Difficile libertà
La dignità delle persone deve essere rispettata indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Questo ci è stato
detto l’altro giorno da fonte religiosa autorevole. Si tratta di un principio
che per gli italiani è legge suprema dal 1948.
La medesima fonte ci ha anche detto di sentirsi a disagio nel definire irregolari alcuni tipi di famiglie. Questa sensibilità
esprime qualcosa di più, vale a dire l’esigenza di rispettare la dignità delle
persone anche nel loro orientamento sessuale. A tanto la
dottrina emanata dai nostri capi religiosi non era mai arrivata. Noi fedeli,
però, senz’altro sì. Siamo molto più avanti dei nostri capi religiosi, con
tutta la loro dottrina teologica. Si sono incartati nella loro teologia, negli impedimenti insuperabili che loro stessi hanno costruito, mentre noi ne siamo venuti fuori da tempo, cambiando le nostre vite. Ora loro devono capire come fare a venirci dietro.
Nella vita di tutti i giorni in genere non diamo degli irregolari a coloro che
convivono senza essere sposati o senza essere sposati in chiesa. Quando però
veniamo in parrocchia talvolta è diverso, cambiamo. Non è così? Ci permettiamo la libertà
di insultare gli altri dando loro degli irregolari
se convivono senza essere sposati o senza essere sposati in chiesa, se sono
sposati ma separati o se sono divorziati. Ma anche avere solo un figlio o due
figli porta al limite della regolarità
come la concepiamo: le famiglie non abbastanza prolifiche, benché non si osi definirle irregolari, sono tollerate, sospettate
di egoismo. E gli irregolari poi ci lasciano e rimaniamo
come un corpo estraneo nel quartiere.
E sabato scorso abbiamo manifestato a viva voce la nostra disapprovazione
contro gli omosessuali che vogliono veder riconosciute le loro famiglie, formate sulla base del loro orientamento sessuale.
Abbiamo sostanzialmente dato loro degli incostituzionali,
quindi degli illegali, affermando che
il nostro ordinamento civile conoscerebbe un unico modello di famiglia, quello fondato sull’unione
matrimoniale tra un uomo e una donna, che sarebbe, appunto, la famiglia costituzionale. E questo benché
nella Costituzione non ci sia scritto nulla del genere. E sarebbe ben strano il
contrario, trattandosi di un testo ispirato ad elevanti principi sociali e,
innanzi tutto, a quello supremo del riconoscimento
di tutte le formazioni sociali in cui si svolge la personalità umana. L’eterosessualità
obbligatoria la si vuole derivare dal fatto che in Costituzione si parla di
famiglia come società naturale. Ma
nella natura, oggi lo accettiamo, ce lo dice la scienza, c’è anche l’omosessualità.
Noi dunque, talvolta, ci prendiamo la libertà,
in religione, di discriminare quelli che riteniamo irregolari, omosessuali compresi. La rivendichiamo a viva voce
questa libertà di discriminare.
Invochiamo la Costituzione vigente, che invece ci condanna a chiare lettere,
nelle nostre discriminazioni:
art.3 Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale
e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali”.
E’ legge e legge suprema della Repubblica
La libertà
di discriminare è puro arbitrio sociale e come tale, essa sì, è
incostituzionale.
Alcuni di noi cominciano
però a sentirsi a disagio. Certe parole cominciano a sentirle inappropriate. Irregolari. Cominciamo a capire il
dolore che abbiamo tanto a lungo inflitto e continuiamo a infliggere a quelli
che colpiamo, che offendiamo, con l’epiteto di irregolare. Siamo sul punto di una conversione?
E allora? Come uscirne? Che cosa ci impedisce
di cambiare, di pentirci anche di quelle arbitrarie discriminazioni, di quelle
offese ingiuste?
Siamo organizzati come un impero religioso.
Attendiamo istruzioni dall’alto, ci dicono. Se i nostri capi religiosi, riuniti in concilio,
non ci danno l’assenso, noi non ce la sentiamo di cambiare. O, forse, lo
facciamo, ma non lo proclamiamo. Ecco che, poi, abbiamo una dottrina che non
segue la nostra vita, che è una vita buona in quanto ha ripudiato le
discriminazioni ingiuste del passato e rifiuta di continuare a infliggere
dolore in società.
Ma dall’alto è venuta un’apertura, si osserva. Apertura?
Questo fatto di dovere attendere aperture
dall’alto mi umilia come persona di fede. La mia fede è via verso la libertà.
Non devo attendere nessuna apertura
dai miei sovrani religiosi per essere ciò che devo. Lo devo fare oggi, subito!,
perché la fede rende liberi e la libertà impone delle scelte con responsabilità
personale e diretta. Non sono un suddito di un impero religioso, qualunque cosa
sia scritta nel codice di diritto canonico vigente, non è quel testo la base
della mia fede: lo si è cambiato e lo si cambierà ancora, ma le parole sulle
quali faccio affidamento, che sono altre, non cambieranno. Non sono uno
schiavo, benché comprato a caro prezzo; sono stato elevato
al rango di amico del fondamento dell’universo.
E’ questo che fonda la mia libertà di credente.
Io, come persona di fede, non solo sono a
disagio nel dare degli irregolari ad altre famiglie, ma me ne vergogno e non lo voglio fare mai più! Neanche in
parrocchia e, anzi, meno che mai lì.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli