giovedì 25 giugno 2015

Difficile libertà

Difficile libertà

  La dignità delle persone deve essere rispettata indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Questo ci è stato detto l’altro giorno da fonte religiosa autorevole. Si tratta di un principio che per gli italiani è legge suprema dal 1948.
  La medesima fonte ci ha anche detto di sentirsi a disagio nel definire irregolari  alcuni tipi di famiglie. Questa sensibilità esprime qualcosa di più, vale a dire l’esigenza di rispettare la dignità delle persone anche nel  loro orientamento sessuale. A tanto la dottrina emanata dai nostri capi religiosi non era mai arrivata. Noi fedeli, però, senz’altro sì. Siamo molto più avanti dei nostri capi religiosi, con tutta la loro dottrina teologica. Si sono incartati nella loro teologia, negli impedimenti insuperabili che loro stessi hanno costruito, mentre noi ne siamo venuti fuori da tempo, cambiando le nostre vite. Ora loro devono capire come fare a venirci dietro.
  Nella vita di tutti i giorni in genere non diamo degli  irregolari a coloro che convivono senza essere sposati o senza essere sposati in chiesa. Quando però veniamo in parrocchia talvolta è diverso, cambiamo. Non è così? Ci permettiamo la libertà di insultare gli altri dando loro degli irregolari se convivono senza essere sposati o senza essere sposati in chiesa, se sono sposati ma separati o se sono divorziati. Ma anche avere solo un figlio o due figli porta al limite della regolarità come la concepiamo: le famiglie non abbastanza prolifiche,  benché non si osi definirle irregolari, sono tollerate, sospettate di egoismo. E gli irregolari poi ci lasciano e rimaniamo come un corpo estraneo  nel quartiere.
  E sabato scorso abbiamo manifestato a viva voce la nostra disapprovazione contro gli omosessuali che vogliono veder riconosciute le loro famiglie, formate sulla base del loro  orientamento sessuale. Abbiamo sostanzialmente dato loro degli incostituzionali, quindi degli illegali, affermando che il nostro ordinamento civile conoscerebbe un unico modello di famiglia, quello fondato sull’unione matrimoniale tra un uomo e una donna, che sarebbe, appunto, la  famiglia costituzionale. E questo benché nella Costituzione non ci sia scritto nulla del genere. E sarebbe ben strano il contrario, trattandosi di un testo ispirato ad elevanti principi sociali e, innanzi tutto, a quello supremo del riconoscimento di tutte le formazioni sociali in cui si svolge la personalità umana. L’eterosessualità obbligatoria la si vuole derivare dal fatto che in Costituzione si parla di famiglia come società naturale. Ma nella natura, oggi lo accettiamo, ce lo dice la scienza, c’è anche l’omosessualità.
 Noi dunque, talvolta, ci prendiamo la libertà, in religione, di discriminare  quelli che riteniamo irregolari, omosessuali compresi. La rivendichiamo a viva voce questa libertà di discriminare. Invochiamo la Costituzione vigente, che invece ci condanna a chiare lettere, nelle nostre discriminazioni:
art.3 Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
 E’ legge e legge suprema della Repubblica
 La libertà di discriminare è puro arbitrio sociale e come tale, essa sì, è incostituzionale.
 Alcuni di noi cominciano però a sentirsi a disagio. Certe parole cominciano a sentirle inappropriate. Irregolari. Cominciamo a capire il dolore che abbiamo tanto a lungo inflitto e continuiamo a infliggere a quelli che colpiamo, che offendiamo, con l’epiteto di irregolare. Siamo sul punto di una conversione?
 E allora? Come uscirne? Che cosa ci impedisce di cambiare, di pentirci anche di quelle arbitrarie discriminazioni, di quelle offese ingiuste?
 Siamo organizzati come un impero religioso. Attendiamo istruzioni dall’alto, ci dicono. Se i  nostri capi religiosi, riuniti in concilio, non ci danno l’assenso, noi non ce la sentiamo di cambiare. O, forse, lo facciamo, ma non lo proclamiamo. Ecco che, poi, abbiamo una dottrina che non segue la nostra vita, che è una vita buona in quanto ha ripudiato le discriminazioni ingiuste del passato e rifiuta di continuare a infliggere dolore in società.
 Ma dall’alto è venuta un’apertura, si osserva. Apertura? Questo fatto di dovere attendere aperture dall’alto mi umilia come persona di fede. La mia fede è via verso la libertà. Non devo attendere nessuna apertura dai miei sovrani religiosi per essere ciò che devo. Lo devo fare oggi, subito!, perché la fede rende liberi e la libertà impone delle scelte con responsabilità personale e diretta. Non sono un suddito di un impero religioso, qualunque cosa sia scritta nel codice di diritto canonico vigente, non è quel testo la base della mia fede: lo si è cambiato e lo si cambierà ancora, ma le parole sulle quali faccio affidamento, che sono altre, non cambieranno. Non sono uno schiavo, benché  comprato a caro prezzo; sono stato elevato al rango di amico del fondamento dell’universo. E’ questo che fonda la mia libertà di credente.
 Io, come persona di fede, non solo sono  a disagio nel dare degli irregolari  ad altre famiglie, ma me ne vergogno e non lo voglio fare mai più! Neanche in parrocchia e, anzi, meno che mai lì.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli