INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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giovedì 10 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 9

                                         Problemi di costruzione sociale - 9

  Quando si affronta quel particolare tipo di riforma sociale che è la costruzione sociale, in genere riesce difficile fare i conti con la realtà e, in particolare, imparare dall'esperienza del passato, specialmente  quando se ne dà una valutazione negativa. Ogni riformatore, di solito, è in polemica con il passato e con i suoi fautori. Questo porta a ritenere che quello che nel passato non è andato per il verso giusto sia dipeso solo dall'incapacità o dalla volontà cattiva dei precedenti organizzatori, oltre che della gente che si voleva organizzare,  ma non è sempre così. Si pensa poi di poter progettare  come se si trattasse di scrivere un copione teatrale e  alla gente da aggregare nella nuova costruzione sociale come ad attori capaci di recitare qualsiasi commedia. E non è mai così. Si dice spesso che la Chiesa è esperta in umanità, ma questo comporta sapere e volere fare i conti con la realtà. Questo riesce difficile ai teologi, non solo a quelli che si occupano di dogmatica, i meno legati alla realtà, ma anche a quelli che si occupano di teologia applicata, come quelli che scrivono di dottrina sociale. Eppure, tanto più l'organizzazione sociale riesce  quanto più è realmente esperta di umanità. Ma l'esserlo non è ritenuto indispensabile agli organizzatori ecclesiali. Per questo, ad esempio, troviamo chi si occupa di teologia della famiglia, dettando legge ai coniugi, senza avere personale esperienza delle relazioni d'amore tra coniugi, e questo passi perché comunque quel tipo di esperienza è sempre limitata, ma anche non osservando obiettivamente l'esperienza altrui, selezionando in essa solo i modelli che rientrano nella dogmatica di riferimento. Questo crea poi, inevitabilmente, incomprensioni con coloro che della famiglia hanno maggiore pratica, che si tende a lenire ignorandole da entrambe le parti, con la giusta dose di ipocrisia. È così faccio anch'io, sorvolando. Ma l'organizzazione parrocchiale è materia più neutra, nella quale fare i conti con la realtà dà meno dispiaceri: i dogmi, ciò che si ritiene non negoziabile, sono a distanza di sicurezza.
  Ragionando realisticamente sull'esperienza di organizzazione parrocchiale nei tre decenni dal 1983 al 2015, dobbiamo riconoscere che essa fu caratterizzata dal tentativo di coniugare l'aspetto istituzionale con un elemento comunitario forte, in linea con la teologia ecclesiale del Concilio Vaticano 2º. Quindi si volle trasformare una struttura di erogazione di servizi religiosi in una  comunità solidale coinvolta anche  nella prestazione di quei servizi, ma primariamente in ciò che i teologi chiamano koinonìa, parola greca che significa l'agire solidale da compagni, esperienza che si fa rientrare nel concetto di carità. Lo si fece però senza tenere nel giusto conto il fatto che in parrocchia si stava già vivendo un esperimento simile e, anzi, nell'intento di correggerlo, di superarlo. Lo si fece importando ideologia, metodo e personale di uno dei nuovi movimenti ecclesiali che, dagli anni Settanta e nella vivace stagione post-conciliare, avevano preso ad affiancare l'Azione Cattolica nell'azione sociale. Esso, originato nella Spagna fortemente segnata dall'esperienza franchista, alla quale regnante il papa Eugenio Pacelli - Pio 12^ si era guardato con favore, era poco acculturato alla democrazia. Si prese come riferimento ideologico il tribalismo degli antichi israeliti, in particolare nella fase della loro travagliata resistenza contro l'ellenismo. Questo modello contrastava fortemente con la pratica sociale del quartiere, all'epoca animato da vivaci processi democratici per la difesa del pratone, il grande spazio verde che costeggia il quartiere su via Conca d'Oro/via Val d'Ala (il comitato promotore delle agitazioni venne costituito in parrocchia), e della stessa parrocchia e venne vissuto come una colonizzazione religiosa, anche perché prese a coinvolgere molta gente di fuori, che però veniva da noi solo per gli eventi di quel movimento, per il resto rimanendo estranea. Il collegamento tra l'aspetto istituzionale della parrocchia e quello neo -comunitario che si voleva indurre si ottenne incaricando un parroco che si era formato in quel movimento e che era quindi pratico dei suoi metodi. In questo modo, in definitiva, l'istituzione promosse quel movimento senza che scattassero empatia e simpatia nel quartiere. Si fece del rigore nel tendere al modello di relazioni matrimoniali e familiari insegnato dalla teologia del Magistero un punto di forza e di riconoscibilità sociale, una sorta di bandiera della neo -comunità, nonostante i problemi che presentava nella pratica per molta gente del quartiere. Non proporselo venne additato come mancanza di fede, da correggere con un ricondizionamento catechetico. La gente del quartiere non apprezzò di essere sconfessata in quel modo, venendo anche messa in questione come genitori. Così come non fu coinvolta dall'esclusivismo di quel movimento, proposto sostanzialmente come unica via ortodossa al perfezionamento di fede. Questo, progredendo l'esperimento di riorganizzazione parrocchiale, causò disaffezione. La gente prese a trasferirsi in altre parrocchie per i servizi religiosi. 
 Valutando realisticamente il passato, vanno riconosciuti come fattori critici non aver mantenuto un sufficiente pluralismo nei metodi, spiritualità e forme associative ammessi e l'aver condotto la riorganizzazione secondo un modello poco acculturato ai valori democratici, in tal modo ostacolando il dialogo e quindi l'espansione nel quartiere dell'esperienza comunitaria parrocchiale.
 Non si fu capaci di imparare dell'esperienza. Ci si incaponì per un trentennio. Questo perché quell'esperimento sociale venne vissuto anche come contrasto di tendenze moderniste, di contaminazione culturale con una società intorno accusata di paganesimo, da parte di ortodossi. E il cambiare come un cedimento alla contaminazione. Non si accettò mai, veramente, il dialogo. I dissenzienti vennero semplicemente tollerati da anziani, con i  giovani fu peggio. Questo ostacolò il ricambio generazionale e per un tempo tanto lungo, appunto una generazione, da produrre conseguenze serie: in mancanza di ricambio generazionale una collettività fatalmente muore, e così accadde. 
 Vi è anche da evidenziare un fattore critico sotto il profilo istituzionale. Il modello comunitario importato ne aveva sviluppato uno proprio, che mi parve di tipo autoritario, sorretto da una diaconia  di maschi dominanti. Questo può essere sospettato di dipendenza ideologica dal clima culturale della civiltà franchista spagnola. Si tratta di un modello più pervasivo del maschilismo clericale che è endemico nella nostra confessione, e non per caso: appare pensato con marcati intenti disciplinari, esso infatti condizionava  l'accettazione del singolo nella neocomunità. E' il modello del catechista-padre  di comunità. Questa struttura istituzionale non è in linea né con il modello istituzionale precedente all'ultimo Concilio né con quello deliberato dal Vaticano 2°. Con il primo perché, sostanzialmente, crea un'autorità sacrale,e come tale indiscutibile, al di fuori dell'Ordine sacro, con il secondo perché contrasta con il principio democratico di uguaglianza in dignità tra le persone, senza distinzione di sesso, cultura, condizione sociale e opinioni, che fu accolto nella Costituzione dogmatica Luce per le genti - Lumen gentium, anche se in genere non se ne ha consapevolezza e, di fronte alle obiezioni, si butta lì il consueto "La Chiesa non è una democrazia". E' contrario alla dignità delle persone cercare di  ricondizionarle  per  farle nuove, l'utopia dei totalitarismi del secolo scorso. E' cosa che bisogna lasciare al Cielo, all'evoluzione spirituale personale nelle relazioni soprannaturali, secondo i tempi di maturazione di ciascuno, che non possono essere rigidamente inquadrati.
 La conclusione: l'affermazione in parrocchia della koinonìa, della benevolente solidarietà comunitaria che parte dall'accettarsi e dal piacersi reciproci e che poi si manifesta anche nella  diakonìa, che è il servizio disinteressato per il bene comune, non può farsi secondo un unico modello, perché la realtà sociale di riferimento a questo resiste in quanto manifesta un marcato pluralismo, secondo cultura, età, condizione sociale, approccio personale alla religione, influenze esterne di vario tipo, casi della vita, e quindi necessita, nelle relazioni di prossimità, quelle di mondo vitale, di uno schema che sia adeguato alle varie situazioni così come un abito a chi lo indossa. Tra le varie esperienze vi deve però essere, va costruita, una struttura di mediazione, che tenga tutti insieme in modo  sinodale, secondo il quale l'unità dei diversi è un valore, e non  condominiale, secondo il quale l'unità dei diversi è una necessità contingente, fino al superamento del pluralismo, e si sta l'un contro l'altro armati. Una tale struttura di mediazione, che ci consentirebbe una nuova fase di espansione nel quartiere, deve essere necessariamente su base democratica, intendendo per democrazia non solo un metodo per prendere decisioni collettive a maggioranza, ma prima di tutto un sistema di valori che conceda a ciascuno la sua dignità,  facendogli spazio e dandogli modo di presentarsi ed esprimersi, ma ordinatamente, in modo che ciò sia possibile a tutti. Quel metodo di voto è conseguenza di quei valori. Di questo occorre fare tirocinio, perché non è abilità che si insegna in religione, sebbene questo fosse in definitiva l'auspicio dei saggi dell'ultimo Concilio nel delineare una nuova figura di fedele laico. 
  Certo, mi si potrebbe obiettare che in religione quello non è indispensabile. In qualche modo è vero. Per millenni bastò al fedele laico sapere le preghiere rituali e conoscere chi comandava in Cielo, chi sulla Terra e che cosa si dovesse fare per piacere all'uno e all'altro. Era l'era degli imperi e delle guerre fra essi, in cui era possibile anche immaginare che la fede nell'amore universale potesse essere diffusa e radicata per via bellica. Ma viviamo un altro tempo. Quella strada porterebbe alla catastrofe dell'umanità. La pace non è più un'alternativa, ma una necessità vitale. La nostra religione ne ha preso consapevolezza, almeno ai vertici, ma diffonderla presenta qualche problema. Non ci si può riuscire con metodi scolastici o autoritari, occorre fare tirocinio del nuovo mondo che occorre. E' un lavoro che ci si aspetta in gran parte dai laici: questa la grande novità dell'ultimo Concilio. Essa è esposta fin dalle prime parole della Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti - Lumen gentium: «[...]a Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano». La Chiesa-popolo  come sacramento  di unità: qui c'è tutto il Concilio Vaticano 2°. E' stata un'importantissima evoluzione culturale, che deve però ancora diventare una conquista  culturale diffusa. La missione è di realizzarla a partire dalle parrocchie. 
 Non si tratta, naturalmente, di mettere ai voti i dogmi, ma di costruire un ambiente e delle procedure che consentano il dialogo fraterno per definire nell'organizzazione parrocchiale e, in particolare, nelle varie forme di  diakonia  e di  carità, quale sia di volta in volta il bene comune da realizzare. Una struttura comunicativa benevolente, non condominiale, in cui ciascuno si senta a casa propria sebbene non possa avere con tutti  relazioni di tipo familiare, perché esse sono possibili solo nelle relazioni di prossimità. Una struttura comunicativa non a senso unico, dall'alto verso il basso, dai pochi al vertice alle masse,  ma che consenta un vero dialogo, quindi una comunicazione in cui anche quelli che si trovano in alto fanno spazio agli altri in modo da realizzare, nel dialogo, un'uguaglianza in dignità. Che uscirebbe da un modello simile? Siamo sicuri che produrrebbe buoni risultati o invece si rischia la deviazione, l'errore? Lo si può scoprire solo sperimentando. L'esperienza delle democrazie contemporanee ci conforta, così come la crisi delle medesime ci ammonisce. Allontanarsi dalla democrazia alimenta infatti i conflitti. 
  L'alternativa? Potenziare la parrocchia come ente di servizio pubblico cercando di attirare gli utenti  con le medesime tecniche di fascinazione impiegate dall'industria commerciale. E' in fondo ciò che si fa nella gestione dei santuari miracolanti e nell'organizzazione degli eventi religiosi di massa. L'esperienza insegna, però,  che si tende a divenirne dipendenti, come accade nell'abuso di stupefacenti. E, in un certo senso, si tratta di assuefazione ad una realtà aumentata, che con l'abuso di quelle sostanze presenta qualche analogia. Innanzi tutto per il fatto che il singolo, anche se immerso in esperienze di massa, viene confinato nella sua emotività personale. 
 Una nota finale: c'è chi ritiene disdicevole imparare dai propri errori, invece questo è alla base dell'evoluzione della scienza contemporanea, ma, infine, anche principio di ogni sapienza, che è quando si rimane disposti alla permanente conversione, senza indurirsi nei propri partiti presi. 
 Mario  Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente papa- Roma, Monte, Sacro, Valli 

mercoledì 9 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 8


Problemi di costruzione sociale - 8

  Organizzare un servizio è più semplice che costruire una comunità. Richiede infatti molta minore empatia, la capacità di immedesimarsi negli altri, e simpatia, vale a dire il piacersi. C'è un lavoro da fare e c’è chi vuole che venga fatto,  procura i mezzi per farlo e lo organizza. Se il lavoro  ha ad oggetto la società, come nel caso di un servizio sanitario, essa si presenta come un pubblico di utenti, di gente che si avvicina per ottenere quel servizio quando ne ha necessità. Del pubblico occorre tener conto perché serve una sua qualche collaborazione per la migliore gestione di servizio. Vi è così un abbozzo di elemento comunitario Se il servizio non riguarda la società, come nel caso in cui ci si proponga di costruire qualcosa di materiale, tutto è più semplice, perché l'elemento umano viene ordinato secondo ciò che serve per fare quel certo lavoro, ognuno ha il suo compito e hanno voce in capitolo solo i capi.
  La parrocchia svolge anche  dei servizi religiosi e sotto questo profilo può essere considerata come un ente pubblico di servizio, al modo di una azienda sanitaria locale, perché è in massima parte finanziata con risorse pubbliche. Lo è perché quei servizi hanno a che fare anche con la coesione sociale e quindi presentano anche un interesse specificamente politico. Renderli in regime di finanziamento pubblico ne consente il controllo da parte di chi finanzia, attraverso intese con le autorità religiose che si chiamano  concordati   e sono concluse al massimo livello, tra stati e Papato. I concordati sono coevi alla costituzione di quest’ultimo come impero  religioso nel Secondo millennio. Il primo concordato fu concluso nel 1122 nelle città tedesca di Worms tra l’imperatore germanico Enrico 5° di Franconia e il papa Callisto 2°: con l’accordo l’imperatore rinunciò alla consacrazione ecclesiastica dei vescovi, riconoscendola solo al Papa, riservandosi solo il potere di conferire ai vescovi i loro poteri pubblici, quali suoi feudatari. Questo segnò il primo vero riconoscimento di un potere imperiale  del Papato analogo a quello dell’imperatore civile, rivendicato dal Papato a partire dall’Undicesimo secolo sotto il regno del papa Gregorio 7°, regnante dal 1073 al 1085.
 Come ente pubblico religioso erogatore di servizi, la parrocchia può essere vista come suddivisa in dipartimenti, secondo le aree di intervento: amministrazione del patrimonio, del personale e dello stato religioso (registri parrocchiali); liturgia e sacramenti, formazione religiosa, carità. Sotto questo aspetto è un’articolazione di una complessa burocrazia territoriale, nella quale ogni settore è posto sotto l’autorità di un monarca, affiancato da collaboratori e consulenti. L’uno e gli altri sono scelti prevalentemente tra gli appartenenti alla classe sacerdotale, caratterizzata da una specifica formazione, da una particolare investitura sacramentale e da un particolare impegno di fedeltà e sottomissione ai superiori. Nel complesso la struttura burocratica ha aspetto piramidale: in alto un vertice monocratico e a scendere altri vertici monocratici subordinati con competenza settoriale o territoriale che controllano a loro volta autorità con competenza minore, fino ad arrivare al resto del popolo che n non controlla nulla. In quest’ottica il pubblico degli utenti è in posizione passiva: accede ai servizi e fa ciò che gli si dice. Ottiene un riconoscimento religioso che per due millenni è stato molto importante in società, ora molto meno. Il bisogno di questo riconoscimento religioso è la fonte del potere religioso, ciò che lo giustifica. L’esercizio del potere religioso è organizzato come una giurisdizione  territoriale, della quale la parrocchia è l’articolazione di base. Il popolo è quindi suddiviso su base territoriale, non per affinità di altro genere, e chi si sposta sul territorio passa automaticamente da una giurisdizione all’altra. La residenza determina la soggezione a una giurisdizione e, nelle questioni di stato religioso, non ce se ne può liberare scegliendo liberamente a quale appartenere.  Questa struttura della parrocchia è ancora vigente, in particolare dal punto di vista giuridico, e coesiste con un’altra più recente, che data fondamentalmente al Concilio Vaticano 2° (1962-1965).
  Quest’ultima, in italia, ha come antecedente l’organizzazione politica dei fedeli che il Papato promosse nella seconda metà dell’Ottocento nella sua dura controversia con il Regno d’Italia, che l’aveva spodestato, mediante conquista bellica, del suo piccolo regno nell’Italia centrale, con capitale Roma, nel 1870.
  L’Italia, e in misura minore l’Europa intera, fu storicamente il principale laboratorio politico del Papato, il territorio dove il Papato sperimentava e affinava la sua giurisdizione. Questo in particolare nel suo difficile rapporto con i movimenti politici democratici, manifestatisi in Europa del Settecento. Vinto nell’Ottocento dai nazionalisti del Regno d’Italia ed essendosi dato quest’ultimo, da poco (la prima costituzione  del Regno era del 1848), un’organizzazione democratica, il Papato prese lo spunto da movimenti sociali in favore dei proletari  (così li si definisce nell’enciclica Le novità - Rerum novarum del 1891, diffusa sotto l’autorità del papa Vincenzo Gioacchino Pecci - Leone 13°, la prima enciclica della dottrina sociale  moderna), vale a dire i lavoratori alle dipendenze altrui, la parte meno favorita e largamente maggioritaria della nazione, che, come in tutta l’Europa della seconda metà dell’Ottocento, si erano organizzati spontaneamente, per promuovere nella società italiana un movimento politico di resistenza, per appoggiare le sue pretese di restituzione del potere temporale, almeno sulla città di Roma. Questa giurisdizione territoriale veniva ritenuta indispensabile al ministero religioso del Papato, per renderlo indipendente dalle pretese degli stati. Il Papato cercò di ottenere con la pressione popolare ciò che non gli era più dato di conseguire, come in passato, con la diplomazia internazionale, cercando appoggio nei regnanti europei. In questa prospettiva il movimento dei fedeli veniva concepito come un esercito, del quale clero e religiosi erano gli ufficiali, il Papa il comandante supremo e i vescovi i generali, secondo una struttura sempre piramidale. Manifestandosi nel movimento popolare tendenze democratiche, di  democrazia cristiana, il Papato le annientò bruscamente, sconfessandole  teologicamente  con l’enciclica Le gravi preoccupazioni per le questioni sociali - Graves de communi re del 1901, diffusa sotto l’autorità del papa Pecci, provocando nel 1904 lo scioglimento dell’Opera dei Congressi nelle quali si erano manifestate e progettando nel 1905, con l’enciclica Il fermo proposito, del papa Giuseppe Sarto - Pio 10°, una nuova organizzazione a livello nazionale, che fu costituita l’anno successivo, in cui furono deliberati gli statuti della nostra Azione Cattolica.
  Nel prosieguo della sua storia l’Azione Cattolica non rimase però uno strumento passivo nelle mani del Papato. Attraverso di essa si produsse l’acculturazione dei cattolici italiani alla democrazia, proponendo un modello di fedele laico nuovo. Questo sviluppo ebbe successo, portando, dal secondo dopoguerra, dal 1945, all’egemonia del cattolicesimo sociale e democratico sulla politica italiana. Analoghe esperienze furono vissute anche nel resto d’Europa, anche se la storia italiana risultò sempre veramente particolare avendo dovuto superare una contrapposizione frontale tra Papato e stato democratico che non ha precedenti nel mondo e che, purtroppo, finì anche per gettare il Papato nel compromesso con il regime mussoliniano, per una decina d’anni a  partire dal 1929.
  Il nuovo modello di fedele era quello di una persona consapevole, partecipe, con una larga autonomia nelle questioni sociali, accreditata in particolare dalla sua competenza in quelle che, nel gergo teologico della dottrina sociale, vengono definite  questioni temporali, e che sono quelle relative all’organizzazione sociale, vista come necessariamente mutevole nel tempo, e in questo senso temporale, a differenza del regno del sacro, visto (irrealisticamente) come  eterno. Il campo temporale  comprende la scienza, la tecnica, l'istruzione, l’impresa industriale  e artigiana, il commercio, la politica, ma anche la carità, intesa come il soccorso a chi in società sta peggio per vari motivi. La  riforma sociale  entrò sempre più nel campo dell’autonomia laicale, che, alle origini della dottrina sociale, aveva poco spazio, ritenendosi che ci si dovesse limitare ad applicare  i comandi dati dal Papato. Questi sviluppi si produssero anche altrove nel mondo, in particolare in Occidente, e furono coevi alla  secolarizzazione, processo connaturato alla democrazia, che significa concepire la politica come  integralmente  soggetta alla critica razionale dei consociati, senza alcuna area che, per ragioni sacrali, per essere munita di un carattere  sacro, quindi eterno  e  indiscutibile,  potesse sottrarsi a questa giurisdizione democratica. Detta così, la cosa può apparire indolore dal punto di vista della Chiesa, ma non lo è: significa ammettere la possibilità di leggi  degli stati che contrastano con principi sacralizzati, e in quanto tali ritenuti indiscutibili, innanzi tutto quelli che vorrebbero sottrarre la Chiesa alla giurisdizione degli stati al di fuori di concordati, ma, ad esempio leggi che ammettano idee a lungo, e a volte ancora, contrastate dal potere religioso, come alcune di  quelle liberali e socialiste  in materia di libertà religiosa, beni ecclesiastici, questioni matrimoniali e riproduttive, stato civile del clero e dei religiosi, istruzione religiosa nelle scuole pubbliche e altro.
 Questo portò a riflettere sulla concezione religiosa di popolo, soggetto che era al centro dei movimenti democratici a livello globale, e a mettere in azione una riforma religiosa come mai c’era stata dall’Undicesimo secolo, analoga a quella prodottasi in Europa dal Settecento nelle organizzazioni politiche con il trasferimento di sovranità  da dinastie regnanti ad altre organizzazioni su base democratica. L’assimilazione piena della democrazia poteva infatti portare, agendo le masse dei fedeli con metodo democratico e influendo in tal modo sulle società di riferimento, ad una riforma sociale compatibile con le idealità religiose ed, anzi, appariva ormai l’unica via per ottenerla, almeno  in Occidente.
  L’Azione Cattolica era stata tutto sommato un movimento settoriale, determinato dalle contingenze politiche del momento. Veniva concepita come un  supporto  al potere religioso di tipo piramidale. Prendendo atto dell’emergere dei popoli alla sovranità democratica, era necessario dare nuova  forma  all'intero popolo religioso in vista dei nuovi compiti che doveva svolgere nel nuovo contesto sociale, in particolare in vista della riforma sociale. Quest’ultima da obiettivo tutto sommato strumentale alle pretese del Papato vide accentuato il suo carattere specificamente religioso e dunque fondamentale nella formazione e nella pratica della fede, come azione di carità. Di tutto questo si trattò e su questo deliberò il Concilio Vaticano 2°, con importantissime pronunce anche a carattere specificamente dogmatico, sui fondamenti. Da ciò emerse una nuova immagine di popolo, ma non solo: anche di  Chiesa. Si innescò un moto di riforma religiosa molto esteso. Quando però si trattò di tradurre  di deliberati conciliari nella realtà parrocchiale si manifestarono serie difficoltà, che non si ebbero nell’organizzare nuovi  movimenti  di intervento sociale, che si affiancarono all’Azione Cattolica, cercando di estendere l’influenza sociale della religione a tutta  la società. Fondamentalmente la principale difficoltà era il carattere tutto sommato artificioso ed estrinseco che determinava l’individuazione del popolo  parrocchiale, ritagliato  secondo un criterio territoriale. senza che avesse molta importanza l’empatia, il sapersi immedesimare negli altri, e la  simpatia, il piacersi, che erano invece centrali e fondativi nelle realtà di movimento. In altre parole, il fattore unificante in una parrocchia è quasi esclusivamente la soggezione a una giurisdizione ecclesiastica, per il resto il popolo  di una parrocchia è molto eterogeno, diviso per settori utenza, per fasce d’età, per opinioni sulla società e il proprio posto in essa e in relazione con gli altri, quindi per questioni politiche. Farne realmente un popolo, con le caratteristiche di competenza e coinvolgimento partecipativo richiesto dalla dottrina sociale, è sicuramente possibile, ma può farsi solo sviluppando dinamiche democratiche, le quali tuttavia comporterebbero la  desacralizzazione  di ciò che sacro  non è, quindi un dibattito prettamente politico e libero sui problemi organizzativi. Ciò che si è molto restii a concedere, per il timore che poi l’organizzazione finisca in mani incompetenti o malintenzionate, un pericolo insito in ogni democrazia, come in ogni potere. Non si istituiscono spazi di maggiore partecipazione per il timore che la gente non sia preparata, ma non istituendoli non si dà alla gente il modo di prepararsi, innanzi tutto facendone tirocinio. La situazione è di sostanziale stallo, che è quando non si può andare né avanti né indietro, pur volendolo, qualsiasi mossa essendo contrastata da una contromossa. Nel mezzo di tutto ciò si è manifestata una grave crisi delle democrazie occidentali, che tendono a cadere nel potere di oligarchi, di gruppi ristretti di comando insofferenti della critica democratica, vista come fattore di inefficienza. Paradossalmente la Chiesa, che storicamente ebbe tante difficoltà ad assimilare i valori democratici, e ancora per certi versi li ha, costituisce oggi, avendone comunque assimilati una quota importante, uno dei principali fattori di resistenza di quei valori. Essi potrebbero essere messi alla prova in un disegno di riforma dell’organizzazione parrocchiale che comporta anche la ridefinizione del suo popolo, dell’immagine che se ne dà, che si dovrebbe cercare di far corrispondere a quella deliberata nell’ultimo Concilio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli

 
 
   

martedì 8 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 7

                                     Problemi di costruzione sociale - 7

  Organizzare significa immaginare. Immaginare una società che vada oltre un piccolo gruppo di non più di centocinquanta persone, che è alla nostra portata cognitiva come umani, ci è difficile. Nel pensarla la dividiamo in sottogruppi, ciascuno dei quali ce lo figuriamo come un singolo individuo. Ma in realtà non lo è. Costruiamo delle relazioni normative tra i sottogruppi, nel senso di vincolanti. A ciascuno assegniamo uno scopo, una funzione,una posizione nello spazio e nei confronti degli altri,delimitandolo. Stabiliamo una procedura per prendere decisioni collettive, infine, costruiamo una narrazione che costituisca il mito fondativo della neosocietà e che possa essere tramandata tra gli associati coinvolgendone l'emotività. Quel mito è la sintesi del perché la neosocietà esiste e delle funzioni che primariamente intende svolgere. Il mito, dovendo sollecitare l'emotività, ed essere quindi alla sua portata, mette in scena necessariamente un piccolo gruppo di fondatori. Naturalmente la realtà della neosocietà è più complessa di come la si è immaginata e, soprattutto, meno stabile. La nostra biologia tende a rendere instabili società pensate come stabili. L'organizzazione sociale, lo osservò il filosofo inglese del Seicento Thomas Hobbes, serve a rendere stabile ciò che  stabile non è.
  L'esistenza di ogni società dipende dalla sua persistente utilità e dal coinvolgimento emotivo di un numero di persone, i consociati, sufficiente a raggiungere gli scopi che si è assegnata. Questi ultimi sono definiti dalle sue regole e dal mito fondativo, ma vengono aggiornati per adeguarli alle esigenze sociali del gruppo dei consociati, non del singolo ma dei singoli nelle loro relazioni sociali, al numero e caratteristiche di essi e alle influenze esterne. Ogni società è quindi in costante metamorfosi, se non altro per il succedersi delle generazioni dei consociati e dei suoi vari esponenti di vertice. Ogni società ha anche una vita delimitata e quindi nasce, muore o si rigenera, come gli individui di cui è composta. Il coinvolgimento emotivo dei suoi membri è massimo all'inizio, i sociologi ne parlano come di sentimento di "stato nascente", e nelle fasi di rigenerazione, e tende a diminuire nel tempo: è una dinamica simile a quella delle fasi di innamoramento e amore sessuale. Del resto quel tipo di relazioni tra individui definisce un tipo di società minima. Si tratta di un piccolo gruppo, il minimo, fatto di due sole persone, in cui il coinvolgimento emotivo è massimo ed è sostenuto dalla biologia sessuale, che ne alimenta la coesione ma solo nel breve periodo. Essa cessa in mancanza di rigenerazioni e in queste rigenerazioni consiste l'amore tra i sessi. Il ricordo della fase di innamoramento ne costituisce il mito fondativo. Le sue regole però vengono solo in parte create dagli amanti, quelle più  vincolanti sono date dalla cultura di riferimento. In nessun caso queste ultime bastano a mantenere la coesione, anche se facciano riferimento a miti soprannaturali. Questa è una regola generale delle società umane: queste ultime durano finché c'è un numero sufficiente di consociati che si piacciono e siano sufficienti a conseguire lo scopo collettivo. Non possono sussistere a lungo  solo  a comando, per spirito di dovere.  Altrimenti muoiono o, anche, subiscono metamorfosi che le trasformano, e a volte è come se risorgessero dopo morte, come si narra del mitologico uccello chiamato Fenice, che risorge dalle sue ceneri.
  Da dove ho ricavato ciò che ho descritto? Dall'esperienza personale e da ciò che ho letto. Questo non è un testo scientifico e quindi non ho l'obbligo di distinguere e dettagliare ciò che è mia esperienza e ciò che ho tratto dal pensiero altrui, citandone le fonti. L'importante è verificare se, anche nella vostra esperienza personale, le società nascono, muoiono e si rigenerano come ho descritto.
 Scendendo nel nostro caso particolare e facendo applicazione di ciò che ho ho sopra esposto, osservo questo: la nostra parrocchia come esperienza sociale era già morta nel 2015, quando iniziò un suo nuovo corso, e da allora sta vivendo una rigenerazione per metamorfosi. Era  morta perché era finita come corpo sociale, si era dissolta nei sottogruppi che ne abitavano le spoglie, al modo in cui i romani nel Medioevo abitavano tra le rovine dell'antica Roma. Sopravviveva come realtà istituzionale, come "casa dei preti". Non c'è da recriminare su questo: la morte delle società è un fatto naturale come quella degli individui. Alla fine l'instabilità finisce sempre per avere il sopravvento e, per una rigenerazione, occorre riorganizzare. La nostra parrocchia era già morta anche prima, rigenerandosi, nel corso degli anni '80. A quell'epoca divenne diversa da quella della mia infanzia e adolescenza e di quando mia madre vi aveva fatto la catechista. Quella svolta, a differenza di quella più recente, fu, però, voluta, deliberata, mettendo fine a una precedente società che si pensava fatalmente compromessa. Il mito fondativo di rigenerazione, quello delle neocomunità di tipo tribale chiuse a difesa contro la societá ostile, non è riuscito ad affermarsi nel quartiere, nei circa quindicimila che ancora pensano religiosamente secondo la nostra fede: è bastato solo a porre fine al passato e ad avviare la rigenerazione. Negli ultimi anni, nella senescenza del corpo sociale, è rimasto come giustificazione di un complesso di sottogruppi che abitavano ancora, saltuariamente, gli spazi parrocchiali. Questi ultimi presero ad essere poco abitati e. da disabitati, assunsero, almeno per me che li ricordavo in una fase precedente, un aspetto diruto. E' ciò che appunto si osserva in tutte le civiltà che invecchiano ed è come quando una persona assume le sembianze da vecchia.
  Anche le parrocchie come istituzioni muoiono: accade quando mancano i preti e allora vengono accorpate. Nel nostro caso la Diocesi ha deciso diversamente, ha deliberato di avviare una intensa rigenerazione, mandandoci molti e volenterosi preti e un parroco di grande esperienza nella risoluzione di problemi simili. Del resto la popolazione del nostro quartiere corrisponde a quella di una piccola diocesi, non è un cosa da poco. E c'è un fatto nuovo e importante, che sta diventando sempre più eclatante: l'arrivo di tante famiglie con bambini che si insediano negli appartamenti lasciati dai più anziani. In altre parole si sta producendo un marcato ricambio generazionale. È stata quindi oculata la scelta della Diocesi di investire nella nostra parrocchia.
  Le difficoltà sono date fondamentalmente dalla mancanza di un buon mito fondativo e dall'interferenza di quello precedente. Inoltre vi è l'insufficiente consuetudine reciproca. Ci si conosce poco e quando ci si frequenta si diffida. Lo si è visto negli incontri "ecumenici" che si sono svolti in Quaresima. Ci si è limitati a proporre i propri punti di vista e a dire che si stava bene solo con chi la pensava nello stesso modo e si voleva continuare così. C'è una certa resistenza, più che altro passiva, alla rigenerazione. Non siamo disposti a cantare gli uni i canti degli altri, letteralmente. La gente del quartiere più che altro osserva, non capendo bene che sta succedendo. Intuisce il cambiamento, ma non ne è ancora coinvolta come partecipe,  ma più che altro come utente di servizi religiosi. La frattura sociale, che è stata la vera origine del nuovo corso attuato negli anni '80, di quella svolta, non si è ricomposta e all'epoca veniva interpretata mitologicamente come la rivincita degli ortodossi contro i modernisti. Ora, in genere, se ne è persa consapevolezza, ma io, sessantenne, l'ho vissuta in prima persona e so come andò. Ci si è fatti, e ci si fa, del male, anche se non si ricorda bene il perché. Quando scoccano scintille, riemerge l'antico sospetto reciproco di eresia, lanciato per lo più da persone che non sanno bene di che parlano.  Non è giunto forse il momento di cambiare? Non è giunto il momento del perdono reciproco e della riconciliazione? Non è forse l'ora di darsi regole diverse, ad esempio di vietarsi la calunnia incolta? La lingua, si dice, ferisce più  della spada. Non è giunto il tempo della pace? Lo chiese ai Bosniaci San Karol Wojtyla in una storica omelia tenuta negli anni '90 a Sarajevo, dopo la fine della guerra civile.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli



lunedì 7 gennaio 2019

C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe ...


Gustave Dorè - Lazare et le mauvais riche [Lazzaro e il ricco malvagio]


[dal Vangelo secondo Luca, Lc 16,15-31]

[15] Egli disse: "Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio. [16] La Legge e i Profeti fino a Giovanni; da allora in poi viene annunziato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi.
[17] È più facile che abbiano fine il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge. 
[18] Chiunque ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio; chi sposa una donna ripudiata dal marito, commette adulterio. 
[19] C'era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. [20] Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, [21] bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. 
[22] Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. [23] Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. 
[24] Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura.
 [25] Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. [26] Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di lì si può attraversare fino a noi. 
[27] E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, [28] perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento.
[29] Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. 
[30] E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. 
[31] Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi".
[trad. italiana CEI 2008]
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  Quando, da bambino, mi lessero per la prima volta questa parabola, non ne compresi il senso. Perché il ricco era finito, dopo la sua morte, tra i tormenti? Che aveva fatto al povero? Il povero non si era, in definitiva, sfamato di quello che cadeva dalla mensa del ricco?  Il ricco non aveva fatto cacciare il povero da davanti la sua porta, eppure il povero non era un bello spettacolo, coperto di piaghe com'era. Passando, in un momento in cui il povero era altrove, davanti al cantuccio dove il povero era solito accucciarsi, il ricco non gli aveva fatto buttare, o buttato egli stesso, i suoi stracci nell'immondezzaio. E il povero non faceva altro che starsene davanti alla porta della casa del ricco, senza recriminare sulla sua condizione, sul fatto di essere povero mentre l'altro ricco. 
  Eppure, ecco lì l'insegnamento del Maestro. 
  Dopo morti, uno viene consolato nel seno di Abramo, l'altro finisce tra i tormenti. E un abisso c'è tra l'uno e l'altro, tale e quale come in vita.
  I predicatori, poi, mi spiegarono il significato di quella storia.  Che suona indubbiamente molto duro, specialmente per noi che viviamo nella parte più ricca del mondo e abbiamo in giro tanti mendicanti. 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



domenica 6 gennaio 2019

MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE - OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO - 6 gennaio 2019


MESSA NELLA SOLENNITÀ DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE
CAPELLA PAPALE
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Domenica, 6 gennaio 2019

Sintesi:  [Il Signore] si rivela a tutte le genti: ogni nazione, lingua e popolazione è da Lui accolta e amata. [Il Signore si manifesta] non nel palazzo regale di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a Betlemme. La luce di Dio non va da chi splende di luce propria. È sempre grande la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio.  Vale anche per noi. Quante volte poi, come Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità. Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il Signore. A Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per farlo bisogna privare sé stessi del primo posto e credersi bisognosi, non autosufficienti. Come l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre “bruciare” un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. Il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. È preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la gratuità!

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  Epifania: la parola indica la manifestazione del Signore, il quale, come dice san Paolo nella seconda Lettura (cfr Ef 3,6), si rivela a tutte le genti, rappresentate oggi dai Magi. Si svela così la bellissima realtà di Dio venuto per tutti: ogni nazione, lingua e popolazione è da Lui accolta e amata. Simbolo di questo è la luce, che tutto raggiunge e illumina.
  Ora, se il nostro Dio si manifesta per tutti, desta tuttavia sorpresa come si manifesta. Nel Vangelo è narrato un via-vai attorno al palazzo del re Erode, proprio mentre Gesù è presentato come re: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» (Mt 2,2), domandano i Magi. Lo troveranno, ma non dove pensavano: non nel palazzo regale di Gerusalemme, ma in un’umile dimora a Betlemme. Lo stesso paradosso emergeva a Natale, quando il Vangelo parlava del censimento di tutta la terra ai tempi dell’imperatore Augusto e del governatore Quirinio (cfr Lc 2,2). Ma nessuno dei potenti di allora si rese conto che il Re della storia nasceva al loro tempo. E ancora, quando Gesù, sui trent’anni, si manifesta pubblicamente, precorso da Giovanni il Battista, il Vangelo offre un’altra solenne presentazione del contesto, elencando tutti i “grandi” di allora, potere secolare e spirituale: Tiberio Cesare, Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, i sommi sacerdoti Anna e Caifa. E conclude: «la Parola di Dio venne su Giovanni nel deserto» (Lc 3,2). Dunque su nessuno dei grandi, ma su un uomo che si era ritirato nel deserto. Ecco la sorpresa: Dio non sale alla ribalta del mondo per manifestarsi.
  Ascoltando quella lista di personaggi illustri, potrebbe venire la tentazione di “girare le luci” su di loro. Potremmo pensare: sarebbe stato meglio se la stella di Gesù fosse apparsa a Roma sul colle Palatino, dal quale Augusto regnava sul mondo; tutto l’impero sarebbe diventato subito cristiano. Oppure, se avesse illuminato il palazzo di Erode, questi avrebbe potuto fare del bene, anziché del male. Ma la luce di Dio non va da chi splende di luce propria. Dio si propone, non si impone; illumina, ma non abbaglia. È sempre grande la tentazione di confondere la luce di Dio con le luci del mondo. Quante volte abbiamo inseguito i seducenti bagliori del potere e della ribalta, convinti di rendere un buon servizio al Vangelo! Ma così abbiamo girato le luci dalla parte sbagliata, perché Dio non era lì. La sua luce gentile risplende nell’amore umile. Quante volte poi, come Chiesa, abbiamo provato a brillare di luce propria! Ma non siamo noi il sole dell’umanità. Siamo la luna, che, pur con le sue ombre, riflette la luce vera, il Signore. La Chiesa è il mysterium lunae e il Signore è la luce del mondo (cfr Gv 9,5). Lui, non noi.
  La luce di Dio va da chi la accoglie. Isaia nella prima Lettura (cfr 60,2) ci ricorda che la luce divina non impedisce alle tenebre e alle nebbie fitte di ricoprire la terra, ma risplende in chi è disposto a riceverla. Perciò il profeta rivolge un invito, che interpella ciascuno: «Àlzati, rivestiti di luce» (60,1). Occorre alzarsi, cioè levarsi dalla propria sedentarietà e disporsi a camminare. Altrimenti si rimane fermi, come gli scribi consultati da Erode, i quali sapevano bene dov’era nato il Messia, ma non si mossero. E poi bisogna rivestirsi di Dio che è la luce, ogni giorno, finché Gesù diventi il nostro abito quotidiano. Ma per indossare l’abito di Dio, che è semplice come la luce, bisogna prima dismettere i vestiti pomposi. Altrimenti si fa come Erode, che alla luce divina preferiva le luci terrene del successo e del potere. I Magi, invece, realizzano la profezia, si alzano per essere rivestiti di luce. Essi soli vedono la stella in cielo: non gli scribi, non Erode, nessuno a Gerusalemme. Per trovare Gesù c’è da impostare un itinerario diverso, c’è da prendere una via alternativa, la sua, la via dell’amore umile. E c’è da mantenerla. Infatti, il Vangelo odierno conclude dicendo che i Magi, incontrato Gesù, «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese» (Mt 2,12). Un’altra strada, diversa da quella di Erode. Una via alternativa al mondo, come quella percorsa da quanti a Natale stanno con Gesù: Maria e Giuseppe, i pastori. Essi, come i Magi, hanno lasciato le loro dimore e sono diventati pellegrini sulle vie di Dio. Perché solo chi lascia i propri attaccamenti mondani per mettersi in cammino trova il mistero di Dio.
  Vale anche per noi. Non basta sapere dove Gesù è nato, come gli scribi, se non raggiungiamo quel dove. Non basta sapere che Gesù è nato, come Erode, se non lo incontriamo. Quando il suo dove diventa il nostro dove, il suo quando il nostro quando, la sua persona la nostra vita, allora le profezie si compiono in noi. Allora Gesù nasce dentro e diventa Dio vivo per me. Oggi, fratelli e sorelle, siamo invitati a imitare i Magi. Essi non discutono, no, camminano; non rimangono a guardare, ma entrano nella casa di Gesù; non si mettono al centro, ma si prostrano a Lui, che è il centro; non si fissano nei loro piani, ma si dispongono a prendere altre strade. Nei loro gesti c’è un contatto stretto col Signore, un’apertura radicale a Lui, un coinvolgimento totale in Lui. Con Lui utilizzano il linguaggio dell’amore, la stessa lingua che Gesù, ancora infante, già parla. Infatti i Magi vanno dal Signore non per ricevere, ma per donare. Ci chiediamo: a Natale abbiamo portato qualche dono a Gesù, per la sua festa, o ci siamo scambiati regali solo tra di noi?
  Se siamo andati dal Signore a mani vuote, oggi possiamo rimediare. Il Vangelo riporta infatti, per così dire, una piccola lista-regali: oro, incenso e mirra. L’oro, ritenuto l’elemento più prezioso, ricorda che a Dio va dato il primo posto. Va adorato. Ma per farlo bisogna privare sé stessi del primo posto e credersi bisognosi, non autosufficienti. Ecco allora l’incenso, a simboleggiare la relazione col Signore, la preghiera, che come profumo sale a Dio (cfr Sal 141,2). Ma, come l’incenso per profumare deve bruciare, così per la preghiera occorre “bruciare” un po’ di tempo, spenderlo per il Signore. E farlo davvero, non solo a parole. A proposito di fatti, ecco la mirra, unguento che verrà utilizzato per avvolgere con amore il corpo di Gesù deposto dalla croce (cfr Gv 19,39). Il Signore gradisce che ci prendiamo cura dei corpi provati dalla sofferenza, della sua carne più debole, di chi è rimasto indietro, di chi può solo ricevere senza dare nulla di materiale in cambio. È preziosa agli occhi di Dio la misericordia verso chi non ha da restituire, la gratuità! È preziosa agli occhi di Dio la gratuità. In questo tempo di Natale che volge al termine, non perdiamo l’occasione per fare un bel regalo al nostro Re, venuto per tutti non sui palcoscenici fastosi del mondo, ma nella povertà luminosa di Betlemme. Se lo faremo, la sua luce risplenderà su di noi.



Domenica 6-1-19 – Solennità dell’Epifania del Signore - Letture e sintesi dell’omelia delle Messa delle otto- avvisi del parroco e di A.C.


 Domenica 6-1-19 – Solennità dell’Epifania del Signore -   Lezionario dell’anno C per le domeniche e le solennità –  colore liturgico: bianco – salterio: proprio del Tempo -   Letture e sintesi dell’omelia delle  Messa delle otto- avvisi  del parroco e di   A.C.



Osservazioni ambientali: cielo sereno velato; temperatura ambientale 4° C.


 Alla Messa delle nove il gruppo di A.C. si siede nei banchi di sinistra, a fianco dell’altare, guardando l’abside.

 Nella cappella laterale di destra si può ammirare il bel presepio realizzato dall’amico  Stefano. Non arma di divisione e scontro tra culture, ma via verso il Vangelo: il Signore viene! Prepariamogli la via convertendoci al suo Vangelo, incessantemente, in questo tempo d’Avvento, come si predica in chiesa!

 Buona domenica a tutti i lettori!  


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Pillola di Concilio
Dal Decreto sull’apostolato dei laici L’apostolato - Apostolicam actuositatem del Concilio Vaticano 2° (1962-1965)
La spiritualità dei laici in ordine all'apostolato
4.  Siccome la fonte e l'origine di tutto l'apostolato della Chiesa è Cristo, mandato dal Padre, è evidente che la fecondità dell'apostolato dei laici dipende dalla loro unione vitale con Cristo, secondo il detto del Signore: « Chi rimane in me ed io in lui, questi produce molto frutto, perché senza di me non potete far niente » (Gv 15,5).
  Questa vita d'intimità con Cristo viene alimentata nella Chiesa con gli aiuti spirituali comuni a tutti i fedeli, soprattutto con la partecipazione attiva alla sacra liturgia. I laici devono usare tali aiuti in modo che, mentre compiono con rettitudine i doveri del mondo nelle condizioni ordinarie di vita, non separino dalla propria vita l'unione con Cristo, ma crescano sempre più in essa compiendo la propria attività secondo il volere divino.
  Su questa strada occorre che i laici progrediscano nella santità con ardore e gioia, cercando di superare le difficoltà con prudenza e pazienza. Né la cura della famiglia né gli altri impegni secolari devono essere estranei alla spiritualità della loro vita, secondo il detto dell'Apostolo: « Tutto quello che fate, in parole e in opere, fatelo nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie a Dio e al Padre per mezzo di lui » (Col 3,17).
  Tale vita richiede un continuo esercizio della fede, della speranza e della carità.
  Solo alla luce della fede e nella meditazione della parola di Dio è possibile, sempre e dovunque, riconoscere Dio nel quale « viviamo, ci muoviamo e siamo » (At 17,28), cercare in ogni avvenimento la sua volontà, vedere il Cristo in ogni uomo, vicino o estraneo, giudicare rettamente del vero senso e valore che le cose temporali hanno in se stesse e in ordine al fine dell'uomo.
  Quanti hanno tale fede vivono nella speranza della rivelazione dei figli di Dio, nel ricordo della croce e della risurrezione del Signore.
  Nel pellegrinaggio della vita presente, nascosti con Cristo in Dio e liberi dalla schiavitù delle ricchezze, mentre mirano ai beni eterni, con animo generoso si dedicano totalmente ad estendere il regno di Dio e ad animare e perfezionare con lo spirito cristiano l'ordine delle realtà temporali. Nelle avversità della vita trovano la forza nella speranza, pensando che « le sofferenze del tempo presente non reggono il confronto con la gloria futura che si rivelerà in noi» (Rm 8,18).
Spinti dalla carità che viene da Dio, operano il bene verso tutti e in modo speciale verso i fratelli nella fede (cfr. Gal 6,10) «eliminando ogni malizia e ogni inganno, le ipocrisie e le invidie, e tutte le maldicenze » (1 Pt 2,1), attraendo così gli uomini a Cristo.
  La carità di Dio, « diffusa nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato » (Rm 5,5), rende capaci i laici di esprimere realmente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesù povero, non si deprimono nella mancanza dei beni temporali, né si inorgogliscono nella abbondanza di essi; imitando Gesù umile, non diventano avidi di una gloria vana (cfr. Gal 5,26), ma cercano di piacere più a Dio che agli uomini, sempre pronti a lasciare tutto per Cristo (cfr. Lc 14,26) e a soffrire persecuzione per la giustizia (cfr. Mt 5,10), memori delle parole del Signore: « Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Coltivando l'amicizia cristiana tra loro si offrono vicendevolmente aiuto in qualsiasi necessità.
  Questa spiritualità dei laici deve parimenti assumere una sua fisionomia particolare a seconda dello stato del matrimonio e della famiglia, del celibato o della vedovanza, della condizione di infermità, dell'attività professionale e sociale. I laici non tralascino dunque di coltivare costantemente le qualità e le doti ricevute, corrispondenti a tali condizioni, e di servirsi dei doni ottenuti dallo Spirito Santo.
Inoltre, quei laici che, seguendo la propria particolare vocazione, sono iscritti a qualche associazione o istituto approvato dalla Chiesa, si sforzino di assimilare fedelmente la spiritualità peculiare dei medesimi.
  Tutti i laici facciano pure gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo: virtù senza le quali non ci può essere neanche una vera vita cristiana.
  Modello perfetto di tale vita spirituale e apostolica è la beata vergine Maria, regina degli apostoli, la quale, mentre viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo, e cooperava in modo del tutto singolare all'opera del Salvatore; ora poi assunta in cielo, « con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo ai pericoli e affanni fino a che non siano condotti nella patria beata». La onorino tutti devotissimamente e affidino alla sua materna cura la propria vita e il proprio apostolato.


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Prima lettura
Dal libro del profeta Isaia (Is 60,1-6)
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l'abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.



Salmo responsoriale
Dal salmo 71

Ritornello:  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra
O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto. 
Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra. 
I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti. 
Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri. 


Seconda lettura
Dalla  lettera di San Paolo apostolo agli Efesini (Ef3,2-3a.5-6)
Ef 3,2-5.5-6

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Abbiamo visto la sua stella in oriente
e siamo venuti per adorare il Signore. (Cfr. Mt 2,2)

Alleluia.


Vangelo
Dal Vangelo secondo  Matteo (Mt 2,1-12)

 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele"». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.

 

Sintesi dell’omelia della Messa delle otto

 In questa solennità del Tempo di Natale, siamo esortati ad alzarsi  e ad andare verso Gesù, sull’esempio dei Magi.

Sintesi di Mario Ardigò, per come ha compreso le parole del celebrante.
Avvisi del parroco:
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Avvisi di A.C.
 La riunione infrasettimanale del gruppo di AC si terrà martedì 8-1-19, alle 17, in sala rossa.