Educare
alla democrazia globale
Il mondo è diventato interconnesso su scala
globale. Che significa?
Ieri sono stato al grande magazzino che c’è
vicino casa mia è ho comprato: un cappello, due cravatte, una cintura. Ho
guardato le etichette: tutti sono stati fatti in Cina, dall’altra parte della
Terra. E così è per la gran parte degli abiti che indossiamo e degli oggetti di
uso quotidiano. Ma anche di ciò che mangiamo. E’ una situazione che ci
conviene, come consumatori, perché i prodotti hanno prezzi bassi, alla portata delle masse, in Europa. Li hanno perché i lavoratori, nei posti dove vengono
prodotti, vengono pagati meno che da noi. Ma anche perché da quelle parti è arrivata
l’automazione e il lavoro produce di più. E’ un fenomeno che è iniziato più
o meno negli anni ’80 del secolo scorso.
All’inizio era le imprese occidentali che organizzavano stabilimenti dove il
lavoro veniva pagato di meno, per aumentare i propri profitti. Ora, però,
comincia ad essere diverso. Anche lì dove si andava a produrre perché il lavoro
costava meno si stanno organizzando grandi imprese locali che si stanno
rendendo autonome dagli occidentali: anche se questi ultimi riportassero in
Occidente le produzioni, la situazione, quindi, non cambierebbe; fallirebbero
presto sotto la concorrenza dell’estero, a meno che anche da noi il lavoro iniziasse a
costare molto meno o i processi di automazione progredissero molto di più.
Quello che sembra incomprimibile è il profitto, l’utile netto che viene a chi
possiede le imprese, detratti costi di
produzione. Ma anche se le imprese che producono le merci di uso quotidiano decidessero di accettare di ridurne l’entità,
non potrebbero farlo, perché le imprese di produzione sono sempre in debito
verso che presta loro il denaro per produrre. Quando vanno in crisi e falliscono il loro tesoro ha già da tempo preso il volo, sotto forma di restituzione di prestiti. Quando i lavoratori reagiscono occupando le fabbriche scoprono che sono sono di proprietà dei datori di lavoro, erano tutte in prestito. Non ci sono norme che consenta di coinvolgere la responsabilità di chi ci ha tanto guadagnato, finché le cose andavano bene. La legge stabilisce una limitazione di responsabilità. Chi controlla l'economia opera in gran parte in regime di limitazione di responsabilità. Ad occuparsi delle macerie sociali che lascia sono le istituzioni pubbliche, alle quali però, per varie ragioni, mancano le risorse per farlo.
Il denaro è una merce come le altre. Chi commercia il denaro controlla l’economia. Non produce, non ha nazionalità, né stabilimenti: il denaro, nel mondo di oggi, può viaggiare velocemente e rapidamente, sulle reti telematiche che avvolgono il globo. E’ al sicuro dalle crisi economiche appunto perché può spostarsi in quel modo ed è diventato un bene immateriale, essenzialmente un fatto contabile. Tutto questo è consentito da una fitta rete di accordi internazionali, da una realtà giuridica a livello mondiale che non era pensabile fino agli anni ’80, con il mondo diviso in due blocchi contrapposti, con sistemi giuridici profondamente diversi. Non ci sono strumenti giuridici per collegare i grandi profitti che, anche in tempi di crisi, derivano dal commercio del denaro a responsabilità sociali quando le cose agli altri vanno male. Il capitale, il denaro impiegato in attività d'impresa, si può sganciare molto rapidamente da qualsiasi crisi: tutto coopera a questo, il diritto e la tecnologia.
E’ appunto negli anni ’80 che tutto è cambiato, perché, in definitiva, si è scelto di produrre e commerciare secondo le stesse norme giuridiche, che consentono al capitale quella grande libertà. L’effetto sociale, a livello globale, è che chi è coinvolto in vari modi nel commercio del denaro, come proprietario di denaro o come collaboratori dei proprietari di denaro, come i dirigenti d’impresa, gli avvocati, i commercialisti, i proprietari di brevetti industriali per le nuove invenzioni che servono nella produzione e che danno diritto a compensi se sfruttate, è emerso, sta molto meglio di tutti gli altri, mentre i lavoratori, a livello mondiale, si stanno allineando su livelli di reddito più bassi, molto più bassi. Per gli occidentali questo ha significato una riduzione dei redditi. In Oriente e in altre parti del mondo è stato diverso, perché, rispetto alla situazione di prima, i redditi sono aumentati. I consumatori sono in maggior parte lavoratori. Per loro, come consumatori va ancora bene, perché le merci costano poco. Per farle costare poco bisogna pagare meno i lavoratori, i quali, quindi, progressivamente hanno meno denaro da impiegare nei consumi. Per favorire i consumi si riducono le retribuzione dei lavoratori, o si cerca di produrre dove le retribuzioni sono più basse o si riducono i lavoratori impiegando l’automazione. A livello mondiale, le norme che consentono al sistema di funzionare, non pongono limiti. La solidarietà funziona, e sempre meno, solo all’interno di ogni singola nazione, o, al più, all’interno di ogni singola federazione di nazione. Tutto ciò è all’origine dei problemi sociali che affrontiamo oggi.
Il denaro è una merce come le altre. Chi commercia il denaro controlla l’economia. Non produce, non ha nazionalità, né stabilimenti: il denaro, nel mondo di oggi, può viaggiare velocemente e rapidamente, sulle reti telematiche che avvolgono il globo. E’ al sicuro dalle crisi economiche appunto perché può spostarsi in quel modo ed è diventato un bene immateriale, essenzialmente un fatto contabile. Tutto questo è consentito da una fitta rete di accordi internazionali, da una realtà giuridica a livello mondiale che non era pensabile fino agli anni ’80, con il mondo diviso in due blocchi contrapposti, con sistemi giuridici profondamente diversi. Non ci sono strumenti giuridici per collegare i grandi profitti che, anche in tempi di crisi, derivano dal commercio del denaro a responsabilità sociali quando le cose agli altri vanno male. Il capitale, il denaro impiegato in attività d'impresa, si può sganciare molto rapidamente da qualsiasi crisi: tutto coopera a questo, il diritto e la tecnologia.
E’ appunto negli anni ’80 che tutto è cambiato, perché, in definitiva, si è scelto di produrre e commerciare secondo le stesse norme giuridiche, che consentono al capitale quella grande libertà. L’effetto sociale, a livello globale, è che chi è coinvolto in vari modi nel commercio del denaro, come proprietario di denaro o come collaboratori dei proprietari di denaro, come i dirigenti d’impresa, gli avvocati, i commercialisti, i proprietari di brevetti industriali per le nuove invenzioni che servono nella produzione e che danno diritto a compensi se sfruttate, è emerso, sta molto meglio di tutti gli altri, mentre i lavoratori, a livello mondiale, si stanno allineando su livelli di reddito più bassi, molto più bassi. Per gli occidentali questo ha significato una riduzione dei redditi. In Oriente e in altre parti del mondo è stato diverso, perché, rispetto alla situazione di prima, i redditi sono aumentati. I consumatori sono in maggior parte lavoratori. Per loro, come consumatori va ancora bene, perché le merci costano poco. Per farle costare poco bisogna pagare meno i lavoratori, i quali, quindi, progressivamente hanno meno denaro da impiegare nei consumi. Per favorire i consumi si riducono le retribuzione dei lavoratori, o si cerca di produrre dove le retribuzioni sono più basse o si riducono i lavoratori impiegando l’automazione. A livello mondiale, le norme che consentono al sistema di funzionare, non pongono limiti. La solidarietà funziona, e sempre meno, solo all’interno di ogni singola nazione, o, al più, all’interno di ogni singola federazione di nazione. Tutto ciò è all’origine dei problemi sociali che affrontiamo oggi.
Se un problema è di dimensioni globali, può essere affrontato a livello
locale? Evidentemente no. Eppure
spesso è questa la soluzione che viene proposta dalle politiche nazionali e
non solo in Italia. E’ in questione la
giustizia sociale. Ma lo è su dimensione globale
e non ci sono soluzioni valide che
non comprendano anche di farsi carico di genti lontane, dove si producono le cose
di nostro uso quotidiano. Ecco perché oggi la sfida è quella di creare una
democrazia globale per ottenere che nei fatti
dell’economia si tenga conto anche della maggioranza della gente che produce e
consuma e non solo della piccola minoranza della finanza che controlla il mercato del denaro. L’impegno
è questo, per ciascuno di noi, perché la democrazia è basata su ciascuno di
noi: bisogna convincersi innanzi tutto che di questa situazione siamo tutti responsabili, in quanto in qualche modo complici di chi l'ha determinata, e che,
insieme, si può cercare di cambiarla. Non è infatti un evento della natura, come i temporali e i terremoti, o un prodotto di
volontà soprannaturale, ma solo una costruzione umana. E' stata fatta e la si può cambiare.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli