INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

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giovedì 7 dicembre 2017

Servizio di Stato

La preghiera

Come dolce prima dell’uomo
Doveva andare il mondo.

L’uomo ne cavò beffe di demoni,
La lussuria disse cielo,
La sua illusione decretò creatrice,
Suppose immortale il momento.

La vita gli è peso enorme
Come liggiù quell’ale d’ape morta
Alla formicola che la trascina.

Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.

Oh! rasserena questi figli.

 Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.

Sii la misura, sii il mistero.

Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.

 Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
[Giuseppe Ungaretti - 1928 - dalla raccolta Sentimento del Tempo]

Servizio di Stato


   Discuto in giro delle cose d’Italia con la gente che incontro e mi sembra che pochi abbiano la consapevolezza di ciò che è in questione nelle elezioni politiche del prossimo marzo. Se ne escono spesso con frasi di circostanza di sfiducia verso i politici, intendendo quelli che della politica hanno fatto una professione e, in particolare, quelli tra loro che hanno avuto successo e determinano l’indirizzo di governo. Non mi pare che si riesca a fare differenze tra chi è più e tra chi è meno affidabile. In genere non si ha un contatto vivo con gli eletti. Il mondo della politica è visto come il regno dell’arbitrio e dell’interesse privato. Che servirebbe, allora, perdere tempo a ragionare su come votare? A che serve, in definitiva, votare, se poi tutto andrà sicuramente come prima? L’anti-politica  sta tutta qui. Sta in un sentimento di impotenza sfiduciata. Allora vi è anche, oltre a quella di non votare,  la tentazione di votare strano, per ribaltare tutto. Cambiare tutto: significa fare una rivoluzione, passare da un ordine ad un altro, ma comunque ad un altro ordine, diverso  ma pur sempre ordine. Se l’agitazione sociale non ha questo obiettivo è effettivamente impotente: perché non cambia nulla. Per cambiare occorre progettare e per progettare occorre capire.
  Capire  è faticoso, si perde tempo, e, paradossalmente, in una società opulenta come la nostra, i più ne hanno poco. Come accade? Ecco, questa è una delle cose da capire. Com’è che, in una delle società più ricche dell’Occidente, siamo sempre affannati, insicuri, travagliati nella nostra vita quotidiana? Sofferenza sociale diffusa in una società ricca: è l’indice di qualcosa che non va. i sociologi le danno un nome: diseguaglianza. La ricchezza prodotta nella società non si distribuisce equamente, vale  a dire mettendo al sicuro le vite di tutti, non dico dando a tutti la ricchezza, l’opulenza, ma ciò che è sufficiente a impedire l’infelicità acuta. Un lavoro, una casa, l’istruzione, la possibilità di farsi una famiglia e di  coltivare la vita dello spirito. Tutto questo, ai nostri giorni, sembra un lusso, un di più, qualcosa per cui ci si deve dannare e che, quando si raggiunge, è sempre in pericolo, si può perdere da un momento all’altro. I programmi di vita a lunga scadenza, così, saltano. E se uno non sogna più la felicità, allora si disamora alla vita. Tutto questo non è caduto dal cielo come la pioggia, né si è prodotto per virtù propria dalla terra, come i terremoti: non è un fatto naturale. E’ il risultato di politiche che hanno prevalso in Occidente dagli scorsi anni Ottanta. Queste politiche, nel complesso, hanno avuto il consenso della maggioranza degli elettori, senza che si possa fare distinzione tra destra e sinistra, benché quelle politiche siano connotate da idee di destra, quindi con molto rilievo sulla proprietà delle cose e delle aziende e sulla libertà di fare impresa senza oneri e controlli sociali.
  Ciò che è stato fatto politicamente, può essere disfatto per la stessa via. Ma prima occorre capire bene se si debba cambiare e, soprattutto, come. Questa è la scelta delle scelte che faremo nel prossimo marzo. Cambiare, dopo, potrebbe essere più difficile, perché è tanto tempo che si va in una direzione, sono cambiate tante cose, che cambiare in senso contrario si fa sempre più difficile, in particolare perché è stato molto cambiato l’agente istituzionale che potrebbe realizzare il cambiamento, vale  dire lo Stato.
  Bisogna avere ben chiaro che chi parla di  rivoluzioni fiscali,  nel senso di  meno tasse, e di meno Stato  pensa che quello che si è fatto negli ultimi quarant’anni circa sia andato nella direzione giusta. A queste idee è collegata quella che la pubblica amministrazione debba essere organizzata al modo delle imprese commerciali. In queste ultime vediamo che il controllo dei livelli inferiori delle strutture organizzative è ottenuto mantenendoli in una condizione di insicurezza, quindi con la prospettiva del licenziamento o della retrocessione in caso di insubordinazione. Il campo più vasto della pubblica amministrazione in cui si è iniziato a sperimentare questo modello è stato quello della scuola: si è parlato di dirigenti scolastici  / manager, con molti più poteri, anche di assunzione, e legati, nella valutazione del loro lavoro,  a risultati in termini essenzialmente di soddisfazione dell’utenza (genitori degli alunni) e di risparmio nell’impiego delle risorse materiali e umane. Non va bene? Perché? Fondamentalmente c’è il problema che alla scuola sono state assegnate risorse molto scarse: gli edifici scolastici pubblici cascano e pendono e gli insegnanti pubblici sono pagati troppo poco, quindi, in particolare non hanno modo di aggiornarsi (aggiornarsi costa, si fa in gran parte sui libri: quanti più se ne leggono, tanto più si sa, ma prima di leggerli bisogna averne la disponibilità; e poi occorrono altre attività di formazione, tutte con un costo). In una situazione così il dirigente è spinto a spremere  i dipendenti cercando ottenere da loro servizi supplementari che non rientrano in ciò che, in base al contratto di lavoro, competerebbero loro. E comunque a tacitare le proteste con il peso della gerarchia e la minaccia di togliere certi benefici retributivi. Infatti una componente dello stipendio degli insegnanti dipende sostanzialmente da ruoli che vengono assegnati discrezionalmente (vale a dire senza dover attenersi a un qualche criterio prefissato dettagliatamente prima della decisione) dal dirigente. Ma, poi, soddisfazione degli utenti e risparmio possono essere veramente i principi supremi di una scuola pubblica? Quest’ultima nacque storicamente per fare gli italiani dopo che con l’unificazione nazionale era stata fatta l’Italia. Per questo da sempre è stata oggetto di una certa diffidenza da parte del Papato, il quale, nella questione dell’unità nazionale, fu a lungo tra gli oppositori e, dunque, non ritenne un valore fare gli italiani. E ancora oggi vorrebbe fare più spazio alla proprie  scuole. La scuola pubblica è funzionale all’affermazione della democrazia politica, ha come principale obiettivo quello di fare cittadini di uno stato democratico, rendendoli consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri e capaci di esercitare virtuosamente e responsabilmente il potere politico che appartiene ai cittadini in democrazia. Non è un’impresa come le altre in cui si vuole minimizzare i costi per massimizzare i profitti. Cambiando  la scuola pubblica e avvicinandola all’organizzazione delle imprese si svalorizza la democrazia.
  Dico pubblico  e direi meglio statale. Infatti sto parlando della scuola statale: di servizio di Stato. E’ appunto il servizio di Stato che si è voluto cambiare, sull’esempio di ciò che è accaduto, ad esempio, negli Stati Uniti d’America. Siete soddisfatti, colleghi genitori, del risultato? Questa è una delle cose in ballo nelle prossime elezioni politiche. Continuiamo per questa strada o cambiamo?
 I principi costituzionali che riguardano il servizio di Stato non sono gli stessi di quelli che si applicano nelle imprese. Ad esempio bisogna agire in modo imparziale, che significa  con giustizia (art.97, 2° comma, della Costituzione). Non si è al servizio di un qualche obiettivo  particolare o di una qualche scala gerarchica, come nelle imprese, ma  della Nazione (art.98 della Costituzione). Di regola le assunzioni avvengono mediante concorsi, procedure in cui si decide con giustizia chi in un certo momento è più idoneo di altri per un certo posto pubblico, non a discrezione di un dirigente, a sua volta scelto discrezionalmente dai dirigenti superiori. Chi è esposto alla discrezionalità  dei superiori, non alla loro giustizia, è meno libero, non è al servizio della Nazione, ma del superiore da cui dipende la sua vita. Si deve agire con disciplina e onore (art.54 della Costituzione): l’onore  è un correttivo della  disciplina. Non ogni cosa può essere pretesa da un impiegato pubblico per disciplina. Perché c’è l’onore. Onore  significa sottomissione solo ai principi costituzionali e alle leggi, significa giustizia e impegno per la giustizia. L’impiegato pubblico, in certe condizioni, ha il dovere di  resistere  ad ordini disonorevoli. E’ per questo che, ancora oggi, il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti è più stabile e sicuro di quello degli altri lavoratori. Non si è ancora ardito di farne dei dipendenti come tutti gli altri, esposti totalmente alla discrezionalità dei livelli superiori dell’organizzazione. Però si è proceduto per questa via. Dalle prossime elezioni dipenderà se si continuerà per questa strada fino alla fine. Una volta cambiata radicalmente l’organizzazione statale, poi sarà difficile, molto difficile, cambiare, in particolare nel settore scolastico, dove gli insegnanti statali sono oltre un milione. Una scuola organizzata come un’impresa privata, non solo con i pregi ma anche con i molti difetti dell’impresa privata, non ultimo un certo servilismo che viene indotto dalla sottomissione a sua volta dipendente dall’essere in mani altrui, discrezionalmente, poi inciderà nell’istruzione degli alunni inducendo in questi ultimi i propri principi organizzativi, quindi insegnando come un valore la sottomissione e la gerarchia discrezionale, per cui chi comanda su altri può farne ciò che crede, discrezionalmente, senza trovare ostacoli in principi di giustizia e, innanzi tutto, proponendo come un ostacolo la giustizia.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


  

Gerusalemme capitale dello Stato di Israele - appunto storico


mercoledì 6 dicembre 2017

Impresa mondo totalitario


Eterno il suo amore per noi

Poter dire anche noi, ognuno di noi:
egli si è degnato di chiamarci alla vita,
chiamando ciascuno per nome:
eterno il suo amore per noi.

E ci ha dato una mente e un cuore,
e occhi e mani, e sensi;
e la donna ha dato a perfezione dell’uomo:
eterno è il suo amore per noi.

E pur se provati da mali e sventure,
potati come vigne d’inverno,
visitati dalla morte,
almeno qualcuno riesca a dire:
eterno è il suo amore per noi.

Che tutti gli umiliati e offesi del  mondo,
questo immenso oceano di poveri,
possano un giorno insieme urlare:
eterno è il suo amore per noi

David Maria Turoldo



Impresa mondo totalitario

  Storicamente l’esperienza democratica è legata a quella del mercato. Anticamente il mercato era uno spazio fisico, ad esempio una piazza, dove si andava a vendere e comprare. Bisognava garantire la sicurezza di venditori e acquirenti e delle merci scambiate.Le merci venivano esposte, potevano essere confrontate, e il prezzo si faceva contrattando. Gli acquirenti potevano esaminare la merce offerta e potevano rendersi conto se rispondeva effettivamente alla qualità decantata dal venditori. La merce a volta arrivava da molto lontano, passando di mano in mano nel viaggio: occorreva garantire la sicurezza anche di questi traffici. Al mercato erano necessarie una certa libertà, una certa sicurezza e, nelle contrattazioni, una certa idea di uguaglianza tra le persone, anche a prescindere dalla loro condizione di cittadinanza. Oggi questo tipo di mercato c’è ancora, ma è diventata un’esperienza rionale, in qualche modo minore, anche se i mercati di quartiere sono ancora molto frequentati. Uno di questi, piuttosto grande, è in via Conti. Si fa tutti i giorni. Un altro, che si fa però solo un giorno alla settimana, è in via Val di Sangro: qui vengono venditori ambulanti ed è molto simile a certi mercati dell’antichità in cui arrivavano mercanti  da molto lontano. In genere, però, il mercato è diventato un sistema giuridico, non fisico, un insieme di relazioni economiche che vedono protagoniste imprese  molto grandi, con organizzazioni complesse, e i  consumatori. In questo contesto non c’è più uguaglianza tra le parti: le imprese  controllano, e in un certo senso dominano, quote  di consumatori mediante tecniche psicologiche piuttosto sofisticate che vengono chiamate con la parola inglese marketing, che è appunto controllo del cliente e induzione al consumo. In questo mercato non c’è parità nemmeno tra le imprese: quelle più forti tendono a dominare il mercato, anche se in Occidente, vi sono norme giuridiche per contrastare questa tendenza, che finisce per distorcere il mercato, in particolare nella formazione di prezzi equi.  Insomma, per quanto il mercato come lo si concepiva nell’antichità sia diventato un’esperienza residuale, si cerca di evitare che il mercato contemporaneo se ne discosti troppo, per contrastare posizioni dominanti  che finiscano per distruggerlo. Infatti dove non lo si fa, vi è il rischio che una posizione dominante evolva in monopolio, dove c’è un unico produttore e venditore di un certo prodotto e allora il mercato non c’è più. Un certo pluralismo è vitale per il funzionamento del mercato, e, innanzi tutto, perché vi sia un mercato.
   L’impresa è l’attività di produzione e commercio di beni e servizi. Viene svolta organizzando il lavoro in un’azienda, che comprende locali, macchine, materie prime e lavoratori organizzati in fabbriche e uffici. In un sistema capitalista, l’azienda è  di proprietà  del capitalista, vale a dire di chi  investe  il proprio denaro e altre risorse di proprietà nell’impresa, ad esempio per comprare locali, macchine, materie prime, o comunque per acquisirne la disponibilità e per assumere i lavoratori. L’azienda è organizzata dal capitalista. Quest’ultimo, di solito, è una singola persona fisica solo nelle piccole imprese. Di solito ci si associa e, allora, si formano delle società, che, per distinguerle più chiaramente da altre, vengono definite società commerciali.  Queste società possono diventare molto grandi e comprendere moltissimi  soci e allora il  capitale, le risorse investite  nell’impresa, può essere molto frazionato. In questi casi non è necessario, per controllare l’impresa, possederne la maggior parte, ma la quota  maggiore (non sono la stessa cosa). Nelle grandi imprese, le aziende non sono dirette, di solito, direttamente dai capitalisti, ma da loro incaricati, che possiedono particolari competenze e abilità professionali. Vengono chiamati con la parola inglese manager  che equivale al nostro  amministratore, ma ha una connotazione più precisa riferita alla gestione d’impresa. Il manager ha un’autonomia maggiore di un semplice dirigente aziendale. Nella gestione delle grandi imprese ci sono manager  a vari livelli. Al vertice troviamo quelli che nel gergo dell’aziendalistica, il ramo dell’economia che si occupa dell’organizzazione e gestione delle aziende, sono definiti con la sigla inglese C.E.O. che significa  Chief Esecutive Officer, che significa  amministratore capo e che, in italiano, si traduce meglio con  amministratore delegato.  Delegato da chi? Dal capitalista, vale a dire, nelle grandi imprese, da quelli che controllano la società che possiede l’azienda.
  Ora è chiaro che, mentre l’ideologia del mercato è legata a quella democratica, quella dell’impresa e dell’azienda non lo è. In quest’ultima conta la proprietà: chi possiede o, nel caso di proprietà collettiva, come accade nelle società commerciali, possiede di più, comanda e organizza. L’impresa, così, è un mondo totalitario, in cui il potere scende  dall’alto ed è indiscutibile ai livelli inferiori. Comanda un piccolo gruppo di manager  e lo fa in nome e per conto dei capitalisti che controllano  l’impresa, possedendone la quota maggiore. Gli scopi e i modi dell’attività d’impresa non vengono definiti da chi in essa semplicemente  lavora, ma dal management, vale a dire dal gruppo dei manager  di vertice.
  Come in tutte le organizzazioni complesse, anche nelle grandi imprese è difficile dominare tutti i settori di attività. Vengono assegnati obiettivi e date direttive organizzative, ma ogni centro, fabbrica o ufficio, ha una certa autonomia, vale a dire che l’hanno i manager che vi sono preposti. Il controllo è di tipo statistico e le valutazioni si fanno sulla base dei profitti programmati. Se quelli realizzati sono inferiori a quelli programmati ciò implica un giudizio negativo sul management.  Il dominio sui livelli inferiori viene ottenuto rendendo insicura la posizione di chi li dirige e di chi vi lavora. Ai livelli inferiori si deve avere la consapevolezza di essere in mani altrui, in quelle dei livelli superiori. Ecco perché ostacoli giuridici ai licenziamenti individuali sono poco graditi ai capitalisti e al management: rendono più difficile il controllo delle organizzazioni complesse. Se si ha la consapevolezza di essere in mani altrui, senza possibilità di difesa, quindi di poter perdere il  posto di lavoro  ad arbitrio dei superiori, questo favorisce la sottomissione  ai superiori, ai loro scopi, ai loro interessi. Questo risultato non è spontaneo nelle esperienze comunitarie, dove ognuno vorrebbe avere voce, così come avviene in democrazia. Indurre la  sottomissione  comporta di combattere ogni esperienza solidale nei livelli inferiori, nella, quale, coalizzandosi, si cerchi di farsi forza con il numero. Questa è l’attività svolta dai  sindacati dei lavoratori.  Capitalisti e management saranno quindi le  controparti  dei  sindacati dei lavoratori. Cercheranno di prevalere in due modi:   raggiungendo accordi con i sindacati più disponibili a compromessi e combattendo in azienda i sindacati meno duttili. Vi sono ancora, però, norme giuridiche che contrastano le condotte antisindacali di capitalisti e management. Però c’è il modo di eluderle. Accade, ad esempio, quando in una crisi aziendale in cui si cerchi di scorporare le unità meno efficienti, per poi chiuderle, gli iscritti ad un certo sindacato, ostile al management, si ritrovino in maggioranza in un bad company - ramo d’azienda in perdita, vale a dire nella parte dell’azienda destinata ad essere chiusa, senza che però, naturalmente, l’intento antisindacale sia dichiarato, ma con altre giustificazioni, basate su considerazioni riguardanti la riorganizzazione in vista di nuovi scopi aziendali. Si dice sostanzialmente che quei lavoratori non servono più, mentre la realtà è che non li si vuole più.
  Perdere il lavoro significa perdere i mezzi di sostentamento per sé e per la propria famiglia e la dignità. Cambia la vita. Si passa da una vita ad un’altra e quella di prima si perde. E’ per questo che la dottrina sociale riprova chi toglie il lavoro e fa rientrare questo nella violazione del non uccidere,  il quinto Comandamento.  
   «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide.» [Dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo di papa Francesco - 2013].
  La paura di perdere il lavoro rende docili, arrendevoli verso chi ha il potere di toglierlo e questo potere è tanto più grande quanto minore è il potere dei giudici dello Stato di sindacarne l’esercizio. Nella nostra Costituzione il lavoro è definito un  diritto:

art.4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

 Maggiore è il potere di togliere il lavoro, minore è l’effettività del diritto al lavoro.
 Nell’ordinamento costituzionale repubblicano italiano diritto al lavoro e democrazia sono strettamente connessi: il lavoro è considerato infatti lo strumento per ottenere eguaglianza ed l’effettiva partecipazione al governo dello stato delle masse.
  Quello che ho riassunto sopra spiega perché quelli che vorrebbero organizzare la società secondo i criteri dell’impresa sono anti-democratici. Se connotiamo la democrazia in base ai criteri di libertà, uguaglianza e solidarietà, l’organizzazione delle imprese non rispondono a nessuno di essi. Coloro che partecipano all’impresa non sono né uguali né solidali e la libertà è di chi possiede l’impresa, non degli altri, che si vuole invece sottomessi.
  Un democratico vorrà lasciare l’impresa nel mondo della produzione e del commercio, senza che abbia il sopravvento anche in politica. Ma dagli anni ’80 del secolo scorso è appunto questo che succede: è molto aumentato il potere politico delle imprese, vale  a dire di chi le controlla. Questo ha prodotto una legislazione conseguente, sfavorevole per i cittadini lavoratori. E’ una tendenza che si è sviluppata in tutto l’Occidente e, ora, in modo eclatante negli Stati Uniti d’America. E’ stato osservato che il governo federale statunitense è finito nelle mani di grandi manager e il Presidente federale è un grande capitalista e manager.  Il Segretario di Stato ha ricoperto fino a pochi mesi addietro il ruolo di CEO  di una grande società petrolifera.
 L’indicatore sicuro per individuare i democratici e gli anti-democratici è l’atteggiamento verso il lavoro. Chi si propone di ridurne le garanzie, quanto a retribuzione, stabilità, sicurezza, o addirittura è già riuscito a farlo,  adotta in politica l’ottica dell’impresa, la quale è un mondo totalitario, antidemocratico al suo interno. Una politica così sarà insofferente dei metodi della democrazia, ad esempio non celebrerà congressi di partito, nei quali contano le persone non il possesso, o cercherà di predeterminarne il risultato riducendo il dibattito al loro interno. Il potere scenderà dall’alto. E si agirà, con manager e al modo dei manager, nell’interesse di chi nell’impresa politica  ha investito soldi suoi. Troveremo al vertice di comando una struttura simile a quella di una società commerciale. Si cercherà di controllare gli iscritti e gli elettori, di condizionarli, con tecniche di marketing, come si fa con i consumatori.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli


 



lunedì 4 dicembre 2017

Rischio d’impresa

Rischio d’impresa


 Miracolo dei miracoli è l’essere umano!
 Naviga i mari in tempesta dominandone i venti e d’anno in anno vince la Terra, l’antica e tenace Dea, rivoltandone i campi con l’aratro e la fatica dei cavalli.
[…]
  Stupefacente ciò che riesce a fare, a volte nel male, a volte nel bene.
  Onora la patria se rispetta le leggi immortali, ma non ha patria il malvagio: via, lontano da me, chi è così e che io non lo segua mai!
[parafrasi libera di un brano dalla tragedia Antigone  di Sofocle (autore greco del 5° secolo dell’era antica)]

[dall’enciclica Laudato si’  di papa Francesco - 2015]
 Le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. L’intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia. La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione.
[…]
  Si richiede dalla politica una maggiore attenzione per prevenire e risolvere le cause che possono dare origine a nuovi conflitti. Ma il potere collegato con la finanza è quello che più resiste a tale sforzo, e i disegni politici spesso non hanno ampiezza di vedute. Perché si vuole mantenere oggi un potere che sarà ricordato per la sua incapacità di intervenire quando era urgente e necessario farlo?
[…]
 Signore Dio, Uno e Trino, 
[…]
Illumina i padroni del potere e del denaro
perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli,
e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.


  Vi è chi può essere infastidito dagli ampi richiami che faccio alla dottrina sociale. Ho due buoni motivi per farlo: mi rivolgo in primo luogo a persone di fede della mia confessione religiosa e poi gli scritti che cito sono efficaci e sintetici manuali  di azione sociale, come raramente se ne trovano in giro. Sono il frutto di un lavoro collettivo di persone colte che cercano anche di essere buone. Oggi la Chiesa cattolica è la più potente ed estesa scuola  di formazione alla politica che c’è in Italia. Con i documenti Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo, del 2013, e Laudato si’, del 2015, ha preso espressamente posizione sulle cause delle maggiori sofferenze umane contemporanee, individuandole nel modello di sviluppo prevalente e, in particolare, nell’organizzazione dell’economia e della finanza, vale a dire della produzione e dei traffici di denaro. Fino al recente passato, e da molte parti ancora oggi, occuparsi di questi temi nel modo in cui lo fa la dottrina sociale venne considerato sovversivo.
  Si parte alla considerazione che la politica è dominata da chi è riuscito a controllare l’economia e la finanza. Questo dominio politico è analogo, ed è ottenuto con gli stessi metodi, a quello che si esercita sui consumatori. Si esorta ad un cambio di mentalità e alla riforma sociale. Ad un attivismo virtuoso dei popoli, a partire dai consumatori. Nei documenti della dottrina sociale a partire dal 1941 si trovano approfondimenti sul metodo democratico che deve guidare quest’azione di riforma. Ma ancora non abbiamo avuto un documento espressamente dedicato dalla democrazia, contro la quale la più antica dottrina sociale aveva molti pregiudizi.
  Nell’era antica, quella in cui si sono formate le nostre scritture sacre, l’economia era molto diversa dall’attuale, che in Europa possiamo far iniziare dal Quattrocento, verso la fine del Medioevo.  Si tratta di un modello di sviluppo, questo degli europei, che ha fatto scuola nel mondo e che è stato anche strumento del loro lungo dominio globale, che solo di questi tempi sembra sulla via del declino. E’ impressionante notare tuttavia che anche Africani e Asiatici, vale a dire le genti degli altri mondi  sociali che la colonizzazione europea non è mai riuscita ad annientare, vestono all’europea e adottano ancora costumi di vita degli europei, questo in particolare per chi tra loro è al potere.
  Il modello di sviluppo che  domina attualmente a livello mondiale è riconducibile al capitalismo e, più precisamente, è organizzato secondo vari tipi di capitalismi.
  Nel capitalismo l’organizzazione della produzione, del commercio e della circolazione del denaro lascia ampi spazi di libertà ai privati. Queste libertà sono garantite da leggi locali e internazionali.
  Il  capitale  sono le risorse investite, vale a dire impiegate, nella produzione e nel commercio. La finanza privata è un’impresa in cui si investe nei traffici di denaro. Si investe per conseguire un profitto, vale a dire qualcosa di più di ciò che costa produrre e commerciare. Producendo e commerciando si hanno dei  ricavi.  Il profitto è ciò che rimane tolti i costi  di produzione e le tasse, ciò che si deve versare alle istituzioni pubbliche per servizi nell’interesse comune. Tra i costi di produzione vi è quello del lavoro, vale  a dire le retribuzioni.
  Da questo risulta chiaro che quando, in un’economia capitalistica, si invoca la  riduzione del costo del lavoro  e delle  tasse, si mira all’aumento dei profitti dei capitalisti, che sono coloro che hanno investito in imprese di produzione e commercio risorse da loro stessi controllate  e si attendono dall'attività di impresa un profitto.
  Il rischio d’impresa  è quello di perdere il capitale investito. Si cerca di ridurlo investendo soldi non propri, ma di altri, facendoseli affidare in varie forme. Riescono a farlo soprattutto i grandi capitalisti, quelli che controllano le organizzazioni d’impresa maggiori. Un altro metodo è quello di non investire direttamente nella produzione e nel commercio, ma indirettamente, prestando  denaro alle imprese che producono e commerciano beni della vita, escluso il denaro. Questo consente di investire  di meno lì dove c’è più rischio e di tenere al riparo i capitali dai rivolgimenti del mercato. Queste strategie di riduzione del rischio d’impresa richiedono l’intermediazione di speciali imprese che sono le banche. In periodi di crisi esse sono sotto pressione. Le banche sono indispensabili per farsi affidare denaro altrui, da investire in un'impresa, e nel trasferire, e mettere al sicuro, il capitale in occasione di certi periodi sfavorevoli. 
  I capitalisti mirano al profitto e possono arrivare a controllare un potere sociale molto grande, tanto più grandi sono le imprese da loro dirette e tanto più importanti per la vita delle persone i beni che producono. Il profitto è interesse privato. Una società non può sopravvivere se tutti pensano solo al proprio interesse privato. Occorre pensare al bene comune, vale a dire di tutti. A questo servono le istituzioni pubbliche. Per quanto nelle società in cui opera il capitalismo l’organizzazione d’impresa sia libera, le istituzioni pubbliche creano norme per evitare che gli interessi privati distruggano la società. Questo finirebbe anche per danneggiare le stesse imprese private. Tra gli interessi privati pericolosi vi sono quelli delle organizzazioni criminali, che operano come parassiti sociali, cercano di dominare con la violenza e la frode. Ma vi sono anche quelli che sfruttano troppo l’ambiente o i lavoratori, mettendo in pericolo la salute e la vita della gente. I  controlli sociali,  come le tasse, rientrano, però, dal punto di vista dei capitalisti, nei rischi d’impresa, in ciò che diminuisce i profitti e mette in pericolo i capitali investiti. E questo può dirsi anche per le tasse, ciò che devono versare nell'interesse di tutti.
  L’economia capitalista è caratterizzata da cicli: da alti e bassi, da momenti di espansione e di contrazione. Non si tratta di fenomeni naturali, ma sociali. Si cerca di controllarli, in particolare cercando di ottenere una rappresentazione realistica delle condizioni delle imprese, in modo da prevenire gli effetti più negativi delle crisi. Questo, dal punto di vista dei capitalisti, è un rischio d’impresa, e allora cercano, in genere, di tenere riservate fino a che si può le crisi dell'impresa, anche per consentire ai capitali di sganciarsi,  di abbandonare per primi la nave che affonda, e comunque di poter prendere ancora denaro in prestito per provare a superarle. Le strategie dei capitalisti per affrontare i cicli economici sfavorevoli, in cui è più alto il rischio d'impresa, di perdere il capitale, sono: cercare di ottenere denaro in prestito dal sistema bancario; cercare di procurarselo dal pubblico degli investitori di massa, vendendo azioni (quote di partecipazione in una società che gestisce un'impresa) od obbligazioni (prestiti fatti alle imprese); cercare di  ottenere risorse pubbliche, sotto forma di sgravi fiscali (pagare meno tasse di ciò che si dovrebbe), incentivi a fondo perduto, prestiti agevolati, finché si può; non dare troppa pubblicità ai risultati in perdita della gestione; alla fine,  trasferire  rapidamente al sicuro la maggior parte del capitale investito, il capitale di rischio. Non di rado, quando viene dichiarato il fallimento di una impresa, e quindi quando essa viene chiusa d'autorità, rimangono mura e attrezzatura in affitto, che quindi appartengono ad altri e a loro devono essere restituite, poche materie prime e prodotti invenduti (di solito, alle avvisaglie di una crisi terminale, si cerca di liquidarli accettando qualsiasi prezzo), tanti debiti (verso banche e fisco) e lavoratori disoccupati con i loro crediti da retribuzione e trattamento di fine rapporto (ciò che dovrebbero avere al termine del rapporto di lavoro e che da qualche anno deve essere accantonato, e quindi messo al sicuro,  presso un'istituzione pubblica, l'INPS, o presso fondi pensione). I capitali, se si è stati scaltri e tempestivi, spesso sono riusciti invece a sganciarsi, in modi leciti o anche non leciti; e in quest'ultimo caso recuperarli è molto difficile perché per loro non esistono frontiere e possono girare rapidamente per tutto il mondo attraverso i circuiti bancari internazionali. 
  Tutti i controlli organizzati dalle istituzioni pubbliche in ambiente di economia libera devono rispettare certi diritti di libertà, previsti addirittura a livello costituzionale. Questo comporta che non possano essere più di tanto pervasivi. Così accade che certe anomalie vengano alla luce troppo tardi. Chi domina l’economia cercherà sempre, attraverso compromessi con la politica o addirittura arrivando a controllarla direttamente, di ridurre ogni  rischio d’impresa, per aumentare e mettere al sicuro i profitti e conservare il capitale, e ciò vale per tutti i rischi d’impresa che ho sopra indicato, compresi quello collegato ai controlli pubblici sulla gestione e quelli legati alla prevenzione dei danni ambientali e alla sicurezza delle persone. Quando vi riesce si generano i problemi descritti nell’enciclica Laudato si’. Gran parte del dibattito pubblico di questi tempi sui temi dell’economia e della finanza riguarda gli argomenti che ho sopra sintetizzato.
  Concludo osservando che da una politica di destra  ci si aspetta di solito  che tenda a ridurre i rischi d’impresa, da una politica di sinistra una intensificazione dei controlli sociali. Questa è una delle più marcate differenze tra politiche di destra e di sinistra, delle quali però, in genere, vedo che non si ha più molta consapevolezza. Bisogna tener conto, però che, destra e sinistra, tutti convengono che regole dell’economia privata nell’interesse sociale  vi debbano essere. Infatti, in mancanza di un certo livello di onestà, e quindi di affidabilità, negli affari, sono gli stessi affari a risentirne e quindi il capitalismo. Ma prima di tutto ne risentono l'ambiente, il piccolo risparmio, la vita e la sicurezza dei lavoratori, ma anche tutta la società, per la quale diminuiscono le risorse per gli interessi comuni che si dovrebbero ricavare prelevando, con le tasse, una quota della ricchezza privata prodotta.  
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



  

domenica 3 dicembre 2017

Formare una coscienza sociale: da soli non ci si salva



Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Salvatore Quasimodo
[pubblicata nel 1942 nella raccolta  Ed è subito sera]


[Dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco - 2015]
229. Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente.

[Dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo  di papa Francesco - 2013]
53. Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma  di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”.

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 1. Viviamo tempi cupi, nei quali ogni parola di speranza sembra fuori luogo e viene derisa. E questo in Italia, che si trova nella parte più ricca e potente nel mondo, in Occidente. In un’epoca in cui l’umanità dispone di tante ricchezze come mai prima d’ora. Come può accadere?
  E’ da questo interrogativo che deve partire ogni programma di formazione alla politica. Dal capire le reali cause della sofferenza sociale, il posto che si occupa e il ruolo che si svolge nella società che la produce e, innanzi tutto, l’origine sociale della sofferenza. Discorsi come questi sono considerati, oggi, sovversivi, e in effetti lo sono, perché possono spingere a muoversi per cambiare alla radice l’organizzazione sociale. A questo serve la politica democratica. Dedicarsi ad essi significa cercare di produrre una coscienza sociale. E’ appunto a questo che mirano i due più recenti documenti della dottrina sociale, l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium - La gioia del Vangelo,  del 2013, e Laudato si’, del 2015.
  «Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra […] Un cambiamento nelle strutture che non generi nuove convinzioni e atteggiamenti farà sì che quelle stesse strutture presto o tardi diventino corrotte, pesanti e inefficaci. […] Alcune persone non si dedicano alla missione perché credono che nulla può cambiare e dunque per loro è inutile sforzarsi. Pensano così: “Perché mi dovrei privare delle mie comodità e piaceri se non vedo nessun risultato importante?”. Con questa mentalità diventa impossibile essere missionari. Questo atteggiamento è precisamente una scusa maligna per rimanere chiusi nella comodità, nella pigrizia, nella tristezza insoddisfatta, nel  vuoto egoista. Si tratta di un atteggiamento autodistruttivo perché «l’uomo non può vivere senza speranza: la sua vita, condannata all’insignificanza, diventerebbe insopportabile»[II Assemblea speciale per l’Europa del Sinodo dei Vescovi, Messaggio finale, 1999].  […] Tutti sappiamo per esperienza che a volte un compito non offre le soddisfazioni che avremmo desiderato, i frutti sono scarsi e i cambiamenti sono lenti e uno ha la tentazione di stancarsi. Tuttavia non è la stessa cosa quando uno, per la stanchezza, abbassa momentaneamente le braccia rispetto a chi le abbassa definitivamente dominato da una cronica scontentezza, da un’accidia che gli inaridisce l’anima.»
si legge nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium.
«Ciò che sta accadendo ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale. […] A  problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni».[Romano Guardini, La fine dell'epoca monderna, 1950] La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria.»
si legge nell’enciclica Laudato si’.
2. Nell’affrontare i problemi sociali, la prima dottrina sociale ragionò di morale:  concluse che l’estrema ingiustizia nei rapporti sociali è immorale. Furono i teologi a prevalere.
 Successivamente osservò che l’ingiustizia sociale conduce al conflitto sociale e alla guerra e che la guerra, per la potenza degli armamenti moderni e il coinvolgimento globale delle masse che può produrre, mette in pericolo la sopravvivenza dell’umanità. Quindi correggere l’ingiustizia sociale non venne visto più solo come un problema etico, ma di vita o di morte per tutti. Si fece tesoro delle tremende esperienze delle due guerre mondiali del Novecento, 1914-1918 e 1939-1945, che gli storici tendono a considerare due fasi di un unico conflitto originato dagli Europei.
 Dagli anni Sessanta si iniziò a considerare che le cause delle guerre risiedevano in un modello di sviluppo e che prevenire le prime richiedeva di correggere il secondo. Da ultimo prese coscienza che quel modello di sviluppo costituiva di per sé stesso un pericolo per la sopravvivenza dell’umanità, anche prima di produrre guerre. E’ questa l’ottica dell’autore dei due più recenti documenti della dottrina sociale, che ho sopra citato. Nel primo si avverte più chiaramente il pensiero del Papa, il secondo è chiaramente il frutto di un lavoro collettivo, come lo stesso Papa ha dichiarato pubblicamente. Entrambi sono molto di più di libretti sulla situazione d’oggi: scaturiscono dalla massima autorità religiosa e obbligano in coscienza. Salvare l’umanità è anche un dovere religioso, ci dicono. Non possiamo assistere inerti alla sua rovina. Ma - ed è la critica che pervade quei due documenti - non di rado lo si fa. Chi lo fa? Chi è ad essere criticato? Qui sta l’aspetto spiacevole della cosa, per noi occidentali. Acquisendo una  coscienza sociale  realistica, come quei documenti ci obbligano a fare, si scopre che i principali responsabili della sofferenza sociale provocata dal modello di sviluppo corrente sono  quelli che da esso traggono maggiori vantaggi, vale a dire noi europei, tutti, italiani compresi, tutti. Non è in questione solo la responsabilità morale e sociale dei politici, di quelli che sono riusciti a piazzarsi in posti di comando politico a qualche livello, né solo della parte più ricca e minoritaria della popolazione: siamo in questione tutti. Questo perché siamo in democrazia e il potere, così come la responsabilità, è condiviso. Le maggioranze hanno la possibilità di cambiare molto incisivamente la situazione. Se non si riesce a cambiare è, in definitiva, perché la maggioranza non ha voluto farlo. E c’è un buon motivo perché non lo si è voluto: perché ci conviene non cambiare. Ma fino a quando? Il modello di sviluppo corrente è instabile - ci avverte l’autore dell’enciclica  Laudato si’ - e porta verso la catastrofe. E’ attualissimo, per tutti noi, il monito che nel 1939 il papa Eugenio Pacelli - Pio 12°- rivolse ai potenti della Terra: «Ci ascoltino i forti, per non diventar deboli nella ingiustizia. Ci ascoltino i potenti, se vogliono che la loro potenza sia non distruzione, ma sostegno per i popoli e tutela a tranquillità nell’ordine e nel lavoro.» [radiomessaggio del 24-8-1939 Ai governanti e ai popoli nell’imminente pericolo della guerra].
3. La dottrina sociale ci impegna a cambiare stile di vita.  Leggiamo nell’enciclica Laudato si’:  «Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione. […]
 Dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue. Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico. […] Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario. In questa confusione, l’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini. […] Quando le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza, accrescono la propria avidità. Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. In tale contesto non sembra possibile che qualcuno accetti che la realtà gli ponga un limite. In questo orizzonte non esiste nemmeno un vero bene comune. Se tale è il tipo di soggetto che tende a predominare in una società, le norme saranno rispettate solo nella misura in cui non contraddicano le proprie necessità. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali, perché l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca.
205. Eppure, non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto. Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.
  Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori
  Nei discorsi che sento fare in giro sulla politica, chi li fa pensa di solito di essere nella parte incolpevole e ingiustamente minacciata dell’umanità. Allora propone azioni di autodifesa. Se la prende prevalentemente  con i politici  e con gli immigrati. Con i primi perché non riescono a rimandare a casa loro  i secondi e, anzi, talvolta vorrebbero cercare di  integrarli, dando loro certi diritti, fino a quello di cittadinanza. Questo può avvenire solo perché si ha una  coscienza sociale  insufficiente. Si accetta, ad esempio, l’idea che non ce n’è per tutti e questo proprio in una società come la nostra, opulenta, nella quale si spreca tantissimo. Si accetta l’idea che la parte più ricca, e assolutamente minoritaria, della popolazione, quell’1% che, come avvertono sociologi ed economisti, è giunto a controllare la quota più grande delle ricchezze nelle società occidentali, debba essere ancora più ricca, perché merita  di esserlo, ed essendolo svolge addirittura una funzione sociale, comprando lavoro per soddisfare la propria avidità di lusso. Che debba essere sempre minore la quota della ricchezza privata, esclusiva solo di alcuni, che viene prelevata per essere destinata a fini sociali, al bene comune, quindi che le tasse  vadano sempre  ridotte, in particolare per i più ricchi, come avvenuto l’altro giorno negli Stati Uniti d’America, senza alcuna considerazione dei bisogni sociale, che vadano ridotte e basta, perché ciò che si spende per la società è sprecato, salvo che serva a proteggere la ricchezza dei più ricchi.
  Chi controlla la politica e l’economia, la politica quindi  l’economia, perché il modello di sviluppo che consente una certa economia è un fatto politico, ci minaccia: o così o sarà il disastro anche per tutti. Se si comincia con certi discorsi di giustizia sociale  finirà che verrà tolto anche a chi ha di meno il poco che ha. I potenti dell’Occidente ci terrorizzano: siamo tutti su una stessa barca, da una stessa parte, noi e loro. Con questi discorsi di giustizia  finirà, ci avvertono, che, per pagare la scuola ai figli degli immigrati, non ce ne sarà più per noi per comprare il nuovo telefonino. Dobbiamo crederci? Come è possibile che tra il magnate dell’industria, il grandissimo ricco, e l’impiegato o l’artigiano vi siano comunanza di interesse privato, che l’uno e gli altri stiano dalla stessa parte nel conflitto sociale? Non appare, già ad un primo sguardo, strano, e quindi meritevole di approfondimento? Occorre, scrive l’autore dell’enciclica Laudato si’, «guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà.» Questo significa, appunto, conquistare  una coscienza sociale.
4. Il sociologo Zygumunt Bauman (1925-1917) è stato un acuto osservatore della realtà sociale d’oggi e un abile divulgatore di fatti che per gli scienziati sociali sono risaputi. I padroni dell’economia stanno prevalendo politicamente sulle masse e volgendo le democrazie a proprio vantaggio, privatizzando  le risorse sociali. Non sono più necessari, per riuscirci, potenti e pervasivi apparati di polizia: basta il dominio culturale, quello stesso che si esercita nel marketing, la pressione pubblicitaria per convincerci a comprare anche prescindendo dai nostri reali bisogni. Si è riusciti a convincere culturalmente chi sta peggio che è lui stesso colpevole della propria condizione di sofferenza sociale, che sta peggio perché ha demeritato. I più si allineano ordinatamente e alla fine la rivolta può scaturire solo da settori marginali della popolazione, dagli scarti di un modello di sviluppo. E’ solo nei confronti di questi che viene esercitata la repressione poliziesca. Le masse di coloro che in società stanno peggio accettano questa situazione, senza tener conto che sarà dal loro interno, non dalla parte più ricca della popolazione, che si produrranno gli ulteriori scarti destinati ad essere repressi. Basta un infortunio, una malattia grave, un licenziamento, una famiglia più numerosa, un figlio che non riesce ad integrarsi, ed ecco che famiglie intere vengono scartate, finiscono in rovina. Per gli istituti di sicurezza sociale le risorse sono sempre minori e quindi servono sempre a meno: le tasse,  infatti, calano e ad essere favoriti sono proprio quelli che ne dovrebbero pagare di più. Da un lato con aliquote che vengono abbassate, dall’altro con le possibilità di evasione  che il sistema fiscale offre, sia per l’imperfezione delle norme, sia per l’inefficacia dell’attività di accertamento e riscossione. Nelle città non ci sono più soldi pubblici per aggiustare gli autobus e i treni della metropolitana che si rompono, la gente è costretta ad andare con veicoli privati, e innanzi tutto a comprarli, chi non può è scartato e se protesta per lui c’è la repressione. Così vanno le cose e sembra che cambiare non si possa. Ci hanno convinti  culturalmente  che il cambiamento è impossibile  e inutile. Ed è così effettivamente, salvo che ci si persuada dell’efficacia della solidarietà  per cambiare le cose in democrazia, dove le maggioranze comandano, quindi che si sviluppi un coscienza sociale che quella solidarietà renda possibile.
  Quando la gente invoca misure di polizia contro gli immigrati poveri e non ancora integrati, ma addirittura anche contro quelli integrati che vorrebbero che la loro integrazione fosse riconosciuta giuridicamente con la cittadinanza, accoglie il principio che contro gli scarti  della società, contro coloro  che il modello di sviluppo non integra, occorre la repressione, e che questo convenga ai più, perché il pericolo non viene da un modello di sviluppo, ma dagli scarti di esso. Così però i più costruiscono, per così dire, la forca sulla quale anche loro, ad un certo punto, potrebbero dover salire. Una coscienza realistica li porterebbe invece a riconoscere l’origine comune della loro condizione e di quella degli immigrati non integrati. Come si può pensare che in società opulente come quelle occidentali non ce ne sia per tutti? Che società così potenti come le nostre non abbiano le risorse per garantire condizioni minime di vita dignitosa a tutti quelli che sono in difficoltà, aiutandoli ad integrarsi. Società che sono tanto poco in difficoltà quanto a risorse pubbliche da programmare costosissimi investimenti in armamenti che nel giro di pochi anni diverranno obsoleti e dovranno essere sostituiti con altri ancora più costosi. E’ un vero controsenso, è paradossale, non ci si può credere: eppure ci si crede.  Siamo chiamati  «tutti a lasciarci alle spalle una fase di autodistruzione e a cominciare di nuovo, ma non abbiamo ancora sviluppato una coscienza universale che lo renda possibile. », conclude l’autore dell’enciclica Laudato si’. A questo serve il lavoro di formazione alla politica che la dottrina sociale oggi richiede pressantemente in vista dell’azione, di scelte decisive.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli





sabato 2 dicembre 2017

Stato traditore?

Uomo del mio tempo
di Salvatore Quasimodo (1901-1968).
Poesia inserita nella raccolta Giorno dopo Giorno (1947)


Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.


Stato traditore?

  Discutendo in questi giorni di fascismo e neofascismo, mi è stato detto che si cerca di ispirarsi al fascismo perché lo Stato ha tradito: ha tradito gli italiani e la loro grande storia non contrastando l’immigrazione non autorizzata e cercando di integrare la gente che riesce ad arrivare da noi senza averne il permesso. Questo ci avrebbe peggiorato la vita rendendo insicure le nostre città e sottraendo lavoro e risorse pubbliche agli italiani da lunga data, di stirpe, con quella certa faccia che hanno gli italiani e che i più o meno recenti arrivati non hanno. Dove ho sentito queste cose, con chi ho parlato? Ho parlato con gente di fede. Gente impaurita di ciò che c’è oggi e ancor di più per quello che potrebbe accadere domani. E’ chiaro che non ascolta i nostri pastori. Quelli che vengono in visita una volta tanto, ci fanno bei discorsi e poi non li si vede a lungo, e più  o meno solo in fotografia e in televisione. Siamo noi che dobbiamo vivere dove è difficile. Quindi certi discorsi ci entrano da un orecchio e ci escono dall’altro e ci rimane dentro, come è stato scritto sui giornali in questi giorni, tanto rancore.
  Mi riesce un po’ difficile capire perché, in questa situazione, si pensa che sia utile ispirarsi al fascismo storico. Esso infatti non si confrontò mai con questi problemi. Essendo votato alla guerra, rese insicura l’Italia, come appunto può esserlo una nazione in un conflitto. Non solo non chiuse le frontiere agli stranieri, ma andò a conquistarseli  in Europa e in Africa, in particolare acculturando all’italianità gli africani che riuscì a sottomettere. E, se vogliamo, ci si era messo pure il Re Savoia di quell’epoca, Vittorio Emanuele 2°, sposando una montenegrina, Jelena Petrović-Njegoš, figlia del Re del Montenegro, da Regina Elena di Savoia, una persona che, scrivono gli storici, fu abbastanza amata in Italia. Aveva studiato in Russia a Pietroburgo.
  Il programma politico del fascismo prevedeva la riforma sociale in Italia e l’espansione all’estero. La prima doveva servire a fornire le braccia per la seconda. In cambio di provvidenze sociali per i ceti popolari pretendeva fedeltà e dedizione assoluta, fino alla morte. Non so se chi oggi si dice neo-fascista sia disposto a questo patto. Ma poi manca un capo che voglia guidare la nazione per quella via. E per un buon motivo: perché si sa come è finita.
  Certo, ha iniziato  a venire gente nuova: è perché il mondo è cambiato, l’economia è cambiata e, come spiega il Papa nell’enciclica  Laudato si’, crea molti scarti umani. Chi è scartato cerca di salvarsi. Lo fanno in Asia e Africa e lo facciamo anche noi, l’abbiamo fatto fin da quando si è potuto, diciamo dall’Ottocento, quando anche la gente normale ha potuto pagarsi i lunghi viaggi per mare per andare a cercare una vita migliore, in particolare, per gli italiani in America e in Australia. Ad un certo punto, diciamo dalla metà degli anni Sessanta, la situazione da noi è iniziata a migliorare e anche la nostra emigrazione ha rallentato. Adesso è ripresa, sempre come reazione a fatti dell’economia. Dunque, a ragionarci bene sopra, se è l’economia che spinge alle migrazioni, se uno vuole rallentarle è all’economia che dovrebbe pensare. Bisognerebbe però far parte a tutti di ricchezza che oggi tende a concentrarsi troppo in poche mani. La politica potrebbe ottenere qualche risultato in democrazia, perché se comanda la maggioranza… Ma per ottenere risultati in democrazia, occorre sforzarsi di capire un po’ di più la politica in cui ci si trova, le cause dei problemi, le soluzioni affidabili. Bisogna perderci un po’ di tempo. Se si è distratti, può capitare che prevalgano quelli che in società sono più forti, anche se in minoranza. Farsi forza con il numero comporta mettersi d’accordo senza che un capo lo imponga, ma solo la propria coscienza. Quando c’è un capo che si impone, poi quello tende a prendersi tutto, alla fine anche la vita degli altri a volte. Non è questo che ci insegna la storia, in fondo?

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli