Il
contributo della religione ad una nuova democrazia globale
Pensare in termini di sopravvivenza dell’umanità
è un’esigenza nuova e infatti riesce difficile ai grandi come ai piccoli. In
religione si hanno le risorse per imparare a farlo. Ma solo da pochi decenni la
teologia ha cominciato a ragionarci sopra e quindi questo suo lavoro, ancora
troppo recente, non si è tradotto effettivamente in processi formativi delle
masse dei fedeli. In passato si è in genere ragionato il termini di popoli di fedeli contrapposti alle potenze infedeli che si opponevano
alla religione. Nelle guerre ci si sforzava di convincersi che il Cielo stesse
dalla propria parte. La guerra, in definitiva, veniva considerata come un fatto
umano insuperabile se non alla fine dei tempi, un flagello come gli eventi
naturali avversi, una catastrofe come un terremoto o un ciclone o un stagione
di forte siccità. Nel mondo globalizzato di oggi si ricomincia a pensarla così,
non si esclude la possibilità di conflitti anche di grande entità: è la cultura
internazionale, quella praticata da chi domina il mondo, a spingere verso
questo modo di ragionare. Sembra che la sopravvivenza dell’umanità non si più
legata ad un ordine pacifico mondiale. Quello su cui tutti concordano è un
ordine giuridico mondiale che consenta la massima libertà ai capitali, sia di
movimento che di sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Un pensiero che va in
direzione contraria è quello espresso nell’enciclica Laudato si’, del 2015, nella quale sono sintetizzate le idee
critiche sulla situazione globale.
Di
solito nei conflitti chi sta meglio in società ha più probabilità di scamparla.
A rimetterci sono di solito le masse, e questo anche se sono spinte le une
contro le altre con la prospettiva di rapinare le ricchezze altrui e di guadagnarci, come fecero
i fascismi europei. Chi predicava, da noi, la guerra come igiene nel mondo, non
pensava a sé stesso come sporco da
eliminare, ma alle masse, che trovava imbelli e troppo attaccate alle loro
misere cose. E’ una situazione che fatalmente si ripropone tutte le volte che
si ricomincia a pensare al conflitto come via di risoluzione delle controversie
tra i popoli. La nostra Costituzione lo vieta, ma questo finora non ha
costituito un serio problema, quando i capi politici hanno deciso che era il
momento di fare di nuovo guerra. L’Italia è infatti impegnata su diversi fronti
di guerra. Nella Costituzione c’è anche il collegamento tra lavoro e democrazia
e il divieto di umiliare il lavoro, lo ha ricordato il Papa l’altro giorno a
Genova. “E’ anticostituzionale”, ha
detto. E’ così: un ordine che umilia il lavoro va contro la Costituzione
vigente in Italia, è quindi eversivo.
E’ significativo che sia rimasto quasi solo un Papa a proclamarlo alle masse, e
per di più un Papa americano, venuto veramente da un altro mondo. Da noi con
molta disinvoltura si passa sopra alla volontà delle masse, anche quando si è
espressa formalmente, ad esempio con la richiesta di referendum sui tagliandi-lavoro, quella forma di
retribuzione veramente poco impegnativa per chi utilizza il lavoro, senza
ferie, senza sicurezza nella malattia e in gravidanza, senza limiti d’orario di
lavoro, senza garanzie di qualifica, insomma senza vera responsabilità sociale. Si era chiesto un referendum
sulla legge che li prevedeva. Si sono raccolte le firme sufficienti perché
fosse indetto. Allora si è cambiata la legge e si sono aboliti i tagliandi-lavoro. Il referendum, così, non si
farà più. Ma dopo poco tempo, mesi addirittura, li si vuole reintrodurre con un'altra legge. Così per ottenere che la questione venga sottoposta al voto popolare bisognerebbe raccogliere le firme non una, ma due volte.
Si parla di queste cose e si viene presi per
agitatori sociali. Ma in effetti è proprio questo che occorre diventare. Il
quieto vivere non ripara le masse nei conflitti. Se non si agitano
soccomberanno, avranno la peggio. E’ sempre andata così. Nei conflitti vengono strumentalizzate,
ideologizzandole, perché le guerre devono pur essere combattute da qualcuno,
qualcuno deve rischiare la pelle e tutto ciò che ha e che è, ma di solito le combatte veramente chi ha solo
da rimetterci, comunque vadano le cose. La storia ce lo insegna. Così la Festa della Repubblica, che si celebra
il 2 Giugno, non dovrebbe essere centrata su una parata militare. Si celebra la
scelta del popolo italiano, il 2 giugno 1946, di essere una repubblica, da
regno che era. Questa scelta fu possibile solo con il ritorno della pace, che
era avvenuto circa un anno prima. Fu allora che, finalmente, il popolo fu
ascoltato. Si era conquistato il diritto ad esserlo, cambiando profondamente,
in un processo che era stato propriamente una conversione di massa. Non era
scontato che ci si riuscisse dopo decenni di indottrinamento in senso
contrario. In Germania, ad esempio, il processo fu molto più lento. In Italia,
però, c’erano le premesse per riuscirci più rapidamente. Non fu un caso che dal
1946 al 1994 la politica italiana sia stata dominata da un partito cristiano, ispirato alla dottrina sociale.
Di
solito la democrazia viene inquadrata in un orizzonte di tipo nazionalista: da
noi quello, richiamato nell’inno nazionale, dei fratelli d’Italia. E’ già molto, naturalmente, in una nazione che a
lungo fu divisa in tanti staterelli e che solo di recente ha conquistato una
lingua comune. Si capì che divisi si contava di meno in campo internazionale. Ma
ora questo non basta più. Si deve ragionare su scala globale e in questo si è
favoriti dal fatto che i costumi dell’umanità si sono molto ravvicinati negli
ultimi cinquant’anni. Viaggiamo di più, sappiamo di più. Il problema è quello
di incontrarsi veramente per suscitare un movimento mondiale
che potremmo definire della pace e del
lavoro. Una potenza così c’è già ed è appunto, attualmente, la nostra Chiesa.
Nella quale tuttavia le dinamiche democratiche sono solo allo stato embrionale.
C’è molto da fare. E si può cominciare da realtà locali, come quella della
parrocchia.
Fare
tirocinio di democrazia globale richiede una visione religiosa, che consenta
di pensare in grande. Essa permette di porsi dal punto di vista del Cielo. Ma
richiede anche la pratica dei valori
democratici, prima ancora che dei metodi democratici. In parrocchia sembra che la gente conti poco, che ci sia o non ci sia in fondo non è così importante, le cose vanno
avanti lo stesso, e infatti partecipa poco. Viene più che altro da spettatrice.
Invece la democrazia esige quel tipo di giustizia che viene definita giustizia partecipativa: occorre fare
qualcosa, impegnarsi, contribuire al lavoro collettivo, non si tratta solo di alzare la mano o di infilare una scheda in una
scatola per votare. E’ partecipando che si conquista il diritto ad essere
considerati, a contare veramente. In una dinamica così, l’autorità del parroco virerà progressivamente,
di fatto, da quella di un funzionario locale di un principato religioso a
quella di un presidente di assemblea. A partire dal tirocinio locale di
democrazia globale le cose possono cambiare.
E’ da realtà così che sono emersi molti dei capi politici democratici di
oggi in Europa occidentale. Non è come negli Stati Uniti d’America, in cui di solito si riesce a salire al vertice solo se si è molto ricchi e, in genere, da diverse
generazioni. Si tratta di riprendere quel lavoro di formazione che in una
realtà come l’Azione Cattolica si è sempre fatto, dalla sua fondazione,
ripensandolo, tuttavia, per la realtà globalizzata di oggi.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli