martedì 30 giugno 2015

Tribù religiosa corazzata o centro di orientamento

Tribù religiosa corazzata o centro di orientamento?

Ufficiale dell'esercito Confederato, nella guerra di secessione dagli Stati Uniti d'America (immagine dal WEB)


 Di fronte alle novità che ci vengono dagli Stati Uniti d’America e dall’Europa c’è forte la tentazione di percorrere la vie del passato, quelle dell’arroccamento, della chiusura, riprendendo vecchie bandiere  e divise per tentare una resistenza ad oltranza. Per questo lavoro il modello sociale della tribù religiosa corazzata, ad accesso molto selettivo e forte disciplina interna intorno ad un gruppo dirigente non generato per via democratica ma selezionato dall’alto, per cooptazione, in cui la virtù principale predicata è l’obbedienza, è l’ideale.
  Ma per questa via riusciremo a riconquistare la società alle nostre idee?
  Di fatto si è rivelata fallimentare, negli ultimi trentacinque anni, e questo nonostante la grande popolarità, essenzialmente mediatica, quella della gente di spettacolo, che hanno riscosso a tratti, in società, i nostri capi religiosi supremi.  E’ stato osservato che li si ammirava, ma non li si seguiva.
 Il protagonismo mediatico dei nostri capi religiosi non ha quindi prodotto vere modifiche alle dinamiche sociali, che si sono andate progressivamente e costantemente allontanando dagli ideali religiosi. Non si è trattato tanto di una incredulità nell’assetto delle potenze celesti proposto dalla nostra fede, quel mondo invisibile in cui ciclicamente anche gli esseri umani dei tempi nostri sembrano disposti a fare affidamento, ma della concreta possibilità di vivere quella giustizia che, come proclamato nella prima lettura della Messa di domenica scorsa, è detta, in religione, immortale. O meglio, di viverla nelle società di massa dei nostri giorni, non solo in piccoli gruppi molto coesi, al modo di famiglie patriarcali.
 Eppure la gente della nostra fede è stata ed è ancora molto importante nel governo della società civili, lì dove si formano le regole del vivere pubblico e quindi si cerca di realizzare concretamente la giustizia sulla Terra. E’ così, ma in definitiva non sembra che sia possibile continuare a fare quel lavoro mantenendo rigida la teologia che definisce il suo orizzonte ideale. Lo si  è visto chiaramente nella questione dei diritti civili delle persone omosessuali.
 I nostri capi religiosi appaiono spaventati delle prospettive che si aprono, temono di perdere il controllo delle collettività loro affidate. Per certi versi vivono ancora nella cupa atmosfera, piuttosto segnata dall’eclettico pensiero del teologo/filosofo russo Soloviev (1853-1900), quello che ipotizzò che nel progressismo religioso si celasse l’Anticristo, degli anni della malattia terminale del Wojtyla, dopo il Grande Giubileo del 2000, quando il suo sempre più grave declino fisico sembrò accordarsi con quello delle nostre collettività religiose.
 La via per uscirne può essere un’altra. Invece di rinchiuderci sempre di più nel corazzare  le  nostre residuali esperienze collettive e di rincuorarci,  convergendo periodicamente in massa per riempire  di volta in volta questa o quella piazza intorno ai nostri capi religiosi, illudendoci così di essere ancora tanti,  mentre ci facciamo sempre più minoranza in società nelle nostre tribù corazzate, viste sempre più come eccentrici e innocui corpi estranei, la soluzione  può essere quella di spingere sulla modalità dell’apertura, per ricostruire relazioni positive con la società in cui siamo immersi. Fu la via consigliata dal filosofo Aldo Capitini (1899-1968), noto al grande pubblico per aver fondato la Marcia della pace Perugia - Assisi. Egli la realizzò anche, fondando Centri di orientamento sociale  e Centri di orientamento religioso. La sua esperienza fu rifiutata dal nostro mondo religioso perché si muoveva deliberatamente al di fuori del controllo della gerarchia religiosa. Ma mantiene una sua validità ai tempi nostri, proprio per la sua modalità di apertura.
  In una prospettiva religiosa, la diffusione della fede negli animi degli esseri umani non dipende  veramente da noi. Da noi dipende creare una società in cui la fede possa abitare pacificamente. E’ un lavoro collettivo che deve farsi collaborando anche con persone che non hanno la nostra fede: è la democrazia come oggi la intendiamo. E’ per questo che occorre aprirsi alla società in cui siamo immersi, innanzi tutto per capirla meglio e per individuare il tanto bene che ancora c’è in essa.


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli