Pensare il popolo e la politica di massa
AVERE CORAGGIO E
AUDACIA PROFETICA»
Dialogo di papa
Francesco con i gesuiti riuniti nella 36a Congregazione Generale (ottobre 2016)
[…]
Dopo la 35a Congregazione Generale la Compagnia ha percorso un cammino
nella comprensione delle sfide ambientali. Abbiamo accolto con gioia
l’enciclica «Laudato si’». Sentiamo che il Papa ci ha aperto porte per il
dialogo con le istituzioni. Che cosa possiamo fare per continuare a sentirci
coinvolti in questo tema?
La Laudato si’ è un’enciclica a cui hanno
lavorato in molti, ed era stato chiesto agli scienziati che ci hanno lavorato
di dire cose ben fondate e non semplici ipotesi. Ci hanno lavorato molte
persone. Il mio lavoro in effetti è stato quello di dare gli orientamenti, fare
questa o quella correzione e poi elaborare la redazione conclusiva: questo sì,
con il mio stile e riprendendo alcune cose. E credo che bisogna continuare a
lavorare, attraverso movimenti, accademicamente e anche politicamente. Infatti
è evidente che il mondo sta soffrendo, non soltanto per il surriscaldamento
globale, ma per il cattivo uso delle cose e perché la natura viene maltrattata…
Bisogna anche tenere presente, nell’interpretazione della Laudato si’, che non
è un’«enciclica verde». È un’enciclica sociale. Parte dalla realtà di questo
momento, che è ecologica, ma è un’enciclica sociale. È evidente che a soffrirne
le conseguenze sono i più poveri, quelli che vengono scartati. È un’enciclica
che affronta questa cultura dello scarto delle persone. Bisogna lavorare molto
sulla parte sociale dell’enciclica, perché i teologi che ci hanno lavorato si
sono preoccupati molto nel vedere quanta ripercussione sociale hanno i fatti
ecologici. E questo è di grande aiuto: va vista come un’enciclica sociale.
[testo integrale in
http://www.laciviltacattolica.it/wp-content/uploads/2016/11/Q.-3995-3-DIALOGO-PAPA-FRANCESCO-PP.-417-431.pdf
Lunedì scorso, al termine della
discussione al termine degli incontri di approfondimento sull’enciclica Laudato si’, è stato proiettato il testo
che ho trascritto sopra, che è la trascrizione di una parte del dialogo avuto dal papa Francesco con i gesuiti, nella
loro 36° Congregazione generale, svoltasi nell’ottobre 2016.
Fin dal primo momento il Papa,
nel 2015 quando l’enciclica fu diffusa, ha tenuto a precisare che non si
trattava solo di un’enciclica che si occupava di ambiente naturale, ma che
riguardava la società e il suo sviluppo. Leggendola lo si capisce bene, ma ad
uno sguardo frettoloso, come quello che di solito si riserva a quel tipo di
letteratura religiosa, non è proprio evidente. Il significato sociale del
documento è stato bene inteso, ad esempio, negli Stati Uniti d’America, dai
settori della destra politica che rappresentano politicamente le grandi imprese
che guadagnano dal modello di sviluppo criticato nell’enciclica: infatti hanno
subito intimato al Papa di rimanere nel campo spirituale e, quindi, di farsi
gli affari propri, non turbando quelli altrui.
E’ sempre stato noto che le
encicliche sociali erano state frutto di
un lavoro collettivo, e questo fin dalla prima dei tempi moderni, la Le Novità, nel 1891, del papa Vincenzo
Gioacchino Pecci - Leone 13°.
Si
legge in Gabriele De Rosa.
De Rosa, Il Movimento cattolico in Italia,Bari,Laterza, 1979:
“La redazione dell’enciclica leoniana fu
affidata a uomini di forte preparazione filosofica,
come il gesuita Matteo Liberatore e il cardinale Tommaso Zigliara, autori rispettivamente
del primo e del secondo schema”.
Tuttavia la particolarità dell’enciclica
Laudato si’ è che la cultura
religiosa che c’è dentro si è sforzata di non essere auto-referenziale, quindi
di fare riferimento a quella scientifica, sia con riferimento alle scienze
naturali che a quelle sociali. Si sono volute dire "cose ben fondate e non semplici ipotesi”.
Non si tratta quindi della solita invettiva contro lo spirito dei tempi e i mali
sociali derivati da non seguire la morale religiosa prescritta, ma di una
visione della storia e della società attuale che vuole essere realistica. Un
modello di sviluppo basato su un intenso consumo delle risorse naturali sta
conducendo il mondo ad una crisi globale. La competizione lo anima, ma
anche lo minaccia. Si compete per avere la parte più grossa della torta e per
molti è lotta per la vita, perché a loro non tocca nemmeno ciò che è
indispensabile per sopravvivere. Per molti altri la vita torna ad essere solo
fatica, come nell’Ottocento, ai tempi della rivoluzione industriale. A quell’epoca
la condizione di chi stava peggio migliorò con lotte sociali di massa, nel
confronto tra le classi, che in Occidente portò nella seconda metà del
Novecento allo stato sociale, in cui
le istituzioni pubbliche, rette democraticamente, si assunsero il compito di
riequilibrare le parti. Dal 1990, con lo sviluppo della globalizzazione dell’economia
mondiale, sorretta da una rete giuridica di accordi internazionali, quel
modello è stato superato. Questo perché la forza esprimibile nello scontro
sociale da chi sta peggio è molto diminuita: l’azione di massa per i diritti
civili e sociali si è fatta meno efficace. Era basata su masse di produttori,
essenzialmente di operai, che rivendicavano parti più giuste. Chi controllava le
imprese ne aveva bisogno, non poteva farne a meno nella produzione, e quindi,
alla fine, veniva a patti. Nel mondo di
oggi può limitarsi a produrre da un’altra parte del mondo, dove le lotte sono
meno efficaci o addirittura vietate, come nella Repubblica popolare di Cina di
oggi, da cui proviene molta parte dei nostri oggetti di uso quotidiano. In
Occidente ormai si conta di più come consumatori che come lavoratori, ha
osservato il sociologo Zygmunt Bauman. Il lavoro si è molto svalutato e infatti viene retribuito sempre meno. Come
consumatori si è però fascinati dalle tecniche di psicologia di massa
utilizzate nella pubblicità commerciale, e il pubblico dei consumatori, sotto
certi aspetti, assomiglia sempre di più a quel gregge docile vagheggiato
dal clero come modello ideale di popolo.
Che
cosa è e soprattutto chi è il popolo?
Non è facile rispondere, in religione, ma ormai anche da altri punti di
vista, quello giuridico e quello sociologico, ad esempio.
E’
importante stabilirlo perché, secondo la fede, ci proponiamo di fare di tutte
le genti della terra un unico popolo.
Fino a non molto tempo fa questo appariva un obiettivo destinato alla fine dei
tempi. Oggi è una prospettiva resa concretamente possibile dalla globalizzazione dell’economia e del diritto. Ma anche
indispensabile per consentire la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta. Il
secolo scorso essa appariva minacciata dal conflitto nucleare globale, oggi
dagli stessi costumi consumistici quotidiani, banali.
Da un certo punto di vista ci siamo uniti, nella fitta rete di relazioni
commerciali, ma anche di altro genere, ad esempio nell’informazione e nella
cultura, che ci connette a livello mondiale, ma da altri punti di vista ci stiamo
dividendo e schierando. I sistemi politici non sono integrati e lungo le linee
di contatto territoriali si generano frizioni e motivi di conflitto. Nell’era
della globalizzazione si è ricominciato a credere possibili e utili
guerre locali per risolverli e gravi conflitti, per ora a bassa intensità, sono
ormai endemici ai confini orientali e meridionali dell’Unione Europea.
I popoli sembrano, come sempre, avere scarsa
voce nella politica mondiale. Ci siamo abituati a considerare principalmente le
personalità che le dominano, giunte ai vertici delle più grandi confederazioni
di potere politico. Eppure le oligarchie che li dominano ne sono influenzate
molto più che in passato, quando, organizzate in sistemi dinastici, li
dominavano e basta. Mutamenti di massa di stili di vita possono cambiare le
cose. Essi sono possibili anche a partire da realtà di prossimità. In un sistema
globale basato sull’accaparramento del consenso dei consumatori, nelle grandi
guerre commerciali, un mutamento delle propensione al consumo può fare la
differenza. Questo è sperimentale anche su piccola scala. Nel nostro quartiere
si tentò di fascinare commercialmente la gente, cercando di farle vedere i
benefici di un’edificazione intensiva sul pratone.
Ci fu, anni fa, un’intensa attività di pubblicità in quel senso, forse alcuni
lo ricordano. La gente la respinse ed avemmo il pratone e poi il Parco delle Valli. Ma fui il consenso
dei consumatori a consentire lo sviluppo del mercatino ad capo del parco, alla fine di via Conca d’Oro. I
consumatori del quartiere, ad un certo punto, decisero di non essere più solo gregge.
Quando i dirigenti delle nostre collettività religiose, anche in AC,
iniziano a progettare l’azione sociale, non si sa bene dove vogliano andare a
parare. Iniziano a parlare in ecclesialese,
il gergo di quegli ambienti, e chi li capisce più? Si mantengono sul vago, in
genere limitandosi all’analisi della situazione. Al dunque sembra che non
sappiano che pesci pigliare. Sembrano stretti in limiti invisibili, timorosi di
allargarsi. In realtà, anche se non
credo se ne rendano conto, si tengono ancora nei limiti fissati all’azione
sociale in religione dal vecchio Concordato concluso nel 1929 con il Mussolini,
che vietava la politica alle istituzioni religiose. Ma quel Concordato è stato
quasi completamente abrogato dagli accordi di revisione del 1984. Ora sono stati
riconosciuti come campo proprio delle istituzioni religiose la promozione dell’uomo e il bene del Paese, vale a dire la politica
(art.1 dell’Accordo di revisione 1984).
Non bisogna illudersi: anche dialogando,
non si resisterà al degrado senza azioni di lotta, e non solo di lotta interiore. La politica è anche questo. Ma nella nostra tradizione
religiosa la lotta è stata prevalentemente intesa come resistenza passiva. E la passività del papato nel corso del fascismo storico gli
è stata imputata come grave colpa, ma la sentenza dovrebbe estendersi a tutto
il popolo italiano di quell’epoca, salvo che per i tempi dopo quella
conversione di massa che consentì la Resistenza tra il ’43 e il ’45 e l’avvio
di processi democratici. La dottrina sociale, fino dall’enciclica Le novità, è stata avversa alle agitazioni di massa. Del
resto essa è espressa da sovrani assoluti. Pensare la politica di popolo è la sfida di
oggi anche in religione, ora che ci si propone di salvare il mondo (è appunto
questa la grande politica, quella con la P maiuscola).
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli