INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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domenica 29 dicembre 2013

Essere audaci e creativi, generosi e coraggiosi, senza divieti né paure


Essere audaci e creativi, generosi e coraggiosi, senza divieti né paure

32. Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come Vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione. Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova».(1) Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente».(2) Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale (3). Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria.
33. La pastorale in chiave missionaria esige di abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”. Invito tutti ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i  metodi evangelizzatori delle proprie comunità. Una individuazione dei fini senza un’adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia. Esorto tutti ad applicare con generosità e coraggio gli orientamenti di questo documento, senza divieti né paure. L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida dei Vescovi, in un saggio e realistico discernimento pastorale.
richiami in nota:
(1) dall'Enciclica Ut unum sint [=perché siano una cosa sola] (25 maggio 1995), n. 95:
(2) dalla costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium [=Luce per le genti] (7 dicembre 1965), n.23;
(3) come previsto dal Motu proprio [=per iniziativa propria (del Papa); provvedimento o atto normativo deciso dal Papa senza essere stato proposto da alcuno degli uffici che lo coadiuvano nel suo ministero di governo della Chiesa] del papa Giovanni Paolo 2° , Apostolos suos [=i suoi apostoli; nella frase iniziale del documento: "Il Signore costituì i suoi apostoli sotto la forma di un collegio o gruppo stabile, del quale mise a capo Pietro, scelto in mezzo a loro"] (21 maggio 1998), sulla natura teologica e giuridica delle conferenze dei vescovi. Disponibile sul Web all'indirizzo
http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/motu_proprio/documents/hf_jp-ii_motu-proprio_22071998_apostolos-suos_it.html
[dall'Esortazione apostolica Evangelii Gaudium (=la gioia del Vangelo), del papa Francesco; 24 novembre 2013]
 
 L'attuale struttura gerarchica della nostra collettività religiosa si fa risalire al travagliato regno religioso del papa Gregorio 7° (1073-1085), deposto con la forza delle armi nel 1084 dall'imperatore tedesco Enrico 4°, re di Germania, Italia e Borgogna, liberato lo stesso anno dall'esercito dei normanni di Roberto il Guiscardo, duca di Puglia, (che conquistarono e saccheggiarono Roma) dalla fortezza di Castel Sant'Angelo dove si era rifugiato e morto in esilio a Salerno pochi mesi dopo (ad esempio: Gian Luca Potestà / Giovanni Vian, Storia del Cristianesimo, Il Mulino, 2010, pagg.187-189)  e, in particolare,  all'atto normativo di quel Papa denominato Dictatus Papae [=Comando del Papa] del 1075, contenente, in 27 punti, l'esposizione di quelli che, secondo il Papa regnante, erano i poteri papali (l'atto comincia con "Il Papa stabilisce:"). Da allora ogni tentativo di iniziare una riflessione su una sua riforma ha rischiato l'accusa di sovversione  ed eresia. In definitiva solo una autorizzazione  del Papa regnante avrebbe potuto consentire di affrontare con relativa tranquillità, dal punto di vista progettuale, teorico, questo tema in cerchie più o meno vaste, fermo restando che la decisione sulle proposte di cambiamento sarebbero comunque rimaste di esclusiva competenza del Papa. Questa autorizzazione non è mai venuta prima dello scorso 24 novembre, anche se dal 1995, con l'Enciclica Ut unum sint [=perché siano una cosa sola], del Papa Giovanni Paolo 2°, venne riconosciuta la necessità di cambiamenti nelle forme di esercizio del primato papale, che comportavano correlative modifiche dell'esercizio dei poteri dell'episcopato. Non vi  è quindi alcuna sorpresa nel constatare, come si fa nella recente Esortazione apostolica, nel passo sopra riportato, che "siamo avanzati poco in questo senso"  e che  "questo auspicio [di cambiamenti] non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale". Ma risalta in modo eclatante la stupefacente novità dell'invito, contenuto in quell'Esortazione apostolica, a tutti (non solo quindi a cerchie ristrette di partecipi del potere gerarchico o di intellettuali  addetti ai lavori)  "ad essere audaci e creativi in questo compito di ripensare gli obiettivi, le strutture, lo stile e i  metodi evangelizzatori delle proprie comunità". Ora che quell'autorizzazione  è venuta, inaspettata per la grandissima parte dei fedeli -laici, clero e religiosi- ma senz'altro a lungo meditata e decisamente voluta dai nostri capi religiosi riuniti nel Conclave dello scorso marzo e da larga parte dell'episcopato mondiale dei quali essi erano rappresentativi, scopriremo forse che non si sa come fare e anche che mancano le parole per dire e organizzare quello che va fatto. Noi laici, in particolare, non siamo mai stati invitati all'audacia e alla creatività nel ripensare l'organizzazione delle nostre collettività religiose. Chi si è azzardato ad affrontare il tema (a tutti i livelli) in maniera appena un po' meno conformistica dell'ideologia corrente ha rischiato, e a volte effettivamente subìto, l'emarginazione nella propria collettività religiosa di riferimento. Non molti, per quanto ho potuto constatare, se la sono sentita di correre questo rischio e non ritengo certo, dato il clima dei tempi passati, di farne una colpa a chi non ha osato.  Un esempio? Sappiamo che un parroco ha una sorta di diritto di vita e di morte sulle associazioni, movimenti, confraternite laicali che operano nella sua parrocchia; egli è, in questa materia, un sovrano, un monarca, che non ha limitazioni se non dall'alto della gerarchia religiosa. Decide lui se un'esperienza possa essere iniziata, e come, e quando debba essere interrotta.  Di solito, ma non sempre e dovunque, questo potere viene esercitato con grande magnanimità. E' possibile pensarne un modo di esercizio che tenga più conto della volontà dei fedeli che intendono associarsi? Quanti hanno mai provato ad articolare una qualche ragionevole obiezione a questo potere?
  La novità introdotta dalla recente Esortazione apostolica, che in quanto proveniente dal sovrano assoluto della nostra confessione religiosa ha natura normativa di grande rilievo, è tanto grande che ci si può chiedere se il tempo del regno del nostro anziano vescovo e padre universale basterà a produrre quei cambiamenti che sono stati riconosciuti necessari e, innanzi tutto, a mobilitare tutte  le forze disponibili per concepirli e sperimentarli nella pratica  (come si conviene a mutamenti la cui esigenza sorge principalmente da esigenze pastorali, vale a dire per aver cura dei bisogni spirituali e materiali delle genti). Io penso che si possa essere ottimisti. Infatti se l'attuale struttura molto accentrata della nostra collettività religiosa dipende dall'attivismo personale sviluppato nell'arco di meno di dieci anni da un  antico sovrano religioso medievale, penso che con la collaborazione di centinaia di milioni di fedeli e con gli strumenti di comunicazione e di informazione consentiti dalle tecnologie contemporanee potrebbe bastare anche molto meno tempo. Bisognerà vedere però se avremo veramente il cuore  di fare ciò che va fatto o se preferiremo essere religiosi come si è sempre fatto, aspettando che le novità vengano ideate e diffuse dall'alto  (per poi magari dichiararcene scontenti, mormorando contro chi le ha ideate e attuate, rimpiangendo sterilmente i bei tempi passati). E qui si intende allora anche l'urgenza e l'importanza degli altri appelli del nostro vescovo e padre universale ad «abbandonare il comodo criterio pastorale del “si è fatto sempre così”»  e ad agire "con generosità e coraggio"  e "senza divieti né paure". Sapremo, come dire, prenderlo in parola?
  Ma come fare ad avviare quella ricerca comunitaria che, secondo l'Esortazione apostolica, deve essere alla base del lavoro a cui siamo chiamati se continueremo ad essere, come collettività religiosa, ostili ai principi democratici, gli unici che veramente consentano quel metodo collettivo  e compartecipato per individuare vie nuove di azione? Riusciranno molto utili, penso, come esempio per i laici, le aggregazioni, come la nostra Azione Cattolica, che, sebbene in relazione viva con la gerarchia religiosa,  sono organizzate sulla base di statuti democratici e che il lavoro collettivo democratico hanno da tempo  iniziato a svolgere. Nel nostro statuto, l'Azione Cattolica è definita addirittura palestra di democrazia.
 Dobbiamo quindi essere grati ai nostri soci più anziani per essere riusciti a mantenere viva, anche nella nostra parrocchia, l'esperienza dell'Azione Cattolica in anni in cui essa ha subito qualche incomprensione in sede nazionale, poiché ritenuta espressione di una cultura e di tempi ormai superati, in quanto molto legati al magistero del papa Paolo 6°. Ma ora, nella nuova situazione creatasi improvvisamente nella nostra collettività religiosa, sento di dover rinnovare il pressante appello a tutte le forze più giovani della nostra parrocchia ad associarsi a loro e alla generazione di mezzo, alla quale io appartengo, per gettarci con generosità e coraggio nell'opera  straordinaria a cui siamo stati tutti chiamati, cogliendo una storica opportunità che ci si presenta oggi dopo quasi mille anni. Adeste fideles!
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
  

sabato 28 dicembre 2013

Laici; evangelizzazione; ordinare le cose temporali secondo Dio


Laici; evangelizzazione; ordinare le cose temporali secondo Dio

 " Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi all'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore"
[dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti) approvata il 21-11-64 durante il Concilio Vaticano 2°, n. 31]
 
"…i laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo.
 Per l'economia stessa della salvezza imparino i fedeli a ben distinguere i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto membri della Chiesa, e quelli che competono in quanto membri  della società umana; cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta a Dio".
[dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti) approvata il 21-11-64 durante il Concilio Vaticano 2°, n. 36]
 
  Uno degli aspetti più critici del sistema concettuale proposto dal Concilio Vaticano 2° in materia di costruzione dell'organizzazione e dei principi di azione della nostra collettività religiosa riguarda il lavoro che si deve fare per cambiare il mondo secondo i princìpi di fede (ordinare il mondo secondo Dio). Ne parlo come di un tema critico  nel senso di non pienamente e conseguentemente  sviluppato dal punto di vista delle idee e anche nel senso di insufficientemente attuato nella pratica. Il sofisticato linguaggio teologico, animato dal pressante intento di mantenere fin dove possibile una coerenza generale dell'intero corpo dottrinale sviluppato nella bimillenaria storia del pensiero della nostra fede, non facilita le cose. Naturalmente dagli addetti ai lavori, e innanzi tutto dai Padri conciliari, venne immediatamente colta la portata rivoluzionaria delle poche righe della costituzione dogmatica Lumen Gentium  che ho sopra citato. Mai, da quando la nostra fede era divenuta il fondamento ideologico dell'Europa e degli stati del mondo che avevano seguito il modello politico e sociale europeo, ai laici della nostra confessione, che non fossero anche membri di una dinastia sovrana o di dinastie feudali sue vassalle,  era stata riconosciuta un'autonomia così vasta. E' chiaro che, sotto questo punto di vista, aveva potentemente influito sulla formulazione dei princìpi in occasione del Concilio Vaticano 2° l'esperienza delle nuove democrazie di popolo costruite dopo la Seconda Guerra Mondiale con il contributo determinate di laici della nostra fede, strutturate in modo molto dissimile da quello dell'impero cristiano, che era quello più congeniale all'ideologia su base teologica dell'organizzazione di vertice della nostra collettività religiosa, la quale progressivamente si era andata strutturando come un impero religioso. Eppure in quella costituzione dogmatica la parola democrazia  non c'è. Ma non si tratta solo di un questione terminologica: è proprio lo spirito democratico  che manca e ciò anche quando, come nei testi che ho  sopra citato, si tratta dell'azione dei laici di fede per cambiare il mondo secondo i princìpi di fede. Questo crea un grosso problema, con pesanti riflessi anche sul lavoro di evangelizzazione: nei sistemi sociali democratici infatti ogni cambiamento nel mondo deve essere prodotto secondo princìpi democratici, mentre la nostra organizzazione religiosa si propone ancora programmaticamente  come  una potenza antidemocratica, che quindi, come tale, non è legittimata nei sistemi di democrazia popolare, neppure in forza di specifici accordi conclusi con le autorità civili (che in questo subiscono limiti costituzionali), a produrre cambiamenti sociali. Nella pratica la questione è superata in quanto in certe occasioni i laici di fede oppongono un'obiezione di coscienza alla pretese di obbedienza acritica verso le pronunce di tipo ideologico, in materia sociale e politica,  che vengono dalla nostra gerarchia religiosa  e quest'ultima, ma solo verso il laici, non fa seguire provvedimenti disciplinari punitivi. Ciclicamente sorgono però attriti, come accadde in Italia in occasione del referendum sul tema della legislazione in materia di tecniche di procreazione umana assistita, nel 2005, in occasione del quale dalla Conferenza Episcopale Italiana venne una pronuncia (che per la fonte e la sede faceva evidente appello all'obbedienza canonica) in favore dell'astensionismo (scelta che risultò vincente), pronuncia che ebbe natura significativamente ideologica e politica, oltre che morale, e alla quale non tutti i fedeli italiani ritennero, in coscienza, di ottemperare. Il principio della distinzione degli "ordini", quello della Chiesa e dello Stato, entrambi indipendenti e sovrani, accettato dalla nostra gerarchia religiosa nell'Accordo di revisione del Concordato del 1984, non serve ad allentare le ricorrenti tensioni, perché esso comunemente viene inteso nel senso di vietare  influenze dirette tra le gerarchie civili e religiose, quindi di prescrivere il rispetto della reciproca autonomia, ma non viene esteso ad altri tipi di influenze, come quelle indirette che lo Stato esercita anche sui fedeli/cittadini, e quindi sulla Chiesa di cui sono membri, con la sua legislazione e quelle, pure indirette, che la nostra gerarchia religiosa, quindi la Chiesa della quale costituisce l'organizzazione di vertice, esercita sullo Stato attraverso le sue pronunce d'autorità nei confronti dei cittadini/fedeli e la conseguente azione di questi ultimi in obbedienza a tali direttive.
 Solitamente la principale obiezione che si propone nei confronti di una qualche democratizzazione  della nostra collettività religiosa è che i princìpi di fede non possono essere decisi a maggioranza, perché fanno parte di un deposito di fede di origine soprannaturale. In realtà non è il principio maggioritario, che pure è utilizzato correntemente negli organi collegiali della nostra gerarchia religiosa anche per le decisioni propriamente dogmatiche, quello sul quale bisognerebbe centrare l'attenzione nel ripensare le relazioni tra democrazia e fede religiosa, ma quello pluralistico e quello egualitario (inteso come affermazione della pari dignità della persone),  che caratterizzano fortemente le democrazia di popolo contemporanee le quali costituiscono il principale strumento con cui può essere cambiato il mondo.  Il principio pluralistico e quello egualitario sono strettamente connessi, in quanto in tanto si può ammettere la legittimità del pluralismo in quanto si riconosca la pari dignità delle persone. La nostra collettività religiosa, nella quale pure, dal Concilio Vaticano 2° in poi, è stata riconosciuta la pari dignità dei fedeli nella nostra collettività religiosa:
"32. La santa Chiesa è, per divina istituzione, organizzata e diretta con mirabile varietà. «A quel modo, infatti, che in uno- stesso corpo abbiamo molte membra, e le membra non hanno tutte le stessa funzione, così tutti insieme formiamo un solo corpo in Cristo, e individualmente siano membri gli uni degli altri » (Rm 12,4-5).
 Non c'è quindi che un popolo di Dio scelto da lui: « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5); comune è la dignità dei membri per la loro rigenerazione in Cristo, comune la grazia di adozione filiale, comune la vocazione alla perfezione; non c'è che una sola salvezza, una sola speranza e una carità senza divisioni. Nessuna ineguaglianza quindi in Cristo e nella Chiesa per riguardo alla stirpe o nazione, alla condizione sociale o al sesso, poiché « non c'è né Giudeo né Gentile, non c'è né schiavo né libero, non c'è né uomo né donna: tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28 gr.; cfr. Col 3,11)."
[dalla costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti), sulla Chiesa, approvata il 21-11-64 durante il Concilio Vaticano 2°, n. 32]
e, su scala più vasta, quella di tutte le persone umane:
"Tutti gli uomini, dotati di un'anima razionale e creati ad immagine di Dio, hanno la stessa natura e la medesima origine; tutti, redenti da Cristo godono della stessa vocazione e del medesimo destino divino: è necessario perciò riconoscere ognor più la fondamentale uguaglianza fra tutti. Sicuramente, non tutti gli uomini sono uguali per la varia capacità fisica e per la diversità delle forze intellettuali e morali. Ma ogni genere di discriminazione circa i diritti fondamentali della persona, sia in campo sociale che culturale, in ragione del sesso, della razza, del colore, della condizione sociale, della lingua o religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio."
[Dalla costituzione dogmatica Gaudium et spes (=la gioia e la speranza), sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, approvata il 7-12-65 durante il Concilio Vaticano 2°, n.29],
non accetta in misura sufficiente, in particolare al proprio interno, il pluralismo. Questo orientamento si manifesta in modo molto evidente nei riguardi dei teologi che vogliano mantenere un riconoscimento come cattolici della nostra gerarchia religiosa o che addirittura ne costituiscono il personale dipendente: essi sono soggetti tuttora ad uno stringente sindacato di polizia concettuale esercitato dal vertice romano della nostra organizzazione religiosa. Ma, in misura meno pressante, riguarda tutti i fedeli che le cui opinioni abbiano un qualche rilievo nell'opinione pubblica, quindi al di là della semplice manifestazione di idee in ambiti molto limitati (che viene in genere tollerata anche se dissonante con la linea ufficiale).
 La questione si è fatta molto più rilevante da quando, a partire dal Concilio Vaticano 2°, alle attività che tutti i fedeli laici (non solo i capi politici in qualche modo federati ai nostri sovrani religiosi) esercitano nel mondo, nel lavoro, nella scienza, nell'impresa industriale, nelle arti, nelle associazioni di varia natura, nella politica e nella pubblica amministrazione, nelle organizzazioni internazionali, si è riconosciuto il carattere propriamente di evangelizzazione, in quanto siano animate dall'intento di ordinare il mondo secondo Dio, producendovi le necessarie modificazioni. Si tratta infatti di forme di evangelizzazione che sono suscettibili di diverse soluzioni, anche divergenti, le quali, al contrario di certe divergenze che riguardano i principi fondamentali della nostra teologia, non solo possono ma devono  coesistere, perché è proprio l'armonizzare la molteplicità (non nel ridurla) l'unica scelta giusta nelle complesse organizzazioni sociali contemporanee. Quindi, ad esempio, nell'esercitare quella particolare forma di carità che è la politica (secondo la definizione che ne dette il papa Paolo 6°) è possibile che, pur animati dalle medesime esigenze di fede, taluni gruppi di fedeli propendano per la stabilità, altri per la riforma, altri addirittura per la rivoluzione. Le varie scelte che si fanno nei campi in cui i laici operano, secondo la specifica competenza che, a partire dal Concilio Vaticano 2°, è stata loro riconosciuta, devono poter poi essere materia di dialogo anche all'interno  della nostra collettività religiosa, per potere essere armonizzate alla luce dei principi evangelici e delle pronunce del magistero in merito, senza però che si possa prevedere, e senza che ci si debba necessariamente proporre questo obiettivo, la riduzione della complessità, ad esempio con la condanna  di alcune scelte o tesi  e la pretesa che i loro sostenitori abiurino o si allontanino dalla nostra collettività.  Nella prassi corrente, invece,  è appunto quest'ultima la scelta che in genere si fa, per cui di certe cose, in particolare delle questioni sociali e politiche, o non si discute, perché si è incapaci di sostenere un vero e franco dialogo e non si tollera il mantenimento di opinioni divergenti, o si discute solo in gruppi che hanno in merito posizioni omogenee (che poi però questionano tra loro, cercando di trarre la gerarchia dalla propria parte).
 Nella storia del cristianesimo democratico europeo, dagli inizi del Novecento ad oggi, si è in questo movimento acquisita una peculiare capacità che ne spiega i rilevantissimi successi nelle democrazie contemporanee europee, le quali risultano ancora profondamente permeate di principi di origine religiosa introdotti mediante l'azione democratica di componenti cristiane-democratiche, ed essa consiste nel riuscire a mantenere legami molto forti pur in un contesto di libero e franco pluralismo. Ciò è stato particolarmente evidente in Italia durante la gravissima crisi economica, sociale e politica che si è sviluppata a partire dall'autunno 2011 e nelle vicende politiche della Germania nel corso del medesimo periodo. Essa non trova praticamente alcuna espressione nella teologia della nostra confessione religiosa e, conseguentemente, nel magistero della nostra gerarchia religiosa, la quale parla il linguaggio della teologia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

venerdì 27 dicembre 2013

Concordato o giustificazione civile della religione?


Concordato o giustificazione civile della religione?

 
 Dalla fine del Settecento ad oggi, nell'Europa e nei sistemi sociali, politici e culturali comunque derivati dagli europei si è passati gradualmente dall'era della federazione tra sovrani civili e religiosi attraverso patti i quali, a prescindere dagli specifici strumenti giuridici con cui essi venivano conclusi e imposti alle popolazioni sottomesse, avevano natura di concordati, vale a dire di regolamenti del condominio sui sudditi comuni, all'era il cui gli spazi di libertà della religione come fatto collettivo organizzato, e innanzi tutto dell'organizzazione del clero che secondo le regole proprie della nostra collettività religiosa esercita ogni potere sui fedeli, dipendono dall'affermarsi sociale e politico di una giustificazione  della religione e delle sue organizzazioni dal punto di vista dell'utilità pubblica. Nell'era precedente la questione non era mai stata posta, fin da quando la nostra fede era divenuta, nel quarto/quinto secolo, l'ideologia dell'impero mediterraneo ai cui margini era nata e che aveva progressivamente conquistato culturalmente, fino a coinvolgere i ceti dominanti. Indubbiamente c'erano state crisi anche gravi tra i sovrani civili e religiosi, ma esse avevano riguardato essenzialmente la misura dei poteri condominiali sui propri sudditi e quella riguardante le influenze reciproche, senza mai mettere in dubbio la giustificazione sociale dei reciproci poteri, che si sostenevano a vicenda, quelli religiosi dando fondamento sacrale a quelli civili, questi ultimi fornendo a quelli religiosi il sostegno della forza pubblica, poliziesca, giudiziaria e  finanche militare. La prima organizzazione statale caratterizzata da diversi principi fu quella, alla fine del Settecento, degli Stati Uniti d'America, che costruirono una ideologia nazionale profondamente permeata di principi religiosi ma basata sul rifiuto di patti con  sovrani religiosi. In un certo senso il processo di secessione delle colonie nordamericane della Gran Bretagna dalla dinastia sovrana inglese fu anche, oltre che una rivoluzione civile, che portò alla costituzione di un ordinamento politico radicalmente nuovo,  una sorta di scisma religioso, perché il sovrano inglese era anche capo della Chiesa nazionale, garante di una integrazione molto forte tra poteri civili e poteri religiosi.
 Negli Stati Uniti d'America la fede religiosa costituì un potente fattore di coesione etica rilevante dal punto di vista pubblico, una religione civile, pur senza riconoscere alcuna legittimità al dominio pubblico di autorità religiose, e ha sviluppato nel tempo una sorta di teologia implicita, che è stata ancora molto forte durante il mandato presidenziale di George Bush il giovane (un fedele rinato, che da adulto aveva riscoperto la propria fede religiosa), per la quale gli Stati Uniti d'America vengono presentati come una sorta di nuovo Israele  o popolo eletto, guidato da un disegno provvidenziale per diffondere una nuova civiltà tra tutti i popoli della Terra.
 In Italia il processo storico che ho descritto è stato fortemente condizionato dalla presenza e dall'influenza del Papato e dai suoi problemi con il nuovo stato unitario. L'evoluzione nel senso che ho detto è comunque chiaramente riconoscibile. Vinto nel settembre del 1870 sul piano militare e politico, il Papato cercò di mostrare una giustificazione sociale alla propria pretesa di mantenere un potere pubblico sulle cose italiane proponendosi come fonte autorevole di una dottrina sociale, di principi per una giusta e pacifica organizzazione della società,  quindi di una religione civile che ancora permeava il sentimento popolare delle masse, contrapposto sotto questo aspetto all'ideologia dominante nel regno sabaudo di origine anticlericale e illuministica, nonostante il formale ossequio ancora prestato dalla dinastia sovrana al sovrano religioso sconfitto. Quei princìpi non erano tuttavia scaturiti da un'autonoma riflessione sugli affari sociali attuata dalla Santa Sede, orientata in genere in questa materia in senso piuttosto reazionario, con latenti nostalgie per l'Antico Ordine al quale l'era napoleonica aveva posto fine, ma derivavano invece dall'esperienza laicale e di esponenti del basso clero che tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento è individuabile come origine del movimento cattolico-democratico e che era analoga a quella espressa in altre nazioni europee nell'Ottocento. Bisogna però arrivare all'inizio degli anni Sessanta del secolo scorso perché questo nesso venga francamente riconosciuto. Agli inizi non solo esso non venne ammesso, ma anzi si volle duramente reprimere coloro che tentarono di esplicitarlo, volendo far  emergere quel movimento come fonte vitale di concezioni sociali e politiche nuove su basi di fede. Fu una pagina molto dolorosa della storia della nostra collettività di fede nazionale e questo anche per chi, come il beato Giuseppe Toniolo, intellettuale di fede, formatore di giovani e ideatore di riforme sociali, scelse di rimanere sottomesso alla disciplina ecclesiastica, quindi di non rompere con un Papato in cui ciclicamente emergevano impulsi reazionari. Oggi, dopo la sua beatificazione, le narrazioni agiografiche della vita di Giuseppe Toniolo sorvolano abbastanza  su questo aspetto, ma per chi volesse avere un altro punto di vista consiglio di leggere un libro di mio zio Achille che ormai non è più in commercio (si trova però nelle biblioteche) ma che ebbe molto seguito alla fine degli anni '70 nel mondo cattolico italiano: di Achille Ardigò, Toniolo: il primato della riforma sociale, per ripartire dalla società civile, Cappelli, 1978. E, alla fine, arrivò quello che dai cattolico-democratici fu considerato (in modo preveggente) il disastro, la sciagura: non appena, con il Mussolini, si prospettò la possibilità della  conclusione di un  nuovo patto di condominio con il nuovo sovrano civile italiano, il Papato vi si gettò, con i Patti Lateranensi  del 1929, recuperando così un simulacro di potere temporale a Roma, fornendo al nuovo regime totalitario italiano un fondamento ideologico sacrale (del quale però iniziò presto a pentirsi)  e, al tempo stesso, proponendo al popolo italiano, nel quadro del fascismo, una giustificazione civile del proprio potere pubblico, riconosciuto dal nuovo concordato. Sotto quest'ultimo profilo venne considerato un grande successo il riconoscimento da parte del Regno d'Italia sotto dominazione fascista dell'insegnamento della religione cattolica come "fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica". Nel decidere il Papato alla compromissione con il regime fascista si ritiene che abbia avuto un peso determinante il timore del comunismo sovietico. Esso ha avuto sicuramente un'influenza cruciale nelle scelte papali in Italia anche nelle epoche successive alla rivoluzione antifascista che portò, nel 1946, a un nuovo ordinamento politico di democrazia popolare,  e ciò fino all'improvvisa caduta dell'impero sovietico, tra l'89 e il '91. La prima espressione esplicita di fede democratica (ma solo nelle questioni civili) del Papato risale appunto al 1991, con l'enciclica Centesimus Annus del papa Giovanni Paolo 2°. Anzi si può anche azzardare l'ipotesi che il Papato, nell'Italia post-fascista, abbia proposto una propria giustificazione sociale principalmente come forza di contenimento del comunismo di ispirazione sovietica, attraverso l'azione sociale e politica del partito della Democrazia Cristiana. Quest'ultimo però, espressione del cattolicesimo democratico che aveva partecipato alla rivoluzione antifascista, era animato da intenti molto più ampi. Nel dopoguerra aveva raggiunto, attraverso uno dei suoi esponenti di maggior rilievo, Alcide De Gasperi (1881-1954), una intesa con il Papato, dopo che l'azione politica dei cattolici democratici rivoluzionari era riuscito a preservare il vertice romano vaticano da una sconfitta analoga a quella subita nell'Ottocento da parte del Regno sabaudo e dall'ideologia politica che all'epoca ne animava i capi: la Chiesa avrebbe sostenuto nelle masse la democrazia politica proposta dai cattolico-democratici e la Democrazia Cristiana avrebbe continuato a preservarne un ruolo nella società italiana. Si trattò tuttavia di un armistizio, niente di più, per la profonda diffidenza che animava (e ancora in parte anima) i vertici del clero verso l'esperienza cattolico-democratica italiana, che storicamente aveva presentato diversi contatti con quella socialista, fin dall'Ottocento. Recuperato il discredito della compromissione con il fascismo, il Papato ne giustificò poi la perdurante vigenza essenzialmente  in funzione anticomunista e può ritenersi che nell'anticomunismo, come detto, abbia proposto anche la propria giustificazione sociale  in Italia e in altre parti del mondo (questa idea fu presente, insieme ad altri temi politici e quindi con forza meno caratterizzante,  anche nell'ideologia politica globale del Papa Giovanni Paolo 2° prima della fine dell'Impero sovietico; essa deve ritenersi essere stata alla base della  vera e propria sconfessione della teologia latino-americana della liberazione). Il Papato, durante  la gran parte della guerra fredda (il conflitto a bassa intensità per l'egemonia mondiale combattuto ideologicamente in Europa e nell'America Latina e con conflitti militari e moti rivoluzionari su territori di nazioni ai margini degli imperi)  che oppose gli Stati Uniti d'America e  i loro alleati all'Unione Sovietica e i suoi alleati fino alla presidenza sovietica di Mikhail Gorbaciov -1985/1991, fu sostanzialmente una potenza occidentale. Dopo l'ultimo Papa Italiano, Paolo 6° (1963-1978), la sua influenza e le sue pretese sulla politica italiana iniziarono però a diminuire. Ma molto prima il cattolicesimo democratico italiano iniziò ad emanciparsi da quell'armistizio degasperiano del dopoguerra, ed esattamente nella seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso. In quegli anni si acquisì infatti chiara consapevolezza dei problemi che la giustificazione civile della religione essenzialmente in funzione di contenimento dell'espansione del comunismo di impronta sovietica aveva creato all'evangelizzazione in Italia. La storia dell'Azione Cattolica Italiana contemporanea parte da qui, in particolare dalla scelta religiosa (che, in relazione alla situazione precedente, significò liberazione dallo schieramento politico dell'associazione in favore di governi a guida democristiana) attuata sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet (dal 1964 al 1969).
 La cessazione dell'armistizio degasperiano, che può farsi risalire tra il 1991 e il 1994, produsse la fine del convergere in un partito cattolico-democratico di massa di componenti, di ispirazione cattolica e non, caratterizzate da diverse ideologie politiche, quindi anche la fine di quel partito, e una spiccata autonomia dei vertici del clero nazionale nel concludere accordi contingenti con spezzoni della politica italiana e nel cercare di influire su di essa, utilizzando come sponde tattiche le ormai disperse compagini di politici di formazione e ispirazione cattolica. Nel 1984, contrattando con un governo a guida socialista ma sostenuto dall'ancora maggioritario partito egemonizzato dai cattolico-democratici,  era stato quasi completamente rivisto il Concordato del 1929, adeguandolo alle nuove idee democratiche vigenti nella politica nazionale e istituendo un oneroso sistema di contributo statale alle finanze della Chiesa nazionale: esso venne giustificato espressamente con la funzione sociale svolta da quest'ultima in Italia, "per la promozione dell'uomo e i beni del Paese" e con il "valore della cultura religiosa".  Solo con tale accordo (!) si dichiarò formalmente non più in vigore  il principio della religione cattolica come sola  religione dello Stato italiano, in realtà superato fin dal 1948, con l'entrata in vigore in Italia della nuova Costituzione repubblicana. Esso si caratterizzò per non essere più un patto condominiale con una dinastia sovrana civile, ma un patto per assicurare la libertà religiosa e la funzione sociale della Chiesa cattolica in una Repubblica democratica.
 Il movimento cattolico-democratico, che anche nell'era post-sovietica ha continuato a rivestire un ruolo determinante nella società italiana, ha sviluppato una propria ideologia di giustificazione sociale, che non fa più perno sul Papato e sui vertici religiosi nazionali. Esso si è pienamente integrato nell'ordine sociale e politico democratico. Questi erano sostanzialmente i suoi principali obiettivi fin dalle origini.
 Per certi versi, invece, la gerarchia cattolica italiana, l'organizzazione che esercita un potere religioso sui fedeli italiani, ma anche lo stesso Papato sono  ancora alla ricerca di una sua nuova giustificazione sociale. Negli scorsi anni '90 e nel primo decennio del nuovo  millennio di solito la gerarchia cattolica italiana si è mossa sulla difensiva in politica, concentrandosi intorno a una limitata piattaforma negoziale e scegliendo i propri interlocutori privilegiati senza pregiudizi o prevenzioni, principalmente sulla base di esigenze tattiche del momento, dell'obiettivo dell'ottenimento di specifici risultati. In diverse occasioni è entrata in forte polemica con settori del cattolicesimo democratico, manifestando generalmente sfiducia e perplessità nei confronti dell'azione di alcuni dei suoi maggiori esponenti, dei quali teme la propensione a definirsi cattolici adulti, vale a dire capaci di maggiore autonomia rispetto ai  loro numerosi padri  ecclesiali. Questo tuttavia non le ha giovato nel fondare una sua nuova giustificazione sociale. In particolare è stata piuttosto criticata per quello che è stato visto come un eccessivo opportunismo politico.  L'idea che ogni potere pubblico derivi dal popolo comincia a prendere piede in alcuni settori di quelli che ancora oggi, dal punto di vista canonico, del diritto da essa espresso, sono sudditi religiosi, con la conseguenza che l'influenza sociale della gerarchia, il suo potere, viene sempre più ad essere circoscritto all'ambito liturgico e a coloro che volontariamente vogliono in esso sottomettervisi e al suo personale dipendente. Gli argomenti forti per il persistere in Italia di una reale funzione sociale  della gerarchia religiosa, che è al fondamento dell'Accordo di revisione del Concordato concluso nel 1984, potrebbero essere forniti dall'ideologia cattolico democratica, se essa fosse espressa in una corrispondente teologia, che è il  linguaggio della nostra gerarchia religiosa. Ma quest'ultima è tutta da pensare ed, anzi, il clima generale appare ancora sfavorevole a un lavoro in questo campo, per le stringenti limitazioni al libero pensiero teologico che dal punto di vista canonico si sono volute imporre nel 1992, con la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica. Il primo scoglio che dovrebbe essere superato è quello costituito dal principio che la Chiesa cattolica non è una democrazia, inteso comunemente nel senso dell'assoluta e completa estraneità della democrazia alla nostra organizzazione religiosa. Le conquiste del cattolicesimo democratico non potranno rifluire a beneficio della nostra collettività di fede se non verrà modificata questa impostazione.  Del resto l'esperienza di ordinamento democratico della nostra Azione Cattolica, pur nel coordinamento vitale con le autorità religiose espresse dal clero, indica che un'altra via è possibile. 
 L'alternativa più facile a quel complesso lavoro, che trova forti resistenze interne nell'organizzazione gerarchica e in alcune componenti sociali e politiche della nostra collettività religiosa, è per la nostra gerarchia religiosa quella di accogliere l'appello del neopopulismo politico italiano ad un nuovo patto di condominio sull'Italia, su basi sostanzialmente antidemocratiche, nel senso di sostanzialmente contrarie agli interessi e alle esigenze sociali della parte maggioritaria della popolazione, quella più dipendente da prestazioni sociali pubbliche di sicurezza sociale,  per sfruttare le residue capacità della nostra confessione religiosa di costituire una religione civile, sulla base delle sue grandi e ancora affascinanti celebrazioni liturgiche e del carisma personale di alcuni dei suoi capi, nonché della sua capillare, vitale  ed estesa presenza sul territorio, in modo da consolidare nelle masse un livello minimo di etica civile, altrimenti irraggiungibile sulla base di aggregazioni politiche piuttosto disinibite sotto questo punto di vista, in quanto fondate su ideologie sociali individualistiche, ma indispensabile per mantenere l'ordine sociale dello stato. E' la proposta di quelli che vengono definiti atei devoti, persone che, pur non animate da fede religiosa, riconoscono la funzione sociale di una religione molto organizzata e centralizzata come la nostra proprio in quella capacità di fascinare e riunire le masse intorno a quella che ho definito religione civile. E' un patto che, di nuovo, avrebbe natura compromissoria, perché, a fronte del riconoscimento sociale di un nuovo potere politico della gerarchia religiosa, in particolare come interdizione verso iniziative legislative a lei sgradite in alcune specifiche materie da essa ritenute particolarmente sensibili e non negoziabili (sulle quali quindi non accetta alcun dialogo politico), le richiede di lasciare mano libera ai capi neopopulisti nelle politiche dell'economia, del lavoro e delle prestazioni di benessere pubblico gratuite o a basso costo.   
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

giovedì 26 dicembre 2013

Religione: costruzione nostra?


Religione: costruzione nostra?

 
  A volte ci si demoralizza quando ci vengono fatti notare i molti indizi del fatto che la religione, intesa come complesso di concetti, istituzioni, rituali con i quali esprimiamo la nostra fede in società e nel privato, ha un'origine sociale. Sembra che, accettando quest'ordine di idee, il legame con il soprannaturale si attenui o addirittura venga meno. E' un po' come quando, al tempo dello scienziato Galileo Galilei (1564-1642), sorsero molte polemiche dall'osservazione migliore delle comete consentite dal nuovo strumento del cannocchiale e si temette che accettare la concezione che questi oggetti vaganti, e anzi sotto certi punti di vista stravaganti,  fossero corpi celesti come le stelle e i pianeti avrebbe sconvolto la cosmologia religiosa (per altro derivata da quella antica del filosofo greco Aristotele -383/322 a.C.) di un universo perfettamente regolato dall'alto come un mirabile meccanismo, da cui si faceva derivare una delle prove dell'esistenza di un ordinatore  soprannaturale (concezione che ai tempi nostri è proposta dalla dottrina del disegno intelligente che regola la Creazione).
[Ai tempi di Galileo furono osservate due “novae” (= termine in lingua latina,si legge "nove"; è il plurale  di "nova". Stelle in fase esplosiva) e alcune comete. Queste ultime preoccuparono la popolazione, perché ritenute un segno infausto. Per Aristotele il cielo delle stelle, sopra quello della Luna, era eterno e perfetto,  a contatto com’era con il Primo Motore. Ci si chiese come fosse potuto accadere che fossero nate nuove stelle e che in quel cielo si muovessero le comete. Per Aristotele le comete erano miasmi provenienti dalla Terra, i quali, per attrito, nel cielo della Luna, al di sotto del cielo delle stelle,  si incendiavano. Galileo condivideva l’idea che le comete fossero dei miasmi terrestri, ma riteneva che divenissero visibili dalla Terra perché illuminate dal Sole. Non riteneva che si trattasse di astri perché  attraverso la loro coda poteva essere osservato il cielo al di là. Poi però ci si accorse che le comete viaggiavano molto oltre il cielo della Luna, con un’orbita elittica nel cielo delle stelle. Questo creò notevoli problemi ai sostenitori della cosmologia aristotelica. (dai miei appunti da una lezione del prof.Carlo Cirotto al MEIC - Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale del 4-5-05)]
 Da un lato resistere al riconoscere la religione come costruzione sociale ostacola il lavoro, che il papa Giovanni Paolo 2° ha chiamato purificazione della memoria, di individuazione del male sociale che la religione ha storicamente prodotto, per emendarsene, dall'altro però bisogna ammettere che c'è il rischio, una volta accettata la concezione della religione come costruzione sociale, di metterla totalmente in mani umane, vale a dire, nella maggior parte dei casi, nelle mani dei potenti della Terra. Quest'ultima concezione è alla base delle critiche più insidiose che si sono fatte contro la nostra fede, vista come impostura sociale al servizio di dominatori ingiusti, della supremazia ingiustificata di pochi sulle masse,  o come sistema di illusioni collettive con finalità consolatorie e di controllo sociale.
 Imporre la religione come organizzazione di origine soprannaturale in effetti è storicamente servito a impedire di sottrarla alle mani umane in cui essa si trovava, che erano quelle dei sovrani civili e di quelli religiosi. Questi sovrani in Europa si federarono tra loro intorno al quarto/quinto secolo della nostra era, creando quella che definiamo come civiltà cristiana europea, vale a dire un'organizzazione sociale su base continentale che aveva nella nostra fede il suo fondamento ideologico. In questo contesto sociale e nell'Europa occidentale sotto la sovranità religiosa dei Papi, la specificità della nostra fede venne sostanzialmente evocata solo quando occorreva salvaguardare l'autonomia dell'organizzazione del clero, i suoi beni e quelli degli ordini religiosi  e il potere del clero sui popoli. A cicliche crisi tra i sovrani civili e quelli religiosi si succedettero altrettanto cicliche fasi di composizione dei conflitti, definite da un particolare tipo di sistemazione pattizia analoga a quella dei trattati internazionali che nell'epoca contemporanea viene definito concordato. Tutti i poteri terreni, in forza di questi accordi, venivano ad avere un fondamento soprannaturale, quindi tendenzialmente immutabile, e si sorreggevano a vicenda, per imporsi alle masse dei sottoposti, dei sudditi, sui quali esercitavano una sorta di condominio, regolato appunto da quei patti. Ogni insubordinazione veniva ad essere contemporaneamente illecita  sia sotto il profilo civile che sotto quello religioso venendo trattata e punita sia come sovversione che come eresia. Nell'Europa occidentale questo sistema fu all'origine della quasi millenaria organizzazione di polizia ideologica, governata dal clero ma integrata con la giurisdizione e la polizia civile, che, pur avendo avuto varie metamorfosi nel tempo e nei vari stati in cui fu imposta, si ricomprende complessivamente  sotto il nome di Inquisizione e che ai tempi nostri si riconosce essere stata una delle massime tragedie sociali dell'umanità (in relazione all'enormità della quale risultando addirittura troppo debole la sia pur molto marcata ed esplicita richiesta di perdono, e quindi l'ammissione di colpa, fatta durante il Grande Giubileo dell'Anno 2000 sotto la guida del Papa Giovanni Paolo 2°).
 La situazione mutò radicalmente nella fase di sviluppo delle democrazie di popolo, tra la fine del Settecento e l'era nostra (il processo è tuttora in corso). Essa comportò la rottura dei patti che legavano le dinastie sovrane civili ai sovrani religiosi, che si espresse nel progressivo e non incontrastato affermarsi del principio supremo della laicità degli stati, che significa il rifiuto di riconoscere un fondamento soprannaturale ai poteri civili,  i quali si vuole ricondurre totalmente al popolo. In Italia, questo processo di democratizzazione e laicizzazione dello stato si accompagnò a quello di unificazione nazionale. Alla nostra organizzazione del clero, che esprimeva nel vertice romano il centro del potere religioso della nostra confessione religiosa a livello mondiale, fu posta l'alternativa di sottomettersi  al nuovo ordine o di perire come centro di potere autonomo con rilevanza pari a quella di uno stato. Essa storicamente non accettò l'alternativa e intraprese una fase marcatamente conflittuale che, iniziata con la guerra tra il Regno d'Italia, la monarchia sabauda, e lo Stato pontificio  nel settembre del  1870 si concluse nel febbraio del 1929 con quello che formalmente era un nuovo concordato, ma in realtà era un atto di sottomissione al regime populista fascista che garantiva l'autonomia, ma solo in campo internazionale, del vertice romano della nostra confessione religiosa, che si definisce come Santa Sede, comprendente il Papato e le organizzazioni che lo affiancano nel governo religioso mondiale, rappresentato dal ripristino di un simulacro di sovranità territoriale, in un quartiere romano. Questa che in Italia sostanzialmente fu una ritirata dei sovrani religiosi, conclusa con quei patti  del '29 che possono essere definiti per la parte papale un vero e proprio compromesso, in tutti in sensi in cui questo termine può essere inteso, fu accompagnata dal rigoglioso sviluppo dell'azione sociale e politica dei fedeli laici, che, dalla fine dell'Ottocento, si ricomprende nel concetto di cattolicesimo democratico  e che ha avuto un ruolo rilevantissimo nella costruzione della nuova Europa contemporanea. Esso, almeno fino alla caduta del regime fascista, in Italia fu visto, in linea con la precedente tradizione ultramillenaria come sovversione  (in particolare nell'Ottocento dopo la fine dello Stato pontificio e durante il regime fascista) e come eresia (con particolare forza nel Novecento, fino alla metà degli anni '40: ad esempio il fondatore del movimento democratico-cristiano, Romolo Murri, venne scomunicato). Nel conflitto ideologico e armato contro il regime fascista il movimento democratico-cristiano ebbe effettivamente carattere rivoluzionario e fu l'artefice, con altre forze politiche e sociali, del nuovo regime di democrazia popolare che tuttora domina l'Italia. Questo movimento essenzialmente laicale, con il suo ruolo determinante nel definire i principi della nuova Costituzione repubblicana, liberò il vertice romano della nostra religione dai vincoli antireligiosi imposti dal fascismo, pur mantenendogli lo spazio di autonomia garantito da quegli accordi: in particolare, il  concordato concluso con il Regno d'Italia egemonizzato dal Mussolini venne mantenuto in vigore ma interpretato secondo i nuovi principi costituzionali. Alla Santa Sede non fu imposto  di sottomettersi  al nuovo ordine ed essa fu in gran parte riscattata dal generale discredito sociale e internazionale in cui la compromissione con il fascismo l'aveva gettata. In realtà venne concluso, sotto l'egida del politico democristiano Alcide De Gasperi (1881-1954), una specie di armistizio politico, per cui la Santa Sede, a fronte di ciò che era stato ottenuto in Italia per il  lavoro dei cattolico-democratici, accettava di farsi agente di mobilitazione di massa a favore della nuova democrazia di popolo, ciò che essa accettò di fare essenzialmente in funzione anti-comunista. Il riconoscimento vero della democrazia di popolo, su basi egualitarie, giunse molto, molto più tardi dalla Santa Sede, sostanzialmente solo nel 1991, con l'enciclica Centesimus Annus  del papa Giovanni Paolo 2°, quando la Santa Sede, di fronte al crollo improvviso dell'impero sovietico, che era stato fino a quel momento la fonte principale delle sue paure contemporanee, si trovò a fronteggiare il conseguente vuoto di potere politico che ne derivò e, sulla base dell'ormai lunga esperienza dell'Europa occidentale, si decise a consigliare il regime democratico come quello preferibile, chiudendo la fase della proclamazione di  indifferenza verso i regimi politici con i quali non era riuscita a concludere specifici accordi, che significava di contro l'accettazione di qualsiasi regime politico con cui quegli accordi riusciva a concludere. La progressiva accettazione della democrazia politica non fu senza conseguenze per la dottrina della fede. Concezioni democratiche senz'altro rifluirono  in quelle religiose, benché formalmente rigettate. Si cominciò a distinguere nell'ordinamento religioso ciò che aveva basi soprannaturali e ciò che derivava dagli sviluppi storici e dalle particolari concezioni dei tempi in cui l'organizzazione religiosa si era formata. Si riconobbe esplicitamente un principio che era stato fonte di accanite controversie nel Cinquecento, vale a dire che la Chiesa deve essere sempre riformata, nel senso che permanendo un nucleo essenziale che si fonda su basi soprannaturali, vi sono molti elementi che sono suscettibili di modifica secondo le esigenze e le capacità di azione e di comprensione dei vari tempi storici. Ciò fu alla base della spettacolare ammissione di colpe proclamata sotto la guida del papa Giovanni Paolo 2° nella solenne liturgia celebrata il 12 marzo del 2000 a Roma nella cosiddetta Giornata del Perdono (in realtà: della richiesta di perdono), durante il Grande Giubileo dell'Anno 2000, preceduta da un autorevole parere della Commissione Teologica Internazionale che pose fine alle numerose obiezioni che, tra i nostri capi religiosi, erano state mosse a simile iniziativa.
 Dunque in religione si  è presa coscienza che la Chiesa deve sempre essere riformata, come emerge esplicitamente anche nella recente esortazione apostolica del nostro vescovo e padre universale, Francesco. Ma si è presa anche coscienza che, in realtà, la  nostra collettività religiosa, sulla base del movimento cattolico-democratico, ha prodotto un significativo movimento propriamente di riforma intorno agli anni '60 del secolo scorso, processo che è attualmente ancora in corso? E si è disposti a riflettere, e a produrre una corrispondente teologia, su questo ruolo, senza precedenti storici,  che il laicato della nostra confessione religiosa ha avuto in questo processo di riforma? O si vuole seguire la linea di pensiero, sotto certi aspetti più tranquillizzante, secondo la quale ciò che oggi  appare nuovo in realtà non lo è veramente, perché  tutto era contenuto in embrione nella teologia delle origini, eterna perché fondata interamente su basi soprannaturali, e attendeva solo il tempo propizio per venire alla luce?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 

mercoledì 25 dicembre 2013

Natale del Signore - 25 dicembre 2013 – Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – Solennità del Natale del Signore – salterio: proprio del Tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove e dell'omelia di una Messa celebrata in una cappella non distante dalla chiesa parrocchiale


Natale del Signore - 25 dicembre 2013 –  Lezionario dell’anno A per le domeniche e le solennità – Solennità del Natale del Signore  – salterio: proprio del Tempo – colore liturgico: bianco – Letture e sintesi dell’omelia della Messa delle nove e dell'omelia di una Messa celebrata in una cappella non distante dalla chiesa parrocchiale

 
Osservazioni ambientali: temperatura 15° C; cielo nuvoloso con qualche sprazzo di sereno. Canti: ingresso, Venite fedeli; Offertorio,  In nocte placida; Comunione, Astro del ciel.
 Il gruppo di AC era nei banchi a sinistra dell'altare, guardando l'abside.
Buona Natale a tutti i lettori!
Prima lettura
Dal libro del profeta Isaia (Is 52, 7-10)
 Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: "Regna il tuo Dio". Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il tuo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.
 
Salmo responsoriale (97)
Ritornello:
Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo santo braccio.


Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d'Israele.


Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!

Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore.

 
Seconda lettura
Dalla lettera agli Ebrei (Eb 1,1-6)
 Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte  le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».
 
 
Vangelo
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-18)
 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio:  a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il  Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: "Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me". Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
 


Sintesi dell'omelia della Messa delle nove

A Natale si fa memoria della nascita di Cristo. La data scelta da Cristo è legata all'idea di luce. I giorni cominciano ad allungarsi. Poiché Cristo è luce del mondo è stata scelta questo giorno per celebrare la sua nascita. Nessun conosce la data precisa della nascita di Gesù.
 Nella Messa di Natale celebrata alla mezzanotte si è letto il brano evangelico in cui si narra la scena dei pastori in visita a Gesù, ma il brano evangelico che abbiamo letto in questa Messa è molto più importante per noi. Gesù Cristo è nato duemila anni fa; è una bella storia, ma tocca la nostra vita? Qui nel prologo (testo iniziale) del Vangelo secondo Giovanni siamo messi davanti al Verbo di Dio, Gesù Cristo, che si è fatto carne. Questo Verbo, questa Parola di Dio, vuole farsi carne nella nostra vita. I cristiani sono  Cristo. La Chiesa è Corpo di Cristo, il corpo mistico di Cristo.  Il Verbo di Dio, è scritto nel Vangelo secondo Giovanni, prima della sua Incarnazione ha creato tutto. "«Sia la luce!» E la luce fu".  Dio Padre ha creato tutto mediante la Parola. Lui parlava e non ci fu distinzione tra l'uscita delle sue parole e la Creazione. Il mondo è stato fatto per mezzo del Verbo, della Parola, ma il mondo non lo ha riconosciuto. Venne tra i suoi, gli ebrei del suo tempo, popolo di Dio, che da secoli erano in attesa del Messia, ma neppure loro lo hanno riconosciuto.
 Ognuno di noi ha una propria idea di come devono andare le cose, di come deve essere Gesù Cristo: non è tanto facile accettarlo per come egli veramente è. Ma lui è lui. Ma è importante capire che lui vuole nascere in noi. La Legge (le norme del patto di alleanza tra gli israeliti e Dio, Legge di santità) fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia e la verità vengono per mezzo di Gesù Cristo.  Coloro che hanno accolto Gesù Cristo non sono più sotto la Legge. La Legge venne come preparazione, nel tempo dell'attesa. La Legge fu data agli israeliti come una luce, e non può mai essere cancellata la Legge di Dio, una luce che ci illumina e che ci mostra quanto abbiamo bisogno di Gesù Cristo, perché nessuno di noi è in grado di compiere la Legge. In base alla Legge gli israeliti conobbero tutte le loro trasgressioni, la loro incapacità di compiere la Legge. Quando venne Gesù li mise davanti, e mette davanti anche noi, a una cosa ancora più difficile: ad esempio  la Legge dice "Non commettere adulterio" e Gesù dice "non guardare con desiderio", perché se hai guardato con desiderio sei già un adultero; la Legge dice "Non uccidere" e Gesù dice "Non giudicare", perché se ha giudicato tuo fratello sei già un assassino. Non siamo capaci di compiere (=adempiere pienamente) la Legge. Qual è lo scopo della Legge? Lo scopo della Legge è di mostrarci la nostra incapacità. C'è uno solo che compie pienamente la Legge: Gesù Cristo. Coloro che hanno il suo spirito e che sono nati, sono stati generati, non da volere di un essere umano, non dalla carne, ma da Dio, tutti noi che abbiamo ricevuto la sua Grazia, hanno dentro di sé questa capacità, ma il Verbo deve crescere in noi. La natura di Cristo può nascere in noi. Io vi invito, come fece l'angelo Gabriele con Maria nell'Annunciazione, a non temere, a  non considerare i vostri peccati e la vostra incapacità, le vostre debolezze. Fidatevi in Dio! Fidatevi in colui che fa le promesse e le compie. Dio ci sta chiamando perché vuole che diventiamo veramente cristiani, Cristo per la nostra generazione. E' Cristo che lo vuole e lo farà, se noi non siamo ostili a lui. Non Temete!  Come Gesù Cristo è nato duemila anni fa a Betlemme, nella carne, può nascere oggi in te e in me. E' un'altra natura che entra in noi, una natura capace di perdonare, capace di amare quelli che ci fanno del male, capace di fare la volontà di Dio. Non perché siamo meglio degli altri, no, ma perché Cristo, nato in noi, ci dà il suo spirito e compie questo.  E' questo che oggi celebriamo: la nascita di Gesù Cristo per la nostra salvezza. Come ci salva? Nascendo dentro di noi.  


Sintesi dell'omelia di una Messa  celebrata in una cappella non lontana dalla chiesa parrocchiale

 
 La liturgia del giorno di Natale prevede tre Messe: la Messa della notte, detta degli angeli, in cui si fa memoria dell'annuncio della natività recato dagli angeli; quella dell'Aurora, detta dei pastori, in cui si fa  memoria dei pastori che per primi visitarono il bambino Gesù; quella del giorno in cui si contempla tutto il mistero dell'Incarnazione.
  Il Natale ci dice che il nostro non  è un Dio lontano da noi, ma un Dio vicino. Gesù si è fatto come noi per farci come Dio. E' una cosa non facile da comprendere, per questo si dice che è un mistero.
 Che cosa vuole Dio da noi? Egli vuole che siamo buoni, che siamo santi.
 Chiediamo a Dio di riuscirci.
 

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha inteso le parole del celebrante – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro Valli
 
Avvisi parrocchiali:
-mercoledì 25-12-13, solennità del Natale del Signore, le messe saranno celebrate alle ore 8, 9, 10, 11, 12 e 18;
-giovedì 26-12-13 non è festa di precetto. Le messe saranno celebrate alle ore 8, 9 e 18,
 
Avvisi di A.C.:
- le riunioni infrasettimanali del gruppo parrocchiale di AC riprenderanno il 7-1-13. I soci sono invitati a preparare una riflessione sulle letture di domenica 12-1-14, festa del Battesimo del Signore: Is 42,1-4.6-7; Sal  28; At 10,34-38; Mt 3,13-17;
- si segnala il nuovo sito WEB dall'AC diocesana: www.acroma.it
- si segnala il sito WEB  www.parolealtre.it , il nuovo portale di Azione Cattolica sulla formazione;
- si segnala il sito WEB  Viva il Concilio http://www.vivailconcilio.it/
iniziativa attuata per conoscere la storia, lo spirito e i documenti del Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e per   scoprirne e promuoverne nella società di oggi tutte le potenzialità.
-si segnala il blog curato dal presidente http://blogcamminarenellastoria.wordpress.com/