venerdì 26 maggio 2017

Imparare la democrazia

Imparare la democrazia


  La democrazia non è un fatto innato, si impara. Nella società italiana di oggi mancano gli insegnanti. Storicamente l’Azione Cattolica è stata una delle principali scuole di democrazia in Italia: prima però ha dovuto essa stessa impararla e, innanzi tutto, convincersi del fatto che fede e democrazia potessero andare d’accordo. All’inizio del Novecento questa idea veniva considerata parte dell’eresia modernista. Questo significa che, all’origine, la dottrina  sociale, le idee dei papi sulla riforma sociale, non comprendeva la democrazia. Infatti si riteneva che i progetti di miglioramento sociale dovessero discendere dall’alto, dedotti con ragionamenti teologici e proclamati con autorità. Progettare il bene veniva considerato monopolio dei papi. L’osservazione e la comprensione realistica della società in religione vennero progressivamente, in particolare, in Italia, con il lavoro che si fece in Azione Cattolica, dopo la sua fondazione, che risale al 1905,  per il  suo organico collegamento con la gerarchia del clero.
  La democrazia non è solo un metodo  per prendere decisioni a maggioranza, ma un sistema di valori. Principio fondamentale della democrazia è di considerare tutti uguali in dignità. L’uguaglianza, però, va costruita in ciascuno. Lo si fa rendendo libere  le persone, che non significa lasciarle alle loro passioni, ma fare in modo che possano decidere consapevolmente. Senza vera libertà,  ciascuno cade preda dei più forti. Il motto del primo partito di ispirazione  religiosa, il Partito popolare italiano, fondato nel 1919 dal prete Luigi Sturzo e da altri suoi amici, fu  Liberi e forti. Ma nessuno è veramente libero da solo. E’ la società nel suo insieme che va liberata. Chi la libererà? “Non esistono liberatori, ma persone che si liberano”, fu il motto di un gruppo resistenziale milanese di cui fecero parte il prete Giovanni Barbareschi e Teresio Olivelli. La liberazione è un compito collettivo che richiede di essere solidali, di considerare anche gli altri, di tener conto di loro e, in particolare, di chi sta peggio, perché non ci sono persone che abbiano più urgenza di liberazione di quelle che stanno peggio, e di solito si sta così quando si finisce in mani altrui. Libertà, uguaglianza, fraternità  sono valori assoluti in democrazia, sottratti all’arbitrio di qualsiasi maggioranza. Nella nota n.793 del Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004),  a proposito dell’amicizia civile da intendere come forma di fraternità alla base della pacifica convivenza sociale, si citano le parole di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2°  in un’omelia tenuta il 1 giugno 1980 durante il suo primo viaggio in Francia: «“Libertà, uguaglianza, fraternità’”  è stato il motto della Rivoluzione francese.  In fondo sono idee cristiane ». Quando quelle parole furono pronunciate la democrazia non era ancora  completamente una conquista culturale nella nostra fede: lo divenne solo circa dieci anni dopo, nel 1991, con una storica enciclica del medesimo papa, Il Centenario, in occasione dai cento anni dalla prima enciclica della dottrina sociale moderna. C’è voluto quindi un secolo perché, in religione, l’idea di riforma sociale fosse abbinata a processi democratici. Ma si tratta di un conquista che va rinnovata di generazione in generazione.
 L’idea che proprio la Chiesa insegni la democrazia appare ancora oggi un po’ strana. E’ il residuo, in genere inconsapevole, del passato. Chi parla di democrazia in religione a volte viene collegato con i  comunisti. La bestia nera della prima dottrina sociale fu il socialismo. Urtava pensare che le masse dovessero liberarsi con un proprio movimento sociale e non attendere la giustizia sociale da chi dall’affermarsi della giustizia sociale avrebbe subito solo un danno patrimoniale. In effetti socialisti e comunisti, e in particolare questi ultimi, dovettero imparare la democrazia negli stessi anni, e con le stesse difficoltà,  in cui lo si fece in religione. Imparandola, la trasformarono. La innervarono di idee di giustizia sociale molto più che alle origini. A lungo i comunisti ritennero la democrazia un imbroglio borghese, in particolare constatando che, anche dopo l’introduzione del suffragio universale, le masse davano credito elettorale a chi non faceva, o non  faceva del tutto i loro interessi. Come può succedere? Successe perché, in ambito democratico, si temperarono le asprezze sociali, venendo incontro a chi stava peggio. Si raggiunsero accordi che convennero a tutti. La crisi di quegli accordi è all’origine di quella della società di oggi. Non è un caso che si accompagni ad una crisi dei processi democratici: la gente non ha fiducia nella democrazia e chi comanda cerca di avere il consenso fascinando  i singoli, più che coinvolgendoli nelle decisioni collettive.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli