INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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domenica 6 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 6


Problemi di costruzione sociale - 6

1.  Se consideriamo la nostra realtà naturale di animali umani, vale a dire la biologia che ci accomuna agli altri viventi non umani e in particolare agli altri mammiferi, dobbiamo riconoscere che l’idea di costituirci  in un’unica famiglia che comprenda tutta l’umanità è largamente fuori della nostra portata. Non siamo fatti  per questo. La nostra realtà sociale naturale è quella degli altri primati, costituita di piccoli gruppi. Il nostro organismo non riesce a stabilire relazioni profonde al di là di un certo numero di altri individui. Tutta la nostra vita, anche se la trascorriamo immersi in folle immense, si svolge in teatri umani limitati, formati dagli individui che assorbono di volta in volta la nostra attenzione, che si tratti di assistere ad una lezione scolastica, di partecipare ad una liturgia, di fare la spesa o di guidare un veicolo nelle strade cittadine. Tutto il resto sfuma indistinto intorno e noi non ne abbiamo precisa consapevolezza, ma solo memoria generica e un’immagine predittiva, sempre generica, basata sulla memoria, sulle passate esperienze. Spesso memoria e immagine predittiva sono sbagliate, nel senso che non corrispondono alla realtà, sono solo il frutto del funzionamento della nostra mente, che  è ciò che veramente ci distingue dagli animali non umani. E’ appunto con la mente che possiamo costruire l’immagine e poi anche l’idea, una struttura di pensiero, di un’umanità di tipo familiare, legata quindi a livello globale dalle stesse relazioni di benevolenza e solidarietà che (talvolta ma non sempre) si creano nei piccoli gruppi in cui appariamo come confinati. Quel tipo di umanità la possiamo pensare,  ma solo nelle grandi linee; ci è precluso, per limiti biologici di specie, di avere con ciascuno  degli individui di questa umanità allargata le stesse relazioni che abbiamo nei piccoli gruppi in cui la nostra vita si svolge, e, in particolare, in quelli più importanti, dai quali deriviamo il senso   della vita. Tuttavia anche la possibilità di pensare  in quel modo serve: perché ci consente di progettare  relazioni al di là dei micromondi nei quali siamo confinati, di concepire una storia  che va molto al di là di essi, dando senso  a collettività molto più vaste e quindi consentendo anche di organizzarle. “Pensare è varcare le frontiere” osservò il filosofo tedesco Ernst Bloch (1885-1977). Pensare ci consente di trascendere, vale a dire superare, i nostri limiti di specie. Lo si è iniziato a fare pensando,  progettando  e costruendo,  in epoca preistorica, i primi strumenti utènsili, ad esempio le pietre scheggiate che i nostri antichissimi progenitori, circa 2,5 milioni di anni fa, cominciarono ad utilizzare per tagliare. L’evoluzione delle nostre società ha seguito la stessa dinamica: in un certo senso le società sono gli strumenti che ci occorrono per evadere dai piccoli gruppi in cui biologicamente saremmo confinati. Le religioni sono state la prima e fondamentale via mediante la quale l’evoluzione sociale ha fatto un importante salto di qualità, consentendo di costruire  i primi regni, le prime entità politiche di società molto allargate. Si trattava di  visioni  unificanti che spiegavano il posto degli umani nella natura, in una natura umanizzata e quindi resa accessibile agli umani,  personificata  negli  dei, nelle potenze superne immaginate simili  a viventi umani, natura nella quale anche gli umani avevano un proprio  dio, una potenza che trascendeva il singolo e anche il suo piccolo gruppo di riferimento: facendovi tutti riferimento si potevano organizzare società molto vaste anche non conoscendosi tutti uno per uno. Nelle religioni primitive era essenziale un’etica sociale e, anzi, essa era la loro fondamentale ragione d’essere. Quell’etica indicava la via per rimanere nel giusto equilibrio con le potenze naturali e per mantenere vitale la società allargata, che ormai era diventata indispensabile per la sopravvivenza. Ora abbiamo imparato a volare e, volando molto alto, siamo andati anche nello spazio interplanetario. Le nostre società si sono molto evolute e, in esse, anche le religioni. Ma la natura di queste ultime non è veramente cambiata. Hanno a che fare ancora oggi con la trascendenza, nel senso che  servono   a dare senso  a una vita sociale che supera di molto i confini dei piccoli gruppi nei quali di volta in volta stabiliamo relazioni sociali, ma anche la nostra stessa vita biologica. La visione religiosa dà il senso del succedersi delle generazioni umane e della nostra vita in esso. Ci consente di pensare  relazioni con coloro che non sono più e con coloro che non sono ancora: i primi come progenitori, avi, i secondi come¸ posteri, gente la cui vita dipenderà  dalla nostra. Dare senso al succedersi delle generazioni ha comportato un’importantissima conquista culturale, quella del diritto. Quest’ultimo è un sistema di regole definite, quindi compiutamente espresse e conoscibili, dotato di una certa stabilità sociale, nel senso che, un volta dato, viene ritenuto vincolante in società, la quale si impegna a farlo rispettare con la forza del numero, sovrastando l’indisciplina dei singoli; un ordine che  supera  i singoli e le loro vite biologiche. Il diritto dà stabilità alle regole, ma anche alla società, perché le più importanti regole giuridiche, vale a dire relative al diritto, riguardano appunto la costituzione della società, concepita come collettività umana stabile che unisce le varie generazioni e per la quale, quindi, la morte individuale non è la fine di tutto. Religione   e  diritto  consentono alla società di resistere alla morte degli individui che la compongono.
2. Tutto ciò che ho sommariamente riassunto rientra nel programma scolastico delle scuole superiori, lo si trova nei libri di testo scolastici,  è diventato veramente alla portata di tutti, nell’era della scolarizzazione di massa. Ma quanti ne mantengono veramente consapevolezza?  Eppure si tratta di conoscenze molto importanti, che spiegano, in particolare, perché le religioni sono una costituente vitale per le società umane  e questo anche se, come accadeva e accade nei regimi comunisti ateistici, si sono costruite religioni atee, ma comunque  religioni. Anche oggi in Occidente, un complesso di società molto evolute, le principali convinzioni sociali correnti hanno natura religiosa, ad esempio quelle che riguardano i diritti umani fondamentali. Qual è, dunque, la caratteristica fondamentale della  religione? Non necessariamente quella di far riferimento ad una o più divinità, perché, sotto questo aspetto le religioni variano molto e possiamo anche riscontrare religioni che non comprendono relazioni soprannaturali con un dio. E’ invece essenziale alla religione pensare  la trascendenza, vale a dire di immaginare  il superamento  dei nostri limiti biologici di specie per dare senso  ad esperienze sociali più vaste di quelle nelle quali siamo confinati e ciò, e questo è molto importante da capire, sulla base di una  intuizione, non di una effettiva conoscenza, che nella pratica  ci è impossibile. L’intuizione è un fenomeno mentale che ha a che fare con l’emotività, una componente essenziale del funzionamento della nostra mente, come ci insegnano gli psicologi, in particolare quelli che si occupano del modo come decidiamo. Nell’intuizione si ha una visione  semplificata della realtà sulla base di ciò che si sa,  che non è tutto ciò che servirebbe sapere e che  rimane al di fuori della nostra portata, e di ciò che si sente  emotivamente e quindi anche si  desidera. Perché un soldato, in combattimento, sacrifica la propria vita difendendo un avamposto indifendibile, solo per dare modo ad altri di salvarsi? Perché un vigile del fuoco mette a serio rischio la propria vita cacciandosi in un incendio per salvare altra gente? Perché, di fronte a una persona che affoga, ci si sente emotivamente spinti a fare qualcosa e talvolta effettivamente la si fa a rischio della propria vita? Tutte queste sono manifestazioni di religiosità.
 Finora sono rimasto sul generico, ma scendendo a noi, al caso particolare della nostra parrocchia, quello che ho ricordato serve a capire l’importanza di ciò che si fa in chiesa: dare senso religioso  serve infatti a mantenere vitale la società e questo è indispensabile per la sopravvivenza di tutti. L’umanità  è divenuta tanto numerosa e la vita di tutti dipende da un sistema di relazioni sociali tanto complesso che il disordine o la dissoluzione sociale mettono in pericolo, molto più che in altre epoche, addirittura la sopravvivenza collettiva, e questo a prescindere da eventi catastrofici conflittuali come le guerre, nelle quali ci si fa deliberatamente del male. La società, nell'ordinario, deve essere in grado di funzionare come progettata, come se le persone ne costituissero ingranaggi. Difficile però integrarvi individui limitati, in modo che conservino anche una certa libertà di azione che rientra nella loro natura biologica desiderare e ricercare, senza suscitare uno spirito religioso, senza dare un senso religioso a quel tipo di convivenza sociale. Gli esseri umani non sono automi, e per la loro biologia sono portati a mantenere uno spazio di libertà attorno  a sé, negli scenari in cui di volta in volta interagiscono. Serve il loro consenso per organizzare la società, che, però, per la sua complessità, sfugge alla loro capacità cognitiva. Ne possono intuire il senso religiosamente. D'altra parte quella società, come ho osservato, ci è ormai indispensabile per la sopravvivenza.  Possiamo stare poco tempo sott’acqua, senza qualche strumento che ci consenta di superare i nostri limiti biologici; così possiamo rimanere poco tempo fuori della società molto complessa del nostro tempo e non ci sono, in realtà, strumenti che ci consentano di superare questo che, ormai, è un vero e proprio nuovo limite, ma di quelli che non possono essere trascesi. Se potessimo riuscirci saremmo dei. Ma una cosa così ci riesce difficile addirittura da immaginare, da pensare. La saggezza biblica ci ammonisce: impariamo a contare i nostri giorni!
 Da quello che ho riassunto emerge anche una conseguenza: la religiosità è modellata dalle esigenze sociali. Di solito, nella nostra  religione, si immagina una dottrina solo da applicare  a una società, un po’ al modo del diritto. In realtà la storia della nostra esperienza religiosa dimostra chiaramente che la dottrina ha seguito  l’evoluzione sociale, e non sarebbe potuto essere che così, vista la funzione sociale della religione. Questo per il motivo che una religione che non ne sia capace diverrebbe rapidamente  inutile. La principale critica delle religioni ateistiche nei confronti della nostra è appunto di essere diventata  inutile, perché le uniche religioni utili  sarebbero quelle a base razionalistica che non si riferiscono a divinità superne, non personalizzano forze soprannaturali, ma costruiscono la trascendenza a partire dalle realtà sociali umane. La spiegazione del perché non  lo è dovrebbe essere parte importante della formazione religiosa di secondo livello, per adolescenti e adulti. Ma la dimostrazione dovrebbe essere essenzialmente pratica, secondo l’evangelico  venite e vedete. Ciò comporta anche il fare tirocinio della nostra spiritualità, che è una componente importante della nostra religiosità. Ecco dunque che si delineano alcune direttrici generali che possono guidarci nell’azione di riforma parrocchiale, e questo del resto anche secondo indicazioni del magistero, date medianti Direttòri di catechetica: costruire una società religiosa di prossimità dove fare esperienza di fede e spiritualità e capirne il senso. Ma quanto  di prossimità? Ecco il primo problema. Comunità troppo piccole danno senso  ma non attivano veramente la  trascendenza, sono utili solo come punto di partenza, al modo in cui lo fu la prima piccola comunità di apostoli intorno al Maestro; comunità troppo grandi non arrivano a dare senso perché all’individuo appaiono come masse anonime  in cui egli stesso è  anonimo, non è  chiamato per nome. Una soluzione tentata per superare quella difficoltà è di costituire figure di mediazione tra i piccoli gruppi e tipicamente esse nella nostra confessione sono costituite dai sacerdoti. Diminuendo il loro numero  si è ricorsi ad altre specie di animatori. Questi ultimi presentano la controindicazione di far divenire le comunità dipendenti  da loro, relegando in posizione passiva gli altri componenti. E’ un effetto che si ha, del resto, anche nella mediazione sacerdotale, ma con minore intensità, per il fatto che la classe sacerdotale è nettamente distinta  dai gruppi in cui opera e quindi non si integra mai completamente in essi. Tuttavia, nel mondo di oggi occorre qualche cosa di diverso e di più impegnativo: occorre  indurre una spiritualità che comporti anche il superamento del piccolo gruppo di riferimento in ciascuno di coloro che lo vivono. E’, fondamentalmente, il lavoro della democrazia, che consiste appunto nel sentire politico  della complessità sociale, ma con animo religioso nel senso che ho prima precisato, in modo da saper prendere a cuore anche ciò che va oltre la propria dimensione di prossimità. Questa è una importante conquista culturale che richiede una specifica organizzazione. Significa, usando le parole del nostro parroco e il suo auspicio nella messa del Te Deum, l’ultimo dell’anno, saper organizzare una dimensione  corale  della parrocchia. In questo abbiamo incontrato difficoltà, in particolare perché non ci si riesce a mettere d’accordo su quello che si deve cantare. Nessuno  vuole cantare i canti dell’altro.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.

sabato 5 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 5


Problemi di costruzione sociale - 5

 1.   Nella costruzione sociale, che si tratti di religione od altro, occorre chiarirsi sugli obiettivi che ci si prefigge di realizzare. In religione sono esposti dalla teologia e sono assai vasti: addirittura organizzare il mondo intero in modo che un’umanità  di otto miliardi di persone possa vivere quale l’unica famiglia  che essa è considerata dalla fede. Questo comporta di raggiungere  ciascuno di quei miliardi di individui e, influendo su di lui, ottenere in  lui un cambio di mentalità con un conseguente radicamento  culturale innanzi tutto della nostra idea di umanità, che non è condivisa in altre culture. Ciò è compreso nel messaggio evangelico:

[15]  […] Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. 

[16] Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. 

[Dal Vangelo secondo Matteo 16, 15-16]

 che è più o meno tutto ciò che abbiamo come principio direttivo dell’attività missionaria su scala globale, oltre che la narrazione di come si procedette ai tempi del Maestro in due tornate in Palestina, la prima affidata ai dodici apostoli, narrata  nei Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca (Lc 9,1-6) e la seconda, affidata a settantadue discepoli, narrata solo dal Vangelo secondo Luca (Lc 10). La missione  viene presentata come un  viaggio. Si va due  a due, senza prendere nulla, né bastone, né borsa, né pane, né denaro, e nemmeno senza un vestito di ricambio. In ogni città ci si ferma in una sola casa finché non si parte. Si annuncia  e si  guarisce. Se non si è accolti, si va via, scuotendo la polvere dei piedi come gesto contro  gli increduli. Già all’epoca del Maestro vi erano quelli che, pur davanti a guarigioni, prodigiose, non accoglievano: lo si narra, a proposito dell’atteggiamento dei samaritani, nel Vangelo secondo Luca 9, 51-55.  Viene narrato che, di fronte a quell’atteggiamento riottoso, due discepoli, Giacomo e Giovanni, proposero di invocare una pioggia di fuoco sui recalcitranti, ma che furono rimproverati dal Maestro.
  La storia ci insegna che nei secoli seguenti le tecniche missionarie furono piuttosto diverse da quelle sopra descritte. Furono organizzate sulla base delle varie culture espresse dalle nostre collettività di fede e delle esigenze dei tempi per come si fu capaci di valutarle. Appena si poté, furono fatte cadere piogge di fuoco sui dissenzienti. Dal Quarto secolo fino agli scorsi anni Sessanta, l’evangelizzazione su scala globale si fece in gran parte a mano armata  e i suoi successi seguirono le fortune belliche degli europei, ma anche la loro capacità di metamorfosi sociale a fini di radicamento. Dove non si fu capaci della prima, o non si perseverò in essa, non ci fu o fu scarso il secondo. Un esempio molto significativo è quello dell’esperienza missionaria in Cina del gesuita marchigiano Matteo Ricci (1552-1610). Il Ricci, oltre che frate gesuita era anche uno scienziato in varie discipline e cercò di realizzare una metamorfosi culturale a fini di radicamento, avendo successo, tanto che la sua figura viene ancora oggi ricordata in Cina. Ma la sua storia non fece scuola in Europa, che viveva un’epoca di accese controversie teologiche, derivate dall’affermarsi della Riforma protestante, che si cercò di contrastare da parte cattolica con il Concilio ecumenico svoltosi a Trento tra il 1545 e il 1563.
  Dal Quarto secolo l’attività di diffusione della fede nelle regioni dominate dall’Impero romano ebbe quindi carattere piuttosto diverso da quello descritta nei Vangeli, nei brani che ho sopra ricordato.  Il cristianesimo divenne religione ufficiale dello stato e gli altri culti vennero proibiti: lo si stabilì nell’editto di Tessalonica, promosso nel 380 dall’imperatore Teodosio 1°. A seguire vennero persecuzioni violente contro i fedeli dell’antica religione politeistica e di varianti del cristianesimo non ammesse. I primi venivano chiamati pagani, da pagus,  parola latina che significa villaggio, probabilmente perché si riteneva che i loro culti fossero ancora seguiti prevalentemente nelle campagne, anche se si danno anche altre spiegazioni come indicato nell’enciclopedia Treccani on-line:

pagano agg. e s. m. (f. -a) [lat. paganus, quindi propr. «abitante del villaggio», e più tardi «pagano»; il mutamento di sign. potrebbe essere dovuto al fatto che l’antica religione resistette più a lungo nei villaggi che nelle città; secondo altra ipotesi paganus, che aveva già nel lat. class. il sign. di «civile, borghese, non militare», contrapponendosi quindi a miles, avrebbe acquistato il nuovo sign. perché i primi cristiani, che si consideravano militi di Cristo, chiamavano pagani, cioè «borghesi», gli infedeli; più recentemente si è sostenuto che il pagus era un’entità non soltanto sociale ma anche religiosa, con proprie feste pubbliche sacre (paganalie), sicché paganus sarebbe stato colui che si manteneva fedele ai valori sacri tradizionali del pagus. 

 Quando diamo del pagano  a chi non segue o non segue più la nostra religione ci allineiamo, in genere inconsapevolmente, con i costumi di diffusione violenta della fede attuati dal Quarto secolo in Europa. Io lo evito e vi consiglio di fare come me, anche se nella predicazione si suole ancora dare dei pagani agli irreligiosi o ai religiosi secondo altre fedi. Insultare gli altri non è mai un buon inizio dell'inculturazione.
2.   Nel Medioevo europeo la violenza, anche estrema,  fu connaturata all’evangelizzazione. Il suo  culmine si ebbe nelle Crociate, guerre concepite come azioni religiose che furono organizzate contro i musulmani del Vicino Oriente. Questi metodi furono seguiti anche nella prima grande colonizzazione extraeuropea condotta dagli europei dopo la fine dell’Impero Romano, quella che riguardò dal Cinquecento l’America. Comportò genocidi degli Amerindi, i  nativi, vale a dire i discendenti di coloro, popolazioni di ceppo asiatico,  che erano migrati nel continente in epoca preistorica.  Nelle  successive guerre di colonizzazione europea in Africa, Asia e Oceania, dal Settecento, ci si condusse diversamente quanto alle questioni religiose, in genere consentendo alle popolazioni sottomesse di continuare a praticare i loro culti. Questo anche per l’affermarsi in Europa di idee diverse in materia di coesistenza religiosa, derivate dalla dura esperienza delle guerre di religione combattute in Europa tra cattolici e protestanti. La pressione sui nativi fu sicuramente più alta nell’azione dei missionari su popolazioni ritenute primitive, in Africa e Oceania, ma in genere non si ebbero gli eccessi perpetrati in America. L’unica regione extraeuropea del mondo in cui, al di fuori dell’America, gli europei ebbero successo nell’inculturare  la loro religione nei nativi furono le Filippine. In Nuova Zelanda e in Australia si ebbe la quasi completa sostituzione di nativi con i colonizzatori europei cristiani che in quelle regioni si radicarono al modo degli autoctoni, come già avvenuto in America, con conseguente metamorfosi culturale.
  La ragione della violenza di matrice religiosa non fu, in genere, veramente basata su esigenze di fede, bensì su questioni politiche. Il cristianesimo era stato infatti inglobato nell’ideologia politica degli europei e il dissenso veniva considerato un crimine politico, di lesa maestà, e come tale punito. Il Papato romano, in particolare, organizzò un proprio sistema di polizia politica, che va sotto il nome di Inquisizione, quando dall’anno Mille cercò di affermarsi  anche  come autorità politica europea, e di impero religioso. Oggi ci riesce difficile comprendere come la diffusione violenta della fede, e la conseguente repressione religiosa, potesse essere considerata in linea con i principi originariamente dettati dal Maestro, ma per un tempo lunghissimo non si ebbero difficoltà a capirlo. C’è, oggi, chi addirittura di quei tempi ha nostalgia e vi cerca ispirazione per la costruzione sociale.
 3. La politica è ancora in qualche modo chiamata in questione dalla fede, ma generalmente  in un modo diverso. La dottrina sociale  moderna, infatti, sviluppata dal Papato a partire da fine Ottocento nell’ambiente culturale in cui stavano affermandosi ideologie democratiche, chiama all’azione per la riforma sociale, come azione di fede. Questo appunto significa concepire la politica come manifestazione di carità. La nostra Azione Cattolica fu costituita nel 1906 proprio per fare questo lavoro in società. Questo va tenuto presente anche negli obiettivi di riforma di una parrocchia come la nostra. Fare  dell’umanità una sola famiglia descrive bene ciò a cui si tende. Ricordare la tragica storia passata della diffusione della fede, in cui prevalentemente si tese invece a fare dell’umanità un unico  impero serve a chiarirsi le idee soprattutto suoi metodi da impiegare per ottenere i risultati che ci si prefigge. Una volta farlo veniva sospettato di eresia, ora invece  è doveroso, in quello sforzo di purificazione della memoria, al quale ci guidò san Karol Wojtyla - Giovanni Paolo 2° nella preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000. La storia è quella che è, non può essere cambiata: se ne può solo alterare la memoria, come ogni regime politico dispotico ad un certo punto tenta di fare, e anche la nostra Chiesa ha cercato ciclicamente di fare. Purificazione  della memoria, nell’insegnamento di san Wojtyla, non significa manomissione  e anzi richiede innanzi tutto di fare memoria  realistica  degli eventi. Significa, in realtà, purificazione di chi fa memoria, nel senso che egli deve sapersi distaccare dalle esperienze del passato che, alla  luce della fede, non possono essere più prese a modello per il futuro. Come può una fede nell’agàpe, nella benevolenza universale, accettare di diventare violenta e addirittura stragista? Questo lavoro di purificazione è più facile quando si fa memoria di eventi lontani nel tempo e nello spazio. Oggi, forse, non accetteremmo di collaborare, come azione religiosa, a una conquista stragista della città di Gerusalemme come accaduto nel Medioevo. E questo anche se qualcosa dello spirito del passato rimane, quando decidiamo come condurci da cristiani in quella città che, come ci si proponeva nel Medioevo, è stata sottratta in gran parte ai musulmani, anche senza essere più, in gran parte,  nelle mani  dei cristiani. I cosiddetti  luoghi santi  sono quelli costruiti ideologicamente e materialmente  come tali al tempo delle Crociate. Così, quasi certamente, non accetteremmo di seguire i metodi di evangelizzazione praticati nel Cinquecento e Seicento in America e questo anche se, questa posizione non comporta ancora una condanna  morale radicale proporzionata all’enormità dei genocidi perpetrati in quelle epoche. Ma quando si tratta di giudicare eventi più vicini, nel tempo, nello spazio, al nostro cuore, le cose si fanno più difficili, ad esempio quando si cerca di fare purificazione della memoria  sull’esperimento di costruzione sociale attuato nella nostra parrocchia dal 1983 all’autunno del 2015, in sostanza per una generazione. Da chi lo condivise ci si attesta in difesa, da chi dissentì ci si pone in attacco. Manca una memoria  condivisa che, insieme al bene che ne uscì, sappia riconoscere francamente ciò che non funzionò.
3. Ritornando all’inizio: che cosa si vuole realizzare riformando la costruzione sociale della parrocchia? Ci basta ottenere un aumento della pratica sacramentale, ad esempi della frequenza alla Messa domenicale? Vorremmo ottenere una maggiore consapevolezza culturale sulle grandi verità di fede? Vorremmo  anche indurre una più salda spiritualità personale? Vorremmo, oltre a tutto ciò, curare  i mali sociali del quartiere come azione religiosa, nello spirito dell’attuale dottrina sociale? Riteniamo che quest’ultimo lavoro sia strettamente connesso con gli altri obiettivi in quanto questi ultimi possono essere conseguiti solo in una  comunità educante che sorregga lo sforzo di perfezionamento personale? Nel vecchio corso, ad esempio, non ci si proponeva un lavoro di costruzione sociale al di fuori delle comunità educanti. Ci si prefiggeva, idealmente, un’espansione di queste ultime, tali e quali come erano, nella società intorno fino ad inglobarne  la maggior parte possibile. La legge generale del radicamento culturale, nessun radicamento senza metamorfosi culturale, veniva seguita solo all’interno delle neo-comunità, mentre non la si accettava nel lavoro di espansione sociale, temendo la  contaminazione culturale. Le neo-comunità apparivano assai diverse da quelle dell’associazionismo religioso del passato, quindi prodotto di una intensa metamorfosi  attraverso la quale si era  ottenuto un forte radicamento delle spiritualità personali degli aderenti, ma non accettavano la diversità degli altri fuori, ai quali era lasciata, sostanzialmente, l’unica scelta dell’assimilazione. Ora il modello parrocchiale corrente  è impostato diversamente, ma non manifesta evidente il proprio obiettivo in società e questo, se da un lato rende meno rigido il rapporto con gli altri fuori, non rende ancora bene l’idea di che cosa ci si aspetta nell’uscire e che cosa gli altri di fuori dovrebbero aspettarsi, e anche temere, da noi. Questo li fa più guardinghi nei confronti delle nostre iniziative volenterose. La dottrina sociale corrente non aiuta in questo, perché si mantiene troppo sul vago. Poi però è insoddisfatta di noi, che operiamo sul campo, e ci rimprovera di rimanere  anime belle, facendoci meri ripetitori di concetti senza sapercene fare attuatori. Questo ciclico rimprovero di animobellismo mi accompagna fin dalle mie prime esperienza associative in religione ed in effetti ogni riforma in religione procede con una esasperante lentezza, tranne certi periodi di convulso avanzamento seguiti da altrettanti bruschi arresti. Attuare i bei propositi è difficile. Si è in qualche modo costretti a rimanere anime belle.  Ci si sente lanciati verso il cambiamento, ma presto arriva la doccia gelata:  i superiori, timorosi di perdere il controllo, ordinano di fermarsi, perché andando troppo avanti si cominciano a perdere tanti pezzi. Poi però rimpiangono quello che si poteva fare e se la prendono con noi anime belle per disciplina, per così dire (le anime belle più volenterose avendo fatto spesso una pessima fine, come minimo sperimentando l'emarginazione). In un articolo su Civiltà Cattolica  di questo mese, il direttore della rivista Antonio Spadaro ricorda le parole di papa Francesco da primate di Argentina, nel 2010, poco dopo le elezioni politiche tenute in quello stato nel marzo di quell’anno: «Non serve un progetto di pochi  e per pochi, di una minoranza illuminata e di testimoni, che si appropria di un senso collettivo. Si tratta di un accordo sul vivere insieme. E’ la volontà  espressa di voler essere popolo-nazione nel contemporaneo». Ragionando su quelle parole, Spadaro scrive: «Non basta più formare i giardini delle élite e discutere al caldo dei “caminetti”. Non bastano più le accolte di anime belle [,..] Facciamo discorsi ragionevoli e illuminati, ma la gente è altrove. E il grande rischio è quello di immaginare il “popolo” in  forma di “massa anonima”».  Ecco, vedete di nuovo l’accusa di animobellismo. Riguarda anche noi in parrocchia? Un po’ sì: ecco che i teorici della dottrina sociale sono insoddisfatti di noi perché non sappiamo relazionarci con le masse, il quartiere per quanto ci riguarda. La questione centrale, scrive ancora Spadaro, è quella della democrazia. Si è presa consapevolezza, infatti, continua Spadaro, che le democrazie possono morire, e ciò anche per mano di leader eletti democraticamente. E ai tempi nostri la democrazia, a lungo avversata, è considerata un importante strumento per l'attuazione dei principi della dottrina sociale.  Per noi, ragionare in quell’ordine di idee significa fare i conti con le circa quindicimila persone di fede che popolano il quartiere, acquisendo con loro quella familiarità che serve a non mantenercele  anonime. E’ questo che realmente vogliamo? O ci accontentiamo di volare più basso?
 Ricordiamo sempre questo: tanto più vasto è il radicamento culturale che si vuole ottenere, tanto più intensa è la metamorfosi che serve. Non basta urlare il Vangelo dai tetti. Quanto siamo disposti a cambiare per ottenere quel risultato?  E, soprattutto, siamo veramente capaci di cambiare nella misura che serve o è necessario perdere ancora un po’ di tempo per approfondire e chiarirci tra noi? Un’anima bella  non basta, certo, hanno ragione i teorici della dottrina sociale, ma è un buon punto di partenza; migliore sicuramente di un’anima  brutta, e  di un brutto passato che ogni tanto riemerge, anche se spesso inconsapevolmente o almeno ignorando o sottovalutando il male che in esso c'era. Per agire con spirito  sinodale, che significa proponendosi di  camminare insieme anche se si è discordi nel dettaglio, occorre inoltre farne pratica e noi abbiamo appena cominciato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
 


venerdì 4 gennaio 2019

Il costituzionalista Paolo Bonetti, professore associato all’Università milanese della Bicocca, membro del direttivo dell’Asgi, i giuristi italiani esperti di immigrazioni aiuta a capire gli argomenti secondo i quali una norma recentemente entrata in vigore potrebbe essere considerata non conforme alla Costituzione




Dall’articolo Lo scenario. Ecco le conseguenze giuridiche dei sindaci disobbedienti,  di Paolo Lambruschi, pubblicato il 3-1-19 da Avvenire.it


https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ma-i-prefetti-potrebbero-poi-annullare-i-provvedimenti-dei-comuni

 Il  costituzionalista Paolo Bonetti, professore associato all’Università milanese della Bicocca, membro del direttivo dell’Asgi, i giuristi italiani esperti di immigrazioni aiuta a capire gli argomenti secondo i quali una norma recentemente entrata in vigore, che vieta di concedere l’iscrizione all’anagrafe comunale agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia perché richiedenti asilo, potrebbe essere valutata come non conforme alla Costituzione. «La norma – sostiene il docente universitario -  viola l’articolo 3 della Costituzione. In sostanza non è possibile prevedere che tutti gli stranieri regolarmente soggiornanti, come dice il Testo unico sull’immigrazione, siano iscritti all’anagrafe come i cittadini italiani e poi in una norma successiva stabilire che una sola categoria di regolari – i titolari di permesso di soggiorno per richiesta di asilo – venga esclusa da questa iscrizione». L’incostituzionalità può essere ravvisata nell’irragionevolezza della distinzione.
«Ma poi che senso ha – prosegue il prof. Bonetti -  complicare la vita ai richiedenti asilo,  la categoria che andrebbe invece tutelata secondo la Costituzione perché più fragile? Non si capisce la ragione di una norma che discrimina sostanzialmente gli accessi ai servizi come l’iscrizione ai centri per l’impiego e al servizio sanitario nazionale che richiedono il comune di residenza. Il decreto Orlando-Minniti risolveva la questione, prevedendo un’iscrizione quasi obbligatoria fatta dai responsabili dei centri di accoglienza e la cancellazione quando venivano spostati».
  La norma «in realtà impedisce agli amministratori locali di conoscere residenza e numero esatto delle persone soggiornanti sul proprio territorio», osserva il prof. Bonetti, con ricadute sulla programmazione dei servizi sociali e pubblici che i Comuni hanno l’obbligo di garantire. 
 Quanto ai doveri degli uffici comunali anagrafici, e degli stessi Sindaci, nella materia di cui si discute, il prof. Bonatti osserva:
 «[L’ufficiale di anagrafe e il Sindaco] È un pubblico ufficiale, non può esimersi dall’applicarla, a maggior ragione per quanto riguarda l’anagrafe. Altrimenti il prefetto annullerà i provvedimenti contrari alla legge. La via maestra per i sindaci è invece quella di ricorrere alla Corte costituzionale contro la norma».
 L’articolo si conclude così:
«Ma quali sono le conseguenze alle quali i sindaci vanno incontro in questa loro azione? Innanzitutto i prefetti sono tenuti a denunciare loro e gli ufficiali dell'anagrafe. Il reato che potrebbe essere loro contestato è l'abuso d'ufficio. Aggravato dal fatto che i primi cittadini in materia di anagrafe agiscono come ufficiali di governo. I prefetti inoltre possono cancellare l'atto dell'ufficio comunale. C'è poi anche la possibilità di una revoca del mandato, che il Testo unico sugli enti locali demanda al ministro dell'Interno, ma solo in casi di “gravi e persistenti violazioni di legge”».

Problemi di costruzione sociale - 4

             Problemi di costruzione sociale - 4

  Sono passati tre anni da quando in parrocchia abbiamo provato a correggere alcune impostazioni del passato che creavano problemi e ancora non siamo riusciti a realizzare il primo obiettivo: una consuetudine di vita collettiva "corale". Lo ha ricordato il parroco al termine della Messa del Te Deum, l'ultimo giorno dell'anno passato. Bisogna però ricordare che quello che si sta cercando di modificare è stato "costruito" nel corso di trent'anni: questa la vera "particolarità" della nostra parrocchia, l'essere stata sede di un esperimento di totale rigenerazione sociale perseguito con molta determinazione, per la durata di una generazione e con ottime intenzioni. Si voleva "ricostruire" la parrocchia come "comunità educante", secondo gli auspici della riforma della catechesi degli anni '70, e anche come "mondo vitale" al modo di una famiglia, con una intensa solidarietà organizzata intorno a figure di capi naturali, autorità "paterne", in altre parole maschi dominanti, con una struttura per piccoli gruppi nei quali potessero viversi relazioni molto intense, intime, comprendenti anche un costume di grande confidenza reciproca. Questo esperimento ha funzionato, ma su scala troppo piccola, coinvolgendo circa trecento persone, e, soprattutto non si è affermato come realtà di quartiere, attirando molta gente di fuori, troppa. Questo ha progressivamente cambiato la natura della parrocchia secondo uno spirito di club, rendendola un'istituzione che continuava a erogare i servizi religiosi di base, ma come attività parallela e secondaria, proponendo poi come unico modello di coinvolgimento partecipativo, e vero centro della sua attività oltre che sua reale ragion d'essere,  quello che ho descritto, gli altri che c'erano stati nel passato rimanendo come esperienze tendenzialmente ad esaurimento, per anziani irriducibili. Aggiungo che la nuova esperienza comunitaria ricevette anche una nuova ideologia, che interpretasse il ruolo delle neo-comunità in relazione alla società intorno, ed essa appare ebraizzante, nel senso che presenta la nuova realtà associativa al modo delle antiche collettività israelitiche nelle loro travagliate relazioni con l'ellenismo, vale a dire come esperienza collettiva minacciata da contaminazione. Si vive un po', per rendere l'idea, nello spirito  dei libri dei Maccabei. Il risultato, non voluto naturalmente, è stata una progressiva estraneizzazione della parrocchia rispetto al quartiere. Le cose sono state aggravate anche dai problemi che la nostra religione incontra nell'Italia di oggi, per i veloci cambiamenti culturali che si stanno producendo e per il mutamento delle proporzioni tra giovani e anziani, con l'aumento della quota di questi ultimi. Descrivere il problema non basta a risolverlo. Quello che si è fatto negli ultimi tre anni va nella direzione giusta, di allargare l'esperienza comunitaria, mantenendo il buono che le neo-comunità manifestavano, rimuovendo solo l'esclusività della loro esperienza, facendo spazio ad altre.
  Fare spazio al quartiere, in un quartiere che non solo si è disabituato a frequentare la parrocchia come mondo vitale, ma che anche non ne sente più veramente la necessità, e nemmeno ne ha il tempo, perchè nell'Italia di oggi si risolve in altro modo il problema di dare senso alla vita, senza avvicinarsi così tanto agli altri, richiede di progettare una nuova costruzione sociale, adeguata ai tempi e agli obiettivi che ci si è dati. I modelli del passato non funzionano se riproposti tali e quali, in particolare quelli tutti centrati sul clero, e soprattutto occorre indurre un nuovo costume partecipativo del quale oggi si cerca di dare un'idea parlando di spirito "sinodale", non inteso nel senso che si discute ma poi si fa come dice il "padre" di riferimento, ma nel senso che, avendo fatto pratica di vita comune ravvicinata, ci si è preso gusto e non si lascia che la comunità sia sfasciata per dissensi su questioni particolari. A questo spirito si oppone quello "condominiale", nel quale ciascuno sta bene solo con i suoi, ma, essendo costretto a incontrarsi con altri per la gestione di servizi comuni, lo fa cercando di avere di più, il massimo possibile,  per i suoi perseguendo interessi di parte  anche a scapito degli altri, e, se non ci riesce, butta tutto all'aria, perché, a quel punto, tanto peggio tanto meglio. Lo spirito condominiale aleggiava nel passato modello parrocchiale e devo dire anche che, cercando di conoscersi meglio durante il nuovo corso, nelle occasioni che si sono  specificamente programmate, non ci si è ancora piaciuti, per cui lo spirito sinodale non si è realizzato e ognuno continua a stare sulle sue quando ci si incontra, al modo in cui lo si fa nelle assemblee condominiali,  per la disperazione dei nostri  volenterosi preti. A loro dico: il riformatore sociale che dispera ha già perso. Siete sulla strada giusta, ma vi occorre più tempo e, forse, come si racconta di Mosè, vi sarà dato di intravedere solo di lontano la nuova società che agognate di realizzare. Ma non è questo, forse, il destino un po' di tutti i profeti?
Mario Ardigò - Azione Caffolica in San Clemente papà - Roma, Monte Sacro Valli

  

giovedì 3 gennaio 2019

Problemi di costruzione sociale - 3

  Problemi di costruzione sociale - 3

 Quello che ho scritto nei precedenti interventi sul collegamento tra fede religiosa e società non incide minimamente sulla questione della verità della nostra fede. È invece molto importante nell'azione per costruire o modificare comunità di fede. Chiarisce che non lo si può fare senza conoscere e capire bene la gente nella quale si vogliono indurre, sostenere o correggere quelle relazioni interpersonali nelle quali consiste una comunità. Questa consapevolezza è piuttosto recente; in genere nei secoli in cui il cristianesimo fu usato per sacralizzare, e quindi rafforzare, il potere politico, si è preferito andare per le spicce. Nonostante tutto si sono avuti risultati di inculturazione della fede, ma non sono dipesi dalla violenza anche estrema, esercitata nell'imposizione della religione nelle culture altrui, ma dal fatto che si sono avute anche relazioni interculturali di altro tipo mediante le quali, progressivamente, ci si è conosciuti meglio e, conoscendosi meglio, ci si è anche piaciuti e intesi. In nessun caso, quando ciò è avvenuto, la religiosità è rimasta quella di prima; quando non è avvenuto, non si è realizzata l'inculturazione. La nostra fede si è diffusa a livello globale seguendo le guerre coloniali degli Europei. La diffusione della fede è stata più efficace in America che in Cina o in India o nel Vicino Oriente e in Nord Africa. Certo, in America la colonizzazione si è attuata anche mediante lo sterminio dei nativi, quindi attraverso veri e propri genocidi, ai quali si è aggiunta, a incidere su etnie e culture, la deportazione di ingenti masse di africani fatti schiavi. Tuttavia non si è trattato solo di questo. In America le culture dei colonizzatori europei insediatisi nel continente sono mutate e, mutando, si sono anche rinnovate, facendosi quasi autoctone, assumendo tratti particolari, modellando anche i regimi politici coloniali che ad un certo punto non hanno più voluto esserlo. Indicativa a questo proposito è la condizione delle colonie inglesi e francesi dell'America del Nord, tra le quali, insieme a nuove idee sul rapporto tra religione e società, ha attecchito una nuova concezione di democrazia, che poi ha fatto scuola nel mondo. In America il radicamento è conseguito a una metamorfosi. Questa può essere considerata la legge generale del radicamento culturale. Non c'è radicamento culturale in altre culture senza metamorfosi anche della cultura importata.
  La riforma, la metamorfosi culturale, fa paura in religione. Fin dalle origini si è stati assillati dall'idea di una verità normativa e immutabile. Si è recepito l'orrore per la contaminazione culturale che permea certi testi dell'Antico Testamento, mentre quel sentimento è sicuramente meno evidente nel Nuovo Testamento. Ma la faccenda si è fatta molto più seria quando il cristianesimo assunse rilievo politico divenendo la base dell'ideologia politica dell'impero romano, in realtà ormai greco-romano,  dal Quarto secolo. A quel punto il conformismo teologico non fu più questione di verità ma di sovranità, e il dissenso fu visto come materia di lesa maestà e come tale punito. Questa impostazione era più o meno ancora vigente quando, negli anni Sessanta del secolo scorso, il Concilio Vaticano 2^ (1962-1965) ce ne liberò. Lo si fece a ragion veduta, in quanto essa avrebbe ostacolato l'inculturazione della fede nell'era della decolonizzazione, quando gli  europei iniziarono ad allentare la presa sulle  genti extraeuropee cadute nel loro dominio. Tuttavia, nonostante  quella importante conquista culturale conseguita nell'ultimo concilio, in Europa, ma in particolare in Italia per la sua travagliata storia degli ultimi due secoli, continuiamo ad avere poca pratica con l'inculturazione della fede mediante metamorfosi, in particolare supponendo erroneamente che la si debba riservare alle relazioni con altre culture. Invece anche le culture degli italiani sono cambiate e, nella costruzione sociale, occorre tenerne conto. Non si può pensare di costruire ripristinando una religiosità del passato, dandole solo una spolveratina. Di questo si cominciò ad acquisire consapevolezza negli anni '70, quando, come ricordo spesso, tutto fu bloccato da un sovrano religioso  che aveva, nella Polonia dominata dal comunismo di stampo leninista, maturato una religiosità di resistenza culturale e una spiritualità da assediati (avendone certamente motivo in quel contesto culturale, molto meno in Italia).
Mario Ardigò- Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli

mercoledì 2 gennaio 2019

PAPA FRANCESCO - UDIENZA GENERALE - Aula Paolo VI - Mercoledì, 2 gennaio 2019 - Catechesi sul “Padre nostro”: 3. Al centro del discorso della montagna


PAPA FRANCESCO
UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 gennaio 2019

Catechesi sul “Padre nostro”: 3. Al centro del discorso della montagna

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e anche buon anno!
  Proseguiamo le nostre catechesi sul “Padre nostro”, illuminati dal mistero del Natale che abbiamo da poco celebrato.
  Il Vangelo di Matteo colloca il testo del “Padre nostro” in un punto strategico, al centro del discorso della montagna (cfr 6,9-13). Intanto osserviamo la scena: Gesù sale sulla collina presso il lago, si mette a sedere; intorno a sé ha la cerchia dei suoi discepoli più intimi, e poi una grande folla di volti anonimi. È questa assemblea eterogenea che riceve per prima la consegna del “Padre nostro”.
  La collocazione, come detto, è molto significativa; perché in questo lungo insegnamento, che va sotto il nome di “discorso della montagna” (cfr Mt 5,1-7,27), Gesù condensa gli aspetti fondamentali del suo messaggio. L’esordio è come un arco decorato a festa: le Beatitudini. Gesù incorona di felicità una serie di categorie di persone che nel suo tempo – ma anche nel nostro! – non erano molto considerate. Beati i poveri, i miti, i misericordiosi, le persone umili di cuore… Questa è la rivoluzione del Vangelo. Dove c’è il Vangelo, c’è rivoluzione. Il Vangelo non lascia quieto, ci spinge: è rivoluzionario. Tutte le persone capaci di amore, gli operatori di pace che fino ad allora erano finiti ai margini della storia, sono invece i costruttori del Regno di Dio. È come se Gesù dicesse: avanti voi che portate nel cuore il mistero di un Dio che ha rivelato la sua onnipotenza nell’amore e nel perdono!
  Da questo portale d’ingresso, che capovolge i valori della storia, fuoriesce la novità del Vangelo. La Legge non deve essere abolita ma ha bisogno di una nuova interpretazione, che la riconduca al suo senso originario. Se una persona ha il cuore buono, predisposto all’amore, allora comprende che ogni parola di Dio deve essere incarnata fino alle sue ultime conseguenze. L’amore non ha confini: si può amare il proprio coniuge, il proprio amico e perfino il proprio nemico con una prospettiva del tutto nuova. Dice Gesù: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,44-45).
  Ecco il grande segreto che sta alla base di tutto il discorso della montagna: siate figli del Padre vostro che è nei cieli. Apparentemente questi capitoli del Vangelo di Matteo sembrano essere un discorso morale, sembrano evocare un’etica così esigente da apparire impraticabile, e invece scopriamo che sono soprattutto un discorso teologico. Il cristiano non è uno che si impegna ad essere più buono degli altri: sa di essere peccatore come tutti. Il cristiano semplicemente è l’uomo che sosta davanti al nuovo Roveto Ardente, alla rivelazione di un Dio che non porta l’enigma di un nome impronunciabile, ma che chiede ai suoi figli di invocarlo con il nome di “Padre”, di lasciarsi rinnovare dalla sua potenza e di riflettere un raggio della sua bontà per questo mondo così assetato di bene, così in attesa di belle notizie.
  Ecco dunque come Gesù introduce l’insegnamento della preghiera del “Padre nostro”. Lo fa prendendo le distanze da due gruppi del suo tempo. Anzitutto gli ipocriti: «Non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente» (Mt 6,5). C’è gente che è capace di tessere preghiere atee, senza Dio e lo fanno per essere ammirati dagli uomini. E quante volte noi vediamo lo scandalo di quelle persone che vanno in chiesa e stanno lì tutta la giornata o vanno tutti i giorni e poi vivono odiando gli altri o parlando male della gente. Questo è uno scandalo! Meglio non andare in chiesa: vivi così, come fossi ateo. Ma se tu vai in chiesa, vivi come figlio, come fratello e dà una vera testimonianza, non una contro-testimonianza. La preghiera cristiana, invece, non ha altro testimone credibile che la propria coscienza, dove si intreccia intensissimo un continuo dialogo con il Padre: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6).
  Poi Gesù prende le distanze dalla preghiera dei pagani: «Non sprecate parole […]: essi credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Qui forse Gesù allude a quella “captatio benevolentiae” [=tentativo di attirare su di sé la benevolenza – nota mia] che era la necessaria premessa di tante preghiere antiche: la divinità doveva essere in qualche modo ammansita da una lunga serie di lodi, anche di preghiere. Pensiamo a quella scena del Monte Carmelo, quando il profeta Elia sfidò i sacerdoti di Baal. Loro gridavano, ballavano, chiedevano tante cose perché il loro dio li ascoltasse. E invece Elia, stava zitto e il Signore si rivelò a Elia. I pagani pensano che parlando, parlando, parlando, parlando si prega. E anche io penso a tanti cristiani che credono che pregare è – scusatemi – “parlare a Dio come un pappagallo”. No! Pregare si fa dal cuore, da dentro. Tu invece – dice Gesù –, quando preghi, rivolgiti a Dio come un figlio a suo padre, il quale sa di quali cose ha bisogno prima ancora che gliele chieda (cfr Mt 6,8). Potrebbe essere anche una preghiera silenziosa, il “Padre nostro”: basta in fondo mettersi sotto lo sguardo di Dio, ricordarsi del suo amore di Padre, e questo è sufficiente per essere esauditi.
  È bello pensare che il nostro Dio non ha bisogno di sacrifici per conquistare il suo favore! Non ha bisogno di niente, il nostro Dio: nella preghiera chiede solo che noi teniamo aperto un canale di comunicazione con Lui per scoprirci sempre suoi figli amatissimi. E Lui ci ama tanto.


Problemi di costruzione sociale - 2


Problemi di costruzione sociale - 2

1. La fede religiosa nel soprannaturale si sviluppa in una collettività sociale, vale a dire che è un fatto culturale. Questo significa che la religione, il modo in cui si esprime la fede nel soprannaturale in una società, è modellata dalla cultura di riferimento. La persona singola nasce immersa in una cultura e ne recepisce l’interpretazione religiosa del soprannaturale. E’ quindi religiosa nel modo in cui la sua società di riferimento lo è e, questo è molto importante, fin tanto che lo è. Poiché fin dalla preistoria è proprio dei gruppi sociali umani di migrare, anche le culture e le religioni seguono quei gruppi. Il contatto tra le culture di riferimento di gruppi sociali che vengono in contatto per via di migrazione le cambia. Se non sono gruppi sociali ma singoli individui a spostarsi da una cultura all’altra, che significa in genere da un gruppo sociale all’altro, quindi quando le migrazioni coinvolgono singole persone e non gruppi sociali, ci si deve aspettare che il migrante, desiderando l’assimilazione nel nuovo ambiente sociale, si lasci coinvolgere dalla sua cultura e dalla sua religione. Nell’interazione sociale, che coinvolge sia i gruppi che gli individui, può accadere che nella religiosità del migrante permangano comunque elementi delle culture di origine, assimilati da molto piccolo e quindi più difficili da modificare. Tanto più è importante la pressione sociale sul migrante del nuovo gruppo sociale di riferimento, tanto più gli elementi della  cultura di tale gruppo  influiranno sulla cultura di origine del migrante. Tuttavia può darsi il risultato opposto, nel caso, ad esempio, in cui la migrazione si sviluppi come un’invasione o una colonizzazione, nel qual caso la cultura dei migranti tenderà a prevalere su quella dei gruppi sociali invasi  o colonizzati. Ma anche nel caso che la cultura di importazione risponda ad esigenze che quella originaria del gruppo sociale in cui è importata non soddisfa o non soddisfa a sufficienza. In questo caso si attua una conquista  culturale da parte di chi riceve, nel senso che si sentirà  elevato,  o migliorato,  rispetto a prima, mentre nel caso di invasione o colonizzazione, si tratta di una conquista da parte degli invasori o colonizzatori non dei conquistati. I due fenomeni posso  realizzarsi in forme miste, in cui, ad esempio, l’invasore  è conquistato  culturalmente dalla società invasa o l’invaso, ad un certo punto, arriva a vivere come conquista culturale il recepimento della cultura dell’invasore, che all'inizio gli era stata imposta e a cui aveva cercato di reagire opponendosi all'inculturazione. Le culture religiose risultate dall’accostarsi di quelle di gruppi sociali che vengono in contatto in qualche modo  vengono sempre modificate rispetto a quelle originarie, secondo le dinamiche che ho descritto, hanno poi vita sempre legata alla nuova società di riferimento, che comprende quei gruppi sociali tra quali è nata l’interazione culturale, e possono in essa affermarsi non venendone più percepita l’estraneità nei gruppi sociali che si sono avvicinati e progressivamente integrati. Tutto questo che ho sommariamente descritto si osserva nelle varie fasi dell’evoluzione ed espansione del cristianesimo. Per acquisirne consapevolezza occorre conoscere la storia. Il cristianesimo nasce da culture di migranti originate dall’antico ebraismo che, interagendo i migranti con l’ambiente culturale dell’ellenismo, vale a dire la cultura greca che si era universalizzata nell’esperienza politica creata dall’affermazione dell’impero  costituito da Alessandro il Macedone (vissuto nel 4° secolo dell’era antica), poi dominato dai suoi successori ed esteso in gran parte del Vicino Oriente, Palestina compresa, ne furono profondamente modificate.
 2.  Nel giro di circa quattro secoli, il cristianesimo fu assimilato dalla cultura dell’antico impero romano, che aveva invaso e colonizzato i territori ellenistici, divenendone l’ideologia politica di base, sostituendo quella basata sugli antichi culti politeistici. Fu quindi impiegato per rafforzare quel potere politico imperiale affermandone l’origine sacra, per mandato  celeste. In questa visione l’imperatore era il luogotenente, il vicario, del Cielo e fungeva da padre  e pastore. In questa sua veste, ad esempio, convocò tutti i concili ecumenici del Primo millennio. Si ebbe così una sacralizzazione  della politica secondo la nostra fede. Il processo non è stato ancora ricostruito in maniera affidabile per quanto riguarda i suoi primi secoli, nei quali  si passò dall’emarginazione e ciclica persecuzione all’affermazione nella politica di vertice del tempo, e probabilmente non potrà esserlo più. Dal Quarto secolo, la dimensione politica del cristianesimo gli fu essenziale, costituendone una delle ragioni d’essere e uno dei modi principali di espressione sociale. Questo poi spiega perché dal Secondo millennio della nostra era il Papato volle costruirsi come imperatore religioso e politico insieme e più o meno dal Cinquecento si dette un’organizzazione simile a quella di uno stato anche negli affari prettamente religiosi, non solo per organizzare il proprio dominio, il proprio regno, sulle regioni dell’Italia centrale delle quali era anche sovrano politico.
  Dalla fine del Settecento si produsse in Europa un processo di desacralizzazione, in concomitanza con l’affermarsi dei processi democratici. Questi ultimi richiedevano che si potesse liberamente mettere in discussione non solo le singole scelte politiche, ma anche il potere politico in sé. Quest’ultimo desacralizzato, fu anche  laicizzato, quindi sottoposto al libero giudizio del làos, parola greca che significa popolo. Non gli si riconobbe più il potere di imporre alle masse una propria religione, in tal modo sacralizzandosi e sottraendosi al giudizio popolare. La libertà religiosa è quindi al fondamento dei processi democratici. Questo non significa però libertà dai valori umanitari, ma libertà  politica nell’aderire a una religione di modo che quest’ultima non possa più essere strumentalizzata  a fin politici, nella specie di sacralizzazione della politica. La nostra religione, a seguito dei processi di desacralizzazione della politica,  sembrò quindi perdere progressivamente una delle sue principali ragion d’essere e, in tal modo, indebolirsi. Ma, nello stesso tempo, iniziò al suo interno il processo di inculturazione  dei principi democratici, che è chiaramente percepibile fin dall’origine dell’ideologia democratica moderna e, in particolare, nello sviluppo di quella statunitense, la prima democrazia dell’era moderna, tanto diversa dalle democrazie dell’antichità, ma anche da quelle che erano in precedenza riuscite  a svilupparsi in Europa nel Secondo millennio, proprio per la compiuta assimilazione nell'ideologia che dava voce alle masse, al popolo, nell'ideologia democratica,  di alcuni importanti principi religiosi cristiani che vennero espressi  come ideali di  uguaglianza, fraternità e libertà, quindi come valori democratici. I processi democratici moderni, con la relativa desacralizzazione, videro  l’affermarsi sulla scena politica, in Europa e nelle altre regioni di cultura europea, di masse che prima erano state sotto il dominio di dinastie sovrane, con alcune delle quali il Papato, trasformatosi nel Secondo  millennio in una sorta di dinastia, si era federato. Anche il Papato fu direttamente investito da un processo di desacralizzazione, vale a dire di messa in questione della sua ragion d’essere come dominio politico, e ciò fin dal Cinquecento, con la Riforma protestante. Anzi, questa desacralizzazione può essere considerata come il modello delle altre, successive, che investirono le dinastie sovrane europee. Della desacralizzazione della politica si prese atto nella nostra confessione religiosa solo a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che ebbe al centro della sua riflessione la Chiesa come popolo, dunque come realtà di massa in cui le masse non erano più considerate semplicemente come pecore  da guidare, ma soggetti attivi , protagonisti, della diffusione della fede religiosa. Ma come dovevano esserlo? Questo argomento fu al centro della riforma della catechesi che fu deliberata in Italia con il cosiddetto  Documento di base “Il rinnovamento della catechesi”, del 1970. Venuta meno la pressione sociale degli stati che indirizzava le persone alla fede, dichiarando che per essere buon suddito occorreva essere credenti,  in quanto la religione era parte dell’ideologia politica di base e fonte della sacralizzazione della politica, occorreva costituire il popolo di fede come comunità educante  per condurre e formare in altro modo alla fede. Si prese così atto del chiaro collegamento tra la società e la sua cultura religiosa. Per preservare quest’ultima occorreva lavorare sulla società e, in ambiente democratico, occorreva lavorare con la collaborazione più vasta, innanzi tutto migliorando molto la formazione e dunque la consapevolezza religiosa. Tuttavia, nella pratica, le cose si presentarono molto più difficili che nell’abbozzo tratteggiato dai teologi.
  Le comunità educanti, maturando maggiore consapevolezza, tendevano a sottrarsi al Magistero. Se le si concepiva come comunità al modo della famiglia, con un’autorità naturale  ad ordinarne la struttura e a mantenerle sottomesse ai padri religiosi, tendevano a diventare dispotiche e ad essere rifiutate da chi si era formato in ambiente democratico. Inoltre le comunità educanti funzionavano bene solo se rimanevano gruppi di prossimità: allargandosi riuscivano ad funzionare molto meno efficacemente e si presentavano come molto più esposte all’interazione con altre culture, per le dinamiche che ho descritto all’inizio. Se tuttavia si cercava di fortificarle contro questa specie di contaminazione, recuperando ad esempio elementi dell’antica teologia ebraica, esse poi funzionavano come comunità educanti solo su scala molto piccola e si presentavano invece come corpi estranei nelle società di riferimento. Nella nostra parrocchia, nella quale abbiamo vissuto per un tempo molto lungo, per un trentennio,  l’esperimento sociale di comunità educanti di tipo familiare con ideologia religiosa fortificata a difesa da contaminazioni esterne, abbiamo riscontrato problemi simili.  Il piccolo gruppo, nelle sue intense relazioni affettive di prossimità, crea rapidamente quello che mio zio Achille e altri definirono  mondo vitale, il gruppo sociale nel quale la persona trova il senso della vita, ma che, nel mentre ha questo effetto, anche  confina  la persona al suo interno e la rende dipendente, creandole problemi con la società intorno, quella che si vorrebbe condurre alla fede. L’effetto di mondo vitale  si perde quando si cerca di estenderlo e quando c'è tende a separare dal contesto. Per nostri limiti di specie non siamo capaci di più di circa centocinquanta relazioni personali profonde, ma l’umanità è arrivata ormai  a circa otto miliardi di persone e ora in religione vorremmo pensarla come un’unica famiglia, la famiglia umana, ed anche provare ad organizzarla effettivamente come tale. Dominandola da un qualche vertice, al modo degli antichi imperatori, si riesce ancora ad ordinarla, ma fatalmente i processi democratici, secondo l’ideologia di libertà, uguaglianza, fraternità, ne risentono, e anche gli effetti di mondo vitale che danno senso alla vita: da cui la crisi molto evidente ai tempi nostri delle democrazie. I capi guardano le masse, ma non vedono i singoli che le compongono, si relazionano con esse come il grande allevatore con gli animali che alleva; le masse guardano ai capi e si illudono di avere con loro una relazione personale, e, guardando tutti verso un vertice, come accade negli stormi di uccelli, sostanzialmente conformandosi per imitazione, riescono anche a dare coerenza all’azione collettiva, come succede in un’orchestra sinfonica o anche in un grande coro. Tuttavia questo tipo di dominio non basta più oggi alla religione, nella quale si vorrebbe indurre, anche e prevalentemente mediante comunità educanti, un’adesione personale e forte alla fede religiosa: non basta più, in altre parole, il conformismo sociale indotto da un’autorità o dalla stessa comunità educante. Questo perché comunità tenute insieme dal semplice conformismo sociale non riescono ad essere veramente attive nella diffusione della fede,  e a dare senso  a quest'ultima, in un ambiente caratterizzato dalla libertà religiosa, nel quale quindi la pressione sociale alla fede non può andare oltre una certa misura. In ciò sta anche il  nostro problema parrocchiale di costruzione sociale. Che fare?
Mario Ardigò - Azione cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli