Imparare dagli
errori: riscoprire la domenica come giorno di festa
Che cos’è un errore
nelle cose sociali? E’ quando ci si proponeva un certo risultato e si è
sommersi dagli effetti controproducenti della strategia progettata, mancandolo.
Non ci si deve sorprendere degli errori, nelle cose umane. Sbagliando si
migliora, se ci si rende conto di avere sbagliato. E’ così che la scienza
contemporanea progredisce. Ma in religione è molto difficile riconoscere gli
errori sociali e farsene carico, cambiando strada. Può sembrare sorprendente in
una fede che ha fatto storicamente della lotta alle eresie, quindi dell’individuazione degli errori, una
vera fissazione, giungendo ad eccessi orrendi. La stessa lotta alle eresie ora
ci appare come una sequela incontenibile di errori, molti dei quali non
riconosciuti, tanto che alcuni dei protagonisti di quella tremenda epopea sono
stati fatti santi. Oggi la loro santità non appare molto evidente. La
difficoltà è nel potere sacralizzato,
e quindi assolutizzato. Un potere
così è fatalmente portato all’abuso, è legge sociale di sempre. Ma è difficile
correggersi se ci si è organizzati al modo feudale, con poteri sacralizzati che scendono
dall’alto e che solo dall’alto
accettano di essere sindacati, fino ad arrivare ad un vertice insindacabile, infallibile per verità normativa. Accade
nel grande come nel piccolo. Anche in una parrocchia come la nostra.
Da noi la gente
riprende a venire numerosa. Quando però si fa un appello a collaborare, mi
dicono che ci si ritrova sempre in non più di una decina, quando va bene. E
questo in un posto come l’Italia in cui il volontariato è enormemente
sviluppato, con moltissima gente di ogni
età che spende il suo tempo sulle ambulanze, a soccorrere gli altri nei
disastri naturali e sociali, nelle mense di carità, nei tanti centri di aiuto e
ascolto di chi sta peggio, anche nella lotta alle mafie come ci ha raccontato
don Ciotti, rischiando anche, come ci
raccontano le cronache, insomma tanta gente che si dà da fare dappertutto. Com’è
che da noi no?
E’ il frutto di errori sociali non corretti molto a
lungo. Nessuno sapeva, intorno e in alto? Certo che sapevano, ne sono sicuro.
Come potevano non sapere? E allora? Forse hanno pensato che fosse meglio
guardare come andava a finire. Ecco come è andata a finire. Ed è tanto
difficile, ora, per la squadra di bravissimi
preti mandata in emergenza, con parrocchia in codice rosso, indurre il cambiamento. E’ una vera epopea per loro,
alla fine avranno anche loro la targa commemorativa vicino al portone delle nostra
chiesa, come don Nino Miraldi!
Si può provare a cambiare: certo. Lo si sta
facendo e si cominciano a vedere i risultati. Una volta capite le cause di ciò
che è accaduto, si è cominciato ad andare in direzione contraria. La gente del
quartiere va riabituata a venire in parrocchia come a casa propria, come
accadeva a me da bambino e da ragazzo.
In passato da noi si
è molto puntato sul sabato, in una strategia che comprendeva il disinvolto
impiego, rimaneggiati, di simboli e costumi dell’ebraismo. Questo non va bene,
specialmente in Italia dove abbiamo creato tanti problemi agli ebrei. La
situazione può essere migliorata solo se ci si rispetta. E innanzi tutto, da
parte nostra, occorre rispettare i simboli e i costumi santi dell’ebraismo. Il
rispetto comporta un certo distanziamento, in modo da non essere invadenti. Si
entra nel tempio degli altri da ospiti, cercando di capire e, capendo, di imparare anche ad amare, dopo aver tanto
odiato. Condividiamo con l’ebraismo contemporaneo e di sempre un importante
patrimonio culturale, ma non siamo ebrei. Diamo ascolto al grido che ci viene
dall’ebraismo di oggi: “Lasciateci essere ebrei!”. Lasciamo il sabato, santo, all’ebraismo. Il nostro giorno è
l’ottavo, la domenica.
La domenica, giorno santo
dei cristiani, non deve essere un
tempo di ozio, in cui ci si alza tardi, dopo i divertimenti della sera prima. E’
il giorno della festa in cui ci
si incontra e ci si conosce. E’ sprecata
se si va in parrocchia solo nei quaranta minuti della Messa, per precetto. Si devono creare tante occasioni di impegno, per cui si
viene, poi magari si va da un’altra parte, ma poi si ritorna per fare qualcos’altro
di interessante. Quante cose abbiamo da imparare, da capire! Quante persone in
attesa di essere incontrate! Quanti progetti in attesa di essere scoperti!
E’ possibile che
qualche incontro diventi una scontro. Così vanno le cose in società. Ma ci si
può ragionare sopra, correggersi, perdonarsi a vicenda, offrendo e chiedendo il
perdono come insegnò san Wojtyla, e provare a far meglio la volta dopo.
Il confluire di
tanta gente cambierà il volto del quartiere e finanche la sua economia. Quando
sorge un bisogno il mercato risponde. E’ così che è sorto il mercatino in via Conca d’oro, di fianco al nostro bel
parco. Se cerchiamo cose cattive, di quelle che fanno male, ci saranno offerte.
Ogni domanda crea una risposta. Se, ad esempio, vogliamo fare musica e
cerchiamo chi la suona, verrà gente che
sa suonare. Se la domenica organizziamo gruppi di lettura, verranno gli autori
e le case editrici.
Quando confluisce
gente, occorre una cabina di regia,
un gruppo di coordinatori. Ma ogni autorità abbia dei limiti, in intensità ed
estensione. Nessuno si proponga di cambiare la testa alla gente. Certi
apprendisti stregoni possono fare tanto danno. Non si costruisce nulla su
macerie umane. Con quanta presunzione si pretende talvolta di decostruire le persone per ricostruirle! E’ quello che si chiama lavaggio del cervello. Zygmunt Bauman ricorda che l’espressione fu
proposta per la prima volta in un articolo del 1950 da Edward Hunter, un giornalista
statunitense. E’ una tecnica di
psicologia invasiva e violenta che consiste nell’immergere una persona in un
ambiente che la forza a considerare malvagio tutto ciò che è e la propria
personale storia passata, fino a farne un cumulo di macerie psicologiche, per
poi rifarla da capo. L’esperimento sociale di questo su
più vasta scala, scrive Bauman, si ebbe
durante il maoismo cinese, al tempo
della rivoluzione culturale, alla
fine degli scorsi anni ’60: una tragedia
umana dalla quale faticosamente la nuova Cina riuscì a riprendersi, con sprechi
umani immensi. Qualcosa di simile si ebbe da noi, all’inizio del Novecento, con
la persecuzione dei modernisti, in
religione. Anche lì: uno spreco umano gravissimo, vite distrutte, tante gente
emarginata ed esclusa, anche tanti preti. Di questo non si è mai riusciti a
pentirsi, come collettività religiosa. E’ che è in ballo un potere
sacralizzato, di un santo addirittura.
Nello statuto della festa ci deve essere questo: ogni
incarico sia temporaneo, nessuno si arroghi di voler ricostruire gli altri, dopo averli
ridotti a macerie umane, ogni potere abbia limiti di competenza e sia soggetto
a rendiconto. Nessun potere assoluto tra noi! La democrazia iniziò nell’Ottocento
con la lotta per gli statuti, per
porre limiti a poteri che volevano essere assoluti. I processi democratici
iniziano sempre da questo, anche su scala minore: quando ci si pone dei limiti assoluti al proprio potere sugli altri, quando, dunque, si relativizza il proprio potere su di loro.
Se non si fa così, che festa sarebbe, dove sarebbe la gioia? La religione
diventerebbe una fatica spaventosa e se ne diventerebbe schiavi, perché chi è decostruito diventa sempre schiavo di chi lo decostruisce e lo ricostruisce. La nostra, però, non è fede
da schiavi. E’ scritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli