Sperimentare
soluzioni nuove: rivitalizzare i mondi
vitali
Negli anni ’70, in Italia si visse un
periodo di crisi sociale, politica e religiosa, ma non si era d’accordo nell’individuarne
le cause e nel prevederne le prospettive. Si chiedeva consiglio ai sociologi, i
profeti dei tempi moderni, e loro rispondevano. Mio zio Achille era uno di
loro. C’era chi si aspettava molto dal nuovo capitalismo che cominciava ad essere
osservato, quello che oggi domina il mondo; c’era invece chi confidava ancora
di poter trasformare la nostra società secondo i principi del socialismo; c’era
chi voleva innanzi tutto liberare le persone dalle costrizioni sociali: mio zio
sviluppò una teoria che vedeva nella crisi dei mondi vitali, i luoghi sociali in cui si produce il senso personale
e collettivo della vita, l’origine dei problemi. In questa visione la
dimensione giusta per ripartire era a livello locale, di prossimità.
Oggi tutti sono d’accordo sulle cause della crisi e sui suoi sviluppi.
Si sa come andranno a finire le cose. Ci si divide tra chi ritiene questo
processo ineluttabile, come lo sono i terremoti e le eruzioni vulcaniche, e
pensa che non resti che cercare di adattarvicisi, e chi ancora vorrebbe reagire
per cambiare il corso degli eventi. Alcuni, e tra essi gli autori dell’enciclica
Laudato si’, pensano che sia in
questione la sopravvivenza dell’umanità, che quindi, procedendo così come si
sta facendo, si andrà a finire molto male; altri prevedono solo la fine di
forme sociali che sembravano molto radicate e che invece si stanno rapidamente
sfaldando. Le fini dei mondi sociali non sono mai indolori. Negli scorsi anni ’70
si era però ottimisti sulle prospettive: dalla fine del Settecento i
cambiamenti sociali avevano prodotto, sia pure attraverso percorsi piuttosto
travagliati e in particolare conflitti accesi, miglioramenti di massa, un
aumento del benessere, almeno tra gli europei, quelli del nostro continente e
quelli della colonizzazione delle altri parti del globo. Le previsioni di oggi
non vanno in quel senso. In particolare, si è convinti che, se anche si sopravvivrà, ci sarà molta
meno libertà. Si costruiranno ingranaggi sociali e giuridici che incastreranno gli individui in
ruoli molto definiti; le società saranno dominate da oligarchie molto
ristrette, che accentreranno il controllo della gran parte delle ricchezze e
che troveranno sempre minori limiti. Già oggi è sensibile questa nuova
situazione. I sociologi osservano che il nostro profilo prevalente è quello di
consumatori: le nostre scelte sono in gran parte orientate da tecnologie su
base psicologica, da persuasori che
ci fanno sentire a disagio, strani,
se non seguiamo certe abitudini.
La progressiva mancanza di libertà incide sulla tradizione religiosa e
questo benché storicamente la religione sia apparsa spesso in antitesi con la
libertà delle persone, come un sistema molto costrittivo di limiti sociali
controllato da oligarchie gerarchiche con
molte pretese. La modernità è
stata quindi vista come un processo di liberazione
da questo giogo. In realtà la
possiamo concepire come un processo di sostituzione
di un ordine con un altro, anch’esso
molto pervasivo. Ma al fondo delle esigenze religiose c’è un’esigenza di
libertà: si pensa infatti che ci sia una verità
sulle persone e la loro vita che
rende liberi. Essa è stata all’origine
di tutti i movimenti di riforma religiosa. Ed anche all’origine delle
democrazie contemporanee, che si basano sull’idea religiosa che si sia tutti creati uguali. Essa risultava evidente ai
rivoluzionari statunitense i quali nel 1776 proclamarono:
“Riteniamo verità evidenti che tutti gli esseri umani sono stati creati
uguali, dotati dal loro Creatore di certi inalienabili Diritti, e tra questi
quello alla Vita, alla Libertà e alla ricerca della Felicità”.
Questi principi giustificavano, secondo loro,
non solo la secessione dalla monarchia europea di origine, ma anche
una rivoluzione sociale.
Evidente
significa che non ha bisogno di
essere provato. Quelle verità lo sono ancora? Fino agli scorsi anni ’70 lo sembravano ancora. Ma la
cultura sociale è molto cambiata. E certe convinzioni sono messe a dura prova
della realtà contemporanea, in particolare dai rimescolamenti di popoli
prodotti dalle migrazioni caratteristiche della globalizzazione, per cui dall’altra parte del mondo non ci vengono
sono le merci di uso comune, ma anche altre vite umane. Una realtà che, alla
fine del Settecento, quando iniziarono i processi democratici contemporanei,
con difficoltà si poteva immaginare e prevedere in tutti i suoi sviluppi. I
rivoluzionari statunitensi che ho ricordato non avevano difficoltà, ad esempio,
ad importare e impiegare manodopera schiava nelle loro aziende agricole.
In definitiva la nostra fede fa resistenza agli sviluppi della globalizzazione che tutti
più o meno prevedono. La prospettiva di un’umanità ridotta a un formicaio non
soddisfa da un punto di vista religioso. Si pensava di farne un’unica famiglia. Ecco quindi che nell’enciclica Laudato si’ troviamo espresse idee che hanno una portata
rivoluzionaria rispetto alla mentalità corrente. Si va be’, rivoluzione, ma chi la farà poi? Non si vede
all’opera un agente rivoluzionario.
Le nostre collettività, in genere, sono state dalla parte di chi dominava,
hanno cercato accordi, accomodamenti, hanno sacralizzato
più o meno tutti i poteri che
ambivano ad esserlo. Va a finire che anche adesso finirà così. Ma non sarà così
semplice farlo. Perché si dovrebbe rinunciare a cose essenziali, ribaltare la
dottrina. Ci si sta pensando? L’altro giorno, su Avvenire, è sorta una polemica sul personalismo, che è la via
alla democrazia e alla libertà originata nell’ambito della nostra fede e che
gente della nostra fede ha inserito tra i principi fondamentali della
Costituzione vigente: c’è chi vorrebbe abbandonarlo e chi invece replica che
occorre praticarlo fino a tutte le sue conseguenze. Fa difficoltà attribuire i diritti delle persone proprio a tutti gli esseri umani; non potendo negarglieli, perché questo modo di fare è ancora vissuto come sconveniente, si
pensa di abbandonare l’idea di persona e il personalismo.
Mio zio Achille, quando gli chiedevano che fare, dava ricette concrete.
Suggeriva, ad esempio, di fare i congressi di partito e delle grandi
associazioni in piccoli paesi, in modo da pervaderli
totalmente suscitando o rafforzando realtà di mondo vitale. Nel
1986 la festa nazionale del partito
cristiano, all’epoca ancora egemone, si tenne a Cervia, in Romagna, proprio
nella piazza davanti casa sua. Oggi gli esperti che ci chiariscono con molta
precisione le cause della crisi, al dunque non ci sono utili per definire vie
di resistenza e di cambiamento. E’ il neocapitalismo all’origine di tutto, ma
loro, in sostanza, ci dicono di insistere su quella strada, quella della
competizione e dello sfruttamento. Alcuni pensano di reagire chiudendosi in comunità corazzate: è questa la via che
molto a lungo, fino all’ottobre del 2015, si è seguita in parrocchia. Ora la
gente è molto sospettosa, teme di venire
catturata, ha ripreso a venire
numerosa, ma, a qualsiasi proposta di impegno, risponde in genere come Trump al
Papa durante la visita di qualche giorno fa, che ci penserà tra
qualche giorno. Rivitalizzare le realtà di mondo vitale del quartiere può essere una buona prospettiva. Se la
gente ritrova il senso della vita si impegnerà nuovamente in un lavoro comune.
Non va sottovalutato l’impatto che un quartiere può avere nella vita cittadina.
Migliaia di persone sono una massa critica,
vale a dire sufficiente per innescare una reazione sociale significativa, ad
esempio a influenzare l’offerta di mercato, quindi l’economia locale,
orientando i consumi. In definitiva si apre la prospettiva di una vita più
bella. In particolare per i più giovani. Quando i genitori chiedono loro se
vogliono proseguire sulla via della Cresima, spesso i bambini tentennano. Non
sanno di che si privano. Del resto sono bambini. E i genitori lo sanno?
La prima cosa su cui riflettere, in un’ottica di rivitalizzazione di mondi vitali, è quella che viene
definita giustizia partecipativa. E’
molto importante nei processi democratici. Chi si riconosce, oggi, in debito di partecipazione? Eppure, a pensarci bene, è
chiaro che siamo addirittura insolventi in questo campo. Ognuno se ne sta un po’
sulle sue. E’ il consumismo che ci spinge a questo. Un consumatore isolato è
indifeso, malleabile: è questo l’ideale per i tecnologi persuasori. Non c’è critica sociale se si rimane isolati. E’ questo
il limite gravissimo della democrazia
digitale che si vorrebbe sostituire
a quella formale, basata sulla tradizione democratica. La sensazione di libertà
che ciascuno ha digitando avanti al proprio pc è falsa. E’ solo incontrandosi che ci si libera.
Questa è appunto la via della religione. Ancora oggi, nel nostro quartiere, il
suono della campane chiama alla vita
comune.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
