INFORMAZIONI UTILI SU QUESTO BLOG

Questo blog è stato aperto da Mario Ardigò per consentire il dialogo fra gli associati dell'associazione parrocchiale di Azione Cattolica della Parrocchia di San Clemente Papa, a Roma, quartiere Roma - Montesacro - Valli, un gruppo cattolico, e fra essi e altre persone interessate a capire il senso dell'associarsi in Azione Cattolica, palestra di libertà e democrazia nello sforzo di proporre alla società del nostro tempo i principi di fede, secondo lo Statuto approvato nel 1969, sotto la presidenza nazionale di Vittorio Bachelet, e aggiornato nel 2003.

This blog was opened by Mario Ardigò to allow dialogue between the members of the parish association of Catholic Action of the Parish of San Clemente Papa, in Rome, the Roma - Montesacro - Valli district, a Catholic group, and between them and other interested persons to understand the meaning of joining in Catholic Action, a center of freedom and democracy in the effort to propose the principles of faith to the society of our time, according to the Statute approved in 1969, under the national presidency of Vittorio Bachelet, and updated in 2003.

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L’Azione Cattolica Italiana è un’associazione di laici nella chiesa cattolica che si impegnano liberamente per realizzare, nella comunità cristiana e nella società civile, una specifica esperienza, ecclesiale e laicale, comunitaria e organica, popolare e democratica. (dallo Statuto)

Italian Catholic Action is an association of lay people in the Catholic Church who are freely committed to creating a specific ecclesial and lay, community and organic, popular and democratic experience in the Christian community and in civil society. (from the Statute)

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Questo blog è un'iniziativa di persone di fede aderenti all'Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente papa e manifesta idee ed opinioni espresse sotto la personale responsabilità di chi scrive. Esso non è un organo informativo della parrocchia né dell'Azione Cattolica e, in particolare, non è espressione delle opinioni del parroco e dei sacerdoti suoi collaboratori, anche se le persone di Azione Cattolica che lo animano le tengono in grande considerazione.

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Scrivo per dare motivazioni ragionevoli all’impegno sociale. Lo faccio secondo l’ideologia corrente dell’Azione Cattolica, che opera principalmente in quel campo, e secondo la mia ormai lunga esperienza di vita sociale. Quindi nell’ordine di idee di una fede religiosa, dalla quale l’Azione Cattolica trae i suoi più importanti principi sociali, ma senza fare un discorso teologico, non sono un teologo, e nemmeno catechistico, di introduzione a quella fede. Secondo il metodo dell’Azione Cattolica cerco di dare argomenti per una migliore consapevolezza storica e sociale, perché per agire in società occorre conoscerla in maniera affidabile. Penso ai miei interlocutori come a persone che hanno finito le scuole superiori, o hanno raggiunto un livello di cultura corrispondente a quel livello scolastico, e che hanno il tempo e l’esigenza di ragionare su quei temi. Non do per scontato che intendano il senso della terminologia religiosa, per cui ne adotto una neutra, non esplicitamente religiosa, e, se mi capita di usare le parole della religione, ne spiego il senso. Tengo fuori la spiritualità, perché essa richiede relazioni personali molto più forti di quelle che si possono sviluppare sul WEB, cresce nella preghiera e nella liturgia: chi sente il desiderio di esservi introdotto deve raggiungere una comunità di fede. Può essere studiata nelle sue manifestazioni esteriori e sociali, come fanno gli antropologi, ma così si rimane al suo esterno e non la si conosce veramente.

Cerco di sviluppare un discorso colto, non superficiale, fatto di ragionamenti compiuti e con precisi riferimenti culturali, sui quali chi vuole può discutere. Il mio però non è un discorso scientifico, perché di quei temi non tratto da specialista, come sono i teologi, gli storici, i sociologi, gli antropologi e gli psicologi: non ne conosco abbastanza e, soprattutto, non so tutto quello che è necessario sapere per essere un specialista. Del resto questa è la condizione di ogni specialista riguardo alle altre specializzazioni. Le scienze evolvono anche nelle relazioni tra varie specializzazioni, in un rapporto interdisciplinare, e allora il discorso colto costituisce la base per una comune comprensione. E, comunque, per gli scopi del mio discorso, non occorre una precisione specialistica, ma semmai una certa affidabilità nei riferimento, ad esempio nella ricostruzione sommaria dei fenomeni storici. Per raggiungerla, nelle relazioni intellettuali, ci si aiuta a vicenda, formulando obiezioni e proposte di correzioni: in questo consiste il dialogo intellettuale. Anch’io mi valgo di questo lavoro, ma non appare qui, è fatto nei miei ambienti sociali di riferimento.

Un cordiale benvenuto a tutti e un vivo ringraziamento a tutti coloro che vorranno interloquire.

Il gruppo di AC di San Clemente Papa si riunisce due sabati al mese, alle 17, e anima la Messa domenicale delle 9.

Dall’anno associativo 2025\2026 sono in programma:

  • condivisione di brevi podcast informativi sul Catechismo per gli adulti e sul Compendio della dottrina sociale della Chiesa;
  • un gruppo di lettura e dialogo in videoconferenza, utilizzando anche contenuti pubblicati sul quotidiano Avvenire;

Per partecipare alle riunioni in videoconferenza sulla piattaforma Zoom verrà inviato via email o whatsapp il link di accesso. Delle riunioni in videoconferenza verrà data notizia sul blog e le persone interessate potranno chiedere quel link inviando una email a ardigo.mario@virgilio.it ,comunicando il loro nome, l’indirizzo email a cui desiderano ricevere il link, la parrocchia di residenza e i temi di interesse.

La riunione in videoconferenza t sarà attivata cinque minuti prima dell’orario fissato per il suo inizio.

Mario Ardigò, dell'associazione di AC S. Clemente Papa - Roma

NOTE IMPORTANTI / IMPORTANT NOTES

-SUGGERIMENTI, OBIEZIONI, RICHIESTE DI RETTIFICA POSSONO ESSERE INVIATI AI REDATTORI DEL BLOG INDIRIZZANDO A ardigo.mario@virgilio.it , INDICANDO UN INDIRIZZO EMAIL AL QUALE SI DESIDERA ESSERE CONTATTATI.

-SUL SITO www.bibbiaedu.it POSSONO ESSERE CONSULTATI LE TRADUZIONI IN ITALIANO DELLA BIBBIA CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONALE IN LINGUA CORRENTE, E I TESTI BIBLICI IN GRECO ANTICO ED EBRAICO ANTICO. CON UNA FUNZIONALITA’ DEL SITO POSSONO ESSERE MESSI A CONFRONTO I VARI TESTI.

ON THE WEBSITE www.bibbiaedu.it THE ITALIAN TRANSLATIONS OF THE BIBLE CEI2008, CEI1974, INTERCONFESSIONAL IN CURRENT LANGUAGE AND THE BIBLICAL TEXTS IN ANCIENT GREEK AND ANCIENT JEWISH MAY BE CONSULTED. WITH A FUNCTIONALITY OF THE WEBSITE THE VARIOUS TEXTS MAY BE COMPARED.

-ALL’INDIRIZZO https://www.educat.it/ POSSONO ESSERE LETTI I CATECHISMI PROPOSTI DALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA.

AT https://www.educat.it/ YOU CAN READ THE CATECHISM PROPOSED BY THE ITALIAN EPISCOPAL CONFERENCE AND THE CATECHISM OF THE CATHOLIC CHURCH.

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martedì 13 marzo 2012

da Manifesto della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini

Dal Manifesto della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini (1831)

 Una voce ci grida: la religione dell’umanità è l’Amore. Dove due cori battono con lo stesso impulso, dove due anime s’intendono nella virtù, ivi è patria. E noi non rinnegheremo il più bel voto dell’epoca, il voto dell’associazione universale tra’ buoni; ma un sangue gronda dalle piaghe, aperte dalla fede nello straniero, che noi non possiamo dimenticare ad un tratto. L’ultima voce dei traditi si frappone tra noi e le nazioni che ci hanno finora venduti, negletti o sprezzati. Il perdono è la virtù della vittoria. L’amore vuole equilibrio di potenza e di stima. Però noi, rifiutando pur sempre l’ajuto e la compassione dello straniero, gioveremo allo sviluppo del sentimento europeo col mostrarci, non foss’altro, quali noi siamo, né ciechi né vili, ma sfortunati; e cacciando sulla mutua stima le basi della futura amicizia. L’Italia non è conosciuta. La vanità, la leggerezza, la necessità di crear discolpe ai delitti han fatto a gara per travisare fatti, passioni, costumanze e abitudini. Noi snuderemo le nostre ferite: mostreremo allo straniero di qual sangue grondi quella pace alla quale ci sacrificarono le codardie diplomatiche: diremo gli obblighi che correvano a’ popoli verso di noi, e gl’inganni che chi han posto in fondo: trarremo dalle carceri e dalle tenebre del dispotismo il documenti della nostra condizione, delle nostre passioni e delle nostre virtù: scenderemo nelle fosse riempiute dell’ossa de’ nostri martiri, e scompiglieremo quell’ossa, ed evocheremo que’ grandi sconosciuti, ponendoli davanti alle nazioni, come testimoni muti dei nostri infortuni, della nostra costanza e della loro colpevole indifferenza. Un gemito tremendo  di dolore, e d’illusioni tradite sorge da quella rovina, che l’Europa contempla fredda, e dimentica che da quella rovina  si diffondeva ad essa due volte il raggio dell’incivilimento, e della libertà. E noi lo raccoremo quel gemito, e lo ripeteremo alla Europa, ond’essa v’impari tutta l’ampiezza del suo misfatto, e diremo a’ popoli: queste son l’anime che voi avete trafficate sinora: questa è la terra che avete condannata alla solitudine e all’eternità del servaggio!

Domenica 18-3-12 - letture

Domenica 18-3-12 –  – Lezionario dell’anno B per le domeniche e le solennità – 4° domenica di Quaresima “Laetare” – 4° settimana del salterio – colore liturgico: viola o rosaceo

Prima lettura – Dal secondo libro delle Cronache (2 Cr 36,14-16.19-23)

 In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme. Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine senza più rimedio. Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura  di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi. Il re [dei Caldei] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremia: “Finché la terra non abbia scontato tutti i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni”. Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signor pronunciata per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: “Così dice Ciro, re di Persia: ‘Il Signore, Dio del Cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga !’ “.

Salmo responsoriale -  dal salmo 137
Lungo i  fiumi di Babilonia,
là sedevamo  e piangevamo
ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori:
“Cantateci i canti di Sion!”.

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra.

Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se  non innalzo Gerusalemme
al di sopra della mia gioia.

Seconda lettura –  dalla lettera di san Paolo agli Efesini (Ef 2, 4-10)

Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

Vangelo – dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna ce sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte da Dio”.



lunedì 12 marzo 2012

I giovani: solo un problema da risolvere? – Riflessioni di Beatrice Ardigò

I giovani: solo un problema da risolvere? – Riflessioni di Beatrice Ardigò
 I giovani sono afflitti dal morbo dell’indifferenza e della rassegnazione. Guardano alla politica come a una realtà irrimediabilmente malata, corrotta, distrutta dagli interessi individuali di una classe dirigente che non è più in grado di rappresentarli, ma non tentano di trovare una cura. Sono indifferenti ai partiti che, a seconda della contingenza politica, si appropriano gli uni delle rivendicazioni degli altri in un esasperante grigiore ideologico.  Sono in grado di elencare con precisione quasi scientifica tutti i tarli della società civile, ma sono totalmente privi della speranza di poterla cambiare. Nella maggior parte dei ragazzi, con cui ho stretto legami di amicizia o conoscenza, la convinzione che in fondo nulla possa cambiare e che la società sia destinata a rimanere uguale a se stessa è così profondamente radicata, da soffocare sul nascere qualsiasi stimolo verso il rinnovamento. Chi afferma che un miglioramento sia possibile lo fa non perché scorga nella realtà in cui vive i segni del cambiamento, ma per un disperato rifiuto della propria condizione.  Del resto un giovane di buona volontà a quale modello potrebbe rivolgersi in una società che non è in grado di considerare il possibile valore offerto dalle sue potenzialità intellettuali e fisiche se non come un problema da risolvere?
Beatrice Ardigò – Azione Cattolica San Clemente Papa – Roma,  Monte Sacro, Valli

sabato 10 marzo 2012

Dal presidente: l’incontro di martedì 6 marzo 2012 del gruppo di AC

Dal presidente: l’incontro di martedì 6 marzo 2012 del gruppo di AC
 Siamo ancora una volta in tanti, con tre volti nuovi che hanno cominciato a seguirci di recente. Si parte con la proiezione dell’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio tratto dal film “Gesù di Nazaret” di Franco Zeffirelli. I testi proposti dalla liturgia per la terza domenica di Quaresima (li trovate qui nel blog) sono famosi e potenti: il Decalogo di Mosè, Cristo scandalo per i Giudei e sapienza di Dio, la cacciata dei mercanti e il tempio ricostruito in tre giorni dal vangelo di Giovanni. Don Jim non ha difficoltà a collocare questi testi nella prospettiva della Pasqua. Carlo distribuisce poi l’invito agli “esercizi spirituali nella città” che l’AC diocesana propone nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme (www.acroma.it/testo.asp?id=533). Lorenzo racconta l’esperienza della “Quaresima a casa tua”, una serie di celebrazioni della parola che il gruppo di AC realizza direttamente a casa delle persone malate o invalide e quindi impossibilitate a partecipare alle attività in parrocchia. La prossima si terrà a casa di Lea Zen. Si legge poi il testo di Mario Ardigò tratto dal blog e dedicato al nostro quartiere, con i suoi elementi di bellezza e i problemi più sentiti. Si chiude in letizia rivedendo foto e video del Carnevale del gruppo.

Riflessioni di Giulio Stolfi sullo spunto del messaggio del Papa per la Quaresima del 2012

Riflessioni sullo spunto del messaggio del Papa per la Quaresima del 2012 - di Giulio Stolfi

    Per cominciare, voglio concedermi un piccolo aneddoto, che ormai comincia a risalire a qualche annetto fa. Mi ero da pochissimo trasferito a Roma per studiare: la sensazione di spaesamento si batteva sul campo dei miei pensieri con l’entusiasmo per le mille cose nuove, e non sempre quest’ultimo usciva vincitore. Accadeva allora, spesso, che tornassi quasi inconsciamente a far riferimento alle categorie ed agli habita mentali degli ultimi tempi del liceo, come se, per inerziale cedimento alla volontà di tornare indietro nel tempo, mi trovassi inconsapevolmente condotto nel “clima interiore” che avevo lasciato con la maturità.
    Dovevo essere in uno di questi momenti quando, in un soleggiato pomeriggio, mi trovai al Gesù e, fra uno sguardo ad un trionfo barocco ed uno agli affreschi del Baciccia, decisi di confessarmi. Finito il momento sacramentale, continuai ad abusare della pazienza di un ottimo, anziano Padre gesuita dall’accento anglosassone.
    Qualche anno prima, per curiosità, avevo preso a leggere libri troppo grandi per la mia età e la mia testa (dei quali -ora comincio ad avvedermene- non avevo compreso quasi nulla…), e ciò mi aveva dato, per un certo periodo di tempo, un po’ più che un sospetto di compiacimento e presunzione. Chissà perché proprio durante quel breve colloquio dovetti sentire attuale questo difetto caratteriale: fatto sta che ad un certo punto dissi al Reverendo, che mi ascoltava con indulgenza: “…e poi, non posso nascondere di avere una certa superbia in materia religiosa… sa, temo sia a causa di alcune letture…”.
    Il mio interlocutore alzò il sopracciglio in una mossa di divertito stupore: “Lei è forse uno studente di teologia?” Ed io: “no…giurisprudenza!” La replica fu sorridente ma secca: “e allora, cos’ha mai da essere superbo in materia religiosa!?”.
    Raramente mi è stata impartita una lezione nella quale la brevità si conciliasse così memorabilmente con l’efficacia!  Ci sono due motivi per i quali ho voluto ricordare questo “fatterello”: innanzitutto per sgombrare il campo da un sospetto, e cioè che io mi accinga, da quisque de populo, a “commentare” il messaggio del Papa teologo per la Quaresima 2012. Sarebbe un esercizio con probabilità prossime alla certezza matematica di cadere nel ridicolo, ma il teorico lettore può star tranquillo: da quel lontano pomeriggio ho imparato la lezione...! Di seguito ci sarà spazio, quindi, solo per qualche modesta e personalissima riflessione, che mi piace condividere, direi più che altro in spirito di amicizia. Ma c’è anche un altro motivo per cui quell’episodio mi è tornato alla mente. Ed è la sua attinenza con il tema che più mi ha colpito nel messaggio del Santo Padre: il richiamo alla cosiddetta “correzione fraterna”. Il Papa ci esorta a riscoprire questa dimensione oggi dimenticata, e commenta (lui sì, che può farlo!) i passi delle Scritture più significativi a tal riguardo. E’ Gesù stesso a ricordarci di “rimproverare” i peccatori in Mt., 18, 15 (B XVI riporta con sapienza il verbo greco corrispondente: elénkein, che a me piacerebbe tradurre proprio “sgridare”, come avrebbero detto le nostre nonne). San Paolo sviluppa il concetto nella lettera ai Galati: “Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu”. Passo un po’ duro per le nostre orecchie “buoniste”: si parla di colpa, di correzione, di vigilanza: un lessico quasi si direbbe penalistico, che il richiamo alla “dolcezza”, paradossalmente, rischia di non “addolcire” abbastanza, in un mondo che – il Magistero ce lo ricorda spesso – sembra volere soprattutto messaggi che “lo facciano sentire bene”, anziché fargli “intendere il bene”.  Passo che ben potrebbe stare da solo a ricordarci, per dirla con Giovannino Guareschi e il suo Don Camillo, che la nostra ricerca spirituale non è “cosa né comoda né divertente”. Ma forse, a ben pensarci, per quanto si sia di Quaresima e il tempo sia propizio ad austere riflessioni, quella sulla necessità di rimettersi sugli attenti davanti al precetto di “ammonire i peccatori” potrebbe essere una conclusione ancora un po’ troppo provvisoria, un po’ riduttiva; e forse, ma dico forse, non basterebbe, a restituire completa pienezza a questo discorso, la considerazione di come noi stessi si sia i primi e peggiori peccatori. Ma il Papa va ben oltre questo primo, ovvio livello di lettura. Sin dal principio,  ad indicarci come la prospettiva di indagine vada aperta grandemente, a questa prima citazione  viene accostato, infatti, un altro detto, sempre paolino: “prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone” (Eb., 10, 24). Ed in verità, nel Messaggio quaresimale è questa la citazione che ha il posto d’onore: essa ci aiuta ad intendere il tema nel suo senso autentico, ricco e complesso, ed illumina significati che per tale via possiamo scoprire comuni anche all’altro brano, in apparenza più “aspro”.
   Non si tratta quindi di farsi rigidi censori di sé stessi e degli altri, ma, ci spiega il Papa, di intendere la chiave della proposta nella vicendevolezza e nella dimensione fraterna dell’ammonimento. Mi ha colpito l’identità del termine che sorregge l’espressione di Paolo “gli uni agli altri”, e l’altra, bellissima, di Nostro Signore: “amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi”. Anche in latino, credo il termine usato da San Gerolamo per i due passaggi sia proprio lo stesso: ad invicem, una formula che esprime, se non mi sbaglio, una mutua e totale reciprocità. Il Papa ci insegna, insomma, che dobbiamo riscoprirci capaci di essere sostegno per gli altri, al contempo desiderando ardentemente che i nostri fratelli lo siano per noi. Da soli non andiamo molto lontano, lo si è capito, ed in fondo questa dura “correzione” altro non è che un secondo nome del nostro essere amici, del nostro amarci l’un l’altro. Sarà banale, ma a me è venuto perfino in mente il vecchissimo proverbio per cui “il parlar chiaro è fatto per gli amici”. Come buona parte delle nostre formulette popolari, in esso c’è una profonda dose di morale naturale ed anche di spirito cristiano.
   La correzione fraterna, nello sviluppo del discorso del Papa a partire da questi due passi, si depura allora di tutti gli aspetti arcigni e perfino aridi che il lessico un po’ datato sembra suggerire ad una primissima lettura: Benedetto XVI spazza via l’odore vecchiotto e burocratico di certa Chiesa del passato e dei suoi stilemi, e riporta al centro della scena, come protagonista, l’agape. La riflessione sulla correzione fraterna non è poi destinata a rimanere cogitazione astratta, ma si fa segno che deve orientare il nostro agire quotidiano. Colgo l’invito a provare ad essere un po’ più coinvolti in un esperimento di vita autenticamente cristiana, anche sotto l’aspetto del reciproco ammonimento-sostegno,e penso a quante volte per comodità, pigrizia e falsa rappresentazione di bontà e di indulgenza evitiamo di toccare certi argomenti, di sollevare certe “polemiche” con le persone che ci sono vicine. Forse sarebbe buona cosa ricordarci che non sostenere il nostro prossimo in un passo difficile equivale a privare noi stessi di un appoggio lungo il sentiero difficile, ma al quale siamo chiamati tutti, della santità.
    Ritenendo a questo punto di aver già troppo annoiato con ruminazioni personali, preferisco ritornare alle parole del Papa e provare a cogliere le suggestioni del suo discorso anche attraverso l’approfondimento.
    In particolare, leggo quanto dice Benedetto XVI  su due aspetti che – come ho cercato di dire – mi hanno sollecitato particolarmente: il primo punto concerne la necessità di non mortificare l’idea della correzione fraterna rinchiudendola in una dimensione arida e precettistica, per non cadere in quello che il Papa, in “Guardare Cristo”, chiama “il pelagianesimo dei pii”. “essi non vogliono avere nessun perdono e in genere nessun vero dono di Dio. Essi vogliono essere in ordine: non perdono ma giusta ricompensa. Vorrebbero non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine. Manca loro l’umiltà essenziale per ogni amore, l’umiltà di ricevere doni al di là del nostro agire e meritare. (…) Così questo pelagianesimo è un’apostasia dell’amore e della speranza, ma in profondità anche della fede. Il cuore dell’uomo diventa duro verso se stesso, verso gli altri infine verso Dio…”.
Il secondo punto concerne, infine, il legame fra chiarezza, verità ed amore (cioè, riportando il pensiero nello specifico al nostro tema, la correzione fraterna come altra faccia dell’amore fraterno):  “l’amante dice un sì incondizionato verso l’amato. Egli lo ama non in base a questa o a quella qualità, ma ama la stessa persona, che si manifesta certo nelle qualità ma è qualcosa di più della loro somma. L’amore si riferisce alla persona come essa è, anche con le sue debolezze. Ma un amore reale, al contrario del breve incanto di un momento,ha a che fare con la verità e si rivolge in tal modo alla verità di questa persona, che può essere anche non sviluppata o nascosta o deformata. Certamente l’amore include una disponibilità inesauribile al perdono, ma il perdono presuppone il riconoscimento del peccato quale peccato. Il perdono è guarigione, mentre l’approvazione del male sarebbe distruzione, sarebbe accettazione della malattia e proprio in tal modo non bontà per l’altro. (…) Viceversa è vero che soltanto l’amore dà la forza di perdonare, cioè dell’andare insieme con l’altro sulla strada del dolore trasfigurante. Solo l’amore rende possibile di assumere e di portare insieme con l’altro e per lui la morte della menzogna. Solo l’amore rende capaci di restare, nel buio e interminabile tunnel, portatori della luce e far sentire l’aria fresca della promessa che conduce alla rinascita. (…) Non c’è neppure bisogno di dire che tutto questo ha conseguenze pastorali molto concrete. Una pastorale della tranquillità, del “tutto comprendere e tutto perdonare” (nel senso superficiale delle parole!) si trova in drastica opposizione con la testimonianza biblica. La giusta pastorale conduce alla verità, suscita l’amore alla verità ed aiuta a portare anche il dolore della verità. Essa stessa dev’essere un modo di camminare insieme lungo la via difficile e bella verso la nuova vita, che è anche la via verso la vera e grande gioia” (Joseph Ratzinger, Guardare Cristo, Jaca Book, 2005 IV ed., pp. 66 ss.).
   Colto nella sua confortante ed intrigante plurivocità di significati, il messaggio quaresimale del Papa si pone, credo, come significativo stimolo a “cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia” (Mt. 6, 33), attuando la rivoluzione del Vangelo con la ricerca di amore e verità nel nostro cammino quotidiano, nella nostra vita di relazione, e – non da ultimo, a ben intendere le parole del Santo Padre – nel nostro essere Chiesa, nel nostro essere parte della Chiesa.

Giulio Stolfi

Vivere religiosamente nel quartiere – mie riflessioni

Vivere religiosamente nel quartiere – mie riflessioni

 Quando si pensa alla religione, ci si interroga con qualche apprensione su che cosa si debba fare per essere considerati persone di fede. E’ una domanda che troviamo anche negli scritti sacri dei cristiani.
 In realtà in molti casi già viviamo in una prospettiva religiosa, ad esempio facendo le madri e i padri di famiglia e, in genere, tutte le volte che ci si prende cura degli altri disinteressatamente, non per dovere contrattuale od obbligo imposto dalla collettività. Non mi figuro che tutti vivano così, perché nel mondo c’è anche chi si comporta diversamente ed è insensibile a questi discorsi. Spesso accade che nella propria vita si passi,  in varie età, dall’una all’altra condizione. Si può osservare che le persone cambiano, nulla è veramente irreversibile in loro, finché vivono.
 Bisogna considerare che c’è religione e religione. Quelle più antiche di solito erano basate su prospettive magiche, pensavano quindi di ottenere con varie modalità la protezione di un dio nelle proprie faccende, venendo a patti con lui, offrendo sacrifici e via dicendo. I primi dei dell’umanità furono, credo, le forze della natura, in un mondo in cui gli esseri umani erano in quasi tutto loro preda. Innanzi tutto gli astri, ma anche i corsi d’acqua, le montagne, il fulmine, il tuono, il fuoco, certi animali che eccitavano l’immaginazione, ad esempio il leone, ma anche l’elefante. Il cristianesimo non è una religione di questo tipo, anche se, in certe sue manifestazioni etniche, probabilmente ha assimilato costumanze di diversi altri culti, sovrapponendosi a loro ma mantenendone certi aspetti. E’ stato anzi osservato che a confronto con molte altre religioni dell’antichità il cristianesimo può apparire addirittura ateo. In realtà, naturalmente, non lo è.
 Centrale nel cristianesimo è il prendersi cura degli altri. Non è una fede solo intellettuale, anche se l’intelletto viene implicato. E’ una religione perché non si  fa conto solo sulle proprie forze. Si pensa che le cose così come appaiono non siano l’ultima parola sull’umanità. Chi ce lo dice? Su che cosa si basa questa convinzione? E’ un’idea che ci viene dagli antichi, ma su cui ogni epoca da circa duemila anni  ha lavorato molto, ha detto la sua. Si ha la convinzione di aver ricevuto qualcosa di molto prezioso che deve essere fedelmente tramandato. Di più non vale dire. Bisogna farne esperienza.
 La fede dei cristiani spinge quindi verso gli altri. Questo si osserva fin dai suoi esordi. Essa, creando nuove relazioni tra le persone, suscita un modo di vivere comunitario. E’ uno degli aspetti di quella che viene detta la conversione. Il moto interiore che la determina di solito è una specie di compassione, ma le esperienze personali variano molto. Si va verso gli altri e in questo modo si inizia anche a cambiare il mondo intorno a sé. Bisogna dire che questo moto non sempre ha migliorato le cose, storicamente parlando.  La via da prendere non è segnata chiaramente. La si individua sotto la propria responsabilità. Nell’anno 2000, durante il Grande Giubileo che si celebrò in  quel tempo, ci si dichiarò pentiti di molte delle cose fatte in passato dalla cristianità, proponendosi di non ripeterle. Quando si passa dall’interiorità ai fatti e si agisce collettivamente, spesso si fanno dei danni. Per questo i cristiani sono sempre in stato di penitenza, quaresimale, che significa essere pronti a mutare strada per meglio corrispondere ai principi proclamati. Eppure, tutto sommato, bisogna alla fine riconoscere che vivere con un punto di vista religioso può essere bello.  Questo spiega perché le religioni ci sono ancora oggi. Si sente ancora in giro quello che, in un titolo di un libro di sociologia di diversi anni fa, venne chiamato “il brusio degli angeli”.
 La fede dei cristiani si fonda su una spiritualità e su una conoscenza collettiva. Si riflette su una lunga storia, bisogna fare i conti con una tradizione, bisogna saper vedere nei fatti qualcosa di più di ciò che appare, seguendo esempi e insegnamenti. Le stesse loro scritture sacre sono piuttosto complesse. Eppure ciò che conta veramente è stato sempre posto a disposizione di tutti i cristiani, anche dei più semplici. Questo spiega perché, nel Duecento, in un’epoca in cui ancora non c’era la stampa e i libri non avevano la diffusione di oggi, un laico piuttosto ignorante di scritture sacre e di teologia come Francesco d’Assisi poté diventare nella cristianità uno dei più grandi riformatori religiosi. Si tratta del risultato di un lavoro collettivo, non di questo o quel capo religioso e di questo o quello studioso. Chi poi vuole approfondire può farlo, e in questo può essere anche utile agli altri, però scoprendo sempre che ciò che si vorrebbe sapere supera di gran lunga le possibilità del singolo, di una sola vita umana, dell’intelletto di una persona. Ma non si potrebbe vivere la fede solo nella propria interiorità, proponendosi pochi e semplici principi etici per orientarsi nella propria vita personale? Si può. Certamente, nella mia esperienza, la religione esprime anche un’etica personale, ma non si riduce a questo. Anzi, riducendosi a questo solo, muore. Questo perché, almeno per ciò che mi è dato constatare, la religiosità non parte in genere dalla considerazione di un’insufficienza morale personale, ma da un’insoddisfazione per come vanno in genere le cose nel mondo, di cui ci si sente responsabili. Le condizioni della società in cui si vive è al centro delle motivazioni che di solito determinano una conversione. Questo, nel cristianesimo, risale ai primi tempi.
 Preciso che sto parlando di ciò che mi è stato dato di vedere e sperimentare: un’esperienza parziale. Sono consapevole che le vie per la fede sono molte e che ce ne sono molte per esprimerla. Rimango sempre stupito e affascinato nel constatare la loro molteplicità. Infatti si parte sempre da una propria condizione personale, e ce ne sono tante quanti sono gli individui sulla Terra. Per quanto la conversione venga descritta spesso come un nuovo inizio, gran parte di ciò che c’era prima in una persona viene conservato. Lo si vede nelle biografie dei santi, posti ad esempio per le comunità cristiana. Si consideri ad esempio la storia personale di Agostino d’Ippona.  Si ripudia quello che viene considerato  un male per il bene degli altri, di una collettività. Ogni spirito religioso presenta quindi una propria irriducibile originalità e non si è cristiani in Roma, Monte Sacro, via Val Padana nello stesso modo in cui lo si è in una strada di Lagos, Nigeria. La santità di un Agostino d’Ippona si è espressa in un modo diverso da quella di un Francesco d’Assisi, eppure entrambe sono state considerate esemplari.
 Nella nostra società, nell’Italia di oggi, i principi etici cristiani sono ancora considerati, insieme ad altri, validi indicatori di una vita onesta. Ma, dal punto di vista della legge civile, non se ne pretende l’integrale applicazione in una vita personale e nella società. E soprattutto non si indaga sulla interiore adesione di una persona a quei principi. Ai tempi nostri si prende sul serio quello che viene chiamato il principio di laicità, che significa rispettare la libertà di coscienza degli altri e non imporre loro ciò che deve essere il risultato di una loro scelta. Bisogna però dire che alcuni principi fondamentali enunciati in norme giuridiche, come quello di eguaglianza, sono proclamati con spirito religioso. Infatti l’eguaglianza tra gli individui non è in natura.
 Una persona può quindi accettare, per la propria integrazione sociale, di prendere come riferimento l’etica dei cristiani, almeno nella versione che nella comunità civile è condivisa nell’epoca in cui vive. Ma se vuole andare più in profondità questo tipo di adesione non basta. Non è detto che se ne senta l’esigenza. Ma se la si sente, è a una comunità religiosa che ci si deve rivolgere. Nella mia esperienza, non si riesce a crescere nella fede da soli. Certo, si può leggere molto di ciò che si è scritto in merito. Ma l’esercizio intellettuale serve a poco per quell’obiettivo. Conoscere ciò che i cristiani credono non significa ancora avere fede e, a volte, nemmeno aiuta ad averla.
  Può accadere di fare esperienze molto coinvolgenti, a contenuto religioso o di altro genere, fuori del proprio mondo quotidiano e si pensa di essere cambiati. Poi si ritorna a casa e si scopre che non è così. Penso che sia importante considerare se sia meglio fare l’inverso. Cominciare da casa propria e poi, eventualmente, se le forze sorreggono, andare lontano. Storicamente agli esordi del cristianesimo è accaduto così. Dalla Galilea alla Giudea. Da lì alla Siria e poi alla Grecia, a Roma e al mondo intero. Io penso che riflettere su questo possa convincerci nell’orientamento di radicarsi nella fede innanzi tutto dove si vive.
  Certo, ci sono quartieri che meglio del nostro ispirano a vedute di fede. I nostri palazzoni costruiti in stile razionalistico, modulare, le nostre stradone perpendicolari, le facce che incontriamo ogni giorno, non sembrano sempre l’ambiente più propizio. Eppure bisogna constatare che è proprio qui che ci è stato dato di vivere. Ed è da qui che, a volte, nasce la nostra esigenza interiore di cambiamento.
 I cristiani sono capaci di visioni. Vedono negli altri molto più di quello che di essi appare. Lo stesso accade per il mondo attorno a loro. Lo si legge negli scritti sacri. Nella seconda domenica di Quaresima si è letto il brano del Vangelo di Marco sulla trasfigurazione. Esprime bene ciò che a volte accade agli spiriti religiosi. In quest’ottica, un contesto profano come la nostra via Val Padana può apparire, ad un certo punto, come parte di una grande cattedrale il cui altare è costituito dalla nostra chiesa parrocchiale. Certo, mancano molte parti; non c’è, ad esempio, la volta. Ma non accade la stessa cosa quando nel Foro romano vediamo i resti di certe grandi basiliche dell’antichità romana? Quello che non c’è ce lo figuriamo. Lo spirito religioso porta appunto a figurarsi cose che  non si vedono.
 Questa capacità prettamente religiosa di visioni non nasce tanto da estemporanee esperienze fuori del comune, ma da una prassi costante, quotidiana, direi feriale, di spiritualità e di apprendimento nel luogo dove  è dato vivere, giorno per giorno, insieme agli altri. Sono importanti la meditazione sulle scritture, con un adeguato periodo di silenzio,  la preghiera, liturgica e personale, e la riflessione sulla storia e la condizione propria e della collettività: questo ci insegnano i maestri del passato e quelli che abbiamo nel tempo presente. Dalle visioni religiose nasce poi, a volte, la capacità di cambiare qualche cosa nella propria vita, ma soprattutto di capire quanto bene già si fa e si è fatto, forse inconsapevolmente, ma già in una prospettiva religiosa. Sperando di poter anche migliorare la condizione degli altri intorno a sé (il risultato non è però assicurato).
 Noi dell’Azione Cattolica della parrocchia di San Clemente Papa, a Monte Sacro, Valli, ci chiediamo se nel quartiere, oltre a noi, vi siano altre persone che condividano quell’impostazione di cui ho detto. A loro diciamo che la Chiesa, di cui l’Azione Cattolica  è una delle tante articolazioni collettive, è di tutti e per tutti. Le invitiamo a dialogare con noi e poi, una volta che ci saremo intesi meglio, forse anche a frequentarci. Il motto di un Jamboree (grande raduno mondiale) scout di tanti anni fa fu “The more we are together, the merrier it will  be”, che in italiano venne tradotto “Di più saremo insieme, più gioia ci sarà”.
 Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma , Monte Sacro, Valli

venerdì 9 marzo 2012

Il male scomparirà mai dal mondo? – mie riflessioni

Il male scomparirà mai dal mondo? – mie riflessioni

 Non credo che il male scomparirà dal mondo. Ci saranno sempre le catastrofi naturali, prova dell’instabilità di ciò che ci circonda, fino all’ultima che porrà fine al pianeta. E noi stessi, come viventi, dovremo cedere a questa dinamica. Poi ci sarà il male prodotto dagli stessi umani. Non siamo formiche, la nostra pluralità produce inevitabilmente difformità in un senso come nell’altro. Al più, ci dicono le scienze, riusciremo, forse, ad adattarci alle nuove condizioni di male.
 Che vale, quindi, cercare di cambiare, come ci propongono i maestri della nostra religione?
 Eppure, almeno in certi momenti della vita, sembra che non si possa fare a meno di prendersi cura degli altri. Da un certo punto di vista può essere considerato una sciocchezza. Ma può essere anche ritenuto il segno di qualcos’altro.  
  Se si guardano le cose religiosamente, anche le leggi assumono un diverso valore. Da regole poste per evitare nell’immediato la dissoluzione delle società umane,  possono apparire come espressione dello sforzo di edificare un mondo nuovo, un’opera di lungo respiro come si capisce bene, per la quale occorrono secoli e addirittura millenni. In essa si può scorgere una continuità tra il prima e il dopo, una tradizione. Per questo certe norme degli antichi, che al giorno d’oggi ci paiono piuttosto manchevoli su certi argomenti, vengono conservate e migliorate di epoca in epoca scoprendo in esse nuove potenzialità di bene.
Mario Ardigò - Azione Cattolica San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro , Valli