lunedì 29 giugno 2015

Aut-Aut (2) e mie note in calce

Aut-Aut (2) e mie note in calce



 Nel 1975, l’anno della mia maturità classica, mio zio Achille, sociologo e ideologo, mio padrino di Cresima, mi prese da parte, come per tutta la vita ha continuato a fare diverse volte l’anno, per darmi un insegnamento esistenziale. Mi trovavo, in quel momento della mia vita, davanti ad un Aut-Aut, mi disse. Dovevo scegliere che cosa diventare.
 Per spiegarmi l’alternativa mi regalò una copia del libro Aut-Aut del filosofo danese Sören Kierkegaard (1813-1855) in cui aveva segnato con evidenziatore rosso alcuni brani.  Dopo che ebbi letto il libro, mio zio mi parlò a lungo sui temi che vi erano trattati.
 Quei testi evidenziati da mio zio Achille, e le spiegazione che poi lui me ne diede,  possono essere oggi considerati il messaggio di vita della sua generazione, in particolare  di coloro che avevano avuto un ruolo importante nella costruzione della nuova democrazia italiana dopo la disfatta del fascismo storico,  a quelli della mia  generazione.
 Ne  proseguo qui la pubblicazione. L’edizione di Aut-Aut  è quella pubblicata negli Oscar Mondadori nel 1975.
  Farò precedere o seguire alle frasi evidenziate dallo zio Achille altre, scritte in corsivo, che servono a chiarire il contesto in cui quelle evidenziate si inseriscono. Queste ultime, quelle che allo zio Achille interessava comunicarmi, le scriverò in grassetto.

[dall’introduzione Kierkegaard e la vita etica di Remo Cantoni, nell’edizione  di Aut-Aut che mi fu regalata dallo zio Achille]
[…] Se si tratta di decidere tra la vita estetica e la vita etica, è una scelta che si impone, una risoluzione che modifica radicalmente l’uomo in questa alternativa.
[…]
L’uomo che vive esteticamente, ricercando sotto tutte le forme il piacere e il godimento, si presta a tutte le trasformazioni, s’impregna di tutti gli ambienti che attraversa, altera in ogni nuova esperienza il suo tono sentimentale, e scinde la sua personalità in una serie di incarnazioni effimere, sfibrando l’unità del suo centro spirituale, della sua coscienza, in una fantasmagoria di figure divergenti, smarrendo la possibilità di ritrovarsi e di raccogliersi in se stesso. In questa dispersione, in questo frammentarismo psichico, egli ritiene di vivere la più splendida e dolce delle esistenze, che gli consente  di assaporare tutti i doni e i beni della vita, senza impregnarsi mai fino in fondo, lasciando sempre uno spiraglio aperto verso una nuova possibilità. L’etica vuol distogliere l’uomo dalla distrazione nel molteplice e nel finito, e aprirgli l’accesso all’unità infinita della personalità nel suo fondamento religioso. L’etica sta così tra l’estetica e la religione, e mentre persuade l’uomo che il senso della vita non può consistere nel finito ma in  una più alta vocazione, riassorbe in se stessa il momento estetico.
[…]
 Il tema di Aut-Aut è dunque quello della personalità nella sua solidità e coesione morale.

Aut-Aut: messaggio alle nuove generazioni (2)

[…] Non sono un filosofo e […] non è affatto mia intenzione intrattenermi con te di questo o di quel fenomeno di quel tempo ma rivolgermi a te per farti in ogni momento capire che sei proprio tu che mi stai a cuore.  Pertanto, ora che sono già giunto a questo punto, voglio indagare un po’ più attentamente come stiano le cose riguardo alla mediazione filosofica dei contrari.
[…]
 Se è vero che vi è un futuro, così è altrettanto vero che vi è un aut-aut. Il tempo in cui vive il filosofo non è affatto il tempo assoluto, è anch’esso un momento.
[…]
 La nostra epoca, a un’epoca futura apparirà come un momento discorsivo, e una filosofia di un tempo più assoluto ancora, medierà il nostro tempo, e così via.
[…]
…se si rinuncia alla mediazione, si rinuncia alla speculazione. D’altra parte dà da pensare il riconoscerlo; poiché se si riconosce la mediazione non esiste neppure un assoluto aut-aut. Qui sta la difficoltà: pure credo che essa in pare sia dovuta al fatto che  si confondono tra loro due sfere, quella del pensiero e quella della libertà. Per il pensiero il contrario non esiste; una cosa trapassa nell’altre per poi ricollegarsi in una unità più alta. Per la libertà il contrario esiste; poiché essa esclude e accoglie.
[…]
 Le sfere con cui la filosofia ha da fare propriamente, sono sfere tipiche del pensiero, e cioè, la logica, la natura, la storia. Qui impera la necessità e perciò la mediazione ha il suo valore. Che sia così per la logica e per la natura, nessuno lo può negare; per la storia invece abbiamo delle difficoltà; poiché si dice che vi regna la libertà. Pertanto credo che si giudichi impropriamente la storia e che la difficoltà sorga proprio per questo. La storia infatti è qualcosa di più che un prodotto delle libere azioni dei liberi individui. L’individuo agisce, ma questa azione entra in un ordine di cose che sostiene tutta l’esistenza. Chi agisce non sa quello che ne consegue. Ma questo più alto ordine di cose, che, per così dire, digerisce le libere azioni e le assimila nelle sue leggi eterne è la necessità, e questa necessità e il movimento della storia mondiale. […] Se considero una individualità storica, posso distinguere tra le azioni delle quali la storia scritta dice che derivano da essa e le azioni colle quali essa appartiene alla storia. La filosofia non ha nulla da fare con quella che si potrebbe chiamare azione interna; ma questa azione interna è la vera vita della libertà. La filosofia considera l’azione esterna, e non la vede nemmeno isolata, ma la vede assunta e trasformata nel processo storico mondiale. Questo processo è il vero oggetto della filosofia che lo considera sotto la determinazione della necessità. Perciò essa allontana quella riflessione che vorrebbe far notare che tutto potrebbe essere diverso e considera la storia in modo che non vi sia alcun problema circa la possibilità di un aut-aut.
[…]
  Perfino l’individuo più meschino ha in questo modo una duplice esistenza. Anch’egli ha una storia e questa non è soltanto un prodotto delle sue libere azioni. L’azione interna invece gli appartiene e gli apparterrà per tutta l’eternità; questa non gli può esser tolta né dalla sua storia né da quella del mondo, essa lo segue per sua gioia o per suo dolore. In questo mondo regna un aut-aut assoluto, ma la filosofia non ha da fare con questo mondo. Se immagino un uomo anziano che guardi indietro  ad una vita movimentata, egli nel suo pensiero ne scorge la mediazione, poiché la sua storia è intrecciata con quella del suo tempo; ma la sua azione interiore non è toccata da nessuna mediazione. Un aut-aut costantemente disgiunge ciò che era disgiunto quando scelse. Al posto della mediazione, compare qui il pentimento; ma il pentimento non è mediazione, esso non guarda desideroso quei contrari che devon essere mediati, la sua ira consuma, soffre di ciò che non avrebbe dovuto avvenire; esso esclude, al contrario della mediazione che include.  Qui appare anche che io non presumo un male radicale, poiché stabilisco la realtà del pentimento. Il pentimento è un’espressione di conciliazione, ma è anche un’espressione assolutamente irriconciliante.

Mie note operative

 Alle mie figlie, quando frequentarono in parrocchia il catechismo di secondo livello, quello per la Cresima, fu fatto un discorso che più o meno suonava così, tra detto e fatto intuire per fatti concludenti, per così dire: 
 “Tutto quello che esce dalla tua libertà è peccato e non vale niente. E’ bene che tu te ne renda conto. Qualunque risposta tu dia alle domande che ti poniamo qui a catechismo  è sbagliata, anche quando ti limiti a ripetere con precisione quello che ti abbiamo detto. Impara a conoscere te stessa: tu sei così. Gesù, però, ti ama lo stesso; noi ti amiamo lo stesso. Devi solo obbedire a Gesù, e a noi catechisti che ti portiamo la sua voce in Terra. Allora sarai accettata nella comunità, che è la manifestazione sulla Terra della nuova realtà iniziata da Gesù, nonostante le tue imperfezioni, le tue carenze. Obbedendo fedelmente a ciò che ti consigliamo, rimanendo nella comunità e  conformandoti ad essa, potrai poi cambiare, andare più avanti nel cammino di fede.
  Quando le mie figlie, ciascuna a suo tempo, mi chiesero se dovevano seguire quell’insegnamento, io dissi loro che non erano obbligate a farlo, che erano libere di non seguirlo, perché per me, con Lorenzo Milani, l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni. La responsabilità, in quell’aut-aut della loro vita, era loro, integralmente loro, innanzi tutto quella di stabilire se gli insegnamenti dei catechisti indicassero effettivamente la via di Gesù e se fossero l'unico modo per seguire quella via.
  Questa mia convinzione era sostanzialmente in linea con l’insegnamento di vita ricevuto dallo zio Achille. Ognuno rimane personalmente responsabile delle decisioni che assume negli aut-aut  della sua vita. L’etica è molto importante nella vita di una persona. Ma una decisione non è etica se fatta solo  per obbedienza. E la possibilità di una decisione veramente etica esiste solo quando è mantenuto il senso del valore   della propria persona,  “nella sua solidità e coesione morale”. Nessuna decisione etica si costruisce sulle rovine della propria personalità ed è puramente dispotica, e contraria a quell’orizzonte etico fondato sulla libertà, l’idea di costruire sulle rovine di una personalità, di  dover demolire la personalità degli altri per poi riscostruirla in un certo modo. Questa appunto è stata una delle idee chiave di tutti i totalitarismi del secolo scorso e lo è anche del movimento politico-religioso che sta travagliando il Vicino Oriente e il Nord-Africa. Essa circola in Italia per la persistenza di spezzoni della cultura potentemente inoculata nella nazione dal fascismo storico, anche se di ciò in genere si è persa consapevolezza.
 La nostra fede è via verso la libertà, come scrisse Paolo Giuntella.
 Per questo, quando le mie figlie mi fecero quella domanda, se dovevano seguire l’impostazione dei loro catechisti, io tenni a mantenere quello spazio di libertà, la concreta possibilità di decidere sull’aut-aut che si poneva nella loro vita, e quindi dissi loro che non erano tenute a farlo, che erano libere di non seguire quell’impostazione.  E non la seguirono.
  Sento che da noi si sostiene che questo sarebbe stato, da parte mia, un abdicare alla funzione propria del padre, di dirigere autorevolmente la vita dei figli. Io non lo concepisco così. Non sono mai stato e  mai sarò  un padre come si voleva che lo si  fosse sotto il fascismo storico. La mia fede è stata sempre vissuta in una vera libertà.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli