domenica 21 maggio 2017

Imparare dagli errori: riscoprire la domenica come giorno di festa

Imparare dagli errori: riscoprire la domenica come giorno di festa

  Che cos’è un errore nelle cose sociali? E’ quando ci si proponeva un certo risultato e si è sommersi dagli effetti controproducenti della strategia progettata, mancandolo. Non ci si deve sorprendere degli errori, nelle cose umane. Sbagliando si migliora, se ci si rende conto di avere sbagliato. E’ così che la scienza contemporanea progredisce. Ma in religione è molto difficile riconoscere gli errori sociali e farsene carico, cambiando strada. Può sembrare sorprendente in una fede che ha fatto storicamente della lotta alle eresie, quindi dell’individuazione degli errori,   una vera fissazione, giungendo ad eccessi orrendi. La stessa lotta alle eresie ora ci appare come una sequela incontenibile di errori, molti dei quali non riconosciuti, tanto che alcuni dei protagonisti di quella tremenda epopea sono stati fatti santi. Oggi la loro santità non appare molto evidente. La difficoltà è nel potere sacralizzato, e quindi assolutizzato. Un potere così è fatalmente portato all’abuso, è legge sociale di sempre. Ma è difficile correggersi se ci si è organizzati al modo feudale, con poteri  sacralizzati  che scendono  dall’alto e che solo dall’alto accettano di essere sindacati, fino ad arrivare ad un vertice insindacabile, infallibile per verità normativa. Accade nel grande come nel piccolo. Anche in una parrocchia come la nostra.
  Da noi la gente riprende a venire numerosa. Quando però si fa un appello a collaborare, mi dicono che ci si ritrova sempre in non più di una decina, quando va bene. E questo in un posto come l’Italia in cui il volontariato è enormemente sviluppato, con moltissima gente  di ogni età che spende il suo tempo sulle ambulanze, a soccorrere gli altri nei disastri naturali e sociali, nelle mense di carità, nei tanti centri di aiuto e ascolto di chi sta peggio, anche nella lotta alle mafie come ci ha raccontato don Ciotti,  rischiando anche, come ci raccontano le cronache, insomma tanta gente che si dà da fare dappertutto. Com’è che da noi no?
  E’ il  frutto di errori sociali non corretti molto a lungo. Nessuno sapeva, intorno e in alto? Certo che sapevano, ne sono sicuro. Come potevano non sapere? E allora? Forse hanno pensato che fosse meglio guardare come andava a finire. Ecco come è andata a finire. Ed è tanto difficile, ora,  per la squadra di bravissimi preti mandata in emergenza, con parrocchia in codice rosso, indurre il cambiamento. E’ una vera epopea per loro, alla fine avranno anche loro la targa commemorativa vicino al portone delle nostra chiesa, come don Nino Miraldi!
  Si può provare a cambiare: certo. Lo si sta facendo e si cominciano a vedere i risultati. Una volta capite le cause di ciò che è accaduto, si è cominciato ad andare in direzione contraria. La gente del quartiere va riabituata a venire in parrocchia come a casa propria, come accadeva a me da bambino e da ragazzo.
 In passato da noi si è molto puntato sul sabato, in una strategia che comprendeva il disinvolto impiego, rimaneggiati, di simboli e costumi dell’ebraismo. Questo non va bene, specialmente in Italia dove abbiamo creato tanti problemi agli ebrei. La situazione può essere migliorata solo se ci si rispetta. E innanzi tutto, da parte nostra, occorre rispettare i simboli e i costumi santi dell’ebraismo. Il rispetto comporta un certo distanziamento, in modo da non essere invadenti. Si entra nel tempio degli altri da ospiti, cercando di capire e, capendo,  di imparare anche ad amare, dopo aver tanto odiato. Condividiamo con l’ebraismo contemporaneo e di sempre un importante patrimonio culturale, ma non siamo ebrei. Diamo ascolto al grido che ci viene dall’ebraismo di oggi: “Lasciateci essere ebrei!”. Lasciamo il sabato, santo, all’ebraismo. Il nostro giorno è l’ottavo, la domenica.
  La domenica,  giorno santo  dei cristiani, non deve essere un tempo di ozio, in cui ci si alza tardi, dopo i divertimenti della sera prima. E’ il giorno della festa  in cui ci si incontra  e  ci si conosce. E’ sprecata se  si va in parrocchia solo nei quaranta minuti della Messa, per precetto. Si devono creare tante occasioni di impegno, per cui si viene, poi magari si va da un’altra parte, ma poi si ritorna per fare qualcos’altro di interessante. Quante cose abbiamo da imparare, da capire! Quante persone in attesa di essere incontrate! Quanti progetti in attesa di essere scoperti!
  E’ possibile che qualche incontro diventi una scontro. Così vanno le cose in società. Ma ci si può ragionare sopra, correggersi, perdonarsi a vicenda, offrendo e chiedendo il perdono come insegnò san Wojtyla, e provare a far meglio la volta dopo.
  Il confluire di tanta gente cambierà il volto del quartiere e finanche la sua economia. Quando sorge un bisogno il mercato risponde. E’ così che è sorto il mercatino  in via Conca d’oro, di fianco al nostro bel parco. Se cerchiamo cose cattive, di quelle che fanno male, ci saranno offerte. Ogni domanda crea una risposta. Se, ad esempio, vogliamo fare musica e cerchiamo chi la suona, verrà  gente che sa suonare. Se la domenica organizziamo gruppi di lettura, verranno gli autori e le case editrici.
 Quando confluisce gente, occorre una cabina di regia, un gruppo di coordinatori. Ma ogni autorità abbia dei limiti, in intensità ed estensione. Nessuno si proponga di cambiare la testa alla gente. Certi apprendisti stregoni possono fare tanto danno. Non si costruisce nulla su macerie umane. Con quanta presunzione si pretende talvolta di decostruire  le persone per ricostruirle! E’ quello che si chiama lavaggio del cervello. Zygmunt Bauman ricorda che l’espressione fu proposta per la prima volta in un articolo del 1950  da Edward Hunter, un giornalista statunitense.  E’ una tecnica di psicologia invasiva e violenta che consiste nell’immergere una persona in un ambiente che la forza a considerare malvagio tutto ciò che è e la propria personale storia passata, fino a farne un cumulo di macerie psicologiche, per poi rifarla  da capo. L’esperimento sociale di questo su più vasta scala,  scrive Bauman, si ebbe durante il maoismo cinese, al tempo della rivoluzione culturale, alla fine degli scorsi anni ’60:  una tragedia umana dalla quale faticosamente la nuova Cina riuscì a riprendersi, con sprechi umani immensi. Qualcosa di simile si ebbe da noi, all’inizio del Novecento, con la persecuzione dei modernisti, in religione. Anche lì: uno spreco umano gravissimo, vite distrutte, tante gente emarginata ed esclusa, anche tanti preti. Di questo non si è mai riusciti a pentirsi, come collettività religiosa. E’ che è in ballo un potere sacralizzato, di un santo addirittura.
  Nello statuto  della festa ci deve essere questo: ogni incarico sia temporaneo, nessuno si arroghi di voler ricostruire  gli altri, dopo averli ridotti a macerie umane, ogni potere abbia limiti di competenza e sia soggetto a rendiconto. Nessun potere assoluto tra noi! La democrazia iniziò nell’Ottocento con la lotta per gli statuti, per porre limiti a poteri che volevano essere assoluti. I processi democratici iniziano sempre da questo, anche su scala minore: quando ci si pone dei limiti assoluti  al proprio potere sugli altri, quando, dunque, si relativizza il proprio  potere su di loro. Se non si fa così, che festa  sarebbe, dove sarebbe la  gioia? La religione diventerebbe una fatica spaventosa e se ne diventerebbe schiavi, perché chi è decostruito  diventa sempre  schiavo di chi lo decostruisce  e lo  ricostruisce. La nostra, però, non è fede da schiavi. E’ scritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli