La magnifica Umanità
Enciclica MAG26
Introduzione
Contro la via di Babele
Podcast
30MAG26
Link di accesso:
Continuo la serie di podcast video per il mio
gruppo parrocchiale di Azione Cattolica nella parrocchia di San Clemente papa –
Roma – Monte Sacro – Valli. Le attività infrasettimanali in presenza del gruppo
riprenderanno ad Ottobre: quelle on line continueranno per tutta l’estate.
Continueremo ad incontrarci alla messa domenicale delle nove. Pubblico i testi dei podcast e i link
di accesso sul blog acvivearomavalli.blogspot.com sperando di far cosa utile per
gli altri gruppi parrocchiali di Azione Cattolica dei dintorni, con i quali
alla ripresa delle attività vorremmo iniziare attività comuni, e, più in
generale, a chi si è messo d’impegno per studiare la nuova enciclica sociale La
magnifica umanità.
Un’enciclica, ma in particolare un’enciclica
sociale, è sempre un lavoro collettivo, al quale sono chiamati a collaborare i
Dicasteri che affiancano il Papa nella Santa Sede, altri organismi come la
Pontificia Accademia di scienze sociali, altri studiosi in varie discipline. Il
documento viene comunque promulgato, vale a dire diffuso come espressione del
Magistero del Papa, sotto l’autorità del Papa regnante, che in misura maggiore
o minore vi dà sempre un proprio personale contributo. La prima enciclica di un
nuovo Papa è quindi anche una fonte preziosa per capire i suoi orientamenti.
Nella La magnifica umanità si è
esortati a fare una scelta tra il modello di organizzazione sociale per
edificare l’ambiente delle società umane, la città dell’uomo,
rappresentato nella narrazione biblica su Babele e quello espresso nella storia
della riparazione delle mura di Gerusalemme narrato nel libro di Neemìa. Ma non
solo: ci viene chiesto anche di agire per contrastare il primo.
Leggiamo dall’Introduzione:
[…]la
prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare
Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il
cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per
rialzare le mura della convivenza fraterna.
Questa è
la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere
costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene,
non padroni di torri destinate a crollare. E, con animo di pastore e di padre,
chiedo a tutti di fermare il cantiere dell’ennesima Babele e di unire le forze
per edificare nel bene, affinché l’umanità non perda mai la propria bellezza e
il mondo possa riconoscere ancora una volta, nel cuore dell’essere umano, il
luogo dove Dio desidera abitare.
L’episodio della costruzione di Babele viene
narrato nel Libro biblico della Genesi, al capitolo 11, versetti da 1 a 9 [Gen
11, 1-11], che vi leggo nel testo della Traduzione interconfessionale in
lingua corrente:
Un tempo tutta l’umanità parlava
la stessa lingua e usava le stesse parole. Emigrati dall’oriente gli
uomini trovarono una pianura nella regione di Sinar [Bibbia
CEI 2008 trascrive il testo ebraico in Sennaar, in altre traduzione c’è Shin’àr]
e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: «Forza! Prepariamoci mattoni
e cuociamoli al fuoco!». Pensarono di adoperare mattoni al posto delle pietre e
bitume invece della calce. Poi dissero: «Forza! Costruiamoci una città!
Faremo una torre alta fino al cielo! Così diventeremo famosi e non saremo
dispersi in ogni parte del mondo!».
Il Signore scese per osservare la
città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Disse: «Ecco, tutti
quanti formano un sol popolo e parlano la stessa lingua. E questo non è che il
principio delle loro imprese! D’ora in poi saranno in grado di fare tutto quel
che vogliono! Andiamo a confondere la loro lingua: così non potranno più
capirsi tra loro».
E il Signore li disperse di là in
tutto il mondo; perciò furono costretti a interrompere la costruzione della
città. La città fu chiamata Babele [Confusione. perché fu
lì che il Signore confuse la lingua degli uomini e li disperse in tutto il
mondo.
Gli esegeti evidenziano che Babili, che significa Porta di Dio, era il nome in accadico (la lingua parlata
anticamente in Mesopotamia) di Babilonia; Bavel ne è la forma ebraica.
Nel testo biblico il nome Bavel viene associato per assonanza al verbo
ebraico balal ("confondere"), creando un gioco di parole che
collega la città all'episodio della confusione delle lingue.
Per notizie su testo e sulla sua tradizione
interpretativa mi sono avvalso anche del commento del biblista Federico
Giuntoli alla nuova traduzione del testo biblico pubblicata da edizioni San
Paolo in Genesi 1-11. Introduzione, traduzione e commento, 2013. E,
appunto, Giuntoli evidenzia che la storia manifesta una polemica contro la
civiltà babilonese, nella quale nel 6° secolo a. C. genti israelitiche avevano
trascorso lunghi anni di esilio. L’episodio biblico è mitico, non fa quindi
riferimento ad un preciso fatto storico, ma nella città di Babele la tradizione
esegetica ha sempre riconosciuto Babilonia, la splendida capitale di quella
civiltà, città fortificata con una maestosa torre templare, un ziggurat, una
torre a gradoni, una specie di piramide a terrazze, con sulla sommità un tempio
al dio Marduk, la principale divinità babilonese. Nei secoli, la tradizione interpretativa sul
brano biblico, quella rabbinica e quella dei Padri della Chiesa, ha spostato l’accento sulla costruzione della
torre, così alta da voler raggiungere il cielo e quindi da voler sfidare lo
stesso Dio. Ma nel testo biblico si narra che i costruttori volevano edificare
una città, con una torre alta fino al cielo, non solo quest’ultima. Giuntoli
presenta una diversa prospettiva esegetica: nel brano biblico si volle
polemizzare contro le imprese totalitarie e assolutistiche dei potenti re
assiri e sul loro fare affidamento su costruzioni smisurate, simbolo del loro
potere. Da questa angolazione è centrale
l’aspetto politico degli imperi assiro-babilonesi, criticando l’intento
di omologare l’umanità, concentrandola in un’unica città fortificata per
evitarne la dispersione. Giuntoli osserva che non era questo il patto stabilito
da Dio con la sua creatura più eccelsa nel suo venire all’esistenza, l’essere
umano, e poi reiterato a Noè e ai suoi figli alla fine del Diluvio: comprendeva
il comando di riempire la terra. Il movimento desiderato da Dio era
dunque centrifugo, dal centro verso l’esterno, non centripeto, di
concentrazione in un luogo; il suo progetto era la differenza e l’espansione,
non l’uniformità e la concentrazione, il suo disegno era l’eteronomia e la
molteplicità, non l’esclusivismo. «Il mondo pluriforme e multiculturale di
Dio» scrive Giuntoli « viene così ad opporsi a quello fanatico, settario
e omologante [dei costruttori di Babele] nel quale la chiusura e il
rifiuto di tutto ciò che è altro assurgevano a norma e a fine, negli angusti
limiti dell’autopreservazione identitaria». E’ in questo orizzonte che
nell’enciclica si procede.
Leggiamo.
«Nel racconto di Babele gli esseri
umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e
una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così
garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere
dispersi sulla terra. L’impresa appare imponente: un’unica lingua, un’unica
tecnologia, un’unica direzione. Tuttavia è un’opera concepita senza riferimento
a Dio, sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della
comunione, sceglie l’omologazione. Quando la città si edifica sull’orgoglio e
sulla pretesa di bastare a se stessa, la comunicazione si spezza, le lingue si
confondono e gli esseri umani non si comprendono più. Il risultato non è
l’unità, ma la dispersione. Babele rivela così il limite di ogni costruzione
che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa
di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce
a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio.»
E ancora:
«Evitiamo
la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli,
l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico –
anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in
dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il
futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo.»
L’enciclica ci esorta, sulla base
dell’insegnamento biblico, a rimettere Dio
all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte
perché sorga una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità
finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno, come si legge
nel salmo 85, da cui traggo di seguito i versetti da 9 a 14 nella Traduzione
interconfessionale in lingua corrente:
Ascolterò il Signore, nostro Dio:
certamente ci parlerà di pace,
se restiamo suo popolo e suoi amici
e non torniamo sulla via degli stolti.
Sì, egli è pronto a salvare chi l’ascolta,
con la sua presenza riempirà la nostra terra.
11. Amore e fedeltà si incontreranno,
giustizia e pace si abbracceranno.
Dal cielo scenderà la giustizia,
la fedeltà germoglierà dalla terra.
Il Signore ci darà la pioggia,
la nostra terra produrrà il suo frutto.
La giustizia camminerà davanti al Signore
e seguirà la via dei suoi passi.