Imparare
la democrazia
La democrazia non è un fatto innato, si
impara. Nella società italiana di oggi mancano gli insegnanti. Storicamente l’Azione
Cattolica è stata una delle principali scuole di democrazia in Italia: prima
però ha dovuto essa stessa impararla e, innanzi tutto, convincersi del fatto
che fede e democrazia potessero andare d’accordo. All’inizio del Novecento
questa idea veniva considerata parte dell’eresia modernista. Questo significa che, all’origine, la dottrina sociale, le idee dei papi sulla riforma
sociale, non comprendeva la democrazia. Infatti si riteneva che i progetti di
miglioramento sociale dovessero discendere
dall’alto, dedotti con ragionamenti teologici e proclamati con autorità.
Progettare il bene veniva considerato monopolio dei papi. L’osservazione e la
comprensione realistica della società in religione vennero progressivamente, in particolare,
in Italia, con il lavoro che si fece in Azione Cattolica, dopo la sua
fondazione, che risale al 1905, per il suo organico collegamento con la
gerarchia del clero.
La democrazia non è solo un metodo per prendere decisioni a maggioranza, ma un sistema di valori. Principio fondamentale
della democrazia è di considerare tutti uguali
in dignità. L’uguaglianza, però, va costruita in ciascuno. Lo si fa
rendendo libere le persone, che non significa lasciarle alle
loro passioni, ma fare in modo che possano decidere consapevolmente. Senza vera
libertà, ciascuno cade preda dei più
forti. Il motto del primo partito di ispirazione
religiosa, il Partito popolare
italiano, fondato nel 1919 dal prete Luigi Sturzo e da altri suoi amici, fu Liberi e forti. Ma nessuno è veramente
libero da solo. E’ la società nel suo insieme che va liberata. Chi la libererà?
“Non esistono liberatori, ma persone che
si liberano”, fu il motto di un gruppo resistenziale milanese di cui
fecero parte il prete Giovanni Barbareschi e Teresio Olivelli. La liberazione è
un compito collettivo che richiede di essere solidali, di considerare anche gli
altri, di tener conto di loro e, in particolare, di chi sta peggio, perché non
ci sono persone che abbiano più urgenza di liberazione di quelle che stanno
peggio, e di solito si sta così quando si finisce in mani altrui. Libertà, uguaglianza, fraternità sono valori assoluti in democrazia, sottratti
all’arbitrio di qualsiasi maggioranza. Nella nota n.793 del Compendio della dottrina
sociale della Chiesa (2004), a
proposito dell’amicizia civile da intendere come forma di
fraternità alla base della pacifica convivenza sociale, si citano le parole di
Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° in un’omelia tenuta il 1 giugno 1980
durante il suo primo viaggio in Francia: «“Libertà, uguaglianza,
fraternità’” è stato il motto della Rivoluzione francese. In fondo
sono idee cristiane ». Quando quelle parole furono pronunciate la
democrazia non era ancora completamente
una conquista culturale nella nostra fede: lo divenne solo circa dieci anni
dopo, nel 1991, con una storica enciclica del medesimo papa, Il Centenario, in occasione dai cento
anni dalla prima enciclica della dottrina sociale moderna. C’è voluto quindi un
secolo perché, in religione, l’idea di riforma sociale fosse abbinata a
processi democratici. Ma si tratta di un conquista che va rinnovata di
generazione in generazione.
L’idea che proprio la Chiesa insegni la
democrazia appare ancora oggi un po’ strana. E’ il residuo, in genere
inconsapevole, del passato. Chi parla di democrazia in religione a volte viene
collegato con i comunisti. La bestia nera della prima
dottrina sociale fu il socialismo. Urtava pensare che le masse dovessero liberarsi
con un proprio movimento sociale e non attendere la giustizia sociale da chi
dall’affermarsi della giustizia sociale avrebbe subito solo un danno
patrimoniale. In effetti socialisti e comunisti, e in particolare questi
ultimi, dovettero imparare la democrazia negli stessi anni, e con le stesse
difficoltà, in cui lo si fece in
religione. Imparandola, la trasformarono. La innervarono di idee di giustizia
sociale molto più che alle origini. A lungo i comunisti ritennero la democrazia
un imbroglio borghese, in particolare constatando che, anche dopo l’introduzione
del suffragio universale, le masse davano credito elettorale a chi non faceva,
o non faceva del tutto i loro interessi.
Come può succedere? Successe perché, in ambito democratico, si temperarono le
asprezze sociali, venendo incontro a chi stava peggio. Si raggiunsero accordi
che convennero a tutti. La crisi di quegli accordi è all’origine di quella
della società di oggi. Non è un caso che si accompagni ad una crisi dei
processi democratici: la gente non ha fiducia nella democrazia e chi comanda
cerca di avere il consenso fascinando i singoli, più che coinvolgendoli nelle decisioni collettive.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli