Tribù religiosa
corazzata o centro di orientamento?
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| Ufficiale dell'esercito Confederato, nella guerra di secessione dagli Stati Uniti d'America (immagine dal WEB) |
Di fronte alle novità che ci vengono dagli
Stati Uniti d’America e dall’Europa c’è forte la tentazione di percorrere la
vie del passato, quelle dell’arroccamento, della chiusura, riprendendo vecchie
bandiere e divise per tentare una
resistenza ad oltranza. Per questo lavoro il modello sociale della tribù
religiosa corazzata, ad accesso molto selettivo e forte disciplina interna
intorno ad un gruppo dirigente non generato per via democratica ma selezionato
dall’alto, per cooptazione, in cui la virtù principale predicata è l’obbedienza,
è l’ideale.
Ma per questa via riusciremo a riconquistare la società alle nostre
idee?
Di fatto si è rivelata fallimentare, negli ultimi trentacinque anni, e
questo nonostante la grande popolarità, essenzialmente mediatica, quella della
gente di spettacolo, che hanno riscosso a tratti, in società, i nostri capi
religiosi supremi. E’ stato osservato
che li si ammirava, ma non li si seguiva.
Il protagonismo mediatico dei nostri capi
religiosi non ha quindi prodotto vere modifiche alle dinamiche sociali, che si
sono andate progressivamente e costantemente allontanando dagli ideali
religiosi. Non si è trattato tanto di una incredulità nell’assetto delle
potenze celesti proposto dalla nostra fede, quel mondo invisibile in cui
ciclicamente anche gli esseri umani dei tempi nostri sembrano disposti a fare
affidamento, ma della concreta possibilità di vivere quella giustizia che, come proclamato nella prima lettura della Messa di domenica scorsa, è detta, in religione, immortale. O meglio, di viverla nelle
società di massa dei nostri giorni, non solo in piccoli gruppi molto coesi, al
modo di famiglie patriarcali.
Eppure la gente della nostra fede è stata ed è
ancora molto importante nel governo della società civili, lì dove si formano le
regole del vivere pubblico e quindi si cerca di realizzare concretamente la
giustizia sulla Terra. E’ così, ma in definitiva non sembra che sia possibile
continuare a fare quel lavoro mantenendo rigida la teologia che definisce il suo
orizzonte ideale. Lo si è visto
chiaramente nella questione dei diritti civili delle persone omosessuali.
La via per uscirne può essere un’altra. Invece
di rinchiuderci sempre di più nel corazzare
le
nostre residuali esperienze collettive e di rincuorarci, convergendo periodicamente in massa per riempire di volta in volta questa o quella piazza intorno ai nostri capi religiosi,
illudendoci così di essere ancora tanti, mentre ci facciamo sempre più minoranza in società nelle nostre tribù corazzate, viste sempre più come eccentrici e innocui corpi estranei, la soluzione può essere quella di spingere sulla modalità
dell’apertura, per ricostruire
relazioni positive con la società in cui siamo immersi. Fu la via consigliata dal
filosofo Aldo Capitini (1899-1968), noto al grande pubblico per aver fondato la
Marcia della pace Perugia - Assisi. Egli la realizzò anche, fondando Centri di orientamento sociale e Centri
di orientamento religioso. La sua esperienza fu rifiutata dal nostro mondo
religioso perché si muoveva deliberatamente al di fuori del controllo della
gerarchia religiosa. Ma mantiene una sua validità ai tempi nostri, proprio per
la sua modalità di apertura.
In una
prospettiva religiosa, la diffusione della fede negli animi degli esseri umani
non dipende veramente da noi. Da noi
dipende creare una società in cui la fede possa abitare pacificamente. E’ un
lavoro collettivo che deve farsi collaborando anche con persone che non hanno
la nostra fede: è la democrazia come oggi la intendiamo. E’ per questo che
occorre aprirsi alla società in cui
siamo immersi, innanzi tutto per capirla meglio e per individuare il tanto bene
che ancora c’è in essa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli
