Processi democratici
nella costruzione di un popolo: la festa
Nelle nostre collettività religiose lo sviluppo di processi democratici
è ostacolato dall’ingombrante gerarchia feudale del clero. Occorre trovarle un
posto e non è facile. Fatto sta che, quando si parla di organizzarsi per fare qualcosa, si finisce di solito per
andare molto sul vago, non trattando veramente di come si è e di come
si dovrebbe o vorrebbe essere, ma di qualche obiettivo che sta fuori di un certo gruppo di riferimento. Si cerca
sempre di mostrarsi nella condizione di gregge, pronto a seguire pastori. Ma che di che parlano gli esseri umani/gregge quando stanno tra
loro? Si parla in ecclesialese, il
gergo/chiacchiericcio infarcito di parole della teologia, che serve a parlare
senza dire nulla, per fare bella figura senza rischiare. Ogni decisione collettiva è frutto di un difficile
compromesso con il clero, che di solito viene raggiunto in mediazioni
riservate. Le assemblee servono solo per ratificare.
Nell’organizzarsi collettivamente
gli esseri umani sono ostacolati dai
loro naturali limiti cognitivi. Secondo gli antropologi non siamo capaci di
relazioni profonde, stabili, con più di circa centocinquanta persone. E’ chiaro
però che le nostre società sono organizzate per collettività molto, molto più vaste, e
addirittura a livello mondiale. La gente allora fa come gli uccelli nello
stormo: prende le misure su quelli che sono intorno più vicini e su chi sta avanti a
tutti. Vi è poi un modo di comportarsi in società che dipende dalle culture e consiste nel far
riferimento ad un sistema di miti e di idee: è la via delle religioni e del
diritto. La cultura allora è come una cartina topografica che ognuno tiene in
tasca e dice come fare per raggiungere un certo posto
Di
solito non abbiamo bisogno di contatti profondi con tutti quelli che
incontriamo. Circolando per strada incrociamo
migliaia di persone senza mai incontrarle. Ognuno sa come comportarsi
in questi rapporti fugaci, istantanei e labili. Se dovessimo approfondire, la
vita sociale si bloccherebbe. Ora, è importante discutere di un tema che è
diventato particolarmente critico nella nostra civiltà: i rapporti che si hanno
interagendo sul WEB, su “internet”,
sono di questo tipo, anche se chi interagisce vi investe molta emotività, come
per rapporti profondi. In realtà non si creano relazioni stabili e profonde tra
le persone. Questo significa che chi sta molto su “internet” è un isolato,
anche se sembra interagire tutto il tempo con altri. E’ una condizione che
spiega perché “internet” abbia fallito nella costruzione di processi
democratici, ad esempio nelle “primavere
arabe” degli anni scorsi, ma anche da noi in politica. Che cosa corre tra
le persone quando stanno su “internet”? Corre solo la cultura altamente
formalizzata, quella delle piattaforme, dei portali, organizzata e diretta da altri (quelli che hanno il potere di ammettere e di escludere e fissano le regole dell'interazione), quella che consente i contatti tra utenti. “Internet” non è
quindi il regno della libertà e della spontaneità, ma il suo contrario.
Se si considerano solo le persone più vicine, le realtà di prossimità,
si costruiscono solo gruppi molto piccoli e dalla vita breve. Se ci si orienta
sui capi, si perdono le realtà di prossimità. Ogni potere tende ad assolutizzarsi,
su grande e piccola scala, e a togliere spazio alle altre persone. Anche nell’associazionismo
religioso. Lo ha detto anche l’attuale Papa ed è sorprendente, perché l’ingenuo
papismo mediatico e personalistico inaugurato dal Wojtyla consiste proprio in
questo. La scarsa familiarità con rapporti collettivi profondi fa perdere senso
alle culture condivise, sfascia le tradizioni.
Questi, riassumendo, sono alcuni tra i problemi principali delle società
occidentali contemporanee nell'organizzarsi collettivamente. Nell’ecclesialese
corrente sono cose risapute. Quando
poi si tratta di passare dall’analisi critica alla costruzione del cambiamento
le cose si imbrogliano e ci si arresta, rimandando alla prossima settimana sociale o assemblea.
L’altro
giorno abbiamo fatto una festa in parrocchia e abbiamo visto che le molte
persone che sono venute sono rimaste sostanzialmente estranee tra loro. E
questo anche se si era organizzato un ricco rinfresco. Di solito il mangiare
insieme è una delle basi naturali degli incontri.
Era però un rinfresco in piedi, e in occasioni del genere si
tende a ruotare intorno ai tavoli per poi trovare un posto laterale per mangiare. Nessuno ha un proprio posto e ogni posto in cui ci si ferma un attimo di solito non è quello che si riuscirà a
conquistare nella fase successiva. Nella socialità del party secondo il modello statunitense (party nell’angloamericano
significa sia festa che partito),
che è appunto l’incontro di un gruppo per un rinfresco in piedi, le persone girano
presentandosi le une alle altre, intrattenendo brevi conversazioni con molti
dei partecipanti nel corso delle quali programmano incontri
più ravvicinati e profondi, ad esempio per questioni di lavoro. Al centro
dell’evento c’è l’incontrarsi per conoscersi. Una festa in società dovrebbe
avere questo obiettivo. E’ diversa dalla festa
parentale in cui ci si conosce già
tutti. Spesso le assemblee che si fanno nelle collettività religiose hanno il
tono delle feste parentali. Occorre trasformarle in feste per conoscersi, che chiamerei feste/partito, in angloamericano “party/party”, quelle che fanno movimento.
Un processo democratico parte da occasioni come queste. Si deve proporre un
minimo di formalità, vale a dire un rito, perché ognuno senta di avere un posto; ci deve essere una persona
di riferimento, ma non ingombrante come un capo, quindi un potere non sacralizzato; infine deve essere proposto il metodo, e l’etica,
dell’incontro, per cui ci si deve
presentare, parlare con più persone di volta in volta per averne un’idea più
precisa, senza però monopolizzare gli altri perché questo riduce il numero
degli incontri possibili. Liturgie troppo pervasive e formalizzate impediscono
gli incontri personali. Lo stesso accade con capi troppo ingombranti. Negli
incontri personali occorre garantire una certa libertà con l’avvertenza che è
sconveniente aprirsi troppo o chiedere troppo agli altri. Il rapporto con gli
altri va costruito progressivamente, di tappa in tappa, conoscendoli meglio.
Avvicinandoli più spesso si ha occasione di farlo. Relazionandosi su “internet”
se ne ha solo l’impressione (falsa), ma si rimane sempre allo stesso punto.
Le feste/partito sono alla base dei processi democratici, anche
di quelli popolari, di massa. Quando i lavoratori contarono di più in società
organizzarono la Festa dei lavoratori (non
del lavoro, come talvolta,
sbagliando, si dice). Un politico come Giorgio La Pira ne fu ben consapevole. Inaugurando da sindaco, il quartiere di case popolari dell'Isolotto, a Firenze, consigliò ai sacerdoti che erano stati inviati nella nuova parrocchia di fare molte feste.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli