Unioni civili fra persone omosessuali: opinioni a confronto su Avvenire
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| Il manoscritto della Dichiarazione di Indipendenza USA, 4 luglio 1776, in cui si legge che i firmatari del documento erano convinti che tutti gli esseri umani fossero creati uguali |
Da Avvenire.it sul WEB - rubrica Lettere al direttore Marco Tarquinio:
http://www.avvenire.it/Lettere/Pagine/laiche-responsabilita-e-pensieri-lunghi.aspx
Caro direttore,
sulla manifestazione di San Giovanni, sulle polemiche successive e,
ovviamente, nel merito dei temi in discussione, vogliamo proporre alcune
considerazioni. Dell’iniziativa di San Giovanni non ci convince la
rappresentazione (se non cercata, accettata volentieri dai promotori) di una
contrapposizione etica su temi così delicati e nemmeno quello che appare come un
tentativo di edificazione di nuovi steccati tra credenti e non credenti. Capiamo
e condividiamo la promozione di iniziative per la famiglia, per chiedere al
governo e alle istituzioni, concrete e impegnative politiche a favore della
famiglia e a sostegno della natalità. E siamo convinti che molti dei
partecipanti fossero lì con quello spirito. Ma le modalità, gli slogan, i
messaggi scelti dai promotori, a nostro modo di vedere, hanno accresciuto il
rischio, consapevolmente o meno, di animare una contrapposizione tutta
ideologica, dura anche nelle parole, su temi come la famiglia, l’affettività, i
figli, i diritti delle persone, questioni sulle quali occorrerebbero, al
contrario, rispetto, attenzione, riflessione, capacità di ascolto, ricerca di
sintesi condivise. Da molti anni si discute della introduzione di norme che
regolino la condizione delle coppie omosessuali e promuovano i diritti delle
persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Troppo tempo è
passato senza che nelle istituzioni si arrivasse a una decisione; chi ha
ostacolato gli approdi legislativi possibili ha finito per concorrere a
esasperare toni e contenuti del dibattito, irrigidire ulteriormente le posizioni
e rendere più complicata l’adozione di norme equilibrate. Per questo
condividiamo profondamente l’impegno assunto da Matteo Renzi e dal Pd di
imboccare rapidamente la strada parlamentare, individuando nel modello tedesco
della civil partnership la risposta adeguata e unanimemente condivisa
per il riconoscimento dei diritti civili alle coppie omosessuali. A questo
lavoro abbiamo partecipato tutti con passione e convinzione e siamo certi che
tutti ne sosterremo gli esiti in Parlamento. Non sappiamo dire bene,
francamente, se esista invece nel contesto europeo una vera e propria “teoria
gender” volta a superare la naturale distinzione di genere; se questa teoria
fosse avanzata, noi saremmo per contrastarla senza esitazioni, attraverso una
forte e aperta iniziativa culturale capace di costruire ponti di condivisione
con tutte le culture che hanno al centro l’uomo e credono nel primato della
persona.
Infine, due parole soltanto da semplici laici cattolici. Quando,
qualificandoci come credenti, parliamo di persone che legittimamente chiedono
alla comunità civile, allo Stato, di essere riconosciuti nella dimensione, che
avvertono negata, di una piena cittadinanza come possiamo, quale che sia la
nostra opinione, non partire da una parola forte di attenzione alla persona in
quanto tale, alle sue speranze, ai suoi bisogni? Sono i nostri figli, i nostri
fratelli, i nostri parenti, i nostri amici, persone che vivono con noi, fratelli
in cammino con noi, se davvero crediamo a un comune destino dell’umanità.
Dobbiamo dire, da convinti assertori della laicità della politica e lontani da
ogni clericalismo, che abbiamo trovato questo respiro di comune umanità nelle
parole di papa Francesco e nel testo, l'Instrumentum Laboris, messo a
punto in vista del Sinodo dei vescovi del prossimo ottobre tenendo conto delle
risposte di fedeli di tutto il mondo, che, dopo aver confermato, dal punto di
vista della Chiesa, che le unioni omosessuali non sono assimilabili al
matrimonio e alla famiglia, recita «si ribadisce che ogni persona,
indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua
dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella
società». Ci sono stati momenti in cui per sostenere con altri amici, su questi
stessi temi, la impossibilità di definire, in democrazia, “valori non
negoziabili” per dogma, e che la piena libertà di parola e di annuncio della
Chiesa conviveva con il principio della laicità della politica e con la
responsabilità ultima della coscienza individuale nel servizio alla comunità
civile, abbiamo rischiato forti incomprensioni con una parte della gerarchia
ecclesiastica. Oggi il vento nuovo che soffia nella Chiesa apre alla iniziativa
dei laici credenti, sotto la loro piena e autonoma responsabilità, spazi
significativi di dialogo, di incontro, di relazione con tutte le culture, con le
crisi e le domande dell’uomo, certo anche un po’ smarrito, della modernità
globalizzata. Questo lavoro nella società tocca ai laici, alla loro iniziativa,
alla capacità di leggere i segni dei tempi e anche di mettersi in discussione.
Non servono gli steccati e temiamo non bastino gli slogan.
Francesco Saverio Garofani e Antonello
Giacomelli
Deputati del Pd
La risposta del direttore:
Apprezzo il modo di argomentare, l’idea alta della funzione
politica, la preoccupazione di tenere aperti spazi di dialogo e, anche, la
“volontà decidente” che animano l’onorevole Garofani e il sottosegretario
Giacomelli. Ma non arrivo alle loro stesse conclusioni. E spero che le decisioni
finali cui contribuiranno siano saggiamente coerenti con tutte le premesse da
cui partono e la sensibilità cristiana che esprimono.
Innanzitutto, da cronista, checché altri abbiano
“mediatizzato”, posso e devo testimoniare ancora una volta che le persone –
soprattutto, ma non solo, cattoliche – riunite sabato scorso a piazza San
Giovanni non hanno scandito slogan “anti”, hanno incalzato a loro modo – modo
civile e pacifico – un ceto politico e dirigente purtroppo incapace di occuparsi
della famiglia e di vederla nella sua verità in un tempo in cui persino la
verità sulla natura maschile e femminile dell’essere umano è stata messa in
discussione (quelle visioni e intenzioni che vengono chiamate “ideologia
gender”, ahinoi, anche in Europa non sono un’illusione, ma una pretesa sempre
più assillante). Si è trattato di un fatto di popolo generato da un disagio e da
preoccupazione crescenti che non vanno più sottovalutati, e che meritano
attenzione, serena comprensione e seria risposta. Altri, in altra forma e con
identica urgenza, e io sono tra questi, pongono gli stessi
problemi.
Quanto alla prospettiva di introdurre anche in Italia una
regolazione delle unioni tra persone dello stesso sesso secondo il modello
tedesco, so bene qual è la posizione del Pd. Non la condivido. E ancor meno
condivido la traduzione che ne è stata fatta nel ddl Cirinnà. Insisto per
questo, da tempo, e non sono il solo, ad auspicare una esemplare “via italiana”,
cioè calibrata normativa di tipo patrimoniale e non matrimoniale per questo tipo
di relazioni. E penso che chi fa politica debba essere capace di pensieri
lunghi, cioè di ragionare sulle conseguenze delle leggi a cui dà forma. Che
unioni similmatrimoniali e veri e propri matrimoni gay abbinati in diverso modo
al riconoscimento di un “diritto” ai figli e sui figli abbiano anche contribuito
a incentivare fenomeni gravissimi (che riguardano, sia chiaro, anche coppie
eterosessuali) di mercificazione del seme maschile e degli ovociti femminili è
infatti una triste realtà. Che abbiano prodotto e fatto esplodere, attraverso le
cosiddette gravidanze surrogate, una nuova e insopportabile forma di
sfruttamento della donna ridotta a fattrice di figli per altri è di terribile
evidenza. In mezza Europa, specialmente in Francia, anche e soprattutto nella
sinistra, se ne stanno rendendo conto da qualche tempo e cominciano a fioccare
appelli solenni per fermare la deriva. Tanta parte del mondo va in questa
direzione? Anche ieri, da Washington ne è venuta la prova. Ma questo non
consente di chiudere gli occhi, impone di aprirli di più. E io credo che i
legislatori in coscienza, con (laica) responsabilità, possano e debbano pensarci
prima, correggendo rischiose – queste sì – direzioni di marcia, evitando pesanti
ambiguità, fermando processi di dilatazione e accettazione surrettizia per via
giudiziaria di pratiche mercantili e persino schiaviste.
Chiudo sull’abbraccio della Chiesa all’umanità e sull’annuncio di
Cristo che essa è inviata a portare, uscendo da sé e “facendosi prossimo” senza
esclusioni. A questo siamo chiamati, non c’è dubbio. Portando la Parola,
trovando le parole giuste per dare ragione della nostra speranza e comunque,
soprattutto dove apparentemente non ci sono parole (in realtà ci sono sempre…),
facendo parlare i gesti. Accoglienza, delicatezza e rispetto per ogni persona,
in ogni momento della sua esistenza, qualunque condizione sperimenti e cammino
faccia, non sono slogan. Sono vita. Fanno parte di quei valori sui quali non si
deve far mercato in un mondo che di tutto tende a far mercato. Papa Francesco,
oggi, ci dice che certi princìpi sono come le dita di una mano. Per me questa,
oggi come ieri, è una irrinunciabile consapevolezza. I cristiani sono quelli
delle mani che si incontrano, non quelli delle mani che allontanano e dei pugni
che si chiudono. Per questo hanno sempre qualcosa da dire e da fare per amare
umanità e mondo senza consegnarsi alle logiche «mondane».
