Pastorale
Quando si viene in chiesa si sente talvolta parlare di pastorale. C’è anche un organismo ecclesiale che ha questa parola nel nome: il Consiglio pastorale parrocchiale. La sua istituzione è obbligatoria dal 1994 e papa Francesco lo considerava tanto importante da firmarne personalmente il nuovo Statuto, l’8 settembre 2023.
Nella premessa di quel documento leggiamo:
La costituzione del Consiglio parrocchiale pastorale quale organo primario di partecipazione, strumento di comunione e corresponsabilità, è uno dei punti d'arrivo e di partenza dell'esperienza di ascolto vissuta dal popolo di Dio della Chiesa di Roma negli ultimi anni.
Nella nostra parrocchia non mi risulta che questo organismo sia attualmente costituito. In passato lo fu, ma funzionava male per varie ragioni, non da ultimo per l’elevata litigiosità della gente che partecipava alle sue riunioni, per cui esso veniva considerato poco utile per la pastorale. Quindi, da un certo tempo in poi, i preti della parrocchia mi pare abbiano deciso di fare da soli. Del resto, osservavano, il ruolo del Consiglio é solo consultivo e la responsabilità finale delle decisioni nella parrocchia spetta al parroco, ed effettivamente è così.
Nella Chiesa un ministero è tanto più gravoso quanto più grande e quanto più esclusiva è la responsabilità che è attribuita a chi lo deve esercitare in relazione a ciò che ci si attende da lui. E la responsabilità di realizzare partecipazione, comunione e corresponsabilità ecclesiali nella popolazione delle persone di fede di una grande parrocchia come la nostra, nella quale possono stimarsi, in base alle più recenti statistiche demografiche e sulla religiosità, in circa ottomila le persone che vi fanno riferimento, delle quali circa 1.500 verosimilmente praticanti, quindi frequentanti con una certa regolarità le liturgie, è pesantissima, specialmente perché da quell’attività ci si attende molto, moltissimo, addirittura la possibilità di influenzare le cose sociali nella direzione indicata dal Magistero. È possibile presumere da parte del clero di poter fare da soli, contro le direttive gerarchiche, quando è evidente che già si arriva a stento a fare il minimo indispensabile, e si arriva a sera esausti? E difatti non ci si riesce. La parrocchia, così, appare vissuta più che altro dai più piccoli, per i quali una vera corresponsabilità non è ancora possibile, e dai più anziani, i quali, formati in epoche lontane, appaiono legati principalmente a pratiche devozionali, anche perché mancano loro le forze per fare altro. Manca quasi del tutto un settore molto importante che è quello della formazione permanente delle persone adulte: alcune fanno da sé, altre si valgono della formazione che ricevono al di fuori della parrocchia, in associazioni e movimenti, ma i più rimangono al punto in cui li si è lasciati al tempo della Prima Comunione, con una fede bambina. Di questo chi ha la responsabilità ultima risponde al vescovo, che da noi è il Papa, al suo Vicario, al vescovo di Settore e al prete che ha il ruolo di Prefetto, con la responsabilità di curare la pastorale di più parrocchie vicine, al quale, nel corso delle sue visite, a norma dell’art.17 del nuovo Statuto del Consiglio pastorale parrocchiale nella Diocesi di Roma, deve essere esibito il verbale delle riunioni dell’organismo. Ma non è questa, naturalmente, per una persona di fede la responsabilità maggiore, che è quella verso Colui che ha inviato la Chiesa in missione nel mondo.
Può essere osservato che consultivo non significa eventuale, se le disposizioni del vescovo stabiliscono che la costituzione di un organismo sia obbligatoria. Eventuale il Consiglio pastorale parrocchiale è considerato nel Codice di diritto canonico, che però ne rimanda la disciplina al vescovo: nella Diocesi di Roma, e analogamente si è disposto in tutta Italia, le disposizioni del vescovo, fin dal 1994, hanno reso obbligatoria la costituzione di questo organismo, onerandone il parroco della relativa responsabilità.
Inoltre, si può anche osservare che l’avere un organismo consultivo, di cui lo stesso parroco fa parte, avrebbe poco senso, in relazione ai compiti che ai tempi nostri gli sono affidati, se la sua consultazione dovesse avvenire solo dopo che le decisioni sulla pastorale sono state prese dal solo parroco, per discutere sulle modalità della loro esecuzione. In generale ci si rivolge a un consulente prima di decidere, perché si ha consapevolezza di non poter decidere da soli. È così è anche per il Consiglio pastorale parrocchiale, a norma del suo Statuto. All’art.2 si legge che l’organismo ha il compito di progettare, accompagnare, sostenere e verificare l'attività pastorale della comunità. Non di affiancare a richiesta ed eventualmente (solo) il Parroco. E, in particolare, di individuare le esigenze pastorali e culturali della parrocchia e del territorio e proporre ai pastori gli interventi opportuni,e di studiare le modalità di attuazione del Piano Pastorale Diocesano e delle linee-guida del Vescovo. Addirittura deve collaborare con il Vescovo per il discernimento da attuare in occasione del cambio del Parroco, cosa che da noi non è avvenuta, due anni fa, al termine del ministero di Parroco di don Remo. Non quindi una consultazione successiva.
Chiediamoci: conosciamo veramente lo Statuto del Consiglio pastorale parrocchiale della Diocesi di Roma? Da quello che a volte sento su di esso, mi pare di no. Per quanto si sia cercata la sintesi nello scriverlo, e questo è altamente raccomandabile per atti di quel genere, è un documento complesso, che prevede vari adempimenti e varie procedure, ad esempio per la scelta delle persone chiamate a far parte dell’organismo, e che richiede di individuare modi di attuazione che devono essere definiti dal parroco, con la collaborazione dello stesso Consiglio, dopo che esso sia istituito. Così una collaborazione sinodale della gente della parrocchia potrebbe rivelarsi utile fin dalla fase delle attività preparatorie alla costituzione del Consiglio.
Ma chiediamoci, ancor prima, se si abbia ben chiaro che cosa rientri nella pastorale. È un’attività che va molto oltre ciò che letteralmente parrebbe significare, vale a dire la guida di un gregge, la gente di fede, da parte di un pastore, ad esempio il Parroco in una parrocchia, nel ruolo che all’origine fu di Gesù e degli apostoli. La parola è venuta ad indicare invece l’intera attività della Chiesa nel mondo, per distinguerla da quella di definizione con autorità della dottrina. In questo senso, uno dei documenti più importanti e di perenne attualità del Concilio Vaticano 2^, la Costituzione La gioia e la speranza è definito pastorale, ed è per questo che in tutti i più importanti organismi pastorali, dal Consiglio pastorale parrocchiale al Sinodo dei vescovi, è prevista la collaborazione attiva di tutte le componenti ecclesiali. È il senso anche del grandioso processo di riforma sinodale che è stato iniziato nel 2021 da papa Francesco, e che tuttora continua, per altro nell’inconsapevolezza dei più, mi pare.
Leggiamo un passaggio chiave di quella Costituzione, dal numero 43, che ci può aiutare a capire il senso della corresponsabilità anche nel Consiglio pastorale parrocchiale:
Gioiscano piuttosto i cristiani, seguendo l'esempio di Cristo che fu un artigiano, di poter esplicare tutte le loro attività terrene unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio. Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.
Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.
Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero. Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente. Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall'altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l'autorità della Chiesa.
Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.
I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l'animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana.
Incrementare la partecipazione corresponsabile aumenta le forze di una parrocchia nella società a cui è inviata. Di questo non mi pare si sia sempre consapevoli. Lo si è, invece, dei problemi che sorgono quando si deve decidere insieme qualsiasi cosa: la sinodalità nel senso indicato in quel passo della Costituzione La gioia e la speranza che ho sopra trascritto non viene sempre naturale, soprattutto quando si tratta di attuarla insieme a gente che la pensa diversamente: è cosa che si impara, innanzitutto facendone tirocinio, provando e correggendosi sulla base dell’esperienza vissuta, senza scoraggiarsi. A questo è chiamato a presiedere il Parroco, nella sua parrocchia, per promuovere la partecipazione corresponsabile, non per farne a meno, illudendosi di poter riuscire a fare tutto da sé. C’è un principio di esperienza in questo campo che sarebbe bene ricordare: nella Chiesa, quando si decide di fare da soli, poi in genere si rimane soli.
Mario Ardigó – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli – acvivearomavalli.blogspot.com