[dall’Enciclica di papa Francesco Laudato si’, 24-5-15, diffusa
il 18-6-15]
66.
[…] L’armonia tra il Creatore, l’umanità
e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto
di Dio, rifiutando di conoscerci come creature limitate. Questo fatto ha
distorto la natura del mandato di
soggiogare la terra (Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (Gen 2,15). Come
risultato, la relazione originariamente armonica tra essere umano e natura si è
trasformata in un conflitto.
[…]
67.[…] Anche se è vero che qualche
volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi
dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e
dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle
altre creature. E’ importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con
una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e
custodire” il giardino del mondo (Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare
o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare,
conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra
essere umano e natura. Ogni comunità può prendere dalla bontà della terra ciò
di cui ha bisogno per la propria sopravvivenza, ma ha anche il dovere di
tutelarla e garantire la continuità
della sua fertilità per le generazioni future. In definitiva “del Signore è la
terra” (Sal 24,1), a Lui appartiene “la terra e quanto essa contiene” (Dt
10,14). Perciò Dio nega ogni pretesa di proprietà assoluta: “Le terre non
si potranno vendere per sempre, perché
la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti” (Lv 25,23).
68. Questa responsabilità di fronte a
una terra che è di Dio implica che l’essere
umano, dotato di intelligenza, rispetti le leggi della natura e i delicati
equilibri tra gli essere di questo mondo, perché “al suo comando sono stati
creati. Li ha resi stabili nei secoli per sempre; ha fissato un decreto che non
passerà” (Sal 148, 5b-6). Ne consegue il fatto che la legislazione biblica si
soffermi a proporre all’essere umano diverse norme, non solo in relazione agli
altri esseri umani, ma anche in relazione agli altri esseri viventi: “Se vedi l’asino
di tuo fratello o il suo bue caduto lungo la strada, non fingerai di non averli
scorti […] Quando cammin facendo,
troverai sopra un albero o per terra un nido d’uccelli con uccellini o uova e
la madre che sta covando gli uccellini o le uova, non prenderai la madre che è
con i figlio” (Dt 22,4-6). In questa line, il riposo del settimo giorno non è
proposto solo per l’essere umano, ma anche “perché possano godere quiete il tuo
bue e il tuo asino (Es 23,12).
L’apparato di citazioni bibliche è la parte
più insoddisfacente, perché meno sviluppata, dell’enciclica Laudato si’. C’è sicuramente molto
lavoro da fare per i teologi, in particolare per i teologi biblici.
D’altra parte, i problemi ecologici come si
presentano ai tempi nostri erano sconosciuti agli autori dei libri delle
Scritture. Essi poi partivano dall’idea di una perfezione originaria della
natura, deturpata dal peccato degli esseri umani, che sappiamo irrealistica. La
natura veniva concepita come manifestazione della gloria di Dio, mentre
nell’era contemporanea ne vediamo anche gli equilibri instabili e, in
particolare, i problemi derivati dall’evoluzione degli organismi viventi,
quindi le imperfezioni. C’era infine l’idea di una Provvidenza che desse ad ogni
vivente di che sopravvivere, mentre l’osservazione più realistica della natura
dei tempi nostri ce la presenta come teatro di una lotta acerrima tra viventi
per la sopravvivenza ciascuno a spese degli altri, uno scenario in cui tutti si nutrono di
tutti, dai micro-organismi monocellulari che colonizzano anche i nostri corpi ai
più grandi mammiferi. Oggi sappiamo, e siamo giunti ad accettare, che questa
realtà ha preceduto di molto la comparsa delle specie umane sulla Terra.
In definitiva tutto l’insegnamento biblico in
materia di ecologia come oggi la intendiamo, al tempo dell’umanità che ha
acquisito un potere straordinario di influire sull’ambiente in cui essa e gli
altri viventi non umani sono immersi, può vedersi condensata nel versetto di Deuteronomio 2,15: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel
giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”; che nella
narrazione biblica viene però riferito a
un immaginario stato di perfezione prima della Caduta dei progenitori.
Nella realtà, gli esseri umani, fin dalla loro
lenta differenziazione dai viventi non umani, si sono sempre trovati inseriti
in una natura molto violenta e omicida, della quale solo negli ultimi due
secoli hanno cominciato ad avere ragione, prima sui grandi organismi, sulle
belve predatrici, e molto più di recente anche su una buona parte dei microrganismi
patogeni. Il clima, i moti tellurici e vulcanici e i grandi maremoti sfuggono
ancora al loro dominio. Quando al primo l’umanità può solo cercare di contenere
l’influsso nocivo delle emissioni, sversamenti e accumuli velenosi nell’ambiente
delle sue civiltà. E, in ultimo, le dinamiche di interazione delle società
umane ricalcano ancora in gran parte quelle naturali, violente, stragiste, secondo il principio che “il pesce grosso mangia il pesce piccolo”.
Come è stato osservato, la
teologia che sta dietro al pensiero e all’esempio di vita di Francesco d’Assisi
in materia di natura non comprendeva la sensibilità ecologica contemporanea,
ipotizzando sostanzialmente, sulla scorta dell’insegnamento biblico, una
Creazione perfetta, manifestazione della perfezione del Creatore, a cui tornare
conformandole le società umane. Si trattava, dunque, di lodare il Creatore lodando la perfezione della sua Creazione. Ai tempi nostri, invece, vorremmo farci collaboratori nella Creazione, correggendo la brutale legge
di natura (a partire dalle società umane) che, se imitata dagli esseri umani
nella loro massima potenza terrena mai raggiunta storicamente, condurrebbe alla
catastrofe ecologica.
La scarsità dei riferimenti biblici si fa
ancora più acuta nel campo di quelli neotestamentari.
Quelli che mi appaiono più
significativi, nell’ottica dell’ecologia
integrale proposta dall’enciclica e secondo una visione realistica della
natura, sono i seguenti:
La violenza che c’è nel
cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che
avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo,
fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata
terra, che « geme e soffre le doglie del parto »[…] (Rm 8,22). [n.2]
[…]
Secondo la comprensione
cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il
mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine: « Tutte le cose sono state
create per mezzo di lui e in vista di lui » (Col 1,16). [n.99]
[…]
Il Nuovo Testamento non solo ci parla del
Gesù terreno e della sua relazione tanto concreta e
amorevole con il mondo. Lo mostra anche risorto e glorioso, presente in tutto
il creato con la sua signoria universale: « È piaciuto infatti a Dio che abiti
in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano
riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia
le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli » (Col 1,19-20) [100].
Tutti questi brani biblici mi paiono
suggerire l’idea di una natura pacificata
come orizzonte religioso ideale e
quindi di un nostro impegno di umani in quella direzione. Originano dalla
teologia di Paolo di Tarso.
I brani evangelici in materia di natura citati
nell’enciclica fanno invece riferimento all’azione Provvidenziale nella natura
e ispirarono poi la teologia di Francesco d’Assisi. Essi non propongono una
visione realistica della natura, ma mi appaiono diretti essenzialmente a
liberare l’animo umano dall’ossessione del futuro e dell’accumulo di ricchezze
per parare le sue avversità, nel tempi di magra.
Che dobbiamo concludere? Che non ci siano
sufficienti basi teologiche per la rivoluzione ecologica proposta dall’autore
della Laudato si’?
Non è così, a mio parere.
E’ che siamo solo all’inizio di un percorso. Il
quadro biblico e teologico è appena
abbozzato nell’enciclica. Serve una teologia nuova per tempi nuovi. C’è molto lavoro da fare. La via da seguire è
indicata nell’enciclica nella costruzione di un’idea di fraternità che comprenda
anche i viventi non umani e finanche le componenti non viventi dell’ambiente:
Così come succede quando
ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la
luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella
sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il
creato, e predicava persino ai fiori e « li invitava a lodare e amare Iddio,
come esseri dotati di ragione ». La sua
reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo
economico, perché per lui qualsiasi
creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si
sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Il suo discepolo
san Bonaventura narrava che lui, « considerando che tutte le cose hanno un’origine
comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o
sorella ». Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo
irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro
comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa
apertura allo stupore e alla meraviglia, se
non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra
relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore,
del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di
porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo
intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno
in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un
ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare
della realtà un mero oggetto di uso e di dominio. [n.11]
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
