domenica 28 giugno 2015

L’incubo del gender

L’incubo del gender

Un tentativo di raffigurare il malvagio gender

 
Nazioni europee che hanno introdotto il matrimonio fra persone omosessuali


  Come molti altri in società non riesco a individuare le fonti dell’ideologia gender che vorrebbe corrompere i nostri figli, insegnando loro ad andare contro natura costruendosi a piacimento la propria identità sessuale. Ne ho sentito parlare e ne ho letto solo da parte degli attivisti anti-gender. I nostri capi religiosi danno loro credito. Fatto sta che la nostra scuola pubblica, secondo loro, ne sarebbe stata asservita. Giungono lettere ultimative ai dirigenti scolastici di genitori che non vogliono che i loro figli vi siano esposti. Sul banco degli accusati, in questa sorta di neo-inquisizione, ci sono quindi anche la Ministra della pubblica istruzione e gli insegnanti statali. Insieme a una parlamentare che ha proposto un disegno di legge per riconoscere le unioni civili tra persone omosessuali. Sullo sfondo, gran parte delle nazioni dell’Europa Occidentale, l’Unione Europea, le Nazioni Unite e gli Stati Uniti d’America, antesignani della lotta contro le discriminazioni a sfondo sessuale e la cui Corte Suprema  il 26 giugno scorso ha dichiarato incostituzionale il divieto di matrimoni fra persone omosessuali.
 Il giudice della Corte Suprema statunitense Anthony Kennedy, di orientamento conservatore, ha sintetizzato così le motivazioni di quella sentenza:
 “Non abbiamo creato un nuovo diritto, ma garantito un diritto già sancito nella Costituzione e non praticato per diversa cultura della società.
 Sotto la Costituzione le coppie dello stesso sesso cercano nel matrimonio le stesse condizioni legali delle coppie eterosessuali. Sarebbe discriminatorio per le loro scelte, e umiliante per la loro personalità, negare questi diritti.”
 Il medesimo argomento può valere nel nostro regime costituzionale. La nostra Costituzione e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sono ispirate ai medesimi principi. E’ per questo che sono convinto che anche la Repubblica Italiana seguirà la medesima via, prima o poi.
 Qui però si è in un contesto diverso da quello prospettato dagli attivisti anti-gender: ci sono persone ingiustamente discriminate, in particolare una minoranza di persone discriminate, e una legge suprema di civiltà che entra in azione contro maggioranze discriminanti. Va anche notato che non è nemmeno più sicuro che, anche da noi, quelle maggioranze siano tali. Secondo statistiche affidabili gli italiani si dividono più o meno a metà. Se però consideriamo le opinioni di chi ha meno di trentacinque anni e delle persone con istruzione più elevata, circa due terzi sono a favore dell’istituzione del matrimonio fra persone omosessuali.  La situazione è opposta tra gli ultrasessantenni, l’età della gran parte dei nostri capi religiosi.
 Anche le Linee di orientamento per azioni di prevenzione  e di contrasto del bullismo e del cyberbullismo, della Ministro dell’Istruzione, dell’aprile 2015, si muovono nella stessa ottica, vanno nella medesima direzione, del contrasto contro discriminazioni ingiuste e dolorose:
 “Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è impegnato da anni sul fronte della prevenzione del fenomeno del bullismo e, più in generale, di ogni forma di violenza, e ha messo a disposizione delle scuole varie risorse per contrastare questo fenomeno ma soprattutto ha attivato strategie di intervento utili ad arginare comportamenti a rischio determinati, in molti casi, da condizioni di disagio sociale non ascrivibili al solo contesto educativo scolastico.
[…]
 Gli atti di bullismo e di cyberbullismo si configurano sempre di più come l’espressione di scarsa tolleranza e della non accettazione verso chi è diverso per etnia, per religione, per caratteristiche psico-fisiche, per genere, per identità di genere, per orientamento sessuale e per particolari realtà familiari: vittime del bullismo sono sempre più spesso, infatti, adolescenti su cui gravano stereotipi che scaturiscono da pregiudizi discriminatori. E’ nella disinformazione e nel pregiudizio che si annidano fenomeni di devianza giovanile che possono scaturire in violenza generica o in più strutturate azioni di bullismo.
[…]
 Interventi mirati vanno, dunque, attuati da un lato sui compagni più sensibili per renderli consapevoli da aver in classe un soggetto particolarmente vulnerabile e bisognoso di protezione; dall’altro sugli insegnanti affinché acquisiscano consapevolezza di questa situazione come di altre “diversità”.
 Il considerare, per esempio, “diverso” un compagno di classe perché ha un orientamento sessuale o un’identità di genere reale o percepita differente dalla propria poggia le sue basi sulla disinformazione e su pregiudizi molto diffusi che possono portare a non comprendere la gravità dei casi, a sottostimare gli eventi e a manifestare maggiore preoccupazione per l’orientamento della vittima che per l’episodio di violenza in sé. Nel caso specifico, infatti, la vittima del bullismo omofobico molto spesso si rifugia nell’isolamento non avendo adulti di riferimento che possano comprendere la condizione oggetto dell’offesa.
 A tal proposito, Scuola e Famiglia possono essere determinanti nella diffusione di un atteggiamento mentale e culturale che consideri la diversità come una ricchezza e che educhi all’accettazione, alla consapevolezza dell’altro, al senso della comunità e della responsabilità collettiva. Occorre, pertanto, valorizzare i Patto di corresponsabilità educativa previsto dallo Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria: la scuola è chiamata ad adottare misure atte a prevenire e contrastare ogni forma di violenza e di prevaricazione; la famiglia è chiamata a collaborare, non solo educando i propri figli ma anche vigilando sui loro comportamenti.
 Per definire una strategia ottimale di prevenzione e di contrasto, le esperienze acquisite e le conoscenze prodotte vanno contestualizzate alla luce dei cambiamenti che hanno profondamente modificato le società sul piano etico, sociale e culturale e ciò comporta una valutazione ponderata delle procedure da adottare per riadattarle in ragione di nuove variabili, assicurandone in tal modo l’efficacia.”
  Gli attivisti anti-gender parlano invece, con tono accorato, di un’aggressione perversa  dei  pro-gender  per corrompere i nostri figli fin dalla scuola.
 Avendo sposato un’insegnante statale e conoscendo quindi piuttosto bene il mondo della scuola pubblica, posso testimoniare e garantire che nulla di simile si sta progettando nella scuola statale. Educare a non discriminare gli altri su base sessuale è un altro discorso, è la Costituzione della Repubblica, la legge suprema dello stato, alla quale gli insegnanti statali, come anche tutti gli insegnanti delle scuole paritarie, anche quelle gestite da enti religiosi, come, infine, tutti i cittadini, devono obbedienza. Ci mancherebbe altro che un genitore potesse opporsi all'insegnamento ai suoi figli dei principi fondamentali di cui all'art.3 della Costituzione, secondo il quale: 
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale  e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
 E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando difatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."
 L’idea, attribuita all’ideologia gender, che ognuno possa riuscire effettivamente a costruirsi a piacimento, secondo il suo capriccio, la propria identità sessuale è piuttosto bislacca. Ma in effetti non  è questo, se ho ben capito, che sostengono i movimenti per i diritti civili delle persone omosessuali. Ognuno, comprese le persone omosessuali, ha l’identità sessuale che si ritrova al termine di un processo fisiologico e psicologico su cui in genere si ha poca possibilità di influire e che, quindi, in questo senso, è naturale. Il problema sorge quando a una persona viene negato di manifestare ed esprimere, anche in una relazione umana adeguata e corrispondente, l’identità sessuale che si ritrova. Quando una persona, per l’identità sessuale che si ritrova, è presa in giro, offesa, colpita, emarginata o esclusa in società, considerata dannosa, fin da molto piccola, fin dalle scuole. E questo solo perché la sua identità sessuale non corrisponde a determinati modelli ritenuti normativi in società, non perché sia realmente dannosa per la società, o pericolosa per il benessere fisico o psicologico, l'incolumità, la vita e la sicurezza delle altre persone con cui entra in relazione. Posta così la questione, l’evoluzione storica sul tema mostra una sua coerenza: in Occidente si va dalla discriminazione all’integrazione. Questa dinamica riguarda anche l’integrazione razziale e delle donne ed è in corso nel mondo Occidentale dall’Ottocento. Corrisponde ad una conquista culturale faticosa ma ormai molto radicata nei nostri popoli, anche tra le persone evangelizzate e ancora religiose. I tentativi di contrastarla sono destinati al fallimento, a meno di una improbabile ripresa di regimi di tipo fascista, che storicamente, ultimi in Europa il franchismo spagnolo e il salazarismo portoghese, veicolarono la discriminazione su base sessuale, appoggiati in ciò da correnti clericali o, comunque, proponendo anche motivazioni di tipo religioso. Se però c’è effettivamente un complotto gender la cosa prende un aspetto  diverso. La situazione si rovescia: invece di maggioranze che aggrediscono  minoranze per discriminarle, come avvenne storicamente con gli ebrei europei e i neri nel Continente americano, ci sarebbe una minoranza perversa che  aggredisce  per corromperla  la nostra società. Quella che diversamente sarebbe violenza discriminatoria sessista, un'aggressione discriminatoria contro una minoranza sociale appunto, prende, in questa particolare prospettiva,  l’aspetto di una difesa  contro un’aggressione di una minoranza guidata da un'ideologia perversa, il malvagio gender, per di più portata contro persone in formazione, contro i fanciulli e gli adolescenti affidati alla scuola pubblica, meno capaci di difendersi, di reagire. Ecco dunque la necessità di una reazione  dei loro genitori.
 I reazionari di ogni epoca hanno storicamente motivato le peggiori nefandezze con l’esigenza di difesa sociale. La nostra gerarchia religiosa, nei secoli passati, è stata sempre in prima fila in questo, fino ad epoca molto recente, quando le democrazie occidentali le hanno sottratto il potere di vita e di morte sulla gente. I nostri capi religiosi ci hanno infine guidati a pentircene, a promettere di non ricaderci. Ma sembra che, al dunque, non sia sempre così facile tenere fede ai solenni impegni presi.
   Per contrastare  le istanze di integrazione sociale e di libertà, si è sempre   sostenuta l'esigenza  di  evitare la contaminazione, l'inquinamento,  del popolo da parte di genti di razze   e culture  diverse, per proteggerlo  da loro. Imbastardimento, lo ha chiamato un politico del Nord Italia, l'altro giorno. Questa idea era parte dell’ideologia sudista nella guerra di secessione dagli Stati Uniti d’America nell’Ottocento, ma anche del razzismo nazifascista e lo è delle ideologie che oppongono indù e islamici nel Continente indiano. Nella stessa ottica si muovevano la millenaria Inquisizione cattolica e il sistema sovietico di polizia ideologica. Argomenti simili furono e sono portati contro i progressi nell’integrazione egualitaria delle donne nelle nostre società. E fondamentalmente stanno anche, non vi pare?, alla base dell’ideologia anti-gender. Con la differenza che, in quest’ultimo caso, l’ideologia  gender non si sa bene dove stia e  chi  la stia inoculando in società. Nemmeno gli antigender sanno dircelo  chiaramente. “Quelle visioni e intenzioni che vengono chiamate «ideologia gender», ahinoi, anche in Europa non sono un’illusione, ma una pretesa sempre più assillante, ha scritto su Avvenire  di ieri Marco Tarquinio, ma mi sarebbe piaciuto che avesse precisato in che cosa l’ideologia geneder  differisce dalla mera pretesa di non subire discriminazioni sociali su base sessista con il divieto di manifestare ed esprimere l’identità sessuale che una persona  si ritrova e dove la possiamo trovare esposta programmaticamente (io non lo so).
 Propongo l'ipotesi che ci  si stia scagliando contro quella che, a questo punto, non emergendo indizi affidabili della sua reale esistenza, andrebbe definita la fantomatica ideologia gender, in quanto, giustamente, ci si vergogna di chiamare il  nemico con il suo vero nome:  le persone omosessuali. Dopo averle tanto a lungo oppresse come malvagie,  perverse, peccatrici irredimibili  e, più di recente, malate, ora di questo abbiamo iniziato a vergognarci. Riteniamo sconveniente manifestare in pubblico l’idea che queste persone inquinino veramente la nostra società, anche  quando, in fondo, lo pensiamo. Lo sappiamo bene (e questa è una nostra recente conquista culturale) che quella è una cosa ingiusta e quindi, ora, sosteniamo di voler accettare e accogliere  di buon grado le persone omosessuali nelle nostre collettività religiose, purché però reprimano e nascondano la loro  identità sessuale e vivano quindi  in una specie di stato di penitenza permanente. Neghiamo loro quel diritto alla ricerca della felicità che fu considerato tanto importante dai padri fondatori della grande democrazia statunitense da inserirlo nella loro Dichiarazione di Indipendenza. Quel  diritto alla ricerca della felicità  che invece rivendichiamo per noi. I nostri capi religiosi sembrano pensarla ancora così. Non riescono ad andare oltre, sostengono. La loro teologia, un sistema concettuale da loro stessi ideato, sembra frenarli. Vorrebbero e non vorrebbero. Vorrebbero che si diventasse diversi, ma il peso del passato, di tutto ciò che ora andrebbe ripudiato ma che pesa come un magigno nelle loro biblioteche, e la paura  di non riuscire a governare il cambiamento, li atterra. Io, che non sono un teologo e che non ho avuto in sorte di essere un capo religioso, non so come aiutarli a uscirne. Osservo però che bisogna uscirne. Non c’è dubbio. E non lo faremo insistendo su questa storia del gender. Perché la sostanza della discriminazione sociale contro le persone omosessuali non cambia. Urliamo contro il gender,  ma è contro di loro che ce l'abbiamo. E sarebbe già  molto grave che lo facessimo solo in religione, in tal modo allontanando dalla fede le persone discriminate. Ma pretendiamo di farlo imponendo la nostra volontà anche nel fare le leggi della Repubblica. Ci mettiamo di traverso, facciamo lobby. Cerchiamo di far concordare la Costituzione con le nostre idee discriminanti, mentre essa le condanna apertamente, chiaramente. Ci inventiamo di sana pianta la famiglia costituzionale,  che sarebbe quella  come la vogliamo noi in religione. E la laicità  dello Stato, principio costituzionale supremo del nostro ordinamento civile? A tutte le altre famiglie, che ci sono, che chiedono di essere riconosciute come famiglie, sbattiamo la porta in faccia. Che si arrangino. Facciano da sé, si organizzino. Per noi non sono famiglie. Sosteniamo sempre di essere in minoranza nella società italiana, ma, se questo è vero, bisogna riconoscere che siamo una minoranza veramente molto combattiva, tanto che finora  siamo riusciti a imporre la nostra volontà, di  minoranza, alla maggioranza dei concittadini su tante questioni, sulle unioni civili, sui diritti delle persone omosessuali, sulle faccende procreative, sulla scuola privata, sul finanziamento pubblico alle nostre organizzazioni religiose, sulla tassazione dei proventi delle attività degli enti religiosi e su altro ancora.
 Infine c’è un aspetto della polemica anti-gender che mi preoccupa molto: il regolamento di conti nelle nostre collettività religiose con il pretesto della lotta al malvagio gender.  L’ideologia anti-gender  si avvia ad essere un fattore di discriminazione anche al loro interno, volendosene fare, detto in ecclesialese, una specie di nuovo criterio di ecclesialità  e di comunione. Certo, ad esempio, io e la piazza di San Giovanni di sabato scorso la pensiamo molto diversamente e, aggiungo, non c’è effettivamente alcuna possibilità di intesa tra me e quelle persone là che si basi sul mantenimento di discriminazioni ingiuste contro le persone omosessuali. Ma non sono papa e non mi permetto di scomunicarli, né pretendo che lo siano, quelli di quella piazza là, anche se da quel palco ho sentito dire cose che mi hanno veramente indignato. Critico le loro idee ma continuo a rimanere insieme a loro nel gregge. Ma respingerei al mittente le scomuniche che mi venissero da loro o su loro sollecitazione o addirittura pretesa  per il mio dissenso sulla questione gender  e, più in genere, sui temi della famiglia. Non è infatti, quello loro, l’unico modo di essere persone di fede nella nostra società. Di questo sono fermamente convinto.
 Da cittadino della Repubblica e credente mi dichiaro, sul tema dei diritti civili delle persone omosessuali, dalla parte della nostra  Costituzione, nella cui stesura i cattolici ebbero un ruolo tanto importante, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, della nostra Ministra dell’Istruzione e anche, lasciatemelo dire,  della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. E in questo non vedo nulla che contrasti con la mia fede religiosa.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli