Aut-Aut
(2) e mie note in calce
Nel 1975, l’anno della mia maturità classica,
mio zio Achille, sociologo e ideologo, mio padrino di Cresima, mi prese da
parte, come per tutta la vita ha continuato a fare diverse volte l’anno, per
darmi un insegnamento esistenziale. Mi trovavo, in quel momento della mia vita,
davanti ad un Aut-Aut, mi disse.
Dovevo scegliere che cosa diventare.
Per spiegarmi l’alternativa mi regalò una
copia del libro Aut-Aut del filosofo
danese Sören Kierkegaard (1813-1855) in cui aveva segnato con
evidenziatore rosso alcuni brani. Dopo
che ebbi letto il libro, mio zio mi parlò a lungo sui temi che vi erano
trattati.
Quei testi evidenziati da mio zio Achille, e
le spiegazione che poi lui me ne diede,
possono essere oggi considerati il messaggio di vita della sua
generazione, in particolare di coloro
che avevano avuto un ruolo importante nella costruzione della nuova democrazia
italiana dopo la disfatta del fascismo storico,
a quelli della mia generazione.
Ne
proseguo qui la pubblicazione. L’edizione di Aut-Aut è quella pubblicata
negli Oscar Mondadori nel 1975.
Farò precedere o seguire alle frasi
evidenziate dallo zio Achille altre, scritte in corsivo, che servono a chiarire
il contesto in cui quelle evidenziate si inseriscono. Queste ultime, quelle che
allo zio Achille interessava comunicarmi, le scriverò in grassetto.
[dall’introduzione
Kierkegaard e la vita etica di Remo
Cantoni, nell’edizione di Aut-Aut che mi fu regalata dallo zio
Achille]
[…] Se si tratta di decidere tra la vita
estetica e la vita etica, è una scelta che si impone, una risoluzione che
modifica radicalmente l’uomo in questa alternativa.
[…]
L’uomo che vive esteticamente,
ricercando sotto tutte le forme il piacere e il godimento, si presta a tutte le
trasformazioni, s’impregna di tutti gli ambienti che attraversa, altera in ogni
nuova esperienza il suo tono sentimentale, e scinde la sua personalità in una
serie di incarnazioni effimere, sfibrando l’unità del suo centro spirituale,
della sua coscienza, in una fantasmagoria di figure divergenti, smarrendo la
possibilità di ritrovarsi e di raccogliersi in se stesso. In questa
dispersione, in questo frammentarismo psichico, egli ritiene di vivere la più
splendida e dolce delle esistenze, che gli consente di assaporare tutti i doni e i beni della
vita, senza impregnarsi mai fino in fondo, lasciando sempre uno spiraglio
aperto verso una nuova possibilità. L’etica vuol distogliere l’uomo dalla
distrazione nel molteplice e nel finito, e aprirgli l’accesso all’unità
infinita della personalità nel suo fondamento religioso. L’etica sta così tra
l’estetica e la religione, e mentre persuade l’uomo che il senso della vita non
può consistere nel finito ma in una più
alta vocazione, riassorbe in se stessa il momento estetico.
[…]
Il tema
di Aut-Aut è dunque quello della personalità nella sua solidità e coesione
morale.
Aut-Aut:
messaggio alle nuove generazioni (2)
[…] Non
sono un filosofo e […] non è affatto
mia intenzione intrattenermi con te di questo o di quel fenomeno di quel tempo
ma rivolgermi a te per farti in ogni
momento capire che sei proprio tu che mi stai a cuore. Pertanto, ora che sono già giunto a questo punto, voglio indagare un po’
più attentamente come stiano le cose riguardo alla mediazione filosofica dei
contrari.
[…]
Se è
vero che vi è un futuro, così è altrettanto vero che vi è un aut-aut. Il tempo
in cui vive il filosofo non è affatto il tempo assoluto, è anch’esso un
momento.
[…]
La
nostra epoca, a un’epoca futura apparirà come un momento discorsivo, e una
filosofia di un tempo più assoluto ancora, medierà il nostro tempo, e così via.
[…]
…se si rinuncia alla mediazione, si
rinuncia alla speculazione. D’altra parte dà da pensare il riconoscerlo; poiché
se si riconosce la mediazione non esiste neppure un assoluto aut-aut. Qui sta
la difficoltà: pure credo che essa in pare sia dovuta al fatto che si confondono tra loro due sfere, quella
del pensiero e quella della libertà. Per il pensiero il contrario non esiste; una cosa trapassa nell’altre per poi
ricollegarsi in una unità più alta. Per
la libertà il contrario esiste;
poiché essa esclude e accoglie.
[…]
Le sfere con cui la filosofia ha da fare
propriamente, sono sfere tipiche del pensiero, e cioè, la logica, la natura, la
storia. Qui impera la necessità e perciò la mediazione ha il suo valore. Che
sia così per la logica e per la natura, nessuno lo può negare; per la
storia invece
abbiamo delle difficoltà; poiché si dice
che vi regna la libertà. Pertanto credo che si giudichi impropriamente la
storia e che la difficoltà sorga proprio per questo. La storia infatti è
qualcosa di più che un prodotto delle libere azioni dei liberi individui. L’individuo
agisce, ma questa azione entra in un ordine di cose che sostiene tutta l’esistenza.
Chi agisce non sa quello che ne consegue. Ma questo più alto
ordine di cose, che, per così dire, digerisce le libere azioni e le assimila
nelle sue leggi eterne è la necessità, e questa necessità e il movimento della
storia mondiale. […]
Se considero una individualità storica,
posso distinguere tra le azioni delle quali la storia scritta dice che derivano
da essa e le azioni colle quali essa appartiene alla storia. La filosofia non
ha nulla da fare con quella che si potrebbe chiamare azione interna; ma questa
azione interna è la vera vita della libertà. La filosofia considera l’azione
esterna, e non la vede nemmeno isolata, ma la vede assunta e trasformata nel
processo storico mondiale. Questo processo è il vero oggetto della filosofia
che lo considera sotto la determinazione della necessità. Perciò essa allontana quella riflessione
che vorrebbe far notare che tutto potrebbe essere diverso e considera la storia in modo che non vi sia
alcun problema circa la possibilità di un aut-aut.
[…]
Perfino l’individuo più meschino ha in questo modo una duplice
esistenza. Anch’egli ha una storia e questa non è soltanto un prodotto delle sue
libere azioni. L’azione interna invece gli appartiene e gli apparterrà per
tutta l’eternità; questa non gli può esser tolta né dalla
sua storia né da quella del mondo, essa lo segue per sua gioia o per suo
dolore. In questo mondo regna un aut-aut assoluto, ma la filosofia non ha da
fare con questo mondo. Se immagino un uomo anziano che guardi indietro ad una vita movimentata, egli nel suo
pensiero ne scorge la mediazione, poiché la sua storia
è intrecciata con quella del suo tempo; ma la sua azione interiore non è
toccata da nessuna mediazione. Un aut-aut costantemente disgiunge ciò
che era disgiunto quando scelse. Al posto della
mediazione, compare qui il pentimento; ma il pentimento
non è mediazione, esso non guarda desideroso quei contrari che devon essere
mediati, la sua ira consuma, soffre di ciò che non avrebbe dovuto avvenire;
esso esclude, al contrario della mediazione che include. Qui appare anche che io non presumo un male
radicale, poiché stabilisco la realtà del pentimento. Il pentimento è un’espressione
di conciliazione, ma è anche un’espressione assolutamente irriconciliante.
Mie note operative
Alle mie figlie, quando frequentarono in
parrocchia il catechismo di secondo livello, quello per la Cresima, fu fatto un discorso che più o meno suonava così, tra detto e fatto intuire per fatti concludenti, per così dire:
“Tutto
quello che esce dalla tua libertà è peccato e non vale niente. E’ bene che tu
te ne renda conto. Qualunque risposta tu dia alle domande che ti poniamo qui a
catechismo è sbagliata, anche quando ti
limiti a ripetere con precisione quello che ti abbiamo detto. Impara a
conoscere te stessa: tu sei così. Gesù, però, ti ama lo stesso; noi ti amiamo lo stesso. Devi
solo obbedire a Gesù, e a noi catechisti che ti portiamo la sua voce
in Terra. Allora sarai accettata nella comunità, che è la manifestazione
sulla Terra della nuova realtà iniziata da Gesù, nonostante le tue imperfezioni,
le tue carenze. Obbedendo fedelmente a
ciò che ti consigliamo, rimanendo nella comunità e conformandoti ad essa, potrai poi cambiare,
andare più avanti nel cammino di fede.”
Quando le mie figlie, ciascuna a suo tempo,
mi chiesero se dovevano seguire quell’insegnamento,
io dissi loro che non erano obbligate a farlo, che erano libere di non
seguirlo, perché per me, con Lorenzo Milani, l’obbedienza non è più una virtù,
ma la più subdola delle tentazioni. La responsabilità, in quell’aut-aut
della loro vita, era loro, integralmente loro, innanzi tutto quella di stabilire se gli insegnamenti dei catechisti indicassero effettivamente la via di Gesù e se fossero l'unico modo per seguire quella via.
Questa mia convinzione era sostanzialmente in
linea con l’insegnamento di vita ricevuto dallo zio Achille. Ognuno rimane
personalmente responsabile delle decisioni che assume negli aut-aut della sua vita. L’etica è molto importante
nella vita di una persona. Ma una decisione non è etica se fatta solo per
obbedienza. E la possibilità di una decisione veramente etica esiste solo
quando è mantenuto il senso del valore della propria persona, “nella sua solidità e coesione
morale”. Nessuna decisione etica si costruisce sulle rovine della propria
personalità ed è puramente dispotica, e contraria a quell’orizzonte etico
fondato sulla libertà, l’idea di costruire sulle rovine di una personalità,
di dover demolire la personalità degli altri per
poi riscostruirla in un certo modo. Questa appunto è stata una delle idee
chiave di tutti i totalitarismi del secolo scorso e lo è anche del movimento
politico-religioso che sta travagliando il Vicino Oriente e il Nord-Africa.
Essa circola in Italia per la persistenza di spezzoni della cultura
potentemente inoculata nella nazione dal fascismo storico, anche se di ciò in
genere si è persa consapevolezza.
La nostra fede è via verso la libertà, come scrisse Paolo Giuntella.
Per questo, quando le mie figlie mi fecero
quella domanda, se dovevano seguire l’impostazione
dei loro catechisti, io tenni a mantenere quello spazio di libertà, la concreta possibilità di decidere sull’aut-aut
che si poneva nella loro vita, e quindi dissi loro che non erano tenute a farlo,
che erano
libere di non seguire quell’impostazione. E non la seguirono.
Sento che da noi si sostiene che questo
sarebbe stato, da parte mia, un abdicare alla funzione propria del padre, di dirigere autorevolmente la vita dei
figli. Io non lo concepisco così. Non sono mai stato e mai sarò un padre come si voleva che lo si fosse sotto il fascismo storico. La mia fede è stata sempre vissuta in una vera
libertà.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli