ci si aspetta da noi quando ci siamo limitati a passare il tempo.
  La prima cosa da fare, quando ci si ritrova insieme in parrocchia, dovrebbe essere quella di buttar giù un programma di azione. Per fare che? Innanzi tutto per migliorarci e poi per migliorare la società intorno a noi: si tratta di aspetti collegati. Non è che quello che siamo fuori non conti nulla, anzi è importantissimo. Ad esempio uno studente in parrocchia approfondirà i temi del suo studio e cercherà di arricchirne gli altri. Lo stesso faranno tutti gli altri. Lo studio e il lavoro sono parti molto importanti del nostro impegno in società: sono espressione di partecipazione. E in democrazia la partecipazione è molto importante, è addirittura un dovere civico. Non può esistere democrazia senza partecipazione. Non è partecipazione presenziare ad eventi di massa come un concerto o la proclamazione solenne di un santo o il comizio di un politico. Ma non è partecipazione neanche smanettare sul pc o sul telefonico cliccando su mi piace o non mi piace. La politica democratica si è degradata quando questi modi superficiali di coinvolgimento personale hanno cominciato ad affermarsi.
  Partecipare significa incontrarsi e programmare qualche attività collettiva. Questo è impiegare bene il tempo. Non è facile. Ci si ritrova e, improvvisamente, sembra che il tempo, che di solito va molto veloce, non passi mai. Silenzio, imbarazzo. Quando poi si comincia a parlare il tempo riprende ad andare velocissimo ed è già l’ora di salutarsi, ma a stento qualcuno ha avuto i tempo di dire la sua. Figurarsi fare progetti! Allora si capisce quanto è prezioso il tempo.
   Incontrarsi richiede tempo, ma anche gli spazi giusti. Ecco perché la parrocchia è tanto importante nel quartiere: ha gli spazi giusti. Noi dobbiamo metterci il nostro tempo. Incontrarsi è il solo modo per capire veramente ciò che ci accade intorno e per progettare come reagire al male che c’è. Il sistema del commercio e della politica degradata come è diventata  oggi è organizzato per farci rimanere da soli, facendoci però credere di essere in tanti insieme. Da soli si è infinitamente malleabili. C’è tutto un filone della psicologia che si dedica appunto a questo: a come manovrare a distanza masse di individui soli, folle solitarie  come sono state definite.
  In masse solitarie incidiamo sulla società, ma nel modo desiderato da chi riesce a manovrarla. E’ da questo che scaturiscono molti mali sociali contemporanei. Di solito siamo consumatori cattivi (non cattivi consumatori): preferiamo comprare cose che recano dentro molta sofferenza, per come sono state prodotte. Altre sono cattive in sé, come gran parte dei prodotti dell’industria del gioco d’azzardo o la prostituzione. Paghiamo male il lavoro che sfruttiamo e ce ne facciamo una ragione: quando capita a noi soffriamo e protestiamo, ma quando siamo noi i datori di lavoro non ci comportiamo meglio dei nostri. Cambiare  i consumi potrebbe cambiare il mondo, anche a partire da una realtà di prossimità come il nostro quartiere.  Ma richiede un profondo cambiamento culturale e, innanzi tutto, una forza collettiva di  resistenza. In gruppo si resiste meglio, ci si fa coraggio, ci si motiva. Se pensiamo di fare politica protestando con qualche autorità, questo ci viene facile, perché pensiamo di essere sempre a credito con le istituzioni pubbliche. Se però ci si chiede di mettere in questione il modo in cui consumiamo, quindi il modo in cui partecipiamo a quella complessa rete di relazioni che viene definito mercato  e che sembra dominare tutto, oggi, di solito siamo piuttosto riluttanti. E’ un tema che viene affrontato nell’enciclica Laudato si’: ci viene richiesto di sviluppare una coscienza ecologica, che consiste appunto anche in questo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

lunedì 5 giugno 2017

La giustizia come metro dei sistemi sociali

La giustizia come metro dei sistemi sociali


  Ci sono diversi metodi per misurare gli effetti dei sistemi sociali.
 Si possono valutare, ad esempio, secondo i morti che producono.
 Se una potenza regionale cambia politica, si potranno contare i morti in più che ci saranno, specialmente se diventa meno sensibile al valore della giustizia. Se lo fa una potenza globale le conseguenze saranno molto maggiori. Ma accade anche su scala molto più piccola ed anche molto piccola. Si  è osservato, ad esempio, che una classe scolastica in cui prende piede il bullismo tra ragazzi può fare morti e che quindi questa non è più una cosa da ragazzi, ma veramente molto seria. In Italia da poco ci hanno fatto addirittura una legge sopra, per combattere il bullismo informatico, quello praticato mediante i  telefonini, in danno dei minori.
  Un metro abbastanza efficiente per valutare i fatti sociali, in particolare le organizzazioni, è quello della giustizia. Anche in questo caso può essere impiegato su piccola scala, ad esempio nel caso di una parrocchia.
  La giustizia è un valore sociale e ha a che fare con l’etica, vale a dire con i criteri che in società si scelgono per definire il bene e il male e per orientare al bene. Ma vi possono essere etiche ingiuste, come avviene nei regimi politici totalitari, classisti o in quelli schiavisti. La giustizia è un valore meno malleabile dell’etica. Finché gli altri esistono, sorge un problema etico, che consiste nel decidere come comportarsi con loro, che può essere risolto in modo giusto  o ingiusto. Un’etica  ingiusta  suona come paradossale. Se però consideriamo che una delle esigenze della giustizia è il   non fare male agli altri, come ritenevano gli antichi giuristi, allora un’etica come quella proposta dal fascismo storico, che si proponeva la guerra, risulta  ingiusta, perché fa male agli altri. Se l’ambiente naturale, che serve a tutti per vivere, è minacciato dalle attività umane e una grande potenza decide di ignorarlo perché fare diversamente comporterebbe una riduzione del suo benessere sociale, questo è ingiusto  perché fa male agli altri, propone un'etica ingiusta come quella che dice la "mia nazione viene prima di tutto". Ragionare in questo modo, in un mondo interconnesso su scala globale come il nostro, rende impossibile la sopravvivenza di tutti. E quelli che sopravvivono, perché riescono con la forza a mettere sotto i piedi gli altri, si ritrovano in ambiente degradato, che fa male anche a loro. 
    In una parrocchia bisognerebbe praticare la giustizia, perché quest'ultima è anche un valore religioso. Uno dei principi della giustizia è dare a ciascuno il suo. Se comprate l’Osservatore romano, il quotidiano edito dal papato, nell’intestazione trovate scritto, in latino, proprio quel principio, “unicuique suum”, a ciascuno il suo. Ma se troppa gente non trova più in una parrocchia quello che avrebbe diritto di trovare, vale a dire  il suo  in questo senso, allora significa che qualche cosa non va. Non è giusto. Una parrocchia dovrebbe essere un sistema sociale inclusivo fondato sulla giustizia. A lungo abbiamo avuto problemi in questo campo, da noi alle Valli, e dall'ottobre 2015, con l'arrivo di un nuovo pastore, si sta cercando di cambiare. Le diversità che c’erano ancora negli anni ’80 sono state ritenute ad un certo punto come cattive e si è cercato di ridurle, costruendo una certa etica piuttosto esigente. L’etica non dovrebbe esserlo? Dipende da che cosa esige. L’altro giorno, qui a Roma,  al raduno di un movimento religioso che ha molto successo in società, si è proposto il modello delle  diversità riconciliate. Ci si riconcilia quando si dialoga e si trova un modo di convivenza, che è anzitutto  coesistenza.  L'etica dell'uniformità, mediante riduzione della diversità, e quella della riconciliazione delle diversità possono essere entrambe esigenti, vale a dire molto impegnative, ma, innanzi tutto sono diverse e hanno effetti sociali  diversi. Ma non solo sono diverse, sono anche incompatibili, alternative,  o l'una o l'altra. Bisogna scegliere. E non basta essere in buona fede, quasi sempre lo si  è in religione, perché la scelta sia giusta; occorre anche tenere conto realisticamente degli effetti sociali che vengono prodotti, come dovrebbero fare i politici di governo quando scelgono una certa politica e allora dovrebbero tener conto dei morti in più che faranno.
  Ogni etica sociale è collegata ad un assetto politico, perché è chi comanda in società che fa le regole. Questo accade nel grande come nel piccolo. Se si vuole che la riconciliazione prenda piede in una società, occorre aumentare il livello di giustizia conformandovi l’etica.
  Nelle scritture sacre vi sono delle storie di tremenda violenza. La violenza è un fatto umano. Ad un certo punto i profeti immaginarono che dall’Alto si sarebbero  stroncate  le guerre, ma questo non è mai diventato realtà, se non per breve tempo. Se uno immagina di essere,oggi, alle porte di Gerico e che il Cielo gli ordini di urlarle e di cantarle contro, contro la città pagana e  infedele, perché poi le sue mura crolleranno e si potrà, e anzi si dovrà, sterminare (nel senso di rendere uniforme o escludere) tutto ciò che di vivente c’è dentro, e ci costruisce un’etica sopra sviluppando una politica corrispondente, poi avrà più o meno ciò che ha immaginato, più  o meno, intanto però avrà una situazione di conflitto insanabile, in cui lui urla contro gli altri, che rimangono a guardarlo dietro le mura. Il fascismo volle la guerra, l’ebbe, ma non andò come immaginava dovesse andare. Così va la storia umana. Si miete ciò che si è seminato, ma non sempre si raccoglie ciò che si immaginava di ricavare.
  Adesso si sta cercando di rendere la parrocchia un ambiente molto più accogliente per gli altri, cambiando atteggiamento verso di loro. E’ una scelta etica, naturalmente, che è in linea con le regole dettate da chi comanda ora nelle nostre collettività religiose e che ci spinge a una  diversità riconciliata. Ma è cosa che ha a che fare con la giustizia, perché accogliendo, quindi  includendo, dà a ciascuno il suo, una parte del bene che si può trarre dalla vita religiosa e che non è giusto riservare ad una piccola minoranza: non è per questo che pensiamo di essere stati mandati  al mondo intorno. Ma durerà poco,  forse quanto il tempo assegnato al nuovo pastore che ci è stato mandato, nove anni, dei quali è trascorso già un anno e mezzo, se a questa esigenza di giustizia non corrisponderà una nuova organizzazione sociale, per metterla al riparo della volubilità umana. E’ a questo che servono le istituzioni, anche una come la parrocchia: a dare continuità alle società umane consentendo loro di rigenerarsi  periodicamente. Da qui l’esigenza di attivare processi democratici, gli unici a poter produrre questo risultato includendo. Le carenze in questo campo hanno consentito che, all’inizio degli anni ’80, tutto cambiasse piuttosto rapidamente quando cambiò il pastore. All’epoca c’era molta partecipazione in parrocchia, i più anziani ne parlano e nelle interviste raccolte  nel libro di Bonomo sul quartiere risulta molto chiaramente, ma non c’era una tradizione democratica che consentisse di fare resistenza, quando sarebbe stata necessario farla, per dialogare in condizione di pari dignità e impedire i problemi che poi si produssero. Si determinò un conflitto latente che venne risolto non apertamente, ma con il ritiro dei dissenzienti, e che quindi venne deciso secondo il principio d’autorità, obbedendo. L’obbedienza: la più subdola delle tentazioni, nelle cose sociali. L’obbedienza, in religione, è dovuta solo al Cielo. Per tutto il resto vale la libertà di figli.

Mario Ardigò - Azione Cattolica  in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

domenica 4 giugno 2017

Politica e conflitti sociali

Politica e conflitti sociali

Le società umane si manifestano sempre in tensione, tra individui, gruppi più o meno estesi, aspiranti al dominio. Uno degli scopi della politica è di impedire che i conflitti distruggano la società. A questo serve, in particolare, il diritto, lo si è capito fin dall’antichità: si vuole evitare che le persone corrano alle armi, era proprio questa l’espressione usata dagli antichi giuristi. Chi fa le leggi? Chi riesce a dominare la società in un certo tempo. Cambiando questa situazione, cambiano anche le leggi. C’entra qualcosa la giustizia? Bisogna intendersi, innanzi tutto, su che cosa essa sia.
   Nel Sesto secolo, in Grecia, l’imperatore romano  Giustiniano, in una monarchia imperiale ormai sacralizzata secondo la nostra fede, comandò di creare una grande raccolta di leggi e opere giuridiche e vi fece inserire anche un manuale di diritto. Quest’ultimo si apriva con una definizione di giustizia: la costante e perpetua volontà di  dare a ciascuno il suo, non fare male agli altri, vivere onestamente. Ci basta? Su piccola scala, nei rapporti tra privati, sì,  ma quando si parla di fatti sociali, della dimensione pubblica,  non basta più, bisogna ragionarci sopra ancora, ma fondamentalmente le idee di base rimangono quelle.
  Se in una società aumentano molto le diseguaglianze sarà necessaria una violenza sempre maggiore per mantenerla pacifica, vale a dire per impedire che insorgano conflitti che ne mettano in pericolo l’integrità. Se non si è disposti a organizzare e sviluppare la violenza che è necessaria, occorre cambiarla rendendola meno diseguale. Non è cosa molto lontana da noi. E’ il problema sociale che ci assilla proprio di questi tempi, anche in Italia.
  Rendere meno diseguale la società ha a che fare con la giustizia? Alcuni dicono che ognuno ha ciò che si merita. Ha meritato  nel senso che non ha rubato ciò che ha, lo ha guadagnato in modo legale.  Perché dovrebbe privarsene per darne una parte agli altri? E’ l’argomento che si utilizza di solito per chiedere una riduzione delle tasse. In democrazia le tasse servono appunto anche a rendere la società meno diseguale: in passato venivano considerate come uno strumento di giustizia sociale, ai tempi nostri vengono al contrario considerate come un arbitrio ingiusto. Perché poi si dovrebbe tassare maggiormente chi  è più ricco, come stabilisce la nostra Costituzione all’art.53? Non sarebbe più giusto stabilire una percentuale di tassazione uguale per tutti, per i grandi ricchi come per i meno ricchi? E perché tassare ciò che si lascia in eredità?
  In realtà si può argomentare che nessuno ha poi veramente meritato  tutto ciò che gli è capitato di ottenere  in società. L’ha ottenuto perché ne ha avuto l’opportunità sociale. La ricchezza, nella complesse civiltà contemporanee, è sempre un fatto sociale, a cui tutti collaborano, e dipende dalle regole che ci sono in un certo momento, fatte da chi la società riesce a dominare, la parte che spetta ai singoli. Ciascuno, naturalmente, collabora in maniera diversa, ma tutti  collaborano. Sono le regole sociali che danno un valore alla collaborazione di ciascuno, a distribuire le parti. E, allora, se tutti  collaborano, non è giusto  che alcuni siano esclusi dal benessere che quella  ricchezza   sociale  dà. Dare a ciascuno il suo. Ricordate? E’ uno dei criteri di giustizia stabiliti dagli antichi. Perché, poi, se la ricchezza è un prodotto sociale, ma in definitiva viene privatizzata a beneficio di troppo pochi, alla fine le masse di chi sta peggio, organizzandosi, possono anche decidere di farla finita con regole sociali che le umiliano e le escludono e lottare  per averne di diverse. Per mantenere soggette le masse allora occorrerà una violenza sempre più estesa e intensa, ma essa richiederà anche molta gente che vi collabori, molta polizia e sempre più violenta, e ad un certo punto, peggiorando molto le cose, perché l'ingiustizia tende a moltiplicarsi, ad espandersi, generando sempre maggiore sofferenza sociale, essa non basterà più. E comunque, a quel punto, la politica avrà fallito in uno dei suoi scopi principali: evitare che la gente corra alle armi.
   Se uno eredita un patrimonio, come ha meritato? Chi glielo ha lasciato ha avuto l’opportunità sociale  di metterlo insieme e la società, alla sua morte, non ha veramente alcun diritto? E, soprattutto, la regola per cui il patrimonio passa agli eredi è una costruzione sociale, conferisce agli eredi una opportunità sociale veramente privilegiata. Grandi patrimoni significano anche maggior potere sociale. un tempo anche gli stati passavano di genitore in figlio, tra generazioni di monarchi di una dinastia, ma ora si sono posti dei limiti sociali, le regole sono cambiate, e anche nelle monarchie ancora regnanti  il potere che passa da una generazione all'altra è molto meno, la società ha preteso il suo. Sono i processi democratici che lo hanno reso possibile: essi infatti sono anche un sistema di limiti ai poteri che si esercitano in società. Si è visto che i poteri condivisi stabilizzano meglio la società, funzionano meglio nel creare opportunità sociali di benessere, richiedono meno violenza per essere mantenuti. Nella stessa linea è razionale stabilire dei limiti anche alle successioni ereditarie tra privati (lo si è fatto nel grande e non lo si dovrebbe fare nel piccolo?), restituendo alla società ciò che in definitiva da essa proviene, una parte dei patrimoni lasciati da chi muore: lo si fa non arbitrariamente, ma secondo regole precise, che stabiliscono delle tasse.
 E’ onesto  questo modo di pensare, o è voler rapinare  i patrimoni privati? La dottrina sociale ci dice che è onesto, perché  i beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano. Ma ci si può arrivare anche a prescindere da argomentazioni religiose. La ricchezza è un fatto sociale e la società quindi deve avere il suo.
  Si parla di pace,  ma da ciò che ho scritto è evidente che ci può essere una pace giusta e una ingiusta. La pace giusta è di solito condivisa da più persone di quella ingiusta, che di solito è imposta con la violenza e genera risentimento e voglia di rivalsa. La pace giusta deve essere difesa dall’arbitrio dei gruppi più potenti, ma è più stabile perché è condivisa da molti;  quella ingiusta è sempre precaria, perché esposta alla reazione dei più. La pace giusta è quella che dà alla società il suo.
 Si sostiene che la politica ha un valore religioso, ma naturalmente ci si riferisce, oggi, alla politica volta ad una pace giusta. Non è sempre stato così, ne dobbiamo essere consapevoli. Tutto sommato ci è andata bene, per il tempo e il posto in cui siamo nati e viviamo. Ad altri storicamente, e anche nei nostri stessi tempi, è andata molto peggio. Ma che accade quando l’ordine giusto è minacciato? Bisogna difenderlo con coraggio. I conflitti insorgono: occorre affrontarli. Spesso in religione si è tentato solo di sopirli o di negarli, quando addirittura non si è parteggiato per un ordine ingiusto ma conveniente per l'organizzazione religiosa. Questa è la religione che è stata definita come un anestetico per chi sta peggio. Oggi è diverso, certo. C'è una dottrina sociale  che insegna autorevolmente i principi della pace giusta. 
  Come affrontare i conflitti sociali avendo come obiettivo una pace giusta, che comprende anche riconoscere agli altri, anche nei conflitti, il bene fondamentale, quello della vita, per cui non si ammette con leggerezza di farli fuori a fini di pace sociale?
  Nel secolo scorso c’è chi ha escogitato una via veramente nuova: la teoria e la pratica della nonviolenza, che  è metodo di lotta sociale basato sull’idea di non fare del male agli altri (un altro dei principi di giustizia formulati dagli antichi).
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



sabato 3 giugno 2017

Il lavoro dell’istituzione

Il lavoro dell’istituzione


  Le collettività umane nascono e muoiono, così come gli esseri umani. Le istituzioni, queste invenzioni delle culture umane fatte di storie, tradizioni e norme, danno  loro continuità, consentendo loro di rigenerarsi: in questo modo si cerca di tramandare ai più giovani il patrimonio di  concezioni, conoscenze, costumi acquisito dalle generazioni più anziane. Ogni istituzione vale se fa questo lavoro senza impedire il progresso dell’umanità. Di solito chi comanda in una società cerca, in misura maggiore o minore, di strumentalizzare le sue istituzioni per rendere più stabile il proprio potere. E’ cosa che si produsse con effetti spettacolari nelle monarchie sacralizzate europee. Sacralizzare, vale a dire collegarle a una volontà soprannaturale, le istituzioni della politica ha consentito di proiettarle molto avanti nel futuro e di conservarne molto efficacemente l’ordine. Ma si è trattato pur sempre di una strumentalizzazione, perché rimane vero che il regno  immaginato nella fede non è di questo mondo. Sono le istituzioni che dovrebbero rimanere  strumento, non la fede. Se avviene l’inverso, e nella nostra confessione è accaduto nei due millenni della sua storia, la fede ne risulta impoverita, quanto le istituzioni in tal modo sacralizzate vengono esaltate immaginificamente.
  Una parrocchia è anche un’istituzione, ha dimostrato di saper dare continuità alla socialità umana, e lavora nel campo dell’integrazione tra vita personale e sociale e la fede religiosa, ma non è sacralizzata, non strumentalizza la fede, la serve. Nel 2015 la nostra parrocchia era  sostanzialmente morta come corpo sociale, aveva esaurito un suo ciclo storico, ma continuava a rimanere come istituzione. Questo ha consentito di attivarne una rigenerazione sociale. Non è più tanto importante capire il perché della crisi, perché si tratta del passato e del resto le sue cause sono molto chiare: ora è importante partecipare alla rigenerazione. Possiamo riconoscere che, come istituzione, la parrocchia ha fatto ciò che ci si attendeva, quello per cui era stata costruita. Ora deve rigenerarsi come collettività.
  Quello che  è successo nella nostra parrocchia è accaduto molte volte, storicamente, ed anche su scala molto maggiore, nelle nostre collettività sociali. Si osserva una continuità nei secoli, che è in gran parte di istituzioni e di cultura, ma le società dei fedeli sono morte e si sono rigenerate molte volte. A volte si pensa, sbagliando, di poter riproporre il passato. Ma i morti non ritornano. La via reazionaria non è mai quella giusta.
 La nostra fede non c’è stata da sempre, ha avuto un inizio, dal punto di vista sociale. Prima c’erano altre religioni, molto antiche. Non bisogna mai pensare che gli antichi non fossero religiosi. Per convincersi del contrario basta osservare i ruderi dei grandi templi dell’antichità. Anche le religioni che c’erano prima della nostra avevano delle istituzioni. Quand'è che quelle fedi si sono dissolte? Quando sono mutate le istituzioni che le sorreggevano. In particolare quanto non servirono più per sacralizzare la politica. Questo dimostra che erano piuttosto strumentalizzate. Ma la gente comune vi faceva affidamento ed è proprio per questo che le si strumentalizzava: servivano a chi dominava le società di allora a rafforzare la propria egemonia politica.
 Perché la nostra fede è sopravvissuta alla desacralizzazione delle politica che si è prodotta in Europa e nelle parti del mondo che seguivano i costumi degli europei tra il Settecento e l’Ottocento? Fondamentalmente perché ha prodotto un sistema di valori che si è tradotto in un codice di diritti umani che è al fondo della nostra civiltà e che orienta anche la politica, indipendentemente da questo o quel gruppo egemone e da qualsiasi strumentalizzazione. Le istituzioni sociali, animate da quei valori, cooperano a mantenere la fede come un’opzione sensata nella società. Ma la desacralizzazione dei poteri politici impedisce di strumentalizzarla: è l’applicazione del principio della  laicità dei poteri pubblici e della politica.
  In un’istituzione come la parrocchia viene custodito anche il patrimonio culturale di quei valori, ma esso può sopravvivere senza apporto sociale fino ad un certo punto, non indefinitamente. Ecco perché è urgente impegnarsi nella rigenerazione sociale della parrocchia. Non si tratta più tanto di seguire un capo o delle regole: la parrocchia è istituzione ormai desacralizzata,        questo non basta. I valori che propone devono rivivere nella gente, in particolare nelle nuove generazioni. Riviverli, di vita in vita, significa anche attualizzarli, reinterpretarli: le generazioni si riproducono ma non sono mai la copia identica le une delle altre. In chiesa non si mette in scena sempre lo stesso spettacolo, come certe volte accade a teatro, e allora ci sono una serie infinite di repliche, anche per anni, che però, ad un certo punto, finiscono. Se uno  viene in chiesa da spettatore, solo da spettatore, ad un certo punto vedrà lo spettacolo liturgico-religioso tolto dal cartellone. E' accaduto. Tante chiese sono state riciclate come certi cinema sono diventati grandi magazzini,  quando molto a lungo sono stati disertati dal pubblico. Però, ciò che si mette in scena  in parrocchia è in realtà il valore dei valori, l’agàpe, che è incontrarsi gioiosamente facendo spazio a tutti: essa non morirà mai, è scritto. Riuscire a farlo dipende da come ciascuno e tutti collettivamente viviamo, oggi,  i valori della nostra fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


venerdì 2 giugno 2017

Festa della Repubblica

Festa della Repubblica


 Oggi è  una festa civile: la Festa della Repubblica. Si fa memoria di un evento storico accaduto il 2 giugno 1946: gli italiani, e per la prima volta anche le donne, votarono per scegliere se l’Italia dovesse essere un regno, sotto la dinastia Savoia, o una repubblica ed elessero i componenti di un’Assemblea Costituente, che dovevano scrivere una nuova costituzione dello stato, sostituendo lo Statuto entrato in vigore nel 1848. Le ultime elezioni libere si erano svolte nel 1924, ventidue anni prima, gli anni del regime fascista mussoliniano. L’Azione Cattolica aveva svolto un ruolo molto importante nella formazione politica delle masse, in particolare delle donne. Dal voto popolare uscì la scelta per la repubblica e per un regime istituzionale di democrazia popolare, in quanto prevalsero i partiti che si proponevano di realizzarlo.
 Ma non si festeggia solo un evento storico, accaduto ormai tanti anni fa. Le persone ancora viventi che vi parteciparono hanno oggi dai 92 anni in su (la maggiore età e quindi il diritto al voto erano fissati all’epoca a 21 anni). Si festeggia, in fondo come per i compleanni delle persone, che la repubblica democratica sia ancora in vita e vitale. Essa è affidata al popolo, che si rinnova di generazione in generazione: vanno tramandati principi e procedure, nel tempo in cui le generazioni più anziane coesistono con le più giovani, prima di sparire. I regimi politici sono parte della cultura di un popolo, del sistema di costumi, concezioni e regole che rendono possibile l’organizzazione della vita collettiva. Le culture cambiano, di generazione in generazione, e così i sistemi politici. Chi è al potere cerca di solito di resistere al cambiamento: è stato l’assillo di tutte le dinastie regnanti, ma anche di ogni altro gruppo egemone nei regimi  politici. Se si è convinti della bontà del regime politico democratico repubblicano, allora c’è da festeggiare constatando che è durato fino ad oggi. Non si è mantenuto sulla forza delle armi. Per questo la Repubblica non dovrebbe essere festeggiata con una parata militare, ma con un grande  evento gioioso di massa in cui ci sia spazio per la riflessione politica. Dovrebbe sfilare il popolo. La repubblica in Italia è sorta con il ritorno della pace e, fino ad oggi, non ha mai dovuto essere difesa con le armi. Questo perché ha scelto la via della pace e ha sviluppato politiche di pace, all'interno di grandi organizzazioni internazionali che avevano il medesimo obiettivo, in questo distinguendosi nettamente sia dalla politica del regime fascista, ma anche da quella dei governi del Regno d’Italia dall’Unità nazionale all’avvento del regime fascista, che si fa risalire al 1922. Attualmente l’Italia è impegnata con proprie forze militari in diversi fronti di guerra, ma non per ragioni di difesa. Il più sanguinoso è quello dell’Afghanistan, con 59 morti e oltre 600 feriti. La motivazione di questi impegni militari è il mantenimento della pace nel quadro dell’azione di organismi internazionale.
  Oggi repubblica e democrazia sembrano strettamente collegate e addirittura sinonimi, come se volessero dire la stessa cosa, ma non è così.
  Democrazia è quando il potere viene condiviso tra molti secondo regole che consentono la partecipazione collettiva, limitando  i poteri di ciascuno e stabilendo principi giuridici di giustizia sociale per contenere  gli arbitri dei potenti. Cominciò ad essere praticata e teorizzata nell’antica Atene, in Grecia, nel Sesto secolo dell’era antica.
  La repubblica, termine che deriva dal latino e che in quella lingua significava “cosa pubblica”, è invece un’invenzione culturale degli antichi romani. All'inizio equivaleva a “stato” e significava la separazione giuridica, stabilita quindi da norme pubbliche formali, tra i poteri, gli interessi e i patrimoni della classe politica egemone e quelli destinati all’uso pubblico nell'interesse della collettività. Fu  un notevole progresso culturale. Nelle monarchie arcaiche, dei tempi molto antichi, che in genere si erano sviluppate come estensione del potere di un maschio adulto sulle persone della propria famiglia a lui soggette e sui suoi beni, tutto apparteneva al sovrano, persone e cose, non c’era distinzione tra le cose “sue” e quelle della collettività. Nell'antica civiltà romana continuò ad esserci uno stato, quindi una “repubblica” in quel senso, anche quando in essa si svilupparono degli imperi di tipo dinastico, nei quali quindi la successione al vertice politico avveniva tra generazioni di un’unica famiglia.
  Qual è la distinzione fondamentale tra repubblica e monarchia? In una repubblica chi domina lo stato lo fa nell'interesse pubblico, non nel proprio interesse o in quello della sua famiglia. Pensa di aver ricevuto un mandato, un incarico, in tal senso. In una monarchia, invece, il sovrano pensa di avere personalmente, o come membro di una dinastia, il diritto di supremazia politica, come cosa che gli appartiene. Si è visto che all'origine di ogni monarchia vi è un atto di forza, di violenza. Stabilizzandosi, ogni monarchia cerca una giustificazione sacrale del proprio dominio, per collegarlo a una volontà divina e renderlo più stabile.
  In una monarchia dinastica, come era quella dei Savoia nel Regno d’Italia, il diritto politico del sovrano passa di genitore in figlio, secondo regole giuridiche, quindi formali. Ma, all'inizio di ogni dinastia monarchica, vi è sempre un capostipite che non ha giustificato in tal modo il suo potere: è il caso di Napoleone Bonaparte, quando dal 1804 divenne imperatore dei francesi,  cambiando la forma di stato da repubblica democratica a monarchia assoluta.
  Chi ci assicura che il figlio del monarca sia all'altezza, o migliore, del suo genitore? Nessuno. Spesso, anzi, è accaduto proprio il contrario. Questo è il limite delle monarchie dinastiche. E comunque il potere monarchico tende a degradarsi nel tempo, perché è legato alla persona, anche fisica, del monarca, che con l'invecchiamento degrada, e non di rado degenera al modo in cui accade ai poteri assoluti o con pochi limiti. Nelle repubbliche democratiche si cerca di mandare al potere supremo i migliori, e comunque se ne prevede la periodica sostituzione: non vi sono poteri a vita. Nell’Italia della repubblica democratica questo in genere è accaduto, se si considerano i Presidenti della Repubblica, che hanno preso il posto dei re.
 Storicamente ci furono repubbliche, nel senso di sistemi politici non dominati da un sovrano, dinastico o non, non democratiche. Non fu democratica, ad esempio, la Repubblica Sociale Italiana mussoliniana, che controllò l’Italia del Centro-Nord, con capitale a Salò sul lago di Garda, tra il 1943 e il 1945. Né lo fu lo stato repubblicano franchista, che dominò la Spagna tra il 1939 e il 1975 (paradossalmente in Spagna il ritorno della democrazia coincise con la restaurazione di una monarchia dinastica). Non fu, di fatto, democratica l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, durata dal 1917 al 1991, perché dominata da un’oligarchia di partito. Non furono democratiche, in parte della loro storia, diverse repubbliche Latino-Americane, quando caddero nel dominio di oligarchie dispotiche, in genere di origine militare, che si sottrassero al controllo politico attuato mediante libere periodiche elezioni politiche. La democrazia di popolo, come oggi la intendiamo e pratichiamo, è stata un’importante conquista culturale anche per le repubbliche.
 Vi sono state e vi sono monarchie che incorporano principi repubblicani e democratici. Sono così tutte le attuali monarchie europee, a seguito di un processo politico iniziato nel Settecento (ma in Inghilterra addirittura nel Duecento). Attraverso statuti, che significa sostanzialmente  costituzioni, si stabilirono dei limiti ai poteri delle dinastie regnanti e questo fece spazio alla politica democratica. Nello stesso tempo furono giuridicamente distinti patrimoni, poteri e interessi delle dinastie regnanti da quelli degli stati.
  Storicamente si è pensato che le monarchie producessero un ordine sociale migliore e più stabile. In realtà la storia non conferma questa opinione. E’ un’idea che deriva dalla sacralizzazione del potere monarchico e quindi da una cultura indotta per stabilizzarlo, sottraendolo al cambiamento sociale. La realtà  è che le monarchie hanno sempre teso ad assolutizzarsi, ad estendere il loro potere, e questo le ha poste in conflitto con gli altri poteri sociali compresenti: sono state quindi sempre impegnate,  in genere e fino ad epoca piuttosto recente, in congiure di palazzo violente e sanguinose. Le democrazie vennero diffamate dalle monarchie come poteri disordinati e arbitrari: nell'epoca moderna si sono manifestate tutto l’opposto, quando e finché sono rimaste tali. Questo perché le democrazie moderne sono non solo un sistema di limiti a poteri arbitrari, ma anche  di principi di giustizia sociale.
  In un sistema repubblicano nessuno deve arrogarsi il potere di appropriarsi della cosa pubblica e di identificare gli interessi dello stato con i propri. Questo significa che si deve combattere la corruzione della politica, che consiste appunto in quello. In un sistema democratico nessun potere è senza limiti, sia in durata che in estensione, e si attivano procedure di controllo di come il potere pubblico viene esercitato. Tutto questo richiede una intensa e costante partecipazione popolare. L’idea che il popolo entri in ballo solo al momento delle elezioni politiche non è né repubblicana né democratica, ma da aspiranti oligarchi, futuri monarchi assoluti. In un sistema realmente democratico, chi vince alle elezioni, e governa, deve sopportare il costante controllo popolare. Lo dice la nostra Costituzione repubblicana  all’art.49, dove si riconosce il diritto dei cittadini di associarsi liberamente per concorrere a determinare la politica nazionale. Il primo indice della degenerazione di un potere democratico è quando chi comanda vuole mani libere fino alle elezioni successive.
  Il papato domina da sovrano assoluto la Città del Vaticano, l’entità indipendente che ha contrattato con il Mussolini, nel 1929, concludendo i Patti Lateranensi. E’ un simulacro di stato stabilito nel quartiere Borgo di Roma (nel Trattato che lo istituisce non viene mai definito stato).  Il regno papale sulla Città del Vaticano è un regime politico arcaico che non è indispensabile né per motivi religiosi, per difendere e propagare la fede, né per motivi politici, per garantire l’indipendenza del papato: infatti nessuno stato oggi è veramente sovrano, tutti devono soggiacere a limiti internazionali, compresi la Città del Vaticano e il suo monarca. Anche la nostra Chiesa, che è cosa distinta dalla Città del Vaticano anche se ha lo stesso re, è organizzata come una monarchia assoluta. Anche in questo caso non ve n’è una necessità teologica o politica. Primato  non significa necessariamente impero.  All'interno della nostra organizzazione religiosa si stanno sviluppando, dagli scorsi anni Sessanta, processi democratici. L’organizzazione monarchica assoluta, al modo di un impero, è un portato storico, in particolare dell’epoca feudale, dall’Ottavo secolo, in cui il papato acquistò una indipendenza politica via via sempre più estesa e intensa. Che ne dobbiamo fare? Non è necessario fare una rivoluzione per cambiare le cose, perché comunque stanno già cambiando. I connotati politici di quel potere si sono infatti molto affievoliti. Le altre monarchie ancora vigenti non sentono più la necessità di una loro sacralizzazione secondo la nostra fede: in Europa la stabilità del loro ruolo è garantita dalle norme costituzionali. Anche nel papato si comincia a ragionare in questo modo per quanto riguarda la politica ecclesiastica: la politica del papato si va anch'essa desacralizzando. I principi repubblicani e democratici degli stati europei, monarchie o repubbliche che siano, mettono la nostra gente al riparo dagli eccessi che nel passato i nostri sovrani religiosi hanno manifestato. Dal 1991 il papato ha accreditato la democrazia come regime politico preferibile, in quanto rispondente alla dignità degli esseri umani. Questo, nel lungo periodo naturalmente, produrrà delle conseguenze. Innanzi tutto possiamo fin da ora cogliere l’occasione per approfondire la riflessione personale e collettiva sulla democrazia e per farne pratica.  Teniamo conto che la Costituzione vigente è piena di principi che sono originati dalla nostra dottrina sociale e che, addirittura, uno dei principi fondamentali che regola il funzionamento dell’Unione Europea, quello di sussidiarietà, ha la stessa fonte. I principi repubblicani e democratici non ci possono più rimanere estranei. Gente nostra è stata protagonista nel loro sviluppo e nella loro affermazione. Anche da persone di fede, benché ancora sudditi di una monarchia religiosa assoluta, possiamo quindi fare festa  oggi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli




giovedì 1 giugno 2017

La fede come arricchimento interiore

La fede come arricchimento interiore


  Nella mia vita la fede religiosa è stata un’importante opportunità. Mi ha dato occasione di conoscere molte persone e cose interessanti. Mi ha arricchito interiormente. So che è accaduto anche ad altri. C’è però anche chi ha vissuto l’abbandono della religione come una liberazione, ma questa è un’esperienza che è comune anche alle persone che hanno mantenuto la fede. E’ anche scritto: da bambini si crede da bambini, poi si cresce e si cambia. In questa prospettiva la fede non è un sistema di dogmi, di punti fermi concettuali che separano chi crede  da chi  non crede. E’ l’impostazione che si dà alla propria vita, quella che ne definisce il significato profondo, per cui si va avanti in un  certo modo e non in un altro, e, ad esempio, si capisce che si è limitati in tutti i sensi, in durata e capacità, ma si va avanti assecondando la natura che ci spinge a vivere e a far continuare la specie, di generazione in generazione.
  Sto leggendo un numero monografico della rivista Micromega sulla religione, che è ancora in edicola. Ne consiglio la lettura ha chi ha fatto le superiori. Non è  scritto in un linguaggio facile. Dà per scontate tante cose di cultura. Occorre leggere avendo vicino un dispositivo con cui si può interrogare Wikipedia o l’enciclopedia Treccani  on line.
  Nella rivista c’è un articolo del matematico Piergiorgio Oddifreddi, persona le cui idee in genere sono portato a condividere, anche se mette sempre in chiaro  di aver chiuso con la religione e di considerarla una superstizione arcaica. In quel pezzo egli si apre e racconta della sua vita e del suo rapporto con le religioni. Fu seminarista all’età delle medie, poi, come accade in genere ai maschi  intorno a quell’epoca, si distaccò dalla fede religiosa. Ma, insomma, da come scrive, tutta la sua vita  sembra essere stata poi imperniata intorno alla matematica e alle religioni, scrivendo anche diversi libri sulle fedi religiose e  confrontandosi pure con la teologia maggiore. Perché perderci  tanto tempo? Forse perché, in realtà, non era poi tutto tempo perso.
   Una persona di grande cultura scientifica, che ha chiuso  con la fede fin da ragazzo, ha speso tanto tempo ragionando di religioni, ma non solo, andando in giro per il mondo ad osservarne la pratica e i templi, poi arriva qualcuno che ha finito a stento le superiori, e questo naturalmente non è una colpa, ci mancherebbe altro!, e mi fa spallucce quando sente discorsi di fede, preferendo fare altro. E che cosa poi? Perde la domenica, il giorno santo, a poltrire fino a tardi. Si alza a mezzogiorno e già mezza giornata è persa. Siamo fatti per dormire? A volte mi chiedo se, in fondo, anch’io ho mancato in qualche cosa, nel lavoro che mi era stato affidato di spiegare agli altri le cose della fede, nel modo in cui un laico lo fa, che  è diverso da come lo fa un prete ma è necessario quanto quello che fa il prete. Ma presto mi tranquillizzo: bisogna prendere sul serio gli altri, non sono bambini, anche se talvolta sembrano ragionare come bambini; hanno scelto così e la responsabilità è loro, nei limiti in cui si è trattato di una scelta libera, e non sempre lo è.
  Se uno lascia da bambino, e non ha la grande cultura di Oddifreddi che lo motiva ad approfondire per una vita, poi la sua fede rimane quella di un bambino. C’è una forza soprannaturale che la sorregge, certo, per cui si può sempre riprendere, ma certe cose si tramandano di generazione in generazione,  non si trasmettono alla velocità più o meno della luce come i flussi di dati digitali lungo le linee elettriche, ci vogliono impegno, motivazione, tempo, pazienza e incontri giusti. La ricerca del lavoro, prima, e il lavoro, poi, prendono tanto del tempo di un adulto: sono gli affanni della vita. Si va avanti con gli anni e si scopre di avere sempre meno tempo e che il tempo che si ha passa sempre più veloce. Nei giorni di festa ci si alza tardi e ci si solletica il cervello con i giochini al pc. Passa una vita e, alla fine, si scopre di non ricordare più nemmeno una preghiera da usare al bisogno.
  C’è vicino a noi un grande centro commerciale, con tanti negozi. Diverse linee di autobus vi fanno capolinea vicino.  Si è come indirizzati a confluirvi. Visto da fuori è un immenso sarcofago, un'enorme scatola di cemento scuro, senza nessuna finestra. Ci si va dentro ed è quasi come se ci si seppellisse. Le Piramidi egiziane, che sono enormi tombe, furono costruite con la stessa concezione, ma sono molto più belle (riflettono concezioni religiose). Del resto a che servirebbero le finestre? Il mondo fuori non è importante per la funzione per la quale quel centro esiste. E’ quello che è dentro che conta. Il fuori viene quindi annullato, se ne è separati entrando. Alcuni ci vanno proprio per questo, perché la loro vita è, in genere,  dolorosa e priva di senso. Ma dentro ci sono pochi posti per fermarsi, se si vuole farlo senza pagare un prezzo. Si va, ci si incrocia, ma raramente si  incontra  veramente qualcuno, se non si è andati già in gruppo. Questo, però, è più o meno anche il modo in cui si vive fuori. La parrocchia, invece, è un posto molto diverso. Religiosamente le chiese vorrebbero essere un’immagine della città di luce  di cui si tratta nell’ultimo libro dei nostri testi sacri. Le architetture spesso non aiutano, ma in genere si coglie questo anelito: è la fede che lo anima. In religione si vorrebbe convincere la gente a non perdere tempo nei giorni della festa. Le campane chiamano all’incontro. E’ tutto gratuito e ci si può trattenere quanto si vuole. Si gioisce della presenza degli altri, che non sono mai folla. Non è sogno, questo, ma realtà. E’ appunto questo che arricchisce, stupisce e, penso,  attiri anche le persone più colte, come Oddifreddi. Altrimenti, perché uno avrebbe speso la sua vita per santuari?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli